October 2009 Archives

Readings #2

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Frank Schirrmacher è uno degli intellettuali mediaticamente più influenti in Germania. Di questi tempi è ossessionato da una domanda: è chiaro che la tecnologia sta cambiando la capacità umana di pensare, di ricordare, di esprimersi; è chiaro che le persone sono sempre più dipendenti dalle tecnologie; c'è qualcosa di fondamentale che sta succedendo; ma la cultura umana sta evolvendo in modo sufficientemente veloce per adattarsi a tutto questo? (come dire: di fronte all'esplosione delle idee ci sono abbastanza cervelli per comprenderle?). La discussione che segue è su Edge.

Il crollo della fertilità è un fenomeno che si va diffondendo all'insieme dell'umanità. Chiaramente nelle società in transizione si tende a scendere dai sette otto figli per donna a due. E nelle società sviluppate si scende sotto il due. Questo non impedirà alla popolazione di continuare a crescere ancora un po': ma la velocità del fenomeno fa pensare che attorno al 2050, quando si presume che arrivi il picco demografico, non si arriverà più a nove miliardi di persone, ma ci si fermerà a otto miliardi e mezzo. E' comunque una popolazione enorme. Il rallentamento demografico è un fenomeno culturale fondamentale, ma non salverà il pianeta. Ci vuole ben altro, dice l'Economist.

Lo studio dell'Unctad sullo sviluppo delle tecnologie digitali, 2009. A partire dal superamento dei quattro miliardi di abbonamenti a un servizio di telefonia mobile. UnPulse.

Esiste un capitale del popolo, secondo Carlo Alberto Carnevale Maffè. I comportamenti delle persone sono di enorme valore ma nessun prezzo. LoSpazioDellaPolitica.

Sergio Maistrello commenta quanto Reporters Sans Frontières dice della libertà di stampa in Italia. Osserva che più che la difficoltà di accesso alla professione dovuta all'Ordine dei giornalisti c'è una difficoltà di accesso alla professione dovuta agli editori che non assumono. Altra questione è quella della qualità del giornalismo... Filtr in Alpha Preview.

Mifaccioimpresa

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Gli aspiranti imprenditori sono in ribasso in Italia, dice la ricerca Gem di EntEr. Ed è un problema. Perché la nuova imprenditorialità è la principale modalità con la quale un'economia trasforma i vincoli in opportunità, le idee in denaro, i sogni in realtà... E la nuova imprenditoria è il principale strumento per fare nuova occupazione.

Non è un caso che ci sia questo ribasso. Balzano agli occhi, per esempio, le difficoltà di accesso al credito e, anzi, la trasformazione delle piccole imprese in aziende di credito che avviene con il pessimo meccanismo del ritardo nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione e, spesso, delle grandi imprese. Questo è uno dei peggiori difetti del sistema italiano. E qualunque politica per l'imprenditorialità dovrebbe essere annunciata insieme alla decisione da parte dell'amministrazione pubblica di accorciare i termini dei pagaementi, almeno alle piccole imprese.

Senza contare che, sempre più spesso, le fatture non vengono pagate per niente, purtroppo. La magistratura è troppo lenta, in questo caso, per aiutare i creditori.

In questo modo, aziende che hanno un fatturato superiore ai costi, ma che pagano i costi più velocemente di quanto non vengano pagate dai clienti, si trovano in una morsa infernale inaccettabile.

Tra poco, a Mifaccioimpresa una tavola rotonda sull'imprenditorialità e l'uscita dalla crisi...

Anche l'università

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Anche l'università sta subendo gli effetti dell'innovazione nelle comunicazioni attivata da internet. E anche l'università cerca di adattarsi. Non pare che le università online abbiano per ora raggiunto il grado di affidabilità completo delle normali università. Anche perché l'università non è una scuola difficile: è un centro di ricerca e formazione, nel quale le due componenti sono connesse. Difficile anche che i corsi abbreviati, facilitati, possano avere un effetto fondamentale sulla qualità dell'università (il caso degli mba accorciati e la discussione in materia lo suggerisce). In realtà, sono particolarmente interessanti i tentativi di mettere online gratuitamente tutti i lavori di ricerca e insegnamento che servono di supporto all'ecosistema della cultura general: perché il centro del problema è quello di sostenere l'importanza della qualità culturale contro lo scadimento del sapere ad addestramento veloce.

iPhone v. Blackberry

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Una ricerca dimostra che la quota di mercato dell'iPhone sta crescendo, riducendo le distanze dal Blackberry. Secondo Tùav, anche nel settore professionale, l'iPhone non è più visto come un giocattolo rispetto al prodotto della Rim.

David Lane e l'innovazione della specie

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David Lane è l'unico che conosco nel gruppo degli autori del nuovo libro: "Complexity Perspectives in Innovation and Social Change". David Lane lavora al Department of Social, Cognitive and Quantitative Sciences, University of Modena and Reggio Emilia.

Il libro è notevolissimo. In sintesi, dicono gli autori, "Two conclusions stand out from the project. Firstly that innovation and invention have, in a sense, been among the stepchildren of modern research, whether in the social sciences or in the humanities, and secondly that the role of innovation in urban dynamics is much more important than is generally acknowledged".

In sostanza, gli autori raccontano il processo dell'innovazione sulla base della teoria della complessità. Questo consente di correggere la tradizionale modalità degli studiosi dell'innvazione: quella di cercare di comprendere l'innovazione a posteriori. Per comprenderla prima che sia rinosciuta come innovazione occorre una teoria che la veda nel suo farsi, nell'ecosistema che la favorisce.

"It is in our opinion surprising that the scientific community has so little understanding of the process of invention and innovation itself. Generally, the world reacts a posteriori to innovations once they have been introduced. Could we not attempt to shift our stance from a re-active to a pro-active one, and come to understand and guide the process of invention and innovation itself? That would put us in control rather than dealing with things after they have gotten out of hand, and it would potentially allow us to accelerate the innovative process in those domains in which that is most needed, and maybe slow it in others".

"What has thus far held back our understanding of the process of invention and innovation? Our tentative working hypothesis is that that lack of understanding is directly related to the fact that the majority of the scientific community has looked at invention and innovation using a positivist, scientific perspective. In essence, invention and innovation have mainly been studied 'a posteriori'. From such a perspective, creation cannot be described or understood. Hence, we have left 'invention' completely to one side in innovation studies, relegating it to the domain of 'personal creativity', and we have focused uniquely on innovation, i.e. on the ways in which an invention is adopted and spreads throughout a population".

La città è la rete sociale fondamentale che favorisce l'innovazione. Perché è il luogo nel quale l'evoluzione umana si svolge contemporaneamente come specie naturale e culturale.

Ne consegue un approccio che promette molte conclusioni importanti. "From biology to society, specifies how a new kind of organisation has emerged with the historical apparition of human societies. Although Homo sapiens is a biological species, whose individual elements do not in themselves differ from any other animal species in their biological organisation, and  although social systems do share some properties with animal social organisations, two main radically new and distinctive features were created through the process that led to human social organisation. The first one is a self- monitored, directed (intentional) mode of social change. We shall demonstrate that this new kind of evolutionary driver is the result of the integration of new functionalities in social structures due to cultural processes. The second distinctive feature that is essential to our approach of social systems is that it is comprehensive: to shift from a static description of social structures to a dynamic one, we need to consider a variety of social interactions that are usually separated in disciplinary explanations of social systems. The modifications in social organisation that are directed at monitoring social changes, and that produce emergent patterns instantiated in organisations do affect a social system in every aspect and at all its levels of organisation.We describe how function, structure and process are affecting each other, and we build a dynamic, interactionist interpretation of the evolution of social systems".

"In this attempt, it is important to determine which ingredients are necessary for developing a theory of human social innovation that is both general, and precise enough to be relevant. We believe that complexity theories are the necessary framework for developing a modern interpretation of change in complex systems. However, we question two principles that are part of the application of this theoretical approach to physical and biological systems. These are, firstly, the search for invariance and universality in processes. We demonstrate that human social change cannot be described in Darwinian terms, because something new has appeared, i.c. the fact that human societies are inherently responsible for their own innovation. This then leads us to question the applicability of the Darwinian approach of biological evolution to human social evolution".

Ricerca musicale

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Google annuncia un servizio più completo per rispondere alle ricerche che riguardano brani musicali. In collaborazione con MySpace e Lala. Si digita una canzone nel riquadro della search e si ascolta. Tutto legale. La rete avanza. E chi ha resistito per tanto tempo all'avanzamento, ora impara ad adattarsi.

La musica è laboratorio per tutti i contenuti in rete. Non tutto andrà come nella musica, ma dall'esperienza della musica tutti possono imparare. Anche i giornali.

Specializzazioni ad assetto variabile

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Chissà perché, in certi giorni, si discute dello stesso argomento con diverse persone senza che apparentemente ci sia un collegamento. Oggi è stata la volta di specializzazione e interdisciplinarietà.

Domani esce un bel servizio di Ventiquattro sull'interdisciplinarietà (la url arriverà appunto domani). C'è in preparazione un convegno che discuterà l'importanza della specializzazione. E la progettazione del prossimo numero di Nòva è stata come sempre una discussione sui confini mobili tra gli argomenti.

