Luca De Biase
An Italian journalist writes about what's happening in his funny country:
a laboratory for the study of broken democracy and creative capitalism.
Plus news about media and cultures.



Creative Commons License

Subscribe to "Luca De Biase" in Radio UserLand.

Click to see the XML version of this web page.

Click here to send an email to the editor of this weblog.

 

 

In nome del popolo mondiale - 1

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Questa è la bozza finita l'11 ottobre 2001 di un libro che ho pubblicato quell'anno con Fazi editore.
Sono tornato in possesso dei diritti e lo metto a disposizione di tutti in rete. Chiedo a chi lo usa di citare la fonte.
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------



1. FALSA PARTENZA



La crisi della globalizzazione


La crisi era cominciata un anno e mezzo prima. Ed era tutta interna al sistema occidentale. Fino al marzo del 2000, niente sembrava catalizzare di più le forze della globalizzazione come i valori forti dell'economia liberista trasformati in una macchina che sembrava in grado di arricchire tutti. La tecnologia e il mercato sembravano lanciati nella costruzione di soluzioni adatte a soddisfare i bisogni di tutti, a rinnovare il lavoro e la sua produttività, a ridefinire per sempre l'economia del pianeta e dunque le opportunità di ricchezza per larga parte dell'umanità.

Difficilmente si sottolineava il fatto che la tecnica non risolve nulla, mentre sono gli uomini che la usano a darle la direzione e a cogliere le opportunità che genera. In realtà, l'attenzione era calamitata dalla dinamica della finanza che sull'innovazione tecnologica aveva costruito una storia credibile che attirava i risparmi di un numero sempre maggiore di famiglie promettendo un veloce arricchimento. La finanza aveva costruito un mondo virtuale nel quale tutto veniva dato per possibile. E in questo quadro la globalizzazione diventava nient'altro che una leggenda coerente con quella dell'espansione economica illimitata, in grado di accelerare ulteriormente il fenomeno. La fine del sogno (o dell'incubo) ha lasciato milioni di famiglie impoverite: derubate, è il caso di dirlo, dai maestri della speculazione. Non era la prima volta. E non sarà purtroppo l'ultima.

Ma la crisi finanziaria aveva determinato una grave debolezza anche nella produzione di beni e di servizi. Tutti gli imprenditori che avevano perso di vista le loro reali attività per lanciarsi alla ricerca dei soldi facili della borsa si trovavano con fatturati impoveriti e debiti appesantiti. E i loro collaboratori, già delusi nell'aspirazione a condividere quei guadagni speculativi, si trovavano a domandarsi se il loro posto di lavoro non fosse a rischio. Le famiglie con i risparmi decurtati anche della metà riducevano intanto i loro consumi in attesa di tempi migliori. In quello stato d'animo depresso trovavano alimento le forme serie di opposizione al capitalismo selvaggio e anche le forme meno serie e più arroganti di contestazione violenta e integralista al sistema. Entrambe presenti tra le 40 mila sigle dei cosiddetti movimenti anti-globalizzazione.

Più la congiuntura economica si faceva difficile e più diventava facile il compito della critica della globalizzazione. Delle cui ragioni si erano accorte ben prima le popolazioni di almeno un quinto del mondo: infatti, il ciclo breve negativo dell'Occidente andava ad accentuare una tendenza più profonda, meno nota quanto dirompente, scoperta e descritta solo recentemente da Chris Brooks, economista dell'Ocse: se la crescita del mondo nell'ultimo quarto del secolo scorso è stata dell'1,1 per cento all'anno, questo è il risultato di un'ascesa dell'Occidente e dell'Estremo Oriente che ha compensato il crollo verticale dei paesi del Medio Oriente (-12%), dell'ex Unione Sovietica (-40%) e dell'Africa (-7%). Insomma, mentre l'Occidente cantava le lodi della globalizzazione una buona parte del mondo non solo non guadagnava ma si impoveriva drasticamente: non può essere un caso se è proprio da quelle zone impoverite che giungono le minacce di rivolta globale.

È anche a causa di quel clima che il martedì 11 settembre 2001 è sembrato il giorno in cui finiva un'epoca e se ne apriva un'altra che appariva come un baratro nel quale la società occidentale rischiava di cadere.

Ma se sarebbe assurdo negare la crisi, sarebbe probabilmente sbagliato non vedere anche che il processo della globalizzazione ha una storia non decennale ma millenaria, che nel tempo è passato attraverso fughe in avanti e precipitosi arretramenti, che ha un futuro ancora lungo davanti a se e un compito storico ineludibile. E come ogni crisi, anche l'attuale è un'occasione per ripensare in profondità il percorso che abbiamo di fronte e la direzione che vogliamo prendere. La globalizzazione passata era una falsa partenza? Prepariamoci alla prossima.



Quelle domande nel silenzio



Prepararsi significa innanzitutto porsi delle domande. E le domande sono decine. Perché? Perché i terroristi hanno voluto trasformare il Centro del Commercio Globale, a New York, in un mostruoso castello di carte? Quali sono le loro intenzioni e quali gli obiettivi strategici? Dove sono davvero gli eserciti che si fronteggiano? Quanto durerà? Chi siamo, chi diventiamo di fronte allo specchio stregato del Terrore? Chi sono i nostri veri nemici? Quelli che ci uccidono: ma anche la nostra disperazione di fronte all'insensatezza dei meccanismi che, come apprendisti stregoni, abbiamo fatto nascere e lasciato crescere senza alcun controllo. E i nostri eroi? Non più i ricchissimi della finanza, con la faccia sulla copertina di Fortune: ma quei ragazzi con la divisa da pompiere che salgono nelle Torri infuocate per salvare qualcuno, avanzando contro la corrente delle centinaia di persone che si precipitano dalle scale in preda al panico.

I parametri di riferimento che solitamente servono a dare queste risposte, in alcuni rari momenti storici, diventano mutevoli. I punti di vista si confondono. Il dolore, abissale, a New York, si è confrontato in diretta sulla Cnn con quei festeggiamenti, in Palestina. Il Male e il Bene visti da Washington erano, visti da Gaza, il Bene e il Male. Gli americani forse lo hanno scoperto solo in quel terribile momento. Gli europei lo sapevano ma avevano scelto di dimenticarlo per comodità. Nel resto del mondo stava a guardare. Molti subiscono gli eventi, degradati socialmente e umanamente dalla povertà. Altri, si organizzano intorno a religioni in grado di riempire di dignità i vuoti lasciati dall'indigenza. Ma, tornando alle domande, quali sono gli esatti rapporti tra i poveri, i ricchi e i terroristi?

Dopo l'11 settembre del 2001, la paura è penetrata nella vita quotidiana. Ma la paura è l'inazione, l'attesa del prossimo colpo del nemico. Ci sarà una bomba batteriologica? Faranno saltare una centrale nucleare? Il mito della globalizzazione del mercato è stato messo in discussione: i fatti, talvolta, sembrano tutto. Ma non lo sono mai. Che cosa c'è al fondo di questi fatti, quali strutture governano le tendenze storiche delle quali i fatti non sono che il bagliore momentaneo? La recessione che da incubo si è trasformata in realtà, non era in fondo già presente nell'assurda tosatura che il fondamentalismo della finanza aveva operato ai danni della gran parte dei risparmiatori del mondo occidentale? Possibile che la paura prenda il posto dell'organizzazione sociale, che l'anarchia dei violenti, mafiosi o terroristi o dittatorelli vari, prenda possesso del pianeta?

