In nome del popolo mondiale - 2
-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Questa è la bozza finita l'11 ottobre 2001 di un libro che ho pubblicato quell'anno con Fazi editore. Sono tornato in possesso dei diritti e lo metto a disposizione di tutti in rete. Chiedo a chi lo usa di citare la fonte. --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
2. LABIRINTO GLOBALE
Chi siamo?
Il labirinto non ha un inizio e una fine. Una partenza e un arrivo. E così è soltanto un caso che la prima immagine di questo capitolo che lo esplora sia da Budapest, nella primavera del 2001. Il bastione alberato del distretto del castello risuona delle grida dei bambini che corrono, pedalano sui tricicli, filano sui monopattini... è, questa dei monopattini, la mania internazionale del momento. Un violino malinconico in sottofondo: è la tradizione locale. Tratti culturali si mescolano, pacificamente, in questa giornata di sole tiepido.
Per alcuni queste sono contaminazioni. Per altri sono connessioni. Del resto, c'è chi si sente dovunque a casa, come c'è chi si sente dovunque straniero...
Ma quando avranno trent'anni, che cosa saranno questi bambini dal linguaggio esotico, i cui genitori erano sovietici e sono diventati occidentali nel corso di una decina d'anni? Come si vedranno? Come ricorderanno? Che concetti useranno per definirsi? Si penseranno come magiari, o europei?
Oppure, salteranno a pie' pari queste questioni nazionalistiche e saranno le professioni a designarli: medici, avvocati, operai, webmaster, artisti... finiranno col sentirsi appartenere solo alle tribù internazionali delle competenze? O, ancora, torneranno ad aggregarsi in base agli interessi, o agli orientamenti politici: radicali, liberali, anti-global, conservatori, verdi, oppure amanti di Bela Bartok, fanatici della vela, collezionisti di lepidotteri, cattolici, bianchi, balbuzienti, depressi, ex-alcoolisti, o felici padri e madri di famiglia? O reduci della guerra batteriologica?
Problema che, di certo, non riguarda solo i popoli usciti dalla Cortina di Ferro. Riguarda ogni società investita dal processo di accelerata connessione con il resto del mondo chiamato globalizzazione. Un processo, appunto, non un fatto acquisito, che mette in discussione i parametri fondamentali della vita quotidiana. L'identità, la comunità, la tribù: le risposte alla domanda "chi siamo?" sono i princìpi sui quali si fondano gli obiettivi delle azioni, l'appagamento o l'insoddisfazione per i risultati, l'idea stessa di libertà. È chiaro infatti che non esistono obiettivi, soddisfazioni, libertà assolute. Tutti concetti ambigui, in continuo movimento: per questo, le prime risposte vengono sempre dall'identità o dai parametri in base ai quali dichiariamo "chi siamo" e più spesso ancora "chi non siamo". E in un mondo che cambia velocemente, trascinando apparentemente con se ogni significato storico e ogni abitudine preconcetta, le valutazioni sembrano sempre più vacue e soggettive, individuali e ambigue, come barche in balia del vento.
Oggi, la guerra sembra aver risolto tutto con un colpo di spugna: il grande nemico esterno, da una parte e dall'altra, sembra costruire un'identità fortissima. Ma non durerà. Perché le distinzioni sull'approccio alla guerra e al "nemico" si palesano immediatamente dopo ogni azione. E dimostrano la frantumazione strutturale delle identità. Non potrebbe essere altrimenti: la mia identità in fondo dipende dall'identità di colui con il quale mi confronto, ma che succede se mi connetto simultaneamente con molte identità diverse, come avviene nella nostra vita quotidiana di information overload generato dall'uso contemporaneo di diversi media e di molti strumenti di messaggistica?
Il primo effetto della crisi attuale, da questo punto di vista, potrebbe essere quello di costringere gli occidentali a guardarsi allo specchio e chiedersi "chi sono"? A quali parametri faranno ricorso per rispondere? E come evolveranno queste risposte nei prossimi vent'anni? Saremo costretti a convivere con le contaminazioni, faremo tesoro delle connessioni, diventeremo cosmopoliti? Dovesse prevalere la globalizzazione commerciale potrebbe avvenire che la risposta giusta diventi quella, temibile, proposta da Richard Tomkins, esperto di management, che sul Financial Times scrive: «Oggi molte persone si definiscono non in base alla loro religione, affiliazione politica, classe sociale oppure origine etnica, ma riferendosi ai loro marchi preferiti: le etichette dei loro vestiti, la forma dei loro orologi, le automobili che guidano e le bevande che comprano». Uno sviluppo che per Naomi Klein, autrice di No Logo, è alla radice della reazione giovanile che si è abbattuta contro la globalizzazione vista come il trionfo del capitalismo su ogni elemento di vitalità culturale e sociale. Ma è difficile pensare che questo sia l'unico risultato possibile delle tendenze in atto: le persone sanno reagire, hanno sempre saputo ricostruire degli ambiti liberi. Ma di sicuro la salvezza non arriverà da sola. E s'illude chi pensi che la via di quella salvezza sia tracciata dalla violenza.
Il primo passo è comprendere quello che succede a noi e all'"altro da noi", con spirito libero dai pregiudizi o dalle semplificazioni eccessive. Nel corso degli anni Novanta sono già cambiate troppe cose perché non si avverta l'urgenza di comprendere il labirinto concettuale nel quale ci troviamo. Con la globalizzazione dei mercati finanziari e l'internettizzazione dell'economica è cambiato il senso e il ritmo dell'attività produttiva. È cambiato il significato di lavoro, educazione, religione, povertà. Il "digital divide" è diventato un concetto molto più potente ed esplicativo di quanto ormai non siano quelli di Terzo Mondo e paesi in via di sviluppo. Le azioni terroristiche hanno introdotto altri significati senza annullare le ambiguità di quelli precedenti. Sono cambiati i punti di riferimento fondamentali perché tutto ciò che conta veramente è informazione e il senso dell'informazione subisce una continua evoluzione. E man mano che le culture si incontrano e si incrociano, ogni singola parola assume nuove ambiguità.
La nuova grande trasformazione, la globalizzazione accelerata da Internet, può avviare una rivoluzione dei paradigmi intorno ai quali costruiamo la nostra visione del mondo. E la nostra vita quotidiana. Gli ottimisti la dipingono come una grande cornucopia di opportunità. Può essere. Convincersene non è immediato per tutti. Di sicuro non sarà divertente se lasceremo che avvenga mentre siamo voltati dall'altra parte.
Dalla Luna a Berlino.
"Un piccolo passo per un uomo, un balzo gigantesco per l'umanità". È il 20 luglio del 1969: Neil Armstrong è il primo uomo che mette piede su un astro diverso da quello che ha dato origine alla storia; le telecamere del suo Lem inquadrano la Terra, azzurra nel cielo nero della Luna; il popolo mondiale vede la scena, unito da un punto di vista nuovo. «Forse da quel momento l'immagine della globalizzazione ha cominciato a prendere il suo posto nell'immaginario collettivo» dice Ezio Andreta, leader della Direzione generale XII della Commissione Europea, quella che si occupa di affari scientifici, ricerca e sviluppo. «E probabilmente nel periodo che va dallo sbarco sulla Luna alla caduta del Muro di Berlino si è definita l'idea attuale dell'unificazione del mondo». Simboli, intuizioni, certo, per una presa di coscienza le cui conseguenze restano ancora tutte da comprendere, sia per chi intuisce di odiarle sia per chi è certo di apprezzarle.
Le definizioni di globalizzazione, del resto, si moltiplicano: non potrebbe essere altrimenti. Andreta, dal suo ufficio di Bruxelles, dove sono passati alcuni dei progetti più innovativi finanziati e voluti dall'Unione Europea, propone la sua: «La globalizzazione è la capacità di tutti gli attori di interagire in tempo reale in un unico spazio». Tutti gli uomini, uniti da mille fili, connessi in tutte le direzioni, su tutta la Terra.
Non è ancora la realtà, naturalmente: è una tendenza, è una possibilità storica, è una visione. Questa riduzione drammatica della distanza tra il reale e il possibile, oltre ad essere una delle ambiguità di questo labirinto concettuale che è la mondializzazione, è in sé una delle novità del secolo. La visione non è più un elemento della dimensione intellettuale: sta diventando uno strumento per modellare la realtà. Tanto che la visione della mondializzazione, e il suo progressivo chiarimento, è una delle strade che portano alla sua effettiva realizzazione.
Questa visione è il risultato di un'evoluzione millenaria, guai a pensarla come una novità degli ultimi decenni. Ma le sue forme attuali sono rese davvero speciali dai fatti: mai prima la Terra era stata affollata da sei miliardi di persone, mai prima le diverse società hanno unito come oggi i propri destini economici ed ecologici, mai come oggi hanno saputo mettere a punto tecnologie per una comunicazione totale che sembra trasformarli nei neuroni di un gigantesco cervello planetario. Un'unificazione di fronte alla quale però sembrano, o si sentono soli: la rivoluzione sembra dotare ogni singola persona di poteri nuovi e di una libertà di scelta individuale un tempo inimmaginabile, ma nello stesso tempo fa piazza pulita di tutte le aggregazioni intermedie, di quelle corazze collettive tradizionali come la famiglia e lo stato che per secoli hanno tenuto insieme le società.
È la possibilità dell'avvento di un nuovo paradigma, di una concezione del mondo completamente rinnovata. Andreta, decenni di meditazione, osservazione e azione in materia, è arrivato a una sintesi: «I parametri fondamentali del tempo e dello spazio si sono capovolti. Prima, l'umanità viveva in spazi piccoli con tempi lunghi. Oggi ha preso coscienza di vivere invece in uno spazio infinito muovendosi in tempi ridottissimi. Al principio della linearità si è sostituito quello della simultaneità: prima si progettavano le operazioni come se potessero avvenire una dopo l'altra, ora si deve navigare in un insieme infinito di azioni contemporanee». Le conseguenze sono enormi in ogni campo. Nelle aziende, nelle organizzazioni? «Se non c'è più un tempo lineare e occorre gestire la simultaneità, non c'è più una gerarchia aziendale ma un management della sussidiarietà e del consenso, perché tutti agiscano come grandi individualità di una squadra. E se lo spazio è infinito, la dimensione delle organizzazioni diventa decisiva per definire il ruolo che possono svolgere: o le aziende diventano giganti o si riducono a microimprese specializzatissime». In politica? «Gli stati sono troppo piccoli per la scala globale e troppo grandi per agire abbastanza in fretta: tornano in auge le regioni e le città stato, mentre si formano aggregazioni sovranazionali di potere sempre più vasto».
Il sistema economico viene sconvolto da questi mutamenti. «Il sistema tradizionale era fatto di materie prime, capitale e lavoro. Il nuovo sistema è invece fatto di capitale e conoscenza» dice Andreta. Anche se a ben vedere entrambi sono a loro volta fatti di informazione che viaggia alla velocità degli elettroni nello spazio digitale. E quindi nell'evoluzione storica di questo nuovo paradigma il mondo, unificato, ritrova una divisione: tra chi ha e chi non ha accesso alla conoscenza. Una divisione che dimostra come la visione della mondializzazione in fondo non sia una descrizione della realtà attuale ma un'ipotesi storica su una evoluzione possibile della struttura di umanizzazione del pianeta. Si tratta dunque di un processo, non di una situazione. Donde i conflitti e le incertezze che genera.
«Il problema diventa il controllo della conoscenza: le nanotecnologie, la genetica, la robotica, possono avviare una trasformazione del mondo della quale nessuno è in grado di percepire i contorni. E si diffonde l'idea che le decisioni siano in mano a multinazionali private non controllabili democraticamente, che non c'è legge per un mondo del genere, che occorra trovare una nuova forma di democrazia simultanea per sostituire quella lineare ormai obsoleta...».
