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Ma accanto ai numeri ci sono sempre delle parole. Che hanno un significato. Riguardano le abitudini mentali di chi definisce il senso dei numeri e delle loro relazioni con la realtà. Le abitudini possono essere modificate, ma questo richiede tempo, attenzione, coraggio. Valori che servono soprattutto quando si deve innovare. E nel mondo dei social media, le aziende devono innovare le loro abitudini mentali. Altrimenti operano scelte sbagliate.
Il libro di Vincenzo Cosenza, Social Media Roi, aiuta a comprendere come cambia il senso delle parole che stanno accanto ai numeri che le aziende usano per raccontare a sé stesse la prospettiva che stanno costruendo e il rapporto che intrattengono con il mercato e il pubblico. Cosenza è un attento e stimato esploratore dei media sociali, ne conosce la forma reticolare e ne riconosce la natura speciale: generata dalle persone che li animano, dalle relazioni che intrattengono, dalla forma della rete che insieme producono.
Per le aziende che sono incuriosite dalle opportunità offerte dai social media e per quelle che hanno già un'esperienza con questa dimensione della comunicazione, il libro di Cosenza è una lettura importante.
Con un'avvertenza. Per comprendere i social media occorre certamente conoscere le caratteristiche delle piattaforme che li rendono possibili. Ma il fenomeno centrale non è meramente tecnologico. I social media sono essenzialmente le persone che li usano. Sono le persone e la loro rete che adotta le innovazioni proposte dalle aziende, non le aziende a imporre le loro innovazioni. Se le aziende non si sintonizzano su questa specifica modalità di comunicazione, se non sono disposte ad ascoltare le persone, non sono obbligate a impegnarsi nei social media. Se non hanno niente da dire alle persone, è meglio che non dicano nulla.
La rete è ovviamente centrale in quello che sta succedendo. Perché la conoscenza non è la somma dei libri che l'umanità ha prodotto e neppure la somma di tutti i testi di ogni genere, non è quello che sta nel nostro cervello e nell'insieme di tutti i cervelli umani: è un insieme ancora più grande che contiene anche le relazioni tra i cervelli, i mezzi che usano per espandere le loro capacità, le dinamiche che generano nuovi pensieri e ricordano quelli già pensati... Un insieme troppo grande per conoscerlo. La rete ha qualcosa a che fare con tutto questo. Anche se va compresa.
Come riassumere il succo del libro meglio di Jeff Jarvis - anch'egli entusiasta del libro di David Weinberger che a sua volta ha commentato la recensione dicendo che contiene le citazioni giuste?
Dice Weinbeger:
«As knowledge becomes networked, the smartest person in the room isn't the person standing at the front lecturing us, and isn't the collective wisdom of those in the room. The smartest person in the room is the room itself: the network that joins the people and ideas in the room, and connects to those outside of it. It's not that the network is becoming a conscious super-brain. Rather, knowledge is becoming inextricable from -- literally unthinkable without -- the network that enables it. Our task is to learn how to build smart rooms -- that is, how to build networks that make us smarter, especially since, when done badly, networks can make us distressingly stupider».
E più avanti:
«Knowledge now lives not just in the skulls of individuals. Our skulls and our institutions are simply not big enough to contain knowledge. Knowledge is now a property of the network, and the network embraces businesses, governments, media, museums, curated collections, and minds in communication.»
Riassume Jarvis:
«Knowledge until now was about creating and controlling scarcity. Up to now, says David, "[w]e've managed the fire hose by reducing the flow. We've done this through an elaborate system of editorial filters that have prevented most of what's written from being published . . . Knowledge has been about reducing what we need to know." But now, of course, information is abundant and only growing -- multiplying -- as we invent more ways to create and discover and capture and analyze and question. That's what freaks the old -- pardon my choice of word -- sphincters of information, the controllers and owners of it. This conflict erupted when Gutenberg invented the printed book and scholars feared we'd end up with too many of them. It emerges again now that Berners-Lee has invented the web.»
E così Jarvis richiama il finale:
«At the end, he examines the characteristics of the net and its knowledge: abundance ("The new abundance makes the old abundance look like scarcity"); links ("Links are subverting not just knowledge as a system of stopping points but also the credentialing mechanism that supported that system"); no need to get permission ("Let anyone publish whatever they want ... and the Knowledge Club loses its value"); publicness (somebody ought to write a book about that); and the unresolved nature of questions ("The old enlightenment ideal was far more plausible when what we saw of the nattering world came through filters that hid the vast, disagreeable bulk of disagreement"). "What we have in common," he concludes, "is not knowledge about which we agree but a shared world about which we will always disagree."»
Il libro ha generato una quantità di commenti e interpretazioni. Eccone tre:
Evgeny Morozov
Salon
Steven Poole
E poi ci torniamo (questa era una prima segnalazione dovuta all'energia intellettuale generata dalla lettura; ma quando l'avrò finita ne riparliamo).
Eli Pariser, in un bellissimo libro dell'anno scorso, The filter bubble, mostra come, sulla base della logica della personalizzazione dei servizi, internet sia oggi interpretata tecnicamente e commercialmente iin modo pericolosamente coerente con la tendenza ad accelerare la separazione delle persone e delle isole culturali. La personalizzazione del servizio del motore di Google che decide che cosa sia rilevante per ciascuno, il tempo sempre più grande che le persone passano su Facebook circondate dai loro "simili" culturali e ideologici, sono i fatti che avvalorano il rischio denunciato da Pariser.
L'autore, uno dei fondatori di MoveOn, lo spiega con la consapevolezza che gli deriva dalla sua attenzione alle istanze civiche. E sa che la ricostruzione della convivenza civile ha bisogno di una nuova interpretazione di internet, orientata non alla divisione, ma alla costruzione di un terreno culturale e pratico comune, nel quale persone di differente atteggiamento ideologico e di diverse esperienze possano incontrarsi e rispettarsi e arricchirsi vicendevolmente. E quindi vale la pena di battersi perché internet possa essere reinterpretata in modo da accrescere questo terreno comune. E vale la pena di costruire servizi che servano questo terreno culturale comune (un contributo è su Timu) e salvaguardino i commons culturali dalla tentazione delle piattaforme proprietarie di sfruttarli eccessivamente (se ne parlava qui su questo blog) e dalla disattenzione per i beni comuni che si può diffondere in assenza di consapevolezza (tema suggerito qui su questo blog).
Ecco una recensione di Evgeny Morozov sul New York Times. Ecco una recensione di Cory Doctorow su BoingBoing. Ed ecco una recensione di Jacob Weinsberg su Slate. Pariser ne ha parlato a TED:
Di fatto, però, non tutti i visionari hanno ragione. E non tutte le loro visioni hanno conseguenze. Sicché un aspetto interessante della riflessione sull'innovazione è come avviene il processo della costruzione delle visioni e come vengono sperimentate.
Ho l'impressione che ci siano alcuni elementi della visione, nel senso usato fin qui, ma sto cercando ancora di farmi un'idea più precisa. Finora ho in mente queste cose:
1. La visione nasce da un insieme di osservazioni, le unisce con un'ipotetica azione e ne immagina le conseguenze. Vale a dire che la visione non è una previsione, ma l'immaginazione delle conseguenze di un'azione.
2. Ovviamente, dal punto di vista intellettuale è una semplificazione. Il problema è che la complessità non si conduce facilmente alla semplicità e quasi sempre si rischia di ridurla alla banalità. Quindi nella visione c'è sempre una fortissima sensibilità, ma anche un metodo di controllo.
3. Il metodo di controllo è simile a una sorta di sperimentazione. L'idea viene testata contro molte conseguenze possibili, anch'esse immaginate. Viene affinata nella mente del visionario, in un processo che per così dire la "lava" dalle impurità. E poi viene provata ancora. Fino al test decisivo.
4. Il test decisivo della visione è la sua capacità di essere raccontata in modo convincente, la sua capacità di essere adottata da chi l'ascolta, la sua capacità di trascinare altri nell'azione che la visione prevede. Ma ovviamente non è tutto.
5. L'esperimento finale è nella storia a venire, ovviamente. La visione si sperimenta davvero nel momento in cui si passa ad applicare l'azione che in essa era presagita. I tempi del successo possono essere molto diversi da quelli previsti. E le modalità altrettanto diverse. Ma la visione in qualche modo resta ad accompagnare un processo che trasforma il mondo al quale si riferisce.
Un pezzo di Steve Jobs, mi pare, mostri un poco di queste cose. Jobs è giovane. Nel momento in cui parla è a Next. È una persona che sta cavalcando la grandissima rivoluzione informatica, ricorda i suoi primi tempi e immagina dove possa portare, alla velocità in cui sta andando: ma invece di lasciarsi trascinare dall'onda, tenta di governare la sua mente. Ed elaborare una visione. Mi pare da rivedere:
via Brainpickings.
Sappiamo quali sono le visioni che oggi stiamo sperimentando e che funzioneranno davvero di fronte alla sperimentazione intellettuale contemporanea?
Un magnifico post di Adam Thierer, di qualche giorno fa, propone una lista di libri che descrivono il dibattito attuale su internet. C'è molta più preoccupazione in questi libri di quanta ce ne fosse all'epoca in cui parlava Jobs: che cosa può davvero cambiare internet? che rischi per la sicurezza e la privacy sta introducendo? quanto ci sta cambiando il modo di pensare e di essere? Ma nella valutazione delle idee con la quale mi pare operi Thierer c'è qualcosa del metodo visionario e quindi dell'orientamento a sperimentare la qualità di queste idee in funzione delle loro conseguenze, in questo caso intellettuali.
Ecco una parte dei libri segnalati da Thierer per descrivere l'ambiente intellettuale del 2011.
- Evgeny Morozov - The Net Delusion: The Dark Side of Internet Freedom [my review] [podcast]
- Micah Sifry - WikiLeaks and the Age of Transparency [podcast]
- Eddan Katz & Ramesh Subramanian (Eds.) -The Global Flow of Information: Legal, Social, and Cultural Perspectives
- Berin Szoka & Adam Marcus (eds.) - The Next Digital Decade: Essays on the Future of the Internet
- Becky Hogge - Barefoot into Cyberspace: Adventures in Search of Techno-Utopia
- Saul Levmore and Martha C. Nussbaum (eds.) - The Offensive Internet: Speech, Privacy & Reputation
- Jeff Jarvis - Public Parts [my review]
- Eli Pariser - The Filter Bubble: What the Internet is Hiding From You [my review]
- John Brockman (ed.) - Is the Internet Changing the Way You Think? The Net's Impact on Our Minds and Future
- Sherry Turkle - Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other
La visione di Thierer dice che questi sono i temi destinati a generare conseguenze tra gli intelletuali e non solo. Di sicuro fanno parte della sperimentazione delle idee.
Ma non era un imbroglio. Era la difficoltà di comprendere la molteplicità delle durate del tempo sociale, la convivenza delle strutture storiche che cambiano lentamente e delle congiunture che accelerano e rallentano alternativamente, come spiegava Fernand Braudel...
E naturalmente Renzo Piano ne sorride un po', di quella parola imbroglio, quando non la pensa come una vera e propria manipolazione ideologica derivata dall'idea industriale di progresso che ha poco a che fare con la sostenibilità ambientale, sociale e culturale cui il maestro si ispira. Renzo Piano racconta il suo mestiere con la consapevolezza di quanto siano importanti le conseguenze di quello che fa. Nel mestiere dell'architetto c'è la congiuntura economica e la lunga durata. Quello che si costruisce resta. E si impone alla storia successiva...
La responsabilità dell'architetto è uno di quei libri che mentre si legge fa venire voglia di parlarne. Un paio di interviste, una cortissima e una lunghissima, di Enzo Siciliano e Renzo Cassigoli. In queste, Renzo Piano parla di architettura. Ma in modo tanto intenso da aprire la mente anche a chi, pur non essendo architetto, si accorge che ciò che fa ha delle conseguenze e incide in modo strutturale sul mondo che stiamo costruendo.
Non importa tanto di che cosa scriva. Importa che la storia sia bella. Ed è bella se viene dalla vita vera e se i personaggi «mostrano coraggio e grazia nelle avversità».
Il problema è che nella vita reale siamo confusi. Siamo incerti su che cosa pensare di noi stessi se siamo sinceri davvero. Ci sono troppe possibilità interpretative. Perché la storia non è data, la stiamo costruendo. E possiamo sperare che non sia come sembra essere. Possiamo progettare di cambiarla. Possiamo sentirci vittima di ciò che non ci consente di cambiarla. Possiamo aspettare con fiducia che cambi. Essere sinceri con se stessi nella vita reale non è facile perché ci sono troppe possibili storie che si dipanano dal presente. Eppure uno scrittore sa come fare...
Lo scrittore sceglie una "verità" e la interpreta fino in fondo. Con coraggio e con grazia nelle avversità. Lo scrittore è un personaggio della sua storia. È capace di sincerità perché è capace di scegliere una tra le possibili vite che ha di fronte, trasformandola in una storia che, al contrario della vita reale, ha un capo e una coda.
Diventando sincero con se stesso e imparando a esprimere ciò che sinceramente vede diventa un modello, talvolta temuto negli ambienti convenzionali, talvolta ammirato dagli innovatori. Può essere spietato con se stesso e con gli altri. Ma genera intensità nella sua vita e in quella degli altri. Che altrimenti si appiattirebbe nella complessità senza uscita del presente.
La storia di Midnight in Paris, di Woody Allen, è la storia di uno scrittore che cerca la sua voce e il senso del suo lavoro. E impara a scoprirlo. Ha capito da solo che la scrittura industriale (per Hollywood) non è arte, ovviamente. Ma aveva bisogno di un'esperienza fortissima che lo riconciliasse con la sua vita. Ed è quello che gli succede a Parigi.
ps. C'è anche una battuta tra le molte che sottilmente viene lasciata tra le maglie della sceneggiatura. Il padre della ragazza dello scrittore è un ammiratore dei repubblicani di destra. E sospetta che lo scrittore abbia qualcosa di losco da nascondere. Quando succede quello che deve succedere, dice qualcosa come: «Lo sapevo che era un poco di buono. Lo avevo addirittura fatto pedinare da un detective!». Gli chiedono se avesse scoperto qualcosa. Risponde di no. Ma a trasformare il sospetto in una convinzione di colpevolezza e dunque in una dimostrazione gli basta affermare di avere assunto un detective.
La convinzione corrisponde alla realtà, in un repubblicano di destra e in qualunque altra persona che deduca la sua realtà da un'ideologia e da un preconcetto senza alcun interesse per la verifica empirica. Non è un carattere proprio solo della destra estrema, anzi. La nostra epoca invece ha bisogno di comprendersi con sincerità.
La strada maestra per chi sta alla Sanità è probabilmente quella di svolgere qualche attività illegale. Ma una comunità di ragazzi ha trovato una via d'uscita straordinaria. Oltre il cumulo di rifiuti dell'ospedale hanno restaurato la Basilica di San Gennaro e riaperto le Catacombe che portano a Santa Maria dell'Incoronata a Capodimonte. Il quartiere chiuso si è aperto. Quella basilica e quelle catacombe sono diventate un polo di attrazione turistica notevole, l'attività di rimetterle a posto è diventata esperienza da artigiani di valore, ne è venuta fuori una cooperativa che dimostra che incarna la via d'uscita.
I pregiudizi non reggono alla verifica empirica. E il racconto delle storie vere alimenta la consapevolezza delle opportunità che si possono cogliere, anche quando non si vedono facilmente. Perché si scopre che qualcuno, alla fine, le vede.
