October 2009 Archives
Non è un caso che ci sia questo ribasso. Balzano agli occhi, per esempio, le difficoltà di accesso al credito e, anzi, la trasformazione delle piccole imprese in aziende di credito che avviene con il pessimo meccanismo del ritardo nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione e, spesso, delle grandi imprese. Questo è uno dei peggiori difetti del sistema italiano. E qualunque politica per l'imprenditorialità dovrebbe essere annunciata insieme alla decisione da parte dell'amministrazione pubblica di accorciare i termini dei pagaementi, almeno alle piccole imprese.
Senza contare che, sempre più spesso, le fatture non vengono pagate per niente, purtroppo. La magistratura è troppo lenta, in questo caso, per aiutare i creditori.
In questo modo, aziende che hanno un fatturato superiore ai costi, ma che pagano i costi più velocemente di quanto non vengano pagate dai clienti, si trovano in una morsa infernale inaccettabile.
Tra poco, a Mifaccioimpresa una tavola rotonda sull'imprenditorialità e l'uscita dalla crisi...
Il libro è notevolissimo. In sintesi, dicono gli autori, "Two conclusions stand out from the project. Firstly that innovation and invention have, in a sense, been among the stepchildren of modern research, whether in the social sciences or in the humanities, and secondly that the role of innovation in urban dynamics is much more important than is generally acknowledged".
In sostanza, gli autori raccontano il processo dell'innovazione sulla base della teoria della complessità. Questo consente di correggere la tradizionale modalità degli studiosi dell'innvazione: quella di cercare di comprendere l'innovazione a posteriori. Per comprenderla prima che sia rinosciuta come innovazione occorre una teoria che la veda nel suo farsi, nell'ecosistema che la favorisce.
"It is in our opinion surprising that the scientific community has so little understanding of the process of invention and innovation itself. Generally, the world reacts a posteriori to innovations once they have been introduced. Could we not attempt to shift our stance from a re-active to a pro-active one, and come to understand and guide the process of invention and innovation itself? That would put us in control rather than dealing with things after they have gotten out of hand, and it would potentially allow us to accelerate the innovative process in those domains in which that is most needed, and maybe slow it in others".
"What has thus far held back our understanding of the process of invention and innovation? Our tentative working hypothesis is that that lack of understanding is directly related to the fact that the majority of the scientific community has looked at invention and innovation using a positivist, scientific perspective. In essence, invention and innovation have mainly been studied 'a posteriori'. From such a perspective, creation cannot be described or understood. Hence, we have left 'invention' completely to one side in innovation studies, relegating it to the domain of 'personal creativity', and we have focused uniquely on innovation, i.e. on the ways in which an invention is adopted and spreads throughout a population".
La città è la rete sociale fondamentale che favorisce l'innovazione. Perché è il luogo nel quale l'evoluzione umana si svolge contemporaneamente come specie naturale e culturale.
Ne consegue un approccio che promette molte conclusioni importanti. "From biology to society, specifies how a new kind of organisation has emerged with the historical apparition of human societies. Although Homo sapiens is a biological species, whose individual elements do not in themselves differ from any other animal species in their biological organisation, and although social systems do share some properties with animal social organisations, two main radically new and distinctive features were created through the process that led to human social organisation. The first one is a self- monitored, directed (intentional) mode of social change. We shall demonstrate that this new kind of evolutionary driver is the result of the integration of new functionalities in social structures due to cultural processes. The second distinctive feature that is essential to our approach of social systems is that it is comprehensive: to shift from a static description of social structures to a dynamic one, we need to consider a variety of social interactions that are usually separated in disciplinary explanations of social systems. The modifications in social organisation that are directed at monitoring social changes, and that produce emergent patterns instantiated in organisations do affect a social system in every aspect and at all its levels of organisation.We describe how function, structure and process are affecting each other, and we build a dynamic, interactionist interpretation of the evolution of social systems".
"In this attempt, it is important to determine which ingredients are necessary for developing a theory of human social innovation that is both general, and precise enough to be relevant. We believe that complexity theories are the necessary framework for developing a modern interpretation of change in complex systems. However, we question two principles that are part of the application of this theoretical approach to physical and biological systems. These are, firstly, the search for invariance and universality in processes. We demonstrate that human social change cannot be described in Darwinian terms, because something new has appeared, i.c. the fact that human societies are inherently responsible for their own innovation. This then leads us to question the applicability of the Darwinian approach of biological evolution to human social evolution".
La musica è laboratorio per tutti i contenuti in rete. Non tutto andrà come nella musica, ma dall'esperienza della musica tutti possono imparare. Anche i giornali.
Domani esce un bel servizio di Ventiquattro sull'interdisciplinarietà (la url arriverà appunto domani). C'è in preparazione un convegno che discuterà l'importanza della specializzazione. E la progettazione del prossimo numero di Nòva è stata come sempre una discussione sui confini mobili tra gli argomenti.