I caratteri del nuovo paradigma
I fondamenti fattuali del fenomeno sembrano dunque tre e sono nuovi, almeno dal punto di vista quantitativo:
1. La moltiplicazione della popolazione umana e le sue conseguenze economiche ed ecologiche riempiono ogni angolo della terra;
2. La connessione digitale unisce potenzialmente ogni individuo in una rete di comunicazioni simultanee, favorendo e accelerando l'unificazione fondamentale delle economie e dei sistemi mediatici;
3. La scienza è in grado di progettare nuove forme di vita, materiali in grado di conoscere, intelligenze artificiali.
Non siamo alla fine di nessuno di questi fenomeni. Ma se essi si dovessero effettivamente realizzare fino in fondo, come per certi versi sembrano avviati a fare, l'immagine del pianeta ne risulterebbe sconvolta: una Terra piena, una natura completamente addomesticata, un sistema di comunicazioni digitale globale divenuto il centro di convergenza di ogni settore dell'economia tale da valorizzare l'immateriale e banalizzare il materiale, mentre la vita si avvia a sperimentare una nuova fase dell'evoluzione, non più dovuta alla sopravvivenza del più adatto tra tutte le forme prodotte dalla casuale sperimentazione genetica operata dalla natura, ma piuttosto dovuta alla volontà collettiva dell'umanità (non si sa se cosciente o incosciente). Si tratterebbe di una visione del mondo totalmente nuova.
Secondo le proiezioni dell'Onu, la crescita veloce della popolazione umana è destinata a continuare fino al 2050. Tenendo conto di una serie enorme di variabili, gli studiosi dell'Organizzazione delle Nazioni Unite hanno stabilito che il picco dell'accelerazione è stato raggiunto negli anni Sessanta del Novecento, quando la popolazione mondiale cresceva al ritmo del 2 per cento all'anno. Da allora, il mondo ha sperimentato un fenomeno ormai del tutto provato: a mano a mano che una popolazione arricchisce, le famiglie diventano meno numerose e si riduce il tasso di crescita demografico. E in effetti, oggi la crescita della popolazione mondiale ha rallentato all'1,26 per cento annuo. Nel 2050 arriverà allo 0,46 per cento. La popolazione umana si stabilizzerà attorno al 2100. E gli esseri umani saranno allora circa 11 miliardi. Quasi il doppio di oggi. Come sarà allora il mondo? Più pulito o più inquinato? Più povero o più ricco? Più vivibile o più caotico? Peccato: le domande più importanti sono le più semplici ma le loro risposte sembrano perdute nella complessità...
Di sicuro, l'idea di una Terra popolata da undici miliardi di persone può far venire la claustrofobia. È chiaro infatti che se non migliorano le condizioni organizzative ed economiche, il mondo rischia di diventare davvero troppo stretto. Ma i balzi tecnologici che di volta in volta superano le limitazioni allo sviluppo non cessano di avvenire, e si ripetono spesso da quanto si è innescata la grande rottura storica della Rivoluzione Industriale. I fatti si sono incaricati di smentire la previsione malthusiana, ripresa negli anni Settanta dal Club di Roma nella serie di saggi iniziata con "I limiti dello sviluppo": in sintesi, in quei rapporti si sottolineava come le risorse sono finite e che dunque alla fine di una fase di espansione demografica si raggiunge sempre un limite che riporta la popolazione in equilibrio attraverso una qualche catastrofe, come un'epidemia, una guerra, o una crisi economica. Ma benché questa impostazione non sia ovviamente priva di buon senso non tiene conto dell'innovazione tecnologica che sposta il limite delle risorse disponibili facendo compiere salti quantici alla produttività: un fenomeno che, ennesima dimostrazione dell'ambiguità dei concetti che siamo costretti ad utilizzare, avviene anche sulla spinta proprio di quelle previsioni. Le innovazioni tecnologiche, aziendali, economiche, scientifiche, sanno aprire nuove strade allo sviluppo, magari proprio quando le strade tradizionali si stavano dimostrando altrettanti vicoli ciechi. Oggi i grandi filoni che possono aprire le vie nuove allo sviluppo, nonostante la crescita ancora impetuosa della popolazione e dunque della domanda di risorse, sono quelli che sembrano definire la fase storica presente: la digitalizzazione delle comunicazioni e le scoperte della genetica e della biologia.
Ci vogliono infatti innovazioni profonde per far scomparire gli incubi malthusiani. Per Malthus, infatti, la crisi è inevitabile perché la crescita demografica è esponenziale, mentre la crescita della produzione agricola è lineare: per aumentare la produzione di cibo occorre aumentare la superficie coltivata. Quella visione era perfettamente in grado di descrivere il mondo tra il XIII e il XVIII secolo, ma non teneva conto dell'aumento della produttività dell'agricoltura, dell'accelerazione della velocità dei trasporti, del commercio e della finanza, che tra il XVIII e il XX secolo avrebbe consentito il superamento delle barriere tradizionali alla crescita demografica. Di nuovo, negli anni Sessanta del XX secolo molti osservatori prevedevano che le risorse alimentari avrebbero iniziato ben presto a scarseggiare, mettendo in ginocchio per primi i paesi poveri. Non è accaduto. Anzi, secondo l'Onu, la produzione agricola proprio nei paesi poveri è cresciuta del 52 per cento pro capite dal 1961: così la proporzione di persone che hanno un'alimentazione insufficiente nei paesi in sviluppo è caduta dal 45 per cento del 1949 al 18 per cento attuale tanto che, sempre secondo le previsioni dell'Onu, continuerà a scendere al 12 per cento nel 2010 e al 6 per cento nel 2030.
Tutto questo non tiene conto, peraltro, del fatto che in termini assoluti la tragedia della fame è e resta di proporzioni agghiaccianti: nel 1949 c'erano 900 milioni di persone al mondo che vivevano con un'alimentazione inferiore al limite della sopravvivenza, oggi sono 1,08 miliardi e nel 2030, se le previsioni dell'Onu saranno confermate, gli affamati pur diminuendo resteranno più di mezzo miliardo.
Risultati insufficienti ma comunque importanti dovuti appunto alla genetica, alla biologia e alla nuova fase di sviluppo di lungo periodo avviata dalla rivoluzione delle comunicazioni digitali. Queste sono le basi scientifiche, tecnologiche e organizzative che definiscono le nuove frontiere dell'economia. Esse accelerano la velocità dei mercati, abbattono i costi delle comunicazioni, alimentano il peso del valore immateriale sul totale della produzione, aumentano la resa quantitativa e potenzialmente anche qualitativa delle coltivazioni e delle produzioni, mentre aumentano le pressioni sulla logistica perché la velocità del trasporto di merci fisiche tenga il ritmo dell'accelerazione del trasporto delle informazioni.
È una necessità. Come dicono all'Ocse, attualmente la maggior parte degli esseri umani vive nelle aree metropolitane e nel mondo la superficie occupata dalle città è ormai più ampia delle zone coltivate. A quanto pare, questo fenomeno è ormai un freno allo sviluppo perché fino a una certa dimensione le città si dimostrano motori di crescita ma oltre quella dimensione aggiungono costi e inefficienza all'economia e alla vita quotidiana, aumentando la difficoltà e le perdite di tempo nell'accesso ai servizi e ai mercati oltre a moltiplicare la complessità gestionale delle città, in termini di traffico, mezzi pubblici, polizia, pompieri, scuole, case e così via. Il che significa che mentre la popolazione del mondo crescerà verso il suo nuovo punto di equilibrio, undici miliardi, la gente non continuerà solo a concentrarsi in megalopoli sempre più grandi e ingestibili ma tenterà di trovare vie nuove per occupare il territorio in modo più omogeneo ed efficiente. Le comunicazioni digitali favoriranno questo processo. Le relazioni mediate dalla Rete cresceranno fatalmente sostituendosi a quelle dirette: le occasioni di relazione in modalità digitale avranno uno spazio di crescita gigantesco mentre lo sviluppo di quelle fisiche resterà legato ai fatalmente limitati miglioramenti dei trasporti.
Il limite allo sviluppo temuto negli anni Settanta del Novecento sarà dunque probabilmente valicato, grazie alla genetica, alla biologia, alla robotica, allo studio dei materiali sensibili e grazie a Internet, alle comunicazioni digitali, con tutte le loro preoccupanti o accettabili novità organizzative... Cioè grazie all'avvento di un nuovo paradigma dai connotati non solo tecnologici, ma anche culturali, sociali, economici.
Quando cambia il paradigma di riferimento, l'intera cultura di un popolo ne risulta trasformata. Perché un paradigma è l'insieme delle conoscenze ritenute ovvie, in un gruppo sociale, in un mercato, in una civiltà. Il caso di scuola per l'elaborazione del concetto di paradigma, studiato dall'epistemologo Thomas Kuhn, è quello del passaggio dall'universo tolemaico a quello copernicano. Non a caso, anche per quel fatto si è parlato di rivoluzione. Non una crescita, non un fenomeno lineare: ma un salto, l'entrata in una nuova dimensione culturale. Se la Terra non era più al centro dell'universo, allora l'uomo non era più al centro dell'unica storia possibile; il concetto stesso di centro dell'universo cessava di avere un senso; e anche l'idea che l'universo avesse dei limiti esterni poteva essere messa in discussione. Alla fine cambiava persino l'idea di Dio: quell'essere che si trovava lassù oltre l'ultimo cielo nell'universo delle sfere concentriche tolemaiche, non aveva più un luogo nel quale stare, perdeva l'ultimo baluardo di materialità, diventava definitivamente un'idea extraspaziale ed extratemporale. E l'uomo poteva sentirsi solo. Anche nel compito di ricostruire, conquistare, rigenerare o distruggere l'universo e se stesso.
Rivoluzioni della stessa dimensione sono rare. Il nuovo paradigma del mondo pieno, della Rete globale e della scienza demiurgica non ha espresso tutte le sue conseguenze. Ma dal punto di vista economico non manca chi lo paragona al passaggio dal mondo della caccia e della pesca a quello dell'agricoltura, e a quello dell'industria.
Con il passaggio all'agricoltura certamente cambia il mondo: la natura non è più la stessa, la Terra diventa uno strumento di produzione, la quantità di persone che si possono sfamare è enormemente superiore, il viaggio non è più la strada che conduce da una fonte di cibo all'altra senza una meta precisa, perché alcuni luoghi diventano soggettivamente più rilevanti di altri, come la propria terra, la propria casa. Finisce l'epoca dell'opulenza dei nomadi cacciatori, vista acutamente dall'antropologo Marshall Sahlins nell'infinita possibilità di soddisfare esigenze infinitamente limitate: con l'agricoltura nasce inevitabilmente anche la scarsità, la carestia, l'annata buona e quella cattiva. Il dolore cambia significato. Le speranze per il futuro si trasformano. Lo stesso futuro assume un nuovo significato.
Un cambiamento probabilmente altrettanto profondo coglie il mondo all'avvento dell'industrializzazione, una sorta di completamento agghiacciante e meraviglioso del dominio della cultura sulla natura, dell'uomo sul suo pianeta. Della massa sul ceto, sul gruppo e sull'individuo. Una trasformazione non priva di assonanze con la fase attuale: la trasformazione del trasporto di energia, con l'elettricità, e l'accelerazione degli altri trasporti fisici, con le ferrovie, l'industrializzazione del trasporto di informazione con il telegrafo, il telefono, poi la radio e la tv. E poi, è di quel periodo una fase di espansione globale dell'economia, della finanza, della cultura occidentale: l'impero britannico, per molti, è l'antesignano della mondializzazione attuale. A ben vedere, peraltro, le differenze sono grandi almeno quanto le analogie.
Certamente le tracce dei vecchi paradigmi resistono anche quando i nuovi si sono affermati. Del resto i primi segni dei nuovi paradigmi si lasciano intravedere anche nell'epoca del pieno fulgore dei vecchi. Per esempio, l'informatica, il culmine del sistema industriale, contiene fin dall'esordio il seme del paradigma che sostituirà quello appunto industriale: il software, la razionalizzazione standardizzata della conoscenza, l'azione programmata della materia, la trasformazione del silicio in robot, simulatore delle più ripetitive capacità dell'intelligenza umana: il cui potenziale rivoluzionario esplode con l'avvento della Rete e la sua diffusione mondiale. Impossibile vedere il nuovo paradigma se non ponendosi alla sua stessa velocità. Lo spazio liberatorio che gli innovatori continuano a trovare nella rivoluzione internettiana è legato alla rapidità del mutamento, che crea gli spazi per lo spostamento dei rapporti di forze: chi individua per primo una novità, un nuovo strumento tecnico, un nuovo concetto, una nuova modalità d'azione, una nuova nicchia di mercato, e agisce immediatamente di conseguenza, ne diventa leader e dunque guadagna credibilità come potenziale protagonista dell'economia del futuro. Libertà e rapidità sono strutturalmente collegati.
