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Month October 2009

Readings #2

Frank Schirrmacher è uno degli intellettuali mediaticamente più influenti in Germania. Di questi tempi è ossessionato da una domanda: è chiaro che la tecnologia sta cambiando la capacità umana di pensare, di ricordare, di esprimersi; è chiaro che le persone sono sempre più dipendenti dalle tecnologie; c’è qualcosa di fondamentale che sta succedendo; ma la cultura umana sta evolvendo in modo sufficientemente veloce per adattarsi a tutto questo? (come dire: di fronte all’esplosione delle idee ci sono abbastanza cervelli per comprenderle?). La discussione che segue è su Edge.

Il crollo della fertilità è un fenomeno che si va diffondendo all’insieme dell’umanità. Chiaramente nelle società in transizione si tende a scendere dai sette otto figli per donna a due. E nelle società sviluppate si scende sotto il due. Questo non impedirà alla popolazione di continuare a crescere ancora un po’: ma la velocità del fenomeno fa pensare che attorno al 2050, quando si presume che arrivi il picco demografico, non si arriverà più a nove miliardi di persone, ma ci si fermerà a otto miliardi e mezzo. E’ comunque una popolazione enorme. Il rallentamento demografico è un fenomeno culturale fondamentale, ma non salverà il pianeta. Ci vuole ben altro, dice l’Economist.
Lo studio dell’Unctad sullo sviluppo delle tecnologie digitali, 2009. A partire dal superamento dei quattro miliardi di abbonamenti a un servizio di telefonia mobile. UnPulse.
Esiste un capitale del popolo, secondo Carlo Alberto Carnevale Maffè. I comportamenti delle persone sono di enorme valore ma nessun prezzo. LoSpazioDellaPolitica.
Sergio Maistrello commenta quanto Reporters Sans Frontières dice della libertà di stampa in Italia. Osserva che più che la difficoltà di accesso alla professione dovuta all’Ordine dei giornalisti c’è una difficoltà di accesso alla professione dovuta agli editori che non assumono. Altra questione è quella della qualità del giornalismo… Filtr in Alpha Preview.

Mifaccioimpresa

Gli aspiranti imprenditori sono in ribasso in Italia, dice la ricerca Gem di EntEr. Ed è un problema. Perché la nuova imprenditorialità è la principale modalità con la quale un’economia trasforma i vincoli in opportunità, le idee in denaro, i sogni in realtà… E la nuova imprenditoria è il principale strumento per fare nuova occupazione.

Non è un caso che ci sia questo ribasso. Balzano agli occhi, per esempio, le difficoltà di accesso al credito e, anzi, la trasformazione delle piccole imprese in aziende di credito che avviene con il pessimo meccanismo del ritardo nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione e, spesso, delle grandi imprese. Questo è uno dei peggiori difetti del sistema italiano. E qualunque politica per l’imprenditorialità dovrebbe essere annunciata insieme alla decisione da parte dell’amministrazione pubblica di accorciare i termini dei pagaementi, almeno alle piccole imprese.

Senza contare che, sempre più spesso, le fatture non vengono pagate per niente, purtroppo. La magistratura è troppo lenta, in questo caso, per aiutare i creditori.

In questo modo, aziende che hanno un fatturato superiore ai costi, ma che pagano i costi più velocemente di quanto non vengano pagate dai clienti, si trovano in una morsa infernale inaccettabile.

Tra poco, a Mifaccioimpresa una tavola rotonda sull’imprenditorialità e l’uscita dalla crisi…

Anche l’università

Anche l’università sta subendo gli effetti dell’innovazione nelle comunicazioni attivata da internet. E anche l’università cerca di adattarsi. Non pare che le università online abbiano per ora raggiunto il grado di affidabilità completo delle normali università. Anche perché l’università non è una scuola difficile: è un centro di ricerca e formazione, nel quale le due componenti sono connesse. Difficile anche che i corsi abbreviati, facilitati, possano avere un effetto fondamentale sulla qualità dell’università (il caso degli mba accorciati e la discussione in materia lo suggerisce). In realtà, sono particolarmente interessanti i tentativi di mettere online gratuitamente tutti i lavori di ricerca e insegnamento che servono di supporto all’ecosistema della cultura general: perché il centro del problema è quello di sostenere l’importanza della qualità culturale contro lo scadimento del sapere ad addestramento veloce.

iPhone v. Blackberry

Una ricerca dimostra che la quota di mercato dell’iPhone sta crescendo, riducendo le distanze dal Blackberry. Secondo Tùav, anche nel settore professionale, l’iPhone non è più visto come un giocattolo rispetto al prodotto della Rim.