In effetti, il sottotitolo del libro può apparire oggi piuttosto azzardato: Why the Many Are Smarter Than the Few and How Collective Wisdom Shapes Business, Economies, Societies and Nations. Il termine smart in effetti copre una vasta gamma di significati che vanno dalla brillante intelligenza alla veloce capacità di capire fino alla furbizia efficiente e all'eleganza esteriore. E dunque l'osservazione secondo la quale molte persone insieme sono più smart di pochi esperti non si comprende se non tenendo conto di quell'ambiguità. Surowiecki aveva descritto come un gruppo ben coordinato di persone può comprendere una situazione e decidere in modo migliore di un singolo esperto. Il che peraltro è coerente con le più interessanti teorie dell'evoluzione della specie umana, secondo le quali la nostra capacità di vincere nella dinamica della selezione naturale si è basata non solo sull'evoluzione genetica, ma anche sull'evoluzione culturale, cioè sulla nostra capacità di imparare a coordinarci collettivamente. Surowiecki ne aveva dedotto tra l'altro alcune conseguenze, abbastanza ottimistiche, su molti aspetti della vita sociale, sostenendo tra l'altro, seppure con molto pragmatismo, la saggezza e l'efficienza di alcune soluzioni emerse nel corso della storia per coordinare l'economia e la politica come i mercati e le democrazie.
Oggi, nel mezzo di una crisi essenzialmente dovuta all'interpretazione populista e demagogica della democrazia, da un lato, e dall'altro all'interpretazione speculativa e vorace del capitalismo finanziario, abbiamo comprese che i mercati e le democrazie saranno anche ottime soluzioni per il coordinamento delle persone ha hanno bisogno di una buona innovazione nelle regole istituzionali che li tengano su solidi binari, altrimenti tendono a deragliare. Ma non possiamo non vedere anche il fatto che qualunque forma collettiva può evolvere in modi diversi. La famiglia può essere la più bella delle espressioni della vita sociale oppure trasformarsi nel familismo amorale. Il vicinato può evolvere in una bella solidarietà tra le persone e le famiglie che convivono nello stesso quartiere rispettandosi a vicenda, oppure può trasformarsi in isolamento culturale aprendo la strada a comportamenti violenti, dalle gang giovanili alla mafia. La democrazia nei diversi contesti evolutivi può generare diversi gradi di saggezza o stupidità. E il mercato nei diversi contesti evolutivi può essere un meccanismo concorrenziale che produee efficienza, intelligenza e meritocrazia, oppure diventare un capitalismo becero nel quale semplicemente prevale il forte sul debole, lo stupidamente violenti sul pacificamente intelligente, il criminale sull'onesto.
Il tema è enorme e certamente non si risolve in questo post. Meglio approfondire. Per farlo vale la pena di partire da alcuni link che portano a pagine utili per avere un quadro veloce del pensiero di Surowiecki. La voce di Wikipedia sul libro di Sorowiecki e sul concetto di wisdom of the crowd. Il riassunto dell'editore. Un riassunto veloce capitolo per capitolo di SqueezedBooks. La scheda su Google Books. E un piccolo intervento su YouTube dell'autore che riassume con le sue parole il suo pensiero:
Ma è vero? La crowd è sempre meglio dell'esperto? Come può il singolo influire sulla tendenza collettiva quando vede che è necessaria un'innovazione o un miglioramento? E soprattutto nel contesto internettiano come evolge l'equilibrio tra individuo e gruppo? Come individuo sono arricchito dalla grande opportunità intellettuali dell'intelligenza collettiva accelerata dalla rete, ma sono anche rafforzato nella mia capacità di generare un pensiero libero, autonomo, innovativo, creativo? Probabilmente le risposte sono in un mondo intellettuale più equilibrato di quello che si sviluppa nella fretta di ogni giorno. E vale la pena di dedicare all'argomento un pensiero. La strada della saggezza si aggiorna. Forse.
Sergio è un attentissimo osservatore della dinamica della rete e delle problematiche connesse all'editoria. E non a caso propone un titolo che invita a pensare a una relazione culturalmente piuttosto primitiva tra editori e rete, implicitamente invitando i protagonisti a evolverla, migliorando la propria cultura in materia.
Il libro è veloce e si legge benissimo sia su un lettore che su un cellulare intelligente. Sull'iPhone è un godimento, nonostante le pagine siano piccolissime.
Sergio mi ha chiesto una prefazione. E mi ha dato il permesso di pubblicarla qui. Eccola:
La storia dell'editoria moderna parte probabilmente all'inizio del Settecento nel momento in cui la corporazione degli stampatori riesce a ottenere il privilegio per ciascun affiliato di poter essere l'unico a pubblicare il libro di un autore con il quale si è messo d'accordo per la gestione del suo copyright. Tecnologia e diritto sono fin dal principio alla radice del business editoriale. In particolare il controllo della tecnologia di accesso ai contenuti, consentiva agli editori di far valere senza particolari problemi anche il loro diritto allo sfruttamento delle opere. Ma le trasformazioni attuali sembrano aver sottratto agli editori il controllo delle tecnologie strategiche e, di conseguenza, la tenuta del sistema del copyright. La leadership dello sviluppo delle tecnologie per pubblicare e distribuire contenuti sta progressivamente ma inesorabilmente passando alle piattaforme online, ai motori di ricerca, ai servizi di vendita di libri e giornali in rete, alle aziende che producono computer, tablet, cellulari, lettori dedicati alla lettura e così via. In qualunque business, l'impresa che non ha alcun controllo sulla tecnologia fondamentale per lo svolgimento del business rischia di essere marginalizzata.
L'impresa che non governa la sua tecnologia può superare con successo il rischio di perdere quote di mercato se conserva in qualche modo una relazione privilegiata con il suo pubblico o con i suoi fornitori. E indubbiamente i marchi e le testate aiutano gli editori a resistere nel cuore del pubblico, mentre possono conservare un'attrattiva nei confronti degli autori se riescono a convincerli di essere ancora il miglior interlocutore per generare reddito con il loro lavoro. Ma entrambe le difese sono superabili.
La struttura del mercato editoriale sta cambiando radicalmente. Un tempo la scarsità fondamentale era sotto il controllo dell'offerta: ciò che era scarso era lo spazio per la pubblicazione. Oggi, su internet, quello spazio è illimitato, mentre la scarsità fondamentale è sotto il controllo della domanda: ciò che è scarso è, prima di tutto, il tempo e l'attenzione del pubblico. Sicché, nel mercato editoriale, la domanda controlla le fonti del valore mentre l'offerta deve conquistare il suo spazio centimetro per centimetro. Contemporaneamente, nella relazione con il pubblico, gli editori si trovano di fronte nuovi agguerriti competitori, spesso dotati di marchi importanti e meglio posizionati sul piano tecnologico: quelli dei motori di ricerca, quelli dei negozi online, quelli dei produttori di device. Inoltre, molti ex inserzionisti pubblicitari sono partiti alla conquista del tempo e dell'attenzione del pubblico direttamente su internet senza la mediazione degli editori. E del resto, anche per gli autori stanno emergendo molte e interessanti opportuità per valorizzare le loro opere che a loro volta non passano per la mediazione degli editori.
Il primo capitolo di chiunque operi nel business editoriale diventa la dimostrazione dell'unicità del suo servizio a vantaggio del pubblico. Segue, subito dopo nella scala di priorità, la riconquista di una forma di controllo della tecnologia. E in terza posizione c'è la rigenerazione della sua relazione con gli autori. In tutti i casi si tratta di fare un salto di qualità culturale: le vecchie soluzioni e le inveterate abitudini semplicemente non funzionano più: il salto culturale deve condurre a comprendere non come controllare ma come servire il pubblico, a trasformarsi da passivi fruitori ad attivi innovatori della tecnologia, a passare da rentier del copyright a promotori e valorizzatori dell'accesso alle opere degli autori. Si tratta di salti culturali che, spesso, appaiono troppo alti per gli editori troppo tradizionali. E che quindi favoriscono in certi casi i nuovi entranti nel business.
Sta di fatto, che il pubblico cerca ancora le funzioni fondamentali che in passato erano svolte solo dagli editori, per scegliere a che cosa dedicare il tempo, per riconoscere autorevolezza e credibilità agli autori, per accedere in modo comodo e a un prezzo giusto alle opere. Le protezioni che favorivano gli editori nello sfruttamento di queste funzioni non ci sono più, ma le funzioni hanno ancora valore. E il riconoscimento di questa opportunità potrebbe rivelarsi la spinta decisiva per gli editori a rinnovarsi profondamente, per sincronizzarsi con la storia attuale e allo scopo di scrivere la storia futura.
Per chi è interessato al tema e apprezza gli ebook c'è anche Cambiare Pagina, Rizzoli.
(Gli altri libri citati nel corso degli anni in questo blog)
1. Steve Jobs, Walter Isaacson (Mondadori)
2. Come abbattere un regime, di Gene Sharp (Chiare lettere)
3. John Kay, Il pensiero obliquo (Codice)
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«La tecnologia ci avvicina all'arte che ci avvicina alla tecnologia».
Una ha bisogno dell'altra. La tecnologia crea nuove opportunità per l'arte e alimenta e accompagna un'accelerazione della complessità. L'accelerazione della complessità ha bisogno di un senso. L'arte è la ricerca di un senso. E influisce sullo sviluppo della tecnologia, in modo che per esempio non sia più soltanto generata dalle logiche della finanza o della ricerca militare.
Ma l'arte esaurisce la sua capacità di comprendere il mondo se si avvita su se stessa (come spesso avviene nell'arte contemporanea tutta definita dal suo successo finanziario e dalla notorietà mediatica che raccoglie). L'arte ha senso se serve la comunità a riconoscersi: i riti e gli oggetti dell'arte possono essere un modo per la comunità di riconoscersi. Ma se la comunità si riconosce nell'arte, l'arte si ritrova fuori di se. Fuori dal suo oggetto e dalle sue pratiche autoreferenziali.
Allora l'arte è necessaria.
Si introduce un rapporto vero e generativo con il pubblico. È in quel riconoscimento che si vive l'arte come esperienza. L'arte in un certo senso vive nel momento in cui vive nella memoria, quando è esperienza.
Ed è artista chi fa cose che hanno belle conseguenze.
Non fa più una bella forma, ma genera belle relazioni. E non c'è arte se non si occupa di sensibilità. L'artista disincaglia il sentire e sensibilizza. Contro l'anestesia culturale che la società attuale rischia o sperimenta.
Sicché alla fine l'arte è dono. Perché non può essere fatta per raccogliere denaro, altrimenti è al servizio del denaro. E questo la rende ribelle ma per una ribellione non distruttiva: diventa costruttiva.
Alla Classe dell'arte hanno parlato anche Antonella Sbrilli e Patrick Ohnewein che hanno portato importanti insegnamenti sulla ricerca e la didattica per la comprensione dell'arte ed esempi di innovazione tecnologica utilizzata dagli artisti. I riflessi dei loro contributi si troveranno sul sito dell'organizzazione.
«L'ipotesi di base di questo lavoro è che ricerca e innovazione siano fra i più importanti fattori di sviluppo e di miglioramento della qualità della vita di una qualsivoglia comunità». Correttamente, De Maio parla di ipotesi. Ma in un mondo che cambia tanto velocemente, è ben difficile non accettarla. Fare ricerca e innovare sono le attività più direttamente connesse alla possibilità di adattare un sistema al cambiamento, di migliorarne le capacità di competere e di conquistare una leadership culturale che attiri i talenti, i capitali e le risorse fondamentali. Creando un flusso di attività e visioni che contribuiscono a costituire nell'insieme una prospettiva per la qualità e il senso della vita delle persone e soprattutto dei giovani.
Se si accetta dunque questa ipotesi, De Maio suggerisce di dare un'occhiata ai principi proposti dall'Ocse per formulare una strategia di innovazione, orientata a sviluppare economia e società, perseguendo uno sviluppo sostenibile, incentivando una visione di lungo termine.
I principi proposti dall'Ocse sono questi:
Empowering people to innovate
Unleashing innovation in firms
Investing in innovation and reaping its returns
Applying innovation to address global challenges
Improving the governance of policies for innovation
De Maio si occupa dell'ultimo principio, concentrando l'attenzione non solo sulla quantità di risorse destinate all'innovazione e alla ricerca, ma anche alle modalità con le quali sono assegnate: perché dalle strutture decisionali emegono i messaggi fondamentali che incentivano i comportamenti virtuosi e costruttivi, o che al contrario rischiano di suggerire comportamenti parassitari e distruttivi.
«Non è soltanto la quantità di risorse messe a disposizione che determina uno sviluppo efficace per una comunità: il fattore chiave è, prima e soprattutto, il metodo seguito per la decisione; anzi, quanto più è efficace il metodo seguito, tanto più è probabile che si generi una moltiplicazione di risorse, sia pubbliche sia private».
E il metodo riguarda la definizione degli scopi che si intendono raggiungere, la qualificazione dei soggetti in gioco e le modalità con le quali le risorse sono allocate.
Il libro si struttura in una profonda analisi di ipotesi e casi che le verificano, relativi alle strategie e alle pratiche di sostegno e incentivazione alla ricerca e all'innovazione, spesso vissuti in prima persona da De Maio, per poi passare a una importante analisi del sostrato fondamentale: il sistema della formazione. Non c'è dubbio che le contraddizioni e facilonerie con le quali l'Italia ha pensato e gestito la sua strategia e la sua pratica del sostegno alla ricerca e all'innovazione, insieme alla progressiva riduzione dell'attenzione al sistema della formazione, hanno a che fare con la difficilissima sfida che il paese attraversa in questa fase cruciale della storia del mondo. Non solo dal punto di vista dell'economia, ma anche da quello sociale e culturale.
Il libro parla di temi importanti e urgenti. Se il mercato e la politica sono troppo imbrigliati nella trappola del breve termine per occuparsi costruttivamente e saggiamente di ciò che è importante, occorre che la comunità ne prenda consapevolezza e cerchi di rispondere proattivamente. Ma De Maio scrive per l'amministrazione, supponendo che possa ritornare a comportarsi in modo razionale, saggio e lungimirante.
(Gli altri libri citati nel corso degli anni in questo blog)
1. Steve Jobs, Walter Isaacson (Mondadori)
2. Come abbattere un regime, di Gene Sharp (Chiare lettere)
3. John Kay, Il pensiero obliquo (Codice)
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Più che di ingenuità della Rete si parla di ingenuità degli approcci ideologici, utopistici, tecnocratici alla rete. Morozov contesta le interpretazioni che vedono nella tecnologia internettesca una leva che di per se libera i popoli e le persone. I tecnocentrici e i cyberutopisti che Morozov descrive nel suo libro hanno avuto forse una funzione. Ma il pericolo di prenderne le opinioni alla lettera è evidente. Come ogni errore di prospettiva anche questo può condurre su strade sbagliate.
Le tecnologie di rete sono speciali: se non hanno utenti non hanno valore, anche se le loro funzionalità sono fantastiche. Ed è chiaro che per farle adottare, all'inizio può valere anche un approccio ideologico o utopistico o deterministico. Ma il mezzo raramente giustifica il fine. Se l'eredità culturale di questo approccio finisce per diventare un equivoco è importante che qualcuno lo dichiari e lo mostri con la lucidità di Evgeny.
Resta, a mio parere, il valore dell'utopia. L'energia culturale e sociale che serve a migliorare il mondo può incarnarsi di volta in volta in forme specifiche che la storia si incarica di superare. Ma resta il senso di superamento del limite che il pensiero utopistico può sostenere, quando è sincero.