Si direbbe che esistano almeno due tipi di specializzazioni.
Le specializzazioni esclusive, quelle fatte da chi considera la propria materia un feudo da difendere. E le specializzazioni inclusive, quelle che sono portate avanti da chi conosce bene un argomento e non cessa di linkarlo ad altri.
Le specializzazioni esclusive sono proprie dell'epoca delle gerarchie: tutti competono per risorse culturali ed economiche scarse, e chi riesce a conquistare una posizione tende a costruire una muraglia per difenderla. Le specializzazioni inclusive sono proprie dell'epoca della rete: risorse culturali abbondanti, necessità di collegare gli argomenti, libertà di ridefinizione dei confini intellettuali tra le discipline.
Oggi, in piena crisi di risorse economiche ma in piena abbondanza di risorse culturali, si assiste a una scissione tra la pratica della difesa delle professioni intellettuali e la dinamica dell'avanzamento intellettuale. La prima è delegittimata dalla seconda: perché è chiaro che la difesa professionale non corrisponde alla qualità delle idee. Nel giornalismo e in un sacco di altri ambienti. Imho.
La lobby dei negazionisti del global warming non sembra andare molto lontano, per ora.
Certo, poi esplorando si scopre che sarebbe interessante comprendere come sono scelti i libri in vendita. Per esempio, manca Connected, The Surprising Power of Our Social Networks and How They Shape Our Lives, di Nicholas A. Christakis e James H. Fowler. Peccato, l'avrei comprato. Ed è probabile che quelli col Kindle sarebbero "in target".
Le curiosità non mancano. Andando alle scelte per argomento si scopre che il terzo libro più popolare "di storia" è Il Principe di Machiavelli, che tra l'altro si trova anche gratuitamente. Mentre il giornale La Stampa è in abbonamento a 19,99 dollari al mese, oppure 1,25 dollari al giorno. Si può provare gratuitamente per 14 giorni. Salvo che bisogna andarsi a registrare comunque con la carta di credito (ero già registrato per il sito di Amazon ma evidentemente c'è qualche intoppo). Vabbè. Impressioni dei primi dieci minuti.
La sola strada per cambiare la situazione è crrscere nell'innovazione reale. Il che significa capire come funziona. E ormai ci è chiaro che l'innovazione viene dall'imprenditorialità che punta su nuove idee.
Sappiamo che l'imprenditorialità innovativa si manifesta in cluster e distretti, che fioriscono intorno a grandi e buone università. La massima parte dei nuovi imprenditori non ha un'educazione di economia e management, ma un'educazione tecnologica. L'università e la sua capacità di sviluppare nuove idee, persone motivate, networks di persone capaci, è la singola più importante causa di crescita dell'imprenditorialità innovativa."
grazie g.g.!!!
Luca, per ragioni che non avevano nulla a che fare poco dopo aver letto questo tuo interessante post sono finito sul sito d'informazioni dell'Unione delle Comunità ebraiche (http://moked.it/unione_informa/091016/091016.htm), che apre con un pensiero di un famoso commentatore biblico medievale offerto dal rabbino Roberto Colombo. Mi sembra adatto:
Dio disse: "Faremo l'uomo" (Gen. 1,26). "Faremo" e non "Farò". Pur potendo agire da solo Dio chiese la collaborazione degli angeli. Questo per insegnare a noi lettori la buona educazione, il garbo e la cortesia. Nessuno deve agire senza prima chiedere il consiglio e la collaborazione anche di coloro che si reputano meno capaci. (Rashì)
La questione è, naturalmente, come "organizzare" e far funzionare "buona educazione, garbo, cortesia" perché generino "consiglio e collaborazione" nel contesto del quale parliamo. Non ho una risposta, ma sono convinto che non può essere affidata - come pure da qualche parte ancora si ritiene - a presunte qualità innate della comunicazione in rete.
La non finitezza della rete rende urgente riconoscere che ci sono problemi che nascono proprio dalla caratteristica "di massa" dell'ambiente. Quand'anche non ci sia un unico "broadcaster", resta la dimensione numerica che rende più complicato "conversare".
Altro elemento da valutare: la "conversazione" è un'immagine insufficiente per comprendere quello che si fa o si dovrebbe fare. Nel suo significato tradizionale la conversazione non è di solito "finalistica", non si propone di per sé uno scopo -- anche se spesso genera delle conseguenze. Esiste invece anche una comunicazione a più voci, una conversazione che definirei "deliberativa", che si effettua cioè al fine di arrivare ad alcune conclusioni, per quanto provvisorie.
