Luca De Biase
An Italian journalist writes about what's happening in his funny country:
a laboratory for the study of broken democracy and creative capitalism.
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In nome del popolo mondiale - 3

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Questa è la bozza finita l'11 ottobre 2001 di un libro che ho pubblicato quell'anno con Fazi editore.
Sono tornato in possesso dei diritti e lo metto a disposizione di tutti in rete. Chiedo a chi lo usa di citare la fonte.
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3. CONTAMINATI: IL MUSEO DI BABELE



Niente paura: è solo che qualcosa ci è entrato dentro e che ci sta cambiando.



Inquietudini comprensibili, sembra "Il giorno dell'invasione": gli alieni che si presentano con l'astronave della globalizzazione impongono regole sconosciute nelle culture più lontane dalla Malaysia a Cuba; o inquinano con gli aerei kamikaze la vita quotidiana di New York e Washington; il denaro penetra nelle società tradizionali, divide le persone e scioglie le solidarietà, mentre la diffusione dell'informazione sul pensiero degli altri alimenta il dubbio sull'identità di ciascuno; intanto, la televisione trasmette in tutto il mondo le immagini della guerra invisibile contro il nuovo terrorismo, ma non può far dimenticare che al suo interno l'occidente è diviso, visto che per mesi quella stessa tv aveva rilanciato gli scontri tra file di scudi di plastica con la scritta Polizia e gruppi variopinti di dimostranti, tra le incomprensibili violenze di guerriglieri con la faccia, la provenienza e le motivazioni coperte di nero.

Di fronte all'invasione globale, economica, politica, culturale, mediatica, ogni anno scompaiono venticinque lingue parlate soltanto da anziani che, al termine della loro vita, portano con sé la memoria di culture antichissime.

Per Fernand Braudel è la prosecuzione di un processo millenario fatto di incontri e scontri tra civiltà. Lo storico insegna a coltivare la propria capacità di visione, propone una prospettiva lunga e osserva come gli incontri di civiltà siano spesso i benvenuti ma aggiunge che esistono anche i rifiuti: e che molte volte è proprio rifiutando i pensieri e i comportamenti alieni che le società si definiscono.



Il nuovo Terrore



Osama Binladen si candida alla leadership del mondo arabo. I più autorevoli commentatori lo vedono atteggiarsi come un nuovo Maometto che vuole ritornare in patria, in Arabia, liberandola dagli infedeli: le truppe americane rimaste sul suolo per lui sacro dal tempo della guerra contro l'Iraq. Nella dinamica ambigua della globalizzazione, la contaminazione culturale prende strade diverse: insinua le novità provenienti dall'occidente nel mondo musulmano, ma consente altrettanto facilmente ai gruppi fondamentalisti islamici, attraverso le armi e la televisione, di imporre in occidente gli effetti della loro cultura.

L'immagine di Binladen seduto per terra davanti a una grotta, con il tè arabo, il mitra sovietico e l'orologio americano, offre una molteplicità di segni adatta al labirinto culturale dal quale nessuno sfugge. Di sicuro, il nuovo nomade arabo, in guerra per la riconquista della sua terra, rinuncia ad ogni confort moderno ma usa la tecnologia dell'occidente per ritorcela contro chi l'ha creata.

La tecnologia della rete dei terroristi si dimostra sofisticata ed efficace, certamente competitiva con quella dei suoi nemici, giganteschi ma gerarchici dunque lenti e vulnerabili: non è più il tempo dello scontro tra stati, che il padre di Bush aveva vinto nella guerra del Golfo. È il tempo della guerra dei network. Le cui regole sono nuove, compresa quella fondamentale: quando si può dire che qualcuno a vinto? Basterà fermare Binladen? O ci vorranno dieci anni di inseguimenti, come teme George W. Bush, per prendere tutti i nodi della rete del Terrore?

Che si tratti di uno scontro di civiltà, peraltro, appare parzialmente esplicativo ma non credibile. È uno scontro di civiltà nel senso che gli strumenti attraverso i quali le parti in guerra cercano il consenso della maggioranza delle loro popolazioni di riferimento sono richiami ai tratti culturali profondi che le definiscono. Ma se ci si fermasse a questo si distorcerebbe la realtà: dall'epoca delle crociate sono passati troppi secoli che hanno lasciato il segno. Non si può non vedere, per esempio, come nelle cause della guerra c'è anche una ben più moderna contrapposizione tra povertà e ricchezza: il che ovviamente è più un fatto economico che di civiltà. E non si può non vedere nella ben più prosaica questione del petrolio una motivazione cogente del conflitto. La concentrazione di quella risorsa strategica nei territori arabi la rende particolarmente manovrabile, con la conseguenza che chi comanda in Arabia, se vuole, può mettere in crisi l'economia mondiale e aumentando il prezzo del petrolio far salire l'inflazione o dividere il fronte delle alleanze occidentali. Non si può escludere che l'aumento del greggio abbia influito per esempio sui tempi della fine del boom finanziario degli anni 1998-2000, che a sua volta ha avviato una fase estremamente negativa nell'economia complessiva dell'occidente. Inoltre, non va dimenticato l'oleodotto che deve portare il petrolio dalle pianure ex sovietiche all'oceano indiano e che passa per l'Afghanistan. Bush, texano, legato da mille legami ai petrolieri del suo paese, è come suo padre estremamente sensibile a queste questioni. La contaminazione è inevitabile.

Ma non è l'unica. Anche la contrapposizione tutta interna all'occidente tra i favorevoli e i contrari alla forma assunta recentemente dalla globalizzazione è densa di ambiguità e mescolanze culturali.



La tragedia di Genova



«La morte non sta nel non comunicare, ma nel non poter essere più compresi» ha detto Pier Paolo Pasolini. E così è morto Carlo Giuliani, a Genova, il venerdì 20 luglio del 2001. Intorno a lui la contestazione contro il G8. La violenza aliena dei Black Bloc. La violenza burocratica della polizia. E dentro di lui, che cosa? Al suo funerale, il padre, Giuliano Giuliani ha interpretato: «Questi giovani vogliono un mondo migliore, magari solo meno schifoso, ma lo pretendono domattina. Noi vecchi diciamo che ci vuole pazienza. Ma non si può aspettare cent'anni: bisogna accorciare i tempi».

La tragedia è morire.

Ma è anche morire per una causa senza farsi capire.

Il Mahatma Gandhi diceva: «Il fine è nei mezzi, come l'albero nel seme». Agiva di conseguenza e tutti lo capivano.

Ma la strada del Mahatma è maledettamente difficile.

E poi, come ogni memoria strumentalizzata per fini politici o di marketing, anche la storia di Gandhi è oggi presa di mira, contaminata: nel suo paese, qualcuno lo accusa di avere accettato la pulizia etnica incrociata che ha cambiato per sempre il volto di India e Pakistan. In realtà, Gandhi soffrì disperatamente per la divisione tra indiani indù e musulmani che portò ai due stati separati. Ma ormai si sa: basta sparare un'accusa, spararla abbastanza forte, qualcuno ci crede e le idee sgradite si possono contaminare.

Giuliani avrà avuto le sue ragioni. Ma ancor più sicuramente la sua memoria sarà strumentalizzata. Da chi vuole confondere il movimento che protesta contro la globalizzazione capitalistica con i gruppi di terroristi e hooligan, che picchiano e scassano tutto ciò che trovano di fronte a se. E da chi vuole rafforzare l'aggregazione del movimento puntando il dito contro il nemico esterno, la "polizia repressiva".

L'ambiguità è nelle idee. Nasce dalla complessità. La contaminazione è nell'incontro di idee. Può nascere dalla curiosità, dalla sorpresa, dalla superficialità o dalla malafede.



È questo il popolo mondiale?



Il bimestrale Global, nel numero dell'agosto 2001, ha tracciato una mappa dei gruppi che a vario titolo si oppongono ad alcune delle conseguenze attuali della globalizzazione. Ci sono gli anarchici o i marxisti: Black Bloc, Rete no Global, Reclaim the Streets!, No Border No Nation, Globalise Resistance, Rail Anti-Imperialist Leagues, Ya Basta!, Tute Bianche. Ci sono i difensori delle comunità e delle culture locali: La Via Campesina, Confédération Paysanne, Rainforest Action Network, Native Forest, Amazon Watch, Abya Yala, International Rivers Network. Ci sono i gruppi a difesa dei consumatori: Citizens' Trade Watch, Consumers International, CorpWatch. Ci sono gli ecologisti: Wwf, Legambiente, Friends of the Earth, Earth First!, Weed, Greenpeace. Ci sono i gruppi che chiedono più giustizia economica e sociale: War on Want, 50 Years Is Enough, DestroyImf, Attac, Just Act, A Seed, Global Exchange, International Forum on Globalization, Wto Watch, Solidar, Jubilee, Third World Network, EuroStep, Eurodad, Drop the Debt, Terre des Hommes, Medici senza frontiere, Rete Lilliput. E ci sono i gruppi religiosi o i non violenti laici: Lega Obiettori di Coscienza, Mani Tese, Movimento della riconciliazione, Volontari nel mondo, Beati i costruttori di pace.

È solo un breve elenco. In realtà le sigle, le associazioni e i gruppi sono almeno 40 mila nel mondo. Solo nel Genoa Social Forum, organizzato per le manifestazioni in occasione del G8 di Genova, nel luglio del 2001, si erano aggregate circa 400 organizzazioni. E ai gruppi citati da Global non possono non essere aggiunti le associazioni, strutturate o più spesso destrutturate, di hacker e di fautori del software libero, della gratuità intrinseca dell'informazione, grandi distrutturi del diritto d'autore o almeno del monopolio di alcune case di software e di musica sui loro rispettivi mercati.

La varietà di componenti è comunque il dato più evidente del movimento. Ci sono gruppi sostanzialmente locali e altri basati su uno schema del tutto internazionale. In generale si informano e si organizzano utilizzando Internet come piattaforma mediatica comune. E anche in questo caso, Internet si conferma uno strumento duttile come la creta: chiunque la utilizzi le può dare la forma, il contenuto e il significato che vuole.

Pur nella varietà morale, politica, religiosa, estetica e progettuale, questi gruppi sono dunque aggregati via Internet e accomunati dalla stessa strategia. Si danno appuntamento per manifestare contro tutte le occasioni in cui si palesa una delle forme assunte dal governo mondiale, o dal sistema di potere che sembra governare il pianeta a livello politico e di politica economica. Si presentano in forze quando per esempio si riunisce una delle organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario, la Banca Mondiale, il Wto (Organizzazione Mondiale per il Commercio). Oppure manifestano contro i vertici regionali che decidono aggregazioni commerciali come quelle destinate a unire quasi tutti gli stati americani o dell'Asia-Pacifico. Non mancano le proteste contro i vertici europei. E nel mirino sono entrati, non senza stupore da parte degli interessati, persino le conferenze di fondazioni private come il World Economic Forum di Davos.