È possibile che nell'Occidente intero ci si debba abituare a esistere come nell'Israele degli ultimi anni, dove si può convivere con l'ombra di un uomo-bomba possibile in ogni pizzeria, in ogni autobus. Ma non potrebbe essere solo l'impressione del momento? Oppure non potrebbe essere solo il risultato dell'incapacità dell'Occidente di comprendere che cosa può dare agli altri per indurli al dialogo invece che alla sorda vendetta?

La terza guerra mondiale o la prima guerriglia globale, non ha confini tra stati, non ha eserciti che si fronteggino. Non è neppure l'astrazione della Guerra Fredda, un duello tra due capi di stato dotati dell'arma finale, troppo potente per poter essere usata. Non è la guerra "chirurgica" sperimentata nel Golfo e in Serbia. È un fato che si insinua nelle abitudini di tutti gli esseri umani, è un'immagine di morte che si accompagna ad ogni attimo della vita. È la rete dei terroristi. Che va combattuta con la rete dei fedeli della pace: gente che crede che regole del gioco leali e condivise, se fatte rispettare consentono a tutti di crescere e convivere. Non c'è molto tempo: quelle regole non sono ancora state scritte.

Le torri del World Trade Center erano il loro nome: ma non poteva esserci un centro del mondo nell'epoca della Rete, cui accedono i commercianti come i terroristi, i fondamentalisti della religione come quelli del mercato, insieme alle persone decenti. Quelle torri sono scomparse con decine di migliaia di persone. E con una fase della storia: niente funziona meglio della Rete, che non ha centro, non ha organi vitali, offre opportunità d'azione e d'innovazione infinite. Le pesanti gerarchie tradizionali non possono competere.

Ora è il tempo della paura. E della lotta contro un nemico difficile, non imbattibile, ma che impone di pensare in modo nuovo: vive della Rete e nella Rete, non si può vincere usando gli eserciti di occupazione, ma cercando il consenso delle popolazioni coinvolte, colpendo solo dove e quando necessario, senza strafare e senza arrendersi, sapendo che ci potranno essere altri duri colpi ma che l'unico modo per evitarli è dare soddisfazione culturale, economica e politica alla gente che in assenza di un'azione lungimirante e sincera potrebbe finire con l'aderire alle fila del nemico.

Di fronte allo specchio del dolore l'Occidente si guarda, si giudica brutto e si propone di prendersi più cura della qualità della sua vita e di quella dei popoli che lo circondano. Perché ora è il tempo della paura e del dolore. Ma domani, che tempo sarà?



Incomprensioni fatali



La globalizzazione che abbiamo di fronte non è un impero, è una rete, è un labirinto di punti di vista. Non è il vantaggio di pochi e la sofferenza di molti. La tecnologia non è una soluzione. È un sistema di opportunità aperte ai vincitori del passato ma anche agli outsider, sia per lo sviluppo e la pace, sia per la guerra, il crimine e il terrore.

La globalizzazione dell'informazione è già sviluppata, quasi adulta. Tutti gli esseri umani hanno saputo immediatamente dell'attacco a New York, tutti i mercati hanno cessato immediatamente di pulsare, molte coscienze si sono sentite schiacciare dal dolore, contemporaneamente, in paesi lontani. Invece, la globalizzazione della comprensione reciproca è ancora in fasce. Le culture restano talvolta infinitamente lontane. Quasi aliene.

Alcune culture si sanno difendere affermando il proprio punto di vista. Altre sanno solo rifiutare il punto di vista altrui. Ma le distanze permangono. Arricchendo il mondo di bellezza e significato, ma anche di incomprensione e di pericolo. I problemi sono spesso legati alle semplificazioni, alle soluzioni banalizzanti: rendersi conto di quello che sta succedendo significa innanzitutto disfarsi di alcune abitudini interpretative. Ecco alcuni suggerimenti, schematici, non in ordine di importanza:

- La globalizzazione non è un fenomeno recente generato dalla fine della Guerra Fredda e sfociato nell'impero mondiale degli Stati Uniti d'America;

- La globalizzazione non è l'avvento a livello mondiale di un sistema democratico e liberista;

- La globalizzazione non è l'avvento a livello mondiale di un sistema autoritario e favorevole al capitalismo selvaggio;

- Il mondo non parlerà solo inglese;

- Il mondo non parlerà neppure tutte le 6 mila lingue attuali;

- Le culture non cambiano soltanto per la coercizione imposta dalle culture dominanti e non rifiutano a priori tutto quello che viene dal di fuori;

- Tra le culture che contano non ci sono solo quelle nazionali, né solo quelle tradizionali;

- Le culture non si lasciano sempre plasmare dai mass media senza reagire e costruire i loro anticorpi;

- Le comunicazioni digitali riducono le distanze ma non annullano la storia e la geografia;

- Le grandi multinazionali non sono tutte incapaci di rendersi conto del valore della diversità tra le culture;

- Ma i capi delle multinazionali lungimiranti si fanno sentire troppo poco;

- La globalizzazione non è un fenomeno inarrestabile;

- La Rete moltiplica le opportunità per gli innovatori pacifici e per il terrorismo mondiale;

- Il confronto scatenato dall'attacco alle Torri non è una guerra tra due civiltà, ma una lotta tra due sistemi di potere;

- I potenti della Terra, il popolo di Seattle, i gruppi terroristici non sono tutti dei geni.

L'immagine degli Stati Uniti come un "impero" è una metafora che ha avuto una grande fortuna, ma che ha spesso preso la mano di chi l'ha proposta e sostenuta. Si è parlato di imperialismo americano, intendendo designare le azioni violente degli Usa ai danni di popoli più deboli: e imperialismo era un termine corretto nella misura in cui designava qualcosa come un "comportamento simile a quello di un impero". Quelle azioni, ingiustificabili, erano peraltro spesso condotte nel periodo della Guerra Fredda e con questa giustificate di fronte all'opinione pubblica interna in quanto servivano a contrapporsi all'imperialismo opposto dell'Unione Sovietica.

Il colpo di stato in Cile, sostenuto senza dubbio dagli americani, non è certo stato un colpo di genio democratico, ma un massacro civile e umano perpetrato (è un caso?) in una data ormai davvero troppo piena di ricordi: l'11 settembre. Nel 1973. Non è stata certo quella l'unica mossa illegale, assurda, violenta, condotta dagli Stati Uniti.