Si direbbe che esistano almeno due tipi di specializzazioni.

Le specializzazioni esclusive, quelle fatte da chi considera la propria materia un feudo da difendere. E le specializzazioni inclusive, quelle che sono portate avanti da chi conosce bene un argomento e non cessa di linkarlo ad altri.

Le specializzazioni esclusive sono proprie dell'epoca delle gerarchie: tutti competono per risorse culturali ed economiche scarse, e chi riesce a conquistare una posizione tende a costruire una muraglia per difenderla. Le specializzazioni inclusive sono proprie dell'epoca della rete: risorse culturali abbondanti, necessità di collegare gli argomenti, libertà di ridefinizione dei confini intellettuali tra le discipline.

Oggi, in piena crisi di risorse economiche ma in piena abbondanza di risorse culturali, si assiste a una scissione tra la pratica della difesa delle professioni intellettuali e la dinamica dell'avanzamento intellettuale. La prima è delegittimata dalla seconda: perché è chiaro che la difesa professionale non corrisponde alla qualità delle idee. Nel giornalismo e in un sacco di altri ambienti. Imho.

La finzione del global cooling

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Si è parlato di un nuovo trend, sorprendente, secondo il quale il pianeta non si sta scaldando ma raffreddando. Principalmente perché l'anno più caldo mai registrato resta il 1998. Ma una ricerca ben pensata dell'Ap ha dimostrato che i dati in nostro possesso non si possono in nessun modo razionale interpretare come prova di un global cooling. (via ArsTechnica)

La lobby dei negazionisti del global warming non sembra andare molto lontano, per ora.

HD voice?

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A quanto pare esiste il concetto di high-definition voice. Ma esiste anche la realtà? Non tutti risponderebbero positivamente.

Status.net

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Se molti vogliono un blog sul proprio dominio, allora molti vorranno un microblog sul proprio dominio. E' l'idea di Status.net. Il team di Status.net sta creando un software open source che si caricherà sul server e che consentirà a chiunque di mettere in piedi un sito di microblogging. Quelli di Status.net sono gli autori di Identi.ca.

Il Kindle in mano

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Si legge in modo straordinario. Il Kindle non si capisce se non si prende in mano e non si prova. La qualità di lettura è davvero soprendente.

Certo, poi esplorando si scopre che sarebbe interessante comprendere come sono scelti i libri in vendita. Per esempio, manca Connected, The Surprising Power of Our Social Networks and How They Shape Our Lives, di Nicholas A. Christakis e James H. Fowler. Peccato, l'avrei comprato. Ed è probabile che quelli col Kindle sarebbero "in target".

Le curiosità non mancano. Andando alle scelte per argomento si scopre che il terzo libro più popolare "di storia" è Il Principe di Machiavelli, che tra l'altro si trova anche gratuitamente. Mentre il giornale La Stampa è in abbonamento a 19,99 dollari al mese, oppure 1,25 dollari al giorno. Si può provare gratuitamente per 14 giorni. Salvo che bisogna andarsi a registrare comunque con la carta di credito (ero già registrato per il sito di Amazon ma evidentemente c'è qualche intoppo). Vabbè. Impressioni dei primi dieci minuti.

Readings #1

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Perché i compensi dei banchieri di Wall Street non scendono e non scenderanno? Perché si prendono quasi la metà del profitto delle banche? È un fenomeno antropologico, non economico, dice Daniel Gross su Slate.

Avatar è il nuovo film di James Cameron. Ed è una buona scusa per leggere questo bellissimo pezzo dedicato al registra, pubblicato da Dana Goodyear sul Newyorker.

Reinventare l'Europa. Da società della conoscenza a società dell'innovazione. Le opinioni di un panel voluto dalla Commissione Europea riservano spunti interessanti, perché per lo meno si pongono problemi veri e ambiziosi. Documento pdf.

L'evoluzione della visualizzazione del cervello negli ultimi 100 anni. Technology Review.

Mauro Lupi si interroga sul fatale crescente disordine con il quale dobbiamo fare i conti. Che si parli di disordine, complessità, approssimazione, si arriva comunque a cercare ogni strada per convivere con l'instabilità intellettuale. Blog.

Steve Cohen, Berkeley

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Steve Cohen, economista a Berkeley, a villa Manin per un convegno dell'Ocse. Dice: "Gli Stati Uniti hanno ristrutturato le loro economia. Si sono conventrati sulla produzione e il packaging del debito. E sono il massimo debitore del mondo. È un problema per loro e per il mondo.

La sola strada per cambiare la situazione è crrscere nell'innovazione reale. Il che significa capire come funziona. E ormai ci è chiaro che l'innovazione viene dall'imprenditorialità che punta su nuove idee.

Sappiamo che l'imprenditorialità innovativa si manifesta in cluster e distretti, che fioriscono intorno a grandi e buone università. La massima parte dei nuovi imprenditori non ha un'educazione di economia e management, ma un'educazione tecnologica. L'università e la sua capacità di sviluppare nuove idee, persone motivate, networks di persone capaci, è la singola più importante causa di crescita dell'imprenditorialità innovativa."

Di passaggio sulle conversazioni

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Un post precedente (Attenti al loop) ha generato reazioni, soprattutto per l'idea di distinguere tra atteggiamenti competitivi e atteggiamenti collaborativi nell'ambito delle conversazioni. (Segnalo qui quelli commenti, e ne ringrazio gli autori, in attesa di scrivere un nuovo post che ne tenga adeguatamente conto).

Gaspar ha negato la possibilità di una simile distinzione, perché le conversazioni sono quello che sono e al massimo ci sono persone civili e persone maleducate. Altri hanno approvato: internet pr ci ha visto un ragionamento adatto a capire l'atteggiamento tipico delle persone che si occupano di marketing quando immaginano le loro marche sui social network; semiotblog vi ha visto il dubbio sull'idea che internet sia "sempre" il contesto adatto a far emergere una conversazione collaborativa; niente ha sottolineato soprattutto la relazione tra regole e atteggiamenti delle persone; antonio vede la relazione tra collaborazione e capacità di portare avanti un progetto; e Mario Todeschini Lalli aggiunge il concetto di conversazione orientata ad arrivare a una decisione, una conversazione deliberativa, il che lo conduce a una riflessione sulla gestione dei conflitti nella società digitale.

Intanto, su questo blog sono emerse altre considerazioni che riporto qui: 

"Internet ha dato forza alla comunità e alle relazioni umane. Ma in un contesto di leggi forti produce più risultati collaborativi che in un contesto di leggi deboli."
Ecco, però ci sono alcune eccezioni che andrebbero studiate (es.:http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1049 ). Forse ne sappiamo ancora troppo poco..

Luca, per ragioni che non avevano nulla a che fare poco dopo aver letto questo tuo interessante post sono finito sul sito d'informazioni dell'Unione delle Comunità ebraiche (http://moked.it/unione_informa/091016/091016.htm), che apre con un pensiero di un famoso commentatore biblico medievale offerto dal rabbino Roberto Colombo. Mi sembra adatto:

Dio disse: "Faremo l'uomo" (Gen. 1,26). "Faremo" e non "Farò". Pur potendo agire da solo Dio chiese la collaborazione degli angeli. Questo per insegnare a noi lettori la buona educazione, il garbo e la cortesia. Nessuno deve agire senza prima chiedere il consiglio e la collaborazione anche di coloro che si reputano meno capaci. (Rashì)

La questione è, naturalmente, come "organizzare" e far funzionare "buona educazione, garbo, cortesia" perché generino "consiglio e collaborazione" nel contesto del quale parliamo. Non ho una risposta, ma sono convinto che non può essere affidata - come pure da qualche parte ancora si ritiene - a presunte qualità innate della comunicazione in rete.

La non finitezza della rete rende urgente riconoscere che ci sono problemi che nascono proprio dalla caratteristica "di massa" dell'ambiente. Quand'anche non ci sia un unico "broadcaster", resta la dimensione numerica che rende più complicato "conversare".

Altro elemento da valutare: la "conversazione" è un'immagine insufficiente per comprendere quello che si fa o si dovrebbe fare. Nel suo significato tradizionale la conversazione non è di solito "finalistica", non si propone di per sé uno scopo -- anche se spesso genera delle conseguenze. Esiste invece anche una comunicazione a più voci, una conversazione che definirei "deliberativa", che si effettua cioè al fine di arrivare ad alcune conclusioni, per quanto provvisorie.

Si tratta del tipico atto "politico": discutere per decidere. Può applicarsi a materie ufficialmente ritenute politiche, a materie più vicine alla vita di tutti i giorni(es.: le terribili riunioni di condominio), ad altre più "culturali" (una relazione di un gruppo di studio, un progetto di corso di laurea, ecc.).

E' in particolare per questo tipo di conversazione, per le conversazioni "deliberative", che nasce un diritto oggettivo che le regola sulla base di premesse di valore e di codici comportamentali condivisi.