La base di queste associazioni è la più varia che si possa immaginare. Ci sono i violenti e i non violenti, i pragmatici e gli idealisti, i tecnofili e i tecnofobi, gli atei e i religiosi, i localisti e i globalizzati, ci sono quelli del piercing e quelli della cravatta, quelli con l'aggressiva tuta nera e quelli con la T-shirt, quelli della birra e quelli del vino... Insomma, è un insieme variopinto: ma si tratta di tanti popoli o di un popolo solo? L'identità, in questo caso, è data dall'opposizione alle forme attuali del governo mondiale: ma è un'identità debole quanto lo è il suo referente, sfuggente, impermeabile, caratterizzato da un deficit democratico e dalla mancanza di un sistema coerente di ascolto delle istanze popolari. Il territorio comune c'è, ma è il virtuale di Internet. La capacità di ottenere vittorie con l'azione mediatica è dispersa nelle diverse strategie dei gruppi: chi fa movimento, azione pratica e di lobby in modo efficiente, come il Wwf, oppure chi sostiene le sue ragioni utilizzando gli strumenti legali come i consumeristi, oppure chi fa volontariato, certamente raggiunge risultati positivi che aggregano in profondità. Chi si limita alle proteste di piazza ottiene invece risultati ambigui, leggibili come vittoria da chi pensa solo all'aggregazione emotiva ma come sconfitta sul piano del messaggio che viene percepito dalla maggioranza della popolazione dei paesi ad alto reddito.

Insomma: il popolo di Seattle è una parte importante, anche se non ancora definita e stabilizzata del possibile (e necessario) popolo mondiale. Potrebbe scomparire come una moda oppure lasciare il segno. È tanto più probabile la seconda ipotesi, quanto più la leadership sarà conquistata da chi propone obiettivi e metodi coerenti. L'insegnamento di Gandhi, costruttore di un popolo, con la sua strategia pragmatica, politica, morale, è perfettamente valido. Il suo modello ha un merito chiaro: è riuscito a scrivere nell'agenda del mondo e a mettere in quell'agenda, tra le questioni più importanti, il futuro dell'India.

Ora, a quanto pare, i primi effetti dell'aggregazione di tutti questi movimenti cosiddetti anti-globali sotto le luci della ribalta politica internazionale sono riconoscibili: si è formata una sorta di opinione pubblica mondiale con un'agenda planetaria nella quale i temi di tipo globale non sono più appannaggio di un'élite di superpotenti ma sono sottoposti a critica e dibattito. Il problema è che tra la confusione dei messaggi spesso contraddittori che vengono dalla piazza e la confusione delle risposte dei politici, quell'agenda è per ora piena di scarabocchi.



L'incomunicabilità



Il modo in cui si nominano i rappresentanti degli stati negli organismi internazionali, come il Wto e l'Ocse, è a dir poco complesso. Ogni stato importante ritiene di avere diritto ad alcuni posti chiave. Ma ci sono gli stati molto allineati con gli Stati Uniti e quelli che preferiscono stare all'opposizione, come la Francia. Di volta in volta paga di più la prima o la seconda posizione. Ultimamente i francesi stanno perdendo qualche partita, ma si rifanno guidando molte delle più importanti linee del dibattito anti-globale. Poi ci sono gli stati eternamente sottorappresentati, come la Germania e il Giappone. L'Italia, come di consueto, lamenta di essere in questo gruppo, ma dall'esperienza di Renato Ruggiero nella fondazione del Wto alla direzione di Romano Prodi alla Commissione Europea, probabilmente fa solo del vittimismo. In ogni caso, spesso finisce che nei posti arrivino uomini di compromesso. Se sono grandi uomini lo si scopre solo quando sono insediati. Non è impossibile che si rivelino perfettamente adeguati al ruolo che sono chiamati a ricoprire. Anzi non è raro. Anche se è fondamentalmente causale.

Con il crescere del bisogno di governance planetaria, parallelo alla procedere della globalizzazione, i vari organismi internazionali hanno visto crescere ed allargarsi l'insieme di materie che sono chiamati a discutere. Ma il modo in cui sono cooptati i loro capi non è cambiato. E dunque la legittimità complessiva sembra diminuire.

Facile prendersela con questi rappresentanti del grande establishment. Anche perché le loro vere competenze di solito sono oscure alla maggioranza della popolazione e chi li critica con piglio emotivo e generico, non senza un pizzico di demagogia, può cogliere successi di pubblico insperati. Ma sono proprio questi burocrati grigi, sono queste brave persone che studiano i dossier per i loro presidenti, sono proprio questi i crudeli creatori del nuovo regime, la dittatura del capitale? Come dice Giuliano Amato, sono piuttosto gli "sherpa" di un sistema politico impotente di fronte alla straripante forza del capitalismo.

Da parte loro, i globalisti accusano il movimento delle stesse criminali intenzioni di cui sono a loro volta accusati. La violenza di alcuni gruppi che partecipano alle manifestazioni anti-globali, del resto, non può che rafforzare gli argomenti di coloro che vedono nel movimento una forza antidemocratica. Opinione, peraltro, rafforzata dalla tesi ineccepibile ma non imparziale proposta dal settimanale The Economist, secondo il quale, accrescendo il peso dei protestatari le manifestazioni fanno pendere la bilancia del potere globale a favore di persone non elette da nessuno e che non rendono conto a nessuno. In questo clima, Mike Moore, direttore generale del Wto, viene accreditato da Le Monde Diplomatique (agosto 2001) per aver detto: «Questi manifestanti mi fanno venire voglia di vomitare». Evidentemente Moore era convinto di trovare consenso tra i suoi colleghi e preferiva questo obiettivo a quello di alimentare il dialogo con gli oppositori. Più serie le contestazioni ai contenuti delle piattaforme del movimento. Per Paul Krugman, economista del Massachusetts Institute of Technology: «Il movimento anti-globale ha già all'attivo un notevole albo d'oro di successi nel danneggiare proprio le persone e le cause che pensano di difendere». Infatti, a partire dalla contestazione all'unificazione economica panamericana di Québec «qualunque siano le loro intenzioni, hanno fatto del loro meglio per rendere i poveri ancora più poveri». Idea ripresa dallo stesso George W. Bush, presidente americano: «I manifestanti condannano la gente alla miseria».

Sta di fatto che l'evoluzione delle relazioni tra l'establishment e il movimento è in realtà un'involuzione. E il dialogo sembra lasciare il posto alla intolleranza. Simbolo enorme, incomprensibile di tutto questo, è il luogo scelto per il vertice del G8 del 2002: un inaccessibile rifugio nelle montagne rocciose canadesi. Le città, da Seattle, a Praga, a Londra, a Nizza, a Genova, si palesano come terreni troppo facili per i palestrati rivoltosi del Black Bloc (o Schwarzeblock) e delle altre etichette sotto le quali prendono forma alcune azioni dei baschi indipendentisti dell'Eta, dei punk tedeschi, degli integralisti irlandesi, cui proprio la globalizzazione influenzata dalla volontà dell'allora presidente americano, Bill Clinton, ha smorzato il clima aggressivo, cancellato almeno parzialmente l'humus favorevole alla violenza e avviato la loro organizzazione paramilitare verso un inesorabile declino. E così, si moltiplicano le proposte di tenere i vertici su navi da crociera o in mezzo al deserto, oppure solo via Internet, come ha fatto la Banca Mondiale sostituendo una riunione che si doveva tenere a Barcellona con un meeting virtuale online. L'establishment e il movimento, dunque, si allontanano sempre di più, l'incomunicabilità avanza: «A Genova tutti gli sforzi della polizia sono stati concentrati sull'impedire che i manifestanti arrivassero nella zona rossa dove c'erano i politici e le loro delegazioni» ricorda Enrico Letta, ex ministro del Lavoro italiano. «Le forze dell'ordine non hanno fatto praticamente nulla per isolare i violenti e impedire loro di entrare in rotta di collisione con la manifestazione di chi non voleva fare violenza. In questo modo il significato del vertice è diventato: da una parte c'è l'ordine, rappresentato solo dai capi di stato, dall'altra parte c'è il disordine, la confusione violenta di tutti i gruppi che protestano». Se tutto questo è vero, se l'establishment sta scegliendo di isolarsi per non entrare in contatto con il movimento, è la premessa di un lungo periodo di incomunicabilità.

Anche perché per capire il movimento ci vorranno sforzi notevoli e capacità di interpretazione significative. La Rete dà conto del pensiero di molti di questi ragazzi. Arianna Dagnino, giornalista e scrittrice, ne ha fatto una ricostruzione per .Com: «Sono un ingranaggio indipendente all'interno di un movimento dalla natura magmatica» scrive un attivista di 23 anni che chiede di restare anonimo dato che può parlare per tutti e per nessuno come ogni altro aderente al movimento. Infatti, spiega il ragazzo: «tutto ciò che nasce a ridosso della Rete è un'anarchia produttiva, che tende a eliminare leader e referenti istituzionali». Il che è connesso (è il caso di dirlo) con un problema del quale soffre lo stesso ragazzo intervistato da .Com: «Quello di cui ci siamo accorti però è che manca un dialogo, un vero dialogo, sia all'interno, fra di noi, cioè fra le varie, multiformi realtà del movimento, sia tra interno ed esterno». Ma questo non impedisce alle idee del movimento di far breccia: «La cosa più bella è vedere come la gente cominci a interessarsi anche a questioni molto lontane dai problemi di casa propria. Ciò significa che stiamo realmente entrando in una dinamica di pensiero nuova, che il glocal sta veramente prendendo forza e forma: agire nel locale, essere cioè presenti sul territorio in forma massiccia e visibile ma senza essere legati a tematiche e problematiche strettamente locali». Un fenomeno tanto più importante in un paese normalmente autoreferenziale come l'Italia, cioè più interessato alle beghe dei più piccoli rappresentanti del potere nostrano che alle questioni epocali del pianeta. Analisi corretta, dunque, quella del ragazzo e tale da costituire potenzialmente proprio un terreno comune di dialogo, se non fosse che la sua idea degli avversari appare altrettanto astratta di quella che l'establishment si sta facendo del movimento: «Nel momento in cui il pianeta viene globalizzato se la dovevano aspettare una reazione di questo tipo da parte della gente. Noi non siamo contro la globalizzazione in genere, ma contro la 'loro' globalizzazione». Come se esistesse un gruppo organizzato, una volontà unitaria che governa il mondo: «Andare contro la globalizzazione è come cercare di andare contro alle stagioni. Ci sono punto e basta. Quello che si può fare invece è cercare una dinamica nuova, elaborare una nuova idea di globalizzazione, senza dover necessariamente accettare quella che ci vogliono imporre 'loro'. Sarà la Rete a indicarci la strada e senza capi».