E resta, casomai, un tratto specifico della tecnologia internettiana: che non risolve i problemi automaticamente ma sostiene le persone che intendono affrontarli, facilitando con le sue caratteristiche il passaggio all'azione. La rete aiuta a mettere insieme le forze, a collaborare, a creare soluzioni nuove, perché abbatte barriere che prima della sua diffusione erano molto più alte. La strada del progresso non è tecnologicamente determinata. Ma la tecnologia può aiutare chi la sa usare e chi ne comprende le conseguenze.
L'innovazione non esiste se non viene adottata dalle persone che la devono usare, valorizzare, adattare alla loro vita. Ed è difficile che le persone adottino qualcosa che non capiscono, che pensano sia loro imposto, che non è progettato per adattarsi alle esigenze di chi lo deve usare.
Le tecnologie di rete, le piattaforme, la gran parte dei servizi che richiedono per funzionare una partecipazione degli utenti alla generazione del loro valore richiedono necessariamente apertura e trasparenza da parte di chi li progetta. Certo, devono avere funzioni importanti per le persone cui sono rivolte. E spesso il modo suggerito dai progettisti per assolvere a quelle funzioni sorprende. Ma a quel punto si instaura un "dialogo" dal quale emerge il valore.
Di tutto questo si sente spesso parlare. Anche se non con la dovuta consapevolezza. Charlene Li fa un passo in più, perché è particolarmente preoccupata per l'autenticità del messaggio di trasparenza e apertura che viene proposto dalle aziende che offrono servizi di questo genere. È quasi più importante essere autentici che flessibili. A quel punto, una proposta potrà piacere o non piacere, ma non genererà un'aura di sospetto e sfiducia che la potrebbe affossare anche tra coloro che la potrebbero apprezzare. Questa autenticità è in fondo la conseguenza dell'apertura e della trasparenza, quando sono intese sinceramente per quello che nei fatti sono: la consapevolezza del fatto che le tecnologie che offrono servizio sono contemporanemente il frutto del pensiero e dell'azione di chi propone e di chi utilizza. Il mercato - l'incontro della domanda e dell'offerta - si trasforma: in passato, dati i prodotti, determinava il prezzo e la quantità di beni scambiati; oggi, oltre a questo, preliminare a questo in un certo senso, soprattutto per i servizi di questo genere, è una conversazione che stabilisce prima di tutto il valore percepito attraverso il dialogo tra chi produce e chi usa.
I social network sono piattaforme di servizi che hanno valore in quanto le funzioni offerte vengono riconosciute dagli utenti che le trasformano ulteriori servizi agli altri utenti. Per l'effetto rete, se molti utenti le usano acquistano valore, altrimenti, per quante funzioni abbiano, non ne hanno. Dunque gli utenti concorrono alla formazione dell'offerta. Solo a quel punto entra in gioco la tipica dinamica del mercato che fissa i prezzi. Magari coinvolgendo soggetti diversi (come gli inserzionisti pubblicitari). Se l'esperienza degli utenti che danno valore alla piattaforma dovesse apparire inautentica, perché troppo soggetta per esempio, alla ricerca di pubblicità, probabilmente la piattaforma perderebbe valore. Di fatto, viene prima la costruzione di valore - culturale, sociale - poi la monetizzazione. Tra la piattaforma e gli utenti che le danno valore occorre vi sia una sorta di complicità. Che può realizzarsi solo se la relazione tra la piattaforma e gli utenti è trasparente, aperta e autentica.
Questo per Charlene Li è un insegnamento che va molto oltre il mondo delle tecnologie dei social network. Perché coinvolge in realtà la maggior parte dei sistemi di servizi. Il libro non è fatto per lanciare un nuovo mantra. Ma per aiutare i leader delle aziende e le persone responsabili a comprendere quanto il tema dell'apertura e della trasparenza coinvolga le organizzazioni che sono loro affidate. E quanto impegno debbano dedicare a perseguire questa strada. Per tutti, è una lettura che sfida a comprendere alcuni passaggi organizzativi fondamentali che si stanno verificando nel passaggio dalla società gerarchica e relativamente lineare dell'epoca industriale alla società della rete, fondamentalmente complessa, dell'epoca della conoscenza.
(Gli altri libri citati nel corso degli anni in questo blog)
1. Steve Jobs, Walter Isaacson (Mondadori)
2. Come abbattere un regime, di Gene Sharp (Chiare lettere)
3. John Kay, Il pensiero obliquo (Codice)
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La quantità di rumore che viene dalla logica mediatica attuale è insana, dice Laufer. Concorderà qualcuno dei lettori di Ecologia dell'attenzione. L'approccio al sistema delle notizie con la metafora dell'ecosistema aiuta a riconoscere che alcuni modi di produzione delle notizie sono inquinanti e non fanno bene a chi le consuma, producendo disattenzione, perdita di fiducia, paura, incapacità di riconoscere una prospettiva, cinismo e orientamento a subire invece che a ribellarsi consapevolmente. La strategia della disattenzione è inquinante e politicamente orientata a favorire i potenti, contro l'innovazione.
Laufer parte da considerazioni molto simili. Le vede soprattutto dal punto di vista della sanità intellettuale personale. E propone un insieme di "ricette" per vivere meglio attraverso una migliore dieta mediatica.
Sottolinea da subito che all'elettronica va accompagnata la manualità. E che il bombardamento di notizie va attutito da momenti di silenzio. La sua tensione è verso un equilibrio più sano e meno passivo. Parte dalla definizione di "notizia" e si domanda che cosa non lo sia: suggerendo che quando i media propongono insistentemente un argomento, che però non sarà importante domani, non vale la pena di prestarci attenzione. Suggerisce di ascoltare opinioni diverse. E di cercare le fonti accurate, preferendole a quelle sensazionalistiche. Se le notizie non sono puro divertimento, vale la pena di impegnarsi a scegliere quelle che fanno bene e non quelle che si consumano in fretta. L'analogia con il fast food regge abbastanza, quindi meglio cibarsi di slow news.
I consigli di Laufer sono molto ragionevoli. Spegnere i canali all news quando si può. Leggere fonti diverse. Evitare i giornalisti con l'aggettivo (cioè quelli che raccontano tutto da un particolare punto di vista) e considerare i giornalisti come dei professionisti del filtro su ciò che è importante (quindi ogni tanto pagare per le notizie fatte bene...). Schivare i notiziari fatti solo per veicolare pubblicità.
E soprattutto farsi da mangiare ogni tanto, non andare sempre al ristorante in fretta e furia. Cioè imparare a fare informazione. Per stare meglio. E per contribuire alla comunità.
Semplici regole, quelle di Laufer. Ma intelligenti e ben proposte. Servono ad aiutare i cittadini che vogliano cessare di lasciarsi condurre passivamente dalla routine informativa, che spesso in realtà è un meccanismo manipolatorio, per diventare soggetti che coltivano una visione critica dei fatti per vivere meglio.
Per vivere meglio!
Vorrei che Peter Laufer desse un'occhiata a Timu. Proponesse i suoi consigli. E partecipasse a quell'esperimento. Che nasce certamente da sensibilità molto simili alle sue.
(Gli altri libri citati nel corso degli anni in questo blog)
1. Il capitale sociale, a cura di Guido de Blasio e Paolo Sestito (Donzelli)
2. Come abbattere un regime, di Gene Sharp (Chiare lettere)
3. The Happiness Project, di Gretchen Rubin (Harper)
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La Stampa: La conquista della semplicità
Il Corriere: Rifiutò l'operazione che poteva salvarlo
La Repubblica: l'iPod nero che voleva Bono
Ansa: Lo studio di Ive
NyTimes: Jobs tentò cure piuttosto esotiche per la sua malattia
HuffPost: Jobs disse a Obama che avrebbe presieduto l'America per un solo mandato ma lo avrebbe aiutato per la rielezione
Ap: Jobs ha messo in discussione l'autorità per tutta la vita
Winrumors: Che cosa pensava Jobs di Gates
60 minutes: Jobs incontrò il suo padre biologico senza sapere che fosse lui
Michael Liedtke: Jobs si sentì tradito dall'arrivo di Android
La storia più bella è però quella secondo la quale Jobs accettò di fare la biografia per far sapere ai suoi figli chi era loro padre. (HuffPost)
Non è che ci volesse molta intelligenza per capire che sarebbe successo. Se ne parla dal 1995. Certo, con l'avvento degli ereader o tablet di successo, dal Kindle all'iPad, il processo sembra aver subito un'accelerazione significativa.
L'ipotesi strategica deriva dalla storia dell'editoria. È un'ipotesi centrata sulla tecnologia.
Oggi gli editori tradizionali non controllano più la tecnologia. Tentano di salvaguardare il copyright come principio. Ma non possono obbligare gli autori a cederlo proprio a loro. La competizione tra gli editori si è complicata con l'arrivo di nuovi protagonisti, come Amazon, che guardacaso, sono quelli che controllano lo sviluppo della nuova tecnologia per pubblicare, leggere, distribuire e vendere i libri.
Si direbbe che la tecnologia sia il punto di partenza dell'industria editoriale. Ovviamente la cultura e la produzione autoriale si appoggiano in parte su questa industria, ma hanno una dinamica relativamente indipendente e possono spostarsi da un'industria a un'altra, da un modello di business a un altro. Per gli editori, invece, la tecnologia è decisiva: perché chi controlla la tecnologia ha le carte vincenti per controllare il flusso del denaro.
Oggi gli editori hanno la chance di difendersi. Ma solo imparando la tecnologia e cominciando a innovare a loro volta. Altrimenti saranno soppiantati dai nuovi innovatori della tecnologia per la pubblicazione.
In questo caso, la filiera editoriale attualmente conosciuta si spaccherà in molte diverse funzioni: scelta e valutazione del valore qualitativo delle opere, marketing, editing, titoli e copertine, forme di archiviazione, e così via. Non c'è ragione perché queste funzioni spariscano: anzi, dovranno crescere. Non c'è ragione perché non continuino a essere svolte dai vecchi editori, ridimensionati. Ma non c'è ragione perché non vengano svolte anch'esse da nuovi soggetti.
L'editoria tradizionale, dopo quindici anni di internet, si stupisce ancora delle conseguenze dell'innovazione tecnologica. È ora che smetta di stupirsi e cominci a innovare. La competenza degli editori è ancora enorme e preziosa. Nel tempo, alle funzioni industriali e commerciali hanno aggiunto una rara capacità di influire - spesso positivamente - sulla produzione culturale. Sono diventati a loro volta protagonisti dell'avanzamento culturale. Questa competenza non andrà dispersa, perché anche i nuovi potenziali soggetti emergenti nasceranno da quella storia, ma non è sicuro che l'equilibrio culturale migliore sia quello in cui da una parte ci sono pochissime piattaforme globali e dall'altra ci sono miriadi di piccoli soggetti che fanno gli autori, gli scopritori di talenti, i recensori, i consulenti di marketing, e così via. Un buon equilibrio richiederebbe forme di aggregazione più ampie non solo dalla parte della commercializzazione ma anche dalla parte della produzione di idee. Probabilmente.
In ogni caso da innovare c'è molto. Penso per esempio alle forme di memorizzazione che il sistema della biblioteca con gli scaffali di libri garantivano e che invece si volatilizzano con i reader che a loro volta contengono metafore di scaffali molto meno efficaci per chi debba ricordare dove ha letto che cosa. I reader sono fantastici invece per selezionare e ritrovare le sottolineature e le citazioni, anche se si può fare molto di più di quanto si faccia ora, per aiutare la memoria a non abbandonarsi completamente all'idea che tanto tutto è registrato in una macchina: il pensiero ha bisogno di ricordare non solo di sapere come ritrovare. Ci sono innovazioni nella gestione della conoscenza, ma anche nella valutazione delle autorità culturali emergenti che poche piattaforme tenderanno sempre a dare attraverso formule più o meno quantitative e che invece richiederebbero a loro volta percorsi qualitativi più attenti. Sono solo piccole idee sui filoni di indagine che si possono sviluppare. Del resto, l'archiviazione della conoscenza e il suo riutilizzo sono decisivi per non abbassare il livello complessivo della cultura. E qui c'è tecnologia da innovare. Per adesso le piattaforme surfano sulla superfice del fenomeno. L'innovazione profonda è ancora tutta da fare. Ma qualcuno di certo ci sta lavorando. E quindi per gli editori tradizionali, nell'ipotesi qui formulata, non c'è più moltissimo tempo da perdere. Imho.
John Brockman lavora a New York, in un ufficio sulla piazzetta che si apre dove la 5 Avenue arriva all'angolo del Central Park. Per chi lo vada a trovare d'estate, l'esperienza è fisicamente oltre che intellettualmente sfidante. L'aria condizionata crea l'atmosfera tipica dell'interno di un frigorifero. Il silenzio è completo. "Veniamo qui per riflettere. Se dobbiamo comunicare lo facciamo via internet, anche da una stanza all'altra. Passiamo giornate senza dire nulla. Ma lo scambio di idee è incessante". E piuttosto ricco. Brockman vive facendo l'agente letterario e molti dei suoi autori sono diventati dei veri e propri bestseller anche grazie alle sua capacità.
In questi giorni sta lavorando con i suoi più antichi colleghi, Stewart Brand in testa (fondatore dello Whole Earth Catalog e autore della celebre frase "stay hungry stay foolish" citata da Steve Jobs nel suo discorso di Stanford), sta lavorando alla grande domanda annuale che provocherà come sempre un vigoroso dibattito all'inizio del prossimo anno.
I due libri con i quali Edge che Brockman propone sono raccolte di saggi importanti sui concetti di "cultura" e "mente".
Cultura, si apre con un saggio di Daniel Dennett che interpreta il concetto in chiave "evoluzionistica". Prosegue con Jared Diamond che si domanda "perché certe società prendono decisioni disastrose". Denis Dutton si occupa di una visione "darwiniana della personalità umana". Steward Brand riproduce il suo famoso saggio nel quale sostiene che "siamo come dèi e dobbiamo imparare a essere bravi in questo compito". Molti altri saggi. Tra questi, David Gelernter con il suo "È ora di occuparsi di internet seriamente" (2010). Dice Gelernter che internet non è un argomento tipo i cellulari e le console per videogiochi: è un argomento tipo l'educazione. E se è così importante dobbiamo cominciare a dedicarci davvero a comprenderlo. Il libro dedicato alla cultura contiene poi straordinari saggi di Jaron Lanier, Clay Shirky, Nicholas Christakis, Douglas Rushkoff, Evgeny Morozov, Brian Arthur, Richard Foreman, Frank Schirrmacher, Daniel Hillis.
Cultura e mente. Difficile scegliere temi più complessi e affascianti. Perché consentono contemporaneamente di riflettere sull'umanità e la scientificità di quello che sappiamo di noi e del modo che abbiamo per sapere qualcosa di noi.
John Brockman è riuscito a realizzare qualcosa di rarissimo. Il suo gruppo si pone problemi filosoficamente, scientificamente, umanamente enormi, con la leggerezza di chi è consapevole che non molti altri circoli intellettuali nel mondo hanno il coraggio di porseli altrettanto chiaramente e con altrettanta competenza. Ne emerge tra l'altro un sistema generoso verso ogni tipo di pubblico: la dedizione di Brockman e dei suoi autori alimenta l'accesso a saperi e pensieri finissimi, diffusi gratuitamente online. E bisogna dire che questa generosità del gruppo di Edge è ripagata dalla generosità del pubblico verso gli autori quando pubblicano i loro libri.