David Lane e l’innovazione della specie

David Lane è l’unico che conosco nel gruppo degli autori del nuovo libro: “Complexity Perspectives in Innovation and Social Change”. David Lane lavora al Department of Social, Cognitive and Quantitative Sciences, University of Modena and Reggio Emilia.

Il libro è notevolissimo. In sintesi, dicono gli autori, “Two conclusions stand out from the project. Firstly that innovation and invention have, in a sense, been among the stepchildren of modern research, whether in the social sciences or in the humanities, and secondly that the role of innovation in urban dynamics is much more important than is generally acknowledged”.

In sostanza, gli autori raccontano il processo dell’innovazione sulla base della teoria della complessità. Questo consente di correggere la tradizionale modalità degli studiosi dell’innvazione: quella di cercare di comprendere l’innovazione a posteriori. Per comprenderla prima che sia rinosciuta come innovazione occorre una teoria che la veda nel suo farsi, nell’ecosistema che la favorisce.

“It is in our opinion surprising that the scientific community has so little understanding of the process of invention and innovation itself. Generally, the world reacts a posteriori to innovations once they have been introduced. Could we not attempt to shift our stance from a re-active to a pro-active one, and come to understand and guide the process of invention and innovation itself? That would put us in control rather than dealing with things after they have gotten out of hand, and it would potentially allow us to accelerate the innovative process in those domains in which that is most needed, and maybe slow it in others”.

“What has thus far held back our understanding of the process of invention and innovation? Our tentative working hypothesis is that that lack of understanding is directly related to the fact that the majority of the scientific community has looked at invention and innovation using a positivist, scientific perspective. In essence, invention and innovation have mainly been studied ‘a posteriori’. From such a perspective, creation cannot be described or understood. Hence, we have left ‘invention’ completely to one side in innovation studies, relegating it to the domain of ‘personal creativity’, and we have focused uniquely on innovation, i.e. on the ways in which an invention is adopted and spreads throughout a population”.

La città è la rete sociale fondamentale che favorisce l’innovazione. Perché è il luogo nel quale l’evoluzione umana si svolge contemporaneamente come specie naturale e culturale.

Ne consegue un approccio che promette molte conclusioni importanti. “From biology to society, specifies how a new kind of organisation has emerged with the historical apparition of human societies. Although Homo sapiens is a biological species, whose individual elements do not in themselves differ from any other animal species in their biological organisation, and  although social systems do share some properties with animal social organisations, two main radically new and distinctive features were created through the process that led to human social organisation. The first one is a self- monitored, directed (intentional) mode of social change. We shall demonstrate that this new kind of evolutionary driver is the result of the integration of new functionalities in social structures due to cultural processes. The second distinctive feature that is essential to our approach of social systems is that it is comprehensive: to shift from a static description of social structures to a dynamic one, we need to consider a variety of social interactions that are usually separated in disciplinary explanations of social systems. The modifications in social organisation that are directed at monitoring social changes, and that produce emergent patterns instantiated in organisations do affect a social system in every aspect and at all its levels of organisation.We describe how function, structure and process are affecting each other, and we build a dynamic, interactionist interpretation of the evolution of social systems”.

“In this attempt, it is important to determine which ingredients are necessary for developing a theory of human social innovation that is both general, and precise enough to be relevant. We believe that complexity theories are the necessary framework for developing a modern interpretation of change in complex systems. However, we question two principles that are part of the application of this theoretical approach to physical and biological systems. These are, firstly, the search for invariance and universality in processes. We demonstrate that human social change cannot be described in Darwinian terms, because something new has appeared, i.c. the fact that human societies are inherently responsible for their own innovation. This then leads us to question the applicability of the Darwinian approach of biological evolution to human social evolution”.

Ricerca musicale

Google annuncia un servizio più completo per rispondere alle ricerche che riguardano brani musicali. In collaborazione con MySpace e Lala. Si digita una canzone nel riquadro della search e si ascolta. Tutto legale. La rete avanza. E chi ha resistito per tanto tempo all’avanzamento, ora impara ad adattarsi.

La musica è laboratorio per tutti i contenuti in rete. Non tutto andrà come nella musica, ma dall’esperienza della musica tutti possono imparare. Anche i giornali.