È solo uno spunto di pensiero dal profondo del movimento nelle sue manifestazioni di comunicazione online. Ma aiuta a capire l'incomunicabilità, proponendo un'immagine di quello che c'è nella mente di tanti ragazzi del movimento, una specie di nuovo muro di Berlino, questa volta mentale: l'establishment si ritira in una specie di bunker virtuale avvalorando l'idea secondo la quale esiste un gruppo ben preciso di persone che sta progettando una forma di globalizzazione altrettanto ben precisa e tale da conculcare il benessere dei poveri e avvantaggiare solo l'appetito infinito dei ricchi. Intanto, là fuori, nel bosco, sottoterra, nel profondo della Rete, un popolo di resistenti prepara la riscossa. E così per costruire una mitologia che dia archetipi in pasto a questo nuovo immaginario, quello che i media hanno chiamato "popolo di Seattle" diventa grazie alla cultura di alcuni tra i più mediatici dei suoi protagonisti una tribù: perché Seattle era un capo indiano e le sue parole possono essere la radice e l'anima di tutto il movimento. Seattle, nel 1854, disse all'uomo bianco venuto da Washington con l'offerta di una riserva per il suo popolo in cambio della pace e della rinuncia alla terra libera abitata prima dai nativi americani: «Come puoi tu comprare o vendere il cielo, calore della terra? L'idea è strana per noi. Se non possediamo la freschezza dell'aria e lo scintillio dell'acqua, come puoi tu comprarli? Io non so, il nostro modo di vivere è diverso dal vostro. La vista delle vostre città fa male agli occhi dell'uomo rosso». E, nella ricostruzione proposta da Filippo Nanni, Alessandra d'Asaro e Gerardo Greco, conclude Seattle: «Dov'è il bosco? Sparito. Dov'è l'aquila? Sparita. È la fine del vivere e l'inizio della sopravvivenza».



La contaminazione incontrollabile del denaro.



Il denaro non è uno strumento per la generazione di informazioni asettiche sul valore relativo che le persone attribuiscono ai beni, come potrebbe far pensare una certa ideologia economicista. Sarebbe come dire che una divisione di carri armati non è altro che uno strumento che informa sulla predisposizione di un insieme di soldati a prendere possesso di una città e sulle probabilità che ci riesca. In realtà, il denaro è una macchina della misurazione del valore che crea divisione tra gli esseri umani, poiché definisce le relazioni tra loro in base a una ragione che presentandosi come obiettiva supera e annulla le relazioni solidaristiche o basate su fenomeni culturali tradizionali. Marco Bianchini lo la mostrato magistralmente nel suo saggio sulla moneta per l'Enciclopedia Einaudi. Per Bianchini, il denaro si insinua come un cuneo culturale nella società, annullando le pratiche del dono e dello scambio gratuito. La storia dell'occidente lo dimostra. E i suoi effetti non fanno che avanzare, nei meandri più impensati della vita quotidiana.

Il libro di Naomi Klein, No Logo, è una serie di scoperte naif sulla commercializzazione di ogni aspetto della cultura. Le attività che fanno la gioia dei ragazzi, i loro divertimenti, le loro forme di aggregazione, vengono continuamente sondate dal marketing delle grandi case che fondano la loro ricchezza sui marchi: così lo sport, la musica, l'arte, i momenti di aggregazione delle persone, sono altrettanti territori di conquista per i marchi che si collegano ad essi e da essi traggono significato, per poi restituirli al mondo in forma commercializzabile. Lo sport dei grandi campioni, la musica delle star dei videoclip televisivi, persino lo studio all'università, diventano fonti di senso per i marchi di scarpe, vestiti e bevande. Tanto che proiettando verso un futuro non lontano questo fenomeno viene da chiedersi se i parametri fondamentali dell'identità sociale non si stiano trasformando nel senso proposto da un esperto di management come Richard Tomkins che scrive sul Financial Times: «Oggi molte persone si definiscono non in base alla loro religione, affiliazione politica, classe sociale oppure origine etnica, ma riferendosi ai loro marchi preferiti: le etichette dei loro vestiti, la forma dei loro orologi, le automobili che guidano e le bevande che comprano».

È il massimo della contaminazione. Se la globalizzazione non dovesse rivelarsi altro che una generalizzazione planetaria di questi concetti, alcuni argomenti dei contestatori si dovrebbero ritenere validi.

Anche perché si tratta di una contaminazione da parte di un meccanismo apparentemente incontrollabile e che prende possesso delle menti fino a trasformarle in rotelle di un meccanismo senza valori di riferimento. Persino un globalista convinto come Thomas Friedman sembra dell'idea che questi esseri umani che giocano ogni giorno nei mercati finanziari non siano altro che una «mandria elettronica». Una mandria di bufali in corsa che travolgono tutto ciò che incontrano: «So che è difficile da accettare. È come raccontare alla gente che Dio non esiste: vogliamo tutti credere, con grande forza, che ci sia qualcuno che comanda, qualcuno che si assume la responsabilità; ma i mercati globali, oggi, sono una mandria elettronica di anonimi risparmiatori e investitori di tutto il mondo, che comprano e vendono azioni, obbligazioni e valute, connessi da reti e computer». Ha le sue regole, la mandria descritta da Friedman: favorisce i paesi ben governati, secondo leggi trasparenti e norme liberiste, non protezionisti, privatizzatori, tendenzialmente orientati a ridurre le tasse e l'intervento statale; e premia le iniziative economiche dotate di vere prospettive di crescita. Certo, «la mandria non è infallibile. Anche lei commette errori, ha reazioni eccessive e sbaglia mira» anche se «non resta mai cieca a lungo: alla fine, risponde sempre al richiamo del buon governo e della buona gestione dell'economia».

Sta di fatto che di quegli errori, la mandria continua a commetterne. E non solo nei paesi emergenti come sembra credere Friedman («L'America ha avuto fluttuazioni quando era un paese emergente, con i boom e i crolli delle ferrovie...»). La bolla speculativa che ha investito e in parte rovinato il concetto stesso di net economy, l'economia delle opportunità aperte da Internet, lo dimostra senza alcun dubbio. Tutti i singoli operatori della mandria non hanno fatto altro che muoversi nella stessa direzione, per tutto il periodo della bolla. Le stesse valutazioni degli analisti erano condotte con il metodo della mandria: se un'azienda vale tanto, anche un'altra azienda che fa le stesse cose della prima deve valere altrettanto. Se il mercato dice che la Yahoo! vale come la Disney o la Tiscali quanto la Fiat, prendiamo quelle valutazioni come punto di riferimento per investire in iniziative analoghe. C'è voluto un paio d'anni per svelare il bluff. E almeno altrettanto tempo per pagarne tutte le conseguenze.

Ma il fondamentalismo del mercato e l'incontrollabilità dei meccanismi che sembrano aver preso possesso del pianeta sono messi in discussione. Per Naomi Klein: «I potenti della terra non sono più i politici eletti dal popolo, quelli del G8, ma i top executive delle grandi corporation». E allora perché protestare contro i capi politici riuniti nel G8? «Bisogna che riprendano il potere. Non devono farsi asservire dai signori del profitto, perché non è per questo che il popolo li ha eletti. Non devono consentire alle grandi corporation di dettare legge nel sistema scolastico, sanitario, pensionistico o fiscale del proprio paese. la grande industria e l'alta finanza non possono interferire con la protezione dell'ambiente o con la distribuzione dei fondi pubblici. I cittadini del mondo vogliono essere tutelati dagli interessi del capitale». Le dà ragione Mikhail Gorbaciov: «Il movimento che si batte contro le attuali modalità della globalizzazione è in sostanza una protesta contro il fondamentalismo di mercato e le sue conseguenze sociali».

Conseguenze durissime nei paesi di antica industrializzazione, ma che si rivelano devastanti nelle società il cui impatto con il capitalismo è più recente. C'è infatti una sorta di semiperiferia globale che sta uscendo dalle forme di protezione dal mercato tipiche del Dopoguerra, come la Russia o il Sudafrica: entrambe hanno vissuto come una grande liberazione la loro Glasnost rossa o nera ed entrambe si sono ritrovate a pagare un prezzo al denaro che è penetrato nelle rispettive società in termini di violenza diffusa, delinquenza e mafia, nel nome del capitalismo alla Sombart.

Ma se il nuovo Sudafrica, nato comunque dall'incontro di popoli stanchi della violenza istituzionale e decisi al perdono, resta una potenza economica di primo livello nel continente, un'organizzazione statale più efficiente e un punto di riferimento politico decisivo per le sorti dell'Africa, tutto attorno la contaminazione del denaro sembra in grado di distruggere la coesione sociale e il significato delle relazioni umane.

Il Congo è uno dei buchi più neri del capitalismo. Nel suo percorso storico c'è una sorta di vena autodistruttiva che ricorda le tragedie della Cambogia dei Khmer Rossi o della Haiti dopo Baby Doc. Massimo Alberizzi, inviato del Corriere della Sera, l'ha raccontato in una corrispondenza sul mercato del Coltan, un minerale prezioso perché contiene ossidi di tantalio e niobio ricercatissimi dall'industria per le loro proprietà elettriche. Kitembo Mussa, ingegnere della Societé Miniere du Sud Kivu, testimonia che fino al 1994 il Coltan si vendeva a 5 dollari al chilo mentre oggi si vende a 50-80 dollari al chilo. La guerra civile che sconvolge il Congo dal 1998 ha portato una gran parte del paese sotto il controllo di organizzazioni ribelli appoggiate da Stati confinanti interessati a ogni nuova ricchezza mineraria del paese, mentre il governo di Kinshasa continua a controllare i territori più ricchi di diamanti, uranio, rame e oro. La zona del Coltan è in mano ai gruppi appoggiati da Uganda e Ruanda, la legittimità è gestita con le armi, le bande rivali si fronteggiano ogni giorno nei modi più atroci. Contro la guerriglia "ufficiale" che teoricamente combatte l'esercito del governo, ci sono bande "minori" e milizie tribali apparentemente fuori da ogni controllo. Tra queste i may-may: persone che vestono con un gonnellino di paglia, combattono con archi, frecce, qualche mitra e si drogano con pozioni magiche propinate da stregoni fanatici con le quali sono convinti di trasformarsi in esseri immortali. Gli ugandesi ne hanno catturato uno e questi ha detto: «Le pallottole sul nostro corpo si sciolgono e diventano acqua», cioè may-may nel dialetto locale.

