Luca De Biase
An Italian journalist writes about what's happening in his funny country:
a laboratory for the study of broken democracy and creative capitalism.
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Il senso dell'Italia

Presentazione del libro:
Il senso dell'Italia di Francesco Morace
Milano 4 marzo 2008 - Triennale


Di tutto il discorso di Benigni la cosa bella è quando dice "non s'è detto niente a nessuno", nel senso che quando noi andiamo a scuola, quando discutiamo in effetti non abbiamo la consapevolezza di quello che è stato lo straordinario percorso italiano: lo conosciamo, lo respiriamo, lo viviamo in modo inconsapevole ma questa chiave di lettura che altri popoli, altre culture hanno, a noi manca. Questa dimensione che non è solo la visione del futuro ma è la visione strategica del passato, rileggere alcuni snodi, alcuni passaggi. Nel libro il gioco è quello di individuare una qualità riconosciuta, assolutamente inattaccabile della cultura italiana, con una valorizzazione anche dei punti deboli. In questo caso da un lato vitalismo plurale, il poter considerare la dimensione del gusto che è anche una dimensione sensoriale forte, con la dimensione della conoscenza. Capire che sapère e sàpere hanno in qualche modo un legame, che l'essere sapiente e l'essere saporito sono collegati tra di loro, il fatto che, come dice Benigni, siamo stati i primi a riconoscere il talento come un elemento che non è trasmettibile in termini ereditari ma che va riconosciuto all'individuo. Tanti passaggi che detti così possono sembrare banali, ma che poi quando si va all'estero, ci si rende conto di questa fame di Italia che esiste un po' ovunque, e su cui è possibile costruire un futuro che non siamo in grado di immaginare perchè la nostra è una cultura da un lato universalista, ecumenica, la Chiesa, la visione che attraversa tutti i possibili percorsi, e dall'altra però è campanilista. Siamo assolutamente schiacciati da un lato dall'universalismo e dall'altro dal particolarismo; non riusciamo a trovare la misura dal punto di vista della cultura italiana, quindi una cultura malata di esterofilia e di campanilismo. Questa sindrome che viviamo, che è anche un po' la sindrome dell'anti-italiano, ben rappresentata dalla rubrica ultra decennale di Bocca sull'Espresso, che si chiama proprio Anti Italiano ma che recupera una lunghissima tradizione che arriva da Croce, da Salvemini, da Leopardi: un po' tutti i personaggi italiani che sono stati però anti italiani, hanno avuto una lettura critica giusta perchè la dimensione critica è un nostro punto di forza, ma che molto spesso non ha saputo sfondare la critica per arrivare al progetto, ad una visione che andasse al di là. Così come la dimensione relazionale: lavorando in aziende di tutto il mondo soprattutto grandi multinazionali anglosassoni che oggi hanno teorizzato, interi manuali di marketing che teorizzano l'importanza della relazione, la capacità empatica di riconoscere i clienti, i consumatori, ci si rende conto che sono tutte cose che noi abbiamo in termini epidermici e spesso non le abbiamo capite, non le abbiamo valorizzate. Quindi il lavoro maieuetico che attraverso questo libro e il dialogo che faremo con chi ha accettato di partecipare a questo incontro è proprio non solo di riconoscere qualità che proprio nel momento in cui le raccontiamo trovano una immediata condivisione, ma di farle diventare chiavi strategiche di costruzione, di lettura di un futuro che in altri paesi viene letto in modo più lucido rispetto a quanto avviene in Italia. Il grande tema della famiglia: oggi si parla di società liquida, ci rifacciamo a Baumann e alla sua teoria sulla società liquida: eppure la società italiana è probabilmente la meno liquida che ci sia al mondo, forse solo quella cinese è meno liquida nel senso del controllo della famiglia, della relazione di ciò che è stato definito da Ferrarotti il familismo amorale degli italiani. Da un lato hai la mafia e dall'altro hai i distretti industriali, le aziende familiari che hanno saputo in qualche modo percorrere in modo diverso questa capacità di relazione, ancora oggi facendo ricerche anche banali si scopre che il primo valore è la famiglia, non è l'individualità, non è l'espressività ma è la famiglia. Partendo da questo ci sono dei percorsi creativi che si possono fare ed è molto bella la definizione di Benni che descrive la mamma come un'unità operativa polifunzionale: cioé quello che oggi le aziende cercano di costruire. Quindi il tema dell'elasticità mentale, la capacità di raggiungere obiettivi su diversi livelli, le mamme italiane questa cosa qua ce l'hanno, diventa interessante aprire un percorso che è proprio anche progettuale. Qui ho segnalato il libro di Luca de Biase. In questo libro si fa un collegamento interessante tra il mondo del web 2.0 e il neo rinascimento, ed è uno dei motivi per cui ci siamo incontrati. I suoi progetti: Nova 100, il Blog collettivo, il supplemento del Sole 24 Ore. Nello stesso tempo viene intercettata questa altra caratteristica che è l'economia della felicità, di cui oggi si parla spesso e non più tardi di ieri c'è stato un incontro per commemorare Ernesto Illy in cui ha parlato uno dei grandi esperti della economia della felicità; ed in cui si dice: tendenzialmente il modello economico va rivisto, va ribaltato perchè il principio della felicità e non quello economico della quantità ma del qualitativo e della felicità torna ad essere al centro del nostro interesse. E ancora una volta la società italiana, senza dire niente a nessuno (come direbbe Benigni) l'ha in qualche modo elaborata e la vive pur senza saperlo. Quindi tutta una serie di percorsi che possiamo riprendere non