Si tratta del tipico atto "politico": discutere per decidere. Può applicarsi a materie ufficialmente ritenute politiche, a materie più vicine alla vita di tutti i giorni(es.: le terribili riunioni di condominio), ad altre più "culturali" (una relazione di un gruppo di studio, un progetto di corso di laurea, ecc.).
E' in particolare per questo tipo di conversazione, per le conversazioni "deliberative", che nasce un diritto oggettivo che le regola sulla base di premesse di valore e di codici comportamentali condivisi.
Da un paio di secoli a questa parte, nella società politica e civile dell'Occidente liberale, queste regole si sono costruite sulla base di un concetto fondamentale: il conflitto degli interessi, delle convinzioni, delle idealità deve essere riconosciuto come ineliminabile e le regole servono per "gestirlo" (manage) non per eliminarlo. Un concetto che non capiscono gli integralisti di ogni genere, compreso il nostro attuale presidente del Consiglio che semplicemente non sa darsi una ragione del perché non tutti lo "amino" come pensa di meritare.
Dovremmo cominciare a discutere del conflitto nella società digitale e delle regole per gestirlo.
Bella la citazione del Genesi, e anche il commento. Il plurale c'è perchè il soggetto sono gli Elohim, ossia, "i Signori". Quel versetto del Genesi è parte della cosiddetta tradizione "elohista", che è affiancata ad un altro mito della creazione dell'uomo, che invece è della tradizione "yahvista" (quello dell'arglla, la costola etc.). Anche l'ebraismo alle origini era un politeismo.... viva il politeismo.
il politeismo è più collaborativo...
Piccola parentesi, per Antonio Roversi. Io lo incontrai a gennaio 2006, per rep, avrei voluto tornarci, ma, forse non lo sai Luca, purtroppo da due anni non è più su questa terra. Era una splendida persona.
Oh non lo sapevo.. Mi dispiace tanto.. L'avevo conosciuto solo in occasione di quell'intervista e avevo pensato spesso alla sua coraggiosa ricerca.
A pelle, non mi piace la distinzione tra conversazione collaborativa e competitiva. La parte più qualificante della conversazione non è il dire, ma è l'ascolto attento, rispettoso ed empatico dell'interlocutore che hai davanti.
Sulla base di questa definizione, ci sono le conversazioni, e poi ci sono (scusa il tecnicismo) gli stronzi. Il bello di internet non è che elimina gli stronzi, è che non ti obbliga a seguirli.
Grazie.. Ci penserò meglio. Ma ho l'impressione che.. it's more complicated than that :)
Credo che tutto debba passare per il rispetto e la fiducia del "codice più importante" da parte di tutti gli attori della conversazione, sia essa collaborativa o competitiva. Se è scontato per chi collabora che debba sviluppare rispetto e fiducia intorno a dei valori e per un progetto comune, non è affatto scontato per chi compete. Sono curioso di sapere come evolverà questa conversazione.
Luca, ci avevo ripensato pure io, da qui la triste scoperta, a Roversi (il cui blog è ancora on line: http://www2.scform.unibo.it/wordpress prendila come una notizia, ci scappasse una commemorazione) dopo L'odio in rete, per recensire il quale mi disse:
Internet oggi «è un po' ancora mitologia, e sempre più vita quotidiana, tanto che quello della rete non si può più considerare uno "spazio virtuale". E neppure un "villaggio globale", uno spazio democratico e cosmopolita: sembra piuttosto, anche se non solo, uno spazio in cui riprodurre e amplificare le differenze, dove far prevalere criteri identitari marcati e non negoziabili. In una parola, assistiamo a una "balcanizzazione" della rete».
E questa va dedicata all'ottimo Gaspar :)
Io francamente questa volta non sono d'accordo con Gaspar.
La conversazione è la modalità di interazione che prevede che ci si alterni nella attività del parlare e dell'ascoltare in modo non strutturato, è l'antitesi della conferenza.
Collaborazione o competizione sono due possibili sfumature della conversazione, in realtà non esistono conversazioni completamente collaborative o completamente competitive, credo che in ogni conversazione ci sia una mix di questi due atteggiamenti.
Il problema non sta nella competizione che non è di per sé un disvalore, ma nelle modalità usate per sostenere una propria tesi.
In realtà la rete non è che uno strumento di comunicazione e le dinamiche della rete altro non sono che le dinamiche del mondo reale, qualche volta amplificate in modo negativo dalla immaterialità e dall'anonimato.
Francamente rispetto a conversazioni molto competitive trovo che quello che uccide la conversazione è l'atteggiamento, molto comune tra le "blog star" che dopo la prima contestazione a una loro affermazione nemmeno rispondono e se chiedi come mai ti rispondono "se non siamo d'accordo a cosa serve rispondere?" trasformando la conversazione in una sterile serie di conferenze.
bob
PS quello che tende ad uccidere la conversazione a mio modo di vedere è il cross posting una volta giustamente considerato negativo, oggi largamente praticato.