A contatto con il denaro del Coltan, la coesione sociale, la tradizione culturale, i segni della magia e dell'onore sono totalmente stravolti e distrutti. I maestri della violenza che stravolge ogni residuo di umanità sono come parassiti di un popolo di minatori disperati che ogni giorno si cuociono al sole nelle pietraie, raccolgono polvere di Coltan e la mettono in bottiglie di plastica, per poi a sera caricarsi come muli e trasportare il materiale al mercato di Butembo, 60 chilometri a Sud dove lo vendono per 10-30 dollari. Le bande armate, i mercanti e le compagnie di esportazione si contendono il ricchissimo valore aggiunto. Alberizzi racconta che le cinque compagnie che controllano la compravendita del Coltan sono tutte guidate da cittadini dell'ex Unione sovietica. I loro clienti sono in Sudafrica, Kazakhstan e Germania. Ma è impossibile seguire le tracce del Coltan dopo che uscito da Butembo. Il che è comprensibile: se si sapesse che qualche azienda dal marchio famoso acquisisce materiali da compagnie che trattano i lavoratori in modo tanto disumano le proteste del mondo democratico non perdonerebbero. Il digital divide è un problema rilevante quanto il "moral divide".



La tecnologia della libertà obbligatoria



Un mondo così trasformato, talvolta devastato, non può più essere salvato dalla rinuncia alla tecnologia ma da un rilancio: usare intelligentemente la tecnologia, la scienza, l'innovazione, la stessa globalizzazione giocando sul controllo del comportamento delle aziende che tengono ai loro brand. Di certo, il liberismo rinunciatario non basta. Armand Mattelart preoccupato intellettuale francese è convinto che la società dell'informazione non sia democratica ma alla fine propone: «Bisogna riappropriarsi delle nuove tecnologie costruendo un'alternativa alla società dell'informazione». Ha ragione Mattelart: per adesso la gran parte della popolazione del mondo subisce la trasformazione e non ne è protagonista. Niente di nuovo, peraltro. E il suo suggerimento di usare le tecnologie per prendere il mano il destino democratico del mondo è altrettanto corretto. Casomai la debolezza della sua impostazione deriva dall'idea dell'esistenza di una volontà dei potenti della Terra cui si oppone una volontà alternativa.

In realtà, anche i potenti del mondo stanno cercando di sfruttare e governare un processo, di globalizzazione elettronica, che li può rafforzare ma che li potrebbe anche scalzare. Internet non è la televisione: la tv era il mezzo di comunicazione adatto alle società di massa e ben si confaceva all'esigenza di controllare l'informazione da pochi centri, mentre Internet abbassa le barriere di accesso alla comunicazione rafforzando chi prende in mano l'iniziativa anche non disponendo di mezzi potentissimi. La risonanza di fenomeni come la contestazione del Chapas e il vertice antiglobalizzatore di Porto Alegre è stata esaltata non impedita da Internet. E se è vero che la quantità esplosiva di informazioni che i nuovi media digitali mettono a disposizione può anche tradursi in un rumore tanto assordante da non consentire una selezione critica adeguata, è pure vero che moltiplica le opportunità per gli interpreti indipendenti. Quello che occorre non è un sistema di comunicazioni alternativo dal punto di vista tecnologico: occorrono buone idee.

Su questa linea è per esempio lo storico Valerio Castronovo: «Molti, anche fra coloro che non appartengono al popolo di Seattle considerano la globalizzazione un corollario del vecchio imperialismo, una versione aggiornata delle mire espansive ed egemoniche del grande capitale, diretta a massimizzare i profitti a esclusivo vantaggio dei paesi ricchi». Insomma, ci troveremmo di fronte a qualcosa di simile al periodo imperiale e coloniale del XIX secolo durante il quale i paesi ricchi accelerarono notevolmente lo sviluppo.

«In realtà», dice Castronovo, «la poderosa crescita economica dell'Europa settentrionale e centro-occidentale a cavallo tra XIX e XX secolo scaturì non tanto dallo sfruttamento delle colonie, delle quali, del resto, alcuni paesi erano del tutto privi, quanto da un'ondata di scoperte scientifiche e innovazioni tecniche, dall'adozione di più efficaci criteri organizzativi in vari campi, dallo sviluppo dell'istruzione pubblica e della formazione professionale».

Di sicuro, peraltro, non si può pensare che quella globalizzazione non abbia avuto effetti sull'ineguaglianza, continuati anche nella fase di decolonizzazione. «Non si può certo negare che la preminenza dei paesi industrializzati, con i suoi rapporti di scambio ineguali, abbia limitato la piena emancipazione e sovranità dei paesi sorti dal processo di decolonizzazione, spesso indeboliti da aspri conflitti interni, etnici e di potere». Ma ciò non toglie, pensa Castronovo, che lo sviluppo dei popoli europei sia stato il prodotto di una serie di accelerazioni dell'innovazione piuttosto che dello sfruttamento del resto del mondo.

È questo l'unico elemento di analogia nell'interpretazione che Castronovo propone dello sviluppo ottocentesco e di quello attuale: perché per lo storico la globalizzazione attuale ha caratteristiche nuove. «La globalizzazione è il risultato di due fenomeni inediti: da un lato la rivoluzione teleinformatica, dall'altro la diffusione a grappolo su scala planetaria di flussi finanziari, scambi commerciali, investimenti diretti, metodi di produzione e abitudini di consumo». Oggi «è aumentata notevolmente l'interdipendenza fra stati, economie e popoli, nonché l'interpenetrazione fra culture e tradizioni diverse». Tornare indietro è impossibile, ma una frenata della globalizzazione «significherebbe sia il ripristino di vecchie recinzioni protezionistiche e di anacronisciche politiche autarchiche, sia la reviviscenza di passioni e contese nazionalistiche». Ma ci vuole misura. «Questo non vuol dire, beninteso, che si debba lasciare briglia sciolta alla mano invisibile del mercato. In mancanza di regole appropriate e di misure efficaci e coerenti di monitoraggio e orientamento dei processi economici, la globalizzazione, anziché dar luogo a un sistema economico internazionale fondato sulla cooperazione, l'equità e il rispetto degli interessi collettivi, rischia di degenerare in una sorta di mercificazione caotica e devastante: annullando le prospettive di crescita delle risorse e di evoluzione sociale offerte dal progresso tecnologico e della propagazione del sapere».

Certo Internet è contemporaneamente una nuova fonte di contaminazione e una risorsa per salvaguardare il senso di socialità. Internet alimenta la capacità di scelta individuale. Ma nel farlo abbatte alcune delle istituzioni sociali tradizionali. Un individuo reso enormemente più potente da Internet non si ferma più al posto nella società che gli attribuiva l'appartenenza a una famiglia, a un clan, a una tribù. In una società tradizionale, il destino individuale era segnato fin dalla nascita dal suo ruolo sociale. Oggi ciascuno è più padrone del suo avvenire. Ma nessuno può farcela da solo. Per questo Internet ha un effetto anche sulla formazione di nuove comunità, tribù transnazionali che hanno bisogno di tutto: mitologia, regole di comportamento, sistemi di giudizio meritocratico, sistemi di arruolamento, modelli economici, politici, diplomatici, cultura ecologica, visione storica e prospettive future.



L'unità del mondo e il museo di Babele



La spinta all'unificazione del mondo passa per la costituzione di tribù transnazionali, nuovi linguaggi e nuove contaminazioni. La creazione di un'opinione pubblica mondiale è un passaggio decisivo se si vuole vedere un miglioramento nella governance del pianeta e non si preferisce che un processo di globalizzazione incontrollato ne provochi la distruzione ecologica e culturale. Ma questo si paga: ogni passo avanti dell'integrazione dell'umanità è anche una cultura di minoranza che sparisce o un significato che si perde.

Questo genere di sofferenze sono ben precisate dallo studio delle lingue vanno scomparendo. Claude Hagège, professore al Collège de France, calcola che le lingue nel mondo, oggi, siano 5 mila e che ogni anno ne muoiano circa 25. «Così nel giro di cent'anni la metà delle lingue esistenti saranno scomparse» dice Hagège «a meno di un'accelerazione molto probabile del ritmo di questo fenomeno». Secondo la definizione de The Ethnologue, più larga di quella di Hagège, nel mondo, oggi, ci sono circa 6 mila lingue diverse. Ma The Ethnologue offre un'immagine ancor più drammatica delle tendenze: almeno 1.200 di queste lingue sono in fin di vita e altre 2 mila, parlate solo da persone anziane, nel giro di una generazione scompariranno portandosi dietro memorie e visioni del mondo, culture e ricchezza di significati. Se nulla cambierà le tendenze attuali, nel 2100 non resteranno al mondo che 600 lingue.

Si tratta per Hagège di un «cataclisma» che avviene «nell'indifferenza generale». Donde il proposito: «Difendere le lingue e la loro diversità, in particolare contro la dominazione di una sola, è più che difendere le nostre culture. È difendere la nostra vita». Ed è una battaglia che si può vincere. Perché quella lingua che da sola avanza contro tutte le altre è l'inglese, ma è tutt'altro che maggioritaria: solo il 10 per cento dei sei miliardi di persone che abitano sulla Terra parla la lingua dell'impero britannico, dei manuali di software, delle analisi di Wall Street e dei film di Hollywood (Onu, Human Development Report, 2001). Qual è dunque la strategia? La letteratura gioca un ruolo prezioso, come ha dimostrato la riapparizione dell'ebraico, sostiene Hagège. Ma anche Internet va vista come uno strumento importante. Si pensava, dice lo studioso francese, che la Rete sarebbe stata l'ennesimo strumento di invasione dell'inglese, che solo nel 1996 era la lingua dell'80 per cento delle pagine pubblicate sul Web: «Invece quella lingua non è più maggioritaria su Internet ed è scesa al 43 per cento delle pagine Web». In questo momento crescono online le lingue asiatiche come il cinese e il giapponese, passate dal 5 al 15 per cento, aumenta il tedesco dall'1 al 6 per cento e recupera velocemente lo spagnolo dall'1 al 5 per cento. «Ma» segnala Hagège «Internet sta aiutando anche le lingue in via di estinzione, dando almeno a livello virtuale una voce agli idiomi che si rischiava di non poter più ascoltare».