Ma questo non basta a parlare di impero americano. Se questa metafora ci ha preso la mano, è ormai tempo di abbandonarla visto che sembra trasformare tutti gli oppositori degli Usa in tanti sostenitori di una supposta resistenza contro l'illegittima dominazione di Washington sul mondo. In realtà, verità banale, gli Stati Uniti sono una repubblica! Una repubblica egemone sul pianeta, in termini economici, culturali e politici. A sua volta egemonizzata da un ceto relativamente chiuso, nel quale a famiglie politicanti come i Gore, i Kennedy o i Bush si uniscono dinastie di imprenditori e banchieri dal potere ramificato e capillare, sempre intente a manovrare tra lobby economiche e culturali per gestire l'immutabilità del potere. Ma essendo una repubblica gli Usa non sono un impero: l'imperatore storicamente è un dio o comunque una persona legittimata dal contatto diretto con il suo dio. Era un dio il Faraone e alla sua divinità si ispirava Ottaviano Augusto. Costantino era un organizzatore del divino, mentre Carlo Magno si lasciava organizzare dal rappresentante romano del divino. Persino Napoleone ha cercato una sua legittimazione di fronte al papa. E l'ultima imperatrice planetaria, la regina d'Inghilterra, era anche il capo della sua chiesa. Ma George W. Bush, di divino ha ben poco. E certamente non se ne rammarica. Non è intoccabile. Non è altrove rispetto alle persone normali: anzi, forse ha vinto proprio perché le persone normali non lo sentivano superiore a loro. È il capo politico di un sistema a rete, con una quantità di nodi e di collegamenti che sempre meno si sostiene sulla gerarchia tradizionale. È il rappresentante di una democrazia muscolare, che conta tra i suoi nemici sistemi più democratici ma anche sistemi meno democratici del suo. La metafora dell'impero, che sembra legittimare chiunque contro l'impero conduca una sua resistenza, non corrisponde alla realtà: ma se quella metafora non corrisponde alla realtà, se gli Stati Uniti sono una repubblica e fanno parte a modo loro del processo democratico, allora c'è spazio per ripensare alle immagini che ci siamo fatti della globalizzazione e delle sue conseguenze sociali, economiche e politiche. Non si comprendono gli Stati Uniti se non si capisce che non sono un impero ma una rete. Come del resto, non si comprendono i terroristi se li si pensa come un'associazione di persone asservite a un capo pazzo e violento mentre invece a loro volta evolvono velocemente come un network.

La Rete infatti spiega il nuovo terrorismo. Non solo perché ha messo a disposizione dei gruppi violenti un grande strumento di comunicazione. Ma soprattutto per il suo effetto organizzativo: perché la struttura a Rete è strategicamente più forte e stabile della struttura gerarchica e, quando i terroristi se ne rendono conto, cominciano una mutazione che li porta a diventare molto più difficili da battere.

La propaganda di guerra sui mass media, per il suo intrinseco carattere spettacolarizzante, è costretta a indicare al pubblico alcuni nemici ben individuati e fisicamente localizzabili. È il caso, nella drammatica crisi attuale, di Osama Binladen e dell'Afghanistan.

Ma quanto contano in realtà il miliardario saudita e il paese che gli dà asilo? Sempre meno, pare di capire leggendo uno straordinario studio sul terrorismo che l'aviazione americana ha commissionato alla Rand, istituto californiano non profit specializzato in ricerche orientate a migliorare le scelte politiche dal punto di vista strategico. Dicono gli estensori, John Arquilla, David Ronfeldt e Michele Zanini: "I terroristi stanno trasformando le loro organizzazioni, passando dal modello gerarchico alla struttura a rete, il cui disegno si va facendo sempre più sofisticato nell'epoca dell'informazione. In questi gruppi, la leadership dei 'grandi capi' viene progressivamente sostituita da sistemi decisionali più piatti e decentrati. E i terroristi si stanno impegnando sempre più intensamente per costruire reti interconnesse e transnazionali di gruppi operativi". I sospetti appartenenti all'Ira irlandese che sono stati arrestati in Colombia per traffico d'armi sono solo la punta di un iceberg.

In realtà, i terroristi stanno imparando in fretta tutte le implicazioni della struttura a rete. Che non è poi tanto facile da concepire come dimostra una delle prime metafore che sono state usate per descrivere Internet: il Web, la tela del ragno, è una rete ma ha una struttura a spirale che finisce per essere gerarchica, con un suo centro e un protagonista assoluto. In realtà, l'organizzazione a rete non è gerarchica, non appartiene a nessun luogo in particolare e non dipende da nessuno dei suoi nodi; inoltre, ogni nodo ha una sua autonomia di azione, che lo rende più veloce; e infine, quanto maggiore è la quantità di collegamenti tra i nodi tanto più difendibile e pericolosa è l'attività di ciascuno di essi.

Le organizzazioni che sembrano più in difficoltà nell'adattarsi a questa situazione sono apparentemente gli stati tradizionali, che preferirebbero vedere bene in faccia il nemico e mandargli addosso una grande quantità di soldati. Ma anche le aziende molto strutturate e integrate corrono dei rischi. Se tengono in piedi delle forme gerarchiche molto spinte, tendono a muoversi troppo lentamente: molto meglio dare massima autonomia a tutti, proprio tutti, i collaboratori purché restino in collegamento e si dimostrino pienamente motivati verso il progetto comune dell'azienda. Alcune lo sanno fare. E nel corso di questo libro capiterà di incontrarle. Per immaginare come sarà la prossima fase della globalizzazione.



Connessi e contaminati



Al centro delle ambiguità sui giudizi diffusi sulla crisi attuale c'è un problema specifico di definizione dei fenomeni dovuto alla doppia natura dell'informazione: fatto culturale e dunque collegato alla diversità delle civiltà ma anche materia prima della economia della Rete e dunque oggetto di scambio e comunicazione. L'incontro di culture è sempre, contemporaneamente, connessione e contaminazione: con l'opportunità di arricchirsi e il rischio di omogeneizzarsi. Questa mancanza di chiarezza rende apparentemente impossibile la riflessione e la discussione costruttiva in materia. Con conseguenze gravissime.

Anche nei fatti quotidiani. Si è incaricato di denunciarlo, indirettamente, lo stesso Renato Ruggiero, ministro degli esteri italiano, ex direttore dell'Organizzazione mondiale per il commercio, commentando prima del G8 di Genova gli scontri violenti tra forze dell'ordine svedesi e i manifestanti dei movimenti contro la globalizzazione avvenuti nel corso del vertice europeo di Göteborg nel giugno del 2001: «Il problema è che non c'è una sufficiente linea di comunicazione tra noi e loro per far comprendere che spesso i loro obiettivi sono anche i nostri». È come se due interpretazioni del mondo si confrontassero senza riuscire a parlarsi ed ascoltarsi. Perché mancano i punti di riferimento comuni. Il che vale, a maggior ragione, per il confronto con i terroristi.

Ruggiero sembra sinceramente non capire come mai i gruppi che manifestano ogni volta che si riuniscono i potenti della Terra non vedano la portata pacifica ed economicamente positiva della tendenza all'unificazione del mondo e all'abbattimento delle frontiere tra gli stati. Se gli si fa notare che i manifestanti sono convinti che la globalizzazione va soltanto nell'interesse dei grandi poteri risponde: «Non è vero. I problemi che vogliamo discutere sono gli stessi che interessano a loro. Sono la lotta alla povertà, la lotta all'Aids... Le stesse cose che vogliono loro». Reazioni analoghe sono state raccolte tra i partecipanti al World Economic Forum di Davos dello stesso 2001: «Ma come» hanno detto in sintesi «stavamo parlando proprio di questi temi e loro vengono qui a rompere le vetrine...». È chiaro che qualcuno non capisce qualcosa.