(Gli altri libri citati nel corso degli anni in questo blog)
1. The Moral Landscape, di Sam Harris
2. The Consolations of Philosophy, di Alain De Botton
3. The Happiness Project, di Gretchen Rubin
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Il suo capolavoro The Wealth of Networks (2006) è servito a dimostrare come la ragione economica possa essere trasformata dall'avvento delle reti e dal valore della conoscenza, riformando il mercato e il concetto di libertà (Traduzione: Egea 2007).
Il nuovo libro, The Penguin and the Leviathan (2011) approfondisce le novità teoriche ed empiriche che inducono a ritenere il comportamento collaborativo più efficiente e soddisfacente di quello basato sull'interesse egoistico, ma concentra l'attenzione su un punto cruciale: come si disegnano sistemi che valorizzano la collaborazione, la incentivano in modo ragionevole ed efficiente, senza richiedere un approccio ideologico e utopistico al comportamento umano, allo scopo di aumentare la ricchezza economica e la soddisfazione di vivere.
Benkler fa un lavoro scientifico e non buonista. Semplicemente osserva il fatto che l'assunzione fondamentale dell'economia tradizionale, quella che ritiene l'essere umano essenzialmente egoista, non regge alla prova della verifica storica. Inoltre, osserva che le conseguenze organizzative di quell'assunzione, l'idea della mano invisibile come meccanismo che produce il massimo valore di sistema sulla base del comportamento egoista degli attori economici, non sono le più efficienti e soddisfacenti da nessun punto di vista.
La convinzione che gli esseri umani siano egoisti produce organizzazioni basate sulla paura, sulla diffidenza e sulla punizione, promettendo vantaggi esclusivamente monetari. Inoltre, giustifica gli errori di sistema delle organizzazioni fondate su quell'assunto: è il migliore dei sistemi possibile, gli esseri umani sono egoisti, dunque va accettato il fatto che il capitalismo ogni tanto produce disastri. (Qui, come qualche lettore sa, seguendo il pensiero di Fernand Braudel, si distingue tra capitalismo - come sistema nel quale prevale la legge del più forte - e mercato - come sistema di scambi regolato sulla base di leggi e consuetudini che garantiscono la concorrenza).
Benkler parte dimostrando come negli ultimi vent'anni, la scienza abbia scoperto come la specie umana sia tutt'altro che caratterizzata da un gene egoista. Anzi. Proprio per funzionare come specie sociale si è adattata sviluppando evolutivamente una quantità di caratteri collaborativi, necessari all'azione di gruppo. Si arriva a dimostrare senza troppa difficoltà che gli esseri umani non sono né assolutamente egoisti né assolutamente altruisti. Semplicemente si trovano a comportarsi in un modo o nell'altro date le condizioni in cui si trovano, dati i frame interpretativi con i quali decodificano le situazioni in cui si trovano e dati i caratteri personali che distinguono gli individui.
Se le organizzazioni sono fondate sull'idea che le persone si comportino sempre in modo egoista o sulla speranza che si comportino sempre in modo collaborativo sono destinate a fallire.
I fallimenti umani di tanti trading floor del capitalismo finanziario americano degli ultimi tempi, la disattenzione per le conseguenze ambientali e sociali di una fabbrica chimica ai tempi dell'industrializzazione accelerata, l'immobilismo di un ufficio qualunque nel contesto del burocratismo autoritario sovietico, la tragedia epocale di chi ha fatto l'esperienza di un campo di concentramento nazista, sono esempi diversissimi di assolutismo che conduce a disastri. (Certo, questi accostamenti faranno arricciare il naso a qualcuno e meriterebbero un approfondimento più attento e consapevole, mi scuso per la fretta: non sono paragonabili se non per il fatto che si tratta di organizzazioni fondate su una considerazione assolutistica del comportamento umano).
Ma se oggi ci poniamo, e non possiamo non porci, problemi globali come la salvezza dell'ambiente, la tenuta del sistema economico, la qualità della vita nei territori globalizzati, la qualità dello sviluppo della conoscenza sulle reti digitali, occorre anche una discontinuità logica e ideologica, che ponga l'accento sulla costruzione di piattaforme organizzative capaci di tener presente le reali motivazioni delle persone, per poterne valorizzare l'energia e la forza innovativa. Una discontinuità rispetto alle organizzazioni basate sull'erronea convinzione che gli uomini siano solo ed esclusivamente egoisti. E che prenda le conseguenze del fatto che sono anche collaborativi. E che si renda conto che dalla collaborazione emergono soluzioni spesso migliori, più efficienti, più soddisfacenti.
Benkler dunque passa in esame le caratteristiche delle organizzazioni che favoriscono la collaborazione, senza supporre che le persone siano dei santi. Queste piattaforme organizzative possono essere adattate con le ragionevoli assunzioni alla convivenza civile, alla struttura delle aziende, alla generazione di piattaforme online, alla creazione di movimenti sociali, alla diplomazia internazionale. Ci sono alcuni accorgimenti che il design dei servizi orientati a basarsi sulla collaborazione ha ormai chiarito. La sintesi è nel finale del libro, in 7 punti:
1. Ogni piattaforma collaborativa è basata sulla comunicazione tra i partecipanti. La comunicazione è la chiave del successo del sistema
2. La proposta collaborativa va codificata nella struttura dell'organizzazione in modo che induca a interpretare la collaborazione come conveniente per tutti, in modo autentico e non ideologico
3. La cultura di fondo proposta favorisce e applaude all'empatia e alla solidarietà senza farne un pregiudizio, ma assolutamente osteggiando il pregiudizio contrario, quello secondo il quale in fondo tutti sono egoisti
4. Morale e norme sociali sono disegnate in modo da proporre comportamenti e feedback equi per tutti, accettando che eventualmente qualcuno lavori più di altri ma sottolineando lealmente l'importanza cruciale di chi apporta più valore
5. Punizioni e guadagni vanno commisurati alla condizione in cui si trova l'organizzazione, al progetto comune che persegue, alla qualità culturale che la caratterizza, nella consapevolezza che molti guadagni decisivi sono quelli immateriali, mentre gli incentivi monetari sono sempre interpretati come mezzo e non come fine
6. Reputazione e reciprocità sono le regole di feedback fondamentali per attivare comportamenti collaborativi
7. Le organizzazioni vanno pensate e costruite per contenere la diversità delle persone e delle loro capacità, valori, interessi, orientamenti e caratteri.
Mi rendo conto che il riassuno è troppo veloce. Non resta che prendere il libro e leggerlo. L'ho fatto in formato digitale. Poi l'ho preso anche in carta.
1. The Moral Landscape, di Sam Harris
2. The Consolations of Philosophy, di Alain De Botton
3. The Happiness Project, di Gretchen Rubin
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Nicholas Christakis e James Fowler non si tirano indietro in tutto questo enorme discorso. Usano dati, scienza e metafore generosamente. Connected è una ricognizione di quello che sappiamo delle reti sociali, dei loro meccanismi di funzionamento e delle loro conseguenze sugli individui. Spesso conseguenze impreviste. Che danno però conto del fatto, inequivocabile, che siamo individui ma siamo anche gruppi e siamo anche specie. La consapevolezza di quanto c'è in noi di collettivo, però, ci deve servire a coltivare anche quanto c'è in noi di individuale. Per poter portare il nostro responsabile apporto creativo all'insieme. Questa consapevolezza aiuta i megalomani a conoscere il limite del loro possibile impatto, ma soprattutto aiuta la maggior parte di noi, più modesti e timidi, a conoscere le grande potenzialità che hanno le nostre azioni.
Si scopre infatti che siamo contagiosi, in tutto. Gli studiosi ritrovano i segni di un'influenza importante tra le persone sia nei comportamenti problematici - mangiare troppo, fare una vita poco sana, avere comportamenti violenti, abitudini di branco, e così via - sia nei comportamenti virtuosi. Scopriamo che un comportamento eticamente corretto non ha impatto solo nel piccolo entourage nel quale l'atto viene compiuto ma produce conseguenze molto più lontane. Quindi non ha senso tirarsi indietro pensando che la nostra azione è troppo piccola per contare: in realtà, conta. Anche la correttezza è contagiosa.
Ha senso pensare iniziative nella rete perché possono avere conseguenze vere e importanti. Ha senso creare piattaforme che incentivino i comportamenti collaborativi perché possono avere effetti importanti. Ha senso investire nell'economia della conoscenza in rete perché può generare grande valore. La rete ha una dinamica specifica, che va compresa: ma che quando viene compresa apre molte porte. Anche il libro di Nicholas Christakis e James Fowler aiuta a riconoscerle.
Le reti sociali che fanno riverberare le azioni di rete sono certamente quelle locali e quelle che riuniscono persone accomunate da interessi, linguaggi e culture simili. Ma l'enorme potenzialità della rete internet, mai vista prima in effetti, è quella di creare le condizioni per reti internazionali, capaci di superare limiti prima invalicabili. La dimensione cosmopolita è probabilmente la più ricca culturalmente e praticamente, oltre che la più adatta a vivere in modo equilibrato la multidimensionalità identitaria che la rete rende possibile. Il cosmopolita si sente a casa dovunque ma non perde mai le sue radici.
Il consumo. Il consumo che non risponde più solo ai bisogni, ma che sollecita e risponde nello stesso tempo ai desideri. Il consumo fatto per crescere all'infinito. Che agisce come una droga, crea dipendenza e soddisfa solo in dosi sempre più grandi.
Il momento della verità, però, dice Bauman, è vicino. Resta da capire, aggiunge, se arriverà per via di una tragedia o per via di una presa di consapevolezza.
Tra i suoi regali alla platea tre libri, citati nei passaggi decisivi.
Tim Jackson, Prosperity without growth: un libro che Bauman ha presentato come un vero e proprio evento culturale decisivo, concentrato sull'argomento fondamentale di come aumentare la felicità senza dipendere dalla crescita.
Elinor Ostrom, Governing the commons: come gestire le fondamentali risorse comuni in un'epoca che quasi non sa più riconoscerne il valore. (cfr. Scott London)
Hans Jonas, The imperative of responsiblity: un classico per la discussione etica nell'era della tecnologia, che tra l'altro mostra come in un mondo tanto interconnesso da ridiscutere ogni confine la nostra visione morale sia ancora quella che funzionava quando il vicinato era il principale spazio di relazione e la principale piattaforma di social networking.
Sono le domande che mi hanno condotto, mentre scrivevo il libro "Cambiare pagina", dopo tre anni di lavoro e a un anno dalla riflessione svolta per il Festival del Giornalismo di Perugia del 2010. Non so quanti se ne interesseranno. Ma so che era urgente affrontare quelle domande.
La difficoltà di questo libro consisteva nel fatto che non credo esista una ricetta per l'azione di chi opera nell'informazione. Ce ne sono tante. Tutte da sperimentare. Salvo l'immobilismo lamentoso. Per cui non poteva venire fuori un libro-slogan.
Quello che mi interessa è il movimento dell'insieme. E la metafora che mi pare più adeguata a raccontare quello che succede è l'"ecosistema dell'informazione".
Questa impostazione, poco maneggevole, però, è fruttuosa perché da essa emerge che ciascuno può fare la sua parte. E' chiamato a farla. Giornalisti e cittadini, editori e pubblicitari, informatici e designer... Ciascuno con il suo punto di vista, ciascuno facendo quello che fa o che può fare, ciascuno compie azioni e genera messaggi che hanno conseguenze.
Il movimento dell'insieme si vede a partire dalle coordinate fondamentali, lo spazio e il tempo. Siamo immersi in un oceano di messaggi, incarnati nell'ambiente in cui viviamo, fatto di cose e di case; siamo immersi nelle nostre storie, costruite o vissute.
E poi il movimento dell'insieme si vede dalle azioni più o meno consapevoli dei protagonisti: il pubblico attivo, gli editori, gli autori, i costruttori di infrastrutture, i disegnatori di soluzioni tecnologiche e narrative.
L'ecosistema appare inquinato e impoverito dalle azioni dei parassiti e dei conquistatori violenti di attenzione. Ma può essere risanato dagli innovatori, dai costruttori di cittadinanza, dai sinceri portatori di un metodo trasparente nella ricerca di informazioni.
E dunque si assiste a una sorta di lotta per la sopravvivenza o per la prevalenza nell'ecosistema, la cui sostenibilità è possibile solo superando l'inquinamento e lo spreco di attenzione. E' possibile pensando in chiave progettuale, da designer; puntando sui valori dell'identità, delle relazioni tra le persone, della qualità dell'ambiente culturale e sociale in cui viviamo. E diventa necessaria, quasi ineludibile, considerando le conseguenze prospettiche di quanto viene fatto da ciascuno e soprattutto da chi vuole impegnarsi per salvaguardare la qualità informativa in base alla quale si organizza la società.
La storia era stata segnalata da Pollicinor e Angelo Ricci. E commentata in profondità da Pandemia e Duplikey. Grazie ai commentatori del post precedente.
Altri aggiornamenti. Sempre sul prezzo e la disponibilità online di "Cambiare pagina" mi segnalano che, in questo momento:
Cambiare pagina non è disponibile su Amazon.it, ma si trova su Amazon.co.uk a 11,92 sterline...
Costa in versione cartacea 8,80 euro su Ibs... 11 su Rizzoli... 11 su libreriauniversitaria
Ovunque per quanto se ne sa è a 8,99 in formato ebook.
Come è ovvio, un autore non ha alcuna voce in capitolo sul prezzo dei suoi libri. Ma chiedendo all'editore si scopre che anche quest'ultimo non ha tutte le leve decisionali in mano. Anche perché un conto sono i prezzi e un conto sono gli sconti. Mentre la struttura dei costi è abbastanza poco conosciuta. Non ne sono venuto a capo pienamente, ma ho imparato qualcosa.
Il prezzo di copertina ufficiale di Cambiare pagina è 11 euro e quello della versione digitale è 8,99 euro. Il che corrisponde al maggiore costo della carta. Ma la produzione non è la sola voce di costo. C'è anche la distribuzione, che conta per circa il 30-40% del prezzo di copertina anche nelle librerie digitali. Questo consente di praticare degli sconti. Ma gli sconti sono diversi a seconda della capacità contrattuale delle parti. E a fronte della politica di sconti aggressivi di piattaforme come Amazon per la vendita online di libri di carta anche le altre piattaforme abbassano i prezzi. Ma solo dove c'è concorrenza
Si scopre insomma che il mercato è più concorrenziale nella vendita online dei libri di carta, mentre lo è meno sulla vendita dei libri in formato elettronico. (Non solo: secondo me, ma è una pura supposizione, il prezzo del libro elettronico deve restare alto anche per pareggiare un po' le perdite dello scambio di libri elettronici tra utenti che in questo modo non pagano il prezzo di acquisto).
Si scopre che in generale nel mercato dei libri di carta, gli editori hanno più forza contrattuale e che nelle piattaforme online hanno meno potere. E che i compratori di libri elettronici sono meno sensibili agli sconti.
Da queste differenze emerge che il mercato dei libri elettronici e quello dei libri di carta sono sorprendentemente separati. La maggior parte della gente non confronta gli sconti di carta ed elettronici prima di comprare. E la ricerca di libri elettronici è ancora meno sviluppata e abituale di quelli di carta, tanto che nei libri elettronici, in Italia, il mercato è più concentrato sui bestseller mentre nella carta c'è una coda lunga più lunga.