Anche a me la visione della conversazione in rete in termini di dualismo collaborazione/competizione non convince molto. Anzi ritengo che il risultato migliore in termini di co-creazione e scambio di conoscenze si abbia spesso quando le persone coinvolte hanno punti di vista diversi sulla medesima tematica. Anche su questo blog credo che i thread più lunghi, più interessanti ed in grado di metter in circolo nuovi flussi di conoscenza (per chi vi partecipa o chi semplicemente li legge) siano quelli che nascono dal disaccordo rispetto alle opinioni di Luca, a quelle dei protagonisti dei suoi post o ancora a quelle espresse nei commenti. Citare in questo caso la metafora economica più concorrenza=maggiore bene pubblico credo sia pericoloso, però temo sia un errore altrettanto grave considerare la competizione in termini esclusivamente negativi.
ascolto con molta attenzione.. spero di fare presto un nuovo post in materia.. come sempre sono più interessanti i commenti dei post. ma vorrei precisare che il mio intervento mirava a distinguere diverse dimensioni della "conversazione", che rischia di diventare una nozione troppo larga per poter essere pienamente significativa.. imho
Per fortuna la lingua italiana è già ricca di termini per indicare una interazione verbale tra due esseri umani. Ad esempio conversazione, discussione (quella di cui parlava Bob), disputa, litigio, alterco, gazzarra, etc.
Abbiamo capito che la parola "conversazione" spiega molto di quello che avviene sui media sociali. Ma è tempo di elaborare una strategia per andare avanti con il ragionamento: la parola è precisa, ma non sufficiente a definire una strategia per le strutture che devono attraversare questa fase di grande trasformazione e ridefinire il loro ruolo. Sto pensando, ovviamente, a giornali, università, uffici marketing... In mancanza di una certa chierezza possiamo entrare in un loop equivoco e pericoloso. Mi spiego.
E' possibile definire come conversazione un talk show? Una conversazione è sempre collaborativa, oppure può essere competitiva? Ci sono tecniche per emergere in una conversazione competitiva?
In una conversazione collaborativa tra amici ci si ascolta e si cerca di informarsi, divertirsi, coltivare una relazione umana.
In una conversazione competitiva si cerca di far prevalere la propria idea su quella degli altri.
Se una conversazione collaborativa avviene online in un contesto adatto, si sviluppa un progetto condiviso e ci si avvicina a realizzarlo con le forze e le competenze di tutti i partecipanti.
Se una conversazione competitiva avviene in un talk show televisivo pensato per mettere a confronto diverse posizioni politiche, l'obiettivo è convincere i telespettatori di un'opinione o almeno impedire ai telespettatori di comprendere le ragioni della parte avversa.
Tra questi due estremi ci sono molte situazioni diverse. E molti equivoci. La prevalenza della nozione di conversazione non è sufficiente a definire un percorso che porti le persone verso un progetto condiviso, verso un avanzamento della conoscenza, o verso un vero confronto di fatti e teorie. La conversazione costruttiva, collaborativa, avviene solo nei contesti adatti. E allora la domanda diventa: internet è sempre il contesto adatto a fare emergere una conversazione collaborativa?
Si può dire che è più probabile che una conversazione collaborativa che faccia contemporaneamente avanzare la conoscenza e la qualità delle relazioni sociali avvenga su internet piuttosto che in televisione. Ma il fatto che avvenga su internet non è sufficiente a definirla collaborativa. Se infatti si applicano anche su internet le tecniche sviluppate per le conversazioni competitive in televisione, ci si parla sopra, non ci si ascolta, si tenta soltanto di far prevalere una posizione. E Arturo di Corinto, su Nòva (4 giugno 2009), ha dimostrato che i partiti italiani hanno pagato ragazzi durante la campagna elettorale per le europee proprio per fare quel lavoro online.
Insomma: la tecnologia internettara consente la conversazione collaborativa; e visto che tante persone ne sentivano tanto bisogno, in effetti su internet è esplosa una vera, grande conversazione. Ma la tecnologia non impedisce la conversazione competitiva: e visto che le strutture che vivono di competizione e non di collaborazione se ne sono accorte, internet è diventata anche il luogo dove ci si scanna come e più che altrove. (Non c'è solo la politica italiana, infatti, per la quale lo scannatoio principale è la tivu e i suoi annessi e connessi; ci sono i siti dell'odio vero, come quelli studiati da Antonio Roversi, docente di Strategie della comunicazione multimediale a Bologna, dall'integralismo islamico, al tifo calcistico, alle organizzazioni di estrema destra e alle forme eversive di ogni colore...).