Per vent'anni, la velocità dell'informatica ha seguito il ritmo imposto dalla tecnologia: come aveva previsto negli anni Settanta Gordon Moore, fondatore della Intel leader mondiale dei microprocessori, la capacità di elaborazione dei chip raddoppia ogni 18 mesi a parità di prezzo. La previsione implacabilmente continua ad avverarsi. Così i computer possono svolgere funzioni sempre più complesse senza perdere velocità. E quindi il software conquista sempre nuovi compiti, talvolta sostituendosi ad altre macchine, talvolta semplicemente creando bisogni prima non avvertiti. Ma oggi al ritmo dei chip si aggiungono molti altri motivi di accelerazione. La banda di trasmissione delle telecomunicazioni, per esempio, raddoppia in molto meno di 18 mesi. E, come nel caso dei pc, invita a inventare nuove applicazioni utilizzabili in Rete, sostituendosi a vecchie tecnologie o generando opportunità prima impensate. E alla banda si aggiungono innovazioni come la telefonia mobile e la sua diffusione anch'essa accelerata che apre tutta una nuova pista per la corsa delle novità: riunendosi a Internet, il cellulare diventa un nuovo veicolo di comunicazione intelligente e crea nuovi dispositivi di accesso a loro volta più intelligenti dei semplici telefonini di un tempo, portando la Rete oltre gli uffici e le case, verso l'automobile e in ogni luogo.
Ma questo è solo il lato della tecnologia. La logica della velocità si estende in ogni dimensione della vita quotidiana che possa utilizzare l'effetto moltiplicatore della Rete. Ogni aspetto dell'economia, per esempio, che possa essere razionalizzato in uno scambio di informazioni relativamente standardizzabili, tende a trasformarsi in un nuovo acceleratore. Quando Internet entra in contatto con il mondo della musica generando fenomeni inarrestabili come Napster, il sistema di scambio gratuito di brani musicali che è stato reso inoffensivo ma è stato sostituito nel cuore degli utenti da altri software: una rivoluzione dalla quale non si riprenderanno facilmente i grandi colossi della distribuzione tradizionale, le stelle più o meno grandi del firmamento artificiale del suono, gli autori e tutti gli esclusi dal precedente stato di cose. Quando Internet conquista il mondo dell'insegnamento genera un'onda di investimenti che non sembra rallentare neppure quando il ciclo economico diventa negativo, perché risponde all'esigenza decisiva del mondo del lavoro: l'apprendimento non è più un'attività che si svolge nei primi anni della vita delle persone per poi essere abbandonato in funzione dell'avvio dell'attività professionale; anzi, la professionalità si perde e si esaurisce se non si prosegue a imparare tutta la vita; ma poiché non si può passare il tempo sia a scuola che in ufficio, l'e-learning sembra la soluzione perfetta e genererà straordinari sconvolgimenti nell'informazione, nella formazione e nell'educazione. Quando la logica della Rete entra nella finanza, produce servizi di brokeraggio a basso costo di gestione e ad elevata competitività: la cura del cliente, l'informazione, la segnalazione di opportunità, vengono softwarizzati, la singola transazione diventa un semplice comando informatico, il cui costo marginale tende all'infinitamente piccolo, quindi il prezzo di vendita scende costantemente sulla spinta della competizione. Lo stesso avviene nel commercio di beni e servizi, soprattutto quando questi sono presentabili in formato digitale.
In ogni passaggio dal mondo tradizionale a quello della velocità, un mercato o un settore attraversa la sua versione del cambio di paradigma, entra in un insieme di regole nuove. E una volta entrato nella nuova dimensione, scopre di non riuscire più a prevedere il limite di velocità che intende o può raggiungere. Perché ogni accelerazione in una dimensione della vita economica ha effetti sulle altre dimensioni. Queste accelerazioni non si sommano, si moltiplicano tra loro. Nello stesso tempo, quando all'accelerazione si sostituisce il rallentamento, la crisi può apparire brusca e profonda, addirittura può essere difficile vederne il fondo. John Chambers, leader della Cisco, ha commentato così la crisi del suo gruppo un tempo emblema della net economy, ammettendo di non essere stato capace di comprenderne il rallentamento: "Siamo in una valle molto più profonda e oscura di quella che tutti noi prevedevamo di incontrare sulla nostra strada. Abbiamo sottovalutato i segnali negativi".
Insomma, la velocità o, come dice Andreta, la simultaneità prende possesso del tempo lineare sia in senso positivo che negativo. Dove si andrà a finire, si domanderebbe un osservatore nostalgico: per Larry Ellison, leader della Oracle e buon visionario della Rete, avremo l'impressione di un'accelerazione infinita e incontrollabile fino a quando non si sarà stabilizzato il nuovo paradigma in un numero maggioritario di ambiti socio-economici, perché fino ad allora avremo l'impressione di non comprendere bene i fenomeni. Quando avremo sviluppato un sistema di conoscenza sufficientemente maturo per il nuovo mondo veloce, quando sarà finita la fase rivoluzionaria, allora sapremo dove si andrà a finire. O almeno avremo assorbito il cambiamento culturale. E la velocità sembrerà la norma.
Ma per ora siamo in un labirinto. Ogni concetto interpretativo risulta criticabile. Spesso si ricorre per esempio all'idea di impero per descrivere la situazione. Ma si direbbe che l'idea di impero non sia molto compatibile con il sistema fondato su una Rete, per definizione senza centro e che si muove alla velocità degli elettroni. Possono provare a controllare tutta l'informazione del pianeta e di governarla da Washington? Possono anche progettare di prendere possesso dei sogni del mondo e di fabbricarli a Hollywood? E possono infine pensare di costruire il nuovo tessuto nervoso della Terra a Silicon Valley? Ma la velocità dell'innovazione e la possibilità di decentrare ogni elemento della produzione renderà quei programmi molto fragili. E poi chi sarebbero quegli "essi" che reggono le domande appena formulate? Gli americani nel loro complesso? Difficile perché anche il paese più potente del mondo a sua volta non è che una rete. Non ha un centro ma un enorme sistema di spinte e controspinte del quale nessuna lobby o nessun cervello può prendere definitivamente possesso. Anche perché, il mondo è tanto reattivo che appena il flusso dei vantaggi di una situazione diventa troppo stabile, un'alternativa si realizza velocemente e mette in crisi il sistema precedente.
L'individuo non è più corazzato con le difese sociali tradizionali. Gli stati sono sorpassati dal meccanismo globale. Le religioni sono confrontabili via Internet con la facilità di un clic, tanto che il relativismo culturale finisce per andare a braccetto con l'integralismo più unilaterale. Ogni aspetto della vita si trasforma perché può essere visto contemporaneamente da molti punti di vista diversi, a seconda che ci si immedesimi nell'ottica di una o di un'altra cultura, di una o di un'altra professione, di una o di un'altra passione... E d'altra parte si può facilmente restare ancorati al proprio punto di vista originario. Nuove aggregazioni si formano senza poter contare su tradizioni importanti. La loro disgregazione è veloce come la loro nascita. L'intelligenza si disperde nel sovraccarico di informazioni della Rete, e avere un'idea personale sembra diventare un'utopia cui tendere con sincera umiltà.
Intanto, il paradigma si arricchisce di immagini nuove e incubi antichi trasformati in concrete possibilità: l'intelligenza artificiale, la vita programmata al computer, la genetica e la clonazione umana potrebbero alla fine addirittura sostituire la civiltà umana, secondo l'incubo di Bill Joy. Proprio lui, uno dei padri della tecnologia digitale, scienziato alla Sun Microsystems, ha pubblicato nell'aprile del 2000, sulla rivista Wired, un articolo dal titolo "Perché il futuro non ha bisogno di noi", dove "noi" sta per gli "esseri umani".
Inno a Joy
È dunque possibile? La fine dell'era umana, l'avvento di una nuova specie superiore in grado di avviare all'estinzione il genere umano o di asservirlo? Non a caso l'immaginario si arricchisce di sempre nuovi racconti sui dinosauri, testimoni del fatto che una "civiltà" può dominare il mondo e poi estinguersi. E dunque, che cosa saranno i figli dei nostri figli, quando avranno trent'anni? Saranno ancora esseri umani? O gli innesti di microelettronica e biotecnologie, le amicizie miste con robot ed esseri clonati, l'evoluzione di altri animali guidata dagli scienziati, li avrà trasformati in una specie nuova? "Homo sapiens sapiens sapiens"? "Homo perfectus"? "Gaia"?
Non stiamo parlando di previsioni. Solo di visioni. Basate sui fatti di oggi. La Sony ha già lanciato sul mercato il suo cagnolino robot per i bambini, che reagisce alle coccole e ha bisogno di cure, ma non sporca in casa e non morde i mobili per farsi i denti: si chiama Aibo e ormai ce ne sono più di 100 mila nel mondo, costati 2 mila dollari e più. La nuova versione, in grado di comprendere i comandi vocali, è in arrivo. Intanto, la Siemens ha realizzato un robot che pulisce i supermercati e gli aeroporti: nella sua memoria c'è la pianta della superficie da tener pulita, se incontra un essere umano sulla sua strada aspetta o lava da un'altra parte e poi torna sul luogo dove non aveva potuto operare in precedenza. Intanto le pecore clonate aprono la strada alle persone clonate. Gli innesti di intelligenza nelle specie naturali non cesseranno. Seguendo il dibattito materia, si ha l'impressione che i grandi visionari siano difficili da distinguere nell'armata Brancaleone dei futurologi e dei guru: ci sono gli ecologisti apocalittici e gli economisti con il paraocchi ideologico dell'ottimismo di mercato, ci sono i manager di buona volontà e idee semplici, ci sono i credenti dell'intelligenza artificiale che lavorano per farne un'entità superiore destinata a vivere in Rete indipendentemente dai suoi programmatori e ci sono, appunto, i fanatici della clonazione: tra i quali l'indimenticabile Claude Vorhilon, chiamato Rael, che si propone addirittura di far rivivere Adolf Hitler...
In questo contesto, fa bene incontrare Bill Joy. Uno che non ti fa pensare neppure per un momento di avere di fronte un pazzo. Anche se quando suona il suo telefonino, il trillo è il motivo dell'Inno alla Gioia, Joy appunto. Sorride se qualcuno se ne accorge. La sua visione ha contribuito a costruire Internet e il mondo digitale come li conosciamo. Ma la sua libertà di pensiero va molto oltre. Lo ha dimostrato, ammettendo: «Da quando ho cominciato a occuparmi della creazione di nuove tecnologie, la loro dimensione etica mi ha interessato. Ma è stato solo nell'autunno del 1998 che sono diventato ansiosamente cosciente della enormità dei pericoli cui andiamo incontro nel XXI secolo». È proprio in quell'autunno, mentre le dot-com imperversano e la finanza sembra appropriarsi della rivoluzione internettiana, che Joy incontra il suo vecchio amico Ray Kurzweil, in un hotel dopo un convegno. Joy rispetta Kurzweil per la quantità e qualità delle sue invenzioni, tra le quali la prima macchina per leggere destinata ai ciechi. «Kurzweil riprese il discorso che aveva iniziato al convegno sostenendo che la velocità dell'innovazione tecnologica era destinata ad accelerare ulteriormente e che i risultati della robotica avrebbero presto prodotto soluzioni adatte ad essere impiantate negli esseri umani e che per questa via sarebbero nati robot intelligenti. Avevo sentito discorsi del genere in precedenza. Ma mai da una persona che ammiravo tanto. Ero sconvolto perché Ray aveva una abilità sperimentatissima nell'immaginare e creare il futuro: mi diede un suo testo in via di pubblicazione, l'Epoca delle macchine spirituali, che presentava una sorta di utopia nella quale gli uomini raggiungevano una sorta di immortalità fondendosi con la tecnologia robotica... La mia ansia cresceva man mano che leggevo. Ero certo che si stavano sottostimando i pericoli connessi a simili sviluppi». E alla base della preoccupazione di Joy, c'è una intuizione, semplice quanto devastante: «Siamo abituati a convivere con una serie infinita di scoperte scientifiche molto rilevati. Ma non abbiamo ancora fatto i conti con una verità: le più importanti tecnologie del XXI secolo, la robotica, l'ingegneria genetica e la nanotecnologia, ci lanciano una minaccia del tutto nuova. E cioè: i robot e gli organismi riprogettati dal punto di vista genetico hanno la possibilità di riprodursi e andare presto fuori controllo».