È difficile per esempio che i potenti della Terra riuniti nel G8 possano comprendere che qualunque cosa dicano resterà sempre illegittima agli occhi dei contestatori del cosiddetto popolo di Seattle: le consultazioni del G8 sono fondate sulla logica della diplomazia, le proteste del popolo di Seattle sono basate su valori assoluti. Difficile che gli scienziati che clonano embrioni per fare esperimenti possano essere compresi dalle popolazioni che li vedono piuttosto come apprendisti stregoni. Difficile che il mercato possa essere considerato un fenomeno democratico se sembra, e per certi versi è, governato assolutisticamente da banchieri intoccabili che guadagnano sempre, anche quando i risparmiatori subiscono perdite epocali come durante la crisi della bolla internettiana.

In un fenomeno di tale ampiezza, nel quale all'esplosione delle comunicazioni corrisponde la parallela esplosione dell'incomunicabilità, le sintesi sono sempre eccessive. Ma in un capitolo introduttivo si può proporre almeno una linea ideale.

Non è nuova la globalizzazione e non è nuovo il confronto tra chi governa e chi non è d'accordo. Le età imperiali, le epoche coloniali, le rivoluzioni economiche, gli accordi internazionali, gli scambi culturali e gli incontri di civiltà hanno segnato la storia dei popoli. Quello che è nuovo, casomai, è l'intensità del fenomeno, l'accelerazione dell'innovazione, la profondità delle sue conseguenze e soprattutto il suo fondamento organizzativo: la Rete e le comunicazioni digitali interattive che fanno viaggiare e confrontare le idee alla velocità degli elettroni.

La grande finanza come il piccolo commercio, i grandi media come i sistemi di comunicazione personale, vivono sulla Rete una nuova giovinezza. La chiamano new economy: in realtà è la net economy, l'economia della Rete. Intanto, il popolo di Seattle si organizza online: grazie a Internet i suoi militanti sono perfettamente informati di ogni evento e di come raggiungere le manifestazioni, potendo scegliere se partecipare in forma non violenta o aggregarsi ai gruppi più scalmanati. Persino il subcomandante Marcos ha conosciuto il suo momento di gloria internazionale proprio grazie al Web. E come si è visto, la Rete è anche l'ossatura del nuovo terrorismo.

La Rete sembra accentuare ogni fenomeno, come se fosse un acceleratore di particelle: ma gli elettroni questa volta sono informazioni e subiscono le più inattese mutazioni passando da una cultura all'altra. Non è come la televisione: perché la Rete non appartiene a grandi centrali di broadcasting, è di chi la usa, confondendo i ruoli di autori e lettori, di produttori e pubblico.

Certo, la Rete non basta a definire nella loro interezza le qualità del nuovo processo di globalizzazione, ma altrettanto sicuramente ne qualifica alcune caratteristiche: la mancanza di un centro determinato, la potenziale equità nella distribuzione dei vantaggi, l'immaterialità dei suoi valori. E accentua all'infinito il peso della divisione culturale tra chi la usa e chi no.

Ma se la Rete è uno degli argomenti centrali della nuova globalizzazione, le conseguenze non sono da poco. Perché la dimensione del cosiddetto "virtuale", che la Rete sottolinea, rende ancor più ambigui i fenomeni. Che cosa è vero e che cosa simulato? Il labirinto si infittisce. Ci vuole un'ipotesi forte.

E l'ipotesi, più desiderabile che realistica per la verità, è che gli ecologisti e i banchieri, gli antiabortisti e i biotecnologi, i capi di stato e i capi azienda, tutte le tribù internazionali che si fronteggiano sul pianeta si rendano conto di essere in realtà parte di un unico popolo mondiale allo stato nascente: un nuovo senso di appartenenza basato sulla concretezza delle relazioni, non una comunità, non un'identità, ma un effetto possibile della connessione globale.

Ce ne sarebbe bisogno. Mentre gli osservatori e gli opinionisti si dividono, il pianeta si trasforma e si fa più urgente il bisogno di arrivare a qualche forma di consenso generale per gestire la situazione:

1. Il mondo si va riempiendo di esseri umani. Secondo i calcoli dell'Onu, le persone saranno 11 miliardi alla fine di questo secolo. I vecchi sistemi produttivi non li possono sfamare tutti. L'ambiente terrestre non può essere più sfruttato come quando gli uomini erano pochi e il loro impatto sul pianeta era limitato. Almeno per gestire l'ecologia planetaria vale la pena di porsi il problema di come creare un sistema decisionale mondiale più trasparente, efficace, legittimo e democratico dell'attuale.

2. L'economia dell'informazione è più adatta a rispondere al problema dello sviluppo sostenibile di quanto non lo fosse l'economia industriale. Internet è una grande opportunità per le aree che il precedente contesto infrastrutturale relegava tra i territori meno sviluppati. Ma la geografia e la storia restano le forze determinanti nella definizione del modo in cui si vive sulla Terra. La Rete elettronica annulla le distanze ma non le differenze tra i luoghi che collega: e nel dividere i connessi dagli esclusi, distingue anche tra i connessi le economie che la padroneggiano e la plasmano e quelle la cui cultura non è, proprio per come si è storicamente evoluta, altrettanto compatibile con le esigenze della tecnologia digitale. Intanto, le novità ad alto contenuto di ricerca, nella genetica o nella medicina basata sulle cellule staminali, sembrano aumentare ancora di più le distanze tra i popoli.

3. Mentre il valore economico si concentra sull'informazione, sull'immagine, sul contenuto culturale dei beni e dei servizi, la velocità delle comunicazioni e la soggettività delle interpretazioni assumono un ruolo sempre più decisivo: così la capacità di manipolare le convinzioni e i punti di vista collettivi diventa un immenso potere. Superiore al potere, brutale ma un po' cieco, dei mercati finanziari che si lasciano guidare da ogni opinione sulla quale si crei qualche consenso. E superiore al potere dei governi e delle autorità antitrust, ancora ben poco attrezzate per gestire la situazione.

La globalizzazione è un processo dalle radici antiche e ben lungi dall'essersi completato. Le novità del presente sono probabilmente quantitative: la crescita demografica, l'esplosione delle comunicazioni, la velocità dell'innovazione. Fenomeni dalle origini altrettanto antiche, ma che nella enorme crescita quantitativa determinano conseguenze pesantissime anche dal punto di vista qualitativo.

Il pianeta può diventare invivibile, sotto il peso di 11 miliardi di persone: troppe sono troppo povere. L'ambiente può cessare di essere ospitale, sotto il peso della crescita della produzione e dei consumi. La convivenza può diventare impossibile, sotto il peso della diffusione del fondamentalismo della religione o della finanza. La vita sulla terra ha bisogno di una governance globale: che sarà tanto più accettabile quanto più sarà fondata sul rispetto di ciò che tutti gli esseri umani hanno in comune. Compresa la diversità.

Quegli aerei che si schiantavano sui grattacieli di New York hanno indicato che la strada è ancora lunga.



Cosmopoliti in attesa del popolo mondiale



La promessa della grande connessione planetaria, messa in crisi dalla drammatica successione degli eventi degli ultimi due anni, era pure chiara: prosperità economica, nuove opportunità per i giovani e gli innovatori, tolleranza culturale, pace. Secondo uno dei pensieri forti del terzo millennio, i grandi fenomeni che possono trasformare il mondo si chiamano globalizzazione dei mercati e comunicazioni digitali. Si tratta di enormi processi che potrebbero creare un nuovo mondo, un gigantesco territorio invisibile con regole comuni, sistemi produttivi, commerciali e finanziari compatibili, concorrenziali e interdipendenti, culture interconnesse.