Da un paio di secoli a questa parte, nella società politica e civile dell'Occidente liberale, queste regole si sono costruite sulla base di un concetto fondamentale: il conflitto degli interessi, delle convinzioni, delle idealità deve essere riconosciuto come ineliminabile e le regole servono per "gestirlo" (manage) non per eliminarlo. Un concetto che non capiscono gli integralisti di ogni genere, compreso il nostro attuale presidente del Consiglio che semplicemente non sa darsi una ragione del perché non tutti lo "amino" come pensa di meritare.

Dovremmo cominciare a discutere del conflitto nella società digitale e delle regole per gestirlo.

Bella la citazione del Genesi, e anche il commento. Il plurale c'è perchè il soggetto sono gli Elohim, ossia, "i Signori". Quel versetto del Genesi è parte della cosiddetta tradizione "elohista", che è affiancata ad un altro mito della creazione dell'uomo, che invece è della tradizione "yahvista" (quello dell'arglla, la costola etc.). Anche l'ebraismo alle origini era un politeismo.... viva il politeismo.

il politeismo è più collaborativo...

Piccola parentesi, per Antonio Roversi. Io lo incontrai a gennaio 2006, per rep, avrei voluto tornarci, ma, forse non lo sai Luca, purtroppo da due anni non è più su questa terra. Era una splendida persona.

Oh non lo sapevo.. Mi dispiace tanto.. L'avevo conosciuto solo in occasione di quell'intervista e avevo pensato spesso alla sua coraggiosa ricerca.

A pelle, non mi piace la distinzione tra conversazione collaborativa e competitiva. La parte più qualificante della conversazione non è il dire, ma è l'ascolto attento, rispettoso ed empatico dell'interlocutore che hai davanti.

Sulla base di questa definizione, ci sono le conversazioni, e poi ci sono (scusa il tecnicismo) gli stronzi. Il bello di internet non è che elimina gli stronzi, è che non ti obbliga a seguirli.

Grazie.. Ci penserò meglio. Ma ho l'impressione che.. it's more complicated than that :)

Credo che tutto debba passare per il rispetto e la fiducia del "codice più importante" da parte di tutti gli attori della conversazione, sia essa collaborativa o competitiva. Se è scontato per chi collabora che debba sviluppare rispetto e fiducia intorno a dei valori e per un progetto comune, non è affatto scontato per chi compete. Sono curioso di sapere come evolverà questa conversazione.

Luca, ci avevo ripensato pure io, da qui la triste scoperta, a Roversi (il cui blog è ancora on line: http://www2.scform.unibo.it/wordpress prendila come una notizia, ci scappasse una commemorazione) dopo L'odio in rete, per recensire il quale mi disse:

Internet oggi «è un po' ancora mitologia, e sempre più vita quotidiana, tanto che quello della rete non si può più considerare uno "spazio virtuale". E neppure un "villaggio globale", uno spazio democratico e cosmopolita: sembra piuttosto, anche se non solo, uno spazio in cui riprodurre e amplificare le differenze, dove far prevalere criteri identitari marcati e non negoziabili. In una parola, assistiamo a una "balcanizzazione" della rete».

E questa va dedicata all'ottimo Gaspar :)

Io francamente questa volta non sono d'accordo con Gaspar.

La conversazione è la modalità di interazione che prevede che ci si alterni nella attività del parlare e dell'ascoltare in modo non strutturato, è l'antitesi della conferenza.

Collaborazione o competizione sono due possibili sfumature della conversazione, in realtà non esistono conversazioni completamente collaborative o completamente competitive, credo che in ogni conversazione ci sia una mix di questi due atteggiamenti.

Il problema non sta nella competizione che non è di per sé un disvalore, ma nelle modalità usate per sostenere una propria tesi.

In realtà la rete non è che uno strumento di comunicazione e le dinamiche della rete altro non sono che le dinamiche del mondo reale, qualche volta amplificate in modo negativo dalla immaterialità e dall'anonimato.

Francamente rispetto a conversazioni molto competitive trovo che quello che uccide la conversazione è l'atteggiamento, molto comune tra le "blog star" che dopo la prima contestazione a una loro affermazione nemmeno rispondono e se chiedi come mai ti rispondono "se non siamo d'accordo a cosa serve rispondere?" trasformando la conversazione in una sterile serie di conferenze.

bob

PS quello che tende ad uccidere la conversazione a mio modo di vedere è il cross posting una volta giustamente considerato negativo, oggi largamente praticato.

Anche a me la visione della conversazione in rete in termini di dualismo collaborazione/competizione non convince molto. Anzi ritengo che il risultato migliore in termini di co-creazione e scambio di conoscenze si abbia spesso quando le persone coinvolte hanno punti di vista diversi sulla medesima tematica. Anche su questo blog credo che i thread più lunghi, più interessanti ed in grado di metter in circolo nuovi flussi di conoscenza (per chi vi partecipa o chi semplicemente li legge) siano quelli che nascono dal disaccordo rispetto alle opinioni di Luca, a quelle dei protagonisti dei suoi post o ancora a quelle espresse nei commenti. Citare in questo caso la metafora economica più concorrenza=maggiore bene pubblico credo sia pericoloso, però temo sia un errore altrettanto grave considerare la competizione in termini esclusivamente negativi.

ascolto con molta attenzione.. spero di fare presto un nuovo post in materia.. come sempre sono più interessanti i commenti dei post. ma vorrei precisare che il mio intervento mirava a distinguere diverse dimensioni della "conversazione", che rischia di diventare una nozione troppo larga per poter essere pienamente significativa.. imho

Per fortuna la lingua italiana è già ricca di termini per indicare una interazione verbale tra due esseri umani. Ad esempio conversazione, discussione (quella di cui parlava Bob), disputa, litigio, alterco, gazzarra, etc.

David Weinberger

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Il contenuto non è i media. Internet non è un medium. O meglio è "anche" un medium, è come un medium, ma è un posto; è un mondo, è parte del mondo, non è separato dalla nostra vita.. il web è il mondo..

Il web è il mondo, ed è fatto di iperlink; è content, è il medium che ti porta da un contenuto all'altro, qualcosa di nuovo. Il web è un mondo di idee e di raccomandazioni di idee proposte dalle persone; è un mondo di differenze...

La tecnica dell'autorità tradizionale è costruita sulla tecnologia dei libri, ma il libro è un medium non connesso... I link cambiano la struttura dalla quale emerge l'autorità. Come impariamo a trovare quello che cerchiamo e a ritenere autorevole quello che troviamo?

La quantità di informazione è enormemente cresciuta; la gestiamo con altra informazione (sull'informazione): metadata. E con la search ogni pezzetto di contenuto diventa anche un modo per trovare qualcosa: metadata e data diventano la stessa cosa. Tutto questo è troppa informazione? abbiamo trovato il modo di trovare i contenuti con l'aiuto delle altre persone. Ma non basterà. Abbandoniamo la gerarchia dell'autorità che offre la risposta perfetta: basta una risposta abbastanza buona.

Sul web una risposta abbastanza buona è spesso abbastanza buona.. non distrugge la credibilità (come avverrebbe sui vecchi media).

Sul web la trasparenza sta rispondendo alla stessa esigenza che era soddisfatta dall'idea di obiettività nei vecchi media.

Ma era obiettività? Stiamo rigettando l'idea che i media tradizionali abbiano autorità solo perché possiedono i mezzi per pubblicare. Certo, i media non spariranno; ma la loro autorità si ricostruirà in base alla loro capacità di contribuire al sapere in rete..

Ma se la rete è un mondo di differenze più che di consenso, non fa agenda setting. E' questo il nuovo ruolo dei "vecchi media del futuro"?. Non sembra: la rete come mondo di differenze non fa agenda setting; ma non credo in fondo che i vecchi media l'abbiano mai settata..

Martin Sorrell

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Martin Sorrell, Wpp, 1 su 3 inserzioni pubblicitarie su qualunque medium è fatta attraverso il nostro lavoro. In tutto il mondo. Oggi 25% del nostro business è online! (In Italia poco, solo 6%; nei paesi più avanzati oltre il 35%; Danimarca e Uk pubblicità online più grande che quella televisiva). Andiamo sempre più in Asia, sempre più online, sempre più orientata a comprendere i comportamenti dei consumatori.

Le media companies che stanno solo su un mezzo e solo in un mercato nazionale sono destinate a trovare fortissimi problemi.

La globalizzazione era l'americanizzazione del mondo. Ora è lo spostamento verso l'Asia del baricentro del mondo.

Il cellulare è più veloce dell'internet fissa. E l'India è più veloce della Cina. 

Usa si riprenderà. Europa sarà più nei guai. Difficile convincere i giovani, ma più importante è convincere gli anziani (invecchiamento della popolazione ovunque, Cina in testa).

Web: nonostante la fine della bolla della fine degli anni Novanta, internet continua a disintermediare i mercati tradizionali (Google è un "paginegialle" meccanico)...

Il prossimo business model: pay per view, advertising, pay per content... Murdoch ha perfettamente ragione. Ma bisogna capire quale contenuto la gente sarà disposta a pagare.

