Luca De Biase
An Italian journalist writes about what's happening in his funny country:
a laboratory for the study of broken democracy and creative capitalism.
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In nome del popolo mondiale - introduzione

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Questa è la bozza finita l'11 ottobre 2001 di un libro che ho pubblicato quell'anno con Fazi editore.
Sono tornato in possesso dei diritti e lo metto a disposizione di tutti in rete. Chiedo a chi lo usa di citare la fonte.
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INTRODUZIONE

Piccole inquadrature personali

Mio figlio, nove anni, tenta di spiegarsi l'incomprensibile giocando: lancia modellini di aereo sulle sue torri di Lego. Mia figlia, dodici anni, ne ha scritto una nota sul calendario, alla data 11 settembre 2001: "Oggi le torri gemelle non esistono più". Come ne parleremo, quando ne parleremo? E come è cambiato il futuro dei miei figli?

Scopro che un mio amico, un analista che lavorava alle Torri, si è salvato perché lo avevano licenziato. Mi scrivono che in Rete si moltiplicano i messaggi di persone che si dichiarano soddisfatte per l'attacco alle Torri. Dicono, feroci: "Se la sono cercata". Messaggi scritti mentre in ufficio eravamo tutti paralizzati di fronte alla televisione. A riguardare mille volte la sagoma familiare del Boeing trasformata in quel missile che colpiva il secondo grattacielo: come se la ripetizione potesse spiegare qualcosa. E invece ipnotizzava.

Piccole inquadrature personali di una data che non dimenticheremo fino a che avremo memoria. Ciascuno ha le proprie. Se potessero essere messe insieme come i cocci di un vaso rotto, forse, ne uscirebbe una forma comprensibile. Invece questo dolore ci coglie un po' troppo soli: dopo decenni di fratture culturali, di continue accelerazioni del ritmo competitivo individuale, di sconvolgimento delle reti di protezione sociale, di critica dei valori tradizionali, sostituiti da una pratica della vita quotidiana che nella fretta abitua a mettere sempre in secondo piano la coltivazione dei pensieri personali più profondi. E così la chiamata alla guerra lanciata dai rappresentanti del popolo ferito è sembrata quasi una soluzione.

Per pochi giorni. Abituato al dominio della Cnn, l'Occidente ha scoperto che esiste anche la tv araba al Jazeera. Mentre ascoltavamo le notizie sulla guerra dalla voce del presidente statunitense George W. Bush abbiamo visto dallo stesso schermo Osama Binladen che ringraziava Dio per la punizione inflitta agli americani e, invocando la Jihad, lasciava intuire che il suo destino era analogo a quello del profeta Maometto, fuggito e poi ritornato da liberatore sul suolo sacro. Intanto, dissacranti, la Cnn e al Jazeera stringevano un accordo commerciale per lo scambio delle immagini tv sul conflitto. Sullo sfondo, le bombe lanciate degli americani sull'Afghanistan, che costavano di più degli obiettivi che distruggevano, rispondevano alle armi usate per l'attacco sul suolo americano, costate la vita di coloro che le avevano usate ma capaci di ritorcere contro gli americani la loro stessa tecnologia. Ci siamo resi conto in fretta che questa guerra non poteva essere come le altre. E abbiamo sperato, disperatamente, che anche Bush lo comprendesse.

Qualche piccolo segno sembrava pure arrivare. I capi della superpotenza che a caldo avevano chiesto vendetta immediata, hanno subordinato l'avvio dei bombardamenti alla costruzione di un dialogo con quasi tutti gli altri stati, compresi quelli con i quali erano prevalse in passato relazioni di disprezzo, di odio o addirittura di oblio. Quel network mondiale delle guerre e della finanza, la Cnn, ha lasciato che si aprisse il dibattito sui perché tanti nel mondo odiano gli americani. E quel presidente Bush che all'inizio si era lasciato scappare la parola "crociata" per definire ciò che aveva in mente di fare, ha progressivamente imparato il significato delle parole che pronuncia.

Non sappiamo che cosa succederà nelle prossime settimane. Il dramma è in pieno svolgimento mentre scrivo queste parole introduttive per un resoconto della ricerca che ho condotto negli ultimi anni sulla nuova tecnologia della comunicazione, sulla cultura e l'economia che la motiva e la indirizza, sulla forma della globalizzazione che ne emerge. Riporterò in questo libro quanto emerso da intensi colloqui con grandi intellettuali e uomini d'azione, come Ezio Andreta, Arturo Arango, Maurice Aymard, Giuliano Berretta, Carlo Borgomeo, Chris Brooks, John Chambers, Larry Ellison, Bill Gates, Yves Grange, Bill Joy, Stuart Kauffman, Pasquale Pistorio, Rodrigo Vergara, Heinrich von Pierer. Gli insegnamenti che, studente di storia, ho avuto da Fernand Braudel restano una fonte primaria di ispirazione. Ringrazio con affetto tutti coloro che hanno reso possibili quegli incontri. E ringrazio l'editore che mi ha invitato a partecipare non a un'impresa economica ma a una proposta culturale.