Specializzazioni ad assetto variabile

Chissà perché, in certi giorni, si discute dello stesso argomento con diverse persone senza che apparentemente ci sia un collegamento. Oggi è stata la volta di specializzazione e interdisciplinarietà.

Domani esce un bel servizio di Ventiquattro sull’interdisciplinarietà (la url arriverà appunto domani). C’è in preparazione un convegno che discuterà l’importanza della specializzazione. E la progettazione del prossimo numero di Nòva è stata come sempre una discussione sui confini mobili tra gli argomenti.

Si direbbe che esistano almeno due tipi di specializzazioni.

Le specializzazioni esclusive, quelle fatte da chi considera la propria materia un feudo da difendere. E le specializzazioni inclusive, quelle che sono portate avanti da chi conosce bene un argomento e non cessa di linkarlo ad altri.

Le specializzazioni esclusive sono proprie dell’epoca delle gerarchie: tutti competono per risorse culturali ed economiche scarse, e chi riesce a conquistare una posizione tende a costruire una muraglia per difenderla. Le specializzazioni inclusive sono proprie dell’epoca della rete: risorse culturali abbondanti, necessità di collegare gli argomenti, libertà di ridefinizione dei confini intellettuali tra le discipline.

Oggi, in piena crisi di risorse economiche ma in piena abbondanza di risorse culturali, si assiste a una scissione tra la pratica della difesa delle professioni intellettuali e la dinamica dell’avanzamento intellettuale. La prima è delegittimata dalla seconda: perché è chiaro che la difesa professionale non corrisponde alla qualità delle idee. Nel giornalismo e in un sacco di altri ambienti. Imho.

La finzione del global cooling

Si è parlato di un nuovo trend, sorprendente, secondo il quale il pianeta non si sta scaldando ma raffreddando. Principalmente perché l’anno più caldo mai registrato resta il 1998. Ma una ricerca ben pensata dell’Ap ha dimostrato che i dati in nostro possesso non si possono in nessun modo razionale interpretare come prova di un global cooling. (via ArsTechnica)

La lobby dei negazionisti del global warming non sembra andare molto lontano, per ora.

HD voice?

A quanto pare esiste il concetto di high-definition voice. Ma esiste anche la realtà? Non tutti risponderebbero positivamente.

Status.net

Se molti vogliono un blog sul proprio dominio, allora molti vorranno un microblog sul proprio dominio. E’ l’idea di Status.net. Il team di Status.net sta creando un software open source che si caricherà sul server e che consentirà a chiunque di mettere in piedi un sito di microblogging. Quelli di Status.net sono gli autori di Identi.ca.

Il Kindle in mano

Si legge in modo straordinario. Il Kindle non si capisce se non si prende in mano e non si prova. La qualità di lettura è davvero soprendente.

Certo, poi esplorando si scopre che sarebbe interessante comprendere come sono scelti i libri in vendita. Per esempio, manca Connected, The Surprising Power of Our Social Networks and How They Shape Our Lives, di Nicholas A. Christakis e James H. Fowler. Peccato, l’avrei comprato. Ed è probabile che quelli col Kindle sarebbero “in target”.

Le curiosità non mancano. Andando alle scelte per argomento si scopre che il terzo libro più popolare “di storia” è Il Principe di Machiavelli, che tra l’altro si trova anche gratuitamente. Mentre il giornale La Stampa è in abbonamento a 19,99 dollari al mese, oppure 1,25 dollari al giorno. Si può provare gratuitamente per 14 giorni. Salvo che bisogna andarsi a registrare comunque con la carta di credito (ero già registrato per il sito di Amazon ma evidentemente c’è qualche intoppo). Vabbè. Impressioni dei primi dieci minuti.

Readings #1

Perché i compensi dei banchieri di Wall Street non scendono e non scenderanno? Perché si prendono quasi la metà del profitto delle banche? È un fenomeno antropologico, non economico, dice Daniel Gross su Slate.

Avatar è il nuovo film di James Cameron. Ed è una buona scusa per leggere questo bellissimo pezzo dedicato al registra, pubblicato da Dana Goodyear sul Newyorker.
Reinventare l’Europa. Da società della conoscenza a società dell’innovazione. Le opinioni di un panel voluto dalla Commissione Europea riservano spunti interessanti, perché per lo meno si pongono problemi veri e ambiziosi. Documento pdf.
L’evoluzione della visualizzazione del cervello negli ultimi 100 anni. Technology Review.
Mauro Lupi si interroga sul fatale crescente disordine con il quale dobbiamo fare i conti. Che si parli di disordine, complessità, approssimazione, si arriva comunque a cercare ogni strada per convivere con l’instabilità intellettuale. Blog.