Ma soprattutto deve cambiare la struttura delle aziende. Più globali e più locali (governo, education...). Più responsabilità sociale. Branding e innovazione. Ma soprattutto innovazione.

Ma Martin Sorrell non sta parlando della credibilità della pubblicità. Bisogna chiedergli qualcosa del genere.

Dice: Google sta cambiando diventando qualcosa di più simile a una normale azienda con i problemi che riguardano le grandi aziende. Chi beneficia del cambiamento è la gente. La concorrenza di avvicina alla perfezione i profitti scendono.. Le compagnie che scommettono su molti mercati, che innovano, che spostano l'asticella stanno meglio... Sarà dura per monetizzare per le aziende tradizionali. Tutto molto flessibile. Le mode passano velocemente. I successi crescono, esplodono, passano... Come Second Life...
Conversazione collaborativa e competitiva.

Abbiamo capito che la parola "conversazione" spiega molto di quello che avviene sui media sociali. Ma è tempo di elaborare una strategia per andare avanti con il ragionamento: la parola è precisa, ma non sufficiente a definire una strategia per le strutture che devono attraversare questa fase di grande trasformazione e ridefinire il loro ruolo. Sto pensando, ovviamente, a giornali, università, uffici marketing... In mancanza di una certa chierezza possiamo entrare in un loop equivoco e pericoloso. Mi spiego.

E' possibile definire come conversazione un talk show? Una conversazione è sempre collaborativa, oppure può essere competitiva? Ci sono tecniche per emergere in una conversazione competitiva?

In una conversazione collaborativa tra amici ci si ascolta e si cerca di informarsi, divertirsi, coltivare una relazione umana.

In una conversazione competitiva si cerca di far prevalere la propria idea su quella degli altri.

Se una conversazione collaborativa avviene online in un contesto adatto, si sviluppa un progetto condiviso e ci si avvicina a realizzarlo con le forze e le competenze di tutti i partecipanti.

Se una conversazione competitiva avviene in un talk show televisivo pensato per mettere a confronto diverse posizioni politiche, l'obiettivo è convincere i telespettatori di un'opinione o almeno impedire ai telespettatori di comprendere le ragioni della parte avversa.

Tra questi due estremi ci sono molte situazioni diverse. E molti equivoci. La prevalenza della nozione di conversazione non è sufficiente a definire un percorso che porti le persone verso un progetto condiviso, verso un avanzamento della conoscenza, o verso un vero confronto di fatti e teorie. La conversazione costruttiva, collaborativa, avviene solo nei contesti adatti. E allora la domanda diventa: internet è sempre il contesto adatto a fare emergere una conversazione collaborativa?

Si può dire che è più probabile che una conversazione collaborativa che faccia contemporaneamente avanzare la conoscenza e la qualità delle relazioni sociali avvenga su internet piuttosto che in televisione. Ma il fatto che avvenga su internet non è sufficiente a definirla collaborativa. Se infatti si applicano anche su internet le tecniche sviluppate per le conversazioni competitive in televisione, ci si parla sopra, non ci si ascolta, si tenta soltanto di far prevalere una posizione. E Arturo di Corinto, su Nòva (4 giugno 2009), ha dimostrato che i partiti italiani hanno pagato ragazzi durante la campagna elettorale per le europee proprio per fare quel lavoro online.

Insomma: la tecnologia internettara consente la conversazione collaborativa; e visto che tante persone ne sentivano tanto bisogno, in effetti su internet è esplosa una vera, grande conversazione. Ma la tecnologia non impedisce la conversazione competitiva: e visto che le strutture che vivono di competizione e non di collaborazione se ne sono accorte, internet è diventata anche il luogo dove ci si scanna come e più che altrove. (Non c'è solo la politica italiana, infatti, per la quale lo scannatoio principale è la tivu e i suoi annessi e connessi; ci sono i siti dell'odio vero, come quelli studiati da Antonio Roversi, docente di Strategie della comunicazione multimediale a Bologna, dall'integralismo islamico, al tifo calcistico, alle organizzazioni di estrema destra e alle forme eversive di ogni colore...).

Qual è dunque il tema? Dov'è che in prospettiva si svilupperà la conversazione collaborativa che tanto ci piace? Direi che questo avverrà in un contesto nel quale ci sarà maggiore consapevolezza non solo dello strumento che utilizziamo, ma anche delle dinamiche e delle regole che guidano la convivenza. Nelle sue diverse dimensioni: società, comunità; mercato, scambio; legge, etica.

Società e comunità


Gustavo Zagrebelsky, con i suoi libri e articoli su Repubblica, ci aiuta a distinguere tra le diverse dimensioni della convivenza, inducendo a riflettere sulla necessità di istituzioni forti che garantiscano che quella convivenza sia pacifica.

Qualunque semplificazione in materia è sempre difficile. E non mi ci voglio certo addentrare. Ma è chiaro che le regole sociali secondo le quali esistono contratti tra le persone, istituzioni cui rivolgersi, leggi accettate da tutti, sono un contesto nel quale molti aspetti potenzialmente violenti della convivenza si sciolgono in una microconflittualità non violenta. La legge non è uno strumento di collaborazione, ma eventualmente di consenso sui comportamenti che vanno bene a tutti. La collaborazione viene dalle logiche della comunità.

Se nella società tutto è regolato per contratto, per diritti e doveri, per carte e moduli, si collabora in base alla presunzione che non ci si può fidare dell'altro. La relazione competitiva è prevalente. Se nella comunità un accordo tra "gentiluomini" si firma con una stretta di mano, se l'onore e la fiducia sono gli strumenti principali in base ai quali ci si mette d'accordo, in questo contesto la relazione collaborativa è più probabile. Nelle dimensioni legalmente codificate valgono gli strumenti della relazione, mentre nelle relazioni di comunità vale il senso e lo scopo delle relazioni.

Un'ipertrofia della codificazione può finire col bloccare l'innovazione, nel senso che spinge a concentrare una quantità di sforzi sulla formalità e a diminuire l'attenzione intorno alla creazione di qualcosa di imprevisto. Un'innovazione, spesso, viene da un pensiero sviluppato da una comunità o da qualcuno che ha visto qualcosa che non era già stato burocraticamente previsto. E poi è chiaro che tutto ciò che è dovere, diritto, modulo, codice, è pesante: mentre tutto ciò che è relazione, creazione, amicizia, fiducia, è leggero e interessante. Noi viviamo nella nostra comunità, non nel codice.

Ma attenzione: il codice serve invece per tutto ciò che deve garantire l'equilibrio tra innovazione e continuità, evitando la prepotenza, l'inganno, la violenza. Perché una comunità non è necessariamente un luogo della parità tra le persone. Anzi: spesso sono proprio le leggi che riequilibrano le relazioni di prepotenza o di ingiustizia.

Se le relazioni che una popolazione vive sono prevalentemente di comunità (occhio che tra queste vanno necessariamente comprese le relazioni feudali, mafiose, oligarchiche...) ma mancano le leggi che impediscano l'inganno, la prepotenza e la violenza, la comunità prevale ma non la collaborazione.

Insomma: un contesto giusto e umano è un contesto nel quale le relazioni di comunità e quelle codificate sono in equilibrio.

Internet ha dato forza alla comunità e alle relazioni umane. Ma in un contesto di leggi forti produce più risultati collaborativi che in un contesto di leggi deboli.

In realtà, l'innovazione nei codici è proprio il lavoro della politica. E la politica, in democrazia, è competitiva. Ma se la competizione si mangia tutto il dibattito, si perde molta ricchezza intellettuale ed esperienziale, si costruisce meno sul progetto e più sulla contrapposizione.

Quindi quello che serve è che l'innovazione nei codici venga attuata nel contesto di un codice più importante - tipicamente la Costituzione - che garantisca un processo per cui prima c'è una conversazione collaborativa che rispetti tutte le posizioni e le esperienze e poi si passi alla competizione.

Il rischio di parlare solo di conversazione, senza distinguere le dinamiche diverse della conversazione, può portare a qualche confusione: se ne parla in termini di democrazia plebiscitaria, democrazia padronale, democrazia familiare o democrazia populista. E la conversazione può essere utilizzata anche da queste dinamiche in assenza di un contesto costituzionale solido, chiaro e condiviso.

Credo che queste siano intuizioni sulle quali dovrò fare ancora molta riflessione. Spero possano indurre a qualche contributo, paziente e "collaborativo".

Résumé

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Legal Sensors

Fcc apre un sito per sviluppare i principi da applicare in nome della net neutrality.

Parte una consultazione per comprendere le conseguenze delle nanotecnologie e diffondere la consapevolezza dei reali rischi.

Non ci sono prove della pericolosità dell'esposizione alle radiofrequenze. Le Monde, che si era allarmato in passato, fa un passo indietro.

Pare che il governo francese pagherà un po' di soldi per la formazione dei giornalisti che devono imparare a lavorare sul web... Uhmmm...

I finlandesi dichiarano che internet è un diritto fondamentale del cittadino. (Dario)

Techno Sensors

Apple va verso un decimo del mercato americano, ma in Europa resta sotto un ventesimo del mercato, nei personal computer.

