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Month July 2009

BioCibo

Sulla Stampa i riflessi di una ricerca secondo la quale il cibo biologico non è necessariamente migliore sul piano nutrizionale. Il Guardian risponde che fa bene per moltissime ragioni. Un clasico esempio della confusione generata – inevitabilmente – dai dibattiti mediatici sulle convinzioni inveterate: per mantenere l’equilibrio si devono dire tutte le posizioni, trasformando i fatti sempre e soltanto in opinioni, e alimentando alla fine i pregiudizi.

Leggo in proposito il libro di Paul Roberts, La fine del cibo, Codice Edizioni. Cercare punti di riferimento che servano a puntellare i fatti. “L’elemento conduttore più evidente della trasformazione dell’economia alimentare probabilmente sarà l’aumento del prezzo del petrolio…”. Uhmmm. L’ecosistema chiede adattamento…

Michael Massing

Grande pezzo sulla grande questione del giornalismo e i media sociali. Tante storie. Tanti fatti. Un’interpretazione giusta: si va verso la simbiosi, non il parassitismo (il parassita che uccide l’ospite muore anche lui)… Un’ordine intellettuale che è premessa di una comprensione più profonda della situazione. Che però dovrebbe superare le premesse, prima o poi, e passare all’azione. A questo proposito, mi pare, mancano all’appello gli editori.

Gamma…

libe-gamma.jpg

Il fotogiornalismo organizzato con le grandi agenzie è in crisi. La Gamma sta chiudendo. E’ un riflesso di tutto quello che sta succedendo nell’editoria. E della fine dei soldi che consentivano a qualcuno di essere inviato a esplorare il mondo. Ora saranno le persone che vivono nei posti a mandare le foto di quello che vedono. L’Iran ha insegnato qualcosa anche da questo punto di vista.

La guerra delle parole e la guerra delle pallottole

Come spesso succede, i commenti a questo blog sono più interessanti dei post. E un esempio è qui.

La guerra di Marco. Intellettuale spietato. La guerra per Marco ha l’obiettivo di terminare con la “con la fine della volontà di combattere da parte del nemico”. E nelle guerre di religione questo è possibile solo con la morte del nemico. Tamara non vede come fare i conti con le conseguenze di un simile pensiero.

Il pensiero violento – à la Marco – è adatto a guidare l’azione ma non alle sue conseguenze. Finge di essere concreto come la politica e invece è astratto come la logica. E’ appassionato come il sangue, ma è freddo come la morte. Non porta a nulla se non alla vendita di armi, al rafforzamento del potere di chi ce l’ha, al governo del terrore. Sun Tzu stesso non ragiona come Marco.

L’unica maniera pragmatica e “vera” di arrivare alla fine della volontà di combattere da parte del nemico è il percorso che porta alla pace. E per arrivare alla pace occorre che entrambe le parti arrivino a immaginare le conseguenze delle loro azioni e comprendano quale può essere l’accordo più conveniente. In base a una logica della negoziazione. Cercando una soluzione non l’annientamento del problema.

Nella guerra di religione questo non è possibile. Naturalmente. Ma ho l’impressione – posso sbagliare – che la guerra di religione non sia mai esistita. Esiste la guerra dei centri di potere che usano lo stesso tipo di “oppio” per ottenere due obiettivi: controllare il corpo e la mente del loro popolo.

greenWEBpeace

Enzo di Frenna sta preparando un’azione altamente mediatica per combattere chi vuole impedire agli italiani di usare internet nel modo più libero. Un’azione alla Greenpeace.

Il vestito e il nome

Orientalia4all si chiede se cambiare il template del suo blog e forse anche il nome. E chiaramente qualunque persona di buon senso le dirà che può benissimo cambiare vestito, ma che rischierebbe molto a cambiare nome.

Il cambiamento del vestito è parte del frame tipico del mondo della comunicazione. E’ visto come un rinnovamento che innalza l’attenzione, risponde a esigenze innovative di interfacciamento con gli utenti, offre nuove opportunità comunicative. L’interfaccia non solo collega un contenuto al suo utente, ma suggerisce in un certo senso un modo di interpretare quel collegamento. Uno spazio in un certo senso chiede di essere riempito. Un vestito chiede di essere indossato e le sue tasche chiedono di essere conosciute.

Il nome è un’altra cosa. E’ l’identità. Un blog che cambia nome è un blog che ricomicia da capo. E proprio per questo sfida chi lo scrive a verificare se sia la sua persona o il suo prodotto a contare nell’interazione con il suo pubblico.