La prospettiva che emerge da quei colloqui, certo, va oltre il bagliore accecante dell'11 settembre 2001. È una mondializzazione ambigua, un processo che si può lasciar andare alla deriva o dirigere verso una forma migliore. È la Rete che consente, solo consente, di cambiare il mondo: ma che intanto tende ad abbattere le gerarchie troppo rigide. È una visione per la quale la povertà deriva non più dalla scarsità di risorse ma dalla mancanza di comunicazione e di comprensione. Ma è una visione nella quale quella comunicazione e quella comprensione diventano possibili come l'emergere, lento, difficile di una sorta di popolo mondiale in grado di convivere con le differenze, ma anche di decidere per i problemi comuni senza lasciare che diventino causa di ulteriori tragedie.

Non avverrà per il prevalere di una parte sull'altra. Del resto, il prevalere di una parte non sarà immediato.
Mentre andrà avanti questo confronto, ogni giorno si rischierà l'errore che renderà più probabile l'avvento di una mondializzazione dell'anarchia, con le associazioni dei violenti in grado di controllare vasti spazi del pianeta, nella forma di mafie locali, di gruppi terroristici e di ceti al potere in stati deboli dal punto di vista democratico. Errori che saranno evitati se prevarrà invece il pensiero dei cosmopoliti e se questi riusciranno a costituirsi in una rete altrettanto efficace di quella dei violenti. Con l'intento, non utopistico, di avviare il processo che porterà alla convivenza armonica del popolo mondiale.

Nel periodo storico che si apre siamo tutti chiamati a contribuire. I poteri forti, ma anche i deboli senza voce, ci chiedono di prendere posizione. Intanto, il pensiero e la ricerca ci conducono a usare parole che, nel tentativo di comprendere le menti che si contrappongono, finiscono col rischiare di sembrare persino apologetiche nei confronti di chi ha ferito il mondo l'11 settembre del 2001.

E dunque è per questo, per rendere impossibile ogni fraintendimento, che dico qualcosa di me, che prendo una posizione personale, anche se penso che interessi a pochi e anche se nel mio mestiere di giornalista non lo si dovrebbe fare mai. Ebbene, sto dalla stessa parte delle migliaia di vittime di New York, degli eroi con la divisa da pompiere che hanno tentato di salvarle, dei passeggeri degli aerei, alcuni dei quali hanno votato per decidere se reagire immolandosi per salvare chissà quale altro obiettivo dei terroristi. E non posso non dirmi "occidentale". Il che significa che sto dalla stessa parte dove si trova anche il presidente George W. Bush. Non c'è quasi nulla di lui che mi piaccia. E non credo neppure che la democrazia che lo ha eletto sia il migliore dei sistemi possibili. Ma Bush non è solo il frutto di un sistema: penso piuttosto che sia uno degli effetti di un processo partito secoli fa. Un processo lento, troppo lento, ma che ha aperto storicamente la strada a qualcosa che potrebbe assomigliare a una società decente, con una libertà per l'espressione dei pensieri e delle visioni del mondo più ampia, con la possibilità di far valere quello che abbiamo di umano, di costruire democraticamente leggi adatte a una convivenza pacifica. Un processo che attiva la concorrenza di opinioni e qualche volta riesce persino a far prevalere quelle più giuste.

La democrazia non è un sistema. È un processo lento, troppo lento. Ma dobbiamo ricordarci da dove siamo partiti: noi, gli europei che oggi occupano tre continenti, noi facevamo le crociate, tagliavamo la testa a chi non la pensava allo stesso modo, sterminavamo i nativi del continente americano testimoni di un'armonia spirituale ormai perduta, trattavamo gli schiavi come bestie, colonizzavamo popoli che non ne volevano sapere, bruciavamo gli ebrei, difendevamo i generali torturatori dell'Argentina e il dittatore sanguinario del Cile. Noi che ci stiamo troppo lentamente liberando da quel tipo di azioni, non abbiamo ancora superato i sensi di colpa storici che quelle azioni hanno insinuato nel nostro immaginario: ma stiamo maturando (lentamente, troppo lentamente) una cultura della libertà che finirà per renderli impossibili. Sto dalla parte di questo processo. Temo che venga interrotto. Spero che questo non avvenga. Il popolo mondiale ne ha bisogno.

Verona, 11 ottobre 2001


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Last update: 13-01-2008; 19:07:05.
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