Steve Cohen, Berkeley

Steve Cohen, economista a Berkeley, a villa Manin per un convegno dell’Ocse. Dice: “Gli Stati Uniti hanno ristrutturato le loro economia. Si sono conventrati sulla produzione e il packaging del debito. E sono il massimo debitore del mondo. È un problema per loro e per il mondo.

La sola strada per cambiare la situazione è crrscere nell’innovazione reale. Il che significa capire come funziona. E ormai ci è chiaro che l’innovazione viene dall’imprenditorialità che punta su nuove idee.

Sappiamo che l’imprenditorialità innovativa si manifesta in cluster e distretti, che fioriscono intorno a grandi e buone università. La massima parte dei nuovi imprenditori non ha un’educazione di economia e management, ma un’educazione tecnologica. L’università e la sua capacità di sviluppare nuove idee, persone motivate, networks di persone capaci, è la singola più importante causa di crescita dell’imprenditorialità innovativa.”

Di passaggio sulle conversazioni

Un post precedente (Attenti al loop) ha generato reazioni, soprattutto per l’idea di distinguere tra atteggiamenti competitivi e atteggiamenti collaborativi nell’ambito delle conversazioni. (Segnalo qui quelli commenti, e ne ringrazio gli autori, in attesa di scrivere un nuovo post che ne tenga adeguatamente conto).

Gaspar ha negato la possibilità di una simile distinzione, perché le conversazioni sono quello che sono e al massimo ci sono persone civili e persone maleducate. Altri hanno approvato: internet pr ci ha visto un ragionamento adatto a capire l’atteggiamento tipico delle persone che si occupano di marketing quando immaginano le loro marche sui social network; semiotblog vi ha visto il dubbio sull’idea che internet sia “sempre” il contesto adatto a far emergere una conversazione collaborativa; niente ha sottolineato soprattutto la relazione tra regole e atteggiamenti delle persone; antonio vede la relazione tra collaborazione e capacità di portare avanti un progetto; e Mario Todeschini Lalli aggiunge il concetto di conversazione orientata ad arrivare a una decisione, una conversazione deliberativa, il che lo conduce a una riflessione sulla gestione dei conflitti nella società digitale.
Intanto, su questo blog sono emerse altre considerazioni che riporto qui: 

“Internet ha dato forza alla comunità e alle relazioni umane. Ma in un contesto di leggi forti produce più risultati collaborativi che in un contesto di leggi deboli.”
Ecco, però ci sono alcune eccezioni che andrebbero studiate (es.:http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1049 ). Forse ne sappiamo ancora troppo poco..

grazie g.g.!!!

Luca, per ragioni che non avevano nulla a che fare poco dopo aver letto questo tuo interessante post sono finito sul sito d’informazioni dell’Unione delle Comunità ebraiche (http://moked.it/unione_informa/091016/091016.htm), che apre con un pensiero di un famoso commentatore biblico medievale offerto dal rabbino Roberto Colombo. Mi sembra adatto:

Dio disse: “Faremo l’uomo” (Gen. 1,26). “Faremo” e non “Farò”. Pur potendo agire da solo Dio chiese la collaborazione degli angeli. Questo per insegnare a noi lettori la buona educazione, il garbo e la cortesia. Nessuno deve agire senza prima chiedere il consiglio e la collaborazione anche di coloro che si reputano meno capaci. (Rashì)

La questione è, naturalmente, come “organizzare” e far funzionare “buona educazione, garbo, cortesia” perché generino “consiglio e collaborazione” nel contesto del quale parliamo. Non ho una risposta, ma sono convinto che non può essere affidata – come pure da qualche parte ancora si ritiene – a presunte qualità innate della comunicazione in rete.

La non finitezza della rete rende urgente riconoscere che ci sono problemi che nascono proprio dalla caratteristica “di massa” dell’ambiente. Quand’anche non ci sia un unico “broadcaster”, resta la dimensione numerica che rende più complicato “conversare”.