dimenticando che noi viviamo una anomalia. Ad esempio l'intervento di Andrea Branzi, proprio in Triennale, con la mostra che vi consiglio di vedere con l'apertura del museo del design della Triennale, che da 50 anni si voleva fare e che alla fine si è riusciti a fare: Andrea lavora sulle ossessioni della cultura e della creatività italiana, che è sicuramente una anomalia rispetto alle modalità classiche. L'impollinazione eclettica, cioé un paese che ha visto tante diverse dominazioni, che ha in qualche modo settato la propria esperienza su questo eclettismo ed è poi il motivo per cui il nostro senso civico è piuttosto scarso ed è il motivo per cui abbiamo bisogno di valorizzare non solo la fiducia informale che è molto forte e apprezzata, ma anche la fiducia formale: quindi fare questo salto di civiltà capendo perchè fino ad oggi non è stato possibile, credo sia importante, anche perchè ci permette in termini pirandelliani di indossare diverse maschere, di vivere esperienze diverse, di arricchire con percorsi alternativi non consueti la nostra esperienza. Ripeto, il pensiero laterale di Edward De Bono, guru delle più grandi multinazionali americane è quello che noi facciamo tutti i giorni. Non ce ne rendiamo conto è qualcosa che va ricordato, ed è qualcosa su cui io credo si possa costruire un futuro interessante rispettando la ricchezza di storie, di figure, di invenzioni tipiche della commedia dell'arte ma uscendo fuori dallo stereotipo, dallo schema e da questo provincialismo che oggi crea dei problemi. Quindi i percorsi individuali non sono prestabiliti, ma è anche sbagliato dire come a volte si sente dire, che l'italiano è individualista, non è assolutamente vero: la cultura italiana è appunto legata da un lato alla famiglia, legata a questo concetto di solidarietà non obbligatorio, qualcosa di molto sottile, fatto di circolazione, di capacità di relazione, dove la dimensione del gioco, del divertimento, la creatività ricreativa che anche nella mostra viene in alcuni momenti ricordata, questa categoria dell'uso che prevale rispetto alla categoria dell'obbligo, cioé tanti passaggi in cui sempre emerge una possibile valorizzazione. Io sono convinto che in realtà non ci sia bisogno di grandi sforzi e neanche di tempi molto lunghi per realizzare questo salto. Un po' come è accaduto nei luoghi pubblici dove non si può fumare, dall'oggi al domani questa è una regola rispettata da tutti. L'italiano alla fine è conformista nel rispettare le regole laddove gli altri lo fanno e si vergogna di rispettarli quando gli altri non lo fanno. E' un discorso di immaginario collettivo che va ribaltato. Metternich diceva una cosa molto bella: l'Italia è un'espressione geografica. Lui lo diceva non celebrandone le qualità, in termini peggiorativi, però ci può essere una lettura interessante: cioé l'Italia, questa sorta di anomalia al centro dell'Europa, al centro del Mediterraneo, tormentata da terremoti, eruzioni, non particolarmente felice dal punto di vista geologico è però una sorta di animale strano che può sorprendere, che può lavorare sull'imperfezione come ha scritto Rita Levi Montalcini. Ci siamo trovati la settimana scorsa per una convention di una grande azienda a Mestre e nella sala accanto c'era Rita Levi Montalcini, 97 anni,  che dava una lecture sui diritti e doveri alle scolaresche venete. E' una cosa che non in tanti altri Paesi possiamo immaginare e che in Italia avviene, e su cui si può lavorare. Questo concetto di precarietà, di caleidoscopio a cui siamo abituati e poi quella dimensione post-moderna da cui si sta cercando di venir fuori, con grandi difficoltà. Noi siamo avvantaggiati paradossalmente perchè avendo un percorso e una storia altrettanto frammentata e caleidoscopica, siamo più attrezzati: l'importante è capirlo, fare questo salto. Adesso mi piacerebbe parlare con gli invitati, questo è uno schizzo che presenta il business design, il corso della Domus Academy diretto da Giovanni Lanzone che è con noi, e che è stato il primo esempio 3/4 anni fa di una riflessione teorica, metodologica, legata a questo strano tandem, business da un lato, design dall'altro: quando ci abbiamo lavorato in Domus Academy era molto italiano, oggi se andate negli Stati Uniti o nei grandi convegni dedicati al design scoprite che questo è il tema caldo, lo si chiama design thinking, ma è la stessa cosa, scoprite che questo è il tema caldo su cui si stanno incontrando le grandi aziende, le grandi istituzioni legate al design e anche un mondo del marketing che ha capito di non poter usare degli strumenti militari classici che sono poi quelli che hanno caratterizzato il marketing fino ad oggi. L'idea, nel finale di partita è proprio quella di rimboccarsi le maniche, proporre e fare delle cose, farle bene come in genere riusciamo a fare, perchè non c'è nessun altro paese in cui il bello e il ben fatto, siano tanto apprezzati, come nucleo di identità neanche i tedeschi ce l'hanno come l'abbiamo noi, proprio l'idea che le cose vanno fatte bene perchè questo dà piacere, dà soddisfazione, a prescindere dall'obiettivo o dal risultato che puoi raggiungere. L'intuizione o l'ipotesi di lavoro del libro è che questa sia una strada interessante per il futuro cioè che oggi esistano le condizioni nel mondo, nei mercati, nelle istituzioni, in altre realtà, per poter far apprezzare questo approccio, questo Italian Way attraverso dei percorsi che però sono pensati, programmati con una visione strategica di medio lungo termine che noi non abbiamo mai avuto.
L'idea è proprio di ascoltare alcune esperienze a partire da Andrea Branzi che ha curato questa mostra e sentire cosa ne pensano di questo percorso possibile e ragionare insieme....