Ma il processo è tutt'altro che armonico. Mentre l'ecologia planetaria e l'ordine politico mondiale non trovano un equilibrio, mentre gli stati si assottigliano e perdono importanza, rendendo contemporaneamente felici gli anarchici e le "nuove aristocrazie" che governano gli organismi internazionali, le comunicazioni digitali e la finanza telematica travolgono ogni confine ridefinendo costantemente i punti di riferimento. Così si moltiplicano coloro che pensano di parlare a nome del popolo mondiale, o almeno che sono convinti di fare gli interessi dell'umanità: e si trovano insieme ai meeting mondiali come quelli del G8, da una parte e dall'altra delle barriere protette dalla polizia.

Non sappiamo, per ora, se tra le mille forme di appartenenza tradizionali e postmoderne, l'idea di un "popolo mondiale" possa davvero emergere come nuovo riferimento.

Di sicuro, c'è già un piccolo popolo cosmopolita meno determinato che in passato dalle relazioni con il vicinato fisico, razziale e linguistico, e più orientato alle relazioni con le comunità di interessi e le tribù internazionali: un popolo che vive in un'economia meno dipendente dai confini, organizzata dalla Rete, condotta dall'innovazione; un popolo che non fa della costruzione di differenze dagli altri il motivo principale della sua aggregazione; un popolo in grado di sviluppare anche un'opposizione rivoltosa al sistema della globalizzazione, ma non ancora capace di organizzarsi per governarla. Un popolo, infine, che mette in crisi le lingue e le culture di minoranza, ma che crescendo renderebbe anche meno probabili le disgrazie degli scontri razziali. Di certo, non è (ancora?) la maggioranza della popolazione mondiale: anzi, probabilmente è solo un insieme di persone che hanno qualcosa in comune.

Troveranno la strada per coltivare quell'origine unica dell'umano, che certo ha qualcosa a che fare con le fonti del sacro, rese segrete dalle differenze religiose, la cui riscoperta potrebbe essere la condizione per la nascita del popolo mondiale?



La lunga durata della globalizzazione



La globalizzazione è la crescita degli scambi e delle relazioni tra popoli diversi che progressivamente si allarga fino a connettere tutto il pianeta. Come la democrazia, non è un sistema ma un processo. Con le sue accelerazioni e le sue frenate. E lunghi periodi in cui sembra destinata a scomparire per sempre. Che sia basata sul mercato regolato o sul capitalismo selvaggio è solo una circostanza: in alcune fasi vale la prima interpretazione, in altre fasi vale la seconda.

Perché la globalizzazione è tutt'altro che un fenomeno univoco. Lo dimostra, per esempio, il fatto che da un lato favorisce la diffusione di Internet, accolta di solito come una tecnologia utile, simpatica, persino liberatoria, sia da chi è al centro del mondo sia da chi è in periferia, sia da chi approva la globalizzazione e sia da chi la contesta, sia da Bill Gates sia da Nelson Mandela; dall'altro lato, però, apre spazi infiniti ai mercati finanziari mondiali, interpretati spesso come entità di una potenza assoluta, fuori controllo, in grado di dispensare grandi ricchezze ma anche di condannare a grandi povertà. I due fenomeni sono in realtà due aspetti di un solo processo: la fine dell'epoca industriale, l'avvento dell'era dell'informazione, la definizione di un nuovo paradigma culturale di riferimento per lo sviluppo della vita sul pianeta. Mutamenti profondi. Soprattutto in apparenza: ma nella società dell'informazione le apparenze contano. E così sulla mondializzazione i giudizi si dividono.

Secondo un'interpretazione, la globalizzazione non è altro che una modernizzazione generalizzata a tutto il pianeta, che causa sofferenze per i popoli che non si adeguano e grandi possibilità di sviluppo per chi accetta le regole del gioco.

Secondo un'altra interpretazione, la globalizzazione è soltanto un nuovo sistema di dominio dei forti sui deboli, più sottile di quelli che lo hanno preceduto, ma altrettanto autoritario e unilaterale nella distribuzione dei vantaggi.

In generale, si può dire che nessuna delle due opinioni risulta pienamente convincente. E che nell'enorme insieme di novità che si stanno verificando, l'unica certezza è l'accelerazione del cambiamento e l'ambiguità dei suoi effetti.

Al comando sembrano oggi esserci più le forze dell'economia che quelle della politica e per questo molti critici del processo avvertono l'emergere di un insostenibile deficit democratico nella governance globale. Ma, come ha scritto con semplicità disarmante Joseph Nye, professore a Harvard, non è facile rispondere che si dovrebbero organizzare dei sistemi democratici planetari: se valesse il principio che ogni persona vota per un parlamento e un governo mondiale, cinesi e indiani «determinerebbero quasi tutte le decisioni» (e aggiunge Nye che questo «ironicamente non favorirebbe l'adozione delle scelte sul lavoro e l'ecologia a cui tengono molti movimenti anti-globalizzazione»). Del resto, una dimostrazione di quanto possa essere difficile immaginare una democrazia globale si è avuta al convegno sul razzismo organizzato dall'Onu a Durban, in Sudafrica nei primi giorni di settembre nel 2001: una maggioranza relativa di paesi islamici ha imposto una presa di posizione su Israele in quanto stato dai comportamenti razzisti, cui si sono opposti praticamente da soli gli Stati Uniti. Impossibile immaginare come un paese come Israele potrebbe cavarsela in un mondo governato dalla maggioranza. Ma è anche difficile immaginare un mondo che non trovi spazio per un paese e un popolo come quello di Israele.

Certo, la coscienza di appartenere al popolo mondiale non è propria della maggioranza degli abitanti umani della terra. Perché in larghissima parte le persone vivono secondo regole diverse, organizzano la loro economia secondo visioni strettamente locali, definiscono se stesse in funzione di culture e di storie vissute come entità autoreferenziali, non dipendenti, nel loro nucleo fondamentale, dalle culture e le storie degli altri popoli.

Nelle più rosee delle previsioni, gli abitanti del pianeta Internet, il "continente invisibile" del quale parla il megaconsulente Kenichi Ohmae, arriveranno a un miliardo nel 2003-2004: molti meno dei sei miliardi di persone che popolano la Terra, dunque un'élite economica e culturale, ma pur sempre un gruppo estremamente numeroso, in grado di generare conseguenze decisive per l'intera umanità. Secondo Heinrich von Pierer, capo della Siemens, non si tratta necessariamente di una forza dominante: è piuttosto una forza trainante. Una bella differenza rispetto a ogni altra fase storica di globalizzazione: l'impero britannico, per esempio, dice Pasquale Pistorio, capo della StMicroelectronics, non funzionava certo nello stesso modo, perché concentrava il potere e la ricchezza a Londra, unica capitale mondiale.

Certo, la dimensione del processo è talmente gigantesca che non se ne comprendono facilmente i caratteri. La combinazione di un fenomeno tecnologico come la digitalizzazione delle comunicazioni con un processo economico come l'interconnessione dei mercati, in un periodo di ridefinizione, se non addirittura superamento, dei blocchi politici ereditati dalle violenze del Novecento, sostituiti dalla nuova divisione dei popoli esacerbata dai terroristi, sembrano aver avviato un processo storico inarrestabile, destinato a ridefinire il pianeta e la vita che lo abita.