Tutto questo significa essenzialmente che anche qui il mercato non funziona proprio come ci si aspetterebbe. Istruttivo, mi pare. Ma di sicuro non abbiamo ancora finito di imparare.
Il libro parte dalla difficoltà di definire l'informazione. Qualcosa che sta sempre in mezzo ai concetti di dati e di conoscenza. E che non è né l'uno né l'altro.
Forse, non è più il prodotto di un mestiere, ma il possibile esito di un'attività di ricerca. Al servizio della cittadinanza. E che come tutte le attività di ricerca, è definita essenzialmente da un metodo.
Da leggere i pezzi di John Naughton, Guardian, e Tim Martin, Telegraph.
1Siamo le nostre storie
2 Ma lei ha provato?
3 Macchina automatica per cambiare pagina
Lo so che siamo lontani dall'accettabile... Ma per trovare altre idee c'è tempo fino al 6 aprile: quel giorno esce il libro...
Perché tutti vorrebbero lavorare - come ha fatto Elliot - in un'azienda capace di tirare fuori il meglio dalle persone. Un'azienda nella quale circolano gli eroi culturali del suo settore. Un'azienda che vuole ogni giorno fare il meglio possibile. E che se sbaglia lo capisce. Un'azienda in ricerca, un'azienda che impara, un'azienda che affascina.
L'idea di Arrow è quella di rendere facile e il più possibile "automatico" il collegamento tra i titoli dei libri e l'attribuzione dei diritti d'autore. Questo è un passaggio intelligente, perché elimina una obiezione forte, al sistema della tutela del copyright: quella secondo la quale la tecnologia va troppo veloce per stare dietro alla burocrazia con la quale si protegge una vecchia legge. Ora in effetti la tecnologia consente di accelerare la tutela del copyright a una velocità più simile a quella della rete nel suo complesso. Sempre che Arrow funzioni davvero.
Ma se funziona, Google può passare all'opt-in in modo abbastanza facile, senza bloccare l'impresa.
Arrow nasce dal lavoro di Piero Attanasio. E' finanziata dalla Commissione. E diventa uno strumento di attuazione della politica europea sui diritti nei libri piuttosto importante. (Il pdf con la presentazione di Attanasio, la visione della Kroes, e un progetto da seguire).
Da non perdere:
Michel Serres, sulle trasformazioni della scuola. Educare nel XXI secolo.
L'esperienza però non è tutta qui. Mancano gli intoppi pratici della lettura sulla carta, manca la difficoltà di ritrovare un passo che avevi letto e ricordi vagamente, manca la differente consistenza dei libri, manca il colore della copertina. Manca il gesto di sfogliare, un po' diverso per ogni libro. E questo ha conseguenze sulla memoria.
Sul Kindle, o su un ereader, ogni libro è fisicamente più o meno uguale a ogni altro, il gesto di passare da una pagina all'altra è sempre lo stesso, non hai davvero idea di quanto tu abbia letto e quanto ti manchi al prossimo capitolo...
L'omogeneità della lettura elettronica elimina piccoli eventi che la memoria è abituata inconsapevolmente ad associare ai passi di testo che hai letto.
In breve, si ricorda meglio, elettronicamente, sfruttando il motore di ricerca. Ma si ricorda peggio, biologicamente, perché non si sfruttano le associazioni tra parole, gesti, segni aggiuntivi, come i colori e la posizione del testo nella pagina a destra o a sinistra... La memoria diventa più artificiale. Capita, alla fine, di sapere di avere letto qualcosa, ma di non ricordare l'autore o il titolo nel modo cui la lettura di un oggetto fisico ben identificato e diverso dagli altri ci aveva abituato.
E' un fenomeno che ricorda il passaggio dalla cultura orale a quella scritta. Anche in quel caso la memoria era al centro del cambiamento. La cultura si è adattata.
Post precedenti su questo argomento:
Il gesto di conoscere
Imparare con le mani
L'esempio viene dalla storia del ruolo del Pakistan nell'attentato a Mumbai di un paio d'anni fa. E' scritta da Sebastian Rotella di ProPublica. Ha una dimensione molto ampia per il web o per un giornale. Ma è perfetta per il Kindle. E su quella piattaforma ha effettivamente trovato un grandissimo successo. Lo racconta Megan Garber sul NiemanJournalismLab.
Ne parlava Clay Shirky: il reader farà venire in mente nuovi generi. E nuove possibilità.
| Alcuni libri che ho in mano | Impressioni mentre leggo |
Enrico Pedemonte Morte e resurrezione dei giornali Garzanti Giorgio Meletti Nel paese dei Moratti Chiare Lettere | Un libro straordinario sulla crisi non solo editoriale ma anche sociale dei giornali. E le sue possibili soluzioni. Una storia commovente e un'inchiesta di pregio per una vicenda aperta e tutta da comprendere con un concetto: il capitalismo coloniale in Italia. |
Pollan, cibo da leggere
Yunus - business sociale
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
Siamo le nostre azioni pubbliche (11 maggio 2008)
Senza povertà (4 maggio 2008)
Nothing ends (27 aprile 2008)
Esplorazioni insensate (5 aprile 2008)
L'arte del rinnovamento (16 marzo 2008)
L'arte nella storia (9 marzo 2008)
La logica della decrescita (2 marzo 2008)
La lettura dei confini (24 febbraio 2008)
La fortuna della filosofia (17 febbraio 2008)
Pensieri astratti su realtà concrete (3 febbraio 2008)
Memoria. Felicità (27 gennaio 2008)
Libertà della conoscenza (20 gennaio 2008)
Libertà della scienza (16 gennaio 2008)
Leggere nella complessità (13 gennaio 2008)
Leggere una storica scomparsa - 2 (6 gennaio 2008)
Leggere una storia scomparsa (31 dicembre 2007)
Il senso e la visione (22 dicembre 2007)
L'Italia e gli italiani (16 dicembre 2007)
La complessità della conoscenza (9 dicembre 2007)
L'organizzazione informale (2 dicembre 2007)
Il comune senso del capitalismo (4 novembre 2007)
Il gioco della matematica (28 ottobre 2007)
Numeri da leggere (7 ottobre 2007)
Fantadesign da leggere (30 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica / 2 (23 settembre 2007)
Vivere una lettura filosofica della politica (16 settembre 2007)
Leggere il video partecipativo (5 agosto 2007)
L'identità delle vittime (29 luglio 2007)
La poesia di un amico è il titolo del racconto della tua vita (22 luglio 2007)
Leggere l'incomprensione (15 luglio 2007)
Il destino di leggere (8 luglio 2007)
Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
Leggere un incontro di civiltà (24 giugno 2007)
Lettura bella e popolare (17 giugno 2007)
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Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
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Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
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Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
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Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)
Pagina aNobii (social network sui libri)
In libreria: Economia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Feltrinelli
Mi capiterà tra poco. Per merito o per colpa di un centro culturale chiamato Ministero delle Idee. (Forse poteva chiamarsi anche Mistero delle Idee).
Per fortuna, ci saranno molti amici comprensivi. Spero.
Laura Forlano, What is service design? L'economia è sempre più basata sui servizi e sui servizi si fanno i grandi valori aggiunti. Ma il design non è ancora riuscito a definire il suo ruolo in questo ambito.
Katarina Wetter Edman, The concept of value in design practice. E' probabilmente necessario riflettere a come si genera e si misura il valore del design in un mondo di servizi.
Altri paper dei quali si sta discutendo in questi giorni a ServDes.
Libri connessi a questi temi.
Brand è un pioniere. Ha fatto The Whole Earth Catalog (un www su carta, diceva Steve Jobs), The Well (una community del 1985 che lanciò online i dibattiti più profondi della sua epoca), The long now (l'idea della responsabilità dell'umanità che si può sostenere soltanto se si pensa a lunghissimo termine).
E nel suo libro, il pioniere e leader Brand, prende posizione a favore del pragmatismo. Contro ogni ideologia, ambientalista o economicista. Con un approccio visionario degno di lui. Da leggere.
| Alcuni libri che ho in mano | Impressioni mentre leggo |
Enrico Pedemonte Morte e resurrezione dei giornali Garzanti (a cura di) John Brockman Come cambierà tutto Il Saggiatore | Un libro straordinario sulla crisi non solo editoriale ma anche sociale dei giornali. E le sue possibili soluzioni. Raccolta di interventi eccellenti dei grandi intellettuali che lavorano a interpretare il futuro basata sulla domanda annuale lanciata da Edge. |
Pollan, cibo da leggere
Yunus - business sociale
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
Il nuovo paradigma della finanza (21 dicembre 2008)
Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
Beato chi si scandalizza (30 novembre 2008)
Viaggio per la felicità (2 novembre 2008)
Mercato o capitalismo (19 ottobre 2008)
Hacker (12 ottobre 2008)
Odio (27 settembre 2008)
Querdenker (24 agosto 2008)
L'indicibile segreto del segreto (14 agosto 2008)
Il filo dei libri (15 luglio 2008)
Felicità in azienda (28 maggio 2008)
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Leggere la razza padrina (1 luglio 2007)
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Giorgio Meletti ha scritto un libro sull'incidente che ha portato alla morte di tre operai della Saras, la raffineria dei Moratti in Sardegna.
E' un lavoro giornalistico di grande importanza. Che si farà notare.
Torneremo a parlarne.
Si direbbe che il principale risultato della guerra in Iraq sia la sconfitta degli americani: perché sono gli iraniani ad aver avuto il maggior vantaggio dalla scomparsa dell'esercito iracheno, secondo Baer. Perché sono loro che, in prospettiva, governano il nuovo Iraq. Senza farsi troppo notare.
Tesi forte, discutibile, ma basata su quello che l'autore ha visto. E soprattutto orientata a far comprendere ai frettolosi occidentali che i tempi storici di quella regione sono più lunghi e profondi di quanto non si possa comprendere dando un'occhiata alle apparenze mediatiche.
"La domanda che deve affrontare chi lavora in aziende come Google, Xerox o Microsoft, cui è quasi impossibile rispondere, è la seguente: come si può catturare l'attenzione (sempre sull'orlo di distrarsi) senza manipolarla? Dato che le persone non possono più farlo e forse, a causa di questo sovraccarico cognitivo, non potranno più farlo neanche in futuro, sono le macchine che devono assumersi questo compito".
Diamo la colpa dell'information overload alle macchine, ma sono le macchine che ce lo devono risolvere. O no? Il libro si sfoglia con curiosità. Ed è percorso da intuizioni molto condivisibili.
"La società che riprende con rinnovato vigore il controllo del proprio pensiero è quella dove scuole e università offrono anche corsi di meditazione, e diventano luoghi dove non si insegnano pensieri ma modi di pensare, nonché la possibilità di riconoscere, nell'epoca dei motori di ricerca, il valore della domanda giusta".
| Alcuni libri che ho in mano | Impressioni mentre leggo |
Arianna Dagnino Fossili Fazi Editore Dante Alighieri La vita nova Mondadori | L'amore e l'Africa, alla ricerca delle radici della specie umana. E di una specie di umanità delle persone. Poesia e prosa si fondono nell'amore ideale di Dante per Beatrice. Perché è una storia che si svela indagando ogni possibile linguaggio. |
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
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Pagina aNobii (social network sui libri)
In libreria: Economia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Feltrinelli
E' un mondo di libri per nomadi, dove lo spazio è poco mentre è necessario viaggiare leggeri.
La biblioteca invece è pesante. Come sa bene chi cambia casa. Costa. Occupa spazio. Ma il peso, la lentezza, lo spazio hanno una funzione culturale. La perdiamo a cuor leggero?
La biblioteca non è un deposito informe di libri. La biblioteca parla. Il suo ordine costruito nel tempo è un supporto della memoria senza paragoni. I collegamenti che ciascuno produce tra i suoi libri appoggiandoli negli scaffali sono riproposti ogni volta che li si percorre con lo sguardo. E ogni lavoro di ricerca, ogni ripensamento dell'esperienza accumulata dagli autori delle opere, ogni consultazione, si sostanzia anche dell'ordine dei ricordi di ciò che si è letto e di ciò che si da dove si può leggere incarnato dalla biblioteca.
Personalmente, ho un'esperienza preKindle che può aiutare a immaginare quello che succede con il Kindle. Dopo troppi traslochi, la mia biblioteca è stata smembrata e scompaginata tante volte che ormai il suo ordine è restato solo nella mia mente. I neuroni e le sinapsi sono l'unico luogo dove si mantengono in vita i valori culturali della biblioteca della mia vita. Ed è un po' quello che sarebbe successo se tutti i miei libri si fossero trovati soltanto nel reader e nei computer cui esso consente di accedere. Perché la biblioteca, con la fisicità dei suoi scaffali e la pensante lentezza della sua struttura, manca nel mondo dei libri digitali. Né vale, per ora, a sostituirla, l'immagine riflessa nello schermo, per esempio di aNobii o di iBooks, degli scaffali digitali. Quella sembra piuttosto la scaffalatura della libreria, non della biblioteca personale.
La memoria di una biblioteca è fondamentale. La sua sostituzione vera nel mondo digitale non è ancora chiara. Ma è un tema di sviluppo al quale varrebbe la pena di dedicare un poco di creatività. L'interfaccia e l'architettura di interni di un mondo digitalizzato ma che si deve connettere all'esperienza analogica di chi ne fruisce.
update: Giuseppe Granieri suggerisce l'intrigante soluzione della biblioteca sociale, tipo Goodreads...
"La mia definizione di community manager è molto semplice: è la voce dell'azienda all'esterno e la voce dei clienti all'interno" (Connie Bensen)
"Il marketing dell'ascolto. E' la sua semplicità che lo rende, per alcuni, impraticabile".
"Se non c'è alcun modo di far sì che i tuoi obiettivi coincidano con quelli dei tuoi utenti, lascia perdere".
E poi c'è un sacco da sapere: tipo che c'è una direttiva europea che vieta alle aziende di fingersi clienti disinteressati che parlano di un prodotto...
Mafe De Baggis, World Wide We, Apogeo.