Andrea Branzi, Politecnico di Milano

Questo è un Paese che nella globalizzazione invece di perdere la propria identità la riscopre. Mi sembra che sia in corso un processo inverso a quello che uno si immagina, cioé che l'identità locale specifica dell'Italia tende a scomparire perchè c'è un fenomeno nella globalizzazione di avvento di altri modelli, di altri riferimenti. Invece son d'accordo con quello che ha detto Francesco che sta succedendo l'inverso, e cioé che si assiste a una globalizzazione del modello italiano: e questo può creare delle difficoltà perchè in un contesto globalizzato dove il modello Italia ha un suo modo improprio di operare, diventa molto più condiviso, la diversità diventa difficile da giocare. In ogni modo bisogna dire a merito di questo Paese che questo è un Paese che è sempre stato in crisi, questa è la sua condizione permanente, il che vuol dire nelle definizioni come quelle di Kevin Kelly: la condizione di crisi è l'unica vera condizione operativa, cioé quando si vede che c'è una domanda inevasa, delle necessità a cui si deve rispondere, questa è l'occasione di crescita. Per esempio il design italiano da quando lo frequento è sempre stato in crisi, il design è una tipica espressione di una cultura di crisi, cioé la capacità di intercettare situazioni dentro le quali si potrebbero fare cose diverse e in questo senso il design rappresenta bene questa condizione italiana. Il design italiano poi si basa su una condizione italiana tutta particolare. Malaparte aveva dato una definizione: [base "]un popolo di buoni a nulla capaci di tutto[per thou] che rappresenta un po' anche la condizione post moderna operativa del XX° secolo in cui si opera senza avere più la certezza delle specializzazioni, cioé dove il lavoro, il progetto, la ricerca è un gesto che si deve continuamente alimentare di se stesso, non c'è un modello di riferimento complessivo. Questa è una condizione direi tipica dopo il crollo dei grandi sistemi politici del XX° secolo in cui questa società globalizzata, questa sorta di neo capitalismo mondiale sta in piedi a condizioni di sapersi quotidianamente riformare, qualsiasi paese deve continuamente attivare leggi, riforme, nuove norme, nuovi statuti per stare in piedi. Chi pensava che dopo la caduta del blocco sovietico ci fosse l'accesso a un sistema certo di capitalismo di modelli economici, oggi è smentito, si vede che tutto il capitalismo contemporaneo sta in piedi sulla propria crisi, quindi è un processo dinamico di ricerca costante. Il design italiano è espressione di questo stato di ricerca costante permanente, animato più da ossessioni che da categorie culturali certe. Ossessioni anche contrastanti. E si basa su questa singolare capacità di usare la tecnologia per le sue capacità estetiche, e l'estetica per le sue capacità tecnologiche; quindi è basato su un procedimento molto singolare di difficile esportazione perchè questa logica non è che si può improvvisare: è una logica che appartiene a una filosofia molto antica del Paese; infatti il museo del design non risale alla rivoluzione industriale ma a fenomeni più antichi come l'animismo latino che attribuiva un'anima agli oggetti, o come il mito della semplicità che ci arriva dalla cultura paleocristiana, o dal francescanesimo. Tutto un mondo fatto di componenti anche religiose, culturali, filosofiche, a dimostrazione, secondo me, e questo è sempre stato il motivo del mio interesse per il design italiano, che deriva dal fatto che per capire l'Italia, questo Paese non si può partire dalla storia ma dal quotidiano. L'Italia è uno dei pochi paesi europei dove non c'è stata una scuola di storici, come per esempio in Francia... dove gli storici hanno non solo interpretato la nazione ma l'hanno inventata, gli hanno dato un'identità che altrimenti non si sarebbe formalizzata. Questo è mancato in Italia, gli storici italiani sono stati artisti come il Vasari o politici come Gramsci o filosofi come Croce. Non emerge un quadro di riferimento permanente, quindi stranamente questo è un Paese che non ha una storia ben definita benchè sia, come dice Benigni, padre della storia, però è anche un Paese che si pone continuamente fuori dalla storia e questo è tipico della cultura italiana che ha inventato la prospettiva. La prospettiva si basa su un principio filosofico molto interessante che è quello di guardare il mondo dal di fuori: l'artista guarda all'esterno del quadro, non è mai dentro agli eventi. Quindi l'Italia come una sorta di osservatorio del mondo ma in un certo senso un po' fuori dal mondo. Questa storia è rappresentata molto bene più che dai grandi monumenti, dai grandi capolavori della storia dell'arte, della pittura, piuttosto dalla storia dei suoi oggetti che sono il risultato di un grande lavoro di elaborazione: non c'è un paese al mondo - forse solo il Giappone - che ha attribuito agli oggetti domestici un valore così complesso. A mio avviso perchè questi oggetti che alla fine rappresentano, come credo si percepisce nel museo, una storia che non è una parte minore della storia dell'architettura o della storia dell'arte, è una storia che ha una sua complessità ma che rappresenta bene questo rapporto tra i grandi sistemi culturali, religiosi, filosofici e la vita quotidiana cioé il rapporto d'uso, simbolico, complesso pieno di elementi imprevedibili di oscurità. Infatti una delle energie che anima il design italiano è che non è chiaro, non è mai stato chiaro che cosa è la casa, l'abitare, in cosa realmente consiste, non ci sono le certezze della cultura inglese dove già dai tempi vittoriani la casa era definita perfettamente in tutti i suoi particolari o nella società francese dove la maison metropolitana è perfettamente conosciuta; l'Italia è un Paese senza casa, dove non si è mai prodotto un modello permanente, qualsiasi oggetto che si fa è il frutto di una ricerca che riparte da zero, si alimenta di nuovo a partire da un incertezza complessiva. Le funzioni a cui l'oggetto deve rispondere sono a loro volta opache e questo fa si che il mondo degli oggetti italiani sia del tutto diverso da quello di altri paesi europei e ha dentro di sé sempre qualche cosa di non chiaro... tu prima accennavi alla differenza tra l'Italia e gli altri paesi europei, secondo me questa diversità c'è; più conosco l'Europa e più vedo che è un grande territorio gotico che ha le sue radici in questa cultura straordinaria ma molto diversa dalla nostra. L'Italia non è mai stato un Paese gotico ed è l'unico paese europeo che si fonda invece sulla crisi del Rinascimento. Il Rinascimento è il frutto di una crisi: non è un momento di affermazione di certezze, il Rinascimento nasce dalla frantumazione dell'unità teologica del medioevo, quando la politica non riesce più a stare insieme all'etica, la scienza non riesce a stare insieme alla religione, quindi si produce questa frattura da cui ha origine la modernità e l'Italia è l'unica che vive questa crisi epistemologica in forma radicale. Nel resto dell'Europa il Rinascimento viene interpretato come uno stile, viene usato, ma non ha nulla a che vedere con queste radici così complesse, non dimentichiamoci che nel Rinascimento si afferma sia la fede cristiana e contemporaneamente si riapre il culto del paganesimo, provocando contraddizioni esplosive che vengono tenute insieme dall'estetica la quale poi progressivamente finisce per sostituire l'etica. Per cui non è escluso che anche il design italiano abbia questa funzione di connettere insieme parti di un mondo che altrimenti non troverebbe nessun genere di collante forte.