In attesa di provare Google Wave si possono leggere pezzi ingenuamente interessanti sull'argomento. E pezzi più interessanti senza ingenuità.

Social Sensors

Huffington Post testa in diretta l'efficacia dei titoli e li aggiusta in funzione del gradimento dei lettori.

Non tutti i medici segnalano alle autorità i cittadini privi di permesso di soggiorno. (Metilparaben)

I polli di Renzo si beccavano tra loro mentre venivano portati all'Azzeccagarbugli... (Niente)

Internet fa cultura

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Una fantastica ricerca su Le Monde sulla relazione tra l'uso di internet e l'accesso a esperienze culturali come cinema, teatro, musei, ecc, in Francia. Vista in prospettiva di lunga durata.

Si scopre che il maggior tempo dedicato dalla gente allo schermo del computer e del telefonino per stare online non è sottratto alle altre esperienze culturali. Anzi: proprio chi usa di più internet fa anche più esperienze culturali.

Piuttosto è la televisione a non andare d'accordo con le esperienze culturali.

Una survey tutta da leggere. Le Monde. Documento.
Stefano Quintarelli invita a protestare contro Catherine Trautmann (http://catherinetrautmann.net/) e Alejo Vidal-Quadras (http://www.vidal-quadras.com/).

I due rappresentavano il Parlamento europeo in una complicata trattativa e a quanto pare hanno tradito il loro mandato. Erano impegnati a impedire che passasse la nuova regola secondo cui, per i reati compiuti su internet, gli stati membri "possono" richiedere una decisione della magistratura (in realtà, qualcunque persona civile vorrebbe che in quella legge ci fosse scritto "devono"... cioè non possono saltare la magistratura, non possono decidere per via direttamente governativa o tecnica come vorrebbe per esempio la Francia del marito di Carla).

Stefano spiega tutto benissimo e invito a leggerlo.

Inoltre ci sono le cronache di Scambio Etico e La Quadrature.

Letture per Ostrom

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Dopo il Nobel a Elinor Ostrom, studiosa dell'economia dei commons, si cerca di leggere il più possibile in materia. Una bella raccolta di consigli è su Nexa.

Résumé: social sensors

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GG riprende il fatto dei blog-twitterer che hanno aiutato l'informazione britannica a far uscire un nome che non doveva essere reso pubblico. E in un cinguettio segnala che Journalism.co.uk pubblica un servizio sui nuovi lavori scelti dai giornalisti che hanno perso il posto in un giornale.

Intanto FriendFeed perde terreno. Doveva essere la prossima Twitter ma si è venduta a Facebook e ora non va più. Significa che, sebbene gli estimatori della crescita esponenziale lo dimentichino spesso, che non tutto ciò che cresce in modo accelerato continuerà a farlo in futuro... Banale ma difficile da ricordare. E i sensori vanno tenuti bene accesi: il nuovo Technorati ha superato Twitter in termini di visitatori unici questa settimana (Jalichandra).

Infoservi segnala l'imminente arrivo di un aggregatore di blog di Telecom Italia, chiamato in codice DailyMe.

La speranza che internet superi la tv resta elevata, anche se conduce a vedere i dati in modo un po' parziale, come oggi su OneWeb2.0 (in realtà, i dati di Finzi si riferiscono alla parte di popolazione che è connessa al web; che purtroppo non è ancora la maggioranza).

Il libro dell'anno 2018

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Quelli con la palla di cristallo dicono a Francoforte che nel 2018 gli ebook supereranno i libri di carta (El Pais). Anche se attualmente le vendite di ebook sono solo lo 0,8% del totale in Europa. Molti credono che l'arrivo della nuova generazione di lettori e la scelta di molti editori di preparare i libri in formato elettronico sia decisiva per il successo dell'ebook. Di sicuro ci saranno battaglie sui prezzi, sulle connessioni, sui diritti, sugli standard e sulla pirateria.

Ma un fatto è certo. Erano anni che non si sentiva una tale energia intorno alla questione degli ebook. Ed è chiaro che la differenza l'ha fatta il Kindle. Con la qualità dello schermo, la connessione wireless, il prezzo standard dei libri. Ma avviato il processo, ci sarà una fioritura di soluzioni alternative.

A proposito. Possibile che nessuno in Italia ci stia mettendo la testa? Abbiamo fantastici produttori di set-top-box per la tv e non siamo capaci di fare gli ebook? Perché mai?

I blog contano, eccome

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In Gran Bretagna, il Guardian stava seguendo una vicenda loschissima. Un traffico di rifiuti illegalmente affondati in mare al largo della Costa d'Avorio. Ma un cavillo impediva di pubblicare il nome dell'azienda coinvolta. (Ap)

Il Guardian ha dato notizia della cosa sul sito, senza fare i nomi. E dicendo che non poteva farli per un cavillo. I blogger si sono scatenati e hanno cercato la soluzione, arrivando in poco tempo attraverso una fattiva collaborazione a pubblicare i nomi: Trafigura, l'azienda, Carter Ruck, lo studio legale.

La blogosfera britannica si è tanto riempita di questi nomi che Trafigura e Carter Ruck hanno accettato che si parlasse esplicitamente di loro anche sul Guardian.

I blogger che collaborano per trovare fatti. In armonia con il giornale professionale. Allo scopo comune di far venire fuori quello che sta succedendo. Niente male davvero!

Frammenti

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La serie-gioco-fiction di SHADO e LOG607, società nate in H-Farm a Treviso, che sarà trasmessa a partire dal 22 ottobre su Current Tv, è destinata a farsi notare. Ieri se n'è potuto vedere qualche brano con Tommaso Tessarolo e Co. Che peraltro avevano dato la vera anteprima al Venerdì di Repubblica.

Penso che sarà divertente. Ma che da Current si voglia anche qualcosa di più. La loro non è solo televisione e audience. E neppure sperimentazione nella fiction interattiva. La storia, che non racconto neppure per la piccola parte che ho visto, riguarda la ricerca esasperata di profitti e potere a mezzo di farmaci e mind-control. C'è il movimento di opposizione. E c'è l'eroe. Soprattutto ci sono i telespettatori che diventano giocatori e dunque parte del divertimento. Ma, proprio per Current, l'occasione è buona per una grande inchiesta sui temi del corpo e della scienza che lo modifica: temi che si aprono sempre più chiaramente di fronte a un'umanità ancora sostanzialmente ignara. I giocatori possono a loro volta dare contributi, non solo di opinione, ma anche fattuali, su quello che sta succedendo intorno a noi. Vedremo.

Intanto, saltando di palo in frasca, si può dire che Frammenti sdoganerà l'accento veneto in un programma drammatico e teso, molto diverso dal solito utilizzo teatrale di quella parlata limitato all'ambito della commedia. In bocca al lupo!

"//"

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Dice Tim Berners-Lee che quel "//" negli indirizzi internet non era necessario. E dato che secondo WolframAlpha i siti internet esistenti sono 231.5 milioni, 1,393 miliardi di persone sono connesse, mezzo miliardo cerca qualcosa su google ogni giorno, ci sono 9,1 (con 16 zeri) byte su internet, ..., con grande precisione si può affermare che si poteva risparmiare un sacco di potenza di calcolo e di memoria.

I commons funzionano

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I commons non sono gestiti male, non sono inefficienti e non sono destinati a essere privatizzati o messi sotto il controllo dello stato per funzionare (come vorrebbe l'integralismo economicista). O almeno questa è la conclusione cui è giunta Elinor Ostrom, che ha appena co-vinto il premio Nobel per l'economia. (Wsj)

Confusione Murdoch

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Ok. A quanto pare non è che Murdoch fosse davvero interessato a far pagare ai consumatori tutte le sue pubblicazioni online. Semplicemente non è contento di come vanno le cose attualmente. E vuole che gli aggregatori restituiscano una parte del valore che generano in base ai contenuti di proprietà degli editori. In effetti, la sua strategia è cambiata radicalmente almeno quattro volte negli ultimi dieci anni. E anche negli ultimi tempi, le sue idee si sono andate progressivamente precisando...

Ftc e la sopravvivenza del giornalismo

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La Federal Trade Commission americana si occuperà ai primi di dicembre di analizzare come - e se - il giornalismo sopravviverà all'avvento di internet.

BookBlogging - Pirati e designer

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More about Punk capitalismo. Come la cultura giovanile sta reinventando il mondo degli affariFin da Sombart sappiamo che la pirateria e il capitalismo hanno qualcosa in comune. In queste dimensioni borderline dell'economia borderline, le leggi non sono altro che dei dati di fatto con i quali confrontarsi - per strumentalizzarli, modificarli, aggirarli - nell'ambito di due attività di accumulazione di ricchezze che per costituzione non si cura del normale senso del limite.