Qual è dunque il tema? Dov'è che in prospettiva si svilupperà la conversazione collaborativa che tanto ci piace? Direi che questo avverrà in un contesto nel quale ci sarà maggiore consapevolezza non solo dello strumento che utilizziamo, ma anche delle dinamiche e delle regole che guidano la convivenza. Nelle sue diverse dimensioni: società, comunità; mercato, scambio; legge, etica.
Società e comunità
Gustavo Zagrebelsky, con i suoi libri e articoli su Repubblica, ci aiuta a distinguere tra le diverse dimensioni della convivenza, inducendo a riflettere sulla necessità di istituzioni forti che garantiscano che quella convivenza sia pacifica.
Qualunque semplificazione in materia è sempre difficile. E non mi ci voglio certo addentrare. Ma è chiaro che le regole sociali secondo le quali esistono contratti tra le persone, istituzioni cui rivolgersi, leggi accettate da tutti, sono un contesto nel quale molti aspetti potenzialmente violenti della convivenza si sciolgono in una microconflittualità non violenta. La legge non è uno strumento di collaborazione, ma eventualmente di consenso sui comportamenti che vanno bene a tutti. La collaborazione viene dalle logiche della comunità.
Se nella società tutto è regolato per contratto, per diritti e doveri, per carte e moduli, si collabora in base alla presunzione che non ci si può fidare dell'altro. La relazione competitiva è prevalente. Se nella comunità un accordo tra "gentiluomini" si firma con una stretta di mano, se l'onore e la fiducia sono gli strumenti principali in base ai quali ci si mette d'accordo, in questo contesto la relazione collaborativa è più probabile. Nelle dimensioni legalmente codificate valgono gli strumenti della relazione, mentre nelle relazioni di comunità vale il senso e lo scopo delle relazioni.
Un'ipertrofia della codificazione può finire col bloccare l'innovazione, nel senso che spinge a concentrare una quantità di sforzi sulla formalità e a diminuire l'attenzione intorno alla creazione di qualcosa di imprevisto. Un'innovazione, spesso, viene da un pensiero sviluppato da una comunità o da qualcuno che ha visto qualcosa che non era già stato burocraticamente previsto. E poi è chiaro che tutto ciò che è dovere, diritto, modulo, codice, è pesante: mentre tutto ciò che è relazione, creazione, amicizia, fiducia, è leggero e interessante. Noi viviamo nella nostra comunità, non nel codice.
Ma attenzione: il codice serve invece per tutto ciò che deve garantire l'equilibrio tra innovazione e continuità, evitando la prepotenza, l'inganno, la violenza. Perché una comunità non è necessariamente un luogo della parità tra le persone. Anzi: spesso sono proprio le leggi che riequilibrano le relazioni di prepotenza o di ingiustizia.
Se le relazioni che una popolazione vive sono prevalentemente di comunità (occhio che tra queste vanno necessariamente comprese le relazioni feudali, mafiose, oligarchiche...) ma mancano le leggi che impediscano l'inganno, la prepotenza e la violenza, la comunità prevale ma non la collaborazione.
Insomma: un contesto giusto e umano è un contesto nel quale le relazioni di comunità e quelle codificate sono in equilibrio.
Internet ha dato forza alla comunità e alle relazioni umane. Ma in un contesto di leggi forti produce più risultati collaborativi che in un contesto di leggi deboli.
In realtà, l'innovazione nei codici è proprio il lavoro della politica. E la politica, in democrazia, è competitiva. Ma se la competizione si mangia tutto il dibattito, si perde molta ricchezza intellettuale ed esperienziale, si costruisce meno sul progetto e più sulla contrapposizione.
Quindi quello che serve è che l'innovazione nei codici venga attuata nel contesto di un codice più importante - tipicamente la Costituzione - che garantisca un processo per cui prima c'è una conversazione collaborativa che rispetti tutte le posizioni e le esperienze e poi si passi alla competizione.
Il rischio di parlare solo di conversazione, senza distinguere le dinamiche diverse della conversazione, può portare a qualche confusione: se ne parla in termini di democrazia plebiscitaria, democrazia padronale, democrazia familiare o democrazia populista. E la conversazione può essere utilizzata anche da queste dinamiche in assenza di un contesto costituzionale solido, chiaro e condiviso.
Credo che queste siano intuizioni sulle quali dovrò fare ancora molta riflessione. Spero possano indurre a qualche contributo, paziente e "collaborativo".
Fcc apre un sito per sviluppare i principi da applicare in nome della net neutrality.
Parte una consultazione per comprendere le conseguenze delle nanotecnologie e diffondere la consapevolezza dei reali rischi.
Non ci sono prove della pericolosità dell'esposizione alle radiofrequenze. Le Monde, che si era allarmato in passato, fa un passo indietro.
Pare che il governo francese pagherà un po' di soldi per la formazione dei giornalisti che devono imparare a lavorare sul web... Uhmmm...