Le visioni tradizionali reagiscono, si difendono, sia a livello locale che su un piano internazionale. Gli stati lottano per mantenere la propria sovranità e il ceto politico che li domina combatte per conservare il proprio potere. Mentre si va formando un movimento di protesta che, nell'accettare la nuova prospettiva planetaria, reagisce alla filosofia che sembra condurla, quella del liberismo: il movimento nato all'attenzione globale nel novembre del 1999 a Seattle in occasione di una contestata riunione del Wto, l'Organizzazione mondiale per il libero commercio, si sta organizzando intorno a Internet e si sta manifestando in ogni occasione nella quale può prendere posizione contro i luoghi simbolo delle decisioni di rilevanza planetaria. Intanto, gli oppositori radicali, violenti, moltiplicano i loro sforzi per rinsaldare attorno alle loro azioni spettacolari il popolo dei diseredati accomunati da un simile sentimento religioso e nazionalistico, puntando ad esserne i leader. Il futuro che hanno in mente sembra essere quello di una Terra spezzata in mille feudi controllati da dittatori locali, banditi armati dal loro traffico di droga, gruppi ispirati da pensieri metafisici che mentre aspettano l'aldilà prendono il controllo di vasti territori dell'aldiquà.

Non tutti condividono. Anzi, non si può certo negare che la mondializzazione trovi vasti consensi a livello locale e che si stia diffondendo una cultura apparentemente in grado di imporsi sull'insieme dei paesi del mondo. Gli stati sembrano costretti ad adeguarsi alle regole del liberismo, le economie sembrano beneficiare della connessione al mercato globale e viceversa sembrano patire se non sono connesse, le culture sembrano attratte inesorabilmente dalla comunicazione digitale che consente il confronto di ogni sistema di idee con ogni altra visione del mondo. L'industria globale dell'entertainment, il gigantismo dei media, la loro capacità di generare sogni, piaceri, desideri, sembra poter dar vita a una sorta di mitologia della globalizzazione. E poiché il valore immateriale ormai supera decisamente il valore del materiale, i marchi globali crescono come i potenziali nuovi dominatori dell'immaginario. Persino Osama Binladen lo comprende e si comporta di conseguenza, usando la rete araba al Jazeera come un detonatore per la sua immagine.

Non è la prima volta che la storia subisce una tale accelerazione verso l'interscambio internazionale. Spesso sulla spinta di grandi imperi politici, altre volte sulla scorta di innovazioni economiche, nell'Ottocento in base alla crescita straordinaria del sistema politico ed economico dell'Inghilterra, il mondo ha già visto lunghi momenti di globalizzazione. Ma questa volta gli strumenti finanziari, tecnologici e culturali, appaiono enormemente più potenti, mentre la resistenza degli stati e delle culture locali sembra in netto ribasso.

Internet è probabilmente il motivo per cui questa volta la globalizzazione è diversa. Secondo Ralf Dahrendorf, politologo, membro della britannica Camera dei Lord, la Rete è alla base della definizione stessa dell'attuale globalizzazione: «L'universale e simultanea disponibilità di informazioni». Il processo ha formato un ceto globale che sulla scorta dell'unificazione dei mercati finanziari sta imparando a scavalcare le istituzioni degli stati nazionali, sta forse anche elaborando una prassi, se non una idea definita, intorno alle tematiche delle relazioni tra diverse culture, ma non sempre sembra comprendere e rispondere adeguatamente alle conseguenze sociali ed ecologiche dei fenomeni che attiva. Le questioni che lascia aperte si sintetizzano, secondo Dahrendorf, attorno a due temi: con quali strumenti regolamentare il mercato delle informazioni e come eliminare le disuguaglianze che la globalizzazione produce. Ma forse come ogni sintesi anche questa non dà conto di tutto. Proprio perché il «popolo mondiale» non sa ancora pienamente di esserlo.

Il modo in cui tutto questo verrà interpretato non è per nulla scontato. Si può immaginare un sistema politico internazionale, rappresentativo delle diverse storie locali, oppure un'anarchia mondiale, nella quale violenti, signorotti locali e reti di terroristi si fronteggiano alla pari con le polizie, talvolta corrotte talaltra eroiche, in difesa dei resti del sistema politico. Si può immaginare l'avvento di una cultura tollerante e valorizzante le diversità, oppure una omogeneizzazione delle visioni del mondo e delle vite quotidiane attorno alle soluzioni basilari proposte dal modello americano. Si può vedere un popolo mondiale democratico che sa dare spazio a tutti, oppure la formazione di un ceto dominante internazionale, una nuova aristocrazia del sapere e delle connessioni. E si può preconizzare un sistema di governo dell'economia in grado di sostenere contemporaneamente la crescita e l'ambiente, oppure un ingestibile modello di sviluppo ecologicamente distruttivo.

L'unica opzione improbabile è che il processo non abbia effetti indelebili. Ma per ogni rivoluzione c'è una controrivoluzione possibile, e per ogni persona di cultura aperta al mondo ci può essere un integralista. Dahrendorf citava in proposito, all'inzio del 2001, i talibani: ma l'argomento vale per ogni unilateralismo pregiudiziale, che genera culture pronte a rinunciare alle relazioni pacifiche con gli altri in nome di visioni del mondo particolari.

Apparentemente le forze della mondializzazione sono oggi enormemente più potenti, ma se l'integrazione dovesse passare solo attraverso i mille desideri indotti dalla penetrazione del denaro internazionale nelle società tradizionali i rischi di un'involuzione resterebbero elevati. Perché un processo come questo può risultare devastante o arricchente. Tanto devastante da far prevalere le spinte verso la rinuncia alla globalizzazione o tanto arricchente da convincere le popolazioni locali ad imparare a convivere con le altre.

Il problema è il modo in cui la grande trasformazione verrà interpretata: e questo non dipende dagli strumenti che la supportano. Non dipende da Internet o dai mercati finanziari. Non dipende dai rapporti di forze diplomatici o geopolitici. Dipende dalle persone: dalla loro comprensione dei fenomeni, dal modo in cui sapranno dominarli senza esserne dominati. Dipende da ogni singolo capo politico, da ogni intellettuale, da ogni lavoratore, da ogni madre e bambino.

Internet è uno strumento di liberazione delle scelte individuali che dà vita a nuove comunità, ma proprio per questo è un meccanismo di responsabilizzazione generale. L'accelerazione delle innovazioni che ha determinato può aver dato alla tecnologia un ruolo apparentemente chiave, trasformandola in un supposto motore del cambiamento: non lo è, non può esserlo. Ma l'equivoco può aver reso più difficile la presa di coscienza decisiva: la nascita del popolo mondiale o almeno di un sistema di interessi comune a tutta l'umanità.

Starebbe al popolo mondiale, se sapesse esistere, il compito di scegliere il proprio destino. Il mondo trasformato si può salvare con un rilancio verso un uso intelligente della tecnologia, della scienza, dell'innovazione, della stessa globalizzazione. L'intelligenza non è nel processo ma nelle persone che lo guidano e vivono. Chi si affidi al puro liberismo, così come chi speri nella semplice conservazione o nella protesta violenta, sbaglia. C'è molto di più sotto il cielo.