Francesco Morace

Grazie Andrea, a conferma di quello che dici non tutti sanno che la parola rinascimento non è nata durante il rinascimento ma è stata inventata da un francese a metà dell'800, quindi quello che dici è ricollegabile a questa percezione ritardata che noi abbiamo. Oggi si parla degli anni [OE]60 o di Olivetti o dell'esperienza di Comunità in un modo diverso da quanto avveniva mentre questi percorsi venivano attivati: viene da pensare che c'è una sorta di sindrome italiana nel non riflettere e capire quanto sta avvenendo in quel momento. Forse è un vantaggio perchè se è vero che la dimensione della crisi diventa nutritiva ce ne stiamo continuando a nutrire a piene mani.

Paolo Anselmi, Vice-president Europe di GFK Eurisko

Leggendo il tuo libro credo che abbiamo avuto entrambi la scoperta di una coincidenza abbastanza sorprendente, la prima cosa che si può dire è che gli stranieri ci riconoscono le qualità e le virtù che Francesco racconta nel suo libro spesso più di quanto noi stessi siamo disposti a fare. Ci riconoscono anche i nostri vizi... C'è una ricerca recente fatta per la Fondazione Symbola per la campionaria delle qualità italiana che si è tenuta in novembre a Milano, una ricerca qualitativa non su un grande campione ma su un panel selezionato di osservatori competenti della realtà italiana, di persone che professionalmente sono in rapporto con il nostro Paese, giornalisti, operatori economici, studiosi e da questa ricerca sono usciti 6 elementi che sono quelli che caratterizzano il prodotto italiano ma più in generale la qualità, lo stile di vita, quasi il carattere degli italiani. C'è innanzitutto, e lo si vedeva dalle slide presentate in apertura, il primo, il più forte e il più ricorrente che è il richiamo alla dimensione estetica. C'è una bellezza del prodotto italiano che rende riconoscibile la scarpa, il capo di abbigliamento, l'auto, anche il prodotto tecnologico, l'elettrodomestico ma che è più in generale, un elemento che caratterizza la vita quotidiana degli italiani; per esempio l'apprezzamento per il modo di abbigliarsi, ma anche di apparecchiare la tavola: c'è un naturale gusto e senso estetico che ci caratterizza rispetto agli altri paesi, alle altre culture. Un secondo elemento altrettanto importante che semplificando si potrebbe definire quello della cultura, non solo ovviamente il patrimonio artistico architettonico, le straordinarie bellezze italiane, ma la capacità degli italiani e questo lo si vede quando si studiano i prodotti italiani che sono sempre prodotti che hanno radici, che hanno storia, che sia una grappa, una pasta nell'alimentare questo è evidente, ma lo è anche in altri settori, la capacità di tenere in equilibrio la tradizione, le radici e la modernità. La capacità di entrare nella modernità senza strappare con il passato, questo è importantissimo nel fascino che il nostro made in Italy riesce a sviluppare, perchè questa è una delle sfide che molti paesi fanno fatica a tenere insieme in questa doppia polarità. C'è il terzo tema che è quello della qualità relazionale, una qualità che ci viene riconosciuta che riguarda la sfera delle relazioni primarie, la famiglia certo ma anche le amicizie, il calore, l'autenticità che si sperimenta quando si viene accolti in una casa italiana o in un agriturismo italiano, questo è un elemento fortissimo che non è stato sufficientemente valorizzato, noi spesso quando ci troviamo a lavorare  per imprese che operano sui mercati esteri, quando si parla di servizio italiano purtroppo ci troviamo quasi sempre a fare valutazioni critiche dal punto di vista della qualità.
 