Ma mentre sul piano della relazione con le leggi la pirateria e il capitalismo si assomigliano, divergono in relazione alla società. Pur tenendo conto delle identità multiple di ciascuno, la pirateria continua a godere di un alone vagamente romantico, vagamente temibile, ma sostanzialmente legittimato quando si concentra sull'aggiramento di regole considerate obsolete. Il capitalismo, invece, è costretto a cercare a ogni passo la sua legittimità, controllando i giornali, restituendo parte delle ricchezze in beneficenza, o finanziando attività artistiche di varia natura: tutt'altro che romantico, il capitalismo è spesso il portatore di un'ideologia della razionalità esasperata, fondamentalmente disumana. In generale, il pirata è in basso nella banalità delle gerarchie sociali, mentre il capitalista è in alto: le due figure non si toccano se non, appunto, quando entrambi aggirano o modellano a loro piacimento le leggi.

Generano innovazione, capitalisti e pirati. Le società che entrano in contatto con le loro azioni non possono restare indifferenti. Ma il rischio per entrambe le figure è di restare nel dominio del parassitismo: quando sono larghi gli spazi dell'illegalità, quando il sistema giuridico lascia ampia libertà di manovra a chi cerchi il proprio vantaggio oltre i confini della formalità, allora i capitalisti e i pirati non hanno bisogno di innovare. Il loro apporto è forse più costruttivo quando si confrontano con sistemi più strutturati, in grado in sostanza di trasformare i loro atteggiamenti innovativi in qualcosa che migliora il sistema nel suo complesso.

More about Design-Driven innovation. Cambiare le regole della competizione innovando radicalmente il significato dei prodotti e dei serviziMa c'è qualcosa di più nell'innovazione del pirata cui pensa Mason. La capacità di manipolare la realtà per immaginarne una narrazione. La musica è ispirazione di tutto il libro. E ne diventa il senso fondamentale.

Il che induce a segnalare accanto alle intuizioni di Mason, lo studio di Roberto Verganti che - se così si può dire - si concentra sul lato meravigliosamente piratesco del management dell'innovazione. Il lato in cui il pensiero convenzionale viene superato dalla visione, dalla capacità estetica, dalla volontà di espressione e dall'energia del leader che riesce a portare il valore fondamentale al prodotto: il suo senso. Il libro di Verganti ha il merito di sottolineare come la capacità di generare senso sia al centro dell'innovazione, oggi. E che quindi dipenda non dalla pedissequa adesione alle regole convenzionali del marketing e della tecnologia, ma da un salto di qualità nella relazione tra chi sta in azienda e il suo pubblico: un salto grazie al quale entrambi portino valore. Entrambi.

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Alcuni libri che ho in mano             
  Impressioni mentre leggo
Mattia Bernardo Bagnoli
Bologna permettendo
Fazi Editore

Joseph Nye

Leadership e potere
Laterza
Un noir che si aggira nei misteri
della città nella quale il giovane autore
ha studiato. L'urgenza di scriverlo.

Il potere delle idee che si incarna
in figure capaci di leadership, in nome
anche di intere nazioni. La forza non basta.
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Le puntate precedenti di questa specie di "rubrica"...
Scrivere la musica (6 settembre 2009)
L'arte dell'artigiano (28 giugno 2009)
Gandhi (7 giugno 2009)
La storia dei giornali (24 maggio 2009)
La valanga della crisi (29 marzo 2009
Il destino della storia (1 marzo 2009)
L'imprenditore di Schumpeter (22 febbraio 2009)
Il regime dei media (15 febbraio 2009)
Paul Veyne e costantino (9 febbraio 2009)
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
Ricchezza della lettura in rete (3 giugno 2007)
Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)


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Scrivono di libri: Clelia Mazzini (Akatalēpsìa), Luisa Carrada (Il mestiere di scrivere), Stefania Mola (Squilibri), Ste (melodiainotturna), Ossimora (Antonia nella notte), Remo Bassini (Appunti), Seia Montanelli (Paese d'Ottobre), Renee (Book of the day), Mitì Vigliero (Placida Signora), Gian Paolo Serino (Satisfiction), Gattostanco, Gabriella Alù (Non solo Proust), Patrizia Bruce (Dimmi, cosa leggi?), Angèle Paoli (Terres del femmes), Alessio. E... VibrisseLipperaturaLitteratitudineWittgenstein, talvolta. E inoltre: Bottega di LetturaPenna e mouseBookrepublicLa FrustaZamBooksblog. E MilanoNera. E Sottotomo... BooksWebTvPalagniacAmalteoCarmilla onlineAntonio Genna. E Nazione indiana.


Pagina aNobii (social network sui libri)

In libreriaEconomia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltreFeltrinelli



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Social network e felicità

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Da ricordare un passaggio di Christakis e Fowler sulla relazione tra social network e segnali di soddisfazione o felicità emergenti. I due sono autori di una ricerca sulla generazione di convenzioni in rete. Un risultato della tendenza emulativa che si osserva in rete: ogni persona felice che si aggiunge alla rete sociale di ciascuno aumenta la sua probabilità di essere a sua volta felice del 9%.

Il pezzo era su Edge:

SOCIAL NETWORKS AND HAPPINESS
By Nicholas A. Christakis & James H. Fowler
We found that social networks have clusters of happy and unhappy people within them that reach out to three degrees of separation. A person's happiness is related to the happiness of their friends, their friends' friends, and their friends' friends' friends--that is, to people well beyond their social horizon. We found that happy people tend to be located in the center of their social networks and to be located in large clusters of other happy people. And we found that each additional happy friend increases a person's probability of being happy by about 9%.

Essere o non essere su Twitter

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Riccardo Staglianò si chiede a che cosa mai serva Twitter. Prima di rispondere ho pensato di chiedere un po' in giro. I suggerimenti hanno dimostrato che la risposta si può basare su diversi criteri:

1. Valutare soggettivamente in che modo si usa e dichiarare se piace o non piace
2. Valutare come molti lo usano e dichiarare se piace o non piace
3. Valutare la piattaforma nel suo complesso e vedere se sviluppa servizi che contano

La prima strada è la più pratica e la meno fruttuosa. La seconda arriva a dimostrare che la varietà degli utilizzi della piattaforma garantisce che ci sia qualcosa di interessante e qualcosa di non interessante, con il risultato che si può dimostrare tutto e il suo contrario.

La valutazione della piattaforma nel suo complesso consente di proporre alcune osservazioni più interessanti. Ecco alcune ipotesi:
1. Il servizio è essenziale: dunque si può interpretare molto liberamente. Questo genera una enorme varietà di messaggi. L'utilizzo di quella enorme varietà si può modellare in una grande varietà di modi.
2. Ogni elemento prodotto su Twitter è un feed rss. E le Api sono utilizzabili in modo creativo. Quindi sulla base della massa di messaggi di Twitter si possono costruire altre piattaforme e altri servizi: search, pagine tematiche, classifiche, giochi, condivisione di link, monitoraggio degli interessi prevalenti in un certo momento, sperimentazioni estetiche.
3. Ogni piattaforma può integrare un servizio proveniente da Twitter e viceversa, con sviluppi ancora da esplorare.

Essenzialmente è una forma di condivisione di conoscenze molto malleabile e valorizzabile in molti modi.

La brevità è il suo valore e il suo limite.

La libertà di scegliere di seguire solo gli autori che interessano garantisce che la funzione che si preferisce trovare nella fruizione di Twitter sarà soddisfatta. Nessuno obbliga a nessun contenuto. Al contrario si può scegliere di condividere i propri messaggi con tutti o solo con qualcuno.

Twitter produce una creta di parole cui si può dare la forma che si vuole.

Personalmente la considero una prima pagina di informazione molto personalizzata, iperaggiornata per temi specialistici e quasi sempre sorprendente. A mia volta cerco di contribuire con notizie originali o rilanciando notizie che considero particolarmente degne di nota. Alla prossima puntata gli esempi...

Reazioni: a che serve Twitter

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Riccardo Staglianò si chiede a che cosa mai serva Twitter. Prima di rispondere ho pensato di chiedere un po' in giro. Ecco i suggerimenti che sono arrivati finora.

Plumfake @lucadebiase comunicare in modo veloce aggregando interessi comuni
gnomade @lucadebiase: a farti trovare link interessanti, a scrivere un diario di viaggio col cellulare, a imparare notizie, a essere sintetici
fmanclossi @lucadebiase penso che questa immagine postata tempo fa descriva bene Twitter http://bit.ly/2BTo0r
24energia @lucadebiase non ha una funzione specifica.c'è chi scrive che sta andando in bagno,chi segnala link,chi consiglia film,chi segue e basta
24energia @lucadebiase io credo sia utile per la condivisione di informazioni sintetiche.un feed rss più attivo e consapevole

me lo spieghi anche a me? - Simone MASI
comunicare in modo veloce aggregando interessi comuni - Mauro Rubin
...ma se vuoi qualcosa di + http://www.slideshare.net/nemolog... l'avevo fatto per gli utonti aziendali - Mauro Rubin
condividere in modo semplice e veloce idee, esperienze, contenuti, pensieri. potenzialmente ovunque. ed essere informato su ciò che fanno/pensano i profili che più interessano 8) - umbazar
Individualmente (e soprattutto dall'esterno) Twitter ha poco senso, perché è un medium che produce i suoi effetti positivi per effetto dell'aggregazione della massa (degli utenti, dei tweet, ecc..) - quindi l'unico modo per capire Twitter è partecipare. Inoltre il vincolo ai 140 caratteri innesca dinamiche del tutto nuove, per lo più incomprensibili a chi utilizza logiche derivate dagli old-media. -- La versione sintetica è: Nel web le relazioni si sviluppano attraverso i link. Su Twitter viaggiano link, quindi relazioni. - Markingegno - Donato
un SMS condiviso, condito con pepe (link) e prezzemolo (share-foto). Immaginate di inviare aggratis un SMS a tutta la rubrica del vostro telefono. :)) - vitocola
avere le persone vicino con un pochino di privacy in più rispetto a fb - Denis
questa domanda si sente spesso, per quel che mi riguarda la miglior risposta sta in uno dei consigli che il fondatore di spotify ha dato ad alcuni imprenditori :"...listen to smart people. With Twitter and other social networking tools, you can get a lot of advice from great people. I learn more from Twitter than any survey or discussion with a big company." - emilio raiteri

Simone Brunozzi
Twitter è una piattaforma che facilita una forma di comunicazione. Da qui il successo. Punto, e semplice.