In entrambi i casi, quello più ambizioso e quello più tradizionale, il cambiamento strutturale del blog è un momento in cui la persona si riappropria del suo prodotto, invece di lasciarsi condurre dalle scelte operate in passato. Si riappropria e riconfigura la visione e il progetto di ciò che vuole fare con il blog. E’ un grande momento.

Informazioni sulla barra informazioni

E’ sempre divertente leggere i messaggi che vengono generati dall’interfaccia dei prodotti Microsoft. Ho meditato a lungo (30 secondi) sulla seguente dicitura, non a caso apparsa quando ho cliccato help perché un messaggio sul browser non mi lasciava continuare a lavorare in pace:


Informazioni sulla Barra informazioni di Internet Explorer

Nella Barra informazioni vengono visualizzate le informazioni sulla
protezione, i download, le finestre popup bloccate e altre attività di Internet
Explorer. Tale barra è situata nella parte superiore di ogni pagina Web.

Dopo la meditazione, ho cliccato sulla x che toglieva di mezzo il messaggio e sono andato avanti. Non so ancora che cosa ho fatto, in realtà. (Di solito uso Mac e Firefox).

Yahoo e Microsoft

Alla fine è stato raggiunto un compromesso intelligente. Yahoo! raccoglie la pubblicità e Microsoft fa gli investimenti sul motore di ricerca. BusinessWeek.

Twitter, nuova la prima

Twitter ha messo bene in evidenza la search sulla sua prima pagina. All’interno non ci sono particolari cambiamenti, apparentemente. Sempre più persone, peraltro, usano Twitter con un altro software, come TweetDeck o Seesmic Desktop. Facilitano di retweet e il controllo di punti di vista molteplici su Twitter. Sono peraltro meno essenziali della classica interfaccia di Twitter. 

Le parole modellano il pensiero

Lera Boroditsky, psicologa a Stanford, conduce la sua ricerca su come il linguaggio dà forma al pensiero. Un caso di studio potrebbe essere il pensiero in un paese che non fa che discutere di “escort”, “moralità pubblica” e “spazzatura”. Non immotivatamente.

Captcha

Novità. Grazie a Paolo Valdemarin e al mitico Riccardo Cambiassi, su questo blog adesso ci sono i captcha. Per cui i commentatori umani possono (con una piccola aggiunta di pazienza) scrivere come vogliono e veder subito pubblicato il commento.

Tutto il federalismo dalla fiction alla ficscionne e alla ficsssion

Si discuteva su Twitter del perché non esista un giornale europeo. I commenti portavano in due direzioni alternative: perché l’editoria non riesce a trovare la soluzione, o perché non esiste un’identità europea? Forse non sono poi tanto alternative. Ma in quel contesto Paolo Barresi ha introdotto inopinatamente il tema del federalismo televisivo-linguistico lanciato da Roberto Castelli qualche tempo fa. Interpretazione: non solo non esiste un giornale europeo né un’identità europea; addirittura in Italia si rischia di mettere in discussione una tv e una identità nazionale in nome del federalismo.

Parag Khanna, a Ted, ha notato come nel 1945 il pianeta fosse diviso in 100 stati, circa. E oggi sono circa 200. Nello stesso tempo crescono le aree di influenza: la Cina sfonda in Siberia, compra la Mongolia, domina tutto il Sud Pacifico. L’Europa sembra pacificamente costruire una vera e propria area di influenza su tutto il Mediterraneo. Sulla scorta di quanto da tempo fanno gli Stati Uniti in molte parti del mondo.

Lo scenario è fatto da una tendenza alla semplificazione geoeconomica e alla complicazione geopolitica, dunque. La storia degli ultimi decenni va in quella direzione. E poiché le imprese multinazionali che hanno semplificato la geoeconomia non hanno un discorso identitario da proporre, mentre gli stati risultati dalla indipendenza nazionale di molti popoli sì, ne consegue che la consapevolezza identitaria sia stata pensata negli ultimi decenni più come un tema politico che economico: benché sia invece soprattutto un tema culturale e antropologico.

Ma la percezione è molto diversa dalla realtà. Perché la politica ha costruito quelle differenze identitarie almeno tanto quanto non le ha rappresentate. E perché l’omogeneizzazione culturale prodotta dal consumismo di massa non è certo passata senza effetti identitari sulle persone.

Ebbene. La tv è essenzialmente concentrata sulle percezioni. E dunque non è certamente un caso che sia investita della questione. Ed è per questo che il tema sembra tanto tragicamente poco serio in Italia.