Ovviamente il servizio è stato percepito non solo come qualità relazionale ma anche sotto questo aspetto: la capacità di connotare il servizio italiano in modo diverso per calore, per capacità di vicinanza... questo è una opportunità tutta da sfruttare. Un altro elemento importantissimo è quello della varietà e della molteplicità della nostra cultura, dei nostri prodotti, della nostra storia, cioè la qualità è molteplice. Altri Paesi più facilmente vengono identificati, penso alla Francia ma anche agli Stati Uniti, attraverso un modello forte, riconosciuto nei suoi tratti positivi: all'Italia si riconosce una varietà e una diversità che è una straordinaria ricchezza sul piano delle culture delle tradizioni gastronomiche, delle possibili esperienze che si possono fare in un viaggio. Infatti chi viene in Italia di solito ripete il viaggio per cogliere le diverse opportunità che il Paese offre. C'è un elemento che li sintetizza e riassume tutti e che è una costante nelle ricerche che si fanno sull'immagine italiana ed è la qualità complessiva del vivere italiano. C'è un elemento di idealizzazione in questo ma va detto che spesso c'è anche il riferimento a una esperienza effettivamente vissuta, cioè di chi fa riferimento a esperienze fatte nel nostro paese: quindi non è solo una rappresentazione idealizzata. La qualità complessiva del vivere che ha a che fare con una qualità quotidiana, non è la qualità dei momenti straordinari e non è neppure una qualità aristocratica elitaria come la qualità francese: la qualità italiana è diffusa, fatta di piccoli grandi piaceri che si ripetono nell'esperienza quotidiana. Questo tra l'altro rappresenta per tutti i nostri prodotti che vengono proposti, un elemento di grande forza perchè i prodotti italiani, penso all'alimentare ma anche all'arredamento, all'abbigliamento, sono percepiti su un piano di realtà come ingredienti di una migliore qualità del vivere, hanno sempre a che fare con tutto ciò che rende la vita più godibile, ma sul piano simbolico come evocativi di una vita piacevole, quindi ingredienti reali e in qualche modo anche simbolici. C'è da dire una cosa importante: questa qualità che per molti aspetti è immateriale, ha a che fare con le componenti immateriali del nostro benessere: è in piena sintonia con il modello di benessere, o di felicità, che è emergente oggi a livello europeo (in America le cose sono diverse, c'è un modello più edonistico californiano e quello asiatico è ancora molto materiale e acquisitivo) valorizza tutte le dimensioni non materiali del benessere: il tempo, le relazioni, l'affettività, la cultura, l'estetica; questa è l'economia della felicità, il nuovo paradigma che sta emergendo e rispetto al quale l'Italia si trova in una posizione felice, perchè è il modello culturale e produttivo che meglio interpreta questa tendenza. C'è da dire poi qualcosa sull'immagine e sulla rappresentazione che gli altri hanno di noi e metterla a confronto con quella che noi abbiamo di noi stessi. C'è una buona corrispondenza, almeno parziale, tra la percezione e l'auto percezione, almeno parziale poi dirò perchè. Diciamo innanzitutto che gli italiani sono orgogliosi di esserlo: il dato oggi è intorno all'80%, il 79% oggi risponde sì è orgoglioso, uno su 5 dice che non lo è.  Questa percentuale in anni recenti è stata più alta, negli anni della presidenza Ciampi è andata oltre il 90%... Su che cosa si fonda l'orgoglio e l'identità nazionale, con gli elementi positivi che anche gli altri ci riconoscono; ha sostanzialmente un fondamento di tipo territoriale, ha una forte componente culturale e un riferimento a quei talenti che si esprimono nei settori anche produttivi in cui gli italiani hanno maggior successo: dall'alimentazione, all'abbigliamento, al design industriale. Penso quando vedo questi dati che il fenomeno culturale che più ha avuto successo negli ultimi anni è lo slow food, proprio perchè riesce ad unire una dimensione di relazione con un territorio, una dimensione culturale con il piacere del gusto che caratterizza il nostro cibo. Bisogna però anche dire che se è forte questa componente, se è quella che motiva e sostiene l'orgoglio culturale in senso lato, è estremamente debole un'altra parte nel nostro senso di identità e di orgoglio ovvero la dimensione storico politica, o civile; non viene mai citato quando si chiede agli italiani i motivi del proprio orgoglio, quello di appartenere a questo paese, il Risorgimento, raramente citata la Resistenza, la costituzione, o le istituzioni; a differenza di quello che accade in Francia o negli Stati Uniti, e non ci sono personaggi pubblici che incarnano o rappresentano il nostro essere italiani, anche Garibaldi è piuttosto debole; ci sono stati alcuni presidenti, Pertini e Ciampi, che hanno avuto un livello forte di apprezzamento, mentre ci sono personaggi privati che ben ci rappresentano: da Armani, a Valentino, da Cannavaro a Monica Bellucci. Qui sta la nostra storica debolezza rispetto agli altri paesi dell'occidente; non tanto nella insufficienza o nella debolezza del nostro senso di identità perchè ce lo abbiamo e siamo come e forse più di altri fieri di essere italiani, quanto piuttosto nel fatto che questo senso di identità non abbia un fondamento storico, politico e civile. Credo che qui stia la sfida che il Paese ha di fronte in questo momento, da una parte mantenere, valorizzare, acquisire la consapevolezza della straordinaria ricchezza della nostra cultura, di una identità dalle molte facce che la compongono ma possibilmente affiancare a questo un ritrovato senso di [base "]crescere civilmente oltre che nei consumi[per thou]. Qui è evidente che le responsabilità maggiori vanno ad una classe politica che deve diventare capace di migliorare la percezione del sistema paese, e credo che una parte rilevante spetti anche ai cittadini, perchè questa debolezza sul versante etico e civile caratterizza le nostre classi dirigenti, mal governo, ma li ritroviamo nel comportamento quotidiano di noi cittadini. Siamo ospitali, accoglienti, generosi nel privato, ma ci comportiamo spesso in modo furbo, talvolta aggressivo o poco rispettoso nella dimensione pubblica. Abbiamo una doppia etica che ci caratterizza e che rappresenta la sfida che abbiamo di fronte. Io credo che il nuovo rinascimento di cui parla Francesco e in cui mi ritrovo, ha bisogno anche di una dimensione etica di rinascita e ripresa anche sul versante etico e morale.

Francesco Morace

Condivido e credo che bisogna essere creativi nelle possibili risposte; non credo che si possa far questo e recuperare il senso civico in modo moralistico, non è una cosa che ci appartiene, bisogna trovare strategie felici. Per questo passo la parola a Luca...