In proposito, in effetti, Internet è una soluzione, ma come lo può essere un museo: né decisiva né irrilevante. Una storia, per esempio. Tra il sud della Siberia e il nord della Mongolia vivono alcuni popoli nomadi: i loro nomi sono per noi quasi soltanto dei segni sulla carta, come Shor, Tofa, Karaj, Tuvan. Eppure i loro anziani e i loro shamani, come le parole delle loro lingue, conservano memorie tutt'altro che irrilevanti, anche per comprendere la storia e la cultura di quest'Europa che da millenni è la terra di arrivo degli immigranti asiatici. Ma quelle lingue e culture potrebbero scomparire nel giro di una o due generazioni. Così, David Harrison, professore di linguistica all'università di Yale che ha dedicato la vita a studiare quei popoli, ha scelto di darsi un compito ambizioso: usare Internet per rivitalizzare quelle lingue e quelle culture. Anche la Fondazione Volkswagen si è lanciata in un'impresa analoga.

Non è certo una grande consolazione per i popoli che scompaiono sulla spinta della globalizzazione. Secondo la definizione di The Ethnologue le lingue in via di sparizione sono quelle che sono attualmente parlate solo da persone anziane. Ce le immaginiamo nei loro pueblos o tra le montagne. Tutti i figli e i nipoti sono andati via. La loro economia non regge al futuro. E davanti a loro vedono solo la morte di tutto quello che hanno sempre pensato fosse importante: quello che sanno, quello che hanno fatto i loro genitori e i loro nonni, quello che hanno scritto con il loro lavoro sul paesaggio. Con loro scompare la lingua e il pensiero. E Internet, la memoria elettronica, asettica, che registra le loro voci grazie all'azione di archeologi del presente, diventa il Museo di Babele.

Ma la diversità, una condanna nel mito biblico, continua in altre forme nella realtà digitale. Non solo per la nuova forza che questa dona alle lingue di minoranza ma vitali, dallo spagnolo al cinese, dal francese al giapponese, dall'italiano al tedesco, dall'arabo al portoghese. Ma anche per tutti i nuovi gerghi che le tribù transnazionali si inventano per comunicare alla velocità della Rete. Ne sanno qualcosa gli utenti di sms, i messaggi che si possono mandare con il telefonino Gsm: per la fretta si inventano nuove parole. E queste sono oggi codificate in nuovi dizionari, indizio appunto di nuove lingue (un esempio? "cul8er": suona come "see you later", cioè, l'equivalente inglese di ci "vediamo dopo").

Ma è un bene che la condanna della Torre di Babele continui? Dal punto di vista della varietà e della ricchezza culturale, certamente sì. Dal punto di vista della comunicazione globale e della formazione di un popolo mondiale in grado di governare il pianeta in base agli interessi comuni dell'umanità, forse meno. La storia si incarica di solito di rispondere. I territori più ricchi di lingue diverse sono di solito anche i più poveri dal punto di vista economico. Il 33 per cento delle lingue oggi esistenti al mondo è in Africa. La diversità è anche isolamento, dunque dignitosa povertà. Mentre il luogo del mondo dove ci sono meno lingue è l'area tra l'Europa e il Medio Oriente, insomma il grande Mediterraneo: l'antichissimo sviluppo dei traffici commerciali, la ricchezza accumulata in millenni di civiltà economicamente importanti, ha ridotto la diversità linguistica tanto che in quell'area oggi non c'è che il 4 per cento delle lingue del mondo. La funzione svolta anticamente dal latino, lingua dell'impero e della religione di Roma, può essere raccolta oggi dall'inglese? Per Hagège, prevedibilmente, no: «L'anglo-americano non può essere una vera lingua internazionale, cioè uno strumento neutrale che permette a tutti di comunicare con tutti. In realtà è il vettore di una cultura che rischia di inghiottire le altre».

La sola soluzione è il bilinguismo o il multilinguismo. L'Unione Europea sta lottando per costruire un grande ambiente politico e culturale favorevole a un approccio multilinguistico: garantendo per esempio a tutti i parlamentari di poter parlare nella propria lingua e dunque agli atti ufficiali di poter essere scritti in tutte le lingue parlate nell'Unione. Ma la prospettiva dell'allargamento ai paesi dell'Est fa discutere: quanto costerà mantenere il multilinguismo integrale? Secondo uno studio circolato al Parlamento Europeo l'arrivo di dieci nuove lingue ufficiali entro il 2004 costerebbe 400 miliardi solo per l'attività dell'assemblea di Strasburgo. Senza contare tutto il resto dell'attività dell'Unione, che peraltro già oggi tende a concentrarsi su inglese, francese e tedesco. Sta di fatto che ogni dibattito in materia di lingue si traduce in un dibattito che oppone i pragmatici ai sostenitori del rispetto assoluto delle diverse culture: e quindi non se ne esce. Per questo, ha probabilmente ragione lo storico Maurice Aymard quando sostiene: «Il XXI non sarà il secolo dell'inglese. Sarà il secolo dei traduttori».

La questione è di quelle esemplari: il labirinto della globalizzazione non lascia scampo, perché non si danno soluzioni facili. La bellezza dell'immagine di un mondo nel quale tutti si comprendono è altrettanto affascinante dell'idea di un pianeta denso di popoli che approfondiscono ciascuno un punto di vista e una visione del mondo, costruendo una storia ricca di significati e di misteri. È probabile che il risultato finale non sarà corrispondente né all'una né all'altra visione. È probabile che alla fine Internet non possa salvare popolazioni e linguaggi esauriti dalla storia. Del resto, lo sviluppo economico alimenta gli scambi, riduce il loro isolamento, richiede comprensione reciproca e regole almeno un po' comuni. E se una delle forme della ricchezza del mondo è nella diversità degli ambienti e delle culture, un'altra è nell'interscambio tra questi diversi ambienti e culture. La seconda mette a rischio la prima. E non v'è dubbio che mai come oggi l'interscambio è stato tanto facile e il rischio tanto grande.

Il risultato finale non sarà banale, perché le tendenze in atto stanno trasformando molte, troppe cose. E se è vero che la velocità di espansione di una forma internazionale di inglese appare inarrestabile, mentre altre lingue espansive resistono o addirittura crescono come alternative, si ridefiniscono anche i motivi di base per l'indifferenza nei confronti delle lingue minoritarie. Insegna l'arte del giornalismo: ogni fatto che riguarda un luogo lontano appare meno importante di un avvenimento che riguarda un luogo vicino. E dunque Internet che riduce in modo drammatico la lontananza delle varie culture può combattere uno dei motivi fondamentali della disattenzione globale sulla diversità culturale che scompare. Internet lo strumento dell'interscambio totale, nel superare la lontananza, sarà contemporaneamente strumento di confronto, contaminazione e valorizzazione delle varie culture. Il precedente, in piccolo, non manca: la musica digitale, dopo un periodo di espansione dei brani prodotti dalle grandi star dell'occidente anglofono, è diventata uno strumento di diffusione delle musiche etniche e delle diversità culturali, come attestano tutte le classifiche sulle vendite musicali dagli anni Novanta del secolo scorso in poi. E Internet è certamente più potente, dal punto di vista culturale, di quanto non potesse essere il mercato dei cd musicali.

«C'è qualcosa di folle nella precipitazione con la quale i popoli si fondono nell'unità determinata dal denaro. E del resto c'è qualcosa di altrettanto folle nei tentativi deleteri di bloccarsi su identità separate e aggressive» scrive Denis Duclos, sociologo e direttore di ricerca al Centre national de la recherche scientifique di Parigi. «Non esiste un buono o cattivo universalismo. Come non esiste una buona o cattiva resistenza all'universalismo». Nei Balcani sanno benissimo quanto possa costare la diversità. Ma a pochi piace anche il relativismo universale. Da Roma giunge un eco di questo problema.



Ecumenismo unilaterale



Roma, giovedì 24 maggio, 2001. Papa Giovanni Paolo II parla ai cardinali di ogni parte del mondo e ai fedeli che assistono alla solenne Concelebrazione Eucaristica a conclusione del concistoro straordinario. Nella sua omelia, non nascondendo le sue preoccupazioni, il papa ha una parola anche per le difficoltà che la Chiesa attraversa a causa della mondializzazione: «Problemi ulteriori derivano dal fenomeno della globalizzazione, che se offre il vantaggio di avvicinare i popoli e le culture, rendendo più accessibili a ciascuno innumerevoli messaggi, non facilita tuttavia il discernimento e una sintesi matura, favorendo un atteggiamento relativistico che rende più difficile accettare Cristo come "via, verità e vita" per ogni uomo».

Sorprende, questa nota pessimistica? Per chi pensava che l'ecumenismo dovesse essere il nuovo pensiero emergente nella Chiesa cattolica in grado di portarla ad accettare le religioni e le visioni del mondo diverse e a considerare la molteplicità culturale come una ricchezza dell'umanità, la parola del papa può suonare come una delusione. Ma già altre volte Giovanni Paolo II, dovendo scegliere tra una semplificazione del suo messaggio e una complessa operazione di integrazione di sensibilità religiose alternative, aveva deciso senza tentennamenti a favore della prima strada.

E anche in questo caso, la sua posizione predilige la chiarezza: parafrasandola certo indegnamente verrebbe da interpretare la frase del papa come un invito a concentrare gli sforzi per far piazza pulita del relativismo, considerato un effetto pericoloso della globalizzazione, rinunciando se necessario al "vantaggio di avvicinare i popoli e le culture". Meglio, pare di capire, un mondo nel quale non ci siano troppe idee a confronto, troppe informazioni alternative, troppe visioni del mondo in concorrenza, altrimenti diventa troppo "difficile accettare Cristo come 'via verità e vita' per ogni uomo". Dove, però, la frase "per ogni uomo" lascia pensare che la globalizzazione non sarebbe poi tanto pericolosa se fosse fondata su un'omogenea cultura religiosa compatibile con quella cattolica: lo diventa proprio in quanto fa incontrare troppe opinioni diverse e mette a rischio l'avanzare del punto di vista caro a Roma.

Un'idea un po' contraddittoria. Ma di contraddizioni è cosparso ogni angolo di questo pianeta globalizzato. Si pensi alla vicenda del bizzarro arcivescovo cattolico Milingo, guaritore e musicista, sposatosi con una donna che conosceva poco prima della cerimonia tenuta dal guru del marketing delle religioni, il reverendo Moon, apprezzato da George Bush e da Maurine Reagan, figlia dell'ex presidente degli Stati Uniti. La curia romana non ha potuto decidere in fretta sul da farsi anche se la scelta sembrava ovvia: un matrimonio per un arcivescovo era già un problema, ma un matrimonio celebrato da un tale che si dichiara il messia... Eppure, forse anche per la popolarità di Milingo e, per qualcuno, anche per il timore che una sua scomunica avrebbe aperto la strada di uno scisma africano, Roma ha traccheggiato nell'ambiguità. Fino a ottenere la dimostrazione concreta della sua millenaria saggezza di governo della chiesa romana: la ri-conversione di Milingo, l'abbandono della moglie, il ritorno all'ovile. Le accuse infamanti della ex-moglie "lo hanno drogato", il suo sciopero della fame, il suo precedente marito napoletano, l'ecumenismo dichiarato della chiesa di Moon, l'ecumenismo della chiesa di Roma: ambiguità. O peggio.