La corsa mentale di Joy prosegue. Ma non è troppo veloce? In fondo, finora le tecnologie relative alla vita e all'intelligenza artificiale hanno promesso più di quanto abbiano mantenuto. Tutta la storia dell'intelligenza artificiale corre su tre dimensioni: la ricerca scientifica, il racconto fantascientifico e la realtà. E l'ultima sembra da sempre in sorprendente ritardo sulle prime. Perché nessun altro settore della tecnologia sembra catturare altrettanto l'immaginario collettivo, inducendo paure e speranze, passioni e visioni: dal primo "robot" della commedia di Karel Kapec messa in scena nel 1923 a Londra alla trilogia dei robot di Isaac Asimof del 1950, dal mitico film "Blade Runner" di Ridley Scott del 1982 a "Artificial Intelligence" di Steven Spielberg uscito nel 2001.
Cervelli elettronici e biologici hanno popolato i sogni e gli incubi di milioni di persone, creando un filo ininterrotto da Frankenstein a Hal, il temibile computer di "2001 Odissea nello spazio". Racconti che condividono la medesima ispirazione: l'intelligenza artificiale, la robotica, la bioingegneria sono gli ambiti della scienza e della tecnologia che più fanno immaginare un futuro in cui una specie superiore a quella degli uomini possa apparire sulla Terra e prendere il posto dei suoi attuali dominatori o almeno metterli a dura prova.
Ma questa ispirazione è in straordinario contrasto con la velocità di realizzazione effettiva di queste tecnologie. I filoni dell'intelligenza artificiale, per esempio, sono molteplici: si va dalla scrittura di software in grado non solo di ripetere le funzionalità programmate ma anche di apprendere dall'esperienza, ai sistemi in grado di interpretare il linguaggio naturale o di riconoscere i comandi vocali e ai robot e le altre macchine in grado di riprodurre anche fisicamente i comportamenti degli uomini. Nonostante le attese, i risultati sono ancora piuttosto settoriali. Eppure non si tratta di ricerche appena cominciate. Il primo programma di intelligenza artificiale è stato presentato da Allen Newell e Herbert Simon del Carnegie Institute of Technology nel 1956. Il primo linguaggio di programmazione per l'intelligenza artificiale, il Lisp, è stato inventato nel 1958 da John McCarthy del Mit. I primi lavori decisivi di Marvin Minsky sulla teoria fondamentale dell'intelligenza artificiale sono datati dalla fine degli anni Sessanta alla metà degli anni Settanta. I primi sistemi esperti, macchine in grado di rispondere a domande o di interpretare sintomi sulla base di informazioni specialistiche caricate nella loro memoria, sono degli anni Ottanta. Ma ad oggi le grandi performance di queste tecnologie non sono andate oltre le partite di calcio tra piccoli robot e il match di scacchi tra il campione del mondo Garry Kasparov e il computer Deep Blue dell'Ibm, del 1997, finito con la vittoria della macchina. Senza dimenticare le esplorazioni dell'Antartide realizzate dal robot Nomad nel 2000.
In realtà, le applicazioni dell'intelligenza artificiale come la produzione di robot, sono andate progressivamente allontanandosi dall'idea di create dei simulatori degli esseri umani o della loro capacità di ragionare, per concentrarsi sulla realizzazione di strumenti in grado di integrarsi nei sistemi esistenti rendendoli più efficienti ma senza rivoluzionarli più di tanto. Nel settore della macchine industriali, per esempio, l'intelligenza artificiale dei robot è utilizzata per operazioni complesse ma limitate, pensate per rendere più flessibile la produzione in serie o per realizzare automaticamente pezzi unici. E nell'informatica sono concentrate soprattutto sul miglioramento dell'usabilità del software e dell'interazione con le macchine.
Qui gli sviluppi sono tanto più importanti quanto più grande è il successo di Internet e quanto più significativa è la necessità di automatizzare la gestione dell'informazione e le relazioni tra le macchine liberando il tempo degli uomini da operazioni ripetitive.
Il software di Autonomy è l'esempio di un sistema informatico in grado di interpretare sulla base del calcolo delle probabilità il significato delle parole di un testo per poterne classificare il genere e l'argomento. La soluzione di EchoMail, inventata da alcuni scienziati usciti dal Mit per fondare la loro azienda, è in grado di interpretare il senso dei messaggi di e-mail per rispondere automaticamente, sempre però con il controllo degli esseri umani: il sistema impara dagli interventi correttivi delle persone ed è in grado di migliorare la qualità della sua comprensione dei testi e la sua capacità di produrre risposte automatiche adeguate. Gli agenti elettronici sono programmi che navigano in Rete al posto degli uomini per trovare informazioni senza far perdere troppo tempo alle persone oppure mettono in collegamento diverse macchine per far loro realizzare operazioni automaticamente quando conoscono gli interessi dei loro utilizzatori. I sistemi di riconoscimento della voce si evolvono, ma funzionano bene ancora prevalentemente quando devono interpretare comandi codificati e ripetitivi. Naturalmente la ricerca è più avanti, ma le realizzazioni commerciali non sembrano per ora superare queste limitazioni.
Ma l'obiettivo della concretezza, che ha superato l'ambizione di creare macchine che sostituiscono l'intelligenza umana, è probabilmente la dimostrazione di come queste tecnologie stiano finalmente maturando. "Il riconoscimento dei comandi vocali ormai normale in molti servizi di supporto ai clienti sarebbe stato considerato intelligenza artificiale trent'anni fa ma oggi è visto semplicemente come un problema di ingegneria" conferma Danny Hillis, uno specialista della materia che ha studiato con Minsky e oggi ha fondato una società chiamata Applied Minds. "L'intelligenza artificiale è diventata una realtà, è nei videogiochi come nel sistema che corregge gli errori di battitura nei testi scritti con il programma Word della Microsoft: ma è tanto più importante quanto più è nascosta sotto la superficie" dice Patrick Winston, professore al Mit. Insomma, sembra quasi che per avanzare davvero questa tecnologia debba uscire dal mondo magico creato dai visionari ed entrare, per esempio, nelle lavatrici capaci di fare da sole la diagnostica sui loro guasti.
Così, smettendo di far paura e cominciando a risolvere problemi della vita quotidiana, l'intelligenza artificiale passa dall'immaginazione alla realtà. Non a caso la Microsoft ha tra i suoi collaboratori ben 80 scienziati specialisti di intelligenza artificiale: non perché stia progettando Hal, ma perché i loro prodotti sono diventati davvero utili per il mercato di massa. La loro prossima realizzazione è uno strumento di Office destinato a uscire il prossimo anno che legge tutti i messaggi di posta elettronica ricevuti sul computer e li sintetizza prima di reindirizzarli al telefonino cellulare o al palmare. "Fa quello che potrebbe fare una ottima segretaria" ha commentato Craig Mundie, vice presidente della Microsoft dedicato alle strategie avanzate.
Sta di fatto che proprio a causa del fatto che finalmente l'intelligenza artificiale ha trovato la strada per entrare nella vita quotidiana di larga parte degli utenti di tecnologie digitali, le ipotesi più inquietanti diventano qualcosa di più di immagini fantascientifiche. Bill Joy, che non è certo un romanziere, ha contribuito a portare la Rete al livello di facilità d'uso e pervasività che oggi conosciamo ed è pienamente cosciente delle dinamiche economiche che la sostengono: e proprio per questo il suo allarme ha suscitato tanto clamore. Diceva Joy che proiettando verso un futuro da dieci a vent'anni quello che si sta scoprendo oggi nulla impedisce di prevedere la nascita di umanoidi geneticamente modificati o con inserti di microelettronica: creature progettate per essere migliori degli esseri umani. E il cardiochirurgo Christian Barnard, il primo ad eseguire un trapianto di cuore, ha rilanciato il tema parlando poche settimane prima di morire (il 2 settembre del 2001) suggerendo la possibilità di clonare "bambini privi di difetti" invece di lasciare alla natura e agli errori che questa commette il compito di generare gli esseri umani.
Le leggi degli stati possono anche opporsi a questo genere di sviluppi. Ma gli scienziati che le vogliano aggirare non hanno troppi problemi: quando il ginecologo Severino Antinori ha annunciato la sua intenzione di clonare esseri umani, con la stessa tecnica usata per la clonazione della pecora Dolly, per risolvere i problemi di 200 coppie sterili, non si è lasciato intimorire dai regolamenti degli stati occidentali ed ha affermato che molti altri paesi sono disponibili a ospitare le sue attività. La mondializzazione è anche questo.
In Gran Bretagna, la Human Fertilisation and Embryology Authority minaccia di sanzioni i medici inglesi che volessero partecipare all'estero a questo genere di esperimenti. Il ministro giapponese per la Scienza si oppone e chiede l'appoggio di Italia e Stati Uniti per bloccare i tentativi di clonazione umana. Ma le tecniche usate per la clonazione della pecora Dolly sono pubbliche e non sottoposte a brevetto: dunque chiunque le può applicare alla clonazione umana. Sebbene si sappia che nel caso di Dolly si sono dovuti trattare 277 ovuli, dai quali sono stati tratti 29 embrioni, ospitati da 13 pecore delle quali una sola è restata gravida. Le implicazioni etiche dell'uso di tali tecniche sull'uomo sono evidenti. Ma i problemi sono addirittura più ampi: «Anche gli animali clonati apparentemente normali hanno in realtà numerose e sottili anomalie genetiche» segnalano biologi come Carlo Alberto Redi, Ryuzo Yanagimachi e Rudolph Jenish, citati a commento dei piani di Antinori. Il che significa che anche gli uomini clonati potrebbero presentare impreviste caratteristiche genetiche... E, come diceva Joy, questi stessi uomini geneticamente alterati potrebbero al loro volta riprodursi. Per Bill Joy questo è un terreno che dovrebbe condurre gli scienziati a chiedersi che cosa stanno facendo e a non lasciare al mercato il compito di decidere.
Il mercato non è un meccanismo intelligente da questo punto di vista. Se 200 ricche coppie sterili volessero pagare quantità di denaro consistenti a uno scienziato per poter avere la speranza di trovare un erede, il mercato troverà per loro la soluzione: troverà la tecnologia, lo scienziato, il paese disponibile. E non penserà certo alla possibilità che da questo incontro di domanda e offerta possa prendere vita un pericolo per l'umanità. Del resto, il mercato non ha certo messo un freno all'inquinamento, alla bomba nucleare, o alla produzione di gas che alimentano l'effetto serra e riscaldano l'atmosfera, rischiando di trasformare profondamente la vita sulla Terra. Gli economisti super ottimisti risponderebbero che a queste esigenze, ecologiche o etiche che siano, il mercato saprà adattarsi non appena i nuovi bisogni si sapranno tradurre in curve di utilità. Ma nel frattempo, gli effetti degli sviluppi tecnologici non aspetteranno.
Del resto, le paure di ordine biologico o genetico non esauriscono la descrizione degli incubi di questo terzo millennio. Il mito del Grande Fratello è stato più volte evocato in questi ultimi anni. Poteva passare di moda con la fine dell'impero sovietico e, invece, sembra più in auge che mai. Le telecamere che si diffondono a ogni angolo di strada o in ogni ufficio per controllare i malintenzionati, o gli occhi elettronici che registrano le condizioni di affollamento delle spiagge più frequentate e che pubblicano ciò che vedono su Internet per facilitare la scelta a chi pianifica un pomeriggio di mare: soluzioni intelligenti ma che preludono per alcuni a un mondo sotto controllo. Cosa che già adesso è piuttosto vera: tra telefonini che sanno tutto di noi, carte di credito che registrano ogni movimento di denaro, satelliti spia e cimici negli uffici, la privacy è in crisi. Su Internet poi è "virtualmente" inesistente. Secondo Scott McNealy, leader della Sun e pessimo diplomatico, è meglio arrendersi: «Non c'è privacy online. Passiamo al prossimo problema».
Intanto, la Microsoft diffonde il suo Passport: una tecnologia che facilita le transazioni in Rete, registrando una volta per tutte i dati personali e garantendo per il cliente ogni volta che questi vuole acquistare qualcosa online. Steve Ballmer, capo della controversa casa di software, assicura che questo è ciò che chiedono i consumatori e che andrà a loro esclusivo beneficio. I suoi avversari ribattono che Passport consentirà alla Microsoft di conoscere ogni singola decisione economica, ogni interesse culturale e sociale, ogni desiderio e ogni problema dei suoi clienti: e denunciano il fatto che nessun altro archivio elettronico al mondo conterrà tante informazioni su tante persone senza essere minimamente controllato da un'autorità indipendente o da un'istituzione democratica. Ballmer risponde con la sua famosa simpatia e l'aria bonaria che lo ha reso celebre: e non c'è dubbio che sia sincero quando dice che la Microsoft non utilizzerà a suo vantaggio nessuna informazione raccolta con Passport. Ma che succederebbe nel caso che altri ne prendessero possesso? Neppure la Microsoft può essere considerata un'organizzazione che sarà per sempre al riparo da un take over...