Luca de Biase, caporedattore Nova del Sole 24 ore

Trovo necessario partire dal tuo libro. Prendiamo questo paradosso italiano: siamo i campioni mondiali di autodenigrazione e nello stesso tempo sappiamo di essere "un paese bellissimo". Questo paradosso tu proponi di rileggerlo cercando alle radici il suo significato, proponendo qualche spunto per vedere dove andiamo a parare, per tradurlo in una forza, se possibile. Questo è uno stimolo, un tipo d'urgenza che viviamo quotidianamente anche nel nostro gruppo di Nova: gente che in sostanza sta scrivendo su una piattaforma che il Sole 24 Ore ci ha messo a disposizione, sono tanti autori, Francesco è tra questi con le sue previsioni... E' chiaro che in questo paradosso c'è da un lato una capacità straordinaria che noi incontriamo quotidianamente: innovatori ovunque con idee e realizzazioni di importanza globale delle quali, come diceva Benigni, non si sa, e che esistenzialmente si sentono soli di fronte alle difficoltà della burocrazia, alle tasse, e poi c'è questa dimensione del pubblico nella quale noi viviamo una nostalgia di qualcosa che forse abbiamo provato raramente, una nostalgia di una dimensione pubblica che non sia occupata da qualche straniero di passaggio, potessero essere gli austriaci, i piemontesi poi i barbari e questi nuovi barbari. Il punto è che la dimensione del pubblico non è il luogo nel quale ci sentiamo noi perchè c'è qualcuno altro che non riconosciamo. Di fronte a questo, credo che ci siano delle regole, dei passaggi, e credo che stiamo uscendo da un passaggio, con la necessità di interpretare questa epoca, guardando lontano sia all'indietro che in avanti. L'altro giorno ho trovato in un banchetto nove copie di una rivista bimestrale che è uscita tra il 1953 e il [OE]79 che si chiamava "La civiltà delle macchine". Una rivista straordinaria, si parla di scienza, tecnologia e di arte, si parla di tutto ciò che cerca di narrare agli italiani questo passaggio straordinario e devastante dell'industrializzazione. C'è l'arte figurativa che dipinge l'autostrada, Moravia che scrive di quale è il suo rapporto con le macchine, Masi, un ingegnere che descrive il suo progetto nel 1953 di un ponte sullo stretto di Messina con costi non superiori a 60 miliardi... si parla di cibernetica nel 1961 con competenza straordinaria, un luogo rinascimentale dove si mette insieme Leonardo, tecnologia, scienza e arte per raccontare un passaggio epocale. Naturalmente il 1979 è talmente simbolico che non posso non osservare che finisce proprio quell'anno lì, perchè da quell'anno sembra che andiamo in ipnosi, ci dimentichiamo di tutte queste cose; questa gente sono tutti italiani coscienti di stare facendo qualche cosa di importante, di partecipare all'industrializzazione globale da protagonisti; gli artisti sono protagonisti, quelli che fanno le macchine e i ponti sono protagonisti. Direi che c'è un periodo di ipnosi, di dimenticanza, di oblio che comincia da quel periodo lì e dal quale stiamo uscendo. Io parlo di questo, perchè il contenuto della mia relazione dovrebbe essere concentrato su come ci raccontiamo e cioè sui media. Certamente questo non era il giornale più diffuso dell'epoca però mostrava Moravia che parla di industria, siamo di fronte a giganti che si mettono insieme per interpretare quell'epoca. Credo che oggi stiamo soffrendo aldilà del necessario, e alcuni materialmente moltissimo, stiamo soffrendo della differenza tra aspettative e realtà dove tutte e due le componenti si muovono e non solo una. In qualche modo stiamo uscendo da un'epoca di pompaggio di aspettative pazzesco, che ci ha condotto a parlare e spendere grande quantità del nostro tempo in cose limitate per quanto riguarda la somma della vita degli italiani e stiamo uscendone senza sapere per quale porta e verso dove. Durante la grande trasformazione tra società agricola a società industriale avvenuta così velocemente, era chiaro a che scopo si sacrificavano i genitori per i figli, si vedeva l'industria, il catino del Moplen, l'autostrada, l'automobile si raccontavano anche da sole anche grazie al design che avevano sviluppato. La nuova epoca nella quale entriamo è difficile da raccontare: sappiamo dire epoca della conoscenza, ma non è che la conoscenza si veda facilmente. Il tema centrale è di catalizzarci dentro una narrazione reale, orientata e proiettata verso quello che possiamo essere da un lato, e dall'altro capire se in questa nuova epoca abbiamo delle chance significative o no. L'ipnosi è stata paura, è stata false aspettative ed è stata anche molto un sistema per spezzare legami e relazioni tradizionali. Giustamente la famiglia già messa a dura prova dall'industrializzazione e dall'urbanizzazione si è ritrovata quasi a non parlare più di fronte alla televisione; il vicinato si è disgregato, la geografia si è trovata in crisi, ossessionata dalle auto e dagli spostamenti razionalizzati: ciò ha significato la fine delle chiacchiere con i vicini... e i media con questa regina dei media dell'epoca industriale a fare una gerarchia dei modelli completamente diversa da quella delle relazioni sociali. Credo che queste cose abbiano messo delle premesse forti di infelicità: questa distanza tra le aspettative e la realtà questo spezzare le relazioni, questa paura diffusa e in un certo senso basata su fatti in molti casi esagerata. Una forma di governo sulla quale oggi stiamo vedendo una ribellione all'italiana, senza troppo clamore. E' chiaro che se uno osserva su internet che in fondo non è altro che una metafora di quello che sta succedendo in generale nella realtà, si accorge che stiamo recuperando le relazioni orizzontali tra le persone, che stanno diventando il nuovo medium per gruppi e generazioni significative. Nulla di importantissimo, se non per il fatto che la regina televisiva era la monarca assoluta dei media fino a qualche tempo fa e adesso è solamente una delle opportunità mediatiche e che abbiamo a disposizione: e c'è una bella differenza. Non è che succede niente con un blog, con due o 40 blog: in media hanno 5 lettori l'uno. Però sono tutti connessi tra loro e i messaggi passano in orizzontale tra l'uno e l'altro, come si fa nel passaparola tradizionale da vicinato. In pratica si è ricreato un modo di comunicare orizzontale, nel quale tutti sono contemporaneamente nodi e cinghie di trasmissione, leggono e scrivono; si tratta di 700 mila persone in Italia coinvolte nei blog, molte di più che scrivono e pubblicano video on line e chiaramente la rete ha una serie di interpretazioni diverse, ognuno le può vedere come gli pare: in realtà è un riattivatore della rete sociale più grande che c'è fisicamente nelle città e nel modo di incontrarsi. Questo credo che strutturalmente, se non ancora in pratica, sta dichiarando come è fatta una delle componenti importanti del mondo  in cui andiamo a vivere e cioè un mondo nel quale le relazioni gratuite tra le persone tornano ad essere importanti; questo è connesso magicamente con tutta la ricerca degli economisti che ci stanno raccontando che il valore in termini di felicità del consumo ha una brevissima durata: è come una dipendenza, non genera soddisfazione di lungo termine e stanno recuperando l'analisi economica, i territori culturali che hanno a che fare con le fonti della felicità: quelle che durano di più, che noi tutti sappiamo essere l'amicizia, l'amore e le relazioni con le persone. Lo sappiamo, ma facciamo fatica a crederci, perchè abbiamo un sistema mediatico che ci racconta qualcosa d'altro. E questo nuovo sistema mediatico nel quale troviamo il tempo per scambiarci idee, sciocchezze e cose importanti, dichiara invece qualcosa altro: che possiamo recuperare questa cosa. Per gli italiani questo mondo bottom up nel quale l'innovazione avviene all'interno di un ecosistema dell'informazione caotico, complesso, con 1000 protagonisti, persone che si esprimono e si connettono in vario modo, è un mondo molto più compatibile del mondo gerarchico e super organizzato della fabbrica. Perfino Torino sta dimostrando una straordinaria capacità di rigenerarsi, uscendo dalla monocultura della fabbrica che sorprende e rende felici. Ho l'impressione che ci sia un passaggio in più da fare. La generazione che più di ogni altra è dentro la rete sta fra i 14-18-20 anni. E una generazione che non prenderebbe un giornale di carta in mano, e se lo fa è obbligato da qualcuno a scuola che gli impone di leggere Il Corriere, il Sole 24 Ore... cosa che qualcuno fa poi anche volentieri, ma sostanzialmente vive costantemente in questo flusso di relazioni orizzontali fortissimo, che gli trasforma le esperienze... ho visto un concerto dei Tokyo Hotel... che sono idolatrati, erano fisicamente lì ma i ragazzi guardavano nel mirino del telefonino per fargli le foto e mandarli direttamente con mms o email, ai loro amici che non erano lì, perchè loro la relazione orizzontale la vivono costantemente anche in un momento di esperienza significativo come quello. Tra l'altro on line i Tokyo Hotel per loro sono contemporanei di Madonna e Elvis Presley perchè i file che gli consentono di andare a prendere le informazioni sono simultanei, sono inseriti in un iper presente gigantesco che concede di accedere a qualunque cosa. Ho l'impressione che questo sia come la rappresentazione del mondo che c'era prima della prospettiva, e che adesso ci sia bisogno di inserire una nuova idea di prospettiva in questa rete orizzontale, così presente ma anche così piatta, e che questo possa essere compito di un design rinnovato. Qualcuno lo chiama design dei servizi ma fondamentalmente di un concetto di progettazione capace di raccontarci dove stiamo andando e di trasformare in visibile quello che è invisibile in questa società della conoscenza che ancora non sappiamo conoscere.


