Iulm 2012 – 1. Parole

Questi sono appunti. Vanno presi come una sorta di raccolta di temi che sarebbe interessante approfondire. Possono essere visti come una bibliografia ragionevole. Oppure semplicemente come spunti di discussione per il corso:
Information technology e nuove piattaforme culturali – IULM 2012


1.
Progetto: informazione, tecnologia, piattaforme, cultura; novità e innovazione
2. Paradigmi, ecosistemi, complessità, economia della conoscenza, reti
3. Internet come tema evolutivo: le connessioni e la specie
4. Internet come tema antropologico: spazio e tempo
5. Internet come design culturale: piattaforme della vita quotidiana
6. Piattaforme culturali, nuovi media sociali, gamification: industrie culturali
7. Piattaforme culturali, educazione, ricerca, informazione: civic media
8. Prospettive: metodi per la visione ed evoluzione della tecnologia
9. Prospettive: economia della conoscenza, copyright e commons

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Se il senso di un corso è nel suo titolo qui dobbiamo esplorare concetti molto scivolosi: informazione, tecnologia, piattaforme, cultura. E, visto che si dice “nuove” piattaforme culturali, dobbiamo chiederci: che differenza c’è tra le novità e le innovazioni?


1. information – technology – piattaforme – culturali – novità e innovazione


Sappiamo ovviamente poco del futuro. Ma possiamo dire che con ogni probabilità, il digitale avrà un’importanza crescente. E poiché abbiamo anche la convinzione che per le società occidentali la prospettiva è quella dell’economia della conoscenza, pensiamo che in futuro la cultura avrà un’importanza capitale. Come si incrociano queste due tendenze? E noi che cosa possiamo fare?
Parlando della nozione di tempo, Agostino ha detto: «Se non me lo chiedono, so che cos’è. Se me lo chiedono non lo so più». E molte parole fanno questo stesso effetto. Lo sappiamo esattamente che cos’è l’informazione, o la cultura? E vogliamo comprenderne la relazione con tecnologia e “piattaforma”?

L’uso delle definizioni di tipo aristotelico sono un po’ in disuso, ultimamente: «Conoscere che cos’è un oggetto, pensava Aristotele, significa vedere quali sono i suoi tratti essenziali, senza lasciarsi ingannare da quegli aspetti che, per quanto veri, sono qualcosa di puramente fattuale. Le definizioni di tali essenze ci permettono di stabilire quali cose rientrano in una categoria e quali no. Qui non c’è nessuna confusione, ma solo un ordine talmente preciso e armonioso da risultare bello». Così riassume la questione David Weinberger, che porta un esempio: l’uomo è un essere razionale, in essenza, e conta poco per definirlo che abbia l’ombelico davanti. Ma il fatto è che noi non ragioniamo così. Il fatto è che i punti di vista per definire le essenze sono troppo diversi. E che il disordine sta assumendo una nuova valenza conoscitiva molto positiva. Per Weinberger le definizioni categoriche basate sull’essenza delle cose sono un procedimento artificioso, ma in quest’epoca anche impossibile. (David Weinberger, Elogio del disordine, Rizzoli, pp. 262 e seguenti).

Ludwig Wittgenstein, che diceva del “gioco” quello che Agostino diceva del “tempo”, era dell’idea che le cose fossero accomunate da tratti simili, come gli appartenenti a una famiglia. Si passa dalla conoscenza di un oggetto all’idea di un altro oggetto come se fossero in una rete di relazioni, la cui importanza cambia in relazione alle situazioni e ai punti di vista. E comprendere una cosa significa connetterla con altre cose. Una sedia è un po’ come una poltrona, per la funzione, ma è un po’ come un tavolo perché è un mobile, ed è un po’ come un vestito perché è fatta in base a un design, e… (http://en.wikipedia.org/wiki/Ludwig_Wittgenstein)

Secondo Eleanor Rosch, citata da Weinberger, esistono però oggetti che contengono più collegamenti, che informano di più: parole che riguardano oggetti o concetti “prototipali” che vegono in mente prima e che comprendiamo facilmente. Mentre esistono cose più di confine che non si distinguono bene se non accostandole alle cose prototipo. Un’automobile è un oggetto-prototipo per dire che cosè un veicolo, mentre non lo sono i pattini a rotelle… Un pettirosso serve a dire che cos’è un uccello molto meglio di un pinguino… «I prototipi, i buoni esempi, svolgono quel compito di organizzazione del nostro mondo che per Aristotele richiedeva le essenze e le definizioni». Il linguaggio è una rete ed esistono degli hub… E naturalmente i prototipi differiscono nelle diverse culture. O nei diversi periodi storici.