Altro elemento da valutare: la “conversazione” è un’immagine insufficiente per comprendere quello che si fa o si dovrebbe fare. Nel suo significato tradizionale la conversazione non è di solito “finalistica”, non si propone di per sé uno scopo — anche se spesso genera delle conseguenze. Esiste invece anche una comunicazione a più voci, una conversazione che definirei “deliberativa”, che si effettua cioè al fine di arrivare ad alcune conclusioni, per quanto provvisorie.

Si tratta del tipico atto “politico”: discutere per decidere. Può applicarsi a materie ufficialmente ritenute politiche, a materie più vicine alla vita di tutti i giorni(es.: le terribili riunioni di condominio), ad altre più “culturali” (una relazione di un gruppo di studio, un progetto di corso di laurea, ecc.).

E’ in particolare per questo tipo di conversazione, per le conversazioni “deliberative”, che nasce un diritto oggettivo che le regola sulla base di premesse di valore e di codici comportamentali condivisi.

Da un paio di secoli a questa parte, nella società politica e civile dell’Occidente liberale, queste regole si sono costruite sulla base di un concetto fondamentale: il conflitto degli interessi, delle convinzioni, delle idealità deve essere riconosciuto come ineliminabile e le regole servono per “gestirlo” (manage) non per eliminarlo. Un concetto che non capiscono gli integralisti di ogni genere, compreso il nostro attuale presidente del Consiglio che semplicemente non sa darsi una ragione del perché non tutti lo “amino” come pensa di meritare.

Dovremmo cominciare a discutere del conflitto nella società digitale e delle regole per gestirlo.

Bella la citazione del Genesi, e anche il commen
to. Il plurale c’è perchè il soggetto sono gli Elohim, ossia, “i Signori”. Quel versetto del Genesi è parte della cosiddetta tradizione “elohista”, che è affiancata ad un altro mito della creazione dell’uomo, che invece è della tradizione “yahvista” (quello dell’arglla, la costola etc.). Anche l’ebraismo alle origini era un politeismo…. viva il politeismo.

il politeismo è più collaborativo…

Piccola parentesi, per Antonio Roversi. Io lo incontrai a gennaio 2006, per rep, avrei voluto tornarci, ma, forse non lo sai Luca, purtroppo da due anni non è più su questa terra. Era una splendida persona.

Oh non lo sapevo.. Mi dispiace tanto.. L’avevo conosciuto solo in occasione di quell’intervista e avevo pensato spesso alla sua coraggiosa ricerca.

A pelle, non mi piace la distinzione tra conversazione collaborativa e competitiva. La parte più qualificante della conversazione non è il dire, ma è l’ascolto attento, rispettoso ed empatico dell’interlocutore che hai davanti.

Sulla base di questa definizione, ci sono le conversazioni, e poi ci sono (scusa il tecnicismo) gli stronzi. Il bello di internet non è che elimina gli stronzi, è che non ti obbliga a seguirli.

Grazie.. Ci penserò meglio. Ma ho l’impressione che.. it’s more complicated than that :)

Credo che tutto debba passare per il rispetto e la fiducia del “codice più importante” da parte di tutti gli attori della conversazione, sia essa collaborativa o competitiva. Se è scontato per chi collabora che debba sviluppare rispetto e fiducia intorno a dei valori e per un progetto comune, non è affatto scontato per chi compete. Sono curioso di sapere come evolverà questa conversazione.

Luca, ci avevo ripensato pure io, da qui la triste scoperta, a Roversi (il cui blog è ancora on line: http://www2.scform.unibo.it/wordpress prendila come una notizia, ci scappasse una commemorazione) dopo L’odio in rete, per recensire il quale mi disse:

Internet oggi «è un po’ ancora mitologia, e sempre più vita quotidiana, tanto che quello della rete non si può più considerare uno “spazio virtuale”. E neppure un “villaggio globale”, uno spazio democratico e cosmopolita: sembra piuttosto, anche se non solo, uno spazio in cui riprodurre e amplificare le differenze, dove far prevalere criteri identitari marcati e non negoziabili. In una parola, assistiamo a una “balcanizzazione” della rete».

E questa va dedicata all’ottimo Gaspar :)

Io francamente questa volta non sono d’accordo con Gaspar.

La conversazione è la modalità di interazione che prevede che ci si alterni nella attività del parlare e dell’ascoltare in modo non strutturato, è l’antitesi della conferenza.