L'immagine della globalizzazione nel terzo millennio.



«Sentire che un cambiamento è inevitabile, senza che i suoi contorni siano ancora chiaramente visibili disturba il pensiero più di quanto si sia generalmente disposti ad ammettere». Parola di Anindita Niyogi Balslev, filosofa indiana che insegna all'università di Copenhagen. Come negarlo? Questa frase sembra scritta, e lo è in fondo, per descrivere la reazione delle culture al processo di globalizzazione accelerata. Il fatto che non si tratti di un fenomeno del tutto nuovo e che non sia partito all'improvviso negli anni Novanta, non sembra ridurne la capacità di generare reazioni emotive. Perché i suoi caratteri fondamentali, all'inizio del terzo millennio, sono comunque abbastanza originali da renderne i contorni poco visibili.

Quello che appare, peraltro, è ben chiaro e spesso ripetuto. Con la fine della Guerra Fredda e la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, è finita una fase storica nella quale il mondo è stato diviso in due parti contrapposte, che tra loro non potevano sviluppare liberamente scambi culturali ed economici in quantità e qualità significative. Questo cambiamento, si dice, ha condotto allo sviluppo di un mercato internazionale dominato dalla finanza in tempo reale, dalle comunicazioni digitali globali, da un sistema di governo sovranazionale basato su centri di potere e di influenza mondiali, come il G8, l'Onu, il Wto, la Banca Mondiale, il Fondo monetario internazionale, l'Ocse, il World Economic Forum di Davos.

L'organizzazione economica ne risulta influenzata in ogni angolo della Terra. E la net economy appare come una estensione dei meccanismi della finanza telematica globale a ogni altro settore economico e a ogni dimensione aziendale, a partire da quelle la cui materia prima è l'informazione. L'entertainment, l'attività bancaria, il turismo, l'industria del software, allargano la definizione del loro mercato fino a conquistare sempre nuovi territori ad elevato valore aggiunto mentre la produzione di beni fisici tende a spostarsi nelle periferie dell'economia mondiale, dove il valore aggiunto viene garantito non dall'innovazione qualitativa ma dalla riduzione dei costi.

Sulla spinta di questi fenomeni, i consumi dei popoli più diversi tendono ad assomigliarsi, le culture locali tendono ad assorbire elementi estranei provenienti da altre civiltà, le forme di solidarietà tradizionale vengono messe in discussione, il rapporto tra nazioni e stati si fa più problematico mentre in ogni caso gli stati perdono potere. La maggior parte dei punti di riferimento tradizionali vengono messi in discussione per gli inclusi nella grande élite connessa al network globale, ma anche per coloro che ne sono esclusi. La globalizzazione diventa il contesto dell'attività dei cittadini occidentali con macchina, computer e carta di credito: ma, come sottolinea lo storico francese Maurice Aymard, la stessa globalizzazione diventa il contesto anche dei contadini indiani che producono un riso il cui valore è stabilito in ultima istanza nella borsa di Chicago. La differenza è che la persona occidentale dotata delle sue connessioni può essere attiva e contribuire alle scelte generali, mentre il contadino non connesso subisce gli effetti del processo senza potere in alcun modo influire sulla sua direzione.

I terroristi sembrano voler dimostrare che può essere vero anche il contrario: la globalizzazione per i terroristi diventa il terreno fertile dell'espansione del loro network, moltiplica le forze dei loro adepti, mentre trasforma gli occidentali che lavorano negli uffici delle Torri Gemelle in piccole rotelle di un meccanismo più grande di loro.

Ma il colpo di New York ha interrotto il filo della globalizzazione nella sua forma tipica degli anni Novanta. Se qualcuno pensava alla mondializzazione del pensiero unico liberista, dissacrante, ebbene quella si è interrotta. Era inadeguata allora: sembra inaccettabile oggi, per chi voglia vedere nella crisi l'occasione di costruire una mondializzazione consensuale. Non basta più un processo che si limiti ad abbattere i meccanismi tradizionali di redistribuzione o di armonizzazione sociale, mentre le centrali del potere nella globalizzazione altro non chiedono agli stati che di mantenere la "stabilità", parola chiave della politica internazionale quanto "liberalizzazione", "deregolamentazione", "privatizzazione", lo sono nella politica economica internazionale. I mercati finanziari privilegiano i paesi e i mercati che si adeguano al sistema liberistico pur mantenendo la stabilità, vi investono massicciamente determinando il successo economico di quei paesi e dimostrando in modo tautologico la veridicità delle loro ricette economiche. Ma questa tautologia ha le ore contate.

Come conseguenza della pressione internazionale, ma anche per crisi interna, gli stati si restringono. Persino gli stati che maggiormente hanno pesato sulle economie locali, cioè quelli europei, si stanno asciugando. Secondo l'Ocse, in tutti i paesi del Vecchio Continente salvo la Francia, la quota di Prodotto Interno Lordo assorbita dallo stato è scesa costantemente tra il 1990 e il 2000: ora lo stato svedese assorbe il 54 per cento del Pil, mentre in Francia si prende il 51 per cento, in Italia il 47 per cento, in Germania il 43 per cento e in Gran Bretagna il 38 per cento. L'Irlanda, il campione europeo di attrazione degli investimenti stranieri, ne ha tratto un'esplosiva spinta alla crescita: ebbene l'Irlanda ha ridotto il peso del settore pubblico sull'economia dal 52 per cento del 1986 al 26 per cento del 2000 ed è stata premiata dagli investitori stranieri.

Tutto questo ha fatto spendere nel decennio scorso centinaia di parole sul necessario dimagrimento degli stati e la riduzione del loro ruolo sociale ed economico: solo per contraddire il tutto con l'odierno dibattito nel quale per fronteggiare la crisi si rispolvera John Maynard Keynes e si chiede maggiore interventismo statale con più spesa e meno tasse, senza che Bush appaia minimamente turbato dall'incongruenza tra i suoi fatti e i suoi programmi. Ma i parametri che stanno saltando non sono soltanto quelli della politica nazionale. Le solidarietà tradizionali messe in discussione sono le più profonde: dalla famiglia al vicinato, i punti di riferimento sono chiaramente diversi. Ci si lamenta che la virtualità di alcuni servizi di socializzazione che si trovano su Internet prendano il posto delle relazioni di amicizia più fisiche e concrete: ma chi ha tempo da dedicare a quelle forme di incontro con gli altri, certo non dimostra di vedere alternative più concrete. Del resto, non mancano purtroppo le tragedie del dissesto sociale che giungono alla coscienza dei media occidentali di tanto in tanto provenienti da società tradizionali, ciascuna a suo modo stravolta dall'impatto con la globalizzazione: dal Congo ad Haiti, dall'Afganistan all'Indonesia, dalle Filippine alla Bolivia.

E di fronte a questi cambiamenti, segnala la filosofa indiana Balsev, la mente ha paura. Anche perché a governare il tutto c'è qualcosa che non si controlla, sul quale non c'è influenza: il governo del mondo non è certo molto democratico, come i mercati finanziari non sono certo molto orientati a modificare il proprio stile in ragione delle sofferenze dei popoli ai quali negano i capitali. La mente ha paura anche perché vacilla di fronte alle ambiguità di ogni conclusione cui sembra giungere.