Perché mentre si sviluppano tecnologie che potrebbero generare una specie di esseri superiore in grado di prendere il controllo della vita degli uomini, una potentissima entità già oggi esistente sembra in grado di prendere possesso degli individui e di dominarne la volontà. Qualcuno la chiama capitalismo. Non va confusa con l'economia di mercato.
Nessuno è perfetto. Nemmeno il mercato. E tanto meno il capitalismo.
"Sono un tipaccio importante, Marlowe. Guadagno denaro a palate. Devo guadagnare molti quattrini per ungere gli individui che vanno unti se si vogliono fare i soldi che occorrono per ungerli".
L'intera questione del capitalismo è una tautologia. E il cinismo del bandito raccontato da Raymond Chandler ne "Il lungo addio" la fotografa perfettamente. L'assurdità del capitalismo non sta solo nella sua brutalità, nel suo costante bisogno di aggirare le regole, nelle insostenibili diseguaglianze che produce. Sta nella sua disumana futilità. È un meccanismo per il quale i soldi producono altri soldi secondo una logica ferrea: non un atto per quanto distorto della vita degli uomini, ma una logica che li domina e li rende schiavi. Che ne siano i protagonisti o soltanto gli sfruttati. È un'esperienza faustiana. Non necessariamente disonesta, ma se non lo è, è solo perché a chi la vive conviene contingentemente restare nella legalità. Come sostiene Sombart, c'è una parentela neppure troppo vaga tra la pirateria e il capitalismo: e consiste nel fatto che l'accumulazione di denaro può avvenire seguendo strade alternative che si scelgono non in base alla legge ma alla convenienza.
Il mercato è un'altra cosa. Il mercato è il luogo di lavoro di si occupa degli scambi più che della produzione. È concorrenziale e regolato in modo che l'attività sia tendenzialmente organizzata su un piano di parità sostanziale per tutti i partecipanti. E comunque è una dimensione con la quale tutti hanno prima o poi a che fare senza per questo perdere se stessi o la propria anima, qualunque cosa questo significhi nelle diverse culture. Il mercato segue regole decise in modo legittimato e socialmente avvertito e così lascia liberi gli uomini che se ne interessano. È Fernand Braudel, lo storico francese, ad aver indicato la strada di questa distinzione tra mercato e capitalismo, la cui potenza esplicativa resta ancora largamente inesplorata.
L'ambiguità di molte analisi pro e contro la globalizzazione si trova probabilmente proprio nell'equivoco che la proposta interpretativa di Braudel è in grado di sciogliere. Il capitalismo non è il mercato. La libertà del capitalismo è quella di accumulare soldi ad ogni costo e con ogni mezzo. La libertà del mercato è quella di accettare le regole e agire di conseguenza.
È una distinzione che conosce bene chi ha vissuto la recente febbre speculativa delle cosiddette dot-com: il mondo della finanza predatoria si è abbattuto sulle idee buone o cattive di molti imprenditori internettiani e sulla buona fede di risparmiatori e consumatori, attirando tutti in un vortice rischioso per tutti salvo che per i finanzieri. Ma è una distinzione ancora più importante per i governi di tutto il mondo, alle prese con il fenomeno crescente dell'economia parallela che si sta sviluppando intorno ai paradisi fiscali: accusati dai contestatori del popolo di Seattle di fare solo il gioco degli speculatori, il Fondo monetario internazionale e l'Ocse stanno studiando da tempo il fenomeno della finanza off shore che cresce al riparo da ogni legge fiscale e ogni controllo legale. Il Fmi stima che già nel 1998 la quantità di denaro che esce dal mercato regolato per entrare nella finanza totalmente incontrollata sia arrivata anche a 2 mila miliardi di dollari all'anno.
Mentre il capitalismo sembra andare sempre avanti, abbattendo o aggirando le resistenze, le società tentano di aggiornare le regole anche passando attraverso fasi di conflittualità e di incomprensione radicale. Come quella che a livello globale sta dividendo le autorità politiche e gli organismi internazionali dal movimento che va sotto il nome di "popolo di Seattle".
Non potrebbe essere altrimenti. La trasformazione è troppo profonda e difficile da mandare giù. È come una piattaforma continentale che collide con un'altra: le fratture sono fatali, i vulcani eruttano, ricordando che la ragione degli uomini ha pur sempre un potere limitato.
Ne dovrebbe emergere un mercato regolato più vasto e forte, in grado di ricondurre a dimensioni più accettabili il capitalismo.
Servirebbero momenti di dialogo. «Il movimento che si batte contro le attuali modalità della globalizzazione è in sostanza una protesta contro il fondamentalismo di mercato e le sue conseguenze sociali. I leader del G8, per quanto ne so, sono coscienti di questo. Dunque in primo luogo si richiede loro un serio, ampio e onesto dialogo con l'opinione pubblica, con il mondo scientifico, con le diverse confessioni religiose, attorno a tutte le questioni aperte dalla globalizzazione». Così scrive Mikhail Gorbaciov, l'uomo che ha avviato l'autocancellazione di uno dei due blocchi che separavano il mondo del Dopoguerra e divenuto dunque uno dei protagonisti dell'attuale processo di globalizzazione. «Occorrono forme di dialogo che permettano l'incontro di competenze, sensibilità, esperienze, culture e ruoli diversi e consentano di verificare al tempo stesso la realizzazione delle cose su cui si concorda di agire. Il comunicato finale del G8 di Genova esprime l'intenzione di un dibattito pubblico, trasparente, sui problemi che creano contrapposizioni sociali di vasta portata. Lo si può interpretare come disponibilità al dialogo con la società civile, inclusi i rappresentanti del movimento di contestazione dell'attuale globalizzazione che non intendono confondersi con i metodi violenti degli estremisti. Sarebbe stato di certo molto meglio se questo atteggiamento fosse stato espresso ben prima di convocare il G8 di Genova. E se la stessa città di Genova fosse divenuta per tempo il centro di un grande dialogo con il movimento di contestazione. L'occasione era preziosa. In ogni caso sarebbe stato più democratico e sicuramente più efficace che cercare, come annunciato ora per il futuro G8, luoghi dove ci si possa nascondere dai manifestanti. Inutile e sbagliato distanziarsi da ciò che è avvenuto nelle vie di Genova come da qualcosa di sgradevole e di estraneo ai problemi reali. Jacques Chirac ha ragione quando invita a prendere in considerazione le esigenze dei manifestanti. Nella loro grandissima maggioranza essi chiedono, in fondo, perfino candidamente, di certo sinceramente, di umanizzare la globalizzazione».
Si può dire che queste parole stiano bene sulla penna di un grande politico come Gorbaciov. Ma è interessante notare come questa ispirazione si stia allargando anche tra persone che a prima vista non ci si aspetterebbe di trovare tra gli umanisti del mercato. George Soros, il grande finanziere ungherese, divenuto uno dei più temuti speculatori del mondo per la sua capacità di scommettere e vincere battaglie finanziarie anche contro giganti dotati di una tradizione come la Banca d'Inghilterra, sostiene ormai apertamente che la globalizzazione può avere effetti pericolosi per la vita degli uomini. Il miliardario, a 70 anni, denuncia anche lui duramente il «fondamentalismo del mercato» che funziona come una macchina «disumanizzante»: «Non bisogna avere una fiducia assoluta nei meccanismi del mercato, occorre correggerne gli abusi» dice Soros. Nel labirinto si trova dunque anche un finanziere, filosofo, filantropo, speculatore, mecenate, ungherese emigrato negli Stati Uniti, arricchitosi con la liberalizzazione dei mercati mondiali e che si schiera dalla parte del «popolo di Seattle».
Il mercato è imperfetto. Il capitalismo ancora peggio. I capitalisti poi...
Il migliore dei mondi possibile è impossibile.
Una forte e rumorosa minoranza, ulteriormente rafforzate dalle nuove tecnologie della comunicazione, sta diffondendo un messaggio duramente critico del processo di globalizzazione, richiedendone, come dice Gorbaciov, una interpretazione più umana. Intanto, la maggioranza sembra approvare, più o meno distrattamente la mondializzazione, salvo poi scoppiare in momenti di preoccupazione tanto assurda quando l'accettazione acritica: sentimenti ben sintetizzati dall'andamento delle borse valori.
C'è più di una ragione per questo. In generale, le persone sono troppo occupate con le faccende della vita quotidiana per dedicare troppo tempo a un processo di lunga durata e di proporzioni tanto enormi che sfuggono alla loro influenza. Ne osservano o sentono alcune conseguenze, ma non passano la giornata a tentare di coglierne l'insieme.
Probabilmente c'è anche una ragione più sottile e pericolosa di questa relativa disattenzione, di questa accettazione passiva della globalizzazione: una filosofia della vita facile, attraente come un patto faustiano, sta penetrando nelle coscienze in modo tanto più convincente quanto più si presenta sotto mentite spoglie. Infatti, non appare come ideologia ma come scienza e verità empiricamente provata.
L'idea dell'economia liberista ha questa straordinaria capacità camaleontica di presentarsi come un'analisi verificata dai fatti mentre non è altro che un paradigma concettuale nato come branca della filosofia morale alla fine del Settecento e ristrutturato in scienza alla fine dell'Ottocento attraverso l'uso del linguaggio matematico. E al centro di quella filosofia c'è ancora e sempre un'idea fondamentale: la concorrenza perfetta genera il migliore dei mondi possibile.
La concorrenza perfetta, dicono i manuali, è il sistema di mercato nel quale tutti i consumatori sono perfettamente informati e decidono razionalmente le loro scelte di acquisto in base all'obiettivo di massimizzare l'utilità, limitati soltanto dall'ammontare di denaro che hanno da spendere, e tutti gli imprenditori decidono altrettanto razionalmente l'allocazione delle risorse al fine di massimizzare il profitto, in un contesto nel quale tutti sono perfettamente informati delle varie opzioni che hanno di fronte, non esistono vincoli alle variazioni del prezzo e della quantità di risorse impiegate e non esistono barriere all'entrata o all'uscita dal mercato di una nuova impresa in qualunque settore.
Non c'è bisogno di notare che queste condizioni non si verificano mai. Eppure, le deduzioni che storicamente gli economisti sono stati capaci di produrre a partire da queste assunzioni sono riuscite a risultare convincenti: se una società arriva alla perfetta concorrenza allora avrà la migliore allocazione delle risorse, la massima ricchezza, l'ottimo benessere.
Questa filosofia (ragionevole ma non scientifica) serve a giustificare le politiche liberiste favorevoli al capitalismo e purtroppo non serve abbastanza a legittimare le forze che sostengono la regolazione del mercato, una condizione che potrebbe garantire la concorrenza: tanto è vero che le forze che governano la grande economia, dalle istituzioni internazionali ai principali operatori finanziari, favoriscono i mercati nei quali c'è una politica liberista, con riduzione del ruolo dello stato e delle regolamentazioni dell'attività economica, con libertà di manovra per i capitali, poche tasse e scarsi vincoli sul mercato del lavoro. E' la mano visibile che impone il liberismo sul mondo.
Il futuro non è un binario. In Argentina lo sanno.
La globalizzazione è una tendenza di lunga durata. Ma l'ideologia che conduce alcuni dei suoi fenomeni fondamentali, dal giudizio dei mercati finanziari a quello delle grandi istituzioni che governano il processo, è basata sulla filosofia ottocentesca della concorrenza perfetta. E come un esercito potentissimo, i mercati finanziari e le istituzioni che governano la globalizzazione avanzano nel mondo portando ovunque penetrino la loro volontà, sempre la stessa: liberalizzate, privatizzate, aprite il mercato, eliminate i vincoli alla circolazione dei capitali, rendete il lavoro flessibile, riducete le tasse e il ruolo del governo. Una ricetta politica pervasiva, intensa, senza mezzi termini.