L'analisi della mondializzazione è densa di trappole di questo genere. A prenderle sul serio, queste situazioni dipendono dall'insanabile problema dei punti di vista: l'incontro tra culture che, a priori, si pongono tutte sullo stesso piano in termini di legittimità e diritto ad essere pienamente rispettate può essere vissuto concentrandosi o sul punto di vista di una cultura oppure sui problemi di dialogo e convivenza. Nel primo caso si tende ad approvare la globalizzazione se il proprio punto di vista coincide con quello della cultura dominante, o a rifiutare la globalizzazione se si teme che il punto di vista dominante sia quello degli altri. Nel secondo caso si tende a preoccuparsi per l'esistenza di qualunque cultura dominante poiché non si possiede altro punto di vista che quello della armonizzazione di ogni conflitto, ma finendo col condividere una visione critica di ogni cultura che si ponga come missionaria o che aspiri a convertire le altre. Insomma: non esiste il rispetto assoluto per gli altri perché coincide con il relativismo assoluto che a sua volta è una cultura invadente e al limite conflittuale con ogni altra. Alla fine, i concetti si perdono in un labirinto di punti di vista e di relazioni tra i punti di vista nel quale non è possibile districarsi.

Maurice Aymard, storico, non suggerisce in proposito una via d'uscita filosofica, ma piuttosto una prospettiva interpretativa. E denunciando come due pericoli opposti, ma entrambi pericolosi per lo sviluppo dell'umanità, l'ecumenismo e l'integralismo, dice: «Più che un valore o un altro, è precisamente la tensione tra i valori contraddittori che rende il nostro mondo accettabile».

Anche perché il contrario si rivela impossibile. Piuttosto si può sviluppare un approccio bifocale alle verità che circolano sulla faccia della Terra. Non risolverà i problemi ma aiuterà a convivere. Un esempio della necessità di tale approccio? Una descrizione della guerra del Golfo raccontata direttamente da tre abitanti di Hammamet che riportavano quello che avevano visto in televisione e sentito dai loro concittadini non può che stupire un europeo: «Saddam ha vinto la guerra. Gli americani hanno perso e sono stati respinti. Centomila feriti alleati sono stati ricoverati in tutti gli ospedali d'Europa, in gran segreto, perché non si sapesse della dura sconfitta. Un giornalista inglese lo ha scoperto ed è stato ucciso...». Punti di vista.

Altri possono suonare persino più scandalosi. In una corrispondenza da Teheran, martedì 24 aprile 2001, si leggeva la spiegazione proposta da uno dei massimi leader della Repubblica Iraniana, Ali Khamenei, sui rapporti tra il nazismo e il popolo ebraico. «Esistono prove che dimostrano come i sionisti intrattenevano relazioni strette con i nazisti tedeschi e che le statistiche sul massacro degli ebrei sono esagerate». La platea di Khamenei era composta dai partecipanti alla Conferenza internazionale di sostegno all'Indifada e il discorso del leader iraniano riscuoteva rispetto e consenso. «La presentazione di statistiche esagerate sul massacro degli ebrei è stato solo un mezzo per attirare la compassione dell'opinione pubblica e per facilitare l'occupazione della Palestina giustificando i crimini dei sionisti». I giornalisti dell'Associated Press prendono appunti freneticamente, mentre Khamenei continua: «Esistono addirittura le prove che dimostrano come alcuni criminali non ebrei dell'Europa dell'est sono stati inviati in Palestina fingendoli ebrei, con il pretesto di proteggere i sopravvissuti al razzismo, allo scopo di installare nel cuore del mondo islamico un governo nemico dell'Islam». Il Dipartimento di Stato americano ha definito queste dichiarazioni «scandalose e deplorevoli». E certamente chi ha visto l'Olocausto in prima persona in Europa soffrirà nel leggere il punto di vista di Khamenei. Ma a quale versione crederà chi non ha avuto esperienze dirette di quella tragedia? Chi vive in Thailandia o in Kazakistan, che cosa penserà della vicenda? La mondializzazione, in effetti, è anche l'esplosione del numero di punti di vista e di interpretazioni diverse degli stessi fatti. Una quantità di punti di vista diversi ai quali Internet consente l'accesso facile per tutti. La cultura che ne emerge risulta una somma di culture che scelgono comunque di stare da una parte o dall'altra, intersecata da gruppi di persone che invece vivono il mondo nella convinzione che ogni cosa vada letta da un doppio o molteplice punto di vista.

E dunque, la contaminazione non avviene solo tra popoli e gruppi sociali. Avviene anche negli individui. Non c'è frontiera che possa porre riparo. Neppure i miti dell'opposizione reggono più. Un viaggio a Cuba lo dimostra.



Cuba la chiusura di una civiltà aperta



Cuba è una frontiera concettuale. Dieci milioni di persone vivono su un'isola lunga come l'Italia, pensandosi come un modello culturale ancor più che come un esempio di sviluppo economico alternativo a quello previsto dal paradigma della globalizzazione.

Un paese povero ma con ospedali e istruzione gratuiti per tutti. Dove la dignità e l'orgoglio nei confronti del resto del mondo, la fiducia nell'avvenire e la certezza delle proprie ragioni hanno radici profonde pur senza essere prese troppo sul serio.

Un ceto dirigente di origine spagnola, che nonostante l'ideologia non è poi tanto aperto ai discendenti degli africani, l'esperienza di una posizione storicamente rilevante nell'ambito delle colonie iberiche d'America, la mitologia recente della Rivoluzione, sono le colonne del sistema.

Naturalmente votata al turismo e alle esportazioni, dallo zucchero al tabacco, storicamente centrale nel dibattito culturale in America Latina, vive le relazioni internazionali come un continuo paradosso. Cuba è una civiltà aperta guidata da un regime chiuso che tenta di aprirsi e non ci riesce fino in fondo. Esclusa dal vertice panamericano di Quebec City, nella penultima settimana di aprile del 2001, è invece sempre presente nelle riunioni culturali e letterarie iberoamericane, mentre le immagini dei suoi eroi, il Che in testa, sono sempre tra le icone dei protestatari del popolo di Seattle. La sua è una presenza anomala nel processo di globalizzazione: non lo può fermare, non lo vive appieno, ne cerca i vantaggi, non ne accetta le condizioni.

Una situazione, alla fine, neppure troppo contraddittoria. Una situazione esacerbata dalla crisi del 1991, quando il crollo dell'Unione Sovietica fa scomparire da un giorno all'altro il 75 per cento del commercio internazionale dell'isola. È l'inizio del "Periodo speciale" e dei compromessi che la Rivoluzione decide di accettare nei confronti dell'economia capitalistica. Il più emblematico di questi compromessi: il dollaro americano, simbolo inoppugnabile della potenza nemica, diventa la moneta corrente sull'isola.

Apparentemente, Cuba non ha paura dell'integrazione economica e palesa una crescente insofferenza nei confronti dell'embargo americano, del quale non vede più alcuna ragione. Ma invece mantiene, durissime, le barriere nei confronti dell'integrazione culturale: vietando la tv satellitare, limitando il telefono allo stretto indispensabile e trattando Internet come un paese straniero. Usare la Rete è consentito ad alcuni uffici dell'università, agli intellettuali regolarmente registrati dal ministero della Cultura e agli stranieri che riescano a trovare uno dei due punti d'accesso a Internet che sono loro riservati a L'Avana: si possono utilizzare solo mostrando il passaporto come se si trattasse di attraversare una frontiera (il che, in un certo senso, è pure vero). Il digital divide non è solo un fatto economico: in alcuni casi è una scelta politica.

Parleremo di tutto questo con Arturo Arango, uno scrittore dalla vista lunga e dal grande amore per la sua terra. Il suo "Lista d'attesa" è un racconto ironico, da non perdere, divenuto film e visto in tutto il mondo: alcune persone aspettano un mezzo di trasporto per andare altrove, ma l'attesa si prolunga per giorni e quelle persone nel frattempo litigano, si organizzano, si divertono, si innamorano, vivono. Arango vive a L'Avana. Per raggiungerlo si può prendere la strada più breve e quella più lunga. Probabilmente è meglio la seconda.



Il cielo sopra L'Avana.



Immancabili, pazienti, gli avvoltoi volteggiano scrutando il terreno. Abbondano gli avvoltoi nel cielo della campagna cubana, come il loro cibo sulla terra... serpenti, galline, capre. Le mucche, condotte al pascolo da cavalieri e cani, si muovono a testa alta sugli enormi prati a loro destinati, mentre gli aironi bianchi fanno pulizia. Sono magre, in forma: la follia della "mucca pazza" qui non sarebbe concepibile. A Cuba gli animali hanno un tenore di vita migliore, più sano di quello europeo.

Tutta la Carrettera Central è costeggiata da due prati tenuti costantemente tagliati. L'asfalto non è pessimo ma certo non è tirato alla giapponese, le buche abbondano come i Poncheros, i gommisti. Ma i prati sono tagliati a mano, con grande precisione ed energia, da uomini solitari, dislocati lungo il percorso a distanze regolari. I prati accanto alla Carrettera sono il marciapiede di Cuba, vanno tenuti puliti dai pericoli: li usano squadre di bambini diretti a scuola, uomini a cavallo, vecchi che non cedono alla tentazione di starsene a casa e che sembrano sempre in cammino da giorni.

La Carrettera è il luogo del movimento e dell'attesa. Circondata per lo più da campi coltivati, a ogni incrocio aggrega una popolazione variopinta che aspetta il prossimo camion per andare in città. Tutti salgono sul retro e stanno in piedi, pressati dalla quantità di viaggiatori. E agli incroci, dove appunto si ferma sempre tanta gente che parte, qualcuno prima o poi porta una cassetta di frutta, primo passo verso un luogo di scambio, un mercato e la formazione di un paese.

Te lo immagini, guardando un paese già formato: sembra generato da un incrocio, divenuto un'area aperta per le feste o le riunioni della popolazione o per il commercio. È un embrione di piazza tra le case tradizionali, di legno con il tetto di palme e canne, con un giardinetto attorno e una sorta di canaletto-fogna sul davanti. Le case più moderne non hanno lo stesso fascino, potrebbero stare in Russia o in Olanda. A Cuba sono tristissime.