Basta guardare la presentazione per aver voglia di leggere e sfogliare:
"This book is made with the wish that words and images be means of expression, rather than objects of control. Creative expression is a release of human energy. Copyright is a law, used to protect and forbid. So we have tried to make this book as free as possible. We invite you to read it, share it... and use it. The photographs in this book were taken over the course of a year, after the 1st quarter of 2007 and before the 3rd quarter of 2008. As Joi tells it, these photographs became possible after a breakthrough in technology. But we believe the cultural movement that Joi has captured here is a breakthrough of the human spirit. The essays in this book are meant to offer a synchronic slice of contemporary free culture theory. In his foreword to the book, Lawrence Lessig has described Joi Ito as a member of a new class of amateurs, enabled by new thinking as well as bleeding-edge technology. In a special interview, Joi Ito answers questions about photography after the death of the darkroom, and his own role in the free culture movement. Howard Rheingold kindly shares some of his reminiscences while enthusing about how to "teach" the future. In his very topical essay, Lawrence Liang cross-examines the moment in legal history when photography became art. Cory Doctorow, very true to form, gets righteous about the false ownership of knowledge. Yochai Benkler expounds on human systems and finds a little bit of heaven in the disaster area of modern life. Isaac Mao tries to incite a mind revolution with the his first full treatment of the theory of Sharism. And Marko Ahtisaari contemplates the future of travel and a life lived at jet speed. We also asked many of the generous people who appear in this book to give us their thoughts about what 'A freesoul is...' This is a work of amateurs. Please share it!"
| Alcuni libri che ho in mano | Impressioni mentre leggo |
Arianna Dagnino Fossili Fazi Editore Aldo Schiavone L'Italia contesa Laterza | L'amore e l'Africa, alla ricerca delle radici della specie umana. E di una specie di umanità delle persone. Due metamorfosi: l'epoca post-industriale nell'Italia post-democristiana. Alla ricerca di un'identità e di una prospettiva. |
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
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Kathrin Passig, Sascha Lobo Il libro dei pigri felici Feltrinelli Aldo Schiavone L'Italia contesa Laterza | La saggezza è un percorso denso di imprevisti. Nel quale molti preconcetti possono essere discussi. Due metamorfosi: l'epoca post-industriale nell'Italia post-democristiana. Alla ricerca di un'identità e di una prospettiva. |
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| Alcuni libri che ho in mano | Impressioni mentre leggo |
Kathrin Passig, Sascha Lobo Il libro dei pigri felici Feltrinelli Aldo Schiavone L'Italia contesa Laterza | La saggezza è un percorso denso di imprevisti. Nel quale molti preconcetti possono essere discussi. Due metamorfosi: l'epoca post-industriale nell'Italia post-democristiana. Alla ricerca di un'identità e di una prospettiva. |
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
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Il pericolo e l'intelligenza (14 dicembre 2008)
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David Weinberger Elogio del disordine Bur Emanuel Rosen Passaparola Il Sole 24 Ore | L'ordine del mondo fisico imponeva alla realtà una struttura limitata, che il mondo digitale ha riformato. Il medium della nuova epoca è fatto dalle persone che si esprimono e si connettono. Anche il marketing impara a tenerne conto. |
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Jürgen Habermas Storia e critica dell'opinione pubblica Laterza Paolo Iabichino Invertising Guerini | L'idea di "pubblico" è tanto importante quanto intrinsecamente ambigua: leggere o rileggere Habermas fa bene. L'advertising, la pubblicità, cambia direzione, si inverte, perché il pubblico non è più target ma attivo protagonista della conversazione. |
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Jean-Paul Sartre La nausée Folio Antonio Trampus Il diritto alla felicità Laterza | Da riprendere in mano per indagare sulla relazione tra narrazione e vita: tra autenticità ed equilibrio culturale. Nessuno può definire la felicità, ma la la possibilità di cercarla è un diritto che le le reti pubbilche possono salvaguardare. |
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Le storie contro la storia (18 gennaio 2009)
Io non sono il mio cervello (11 gennaio 2009)
Luminosa oscurità (4 gennaio 2009)
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Roberto Bizzocchi Cicisbei Laterza Antonio Trampus Il diritto alla felicità Laterza | Una forma di relazione tra nobiluomini e dame, nel Settecento italiano. Dalle conseguenze rilevanti. Nessuno può definire la felicità, ma la la possibilità di cercarla è un diritto che le le reti pubbilche possono salvaguardare. |
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Agata Spaziante (a cura di) Il senso del tempo CsiPiemonte Charlene Li, Josh Bernoff L'onda anomala Harvard Business Press | Il tempo. Un concetto da vedere sotto li profilo storico-antropologico, tecnico, artistico, scientifico. I consumatori non sembrano più disposti a obbedire alle direttive del vecchio marketing. E' un bene. |
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Raymond Carver Beginners Jonathan Cape Sankar Hotel Calcutta Neri Pozza | Racconti brevi. Magistrali. Di quelli che fanno venire voglia di scrivere. Quando Calcutta si chiamava Calcutta. E la vita quotidiana era un'avventura. Per avventurieri. |
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| Alcuni libri che ho in mano | Impressioni mentre leggo |
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In libreria: Economia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Feltrinelli
È l'esergo che presenta "La presa di Roma", il libro di Claudio Cerasa, Bur.
Il libro è notevolissimo. In sintesi, dicono gli autori, "Two conclusions stand out from the project. Firstly that innovation and invention have, in a sense, been among the stepchildren of modern research, whether in the social sciences or in the humanities, and secondly that the role of innovation in urban dynamics is much more important than is generally acknowledged".
In sostanza, gli autori raccontano il processo dell'innovazione sulla base della teoria della complessità. Questo consente di correggere la tradizionale modalità degli studiosi dell'innvazione: quella di cercare di comprendere l'innovazione a posteriori. Per comprenderla prima che sia rinosciuta come innovazione occorre una teoria che la veda nel suo farsi, nell'ecosistema che la favorisce.
"It is in our opinion surprising that the scientific community has so little understanding of the process of invention and innovation itself. Generally, the world reacts a posteriori to innovations once they have been introduced. Could we not attempt to shift our stance from a re-active to a pro-active one, and come to understand and guide the process of invention and innovation itself? That would put us in control rather than dealing with things after they have gotten out of hand, and it would potentially allow us to accelerate the innovative process in those domains in which that is most needed, and maybe slow it in others".
"What has thus far held back our understanding of the process of invention and innovation? Our tentative working hypothesis is that that lack of understanding is directly related to the fact that the majority of the scientific community has looked at invention and innovation using a positivist, scientific perspective. In essence, invention and innovation have mainly been studied 'a posteriori'. From such a perspective, creation cannot be described or understood. Hence, we have left 'invention' completely to one side in innovation studies, relegating it to the domain of 'personal creativity', and we have focused uniquely on innovation, i.e. on the ways in which an invention is adopted and spreads throughout a population".
La città è la rete sociale fondamentale che favorisce l'innovazione. Perché è il luogo nel quale l'evoluzione umana si svolge contemporaneamente come specie naturale e culturale.
Ne consegue un approccio che promette molte conclusioni importanti. "From biology to society, specifies how a new kind of organisation has emerged with the historical apparition of human societies. Although Homo sapiens is a biological species, whose individual elements do not in themselves differ from any other animal species in their biological organisation, and although social systems do share some properties with animal social organisations, two main radically new and distinctive features were created through the process that led to human social organisation. The first one is a self- monitored, directed (intentional) mode of social change. We shall demonstrate that this new kind of evolutionary driver is the result of the integration of new functionalities in social structures due to cultural processes. The second distinctive feature that is essential to our approach of social systems is that it is comprehensive: to shift from a static description of social structures to a dynamic one, we need to consider a variety of social interactions that are usually separated in disciplinary explanations of social systems. The modifications in social organisation that are directed at monitoring social changes, and that produce emergent patterns instantiated in organisations do affect a social system in every aspect and at all its levels of organisation.We describe how function, structure and process are affecting each other, and we build a dynamic, interactionist interpretation of the evolution of social systems".
"In this attempt, it is important to determine which ingredients are necessary for developing a theory of human social innovation that is both general, and precise enough to be relevant. We believe that complexity theories are the necessary framework for developing a modern interpretation of change in complex systems. However, we question two principles that are part of the application of this theoretical approach to physical and biological systems. These are, firstly, the search for invariance and universality in processes. We demonstrate that human social change cannot be described in Darwinian terms, because something new has appeared, i.c. the fact that human societies are inherently responsible for their own innovation. This then leads us to question the applicability of the Darwinian approach of biological evolution to human social evolution".
Certo, poi esplorando si scopre che sarebbe interessante comprendere come sono scelti i libri in vendita. Per esempio, manca Connected, The Surprising Power of Our Social Networks and How They Shape Our Lives, di Nicholas A. Christakis e James H. Fowler. Peccato, l'avrei comprato. Ed è probabile che quelli col Kindle sarebbero "in target".
Le curiosità non mancano. Andando alle scelte per argomento si scopre che il terzo libro più popolare "di storia" è Il Principe di Machiavelli, che tra l'altro si trova anche gratuitamente. Mentre il giornale La Stampa è in abbonamento a 19,99 dollari al mese, oppure 1,25 dollari al giorno. Si può provare gratuitamente per 14 giorni. Salvo che bisogna andarsi a registrare comunque con la carta di credito (ero già registrato per il sito di Amazon ma evidentemente c'è qualche intoppo). Vabbè. Impressioni dei primi dieci minuti.
| Alcuni libri che ho in mano | Impressioni mentre leggo |
| Mattia Bernardo Bagnoli Bologna permettendo Fazi Editore Joseph Nye Leadership e potere Laterza | Un noir che si aggira nei misteri della città nella quale il giovane autore ha studiato. L'urgenza di scriverlo. Il potere delle idee che si incarna in figure capaci di leadership, in nome anche di intere nazioni. La forza non basta. |
Sinapsi sociali (25 gennaio 2009)
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| Richard Sennett L'uomo artigiano Feltrinelli Georges Levebre Napoleone Laterza Marta Dassù Mondo privato Bollati Boringhieri Cristina Sivieri Tagliabue Appena ho 18 anni mi rifaccio Bompiani | Un saggio che sbaglia a guardare troppo all'indietro, ma che riesce a portare in avanti. Il grande storico della Rivoluzione, studia il generale-dittatore. Un'intellettuale che agisce racconta la sua esperienza tra i potenti e i pensanti. Basta dire "minorenni" per fare polemica nella politica italiana. In fondo, questo libro spiega perché. |
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Mutazioni nella lettura (27 maggio 2007)
Leggere nel futuro della città (20 maggio 2007)
Leggere il segreto di un inventore (13 maggio 2007)
L'organizzazione da leggere (6 maggio 2007)
La felicità di leggere (29 aprile 2007)
La scommessa di leggere (22 aprile 2007)
Leggere nel pensiero (15 aprile 2007)
Leggere nella mente digitale (8 aprile 2007)
Leggere nella rete (1 aprile 2007)
Leggere gli effetti dell'autobiografia (25 marzo 2007)
Leggere memi (18 marzo 2007)
Leggere l'identità del reporter (11 marzo 2007)
Leggere gli scenari (4 marzo 2007)
Leggere di quelli che lavorano (25 febbraio 2007)
Leggere dentro e fuori (18 febbraio 2007)
Leggere parole chiave (11 febbraio 2007)
Leggere appunti su ciò che non può essere scritto (4 febbraio 2007)
Rileggere quello che va riletto (28 gennaio 2007)
Leggere quello che gli amici hanno scritto (21 gennaio 2007)
Leggere quello che gli altri leggono (14 gennaio 2007)
Leggere per viaggiare (7 gennaio 2007)
Leggere per meditare (31 dicembre 2006)
Leggere per citare (24 dicembre 2006)
Gli occhiali per leggere (17 dicembre 2006)
Leggere, leggerezza, legge (10 dicembre 2006)
Leggere o non leggere (3 dicembre 2006)
Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)
Pagina aNobii (social network sui libri)
In libreria: Economia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Feltrinelli
Ciao Luca, mi permetto di segnalarti il nuovo sito che abbiamo ideato per l'agenzia di comunicazione di cui sono direttore creativo associato interactive, si tratta del primo esempio italiano dell'utilizzo di Facebook Connect per il sito di un agenzia di comunicazione relazionale. Sul nostro canale youtube, anch'esso accessibile dal sito, troverai inoltre alcune case history video di progetti di comunicazione innovativi ideati e realizzati per i nostri clienti negli ultimi 3 anni. Tra questi c'è il primo esempio di viral marketing italiano che abbiamo ideato per il brand Simmenthal, il blog più alto del mondo tenuto in tempo reale dall'alpinista estremo Simone Moro durante le sue missioni over 8000 ideato per Canon, le prime operazioni italiane social media su MySpace per Regione Trentino e Sony Ericsson, il primo facebook social game italiano per Wilkinson, la prima "asta creativa" su eBay e molti altri. Alcune di queste operazioni hanno anche ottenuto riconoscimenti a concorsi creativi internazionali come il New York Festivals ma purtoppo non hanno avuto visibilità oltre i canali mediatici di settore. Nel nostro ambito speriamo dunque di aver portato innovazione e ogni giorno cerchiamo di portare la comunicazione e la creatività italiana un passo oltre.
ecco i link:
www.rmgconnect.it
www.youtube.com/rmgconnectitalia
Vorrei commentare due cose veloci:
1. Suggerisco ai tanti che segnalano le loro iniziative "innovative" di non essere troppo "markettari". Da lettore interessato alla conversazione mi sto scocciando, e purtroppo ottenete l'effetto di scacciarmi dai vostri URL :)
2. Luca, la conversazione ha bisogno di essere organizzata in qualche modo. Immagino che per il momento tu ti stia limitando a riportare quanto detto finora (che è già utile, piuttosto che spulciarsi tre/quattro post), ma secondo me, per non "sprecare" questa energia che si è creata, dovrei darti subito da fare per canalizzare tutto in un modo più... organico.
3. Se fate il "solito" evento a Milano per parlarne, fate in modo che ci sia davvero modo di partecipare anche online... (oppure fatelo il 7 maggio sera, così ci sono anche io :-P).
c'è il 21 con l'ExperienceCamp e il 22 e il 23 Maggio come occasioni utile per fare il 'solito' evento...
Hai letto di Aermatica?http://www.milanin.com/members/andrey.golub/weblog/1887.html
E' bellissimo perchè sembriamo tutti alla ricerca del Santo Graal.
Alcuni di noi si sentono perfino una sorta di Templari, io per primo, ben inteso!
Ma se alla fine riflettiamo senza tentare di dimostrare che l'attività di business che stiamo svolgendo è "In-Nova Compliant" bensì crediamo semplicemente che il mondo non debba adeguarsi eternamente a certe regole, usi e costumi che non sempre hanno creato valore ma in certi casi hanno generato catastrofi (banalmente, il periodo di emme che stiamo vivendo ora), allora molte idee che fino ad oggi rimangono nella sfera dell'eresia, potrebbero finalmente concretizzarsi e migliorare certamente molti aspetti della nostra vita quotidiana. Chi ad esempio non crede che certe aree della nostra penisola siano tenute volutamente oscurate dalla banda larga con fini ben precisi? Provate ad uscire dai grandi centri urbani e dalle aree industriali e provate ad utilizzare i vostri strumenti per accedere alla Rete. Riscoprirete il fascino di navigare solo su siti web puramente testuali. Innovare significa in questo caso abbattare definitivamente il digital divide attingendo senza remore a tutte le risorse già ampiamente testate e pronte all'uso. Peccato che in virtù dei costi di struttura che nessuno vorrebbe assumersi, ci sia ancora tanta gente che viene tenuta lontana da questo blog e dai miliardi di informazioni in Rete.
Innovare significa non temere ripercussioni del mondo finanziario qualora una scoperta possa migliorare la qualità della vita: le auto elettriche o a idrogeno, progetti rigorosamente rallentati per non stravolgere delicatissimi equilibri di cui tutti siamo ben consci.
Innovare significa anche cambiare le proprie abitudini e lasciarsi aiutare senza grandi esitazioni dalla tecnologia: la video conference è un esempio su tutti. Vogliamo provare a mettere insieme il valore economico di un solo giorno di trasporto nel mondo per recarsi ad appuntamenti/riunioni fuori sede? Della video conferenza si parla da tanti anni ma assistiamo inermi ad uno scarso utilizzo.
Innovare vuol dire anche cambiare i paradigmi di comunicazione e avere il coraggio, ad esempio, di confrontarsi con il pubblico in maniera aperta; aprirsi ai suggerimenti dei consumatori, accettare le critiche come se fossero parte integrante al costante miglioramento del prodotto. Neanche l'interattività di Internet ad oggi è stata al centro di questo cambiamento epocale.
Insomma, per innovare in prima istanza occorre una predisposizione personale ad accettare grandi trasformazioni e grandi cambiamenti di abitudini consolidate... essere innovatore, innovabile o già innovato fa parte di uno stile di vita... chi vuole appartenervi?