Collaborazione o competizione sono due possibili sfumature della conversazione, in realtà non esistono conversazioni completamente collaborative o completamente competitive, credo che in ogni conversazione ci sia una mix di questi due atteggiamenti.

Il problema non sta nella competizione che non è di per sé un disvalore, ma nelle modalità usate per sostenere una propria tesi.

In realtà la rete non è che uno strumento di comunicazione e le dinamiche della rete altro non sono che le dinamiche del mondo reale, qualche volta amplificate in modo negativo dalla immaterialità e dall’anonimato.

Francamente rispetto a conversazioni molto competitive trovo che quello che uccide la conversazione è l’atteggiamento, molto comune tra le “blog star” che dopo la prima contestazione a una loro affermazione nemmeno rispondono e se chiedi come mai ti rispondono “se non siamo d’accordo a cosa serve rispondere?” trasformando la conversazione in una sterile serie di conferenze.

bob

PS quello che tende ad uccidere la conversazione a mio modo di vedere è il cross posting una volta giustamente considerato negativo, oggi largamente praticato.

Anche a me la visione della conversazione in rete in termini di dualismo collaborazione/competizione non convince molto. Anzi ritengo che il risultato migliore in termini di co-creazione e scambio di conoscenze si abbia spesso quando le persone coinvolte hanno punti di vista diversi sulla medesima tematica. Anche su questo blog credo che i thread più lunghi, più interessanti ed in grado di metter in circolo nuovi flussi di conoscenza (per chi vi partecipa o chi semplicemente li legge) siano quelli che nascono dal disaccordo rispetto alle opinioni di Luca, a quelle dei protagonisti dei suoi post o ancora a quelle espresse nei commenti. Citare in questo caso la metafora economica più concorrenza=maggiore bene pubblico credo sia pericoloso, però temo sia un errore altrettanto grave considerare la competizione in termini esclusivamente negativi.

ascolto con molta attenzione.. spero di fare presto un nuovo post in materia.. come sempre sono più interessanti i commenti dei post. ma vorrei precisare che il mio intervento mirava a distinguere diverse dimensioni della “conversazione”, che rischia di diventare una nozione troppo larga per poter essere pienamente significativa.. imho

Per fortuna la lingua italiana è già ricca di termini per indicare una interazione verbale tra due esseri umani. Ad esempio conversazione, discussione (quella di cui parlava Bob), disputa, litigio, alterco, gazzarra, etc.

David Weinberger

Il contenuto non è i media. Internet non è un medium. O meglio è “anche” un medium, è come un medium, ma è un posto; è un mondo, è parte del mondo, non è separato dalla nostra vita.. il web è il mondo..

Il web è il mondo, ed è fatto di iperlink; è content, è il medium che ti porta da un contenuto all’altro, qualcosa di nuovo. Il web è un mondo di idee e di raccomandazioni di idee proposte dalle persone; è un mondo di differenze…
La tecnica dell’autorità tradizionale è costruita sulla tecnologia dei libri, ma il libro è un medium non connesso… I link cambiano la struttura dalla quale emerge l’autorità. Come impariamo a trovare quello che cerchiamo e a ritenere autorevole quello che troviamo?
La quantità di informazione è enormemente cresciuta; la gestiamo con altra informazione (sull’informazione): metadata. E con la search ogni pezzetto di contenuto diventa anche un modo per trovare qualcosa: metadata e data diventano la stessa cosa. Tutto questo è troppa informazione? abbiamo trovato il modo di trovare i contenuti con l’aiuto delle altre persone. Ma non basterà. Abbandoniamo la gerarchia dell’autorità che offre la risposta perfetta: basta una risposta abbastanza buona.
Sul web una risposta abbastanza buona è spesso abbastanza buona.. non distrugge la credibilità (come avverrebbe sui vecchi media).
Sul web la trasparenza sta rispondendo alla stessa esigenza che era soddisfatta dall’idea di obiettività nei vecchi media.
Ma era obiettività? Stiamo rigettando l’idea che i media tradizionali abbiano autorità solo perché possiedono i mezzi per pubblicare. Certo, i media non spariranno; ma la loro autorità si ricostruirà in base alla loro capacità di contribuire al sapere in rete..
Ma se la rete è un mondo di differenze più che di consenso, non fa agenda setting. E’ questo il nuovo ruolo dei “vecchi media del futuro”?. Non sembra: la rete come mondo di differenze non fa agenda setting; ma non credo in fondo che i vecchi media l’abbiano mai settata..