Quando si arriva in prossimità di una città il traffico aumenta: carri trainati da magri ed energici cavalli, biciclette con due o tre persone a bordo, moto con sidecar, camminatori, camion carichi di merci e più spesso persone. Le case si ingrigiscono nelle periferie per assumere colori pastello verso il centro e diventare bellissime costruzioni coloniali nelle piazze centrali. Il baricentro di Camaguey è spostato verso il mercato delle sementi e della frutta: affollatissimo di compratori e venditori, regolato per garantire l'onestà delle trattative, è un mercato braudeliano che corre lungo il sentiero che costeggia un fiume dall'aspetto selvaggio.

Il centro di Trinidad è più adatto alle cartoline ed è stato riconosciuto dall'Unesco "patrimonio dell'umanità". Alla festa conclusiva della settimana culturale di Trinidad, una folla di giovani, famiglie, anziani, passeggia tra le bancarelle di cibo e cianfrusaglie: con la giostra, i risciò, i maiali interi arrostiti dai quali si affetta il companatico. Al centro culturale c'è un balletto tradizionale cubano, preceduto da un gruppo rap: i tre ragazzi vestiti come nel Bronx muovono le braccia e le mani, concentrando nelle dita e nei polsi i loro messaggi aggressivi. La tribù della musica non si è scontrata con i confini politici. Ma forse li lasciano fare, i rapper, perché in fondo non li temono tale è la superiorità dei gesti della musica tradizionale: appena attacca la musica cubana l'atmosfera si riscalda davvero, senza violenza, con gioia.

Certo, l'arrivo della musica internazionale qualche effetto lo avrà. Ma non come in Giappone, arcipelago dalla storia opposta: in quella civiltà chiusa che il regime ha aperto a forza, la musica internazionale ha creato una nuova mitologia, dirompente rispetto alla tradizione. Un ragazzo a Tokio, all'inizio degli anni Novanta, suonava rock per strada con il ciuffo di capelli sulla fronte, chiedendo qualche moneta con il fodero della chitarra aperto: questa, per Tokio, era una rivoluzione. L'ha digerita, certo: ogni civiltà digerisce più di quanto si immagini. Ma oggi il Giappone è alla ricerca della sua nuova idendità. E la sua depressione economica non può non esserne un sintomo. Cuba no: ha accolto la musica internazionale, il dollaro e il turismo senza squilibri significativi. Quasi non aspettasse altro che questo momento. Quasi fosse pronta da decenni a riaprirsi.

Il giorno dopo la festa di Trinidad, alle sette di mattina, la piazza è già tutta perfettamente ripulita.

Strano rapporto, quello dei cubani con l'ambiente. Se ne comprende l'importanza ideologica: l'analogia tra la salvaguardia della biodiversità e della diversità culturale è del tutto evidente. Come è evidente il fatto che il disequilibrio ecologico, accanto all'ingiustizia della povertà di gran parte del mondo, è la dimostrazione che la globalizzazione può rendere il pianeta ingovernabile, fragile, sbagliato, inefficiente, dando argomenti molto credibili a chi abbia una visione critica del liberismo come unico sistema mondiale.

Eppure l'ambiente di Cuba non è esemplare come il sistema scolastico o quello ospedaliero. Intendiamoci: per un paese povero, la pulizia delle strade e dei prati accanto alla Carrettera è un sintomo di grande attenzione. Ma non riesce a consolare del maltrattamento dell'aria derivante dallo strano rapporto che evidentemente intercorre tra i cubani e la tecnologia del trasporto. L'ingiurioso fumo nero che esce dai camion che girano l'isola e dalle (poche) ciminiere non testimonia nessuna particolare attenzione per l'ambiente. Si direbbe che manchi un punto di riferimento per valutare quanto l'aria vada salvaguardata: lo porrà, presto, il turismo. E per esempio se dovesse essere estratto il petrolio trovato al largo di Varadero, grande attrazione dell'isola per i visitatori dell'isola che amano il mare organizzato, l'attenzione all'ambiente dovrebbe fare un salto di qualità: pena il rischio di rovinare la costa e perdere le ricche spese dei villeggianti.

Intanto, come spesso succede, le città circondate da una natura coltivata e sana crescono senza concedere troppo agli spazi verdi. Dovesse esplodere la motorizzazione, come a Città del Messico, l'inquinamento diventerebbe inaccettabile. La maggior parte del paese è però ancora molto lontana da questo pericolo.

L'Avana è un'altra cosa. Il centro storico con il divieto di circolazione, il centro moderno con i grandi viali alberati, il famosissimo lungomare: tutto concorre a dare aria all'ambiente. La città è vera. È una grande capitale dell'Iberoamerica. Qui c'è il pensiero e il potere dei gestori della Rivoluzione. Qui si sta anche formando la classe dirigente del futuro.



La triste ironia del testimone.



Se esiste una classe dirigente del futuro, Arturo Arango ne fa parte. È nato nel 1955 a Manzanillo. Ha pubblicato diverse raccolte di racconti. In Italia è noto per "Who wants to live forever" ("Vedi Cuba e poi muori") e "Il vecchio e il bar" (il ricordo di Ernest Heminguay non ha mai smesso di sorseggiare i suoi cocktail nei locali di L'Avana). E per il recente "Lista d'attesa", divenuto film con la sceneggiatura di Senel Paz e la regia di Juan Carlos Tabio ("Fragole e cioccolato"). È redattore e direttore di riviste culturali, tra cui la Gazeta de Cuba. Ha accesso alla posta elettronica. Fa parte dell'Uneac, l'associazione di 3 mila autori e artisti cubani, che oggi protegge la "naturalezza" dell'arte dalle tentazioni di farla diventare troppo istituzionale e coltiva le relazioni internazionali degli artisti, organizzando conferenze, corsi, iniziative editoriali, come appunto la Gazeta de Cuba. Ormai sono pochi gli artisti che non ne fanno parte.

L'Uneac, in effetti, era nata nel 1961 simile alle unioni degli scrittori tipiche dell'Europa dell'Est. «Negli anni Settanta era anchilosata» sostiene Arango. «Aveva rapporti solo con i paesi dell'orbita sovietica. Il massimo cui si poteva aspirare erano 15 giorni a Varsavia». Ma negli anni Ottanta, ben prima che ce ne fosse bisogno sul piano pratico e politico, l'Uneac decide un cambio radicale. E nel 1986, con un memorabile congresso, recupera una sua libertà d'azione, conquista importanza e vitalità. «Quando arriva la crisi del 1991 e la Gazeta de Cuba chiude per mancanza di soldi, i legami ormai conquistati con artisti di tutto il mondo consentono di attirare aiuti da Lussemburgo, Germania, Francia, Italia. La Gazeta riapre e i cubani vengono invitati a conferenze e premi letterari ovunque. Mitico il premio iberoamericano di Medellin, grandissimo: 5 mila poeti. Uno spettacolo eccezionale e una fonte di scambi culturali ricchissima».

Come sono fatti questi legami? Che gente è quella che sostiene gli intellettuali e gli artisti cubani? «Due tipi di persone. Gli appartenenti alla sinistra mondiale, a quello che ne resta. E gli artisti, magari di sinistra, ma critici. I primi sono un po' un problema: sono troppo acriticamente filocubani, apprezzano tutto quello che facciamo, sono molto ben visti dalla politica e non necessariamente dagli artisti. I secondi appartengono a un ceto internazionale un po' più scettico sulla politica ma desideroso di veder sopravvivere la cultura cubana. Sono più amici delle persone che delle istituzioni. Ci aiutano per aiutare Cuba a cambiare. Inevitabilmente, entrambi i gruppi hanno un rapporto un po' coloniale con noi: entrambi vogliono avere un'ingerenza sulla vita di Cuba, i primi per mantenerla com'è, i secondi per cambiarla».

Comprensibile sentimento. Ma quanto tempo passerà prima che un paese come Cuba o come il Messico possa superare questa barriera ideale che omologa i paesi ricchi ai paesi che decidono e i paesi poveri ai paesi colonizzati? Quale sarà la strada che li porterà al superamento del post colonialismo? «Il Messico ha scelto la strada opposta alla nostra. Il Messico è nel caos: si è completamente aperto all'influenza americana. E gli Stati Uniti lo vogliono usare per definire la loro influenza sul resto dell'Iberoamerica, Cuba compresa».

Ma a questo proposito, non è preoccupante questa presenza del dollaro nella vita quotidiana dei cubani? Di tutto quello che poteva venire dall'America, il dollaro è proprio il simbolo più preciso delle radici e della forza del paese dominante. «Il dollaro mi preoccupa. Ma mi preoccupano ancora di più le differenze economiche che sono cresciute negli ultimi anni». Già: visto da qui, il boom della net economy è stato un'accelerazione degli americani che hanno lasciato indietro la stragrande maggioranza degli altri. «Fino al 1993» continua Arango «era vietato possedere dollari. La gente qui, allora, i dollari li chiamava "Fula". Dopo il 1993, man mano che sono entrati nella vita quotidiana hanno cambiato soprannome, diventando "Fao". E sempre più spesso, oggi, la gente li chiama semplicemente "Peso", come la nostra moneta locale. Tu capisci se si intende dollaro o peso a seconda del rapporto tra il valore della cosa che compri e la cifra che ti presentano... La cultura cubana è sempre stata una cultura cannibale che ha digerito che quello che arrivava dall'estero. Ci sono culture così, preparate ad assorbire: gli Stati Uniti, l'Italia, Cuba. Altre sono mimetiche, come la Russia. Insomma, alla fine penso che Cuba abbia assorbito il dollaro». Sembra assorbire anche l'inquinamento delle auto e dei camion... «Non c'è una grande cultura ecologica, a Cuba. Costa tanto tenere in funzione le auto che diventi permissivo. La mia automobile non potrebbe circolare in nessun altro posto del mondo».

Ma perché, se Cuba assorbe e digerisce tutto, Internet è vietata? «È una caratteristica della politica cubana: l'appropriazione completa dei mezzi di informazione senza rispetto per il diritto dei cubani di informarsi sa soli. La Rivoluzione cubana non ha trovato il modo di pensare il popolo come un insieme di adulti. Lo pensa come un insieme di bambini: è il più importante difetto di Cuba. I quotidiani non assomigliano a Cuba. È un grande impoverimento per quest'isola».