H-Farm è una realtà innovatva ve sè stessa, che ha l'obiettivo di scovare idee innovative per aiutarle a svilupparsi e produrre nuovi business.
Luca,
secondo me potresti organizzare una cosa del genere: un "evento" online, della durata di due ore, su Friendfeed/twitter, dedicato ad una discussione sull'innovazione in Italia.
Primo, sarebbe un buon segno per dimostrare che si parla di innovazione... facendo innovazione :)
Secondo, potresti raccogliere molti contributi da gente diversa.
Terzo: sarebbe ottimo creare un evento parallelo, o successivo, in lingua inglese, coinvolgendo persone anche al di fuori della ristretta cerchia italiana.
Ultimo breve commento: sono stufo di sentire persone che si chiedono "dov'è l'innovazione in Italia"? L'innovazione c'è sicuramente, il problema è che semmai non ha gli strumenti per essere realizzata. Lo dimostra l'alta considerazione che all'estero hanno di noi, sia tecnicamente che in termini di inventiva e iniziativa.
Fammi sapere se l'idea dell'evento online ti sembra intelligente.
Ripeto questo commento sul mio blog, spero porti qualche visita e contributo in più :)
Bella l'idea di un incontro! Sarebbe interessante creare un evento "aperitivo innovativo" dove persone interessate ad esserlo ne incontrano altre e ne discutono. L'evento potrebbe essere trasmesso in streaming, con un sistema di chat o FriendFeed per le persone che lo vogliono seguire da casa.
(2gg fa si è verificato la stessa cosa ad un lancio di un portale tripwolf a cui ho partecipato, ma la cosa è stata involontaria)
che ne pensate?
Credo che quela di Simone sia un'idea bellissima e con molte potenzialita'.
Sono d'accordo con chi dice che l'innovazione, o meglio gli innovatori, in Italia ci sono ma (purtroppo) non riescono ad emergere. Io credo che il problema sia (ancor prima che nella mancanza di risorse) nella "dispersione" e nell'isolamento in cui molte iniziative di innovazione avvengono.
Quindi un evento del genere potrebbe diventare un catalizzatore di attenzione e relazioni tra gli innovatori, no?
L'innovazione e' una scintilla che provocano crescita tecnologica ed economica. Quando gli uomini si ritrovano a vivere, produrre e consumare in economie cittadine vibranti, spesso riescono a sviluppare nuove idee che, applicate in particolari situazioni, luoghi e tempi, diventano motori di sviluppo economico.
Questo e' accaduto nel caso di Taiwan negli anni '60 e nel caso del Nord Est Italiano negli anni '70. Questo accade ancora oggi nelle dinamiche economie delle citta' che si affacciano sull'Oceano Pacifico.
Raramente alcuna crescita economica e stata sviluppata da contributi pubblici rivolti a pioggia al mondo della ricerca. In Unione Sovietica, si sono sviluppate straordinarie competenze nel campo della ricerca nucleare, ma tale ricerca e' andata a rivolgersi per lo piu' alla produzione bellica e non si e' evoluta da essa.
Spesso le innovazioni sono piccole, quasi insignificanti, esse si ritrovano nel mondo della produzione e con essa continuamente interagiscono senza che vi sia il bisogno di un contributo dallo Stato o di un costoso centro di ricerca finanziato da una grande multinazionale.
Non sto dicendo che tali soldi siano sempre spesi male, ma che l'innovazione e l'improvvisazione colgono il loro apice quando sono in parte dettati da necesssita' produttive contingenti e portate avanti da persone che sanno applicare idee a pratica.
Come fare ad instillare qualche seme di genialita' applicata? Come spingere le persone ad interessarsi di tecnologia e a "sporcarsi" almeno un po' le mani attraverso il processo di innovazione e produzione?
San Francisco e la sua area metropolitana hanno generato scintille di innovazione grazie ai suoi improvvisatori e innovatori. Tali imporvvisatori erano in genere ragazzini che provavano nuovi macchinari nel loro garage o dietro i banchi di scuola. E' il caso di Steve Jobs e di Steve Wozniak che iniziarono la rivoluzione del PC dal loro garage, e di Sergey Brin e Larry Page che hanno ideato gli algoritmi di Google mentre erano ancora a scuola.
A San Francisco si e' trovata una risposta alla domanda di nuove inventzioni con una fiera chiamata Maker Faire, dove si pagano $25 per partecipare ad un evento di creativita' di gruppo dove si gioca con micro-chip e transistors per creare nuovi strumenti elettronici. Alcuni di questi strumenti sono poco piu' che giocattoli, ma altri potrebbero diventare i telefoni cellulari, i PC o i robot del futuro. Il festival è un raduno di "secchioni", ma in più ha il gusto del "fai da te", l'aggiunta di scienziati casalinghi, di pensatori, di artisti e di artigiani. Quest'anno i loro progetti elettronici includono robot sputa-fuoco, computers indossabili, stampanti tridimensionali e torte motorizzate (anche se non mi è ben chiaro cosa siano).
Tutti sono incoraggiati a sporcarsi le mani costruendo i propri circuiti elettrici, creare nuovi articoli tecnologici e lanciare i loro razzi. Questo è il terzo anno della Maker Faire. Lo scorso anno vi parteciparono più di 40,000 persone e più di 20,000 persone hanno partecipato ad un simile evento in Texas.
L'idea di giocare con la tecnologia in un modo così nuovo può sembrare quasi superflua. Ma questo è il sale dell'innovazione, almeno secondo il parere di Tim O'Reilly, fondatore di O'Reilly Media, una società editoriale che pubblica le riviste Make e Craft. O'Reilly è un guru della tecnologia ed e' stato l'inventore del termine Web 2.0 che cattura la tendenza di creare maggiore interattività, nello scambio di informazioni e nella collaborazione tra Internauti.
I computers, i chip, i sensori e gli altri componenti elettronici non sono mai stati così a buon mercato. Questo significa che i vari gadgets ad alta tecnologia stanno diventando beni usa e getta. Quindi possono essere smontati e riutilizzati per costruire cose nuove. Una vecchia macchina fotografica digitale, ad esempio, può essere collegata ad un aquilone per fare fotografie dall'alto, oppure, se l'aquilone si collega ad un navigatore satellitare ed ad altri dispositivi, si puo' creare un aquilone automatico, che voli senza il controllo dell'uomo.
Inoltre, Internet sta aiutando persone di tutto il mondo a scambiarsi informazioni sui loro progetti. Siti web come Instructables.com e wiki-How.com sono diventati popolari luoghi di incontro per i nuovi inventori. Essi si fanno portatori dell'ideologia dell' "open source", dove il flusso di idee innovative si scambia gratuitamente. Questo modello iniziò per gli sviluppatori di software, ma si sta rapidamente espandendo in altri campi.
Come molte altre cose che stanno accadendo a questa Fiera dell'innovazione, incoraggiano a maggiore innovatività.
Anche se il Maker Faire e' un evento piu' diverente che utile, esso permette di instillare il seme dell'innovazione e dell'improvvisazion, che portano crescita e succeso economico; se l'improvvisazione funziona, il motivo del suo successo non e' teorico, ma pratico.
Credo che una Maker Faire che coinvolgesse giovani e inventori di ogni genere avrebbe un notevole successo anche nelle citta' Italiane.
mah...io avrei un po' di soggezione ad (ab)usare il termine di innovazione. Non mi sento un innovatore, però l'unica cosa che mi sembra di aver capito è che l'innovazione si catalizza quanto più è distribuita nel numero delle persone coinvolte.
Pertanto, vorrei essere della partita, magari ai margini, ma vorrei prima osservare e poi se ci riesco, un giorno partecipare a quest'iniziativa. Ma se potremo innovare lo scopriremo solo ex-post, così ho capito dall'economista Schumpeter quando parla di "Distruzione Creativa". Se ci fermiamo prima potremmo vedere solo la distruzione. IMHO
Se comprasti il primo personal ( Vic 20 della Commodore) negli Stati Uniti 2 mesi prima che venisse commercializzato in Italia.
Se ti sei presentato a chiedere, primo nella tua citta', il collegamento a internet quando i providers erano solo quelli dell'universita'.
Se hai messo sul tetto della tua casetta 15 pannelli fotovoltaici, e lo hai fatto 3 anni fa.
Hai diritto a considerarti una persona attenta al futuro e quindi all'innovazione.... o e' solo smisurata autostima?
Antonio Santangelo vede un buon segno nella partecipazione finora emersa. EUbuntista approva.
Intanto
se ti interessa l'innovazione nell'ambito dell'impresa sociale a settembre organizziamo un workshop sul tema.. materiali e info su www.irisnetwork.it, ciao
Le prime reazioni: 17 commenti sul blog, 27 commenti su Facebook, un Tweet, un solo link (grazie a Torino Valley) e 0 commenti su FriendFeed.
Ecco i commenti:
Potresti spulciare tra gli spin-off di tutta Italia, anche con la differenza tra chi innova e chi invece si parcheggia in attesa di meglio.
Segnalo il ning "Innovatori", potrebbe essere utile: http://innovatori.ning.com/
anch'io ti segnalo http://innovatori.ning.com
e ritengo di essere un innovatore, penso a quanto ho realizzato negli 8 anni di amministratore pubblico nella municipalità di marghera
Volevo segnalarti l'iniziativa "Premio FORUM PA Protagonisti dell'innovazione", alla sua seconda edizione
http://www.innovatori.forumpa.it/
Un carissimo saluto
Elvira
Ciao,
ti segnalo il premio all'Innovazione Amica dell'Ambiente, promosso da circa 8 anni da Legambiente e Regione Lombardia. Ci sono diversi casi interessanti, questo è il sito:
www.premioinnovazione.legambiente.org
Saluti,
Andrea
Luca, io vedo l'innovazione come un "semplice" processo di miglioramento radicale.
E' difficile "scovare" esempi in Italia perchè si parla poco di innovazione, e molte delle parole spese in giro sono forse troppo esagerate.
Un piccolo aiuto, però, mi sento di dartelo: se chiedi agli italiani all'estero che fanno innovazione, loro sapranno dirti perchè non l'hanno potuta attuare in Italia, e forse ti potranno segnalare altri innovatori, in Italia o all'estero, con cui sono entrati in contatto.
ciao Luca
il tuo post è intrigante e mi spinge a fare alcune riflessioni:
comincio dal titolo "Cercasi innovatori" chi dovrebbe cercare gli innovatori dovrebbe essere lo stato italiano dando il via finalmente ad una sera politica che premi il merito e la capacità di innovare.
Inoltre tu asserisci che il problema sia trovare gli innovatori dando per scontato che esistano, ne sei davvero certo?
Il vero punto è perchè innovano? secondo me chi lo fa, lo fa solo in virtù di un possibile busines, si è perso del tutto lo spirito che ha contraddistinto nel passato tante scoperte fatte quasi sempre per caso....
Infine ti segnalo due innovatori, uno è Fabrizio Capobianco di Funambol e credo che tu già lo conosca e rappresenta bene l'assioma innovazione =business l'altro è un mio collega Vincenzo che oggi a tavola mi raccontava che stava progettando un antifurto per la sua nuova casa basato su nuove tecnologie sw , questo rappresenta bene la mia idea di innovazione ovvero usare le competenze acquisite e reinventarle per creare qualcosa di nuovo.
Sono venuto a Perugia mosso dalla stessa problematica, ti accennai che sarebbe stato interessante, oltre che entusiasmante, poter organizzare una serie di incontri che elicitassero la consapevolezza del tema. Con un pò di sarcasmo ti dissi che tutti ne parlano ma nessuno sa cos'è, almeno è quello che si nota in molte imprese nel tessuto di Macerata.
Per quadrare il cerchio di valutare i fabbisogni competitivi con Confindustria, ho proposto di partire da un tracciato che facesse emergere quali fossero i driver informativi per innovare, i bisogni di conoscenza quindi e mi modi per sopperirli. Questo per togliere il preconcetto che omologa innovazione a tecnologia, mentre questa è un fattore strategico insieme a tanti altri: i modelli di business, organizzativi, le conoscenze dei trend, ma tutti in fondo ancillari alle idee e alla cultura che queste presuppongono per la soluzione di un problemi o il miglioramento di un beneficio se la soluzione già c'è. L'esempio portante di quanto il problema sia preminentemente di ordine culturale, lo dimostra una grossa azienda che per correttezza non cito. Le viene presentato un progetto che per costi/benefici sarebbe stata una manna dal ciele per qualsiasi investimento. Otteneva dal partner, una società di trasposti locali, una concessione a costo 0 dei propri spazi pubblicitari per un valore di circa 500.000 €. E' un progetto innovativo in Italia che rientra nella Corporate Social Responsability (solo Tesco anche se in maniera divrsa lo ha portato avanti), ma in questo caso il deterrente non è stata la novità. In consiglio di amministrazione si è eccepito che la mission del progetto toccava i punti cardine dell'impresa, che ironia della sorte sono identici, come dire non si può esternalizzare una mission perché toglie titolarità. Quindi anche se c'è innovazione, profitto e beneficio collettivo, una strategia del genere andava a ledere il modello culturale ma non per defferenza ma perché è analogo.
Per tornare al tuo quesito Luca, credo che la cultura del futuro degli innovatori sia così intrisa di complessità che è facile perdersi.
Personalmente credo sia un mix di conoscenza umanistica e scientifico. Una sociologia economica della conoscenza che osserva i progressi scientifici ma li tocca con le mani delle persone comuni.
Ovviamente quegli occhi dovrebbero sapere leggere le informazioni salienti e non il tumulto di nuovi prodotti che sono solo dadi comunicativi.
La distruzione creatrice a là Shumpeter credo non esista più da molti anni, è tutto interdipendete e intersettoriale non solo nell'ICT ma anche nei settori ad alta creatività come la moda per esempio.
Il progesso credo sia collegare cose e conoscenze esistenti per bisogni esistenti e non nuovi. I micropagamenti di cui si parla a parlare anche per l'editoria potrebbe esser un esempio. Ogni famiglia italiana ha un fidelity card e ogni insegna ha un operatore mobile virtuale ormai. Un euro di costo promozionale potrebbe oltre che esser sostenibile avvantaggiare tutti. Ogni famiglia si trova nella Sim, a sua volta fedelity card, le notizie al costo del quotidiano e se le scarica a casa in famiglia. Il giornale della sera, dove tutti felici e contenti commentano le notizie prima del tg. Ruggiero in Telecom hanni fa diceva che aveva 60 milioni di punti vendita. Forse tocca passare dal supermercato per averli veramente.
Linko un pensatoio dove mettono a disposizione strumenti software per fare analisi strategica di scenario. E'un progetto molto interessante perché i software permettono analisi multistakeholder che potrebbero esser utilizzati con panel di esperti, magari proprio sull'innovazione. E magari per ridurre un pò la complessità.
http://www.3ie.fr/lipsor/lipsor_uk/index_uk.htm
John Elkann, capo del capo del mio capo in una pregressa avventura editorial-pazzesca e persona squisita, da oggi pomeriggio è sicuramente un innovatore.
ciao luca,
noi qui in romagna ci stiamo provando, il progetto si chiama romagna business club: www.romagnabusinessclub.com
il 23 di aprile abbiamo un evento a cui ti invito e a cui partecipano alcuni dei tuoi colleghi:
Corporate and Business Web Forum - Il web per la PMI
http://www.romagnabusinessclub.com/featured-articles/23-aprile-2009-corporate-and-business-web-forum-il-web-per-la-pmi/
L'obiettivo è creare una vera e propria impresa quindi a fine di business. Come?
fondamentalmente creando eventi per ora e diffondere la conoscenza e l'utilizzo del web ma soprattutto la nuova cultura fondendola con quella ruspante romagnola.....