Giovanni Lanzone, direttore del corso di Business Design della Domus Academy

Mi limito a fare qualche sottolineatura. Lavoro con Francesco da tempo e quello che mi affascina sempre nel suo modo di porre le cose è questo carattere vulcanico... perchè ha la capacità di riattizzare la discussione, il dibattito su temi di portata veramente generale. In Domus Academy abbiamo iniziato a interrogarci su questi temi con altri come Andrea Branzi, Emilio Genovesi, Mario Trimarchi e altri come Marco Susani; a interrogarci su quale fosse il senso del design italiano e a parlare di secondo rinascimento per questa grande enorme esperienza che ci capitò di fare negli anni 60 e di cui Branzi è stato uno dei protagonisti. In realtà Andrea ripete una frase molto spesso, che non era un catalogo di oggetti quello che stavamo facendo, ma era un modello di interpretazione culturale del paese; un modello di produzione che aveva a che fare con l'economia e che stava sviluppando dei modelli e dei sistemi straordinariamente innovativi, in cui appunto innovazione e materiali si coniugavano in forma nuova. C'è anche da dire che noi eravamo assuefatti ma non domi al modello di impresa che allora era prevalente e che veniva dagli Stati Uniti, e cioè il modello fordista. Questo grande movimento che ha innovato non solo le forme della domesticità, degli oggetti ma anche il modo di produrli, è stata una straordinaria risorsa e una straordinaria energia per tutti noi, da lì è venuta fuori questa idea: non insegniamo soltanto (per quel che si può) a disegnare i prodotti, ma insegniamo anche il modello che sottende questi prodotti. Per tanti anni siamo andati avanti a presentare questo oggetto che aveva inventato Marco Susani e che per noi era l'animaletto peloso, cioè questo oggetto che dal design a poco a poco si impadroniva di tutta l'azienda: diventava visione, marketing, diventava capacità di comunicazione, di interpretazione del prodotto e cultura; ed è esattamente quello che rappresenta il modello del design. Per tanti anni siamo andati avanti a spiegare agli americani che questa cosa era stata inventata negli anni 60 in Olivetti, quando il compianto Ettore Sottsass si inventò Valentina per Adriano Olivetti e che la Apple aveva semplicemente imitato questo modello di sistema, trasferendo e cambiando alcune connotazioni, facendo diventare prima la marca e poi il prodotto, il modello da cui è partito Steve Jobs, invece che prima l'oggetto e poi la  marca; ma che l'idea era quella di produrre una dimensione totale, una [base "]cultura[per thou]. Ed è questa la sostanza del design italiano, quello che cerchiamo ancora di insegnare, che la gente viene in Italia ancora ad imparare. Adesso ci sentiamo con tutte le difficoltà che ci stanno intorno, di doverci rimboccare le maniche e vedere come continuare, Francesco lo chiama [base "]Terzo Rinascimento[per thou] ma è evidente che questo modello è arrivato a una svolta, un challenge molto profondo, e quindi ci chiediamo come fare ad estendere in termini di prodotto le qualità che vengono sottoposte al processo del design; c'è un mondo intero che in qualche modo può essere sviluppato, su cui si può lavorare con le metodologie, il criterio e la cultura inventati e costruiti dal design. Quale vettore trovare, su quale direttrice muoverci? Non è facile. Ha fatto bene Branzi a ricordare che differenze ci sono tra Rinascimento in Italia e in Europa. Non so se l'Europa potrà essere il vettore del cambiamento, per quell'elemento un po' sassone, un po' gotico che alberga nel cuore del nord dell'Europa per cui le differenze ci sono e non so se riusciremo a tenerle insieme. Concentriamoci piuttosto sulla cultura latina che è enorme. Ho provato a riguardare i manufatti dell'antica Roma dalle presentazioni che mi facevano gli studenti giapponesi, coreani, e di Taiwan. Abbiamo smesso di pensare quegli oggetti e di rappresentarli, perchè c'è stata la retorica del fascismo e dell'italietta, allora noi non riproducevamo queste cose. Vedendo tanti studenti che venivano da quei paesi e avevano loro sì quel coraggio che a noi mancava, io ho riletto l'enormità del ruolo della classicità romana dentro gli oggetti che loro mi facevano vedere coi loro occhi. Questa idea della latinità è un tema enorme, che ha tra l'altro, un mercato gigantesco che è quello dell'America Latina e l'altra ipotesi è di essere la Grecia per i grandi imperi dell'Asia che si stanno risvegliando. Ci sono tanti modelli e tanti scenari: bisogna ragionare bene su quale è il vettore perchè ora queste idee noi le proponiamo all'Italia alle imprese italiane. Siamo qui, discutiamo con le imprese italiane, ma è ovvio che se vogliono avere successo, devono trovare un vettore e una dimensione internazionale. E che quindi bisogna ragionare insieme su quale possa essere questo vettore per ingrandire le nostre idee, dargli eco, struttura, rafforzarle. Io una cosa mi sento di dire è che  bisogna abbandonare un certo modello americano che è raffigurato in quell'idea di Robert Kaplan per cui [base "]loro venivano da Marte, mentre noi venivamo da Venere[per thou]. Ora mi sembra che in un breve volgere di anni, si è capito che non è esattamente così: noi forse veniamo da Venere ma loro forse vengono da Hollywood, il rapporto tra loro e la loro politica internazionale e la grande politica dell'impero romano è largamente sopravvalutato. Bisogna che noi decidiamo sul nostro futuro, cercando delle vie per trasferire queste nostre idee nel corpo vivo di tanta gente che ha voglia di lavorare con la creatività e che spesso viene da noi per impararla. Ultima cosa che però è essenziale. Qui è stato discusso molto su etica ed estetica: su questo Francesco ha detto commentando uno degli ultimi interventi [base "]noi dobbiamo recuperare un'etica che non sia però banale, costrittiva[per thou] questo non è facile, perchè se noi non facciamo nel nostro paese un minimo di recupero dei valori della legalità e della giustizia rischiamo molto pesantemente. Rischiamo che lo scenario sia tutto diverso, simile alla cleptocrazia dell'unione sovietica: il rischio è molto alto. Io consegno solo un distico a questo dibattito su questo argomento, che è una frase che mi piace molto di Sepulveda: [base "]Qui da noi alle nostre latitudini il tradimento non vuol dire inganno[per thou]. E' una frase che io trovo molto bella perchè dà in qualche modo la misura di quello che si può fare continuando ad essere positivi, dobbiamo tutti rimboccarci le maniche e metterci d'accordo che l'inganno non può essere tollerato. Tradimento sì, tradere è una radice meravigliosa a cui fanno riferimento la traduzione e gli inglesi che sono i più pratici di tutti l'hanno trasformata in commercio, ma è veramente questo portare una cosa da una parte all'altra. Il mondo se vuole vivere deve continuare a fare questo lavoro, l'inganno è una altra cosa. La Gabbanelli che è la seconda ragione per cui io pago volentieri le tasse, la prima è la mia biblioteca di quartiere, ha fatto un lavoro doloroso sulle marche della moda. Comprare dai cinesi di Prato senza neanche fare la fatica di andare a comprarla in Cina, una pochette a 19 o e venderla a 750 non è tradimento: è  inganno. Bisogna che su queste cose semplici ci mettiamo d'accordo; fare una grande campagna moralistica sulla vita e sui destini dell'Italia e non pagare l'ICI sugli immobili messi a reddito, come fa abitualmente la Chiesa Cattolica col permesso del governo italiano, questo non è tradimento è inganno. Noi sappiamo che la furbizia è una delle caratteristiche eccezionali di questo paese: siamo figli della Metis di Ulisse, della trasformazione e del cambiamento che nel viaggio di Ulisse nell'Odissea si racconta, noi siamo questa cosa qua e dobbiamo fare uno sforzo collettivo per cercare di ridurre quella componente di inganno che davvero a questo punto rischia di ammorbare profondamente questo Paese in modo che si riesca a sviluppare quelle caratteristiche creative di intelligenza e anche di furbizia che tutti noi gli riconosciamo positive.

