Luca De Biase An Italian journalist writes about what's happening in his funny country:
a laboratory for the study of broken democracy and creative capitalism.
Plus news about media and cultures.
«Non
sono un romanziere... Quindi non posso scrivere romanzi... No, non
insista.» Clic. È notte profonda, la strada lucida di pioggia, il
silenzio. Il tassametro si ferma. I soldi. La borsa di pelle, la carta
di giornale deborda. L'impermeabile si bagna delle grosse gocce di
Roma. Il rumore isolato di motore che riparte, lo strascico di
preumatici che fendono l'acqua. Un'occhiata al portone con lo stemma
del leone rampante sulla chiave di volta. Roberto sale le ampie scale.
I passi lenti rimbombano nel grande palazzo semivuoto, da quando la sua
giovane moglie lo ha lasciato portandosi via i figli.
Inutile
rispondere al telefono che, ancora, suona a quell'ora. Il fiato sarebbe
troppo corto. Il lungo corridoio e la porta di casa. La chiave. Il buio
del vestibolo, un tempo animato. Non occorre la luce per sapere dove si
appoggia la borsa e dove il soprabito. E i raggi di lampioni lontani
sono sufficienti, quando gli occhi si abituano. Il silenzio del vuoto è
diverso dal silenzio della pace. Il cigolio del parquet che ormai più
nessuno nomina ogni giorno nell'elenco dei lavori dei quali la casa ha
bisogno.
Un impercettibile craack. «Era ora che tornasse a casa, Roberto!»
Un
brivido freddo percorre la schiena. Sensazione rara ormai nell'epoca
della sicurezza assoluta. Il capodanno scorso è stato il suo
settantesimo compleanno. La voce è calma come una presenza iper-reale.
Roberto si guarda intorno. «Ha mangiato qualcosa, signor Roberto?»
Finalmente, accende la luce. Ma vede meno ancora, abbagliato.
Aspetta.
Sbatte le palpebre. Quasi senza accorgersene si muove all'indietro fino
ad appoggiare le spalle al muro. E ancora cerca con gli occhi la fonte
di quella voce che attraversa il suo cervello come un fulmine
impossibile. «Signor Roberto, la prego, non ha nulla da temere.»
Come
se fosse vero, si tranquillizza. Torna all'ingresso e controlla che la
porta sia chiusa. Guarda il soffitto, cerca dietro la tenda, sotto il
tavolo. «Ho aspettato tutto il giorno per poterle parlare con calma,
Roberto. Dobbiamo fare quattro chiacchiere da soli.»
Scende al
piano di sotto. Cerca negli armadi. Dietro le porte. Risale. «Come sta
suo figlio, Roberto? Sono mesi che non vi sentite, ma forse vi siete
scambiati qualche lettera. O vuole che le racconti io qualcosa?»
Andrea,
il figlio maggiore, nato da una storia giovanile, vive da solo al nord.
I due bambini sono, appunto, con la madre. Che di Andrea non ha mai
voluto sapere nulla. «Andrea è in gamba, sa? Ho provato in ogni modo a
convincerlo. Ma non ne vuole sapere di partecipare al mio progetto.»
Andrea,
per quello che ne sa, è un curatore di mostre. In effetti, si occupa di
progetti piuttosto complessi. Dicono che sia un asso. E almeno questo
offre a Roberto una dimensione sensata di quella strana conversazione.
«Posso capire che non mi voglia parlare, Roberto. Ma perché non cerca
di sentire Andrea per chiedergli qualcosa della mia proposta?
Attualmente la sua attività va benissimo, lo so. Ma potrebbe sempre
capitargli qualche guaio...»
La tranquillità, instabile, di un
minuto prima, svanisce. Preso dal panico ritorna verso la porta di
entrata. E contemporaneamente la fonte della voce che gli parla sembra
improvvisamente più vicina. «Non la sto minacciando, Roberto. Se
volessi farlo lo farei capire molto più chiaramente. Le sto proponendo
un accordo...»
Roberto crede di capire. E cammina ancora,
lentamente, verso la porta di entrata. «Il mio progetto è bellissimo.
Si tratta di riunire in una sola città tutte le opere di Thomas J.
Petersfield. Il filosofo della magnitudo. Non riesco a capire perché
Andrea non voglia partecipare.»
La voce si fa sempre più vicina.
«Andrea pensa che la magnitudo sia una filosofia neonazista. Per questo
ho dovuto rapire la sua ragazza e dargli dieci giorni per decidere...»
Sofia,
la fidanzata di Andrea. Una donna stupenda. Un po' ribelle, ovviamente.
La voce perde volume. «Non si preoccupi, signor Roberto...». Ma Roberto
è preoccupato. Anche per il dolore al petto che lo attanaglia
improvvisamente. «... Non le faremo alcun male, se lui si deciderà a
farci il favore che gli chiediamo...». Roberto è accasciato sul
pavimento. «... E smetta di cercare da dove viene la mia voce perché
tanto non lo può scoprire. Mi farò vivo io quando sarà il momento...».
Ma Roberto non sta più cercando nulla.
Cinque ore dopo, Andrea è
in treno per Roma. Non sa nulla. La sua giornata era cominciata all'alba con il suo sport preferito, lo sci d'acqua sul fiume. L'hanno inventato da ragazzi, quel gioco, lui e i suoi amici: agganciano una corda al ponte, nel punto in cui l'acqua è particolarmente impetuosa, indossano gli sci e si lanciano a cavalcare le onde, sempre diverse, immobili. Ma oggi ha dovuto interrompere presto per partire. Il treno, placido ma velocissimo, è il contrario dello sci di fiume, violento e fermo. Ha appena sentito Sofia, che sta bene.
Non ha chiamato il padre, perché non lo fa quasi mai. Legge le notizie
e scrive sul suo blog. Non sente le chiacchiere della signora seduta
accanto a lui che parla ad alta voce nel suo cellulare. Quando riceve
la telefonata dell'ospedale capisce che tutti i suoi programmi sono
improvvisamente cambiati.
----------- Da dove veniva quella voce? Perché ha dato informazioni false, che Roberto avrebbe potuto facilmente verificare? Che cosa fa esattamente Andrea? Perché mai ci dovrebbe interessare? Da dove viene questa storia?