Quindi non aspettiamoci definizioni aristoteliche di informazione, cultura, piattaforme e tecnologie. Ma cerchiamo di capire di che cosa si tratta nel contesto di questo corso. Parlandone.

Informazione e tecnologia

Ho chiesto una volta a Bill Gates: «Nella società dell’informazione, conta di più l’informazione o il denaro»? Di solito Gates risponde immediatamente. Quella volta ci ha invece pensato su. E poi ha detto: «Il denaro è una forma di informazione». E ovviamente lui ha un sacco di informazioni più della maggior parte degli altri esseri umani. Ma le informazioni non sono solo conoscenze. Non sono neppure sempre significati. Derivano da paragoni, convinzioni, intuizioni. Sono anche il business dei giornali e dei giornalisti. Insomma, fanno parte di un territorio intellettuale molto ampio. Ma se accostiamo il concetto di informazione a quello di tecnologia, succede un fatto strano. Si apre un capitolo della storia del pensiero e della vita quotidiana che ha negli ultimi sessant’anni motificato profondamente il senso della parola informazione. Tanto che per qualche tempo si è parlato di società dell’informazione per alludere a un grandissimo cambiamento di scenario economico e sociale.

La società dell’informazione è un tema approfondito da una quantità di testi e portato avanti da istituzioni rilevantissime per esempio in Europa. Forse è anche un concetto un po’ superato, da quello più ampio di società della conoscenza. Di certo, ha aperto un mondo di pensieri nuovi. Il testo di riferimento in materia è quello di Armand Mattelart, Storia della società dell’informazione (Einaudi, 2002; v.o. 2001)

Tutta la vicenda della parola informazione, almeno per quanto ci interessa qui, nasce da una frasetta di Claude Shannon. Lui era l’ingegnere e matematico che inventò il concetto di bit lavorando per i Bell Labs. E scrisse il suo paper fondamentale nel 1948.

http://cm.bell-labs.com/cm/ms/what/shannonday/shannon1948.pdf
http://cm.bell-labs.com/cm/ms/what/shannonday/paper.html
http://en.wikipedia.org/wiki/Information_theory
http://en.wikipedia.org/wiki/Claude_Shannon

Descrivendo il suo obiettivo Shannon spiega: «The fundamental problem of communication is that of reproducing at one point either exactly or approximately a message selected at another point. Frequently the messages have meaning; that is they refer to or are correlated according to some system with certain physical or conceptual entities. These semantic aspects of communication are irrelevant to the engineering problem. The significant aspect is that the actual message is one selected from a set of possible messages. The system must be designed to operate for each possible selection, not just the one which will actually be chosen since this is unknown at the time of design».

Se noi pensiamo alla comunicazione tra esseri umani immaginiamo che sia uno scambio significativo di notizie, emozioni, opinioni. Ma Shannon si occupava degli strumenti per comunicare. E pensava che questi strumenti dovessero servire a ogni tipo di messaggio. Per questo dice: «Frequently the messages have meaning» il che è ironico ma non interessante. «These semantic aspects of communication are irrelevant to the engineering problem». L’informazione si può comprendere come bit e trattare tecnologicamente con i mezzi di comunicazione digitali solo separandola dal suo significato. Perché il mezzo deve trasmettere ogni messaggio indipendentemente dal suo significato. Tutto questo ha conseguenze concettuali molto interessanti.

Tecnologia dell’informazione

Da Shannon in poi la tecnologia digitale tratta l’informazione come bit. Niente significato, da questo punto di vista, solo quantità di segni che compongono un messaggio, calcolabili da una macchina. Federico Faggin, uno dei padri del microprocessore, si sta interrogando in questi ultimi anni proprio sulla relazione tra macchine e consapevolezza. Noi vediamo le cose che ci circondano, le macchine no. Registrano bit che casomai noi poi leggiamo come immagini, o testi, o musica…

La velocità di evoluzione della tecnologia digitale è tale da apparire come una storia “viva”. E le metafore che abbiamo spesso usato per comprenderla hanno paragonato i computer a cervelli elettronici e intelligenze artificiali. La discussione in materia è piuttosto vasta: si può vedere in proposito: Su macchine e umani
http://blog.debiase.com/paper/su-macchine-e-umani.html

In realtà, l’evoluzione delle tecnologie segue una sua logica.
Brian Arthur, La natura della tecnologia, Codice Edizioni
Kevin Kelly, Quello che vuole la tecnologia, Codice Edizioni

L’evoluzione della tecnologia dell’informazione però entra in dettaglio in quello che pensiamo sia l’elemento fondamentale dell’evoluzione umana, quello che ha reso la specie capace di sopravvivere e anzi dominare il pianeta: la cultura.