Dino Lupelli
D'altra parte quasi tutti utilizzano il cambio di stato per comunicare e twitter alla fine è addirittura più funzionale di skype e fb

Emidio Picariello
A niente. E' il suo bello. Come quando telefoni ad un amico per chiedergli che fa e come sta.


Dario Salvelli
Per scambiarsi sms anche senza credito


Agnese Vardanega
smistamento informazioni?


Pippo Ferrante
Perchè permette il dialogo, senza fuffa, lasciando libere le parti di approfondire gli argomenti. Come un diario collettivo (del mio collettivo), una pizza con amici in cui alla fine restano i pochi dello zoccolo duro e li si inizia ad alzare il livello della discussione

Matteo Baldan
A me pare che sia utile per segnalare e raccogliere segnalazioni in merito a informazioni e servizi disponibili via Web. Poi penso che possa essere un modo approssimativo, ma utile, per farsi un'idea di quel che si dice in rete. Infine mi sembra un buon modo per pubblicare testimonianze ad eventi di interesse generale: terremoti, calamità naturali, fatti inaspettati, ecc.

Susanna Jacona Salafia
non conosco twitter nè ci sono mai entrata.Ma vorrei che qualcuno mi spiegasse la differenza con Facebook.A quanto leggo mi sembrano identici.Forse c'è qualche "celebrity" in piu come la principessa Ranya di Giordania.Ma non stiamo forse esagerando un po?


Andrea Gallazzi
Luca, a cosa serve twitter è spiegato benissimo sulla home page, recentemente rivista: "Share and discover what's happening right now, anywhere in the world". Non servono altre parole.

La vecchia home page recitava un messaggio diverso [ cfr. http://www.techcrunch.com/2009/07/28/new-twitter-homepage-goes-live-with-search-front-and-center/ ] ma poi gli utenti hanno utilizzato il "servizio" in altro modo... come ben sai! ;)

Matteo Baldan
ah s... Visualizza altroì, Twitter è essenzialmente un canale per la trasmissione di microtesti. Caratteri, 140 al max. Niente immagini, suoni, video. FB è un Network in qualche modo chiuso, mentre su Twitter si generano feed pubblici a cui chiunque si può iscrivere. E' una specie di telegrafo 2.0.
La privacy su Twitter non è un tema così scottante. Si pubblica e basta, anche se volendo i può rendere il proprio feed privato. Impossibile dire a che serve. E' un canale di comunicazione. Come il telefono può essere usato per chiaccherare, per lavoro, per fare webmarketing...


Non vi si può lasciare soli un attimo...

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Un piccolo viaggio di cinque giorni a Kyoto. Si torna. E si trova tutto rovesciato. Adesso sono tutti di sinistra. Gli italiani lasciano i reality e tornano alla pasta. Il Fini non giustifica più i mezzi.

Diritti dei lettori

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Nel quadro dei due dibattiti contemporanei che stiamo sviluppando, tendiamo ad approfondire il tema della libertà di espressione e informazione, da una parte, e, dall'altra, la questione della crisi dei diritti degli autori e del business degli editori. Non si parla quasi mai, se non indirettamente dei diritti dei lettori.

Ma perché occuparsene? Si potrebbe in effetti lasciare al "mercato" il compito di risolvere la questione. i lettori dedicano il loro tempo e qualche volta i loro soldi a qualche particolare pubblicazione e lo fanno consapevolmente e a loro rischio e pericolo. Questo però sottovaluta le forme di sottile manipolazione che le varie forme di pubblicazione possono mettere in atto.

A questo proposito si potrebbe pensare a una soluzione che non limiti la libertà di espressione e salvaguardi la qualità dell'informazione al servizio dei lettori. L'idea: chi pubblica per informare e vuole prendersi una responsabilità per il diritto dei lettori dichiara quale metodo segue per fare la ricerca su ciò che scrive e/o quale sistema di valori lo conduce a stabilire la sua linea editoriale. Se il testo prescelto per questa dichiaraione fosse basato su uno tra molti possibili template standard e se quei template fossero abbastanza pragmatici e fattuali, quel punto la pubblicazione si assumerebbe una esplicita responsabilità su ciò che ha promesso di fare per i lettori. Ma guadagnerebbe in serietà e affidabilità. Almeno fintantoché fosse coerente con la propria linea editoriale. L'accountability nelle pubblicazioni potrebbe essere un progresso. Ovviamente tutto questo sarebbe volontario. E tanto più utile quanto più pragmatico. (Difficile dirne di più, scrivendo sul cellulare, dalla sala dell'Sts di Kyoto).

Libri sui pirati

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Randall Stross pubblica un'inchiesta sulla relazione tra la diffusione di nuovi lettori di e-book e la pirateria libraria. Una storia da leggere.

Si può commentare che la "pirateria" libraria non nasce dalla tecnologia, anche se questa la può rendere più popolare. La "pirateria" è alimentata anche dalla popolarità dei libri, dalla quantità di notizie sui guadagni milionari che fanno gli autori di bestseller, dal prezzo di copertina. Ma difficilmente sarà importante quanto la "pirateria" musicale. La maggiore concorrenza tra le case editrici rispetto all'oligopolio delle etichette di qualche tempo fa, rende meno "legittimato" il comportamento del "pirata". Il libro poi è pur sempre un bell'oggetto da tenere in mano e mostrare oltre che leggere. I reader potrebbero essere più adatti alla lettura di libri utili, manuali, e altro materiale che richiede una interazione online (per i test e altro) che potrebbe ridurre la "pirateria". Ma è chiaro che la moda di "piratare" i libri di moda andrà di pari passo, per qualche tempo, con la moda dei nuovi e-book reader, se mai scoppierà... Imho.

Generi e topi

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A quanto pare, i ricercatori dell'Institute of Healthy Ageing at University College London, hanno modificato geneticamente dei topi in modo da bloccare la produzione della proteina S6 Chinasi 1 e scoperto che questo ha effetti molto evidenti: nelle femmine si allunga la vita del 40% e il corpo resta giovane. Anche ai maschi questo trattamento fa qualche effetto: ma non allunga la vita. Lo studio è stato pubblicato da Science. (via ScienceDaily).

ScienceCommons

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Qualche tempo fa è venuto fuori che un quarto degli americani non sa bene se la terra giri intorno al sole o viceversa. Anzi, il 18%, anche se non lo sa, è convinto di vivere in un universo tolemaico.

Leggendo Conservapedia si scopre perché l'universo non può avere più di 6000 anni. Uncyclopedia mostra che si tratta di satira, ma non intenzionale. E Wikipedia dice che è un'enciclopedia di conservatori protestanti americani. Siamo nelle buone intenzioni (dal loro punto di vista), ma non siamo in un'area dell'internet che aiuti a conoscere le scoperte e il metodo scientifico. 

Se si ritiene che la scienza sia un percorso di crescita per l'umanità e che possa aiutare a risolvere alcuni grandi problemi, come il riscaldamento globale, l'eccesso di popolazione, la riorganizzazione della finanza globale, varrebbe la pena di pensare a migliorarne la conoscenza. Sia a livello di educazione di base, sia a livello di dibattito sull'attualità, sia per quanto riguarda il pensiero e la pratica di chi costruisce il futuro.

All'StsForum, a Kyoto, si discute anche di questo. Si tratta di sviluppare un dibattito su temi tanto importanti quanto poco esplorati:

1. I nuovi strumenti per la conoscenza, usati dai ragazzi per scambiarsi informazioni e ritenuti più divertenti e dunque influenti sulle giovani generazioni (e non solo), stanno contribuendo a mettere in discussione l'autorità della scuola. Serviranno a sviluppare la conoscenza scientifica o l'ignoranza? Non lo sappiamo. Ma sappiamo impongono alle istituzioni educative una riflessione che le porti a diventare più efficaci nel nuovo contesto.