In un’industria vera dell’entertainment, come negli Stati Uniti, le produzioni pagano maestri di accento e gli attori si impegnano a imparare l’accento giusto dei loro personaggi. In Italia gli attori mantengono sempre il loro accento. Se il tema è posto in termini identitari-politici fa sorridere. Se fosse posto in termini industriali sarebbe serio (per questioni di credibilità del racconto).

Non è detto che non si possa spostare il dibattito sull’identità dalla politichetta locale alla grande politica globale.

Se si può fare sarà fatto (?)

Un corollario dell’assunto che tutto sia governato da un’impersonale meccanismo – chiamiamolo la competizione globale – è la teoria secondo la quale se una tecnologia si può fare, allora sarà fatta.

E in base a questa teoria, un gruppo di scienziati si è posto il problema dell’eventuale creazione di robot con un’intelligenza artificiale sufficientemente autonoma e potente da liberarsi dal controllo degli esseri umani e di fatto prenderne il posto nella catena evolutiva. Nel parlava l’altro giorno John Markoff sul New York Times.
Non è un’idea nuova. Anche Bill Joy ne aveva scritto in un articolo importante di anni fa. E la sua conclusione era la proposta di un accordo tra tutti gli scienziati per cui avrebbero autoregolamentato le loro ricerche in modo da non lasciare che i risultati tecnologici prendessero la mano ai loro creatori. L’etica era la risposta.
In realtà, il tentativo di creare e diffondere un meccanismo superumano autonomo dal controllo delle persone – chiamiamolo la finanza globale – è già stato realizzato proprio insegnando al mondo che la competizione globale è un bene assoluto: un’etica del capitalismo.
Certo, non è un robot. Ma è fatto di tecnologia, di regole razionali, di logiche autonome dalla volontà dei singoli. Ed è in un contesto come questo che c’è un incentivo vero a ritenere che se una cosa si può fare sarà fatta, per vincere nella competizione globale. 
L’etica può essere certamente una strada per rispondere. E il lavoro fatto per la nuova enciclica del papa è attento. Forse non è abbastanza esplicito sulla critica dell’idea della competizione globale come meccanismo superumano.
Il fatto è che anche il Vaticano si è trovato invischiato in questioni poco coerenti con il suo magistero quando in passato ha lasciato fare a qualche suo responsabile finanziario quello che ha voluto. Ma è anche vero che sostituendo il responsabile ha corretto il tiro e migliorato la sua coerenza. Secondo la ricostruzione di Nuzzi la sostituzione di Marcinkus con Caloia ha migliorato drasticamente la situazione. Quindi non era il meccanismo superumano a condurre la finanza vaticana in acque pericolose: era la persona. E una persona più consapevole ed eticamente avvertita poteva risolvere la situazione.
Ebbene: non esiste un meccanismo superumano fatto da persone per il quale le persone non possano intervenire e correggere. Non esiste ancora. E può continuare a non esistere se le persone coltivano una cultura umanamente consapevole. Il meccanismo superumano vince se annichilisce la cultura critica delle persone. Per questo i media sono importanti. E per questo i media liberi sono un’occasione fondamentale per salvaguardare e migliorare le opportunità delle persone di approfondire la propria cultura critica. E per questo i modi attraverso i quali nei media emergono i contenuti di migliore qualità sono fondamentali. Non basta. Ma è molto.

Il potere delle storie

Joseph S. Nye, il teorico del softpower, dice nel suo intervento sull’ultimo Foreign Affairs: «In today’s information age, success is the result not merely of whose army wins but also of whose story wins».

“Insospettabilmente attenti”

Clamorosa frase, sul finale del pezzo di Loredana Lipperini. L’autore dei disegni contestati come troppo simili a quelli di Miyazaki si stupisce di come siano attenti i ragazzi che leggono i fumetti giapponesi.

Certo che sono attenti. Amano profondamente quei disegni. Che sono una vera e propria cultura. Ogni sottovalutazione del fenomeno è una mancanza di rispetto. Ogni connessione di quella cultura con le altre è un arricchimento per tutti. 
update: grazie a Woland per aver precisato che la frase non è dell’autore ma della Lipperini. In ogni caso, il mio commento non era riferito a nessuno in particolare: intendo sottolineare l’importanza di non considerare più minori le culture come quella dei manga. Del resto, sembra strano doverlo dire, visto che quel genere coinvolge persone critiche che non si lasciano manipolare e che evidentemente sanno difendere i loro autori molto bene.