Cultura

Se c’è una parola che ha molti significati questa è cultura.

Un tempo era forse considerata come la conoscenza di ciò che di più alto e importante si può sapere. Poi è stata il frutto della ricerca più importante, dall’arte alla scienza. Nelle varie epoche e nei diversi contesti si è persino identificata con le persone del ceto più abbiente e dunque più capace di comprendere il valore della ricerca più alta. In altri contesti è stato l’accesso alle attività intellettuali, dal teatro al cinema, dalla lettura alla musica. Recentemente è stata avvicinata all’insieme delle industrie culturali.

Ma per gli storici e gli antropologi la cultura è la materia prima dello studio delle vicende umane più profonde e di lunga durata. Forse è l’insieme dei tratti caratteristici dei popoli, delle tribù, delle etnie urbane: i modi di amare e mangiare, i modi di parlare e registrare il sapere, i simboli e i riti, i miti e i sogni collettivi. La psicanalisi junghiana ha visto negli archetipi uno dei fondamenti della sua ricerca. Il tutto all’insegna del rispetto per le diversità. E dunque la cultura è divenuta alta e bassa, eccellente e quotidiana. Per un geografo di rara sensibilità come Pierre Gourou, la cultura era in fondo la tecnologia. La tecnologia in effetti segna i limiti del possibile, anche se la sua evoluzione li sposta continuamente: e la nostra visione del mondo è in un certo senso definita dai limiti del possibile.

Ma da un altro punto di vista, la cultura è anche l’oggetto della discussione intorno agli elementi fondanti della modalità con la quale la specie umana è sopravvissuta alla selezione darwiniana. Una sorta di coevoluzione tra cervello e cultura ha reso possibile l’organizzazione collettiva della specie che, dotandosi di uno strumentario sempre più complesso, è riuscita a superare ogni ostacolo alla sua sopravvivenza e a dominare il pianeta. Anche troppo.

L’evoluzione della tecnologia dell’informazione, è stata un’accelerazione dell’evoluzione della cultura: il cervello fisico individuale evolveva con i ritmi della biologia, ma la connessione tra i cervelli sempre più efficiente ha reso possibile aumentare la velocità di evoluzione della cultura. Il cervello, le sue protesi digitali (dal computer al telefonino) e le connessioni tra queste, hanno moltiplicato la complessità della cultura e l’hanno resa enormemente più efficace. Anche troppo.

Ma che relazione intercorre tra la collettività e le individualità? Ormai sappiamo riconoscere almeno i luoghi nei quali questa relazione si svolge. E li chiamiamo piattaforme.

Piattaforme culturali

Le piattaforme hanno la capacità di accogliere elementi individuali e organizzarne l’interazione in modo più o meno aperto. La connessione tra gli elementi individuali segue regole definite dal design delle piattaforme. L’azione degli elementi individuali che interagiscono costituisce il valore fondamentale della piattaforma.

Una piattaforma può essere un sistema operativo che installato su molti computer mette in grado gli sviluppatori di applicazioni di scrivere programmi che funzioneranno su molti computer. Se quel programma è un software per la scrittura usato da molti scrittori ed editori diventa a sua volta una piattaforma per la generazione di opere intellettuali da parte degli individui che scrivono testi. Una piattaforma può ospitare e mettere in relazione persone, macchine, altre piattaforme…

Ogni livello di tecnologia che mette in relazione elementi individuali o altre tecnologie è un po’ piattaforma. Ma quando una piattaforma è definita culturale significa che mette in relazione persone e gruppi nella dinamica culturale: dunque come specie, come etnie, come persone che vivono la loro vita quotidiana, come persone creative, come ricercatori; e tutte queste cose insieme.

Forse, dopo lunghi anni di riflessioni sulle conseguenze di internet ci accorgeremo che una delle più importanti è la confluenza delle tre dimensioni della cultura – evolutiva, antropologica, socio-economica – in un ambiente che le connette intensamente. Averne consapevolezza sarà sempre più necessario. 

Niente definizioni dunque, ma pratiche, osservazioni, teorie, metafore e molto altro

Non abbiamo dunque una definizione aristotelica della materia che ci interessa. Forse vale di più una sorta di pratica situazionista per farne esperienza. E una quantità di link con pensatori, creatori, operatori che danno vita all’interazione, esplosiva, di information technology e piattaforme culturali.

L’ipotesi della singularity dice che questo assieme di macchine culturali prenderà prima o poi il posto della specie umana nella gerarchia delle entità viventi più evolute. Altri temono che tutto questo sia un po’ esagerato. Di certo, l’unica speranza di condurre questa evoluzione in una direzione sostenibile – economicamente, socialmente e culturalmente – è quella di renderci consapevoli di tutto questo fermento.