Basata su una filosofia ottocentesca ma tanto facile da dire e sostenere, tanto presentabile in termini misurabili e comparabili, è tanto attraente per le promesse di ricchezza materiale immediata che porta con sé, da essere vincente in ogni periodo in cui non c'è una filosofia altrettanto dura e irrazionale che la contrasta. Il nazi-fascismo e il comunismo lo sono state. Oggi sono in ribasso: strumentalizzate in alcuni periodi del Dopoguerra dalla politica internazionale americana le forme attuali di fascismo, ridotte ai piccoli brandelli di Cuba e Corea del nord le aree ancora governate dai comunisti mentre la Cina sta trasformando il concetto in qualcosa di totalmente nuovo, la nuova opposizione forte si chiama fondamentalismo islamico. Come diceva Ralf Dahrendorf prima dell'attacco a New York dell'11 settembre, la globalizzazione liberista sta avanzando ma non ha vinto: una controrivoluzione di tipo talebano resta una possibilità da non escludere. Queste opposizioni ideologiche dimostrano paradossalmente, se ce ne fosse ancora bisogno, che anche il liberismo è un'ideologia.
Non c'è niente di male nell'essere un'ideologia. Tanto più che, a differenza delle sue storiche concorrenti, il liberismo è un'ideologia che produce una sana tensione a favore della libertà di scelta individuale ed è compatibile con l'organizzazione democratica dello stato. Il che non è poco. E potrebbe essere più meditato dai rappresentanti più costruttivi del movimento divenuto famoso a Seattle. Ma non è un bene che si presenti motivata da analisi scientifiche e che scientifiche non sono. Analisi che giungono a promettere sviluppo e benessere ai popoli che si organizzino secondo il suo dettato, indipendentemente dalle loro condizioni di partenza e dalle loro diverse culture. Il Fondo monetario internazionale, per esempio, lo dice molto chiaramente: «La mondializzazione è uno dei motori principali della crescita. Permettendo una più grande divisione del lavoro e una ripartizione più efficiente del risparmio, la mondializzazione si traduce in un aumento della produttività e del livello di vita. La concorrenza internazionale innalza la qualità della produzione e ne accresce l'efficacia». Insomma: liberismo uguale sviluppo, benessere, felicità. Per tutti. Secondo questa idea il futuro di tutti i popoli è soltanto un binario e dunque ci sono le locomotive, i vagoni e quelli che rischiano di perdere il treno.
Ma la società globale di oggi non è un sistema ferroviario. Poteva essere un'analisi adatta all'età industriale: lo è meno in quella di Internet. In realtà, Internet dà alle diverse culture l'opportunità di esprimersi a modo proprio: valorizzando quello che hanno di buono e di speciale. Ma attenzione: le opportunità non provocano nulla se non sono colte. E poiché niente insegna a cogliere le opportunità a chi non le vede o non sa come prenderle, o rifiuta di considerarle, il mondo non procede tutto insieme verso una condizione di sviluppo.
Il medico-economista liberista commenterebbe: colpa del fatto che non tutti adottano le mie ricette e le rispettano con coscienza e continuità. L'oppositore ribatterebbe: colpa del capitalismo e delle sue pretese devastanti. Chi ha ragione? Entrambi, come in ogni labirinto che si rispetti.
Ma continuare a procedere nell'idea della globalizzazione liberista senza guardare in faccia alla realtà è uno dei motivi per cui esiste un'opposizione radicale e violenta come quella dei terroristi. Se l'occidente dovesse rifiutare di vedere che le ricette semplicistiche come il liberismo generico non solo non funzionano ma danno forza alla reazione distruttiva di chi vuole indirizzare lo scontento generalizzato verso la rivolta planetaria, ne pagherà le conseguenze. Ma il fatto che l'ideologia liberista non dia sempre luogo a soluzioni efficienti è sotto gli occhi di tutti.
L'Argentina del 2001, un grande paese guidato da una leadership liberista, contraria alle commistioni peroniste tra economia e intervento statale, ha intrapreso una strada di risanamento anche con l'obiettivo di soddisfare il punto di vista dell'establishment mondiale e attirare capitali con i quali finanziare il proprio sviluppo. Ma è sull'orlo del fallimento. Il Fondo Monetario Internazionale, dopo qualche esitazione, ha deciso di dare una mano. Ancora una mano, in termini di prestiti giganteschi. Serviranno per alleviare l'angoscia generata in Argentina, non dalla morsa della recessione, ma dall'intemperanza dei suoi creditori: la paura che il paese sudamericano non possa ripagare i suoi debiti non fa che aumentarne il costo, mentre l'aiuto del Fmi, rassicurando i creditori riduce un po' il rischio e il tasso d'interesse che l'Argentina deve pagare.
Ma che cos'ha tutto questo a che fare con lo sviluppo? Le indicazioni che tipicamente l'establishment mondiale dà ai paesi che vogliono il suo aiuto (privatizzare, liberalizzare, magari ridurre le tasse, garantire un sistema di norme che rassicuri gli imprenditori e le grandi aziende multinazionali che devono investire) sono state accolte dall'Argentina. Che ha persino bloccato il rapporto tra peso e dollaro per garantire il valore degli investimenti nel suo territorio. Ha tenuto duro con la politica fiscale restrittiva. E ha ridotto il numero di dipendenti dello stato. Ha anche immaginato di cancellare il premio natalizio dei dipendenti pubblici. Tutte misure di sana gestione economica pubblica. Apprezzate. Il presidente Fernando de la Rua ha l'appoggio del parlamento e dei grandi stati del mondo nella sua decisione di arrivare ad annullare il deficit statale. Ma i tagli del 13 per cento sui salari pubblici e le pensioni non gli hanno fatto bene sul piano dell'immagine interna. Le conseguenze sul piano elettorale renderanno meno forti questi suoi impegni. E la depressione immediata (in cambio di un'espansione sperata per il futuro) indotta dai tagli di spese pubbliche, provocherà una riduzione delle entrate fiscali e quindi riporterà il deficit verso l'alto. Tipiche ripicche della realtà contro l'applicazione delle ricette economiche da manuale. Cui si aggiungono le dimostrazioni di piazza e le sofferenze della popolazione. Che potrebbero portare un paese come l'Argentina ad abbandonare il liberismo per tornare al peronismo o a qualcosa di peggio. Non mancano i critici interni del presidente, come la radicale Elisa Carrio, che sparano accuse pensanti, sospettando per esempio che i soldi arrivati dall'estero siano già finiti nei conti segreti dei burocrati e dei politici che se li sono visti passare sotto il naso. È libertà di movimento di capitali anche quella no? È iniziativa privata anche quella. Certo, non proprio legale. Ma è una delle soluzioni migliori per arricchirsi nei paesi che non offrono molte altre grandi opportunità. Gli esempi non mancano in Africa, in Europa dell'Est e in Cina, dove secondo Dai Qing, che si oppone al governo, tutto il grandioso piano di deviazione delle acque dello Yangtze per portarle a Pechino (il che suscita i dubbi degli ecologisti) non è altro che un sistema per alimentare la corruzione. Del resto, la corruzione è una tentazione forte anche in paesi molto più sviluppati, come dimostrano i casi della Francia, della Germania e dell'Italia. Difficile stupirsene: i manuali di economia non possono tener conto di tutto, il capitalismo ha troppe strade per manifestarsi e affermarsi. Ma chi applica solo i manuali per gestire la vita di grandi paesi non fa un buon lavoro.
Alla fine, storicamente tra liberalizzazione e regolazione del mercato c'è una sorta di pendolo. La realtà, a semplificare molto, è che una riforma ogni tanto ci vuole: la ritirata dello stato iniziata da Margaret Thatcher in Gran Bretagna non è riuscita perché era giusta ideologicamente, ma perché ha consentito di fare un po' di pulizia in una serie di abitudini inveterate nell'amministrazione pubblica che stavano cominciando a costare troppo. In altri casi, è il liberismo a costare troppo: lo dimostra la seria depressione del 2001 innescata dagli eccessi della speculazione finanziaria del 1999 e del 2000.
Si sicuro, la ricetta tradizionale dei sostenitori della liberalizzazione globale è più convincente se applicata con coerenza anche all'interno dei paesi che la impongono agli altri. Del resto, i peggiori labirinti sono gli intrecci di liberismo, protezionismo, nazionalismo e paternalismo, per non dire dittatura, che attualmente sono tipici in Asia. Singapore, Malaysia, Cina, ciascuna a modo proprio, sono campioni nell'attrarre capitali stranieri e farli fruttare. Ma nel competere tra loro stanno generando distorsioni non piccole. Tanto più che il peso delle differenze strutturali tra quelle economie va maneggiato con cura. Il fenomeno, in questo momento, è il boom della Cina, che continua a crescere a tassi giganteschi, attorno al 7 per cento anche nel 2001. Ebbene: se durante la drammatica crisi finanziaria della regione, nel 1997-1998, l'andamento dell'economia cinese è stato di fatto una fonte di stabilità per tutti, oggi si sta trasformando in un centro di attrazione gigantesco, quasi un buco nero nel quale finiscono i capitali destinati alla regione che li sottrae agli altri paesi: la Cina è ormai un competitore possente che sta vincendo la battaglia concorrenziale con i vicini, lasciandoli impoveriti. La sua entrata nel Wto, l'organizzazione mondiale per il commercio, poi, garantendo ancor più gli investitori stranieri sulla reale volontà liberalizzatrice della classe politica cinese, finisce con l'approfondire ulteriormente il fenomeno. Si dirà: questi sono i prezzi della concorrenza. E i primi liberalizzatori, Singapore, Corea del Sud e Taiwan, per esempio, prima o poi dovevano aspettarsi l'arrivo della competizione cinese. Gli investitori stranieri scelgono la Cina in alternativa agli altri paesi del Sud Est Asiatico perché pensano di poter ottenere insieme la disponibilità di manodopera a basso costo e contemporaneamente l'accesso privilegiato al fantastico mercato interno cinese che prima o poi, tutti pensano, esploderà. «La Cina sta rapidamente sostituendo Giappone, Singapore e Taiwan in molte industrie che quei paesi hanno costruito in quindici anni di sviluppo» segnala Kenichi Ohmae. Taiwan, per esempio, ha impiegato vent'anni, con tassi di crescita annuale del 20 per cento, per diventare il terzo produttore al mondo di semiconduttori, i chip che fanno da motore della rivoluzione digitale: ma dal 2000, la Cina ha superato Taiwan anche in questo mercato (25 miliardi di dollari di chip prodotti in Cina contro 23 miliardi in Taiwan). Ormai il 70 per cento degli investimenti internazionali verso questa regione va alla Cina. L'esatto contrario di quanto succedeva all'inizio degli anni Novanta. Non solo: ma molti investimenti provenienti dalla regione stessa, di aziende taiwanesi e giapponesi, per esempio, vanno in Cina. Ma mentre dal punto di vista di ognuna di queste iniziative i cinesi appaiono relativamente liberisti, comunque garantendo regole che soddisfano gli investitori, siamo sicuri che la Cina non sia protezionista nei confronti dei paesi vicini? È vero che prima o poi anche i cinesi avranno attratto abbastanza investimenti da aver avviato un'industria tanto ricca nel loro paese che anche da loro i salari cresceranno, aumentando anche le importazioni dai paesi vicini, come si augura Lee Hsien Loong, vice primo ministro di Singapore. «Ma ci vorrà molto, molto tempo» aggiunge.
Nel frattempo, i giganteschi spostamenti di forze in Cina avranno effetti diretti o indiretti su tutta la regione. L'India sta vivendo una stagione nazionalistica orchestrata dall'associazione Rashtriya Swayamsevak e dal partito che sta al governo Bharatiya Janata. Il che ha conseguenze che restano da valutare. E in Giappone, la visita del primo ministro Janichiro Koizumi al cimitero di guerra che ospita anche i resti di persone considerate responsabili di crimini e aggressioni contro i paesi asiatici vicini, ha fatto pensare che il suo nuovo regime voglia a sua volta recuperare una qualche forma di nazionalismo.