Quando consegnarono la medaglia presidenziale al professor Peter F. Drucker per i suoi studi di management e per le sue riconosciute capacità di predizione e innovazione rispose semplicemente "I just look out the window and see what's visible - but not yet seen."
L'innovatore per me è questo. E' un qualcuno che vede e realizza oggi ciò che per altri nemmeno è da considerare.
Intorno a noi, nella nostra vita di tutti i giorni, nel lavoro incontriamo spesso degli innovatori e a volte nemmeno ce ne accorgiamo.
Peter Drucker (http://www.druckerinstitute.com/) è un innovatore e in sua memoria è stato anche istituito un riconoscimento che premia quelle attività no-profit che si sono distinte per la capacità di anticipare e innovare il loro settore o ambiente.
Nel mio lavoro mi è capitato di incontrare persone che hanno questa dote. Uno di questi è Christian Carniato, fondatore di TSW, che più di 10 anni fa ha visto nel Search Engine Marketing il futuro del web. Scommessa vinta. Ma è interessante vedere cosa sta combinando nel frattempo. Una fonte inesauribile di stimoli.
Di primo acchitto, mi viene di rispondere con un link a un progetto che mi piace molto:http://www.librino.org/ (peccato per il sito in flash)... Cito dalla presentazione:
Antonio Presti, da dieci anni, coltiva a Librino un'utopia. In questa "città-satellite" di circa 70.000 abitanti, in un territorio lasciato ai margini, privo di infrastrutture e di servizi, l'ideatore di Fiumara d'arte, "il sognatore che realizza i propri sogni"- come lo ha definito lo scrittore israeliano Meir Shalev - coltiva l'utopia della bellezza e dell'arte come forza etica. In questo spazio della contemporaneità, un non luogo che nega cittadinanza ai suoi abitanti, ha scelto d'investire sull'arte ritenendola occasione di riscatto, d'incontro, di scoperta, di gioia e di bellezza.
Guardati la Porta della Bellezza che è l'opera che stanno mettendo in piedi in questi giorni...
Agli innovatori piace usare reti neutrali (World of ends) :-O
Luca,
Io penso di essere da sempre un'innovatrice, ma dipendente. Per noi è estremamente difficile farci notare. Si lavora nell'ombra e i risultati vengono visti come quelli delle organizzazioni da cui dipendiamo. Ma ci siamo, ci sono. Personalmente penso di aver fatto molto, nonostante si debbano sempre fare le nozze coi fichi secchi, e anche bene. Ma nessuno mi conosce. Altri, liberi e non dipendenti, possono farsi notare di più.
Ma anche noi, a libro paga di qualcuno, innoviamo.
Il commento di Laura ha tutta la mia approvazione (e solidarietà) per essere innovatori devi essere indipendente o qualcuno non innovatore che prende decisioni per te te lo impedirà... credo che in Italia ci siano innovatori ma, spesso, purtroppo chi decide non lo è.
Il tema è affascinante. Personalmente trovo che una cosa su cui siamo carenti in Italia è la capacità di associare innovazione e sostenibilità/modello di business, e più in generale percorsi di selezione delle reali innovazioni, per distinguerle da "invenzioni" fine a se stesse.
Credo che nòva stia facendo del suo per segnalare percorsi possibili.
Quanto alle persone, il problema è riuscire ad avere le competenze per valutarne le potenzialità, e non è sempre facile.
Ti girerò una mail in proposito che potrebbe esserti utile
Le radici delle innovazioni stanno generalmente nel gioco e nella decorazione.
La metallurgia inizio' con il martellare il rame all'interno di collane e altri ornamenti molto prima che fosse utilizzata per coltelli ed armi di rame e di bronzo.
La formazione di leghe metalliche inizio' nell'ambito della gioielleria e della scultura che della produzione economica e militare.
La ruota inizio' ad essere usata in modo "frivolo"; le ruote piu' antiche a noi conosciute erano parti di giocattoli.
L'idraulica, la meccanica ed altre manifestazioni del genio umano furono sviluppate all'inizio per costruire giocattoli o come forme di intrattenimento.
Il ferro battuto fu inizalmente utilizzato per scopi decorativi nella creazione dei cancelli dei palazzi.
L'industria chimica si sviluppo' dal bisogno di colorare o decolorare i tessuti ed il vetro.
La polvere da sparo venne utilizzata prima come forma di intrattenimento per i fuochi artificiali molto prima che fosse utilizzata per scopi militare o per conquistare lo spazio con i razzi.
La prima ferrovia al mondo fu creata come forma di intratenimento a Londra.
La plastica venne dapprima utilizzata per i giocattoli e per i tasti del pianoforte come rimpiazzo a basso costo dell'avorio.
Le racchette da tennis, le mazze da golf sperimentarono le fibre di vetro e di carbonio prima degli aeroeplani.
I videogiochi al computer hanno preceduto l'uso giornaliero dei computer nello spazio lavorativo.
Il riscaldamento con i pannelli solari e' iniziato come un hobby per appassionati di fai da te.
Tutte le cose grandi nascono da cose piccole, ma le nuove piccole cose vengono sono distrutte a meno che non siano valorizzate per ragioni piu' di apprezzamento estetico che di utilita' pratica.
da facebook:
bellissima domanda!
stavo appunto leggendo questo:
http://blog.debiase.com/2009/04/cercasi-innovatori.html
Per essere innovatori sono necessarie due condizioni: bisogna esserlo e bisogna che te lo facciano fare. In Italia la seconda manca.
@dario la seconda credo che sia molto sensata
a mio avviso Luca non ce ne sono. O se ci sono, non sono messi nella condizione di.
@titti benchè tutto sia possibile, si spera almeno che qualche neurone sia rimasto...forse manca altro
Io lavoro con i fisici delle particelle. Che vivono di progetti e innovazione, di utopie, di idee apparentementemegalomani e tecnologie che non esistono ancora. Ma non ha senso parlarne individualmente. E' una impresa giocoforza collettiva, di gruppo: sono gruppi di innovatori che trovano sponde in strutture più grandi (nazionali o europee o ... Visualizza altrocomunque internazionali) che a loro volta riescono a fare lobbing politica. Alla fine l'innovazione arriva, e come. Ma questa modalità risponde alla tua domanda?
imho: sono quelli che stanno zitti, e se parlano lo fanno in inglese, in italiano solo ripetono.
forse c'è bisogno proprio di recuperare il valore dei sogni e delle utopie e se possibile di trovare uno spazio per questo anche all'interno delle scuole. chiedo troppo?
In realtà molti ambiti, tipo il design e la rete, offrono tantetante opportunità. Che si possono cogliere, però, assumendo nuove modalità operative, che sono assai lontane dal "non ti consentono di innovare". Perchè in realtà nessuno ti deve consentire nulla.
Probabilmente ci sono molti "innovatori", ma pochi "imprenditori innovatori".
Chessò: io ... Visualizza altromi ci mantengo a far venire "strane idee" agli imprenditori. E così una fascia di "giovani" che "fanno cose". E che, magari, non si sentono (giustamente) vincolate ad una certa nazione per farle, o all'aspettare che "qualcuno te le faccia fare".
@romeo giusto appunto i grandi progetti seguono itinerari internazionali, a volte l'idea e il progetto nascono qui ma per strane dinamiche devono passare per...e dopo anni ritornare qui ..discorso lungo...quindi speriamo che si trovi presto un però , un forse per poter dire che qualcosa sta cambiando ma nella giusta direzione. A presto
vanno cercati nei vicoli del web, chi ha veramente stoffa fa poco rumore .. almeno io la vedo così, voi?
sai cosa sarebbe carino? far incontrare: imprenditore del web+ un creativo + un economista che pensa a nuovi modelli di business e vedere cosa ne esce ... tu che puoi, che hai mille contatti!
scusa ... 1903 contatti :)
@ patrizia, secondo me non cambia nulla per un semplice motivo: chi decide e chi ha soldi non ha cultura dell'innovazinoe tantomeno di internet!
@ persergio ... però se chi non ha cultura è costretto dagli eventi ... magari sono troppo ottimista eh?
è limitante pensare al modello "chi decide e chi ha i soldi non ha cultura dell'innovazione tantomeno di internet".
Non è vero. Ovvero: è vero parzialmente in Italia e in pochi altri posti. Manca la cultura di chi deve presentare la propria idea con un business plan, con un piano di marketing, con un piano di sviluppo e produzione. C'è troppo la ri... Visualizza altrocerca della "svolta" e di "qualcuno che te le faccia fare". Se si fanno le cose decenti, gli ascoltatori si trovano. (magari non in italia.. ma in italia non c'è nemmeno il venture capital...)
Mi trova perfettamente d'accordo.
limitando il mio contributo alla pubblicità, leggete questo link:http://adage.com/agencynews/article?article_id=135438
Advertising Age è la bibbia della pubblicità mondiale
alcuni del mio settore saranno a Bilbao questo venerdì per essere premiati!http://www.startup2.eu/
Luca, perché quando parli di innovazione, come esempi citi "Distruzione creatrice", "Progresso tecnico" e "Rottura radicale"? O la continuità del progresso, quindi, o la discontinuità, il salto in qualche modo violento e brusco. L'innovazione non può essere semplicemente intepretata come "differenza" (ovviamente qualificata, non superficiale)?
La ... Visualizza altrocultura dell'innovazione non è "semplicemente" - ma mai semplicità fu così complessa - la cultura della differenza (anche nel senso filosofico del termine)?
posso segnalarti questa iniziativa di FORUM PA, alla sua seconda edizione?
http://www.innovatori.forumpa.it/
@patrizia. I percorsi di sviluppo dei progetti hanno strade che spesso sono obbligate dalle dimensioni. Una macchina per studiare delle particelle chiamate mesoni costa qualche milione di euro. Ma poi si fa. E si porta dietro una enorme innovazione dei dispositivi più vari, da quelli elettronici a quelli ottici, dal software per il trattamento dati alla molatura di lenti e cristalli. I protaginisti di questi prcessi io li chiamo innovatori...
@romeo certo che si per fortuna! In ambito scientifico e in altri settori ...ma credo che la domanda di luca vada cercando altre risposte.a presto @lucia mi è piaciuta la tua risposta, sarebbe davvero interessante vedere come diverse professionalità riescano a wikicooperare e partecipare ;) innovativo potrebbe essere l'incontro: la nuova società del sapere.a presto
@Salvatore Puoi fare anche il business plan più robusto che vuoi, ma senza banche d'affari che ti trovano i finanziatori è tempo perso. Da noi questo meccanismo manca, mentre invece esiste negli USA.
@Elvira Ci vediamo al Forum PA... dove terrò una lecture sui mondi virtuali, allora.
Recentemente in un convegno a cui ero invitato come relatore, si è parlato di innovazione. A chi mi ha chiesto quando si verifica un'innovazione in una società, ho risposto che sono necessarie si realizzino tre condizioni:
1. qualcuno deve avre un'idea (davvero) innovativa, ovvero non semplicemente evolutiva
2. l'idea deve essere fattibile sia sul piano realizzativo che su quello economico
3. la società deve essere disposta ad accettare il cambiamento culturale che inevitabilmente comporta un'idea davvero innovativa... Visualizza altro
Ad esempio, le ali di Leonardo avrebbero potuto forse funzionare con i materiali leggeri giusti, come l'alluminio e il kevlar. Analogamente, molte idee sono rimaste nel cassetto perché, seppure realizzabili, imponevano un cambiamento concettuale non realizzabile al loro tempo.
@Lucia Tre anni fa sviluppai un'idea detta città accessibile che partiva da un concetto che molti hanno osteggiato, e cioè che in qualche modo «siamo tutti disabili... Visualizza altro». Da lì avevo sviluppato una visione di una città che si comportasse come un enorme computer vivente, ovvero con il quale si potesse interagire come un avatar fa con un mondo virtuale. Da qualche mese stiamo lavorando a una prima architettura per realizzarla ma non abbiamo trovato ancora il comune disposto a fare da pilota. Forse potremo riuscirci a Vicenza, ma ne dobbiamo parlare a Settembre. Come vedi ci si prova a fare innovazione ma devi mettere intorno a un tavolo troppe teste perché si decida qualcosa. Ci vuole tempo...
@Dario: sicuramente :)
io sostenevo proprio il contrario: via da qui, che è un postaccio! Anche le cose più innvative assumono un tono grottesco quando vengono implementate da 'ste parti.
Fuori, in più di un posto, son stato sempre assai meglio: tirato su imprese, trovato persone pronte ad sudiare opportunità... e, tra l'altro, ho sempre trovato anche un sacco di stupendi italiani felici di essere stati "innovativi" all'estero ;)
Aless_Zaccuri@lucadebiase innovazioni strettamente tecnologiche? o di qualsiasi altro tipo?
update da facebook
Simona Vogliano loro sono innovatori, italiani e stanno facendo cose pazzesche all'estero mentre in italia le amministarzioni decidono se è il caso di puntare su un'idea vincente e lasciano bruciare boschi, franare montagne, crollare dighe, esondare fiumi...
http://www.ireport.com/docs/DOC-247276
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Leggere per lavorare o lavorare per leggere? (26 novembre 2006)
Tag: letture, libri, Paul Veyne
Scrivono di libri: Clelia Mazzini (Akatalēpsìa), Luisa Carrada (Il mestiere di scrivere), Stefania Mola (Squilibri), Ste (melodiainotturna), Ossimora (Antonia nella notte), Remo Bassini (Appunti), Seia Montanelli (Paese d'Ottobre), Renee (Book of the day), Mitì Vigliero (Placida Signora), Gian Paolo Serino (Satisfiction), Gattostanco, Gabriella Alù (Non solo Proust), Patrizia Bruce (Dimmi, cosa leggi?), Angèle Paoli (Terres del femmes), Alessio (L'Aleph). E... Vibrisse, Lipperatura, Litteratitudine. Wittgenstein, talvolta. E inoltre: Bottega di Lettura, Penna e mouse, Bookrepublic. La Frusta. Zam. Booksblog. E MilanoNera. E Sottotomo... BooksWebTv. Palagniac. Amalteo. Carmilla online. Antonio Genna.
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In libreria: Economia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Feltrinelli
dai, pecco un po' di immodestia :)
innovatori? RomaEuropaFAKEFactory!
http://www.romaeuropa.org
un concorso creato detournando un altro concorso, per criticarne l'approccio alla proprietà intellettuale.
Il FAKEFactory, presentato in senato il 20 Marzo 2009, è diventato un evento ufficiale dell'anno della creatività e dell'innovazione della comunità europea e, adesso, si accinge a diventare lo stimolo che porterà alla creazione di un tavolo per le culture digitali presso la commissione cultura del senato.
In tutto questo, l'ecosistema che si è creato attorno al concorso si è autonomamente attivato a sperimentare diversi modelli economici basati sulla rete, per la gioia degli oramai 70+ partner a livello globale.
A maggio un grande evento a Roma, e a Ottobre un evento in contemporanea tra Roma, Londra e New York.
Nel frattempo il concorso "originario" ha cambiato la sua policy sul diritto d'autore :)
per chi fosse interessato: il concorso ha anche una sezione assai particolare, quella della "Law Art". In questa, avvocati, giuristi e appassionati di proprietà intellettuale sono invitati a realizzare opere creative remixando testi giuridici, col fine di creare la "legge perfetta" sul diritto d'autore. :)
innovate! ciaociao