I finlandesi dichiarano che internet è un diritto fondamentale del cittadino. (Dario)
Techno Sensors
Apple va verso un decimo del mercato americano, ma in Europa resta sotto un ventesimo del mercato, nei personal computer.
In attesa di provare Google Wave si possono leggere pezzi ingenuamente interessanti sull'argomento. E pezzi più interessanti senza ingenuità.
Social Sensors
Huffington Post testa in diretta l'efficacia dei titoli e li aggiusta in funzione del gradimento dei lettori.
Non tutti i medici segnalano alle autorità i cittadini privi di permesso di soggiorno. (Metilparaben)
I polli di Renzo si beccavano tra loro mentre venivano portati all'Azzeccagarbugli... (Niente)
Si scopre che il maggior tempo dedicato dalla gente allo schermo del computer e del telefonino per stare online non è sottratto alle altre esperienze culturali. Anzi: proprio chi usa di più internet fa anche più esperienze culturali.
Piuttosto è la televisione a non andare d'accordo con le esperienze culturali.
Una survey tutta da leggere. Le Monde. Documento.
I due rappresentavano il Parlamento europeo in una complicata trattativa e a quanto pare hanno tradito il loro mandato. Erano impegnati a impedire che passasse la nuova regola secondo cui, per i reati compiuti su internet, gli stati membri "possono" richiedere una decisione della magistratura (in realtà, qualcunque persona civile vorrebbe che in quella legge ci fosse scritto "devono"... cioè non possono saltare la magistratura, non possono decidere per via direttamente governativa o tecnica come vorrebbe per esempio la Francia del marito di Carla).
Stefano spiega tutto benissimo e invito a leggerlo.
Inoltre ci sono le cronache di Scambio Etico e La Quadrature.
Intanto FriendFeed perde terreno. Doveva essere la prossima Twitter ma si è venduta a Facebook e ora non va più. Significa che, sebbene gli estimatori della crescita esponenziale lo dimentichino spesso, che non tutto ciò che cresce in modo accelerato continuerà a farlo in futuro... Banale ma difficile da ricordare. E i sensori vanno tenuti bene accesi: il nuovo Technorati ha superato Twitter in termini di visitatori unici questa settimana (Jalichandra).
Infoservi segnala l'imminente arrivo di un aggregatore di blog di Telecom Italia, chiamato in codice DailyMe.
La speranza che internet superi la tv resta elevata, anche se conduce a vedere i dati in modo un po' parziale, come oggi su OneWeb2.0 (in realtà, i dati di Finzi si riferiscono alla parte di popolazione che è connessa al web; che purtroppo non è ancora la maggioranza).
Ma un fatto è certo. Erano anni che non si sentiva una tale energia intorno alla questione degli ebook. Ed è chiaro che la differenza l'ha fatta il Kindle. Con la qualità dello schermo, la connessione wireless, il prezzo standard dei libri. Ma avviato il processo, ci sarà una fioritura di soluzioni alternative.
A proposito. Possibile che nessuno in Italia ci stia mettendo la testa? Abbiamo fantastici produttori di set-top-box per la tv e non siamo capaci di fare gli ebook? Perché mai?
Il Guardian ha dato notizia della cosa sul sito, senza fare i nomi. E dicendo che non poteva farli per un cavillo. I blogger si sono scatenati e hanno cercato la soluzione, arrivando in poco tempo attraverso una fattiva collaborazione a pubblicare i nomi: Trafigura, l'azienda, Carter Ruck, lo studio legale.
La blogosfera britannica si è tanto riempita di questi nomi che Trafigura e Carter Ruck hanno accettato che si parlasse esplicitamente di loro anche sul Guardian.
I blogger che collaborano per trovare fatti. In armonia con il giornale professionale. Allo scopo comune di far venire fuori quello che sta succedendo. Niente male davvero!
Penso che sarà divertente. Ma che da Current si voglia anche qualcosa di più. La loro non è solo televisione e audience. E neppure sperimentazione nella fiction interattiva. La storia, che non racconto neppure per la piccola parte che ho visto, riguarda la ricerca esasperata di profitti e potere a mezzo di farmaci e mind-control. C'è il movimento di opposizione. E c'è l'eroe. Soprattutto ci sono i telespettatori che diventano giocatori e dunque parte del divertimento. Ma, proprio per Current, l'occasione è buona per una grande inchiesta sui temi del corpo e della scienza che lo modifica: temi che si aprono sempre più chiaramente di fronte a un'umanità ancora sostanzialmente ignara. I giocatori possono a loro volta dare contributi, non solo di opinione, ma anche fattuali, su quello che sta succedendo intorno a noi. Vedremo.