Il timore dell'incontro con culture diverse non può certo essere la causa di questa chiusura a Internet. Anche perché al turismo per esempio è riservato un atteggiamento ben più disponibile, eppure i turisti sono una fonte importante di informazioni non controllate... Del resto, alle entrate finanziarie portate dal turismo non si può rinunciare. Anche questa può diventare una via attraverso la quale i cubani entrano nell'economia mondiale: ma non è detto che consenta loro di entrarci da protagonisti. I mille questuanti che abbordano i turisti a ogni angolo delle città cubane non sono un buon segno. Anche se invece di chiedere un'elemosina offrono un servizio: "ti mostro i monumenti, ti faccio fare un giro per la città vecchia...". Arango risponde francamente: «Il turismo è imprescindibile per l'economia cubana. Ma culturalmente significa molto: Cuba sa assorbire, ma i cubani sono poveri e i turisti sono ricchi. La relazione che stabilisce con il resto del mondo può facilmente degenerare in qualcosa di simile al mondo coloniale».

In prospettiva tutto questo può significare molto per l'identità cubana. Ma che cos'è, in realtà, l'identità cubana? «La cultura cubana, come ho detto, ha a che fare con la capacità di assimilare le culture diverse. Ma ha anche alcuni caratteri distintivi. Come lo humour. La capacità di beffarsi di tutto. E poi la musica, ovviamente, la danza popolare, la sensualità». Involontariamente, forse, Arango dimostra quanto dice, aggiungendo con un sorriso: «È curioso: il grande artista cubano, l'Artista, Josè Marti, non fa ridere per niente. È il grande paradigma della cultura cubana e non è ironico. Del resto, neppure Fidel... da giovane non ha mai danzato, giocato...». È chiaro anche se non è gentile dirlo, che la Rivoluzione non è stata del tutto "cubana". E che il grande sommovimento che ha investito la cultura cubana negli anni Novanta ha anche l'effetto di farne riemergere alcuni tratti profondi, precedenti. «È riemerso il Picaro. Un personaggio tipico della nostra tradizione. Colui che si arrangia con mille espedienti, vende qualche servizio o qualche cianfrusaglia, insomma sopravvive, ma è sempre pronto a divertirsi. È un eroe cubano rinato con il "Periodo speciale". Forse a farne le spese è proprio Marti: la sua nuova statua al Malecon, è stata subito soprannominata il Protestodromo, perché punta il dito contro gli Usa che sono al di là del mare. Ma è anche interpretata come l'indicazione della direzione da prendere per chi vuole emigrare...».

Già, l'emigrazione... «Molti cubani sognano ancora di emigrare negli Stati Uniti». E non è più un fenomeno mascherato da faccenda politica. È proprio un elemento della più generale tensione dei popoli del Sud a cercare fortuna nei paesi del Nord. «Lo stesso fenomeno che porta gli albanesi in Italia. Noi come meta non abbiamo l'Italia, ma gli Stati Uniti». Anche l'immagine dei cubani emigrati sta cambiando: «Una volta erano definiti i cubani in esilio. Oggi invece si usa la parola diaspora. Fino agli anni Settanta per chi partiva la scelta era definitiva. Ora si può tornare, si possono visitare i parenti. Le rimesse degli emigranti, non sono più neppure tassate e sono diventate un elemento importantissimo dell'economia cubana». Storia che gli italiani conoscono. Questi aspetti della globalizzazione non sono certo una novità. La tristezza di chi lascia la sua terra non è una novità.

«La globalizzazione è inevitabile» conclude Arango. «Ma la cultura del suo centro economico è piccola, dominante, omogeneizzante. Le sue immagini sono ovunque. Sotto la meravigliosa Torre di Pisa i senegalesi vendono le riproduzioni meccaniche dei soldati americani... E quel che è peggio è che la cultura dominante è suicida. Distrugge la ricchezza culturale, distrugge l'equilibrio ecologico. Gli stati ne fanno le spese: hanno sempre meno autonomia. Gli stati che resistono sono quelli che si sanno appoggiare sulla cultura del loro popolo. Il Terzo mondo, in generale, è fatto invece di stati apparentemente forti nei confronti dei loro popoli che cedono alle lusinghe della dominazione straniera pensando più ai vantaggi che ne possono trarre i ceti dominanti locali piuttosto che all'interesse del paese. Le zone di resistenza sono in Europa, in Giappone, in Cina. Eppure nel Terzo mondo c'è la maggioranza della popolazione e la massima parte della diversità e ricchezza culturale del mondo». Le alternative, per i paesi poveri, non sono poi molte. «Qui nella regione caraibica ci sono i tre modelli: Puertorico, Cuba e la Repubblica Dominicana. Puertorico è parte integrante del sistema politico americano e resiste puntando sulla sua cultura: l'episodio emblematico è il referendum che ha sancito il suo rifiuto di parlare l'inglese. Cuba è l'alternativa politica che cede il passo alle necessità economiche. La Repubblica Dominicana è il grande paese del weekend degli americani, dove tutti parlano l'inglese e c'è la massima penetrazione di telefonini cellulari dell'America Latina. È ciò che sarebbe stata Cuba senza la Rivoluzione: qui negli anni Cinquanta c'era la ferrovia e la massima penetrazione di televisioni dell'America Latina... Ma a questo punto la resistenza cubana è spiegata dall'embargo. Sono convinto che senza l'embargo sarebbe molto più difficile difendere la Rivoluzione cubana». Le previsioni... «Per me è molto difficile proporre previsioni. Probabilmente sono in un periodo di pessimismo. La maggioranza della gente del mondo è contro la globalizzazione, ma il potere economico la vuole. Non si deve certo perdere la speranza, non ci possono impedire di resistere, ma... è inutile nasconderselo: la resistenza può finire con l'essere patetica».

Uscendo dalla bellissima villa dove ha sede l'Uneac, accendendo la radio in macchina, risuona il grande successo musicale del momento, a Cuba e in gran parte dell'Iberoamerica. Il ritornello ripete che non serve piangere perché "la vida es un carnaval".



Effetti ambigui della contaminazione



La contaminazione agisce in molti modi. Influisce sulle civiltà e sui modi di vivere trasformandoli, talvolta rendendo più deboli le società, talvolta rendendole più creative. Sono le tendenze di fondo a scegliere la tonalità dell'effetto complessivo. Se la cultura è indebolita da una guerra estenuante contro un'altra cultura o se la vita quotidiana è resa difficile dalla estrema povertà, la contaminazione rischia di portare a una involuzione o addirittura a una scomparsa della civiltà in questione. Se invece la cultura è connessa con altre, vive di scambi, quindi assorbe dall'esterno tanto quanto esporta, finisce per trovare la strada per trasformare la contaminazione in una ricchezza. Quale sarà l'effetto su Cuba non lo sappiamo ancora. Il paese rischia tanto più quanto più si isola. Ma a rischiare sono anche paesi come Israele o il Giappone. Il fatto è che la connessione è un'opportunità: se può provocare contaminazione, può anche produrre ricchezza e trasformare l'incoerenza culturale in una fonte di libertà mentale.

 LINK - CONTAMINATI



- Filippo Nanni, Alessandra d'Asaro e Gerardo Greco, Sopravvivere al G8. La sfida dei ribelli al mercato mondiale, 2001 Editori Riuniti.

- Marco Bianchini, voce Moneta in Enciclopedia, Einaudi.

- Thomas Friedman, Le radici del futuro. La sfida tra la Lexus e l'ulivo: che cos'è la globalizzazione e quanto conta la tradizione, Mondadori 2000.

- I siti sulla globalizzazione visti da Attac:

www.aflcio.org/home.htm

alainet.org

www.thai.to/aop

www.worldbank.org

www.etuc.org

www.cidse.org

www.icftu.org

www.campesinos-fmlgt.org.ec/c/confeunassc

www.tuac.org

www.directactionnetwork.org

www.oneworld.org/eurodad

europa.eu.int

www.ezln.org

www.faa.com.ar

www.fidh.org

www.foe.org

www.alternatives.ca

www.imf.org

www.ifg.org

www.ilo.org

www.indymedia.org

www.imf.org

www.jwj.org

www.labourstart.org

www.ffq.qc.ca/marche2000/index.html

www.euromarches.org

www.essential.org/monitor

www.oecd.org

www.ilo.org

www.wto.org

www.oneworld.org

www.un.org

www.oxfam.org

www.agp.org

www.reclaimthestreets.net

rezo.net

www.globenet.org/ritimo

www.sierraclub.org/trade

www.tabd.org

www.twnside.org.sg

www.transnationale.org

www.un.org

www.undp.org

www.unice.org

www.unifem.undp.org

www.viacampesina.org

www.wdm.org.uk

www.eurosur.org/wide/home.htm

www.worldbank.org

www.wto.org

www.wtowatch.org

www.zalea.org

- Mentre andiamo in stampa Carlo Giuliani è diventato la url di un sito tedesco: www.carlogiuliani.de. Serve per reindirizzare a un sito che sembra appartenere a un gruppo di autonomi tedeschi (www.netzguerilla.org ovvero www.2310.net). Tutte le estensioni internazionali del nome carlogiuliani sono state registrate. Attraverso un'azienda di Honolulu, nelle Hawai (in piena crisi di liquidità e sottoposta a diverse cause legali). Il sito aiuta a scaricarsi una chiave di criptaggio per scambiarsi e-mail sicure (la tecnologia che usa pgp key: www.pgp.com).

- Claude Hagège, Halte à la mort des langues, 2000, Editions Odile Jacob.

- Per seguire il lavoro di David Harrison, professore all'università di Yale che pensa di poter usare Internet per salvare alcuni linguaggi parlati nella Siberia del Sud e nel Nord della Mongolia, il link è:

http://sapir.ling.yale.edu/~harrison/index2.htm

- René Passet, Eloge du mondialisme par un "anti" présumé, Fayard 2001.

- Claude Serfati, La mondialisation armée, le déséquilibre de la terreur, Textuel 2001.

- La mondializzazione è un'estensione dell'influenza americana. Su questo c'è poco da discutere. Un libro importante segnala peraltro che questa estensione, gli americani la pagano. «La politica mondiale del XXI secolo sarà in tutta probabilità plasmata dal ritorno di fiamma provocato dalla politica mondiale della seconda metà del XX secolo, vale a dire dalle impreviste conseguenze della guerra fredda e dell'esiziale decisione americana di mantenere un atteggiamento da guerra fredda in un mondo post-guerra fredda». Chalmers Johnson, Gli ultimi giorni dell'impero americano. I contraccolpi della politica estera ed economica dell'ultima grande potenza, Garzanti 2001. L'idea di esportare con la forza delle armi e del capitale il modello americano costerà agli Usa più di quello che pensano di poterne guadagnare, dice Johnson, professore emerito all'università di California. Vive a San Diego.

- Arturo Arango, Lista d'attesa, Fazi 2000.


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