2. L'informazione giornalistica è ormai soltanto una parte delle molte forme di informazione che si possono dare sulla scienza. Le aziende, le università, le istituzioni possono pubblicare una quantità di notizie, usando metodi e perseguendo scopi molto diversi. Il consenso sulle conoscenze scientifiche si va disperdendo in una quantità di fenomeni ideologici, di marketing, di genuina volontà di condividere nozioni più o meno verificate. La qualità del sapere scientifico può essere uno degli scopi della nuova evoluzione del sistema dell'informazione, orientata alla qualità ma pienamente emergente dal sistema di relazioni che si sta sviluppando in rete.

3. Il metodo scientifico, fondato su un'epistemologia consapevole del valore delle fonti e delle teorie, basata sulla verificabilità dei dati e delle ipotesi, è un valore enorme per chi è chiamato a costruire il futuro e a indirizzare il dibattito intorno alle conseguenze delle scelte che si operano nel presente. L'insistenza sulla contrapposizione tra laicismo e religione non dovrebbe interferire sulla necessità di avere un percorso condiviso per il miglioramento della conoscenza: nulla impedisce di sviluppare una conoscenza scientificamente valida e poi di seguire comunque le indicazioni morali di una particolare impostazione deontologica.

L'ignoranza è una condizione ineluttabile per chiunque si ponga con la giusta, pragmatica umiltà nei confronti dell'immensità dei possibili territori di ricerca. Ma un approccio che ideologicamente impedisca alla conoscenza di svilupparsi conduce a disastri dei quali si potrebbe fare a meno.

La scienza appare debole, spesso, di fronte a questi temi. Perché le regole che governano il modo in cui si esprime sono molto controllate, piuttosto orientate alla diffusione di informazioni di lavoro, paradossalmente poco orientate alla collaborazione sui temi più sensibili per i non scienziati: la velocità di raggiungimento delle soluzioni, la diffusione delle conoscenze nuove ma relativamente acquisite, la consapevolezza di quanto ancora non si sa ma si può sapere (non per motivare investimenti in particolari percorsi di ricerca ma per rendere comprensibile ciò che non si sa e ciò che si sa). Ma un approccio pragmatico alla diffusione della conoscenza scientifica e alla condivisione dei risultati esiste e si sviluppa: per questo vale la pena di seguire gli sviluppi di ScienceCommons. Un'organizzazione che con la nuova amministrazione americana sembra orientata a crescere d'importanza.

Creazione a Kyoto

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Robert Thomson, direttore del Wsj in Australia, qui a Sts Forum Kyoto, si è reso responsabile del racconto di una discussione sulla Creazione. C'è uno scienziato, un architetto e un giornalista. Discutono sulle caratteristiche dell'entità che ha dato avvio alla storia superando il Caos originario. Lo scienziato dice che doveva essere una mente scientifica perché solo tale mente poteva creare la meravigliosa legge della natura che governa l'universo. L'architetto osserva che il Creatore non poteva che essere un architetto, visto lo straordinario progetto che sottende la realtà. Il giornalista dice: dovete andare al vero punto di partenza. Chi credete che avesse prima creato il Caos?

Lodo Mondadori

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La Mondadori è una magnifica azienda. Soprattutto per il valore delle persone che ci lavorano. Lodo la Mondadori ogni volta che posso per questo. Nonostante le strane vicende della sua proprietà.

Oggi si scopre che la Cir sarà risarcita per i danni che ha subito per quelle strane vicende, sempre che sia confermata la sentenza che condanna la Fininvest a pagare alcuni fantastiliardi di compensazioni. Ma è solo un problema dei grandi capitalisti coinvolti? Ci si domanda se non sarebbe giusto considerare anche le conseguenze subite da che lavora alla Mondadori per quelle strane vicende della proprietà. (link nei commenti).

Paura della libertà

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Quello che succede in Italia arriva in Giappone sulle ali degli sms e della mail.. Come la segnalazione secondo la quale Tg1 e Tg5 non hanno detto una parola sulla manifestazione in favore della libertà di stampa. Fosse vero, alimenterebbe il tasso di falsità e la strategia della disattenzione.

Non ci posso credere

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Da non credere. Pare - ma non essenso in Italia non si può verificare - che "il fatto" creda alla pubblicità del Latenox (della quale non so nulla). Se il post citato ha ragione, la storia è divertente. Sarebbe come credere al Cacao Meravigliao. Grande successo per Current. E simpatia per chi come tutti noi qualche volta può sbagliare.

Science and Techology Society in Kyoto

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Sta per cominciare il Forum della Science and Technology Society a Kyoto.

The Science and Technology in Society (STS) forum, inaugurated in November 2004, holds an annual meeting starting on the first Sunday of October every year, in Kyoto, Japan. The meeting is aimed at creating a global human network based on trust and providing a framework for open discussions regarding the further progress of science and technology for the benefit of humankind, while controlling ethical, safety and environmental issues resulting from their application: "The Lights and Shadows of Science and Technology." In seeking to ensure further progress in science and technology throughout the 21st century, it is necessary to keep possible risks under proper control based on shared values, and to establish a common base for promoting science and technology. Because international efforts as well as concerted efforts between different areas to address these problems are essential, the forum gathers top leaders from different constituencies: policymakers, business executives, scientists and researchers, media - from all over the world.

Ma come fanno all'Alitalia

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Uno vorrebbe sinceramente che l'Alitalia funzionasse. È una condizione necessaria allo sviluppo che un paese sia ben connesso, sia a basso costo (per il turismo) sia ad alta affidabilità (per il lavoro). Ma alto costo e bassa affidabilità non costituiscono una buona connessione. Sicché il disagio sperimentato ieri sul volo Alitalia da Milano a Tokyo, l'aereo rotto, la proposta di partire con quasi dodici ore di ritardo, il cambio di compagnia per molti passeggeri, non è stato incoraggiante.

Il punto è che se una cordata privata riesce a fare un buon affare con lo stato non dovrebbe sedersi a contare i vantaggi accumulati ma dimostrare di saper sistemare quello che la precedente geatione non aveva risolto: l'affidabilità del servizio.

Che cosa si inventerà la Mela

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Con tutto il gran parlare che si è fatto del prossimo ipotetico tablet della Apple, non si arriva ancora a capire in che cosa consisterà l'innovazione. Perché ci si aspetta che sia sorprendente, affascinante, facile e utile. Il che non sempre riesce, neppure alla Mela. Ma una notizia riportata da AppleInsider potrebbe indicare la direzione interpretativa: una caratteristica fascinosa del nuovo strumento potrebbe essere proprio l'interfaccia touch: uno schermo capace di reagire al tocco di due mani, distinguere le dita quando battono sulla tastiera virtuale, offrire modi nuovi per elaborare la grafica o le foto..

Facebook e Orkut

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Secondo TechCrunch, i sistemi adottati da Google per impedire l'esodo degli abbonati a Orkut in India verso Facebook non sono molto ortodossi. TechCrunch.

Tavaroli. Giustizia è fatta, quasi

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La vicenda di Tavaroli si potrebbe dunque concludere con un patteggiamento. Corriere.

Disordine (creativo) dei giornalisti

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E dunque c'è stato il famoso convegno organizzato dall'Ordine dei giornalisti, sul futuro del giornalismo. Una cronaca è sul Sole. Sono stati presentati dati significativi sul comportamento e le opinioni del pubblico.

Le persone che usano internet più o meno tutti i giorni tra i 15 e i 55 sono 16 milioni in Italia. La metà delle persone di quell'età. Sono quasi tutti diplomati e laureati. Gli altri? Incrociando con il Censis, si può supporre che sono quelli che vedono solo la tv.

Quattro internettari su cinque usano la rete per le notizie. Solo uno su quattro usa i quotidiani di carta. E molti internettari dicono che da quando usano internet per le notizie usano meno i quotidiani. Tanto che Mario Calabresi dice che si dovrebbe accendere un cero per quelli che comprano il quotidiano in edicola.

Naturalmente ho citato la conversazione di ieri e un passaggio che ne è emerso. Ho cercato di dire che non siamo più nell'epoca delle previsioni ma dei fatti: sta veramente succedendo quello che si poteva immaginare già dieci anni fa. Ma è ingiusto vedere soltanto con preoccupazione una trasformazione così profonda. Che cosa c'è da difendere? Il pubblico sta dicendo che è ora di cambiare. E molti giornalisti sono d'accordo: lo si è visto proprio al convegno dell'Ordine. Chi ha paura ed è particolarmente lento a reagire è probabilmente il sistema degli editori, ma anche loro si stanno finalmente muovendo. Ho cercato di parlare del fatto che diversissimi modelli di business fioriranno, che si può scommettere su nuove forme di pagamento per il lavoro giornalistico professionale, purché si ridefinisca come ricerca (con tanto di metodo, umiltà, spirito di servizio). Il punto di partenza è l'armonizzazione del rapporto con il pubblico attivo, il passaggio dalla gerarchia alla rete, dalla linearità alla complessità. I giornalisti sono chiamati a rinnovare il loro mestiere. E lo faranno. Mentre intanto nasceranno nuovi modelli di business e i vecchi che ce la faranno si rinnoveranno. Non è tanto difficile. E' molto probabile che succeda. E quindi è il momento di concentrarsi a migliorare il nostro lavoro. (Non ripeto quello che ho detto. Casomai, lo farò prossimamente...).

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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...