Intanto, saltando di palo in frasca, si può dire che Frammenti sdoganerà l'accento veneto in un programma drammatico e teso, molto diverso dal solito utilizzo teatrale di quella parlata limitato all'ambito della commedia. In bocca al lupo!
| Alcuni libri che ho in mano | Impressioni mentre leggo |
| Mattia Bernardo Bagnoli Bologna permettendo Fazi Editore Joseph Nye Leadership e potere Laterza | Un noir che si aggira nei misteri della città nella quale il giovane autore ha studiato. L'urgenza di scriverlo. Il potere delle idee che si incarna in figure capaci di leadership, in nome anche di intere nazioni. La forza non basta. |
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)
Pagina aNobii (social network sui libri)
In libreria: Economia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Feltrinelli
Il pezzo era su Edge:
SOCIAL NETWORKS AND HAPPINESS
By Nicholas A. Christakis & James H. Fowler
We found that social networks have clusters of happy and unhappy people within them that reach out to three degrees of separation. A person's happiness is related to the happiness of their friends, their friends' friends, and their friends' friends' friends--that is, to people well beyond their social horizon. We found that happy people tend to be located in the center of their social networks and to be located in large clusters of other happy people. And we found that each additional happy friend increases a person's probability of being happy by about 9%.
1. Valutare soggettivamente in che modo si usa e dichiarare se piace o non piace
2. Valutare come molti lo usano e dichiarare se piace o non piace
3. Valutare la piattaforma nel suo complesso e vedere se sviluppa servizi che contano
La prima strada è la più pratica e la meno fruttuosa. La seconda arriva a dimostrare che la varietà degli utilizzi della piattaforma garantisce che ci sia qualcosa di interessante e qualcosa di non interessante, con il risultato che si può dimostrare tutto e il suo contrario.
La valutazione della piattaforma nel suo complesso consente di proporre alcune osservazioni più interessanti. Ecco alcune ipotesi:
1. Il servizio è essenziale: dunque si può interpretare molto liberamente. Questo genera una enorme varietà di messaggi. L'utilizzo di quella enorme varietà si può modellare in una grande varietà di modi.
2. Ogni elemento prodotto su Twitter è un feed rss. E le Api sono utilizzabili in modo creativo. Quindi sulla base della massa di messaggi di Twitter si possono costruire altre piattaforme e altri servizi: search, pagine tematiche, classifiche, giochi, condivisione di link, monitoraggio degli interessi prevalenti in un certo momento, sperimentazioni estetiche.
3. Ogni piattaforma può integrare un servizio proveniente da Twitter e viceversa, con sviluppi ancora da esplorare.
Essenzialmente è una forma di condivisione di conoscenze molto malleabile e valorizzabile in molti modi.
La brevità è il suo valore e il suo limite.
La libertà di scegliere di seguire solo gli autori che interessano garantisce che la funzione che si preferisce trovare nella fruizione di Twitter sarà soddisfatta. Nessuno obbliga a nessun contenuto. Al contrario si può scegliere di condividere i propri messaggi con tutti o solo con qualcuno.
Twitter produce una creta di parole cui si può dare la forma che si vuole.
Personalmente la considero una prima pagina di informazione molto personalizzata, iperaggiornata per temi specialistici e quasi sempre sorprendente. A mia volta cerco di contribuire con notizie originali o rilanciando notizie che considero particolarmente degne di nota. Alla prossima puntata gli esempi...
Plumfake @lucadebiase comunicare in modo veloce aggregando interessi comuni
gnomade @lucadebiase: a farti trovare link interessanti, a scrivere un diario di viaggio col cellulare, a imparare notizie, a essere sintetici
fmanclossi @lucadebiase penso che questa immagine postata tempo fa descriva bene Twitter http://bit.ly/2BTo0r
24energia @lucadebiase non ha una funzione specifica.c'è chi scrive che sta andando in bagno,chi segnala link,chi consiglia film,chi segue e basta
24energia @lucadebiase io credo sia utile per la condivisione di informazioni sintetiche.un feed rss più attivo e consapevole
La vecchia home page recitava un messaggio diverso [ cfr. http://www.techcrunch.com/
La privacy su Twitter non è un tema così scottante. Si pubblica e basta, anche se volendo i può rendere il proprio feed privato. Impossibile dire a che serve. E' un canale di comunicazione. Come il telefono può essere usato per chiaccherare, per lavoro, per fare webmarketing...
Ma perché occuparsene? Si potrebbe in effetti lasciare al "mercato" il compito di risolvere la questione. i lettori dedicano il loro tempo e qualche volta i loro soldi a qualche particolare pubblicazione e lo fanno consapevolmente e a loro rischio e pericolo. Questo però sottovaluta le forme di sottile manipolazione che le varie forme di pubblicazione possono mettere in atto.