Intanto, alcuni paesi dell'Estremo Oriente si aggiustano come possono. Usciti dalla crisi del 1997-1998 anche grazie alla spesa pubblica e ai prestiti del Fondo monetario internazionale che hanno riempito i buchi lasciati dagli speculatori locali, devono ora affrontare la crisi dovuta agli speculatori americani ed europei senza poter troppo contare sulla leva fiscale. Sempre per attrarre investimenti, per esempio, le Filippine non aumentano ma anzi riducono il budget statale, mentre molti consigliano l'Indonesia di Megawati Sukarnoputri di fare altrettanto. Corea del Sud e Singapore, che potrebbero spendere, non lo fanno per non suscitare dubbi negli investitori internazionali sulla loro volontà di mantenere una politica privatistica. Solo Malaysia e Thailandia aumentano la spesa pubblica e si prendono durissimi rimbrotti dall'establishment finanziario internazionale, benchè come detto la crisi attuale sia dovuta proprio alla scarsa considerazione dei fondamentali dell'economia che hanno dimostrato gli investitori occidentali nel corso della recente bolla speculativa.
In realtà, la liberalizzazione non dovrebbe essere giudicata solo con gli occhi dell'occidente. Se essa è soltanto un modo per attrarre capitali occidentali ma non è realizzata in modo altrettanto leale nei confronti dei competitori, non è che una riedizione del protezionismo.
Nel labirinto, insomma, una cosa può sembrare liberalizzazione se vista con un paio di occhiali europei e invece apparire come protezionismo se vista con un paio di occhiali asiatico.
Anche perché ci sono casi che smentiscono ogni altra convinzione. Come quella che i mercati occidentali favoriscano i paesi che garantiscono regole del gioco uguali per tutti. Istruttiva, in proposito, la storia della Telsim, secondo operatore della telefonia mobile della Turchia, che ha deciso di non pagare un debito contratto con Nokia e Motorola per 2,7 miliardi di dollari. La famiglia Uzan che controlla la società, secondo fonti citate da The Economist, ha i soldi ma semplicemente non li vuole spendere per pagare quel debito. L'amministrazione americana, che era stata decisiva per far ottenere alla Turchia un prestito da 15,7 miliardi di dollari dal Banca Mondiale e Fondo monetario, protesta come il ministro finlandese Kimmo Sassi: minacciano la Turchia di restrizioni nei finanziamenti internazionali. Ma i turchi si rendono conto di essere un avamposto strategico occidentale verso il mondo islamico irrinunciabile e, sostenendo di non poter far molto contro gli Uzan, non si danno troppo da fare per soddisfare americani e finlandesi. E dimostrano che anche la forza dell'establishment liberista ha i suoi limiti.
Nei prossimi anni, durante i quali proseguirà la lotta contro i network terroristici e si definirà un nuovo equilibrio, paesi come la Turchia saranno sempre più strategici. E le armi di persuasione degli occidentali per condurli verso sistemi liberisti saranno ancora più spuntate.
Il mercato vero è imperfetto e regolato
Si potrebbe pensare che l'ipotesi di base del liberismo sia profondamente rinnovata dall'avvento dell'economia della Rete. E Bill Gates, co-fondatore della Microsoft, ha scritto anni fa un libro entusiasta sulla net economy intitolato "La strada che porta a domani", dedicando una serie di spunti importanti all'idea di «capitalismo senza frizioni», cioè senza attriti, senza inefficienze. Per Gates, insomma, la Rete consente la nascita di un sistema di mercato abbastanza vicino alla concorrenza perfetta.
In effetti, i motivi per crederlo non sono irrilevanti. Una delle caratteristiche fondamentali della concorrenza perfetta, per esempio, è la perfetta informazione da parte di tutti i consumatori e gli imprenditori sulle novità che vengono immesse nel gioco degli scambi. E Internet rende chiaramente la vita più facile su questo fronte di ogni sistema di comunicazioni precedente. Non solo: la possibilità di legare velocemente informazione, pubblicità e vendita diretta, con costi di accesso relativamente limitati e facilissima confrontabilità delle offerte, favorisce teoricamente la concorrenzialità dei piccoli. In fondo, si dice, su Internet le dimensioni di chi produce il sito sono meno rilevanti della qualità del sito stesso e del servizio che esso fornisce.
Su questa linea, un'intera mitologia della net economy è nata intorno alla questione della morte della distanza, della fine della lontananza nello spazio e nel tempo consentita dalla velocità delle comunicazioni digitali. I bit, giustamente, viaggiano dove vogliono senza le costrizioni che gli atomi devono accettare. Come il vento e lo spirito. Verità, ma non da prendere come dogmi di fede.
La realtà si è incaricata di presentare un conto un po' diverso. Certo, è vero che l'immateriale dell'informazione nella Rete viene liberato e che il suo valore viene esaltato. Ma non di solo immateriale vive l'uomo. La geografia ha impartito le sue lezioni a tutti i teorici del virtuale e la stessa Amazon.com, nata come libreria in Rete e trasformatasi in un supermercato online, che aveva affascinato gli investitori con il suo modello fondato sulle mere transazioni di bit, ha scoperto presto di doversi dotare di magazzini un po' in tutti i mercati nei quali opera per servire con tempi e modi adeguati i suoi clienti. La logistica, dunque la geografia, si è presa la sua rivincita, a scapito tra l'altro dei profitti e delle prospettive economiche del sistema lanciato da Amazon.com. Paul Krugman ha denunciato la colpevole dimenticanza degli economisti per quanto concerne la geografia: «L'analisi del commercio internazionale non fa virtualmente alcun uso di nozioni della geografia economica o della teoria della localizzazione. Di regola i paesi entrano nei modelli come punti privi di dimensioni all'interno dei quali i fattori di produzione possono essere trasferiti istantaneamente e senza costi da un'attività all'altra. Persino nel commercio internazionale si danno rappresentazioni nelle quali si prescinde dallo spazio e i costi di trasporto sono pari a zero per tutte le merci che possono essere scambiate». Non stupisce la fascinazione che ha colto gli economisti di fronte all'ipotesi che la Rete sia il primo territorio in grado di garantire la concorrenza perfetta e di eliminare i vincoli e le imperfezioni.
In realtà, sono proprio i vincoli e le imperfezioni del mercato a creare sviluppo. E d'altra parte, il mercato non si garantisce con l'estrema libertà ma attraverso la regolazione, talvolta addirittura la protezione.
È la convinzione, per esempio, di Giuliano Berretta, il leader della Eutelsat, una società che possiede una grande flotta globale di satelliti per comunicazioni digitali. Tra i suoi utenti ci sono europei, sudamericani, indiani. La crescita della sua azienda dipende dalla quantità e qualità della partecipazione di tutti i territori allo sviluppo dell'economia digitale. Certo, innanzitutto nella forma di utilizzazione della televisione satellitare. Ma sempre di più anche Internet a larga banda via satellite: fino a un paio d'anni fa quasi tutta la capacità di trasmissione dei satelliti Eutelsat era utilizzata dai programmi televisivi, oggi il 41 per cento è destinato a traffico Internet.
Berretta vede come si contratta in India e in Russia, negli Stati Uniti e in Europa, è convinto che la libertà di mercato conviene alle aziende e allo sviluppo ma si è anche formato la convinzione secondo la quale le disomogeneità del mercato sono una causa potenziale di sviluppo mentre la mera concorrenza generalizzata e totale potrebbe avere anche conseguenze nefaste: «Se ci fosse davvero soltanto un mercato ci sarebbe un solo prezzo e al limite un solo produttore. Ma se così fosse, paradossalmente, ci sarebbe anche soltanto un possibile compratore, perché gli altri non avrebbero spazio economico». Per gli interessi dell'azienda di Berretta, ovviamente, è meglio quando nessuna regolamentazione si mette di traverso. «I paletti che le normative statunitensi impongono all'entrata sul mercato di aziende straniere sono del tutto inaccettabili. Ma non penso la stessa cosa del protezionismo indiano. Tutti devono produrre per poter comprare. Ma se non si proteggono, quelli che hanno costi di sistema superiori vengono spazzati via. E dunque fanno bene a proteggersi e a ridurre le protezioni man mano che si sviluppano».
Considerazioni che fino a qualche tempo fa erano tipiche degli oppositori del capitalismo, come l'economista Samir Amin, convinto che lo sviluppo della mondializzazione governata solo dalle forze economiche avrebbe generato una polarizzazione delle attività produttive e della ricchezza, non portato a una migliore e più equa diffusione del benessere. E che invece oggi si fanno evidentemente strada anche tra gli operatori e chi vive la mondializzazione non soltanto dal punto di vista teorico.
Ogni angolo della mondializzazione presenta le sue ambiguità
«Il mondo è nelle mani delle multinazionali. E i politici non ci possono fare molto. Quindi l'opposizione alla globalizzazione è una grande opportunità per un rilancio del peso della politica». Si può essere d'accordo con Giuliano Amato o criticarlo duramente. Ma non si può fare a meno di apprezzarne la lucidità in ogni occasione nella quale si può esprimere per le sue qualità di finissimo intellettuale che ha saputo verificare le sue opinioni sul campo. L'ex ministro e presidente del Consiglio, in effetti, di G8 ne ha visti tanti e il suo giudizio è motivato.
«La storia del G8 è la storia di una progressiva delegittimazione, parallela all'allargamento delle tematiche affrontate dal consesso dei capi degli stati più importanti del mondo. Infatti, più quelle tematiche riguardano altri, più questi altri tendono a chiedersi perché il G8 sia chiamato a decidere al posto loro». Nello stesso tempo, il G8 diventa esortativo e non decisionale, si dota di una burocrazia che prepara i temi e riduce lo spazio di manovra dei leader politici, mentre cresce la sua importanza mediatica. È il percorso che prepara il terreno degli scontri di Genova. «Sono felice che ci siano migliaia di ragazzi che protestano. Si occupano di problemi collettivi».
Ma il senso di tutto è ambiguo, come non mai. «Alcuni antiglobali fanno la lotta alla povertà. Altri fanno la lotta ai poveri. Quando gli antiglobali criticano il liberismo per aiutare i paesi poveri, i protezionisti europei si infilano dietro e sostengono tale impostazione: ma per fare i propri interessi, proteggere il protezionismo europeo, che a sua volta va a danno proprio dei paesi poveri. Tra gli antiglobalisti c'è anche José Bové il contadino francese che non è altro che l'espressione del protezionismo del Vecchio Continente (in una recente intervista, Bové ha ammesso: "se sono qualcuno è perché rappresento degli interessi", ndr.). D'altra parte non c'è dubbio che il mercato vada regolato: altrimenti i mercati poveri sono sfondati dalle aziende dei ricchi. La realtà attuale è la peggiore possibile: le aziende dei ricchi hanno sfondato ma i poveri non riescono a esportare a loro volta perché noi ci proteggiamo».
Il problema è enorme. «Esiste evidentemente un problema di riorganizzazione delle democrazie, importante a livello nazionale, gigantesco a livello globale». I noglobal pensano che le multinazionali si siano impadronite del mondo nella complicità dei governi? Amato è quasi d'accordo: «Le multinazionali si sono impadronite del mondo, ma i governi più che complici sono impotenti». Intanto, le multinazionali si impadroniscono dei temi dei contestatori, investendo per legare la propria immagine agli aiuti verso i paesi poveri, allo sviluppo in armonia con l'ambiente, alla vita sana e non troppo commercializzata. «Del resto, non mancano le multinazionali che finanziano i movimenti ecologisti se nella loro piattaforma ci sono argomenti che vanno a favore dei consumi dei loro prodotti». Idea condivista, per esempio, dal ministro italiano della Difesa Antonio Martino. E il movimento, in generale, non sembra in grado di distinguere tra le diverse politiche delle aziende e dei governi, tendendo a semplificare l'analisi per rafforzare l'emozione della lotta: «Ma non si può criticare la confusione intellettuale del movimento se non si ricorda la confusione dei leader politici come George Bush Jr. che di fronte alla richiesta di cancellare il debito dei paesi poveri ha proposto che la Banca Mondiale non presti ma regali i soldi, perdendo di vista il fatto che così facendo una banca è destinata a chiudere nel giro di sei mesi».
Del resto, confusione o no, ormai gli antiglobali contano. «Senza il movimento le multinazionali farmaceutiche non avrebbero mai accettato il compromesso sui farmaci anti-Aids che si è realizzato in Sudafrica». Alcuni dicono che è una riedizione del 1977, con gli autonomi a usare la violenza fine a se stessa come strumento per farsi notare e creare la necessità della propria organizzazione. «Più che un 1977, questo mi pare un 1968: un movimento davvero internazionale». Le sue conseguenze sono decisive: «Non avevamo un'opinione pubblica europea. Ma grazie al movimento abbiamo un'opinione pubblica mondiale». E i grandi politici della Terra ne traggono giovamento perché così possono farsi una propaganda di proporzioni e con diffusione nettamente superiori alla loro abituale platea nazionale. «E gli americani ne sono coscienti più che tutti gli altri: non a caso la delegazione Usa è di 800 persone, quella degli altri paesi non è che di 50 persone. Quando passano le nostre macchine, in pochi secondi hanno finito. Quando arriva il corteo degli americani, si può andare a fare la doccia e tornare e loro non hanno ancora finito».