Francesco Morace

E' arrivato il tempo dei ringraziamenti. Ho invitato queste persone perchè, oltre a conoscerle da molto tempo, ero convinto che sarebbero emersi degli incroci interessanti e che tutti avrebbero reagito in modo creativo. Perchè poi è vero: la radice di tradimento è legata anche a tradizione e a traduzione che forse è la cosa più interessante in questo momento; tradurre diversi approcci, diverse discipline con una passione che ci appartiene penso possa essere una delle strade: trasferire percorsi. Che poi è alla fine l'idea di un Terzo Rinascimento in cui si incontrano percorsi diversi senza sapere di star costruendo qualcosa di importante. Alla fine è importante che ci sia dal basso questa capacità di relazione e di traduzione oltre che di tradimento. Per chiudere: questo è solo l'inizio di un percorso. Oggi ho parlato con le persone che hanno accettato gentilmente di partecipare a questo incontro, e con la Triennale perchè questo diventi anche un luogo per poter continuare questo percorso che oggi abbiamo attivato: l'idea è che ognuno con le nostre capacità, possa coinvolgere chi di voi vorrà. Possiamo alla fine già parlare di una piccola comunità. Vi ringrazio di essere intervenuti per cominciare a ragionare, a portare avanti questo percorso in un modo nuovo. Stasera sono intervenute aziende, giornalisti, creativi e da qui speriamo possa partire qualcosa di interessante coinvolgendo un po' tutte le istituzioni, i luoghi e le occasioni che rappresentiamo dalla Domus Academy, al Sole 24 Ore, al Politecnico di Milano. Si tratta davvero di rimboccarci le maniche e capire che questo può essere qualcosa di felice da fare. Nel libro c'è un piccolo capitolo dedicato a valorizzare la furbizia: questo può essere letto in modo malizioso però credo che nella furbizia ci siano valori straordinari: la capacità di capire il contesto, di reagire nel modo giusto, di avere il senso dei tempi. Bisogna inserire questa capacità in una visione che invece non abbiamo mai avuto: mi sembra che ognuno oggi abbia contribuito a capire perchè questo non è avvenuto. La mancanza di una visione di medio/lungo termine, una visione che abbia un respiro diverso, un pensare lungo di un ipotesi che è quella di continuare ad essere felici nel quotidiano; non solo con l'arrangiarsi, ma con questa ambizione nuova che ho sentito oggi nei vostri interventi.


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