A questo proposito si potrebbe pensare a una soluzione che non limiti la libertà di espressione e salvaguardi la qualità dell'informazione al servizio dei lettori. L'idea: chi pubblica per informare e vuole prendersi una responsabilità per il diritto dei lettori dichiara quale metodo segue per fare la ricerca su ciò che scrive e/o quale sistema di valori lo conduce a stabilire la sua linea editoriale. Se il testo prescelto per questa dichiaraione fosse basato su uno tra molti possibili template standard e se quei template fossero abbastanza pragmatici e fattuali, quel punto la pubblicazione si assumerebbe una esplicita responsabilità su ciò che ha promesso di fare per i lettori. Ma guadagnerebbe in serietà e affidabilità. Almeno fintantoché fosse coerente con la propria linea editoriale. L'accountability nelle pubblicazioni potrebbe essere un progresso. Ovviamente tutto questo sarebbe volontario. E tanto più utile quanto più pragmatico. (Difficile dirne di più, scrivendo sul cellulare, dalla sala dell'Sts di Kyoto).
Oggi si scopre che la Cir sarà risarcita per i danni che ha subito per quelle strane vicende, sempre che sia confermata la sentenza che condanna la Fininvest a pagare alcuni fantastiliardi di compensazioni. Ma è solo un problema dei grandi capitalisti coinvolti? Ci si domanda se non sarebbe giusto considerare anche le conseguenze subite da che lavora alla Mondadori per quelle strane vicende della proprietà. (link nei commenti).
The Science and Technology in Society (STS) forum, inaugurated in November 2004, holds an annual meeting starting on the first Sunday of October every year, in Kyoto, Japan. The meeting is aimed at creating a global human network based on trust and providing a framework for open discussions regarding the further progress of science and technology for the benefit of humankind, while controlling ethical, safety and environmental issues resulting from their application: "The Lights and Shadows of Science and Technology." In seeking to ensure further progress in science and technology throughout the 21st century, it is necessary to keep possible risks under proper control based on shared values, and to establish a common base for promoting science and technology. Because international efforts as well as concerted efforts between different areas to address these problems are essential, the forum gathers top leaders from different constituencies: policymakers, business executives, scientists and researchers, media - from all over the world.
Il punto è che se una cordata privata riesce a fare un buon affare con lo stato non dovrebbe sedersi a contare i vantaggi accumulati ma dimostrare di saper sistemare quello che la precedente geatione non aveva risolto: l'affidabilità del servizio.
Le persone che usano internet più o meno tutti i giorni tra i 15 e i 55 sono 16 milioni in Italia. La metà delle persone di quell'età. Sono quasi tutti diplomati e laureati. Gli altri? Incrociando con il Censis, si può supporre che sono quelli che vedono solo la tv.
Quattro internettari su cinque usano la rete per le notizie. Solo uno su quattro usa i quotidiani di carta. E molti internettari dicono che da quando usano internet per le notizie usano meno i quotidiani. Tanto che Mario Calabresi dice che si dovrebbe accendere un cero per quelli che comprano il quotidiano in edicola.
Naturalmente ho citato la conversazione di ieri e un passaggio che ne è emerso. Ho cercato di dire che non siamo più nell'epoca delle previsioni ma dei fatti: sta veramente succedendo quello che si poteva immaginare già dieci anni fa. Ma è ingiusto vedere soltanto con preoccupazione una trasformazione così profonda. Che cosa c'è da difendere? Il pubblico sta dicendo che è ora di cambiare. E molti giornalisti sono d'accordo: lo si è visto proprio al convegno dell'Ordine. Chi ha paura ed è particolarmente lento a reagire è probabilmente il sistema degli editori, ma anche loro si stanno finalmente muovendo. Ho cercato di parlare del fatto che diversissimi modelli di business fioriranno, che si può scommettere su nuove forme di pagamento per il lavoro giornalistico professionale, purché si ridefinisca come ricerca (con tanto di metodo, umiltà, spirito di servizio). Il punto di partenza è l'armonizzazione del rapporto con il pubblico attivo, il passaggio dalla gerarchia alla rete, dalla linearità alla complessità. I giornalisti sono chiamati a rinnovare il loro mestiere. E lo faranno. Mentre intanto nasceranno nuovi modelli di business e i vecchi che ce la faranno si rinnoveranno. Non è tanto difficile. E' molto probabile che succeda. E quindi è il momento di concentrarsi a migliorare il nostro lavoro. (Non ripeto quello che ho detto. Casomai, lo farò prossimamente...).
"Internet ha dato forza alla comunità e alle relazioni umane. Ma in un contesto di leggi forti produce più risultati collaborativi che in un contesto di leggi deboli."
Ecco, però ci sono alcune eccezioni che andrebbero studiate (es.:http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1049 ). Forse ne sappiamo ancora troppo poco..