La questione centrale non è quella della libertà di mercato, che si rivela in realtà densa di ambiguità. «Un mercato perfetto non è mai esistito». E cercare di realizzarlo sembra in effetti un compito un po' assurdo. «In realtà, il tema numero uno è la governance. In un contesto nel quale i mercati e le multinazionali sono andati molto oltre i confini nazionali». E l'internazionalizzazione dei mercati ha messo in competizione gli stati tra loro senza peraltro alcuna reciprocità. «Le multinazionali possono fare lo shopping tra le leggi. Ma le leggi non possono fare lo shopping tra le multinazionali». Insomma: le aziende possono investire negli stati regolati nei modi più convenienti, mentre gli stati non possono scegliere tra le aziende più convenienti. Possibile dunque che il governo del mondo sia destinato a rimanere nelle mani di multinazionali capitanate da manager o imprenditori che rispondono solo ai loro consigli di amministrazione e che nessun sistema democratico può davvero tenere sotto controllo?
«Dobbiamo riuscire a regolare i mercati internazionali con istituzioni sovranazionali: è una questione gigantesca, ma è il nostro futuro. Oggi il potere delle multinazionali è soverchiante. In molti settori avanzati tutto il mercato è in mano a una o due multinazionali che decidono per tutto il mondo». Del resto, i problemi sono sentiti: «La mucca pazza e il buco nell'ozono hanno cambiato la vita quotidiana: la gente sa che i governi non controllano nulla e che tutto è deciso dai grandi poteri economici. Ed è angosciata. Per questo il movimento ha colto un'agenda molto popolare ed è dunque diventato un punto di forza importante sul quale si può appoggiare la politica per riprendere l'iniziativa».
Certo, che la politica si deve saper muovere per cogliere l'occasione di rintuzzare il potere delle multinazionali: «Ogni negozio sfasciato, ogni ragazzo pacifico che viene manganellato, è un filo della democrazia che si spezza. È una vita che non crederà più alla democrazia nella convivenza civile. Il governo che consente questo genere di fatti è un cattivo maestro. E ogni filo spezzato conta: ogni individuo conta nella questione gigantesca che abbiamo di fronte della governance mondiale».
La storia riprende il sopravvento
Il passaggio storico non è certo indolore. C'è un deficit di democrazia, di informazione e di consenso sugli sviluppi della globalizzazione. C'è una ridefinizione di identità e di significati che travolge le culture più diverse. C'è una divisione tra i popoli e gli individui connessi, che possono cogliere tutte le opportunità del sistema che si va creando, e coloro che sono esclusi dalla partecipazione attiva al processo, pur subendone in generale tutte le conseguenze.
La storia riprende il suo posto, mentre la geografia impone i suoi vincoli. Per questo non si può comprendere dove il mondo stia andando senza ricordare che comunque tutto questo processo di globalizzazione ha radici antiche, che le sue conseguenze, dolorose e gioiose, sono in parte già state viste, che anche oggi la globalizzazione non è un fenomeno globale.
Per Pasquale Pistorio, leader della StMicroelectronics, due sistemi sono già globalizzati, quello della finanza e quello delle comunicazioni. Il mondo industriale resta ancorato alle caratteristiche tecnologiche, organizzative, politiche e sociali locali. E le culture, infine, continuano nella loro autonoma evoluzione, non necessariamente condotta al ritmo della globalizzazione.
La tecnologia, trainante, peraltro non ha ancora dimostrato di poter essere davvero quello che promette: cioè, nella pratica, una macchina per l'abbattimento dei vincoli di spazio. Come osserva Maurice Aymard, storico francese, amico e maestro, la Rete si muove su fili e connessioni fisiche, dalle quali si può immaginare che cinque miliardi, sui sei della popolazione umana, resteranno esclusi ancora per diversi anni. Senza dimenticare che anche qualora fossero alla fine connessi, via satellite per esempio, ne farebbero probabilmente un uso meno efficace ed efficiente delle culture già da tempo avvezze alla nuova realtà. «Il contadino indiano subisce già oggi le conseguenze di una globalizzazione che definisce a livello mondiale il prezzo del suo riso, ma difficilmente può a sua volta partecipare alla mondializzazione, influire sui suoi sviluppi e approfittare delle opportunità che offre» commenta Aymard.
Così, la lezione della storia resta il punto di riferimento per prevedere quello che succederà. E non è una previsione scontata. Perché la storia stessa è coinvolta nella trasformazione accelerata del nuovo paradigma. Fernand Braudel, pioniere della storia, ne ha tracciato i contorni in un articolo apparso nell'Encyclopédie Française nel 1959: "La storia delle civiltà: il passato spiega il presente".
«L'avvenire non è una strada unica. Rinunziare al lineare» sono le proposte sintetiche di Braudel. «Una civiltà è in primo luogo uno spazio, un'area culturale, una sede. Entro tale sede, più o meno vasta ma mai molto ristretta, s'immagini una massa molto diversa di beni, di tratti culturali». Nella tradizione questi tratti culturali sono nella vita materiale, dalla forma delle case alle abitudini alimentari, dalle lingue alle tecniche della trasmissione culturale, dai modi di amare ai modi di credere. «Tutti questi beni culturali, microelementi della civiltà, non cessano di viaggiare: di volta in volta, simultaneamente, le civiltà esportano o prendono in prestito. Le une sono ghiotte, le altre prodighe, e questa vasta circolazione non si interrompe mai. Taluni elementi culturali sono anzi contagiosi, come la scienza moderna, la tecnica moderna, benchè non tutte le civiltà siano aperte allo stesso modo a scambi di quest'ordine». Anzi: «Vi sono in effetti dei rifiuti di prendere in prestito, si tratti d'un modo di pensare, di credere, di vivere ovvero di un semplice strumento di lavoro. Alcuni di questi rifiuti non vanno disgiunti neppure da un certo grado di coscienza, da una acuta lucidità, anche se altri sono ciechi, come determinati da porte e catenacci che impediscono il passaggio. Ogni volta, beninteso, questi rifiuti, e tanto più quando sono consapevoli, ripetuti, affermati, assumono un valore singolare. Ogni civiltà in tal caso perviene alla sua scelta decisiva, con la quale si afferma, si rivela». Così, alla fine, il molteplice e il globale convivono: «Non si deve credere che una civiltà, perché originale, costituisca un mondo chiuso, indipendente, come se ciascuna di esse fosse un'isola in mezzo a un oceano, mentre le loro convergenze, i loro dialoghi sono essenziali e, sempre più, esse condividono, tutte o quasi, un ricco fondo comune».
Insomma: la tensione verso ciò che oggi si percepisce come l'irreparabile, inarrestabile novità della globalizzazione è invece un megafenomeno storico di radici antiche quanto le civiltà. E i cui meccanismi di rifiuto e scambio culturale, tutt'altro che nuovi, sono intrinseci nella dinamica millenaria delle civiltà.
Facendo un salto verso il presente, Braudel cita espressamente come sinonimi, o almeno come concetti di analoga potenza, «storia», «civiltà» e «società globale» (un termine nato dalla sociologia di Georges Gurvitch). Che ne sarà di tutto questo, si chiede. «Quel che noi storici conosciamo forse meglio di ogni altro osservatore del sociale è la fondamentale diversità del mondo. Ciascuno di noi sa che ogni società, ogni gruppo sociale, più o meno direttamente, è fortemente partecipe di una civiltà, o più esattamente di una serie di civiltà sovrapposte, legate tra loro e talvolta molto diverse». Nulla di nuovo, dunque, nella ridefinizione dei significati dei tratti culturali particolari e dei paradigmi generali. «Così pure, quel che lo storico delle civiltà può affermare meglio d'ogni altro è che le civiltà sono delle realtà di lunghissima durata». Conseguenza, sorprendente: «Le civiltà non sono mortali. Voglio dire che gli incidenti mortali, se esistono, e beninteso esistono, le colpiscono infinitamente meno spesso di quanto non si pensi. In molti casi si tratta solo di letarghi: di solito sono perituri solo i loro fiori più squisiti, le loro realizzazioni più preziose, ma le radici profonde continuano a sussistere ben oltre le rotture, le cattive stagioni. Non credo, s'intende per le civiltà, a rotture o a catastrofi sociali che sarebbero irrimediabili». La permanenza della diversità non impedisce di osservare tendenze all'unità: «E tuttavia, tutti gli osservatori, tutti i viaggiatori, entusiasti o indispettiti, ci parlano della sempre crescente uniformazione del mondo. Sbrighiamoci a viaggiare prima che la terra abbia dappertutto lo stesso volto! In apparenza, non c'è niente da rispondere a queste argomentazioni. Ieri il mondo era ricco di elementi pittoreschi, di sfumature; oggi tutte le città, tutti i popoli in certo modo si somigliano: Rio de Janeiro è invasa dai grattacieli, Mosca fa pensare a Chicago, ovunque aerei, camion, automobili, strade ferrate, officine, i costumi locali scompaiono gli uni dopo gli altri...». Ma per Braudel la corsa dell'uniformità non corrisponde alla fine delle civiltà: «Nessuna civiltà dice di no all'insieme di questi nuovi beni, ma ciascuna gli attribuisce un significato particolare. C'è il contesto umano, sociale, politico, ovvero mistico. Lo strumento vuol dire parecchio, ma anche l'operaio, e l'opera, e la passione che vi si mette o non vi si mette».
Così, appunto nel 1959, arringava Braudel: «Bisognerebbe essere ciechi per non vedere il peso di questa massiccia trasformazione del mondo, ma non si tratta di una trasformazione onnipresente e, la dove essa si compie, è sotto forme e con una ampiezza e una risonanza umana raramente simili. Queste immagini ed altre ancora non hanno il valore di una dimostrazione. Ma la vita è spesso contraddittoria: il mondo subisce una violenta spinta verso l'unità, pur restando al tempo stesso profondamente diviso. Così era già ieri: come che sia, unità ed eterogeneità coesistevano». E dunque, c'è da costruire un nuovo umanesimo: «Un umanesimo è un modo di sperare, di volere che gli uomini siano fraterni gli uni nei confronti degli altri e che le civiltà, ciascuna per suo conto e tutte insieme, si salvino e ci salvino. Significa accettare, auspicare che le porte del presente si aprano largamente sull'avvenire, al di là dei fallimenti, delle decadenze, delle catastrofi predette da strani profeti. Il presente non può essere quella linea d'arresto che tutti i secoli, carichi di eterne tragedie, vedono davanti a sé come un ostacolo, ma che la speranza degli uomini, da quando ci sono degli uomini, non cessa di superare».
E così, la responsabilità...
E così, il nuovo paradigma genererà un nuovo strato nella sedimentazione delle civiltà. Senza annullare del tutto le precedenti. E senza uccidere le diversità. Anzi, secondo Stuard Kauffman, inventore della teoria della complessità, facendole addirittura fiorire. Ma non si eviteranno le tragedie evitando le novità: le si conterranno vivendo intensamente il presente e considerando gli strumenti, dalle tecniche della comunicazione digitale all'ingegneria finanziaria, genetica e robotica, come meno importanti di coloro che li usano.
Hans Jonas ha condotto studi pionieristici sulla responsabilità degli uomini nell'epoca della miscela esplosiva determinata dall'incontro di scienza ed economia. «Il Prometeo irresistibilmente scatenato, al quale la scienza conferisce forze senza precedenti e l'economia imprime un impulso incessante esige un'etica che mediante auto-restrizioni impedisca alla sua potenza di diventare una sventura per l'uomo. La consapevolezza che le promesse della tecnica moderna si sono trasformate in minaccia, o che questa si è indissolubilmente congiunta a quelle, costituisce la mia tesi. Essa va al di là della minaccia fisica. La sottomissione della natura finalizzata alla felicità umana ha lanciato con il suo smisurato successo, che coinvolge ora anche la natura stessa dell'uomo, la più grande sfida che sia mai venuta all'essere umano dal suo stesso agire. Nessuna etica tradizionale ci |