Esempi? Il popolo della Rete sembra efficace nell'imporre regole di comportamento e nel sostenere un'etica degli affari: movimenti nati spontaneamente in Rete hanno reso la vita difficile alle aziende occidentali che producevano nel Terzo mondo usando bambini come manodopera. Ma l'ambiguità è un'idra che risorge continuamente: i boatos che si propagano in Rete possono essere anche del tutto falsi, come pare siano stati quelli che hanno imposto all'Audi di ritirare alcuni modelli di automobile dal mercato perché accusati di avere dei difetti pericolosi. L'accusa era falsa, il ritiro reale, il danno enorme.

L'informazione sembra diventata un labirinto inestricabile: che cosa è vero e che cosa no? Quali sono i fatti e quali la scelta dei fatti, l'interpretazione dei fatti, la fonte dei fatti, il mezzo di trasmissione delle informazioni sui quei fatti, la proprietà di quel mezzo di trasmissione... e quando i temi sono difficili si perdono nel fragore generale. Le verità del liberismo sono tautologiche, le catastrofi ecologiche sono invece realtà. Eppure le prime conquistano spazi culturali sempre più ampi, mentre le seconde avanzano lentamente nelle coscienze. Internet può alimentare l'informazione in materia. Ma anche l'eccesso di informazione.

Del resto, la globalizzazione è un'opportunità, non una certezza di sviluppo. E certamente non lo è per tutti. Internet abbassa i costi necessari per cogliere l'opportunità. Ma bisogna essere connessi a Internet, saperla usare, avere la mentalità giusta per farne uno strumento importante. Tutte qualità di solito più presenti dove c'è più sviluppo: si rischia che le opportunità di sviluppo per tutti si traducano alla fine in nuove opportunità di aumento della distanza tra sviluppati e non sviluppati. Ambiguità delle ambiguità... La libertà di accesso all'informazione diventa anche information overload: una quantità di notizie tanto gigantesca da divenire incomprensibile. La crisi delle identità tradizionali e l'omogeneizzazione culturale, l'influenza dominante degli americani e la morte delle lingue di minoranza, diventano l'altra faccia di altrettante medaglie appuntate al petto dello sviluppo economico. Certo, Internet è un niche medium, che favorisce le minoranze contro la massa. Ma resterà tale? Per rispondere a queste domande solo la ricerca sul campo può aiutare. Ma è una terribile ricerca. In un labirinto di segnali, occorre saper riconoscere i fatti. Questo libro non pretende di esserci riuscito: cerca solo di riportare il pensiero di alcuni protagonisti. Con una ipotesi: l'unico modo per risolvere i guai innescati dal processo in corso non è quello di arrestarlo, ma di scoprire e rilanciare l'uso intelligente degli strumenti che sembrano aver preso la mano della storia. L'armonia, lo sviluppo potrebbero ancora vincere, ma le opportunità non generano nulla da sole: vanno colte.

Carlo Borgomeo, una vita dedicata a diffondere opportunità nelle aree deboli e povere del Meridione d'Italia, è un testimone eccellente di queste verità. Non si risolvono i problemi solo redistribuendo le risorse. Si deve lavorare per indurre le società a scoprire la forza che hanno dentro, in modo che facciano proprie quelle risorse e ne moltiplichino i frutti. Ma non si può lasciare ai meccanismi del mercato il compito di trovare ogni soluzione. Le disparità nella condizione umana non sono mai senza conseguenze. L'armonia della convivenza non può esistere senza una tensione verso una maggiore equità. "I fatti di questi giorni" dice "non fanno che ricordarmi la frase di Paolo VI, del 1978: lo sviluppo è il nuovo nome della pace".



 LINK - FALSA PARTENZA



- «Era l'11 settembre. Dirottati dalla loro missione ordinaria da piloti decisi a tutto, gli aerei si dirigono verso il cuore della grande città, risoluti ad abbattere i simboli di un sistema politico detestato. In breve: le esplosioni, le facciate che volano in pezzi, il fracasso, i sopravvissuti che fuggono coperti di detriti. E i media che diffondono la tragedia in diretta... New York, 2001? No, Santiago del Cile, 11 settembre 1973». Ignacio Ramonet, Le Monde diplomatique, ottobre 2001.

- Karl Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi 1974: «La civiltà del diciannovesimo secolo è crollata. La civiltà del diciannovesimo secolo poggiava su quattro istituzioni. La prima era il sistema dell'equilibrio del potere che per un secolo impedì che tra le grandi potenze scoppiassero guerre lunghe e devastatrici. La seconda era la base aurea internazionale che simboleggiava un'organizzazione unica dell'economia mondiale. la terza era il mercato autoregolantesi che produceva un benessere economico senza precedenti. La quarta era lo stato liberale. La nostra tesi è che l'idea di un mercato autoregolato implicasse una grossa utopia. Un'istituzione del genere non poteva esistere per un qualunque periodo di tempo senza annullare la sostanza umana e naturale della società; essa avrebbe distrutto l'uomo fisicamente e avrebbe trasformato il suo ambiente in un deserto. Era inevitabile che la società prendesse delle misure per difendersi, ma qualunque misura avesse preso, essa ostacolava l'autoregolazione del mercato, disorganizzata la vita industriale e metteva così in pericolo la società in un altro modo. Fu questo dilemma a spingere lo sviluppo del sistema di mercato in un solco preciso ed infine a far clollare l'organizzazione sociale che si basava su di esso».

- Joseph S. Nye, Jr., Globalization's Democratic Deficit, in Foreign Affairs, luglio-agosto 2001.

- Chistopher Brooks, Les statistiques économiques en question, in A la recherche du réel, mai 2001. I dati citati si riferiscono al periodo 1973-1995.

- Ian Lesser, Bruce Hoffman, John Arquilla, David Ronfeldt, Michele Zanini, Countering the new terrorism, Rand 1999.

- Kenichi Ohmae, Il continente invisibile. Oltre la fine degli stati nazione: Quattro imperativi strategici nell'era della Rete e della globalizzazione, Fazi 2001.

- Naomi Klein, NoLogo. Economia globale e nuova contestazione, Baldini & Castoldi 2001.

- È difficile parlare di Israele. Ma è un dovere ricordarne il senso e la necessità: Israele è nato, come molti altri stati, da una violenza e da un'ideologia nazionalista; il popolo originario dei kibbutz è stato un esempio per tutti; ha portato avanti per qualche decennio il processo democratico; ha in seguito subìto un'involuzione drammatica, parallela all'involuzione delle sue difese contro chi lo voleva annientare; ha subìto il suo dramma indelebile con l'assassinio di Izaac Rabin; ha continuato a proporre al mondo innovazioni economiche e tecnologiche di prima importanza, tanto che avrebbe potuto essere un punto di riferimento per lo sviluppo di tutta la regione; non è riuscito ad esserlo: ma resta l'unico testimone nel Medio Oriente della libertà di espressione e il più concreto sostenitore del libero dibattito. Oggi è in prima fila nella lotta contro il terrorismo. È il laboratorio del degrado sociale che l'occidente potrebbe vivere se non trovasse la strada di migliorare la sua capacità di comprendere le culture diverse. Ed è dunque anche il laboratorio del nuovo dialogo tra i popoli che potrebbero fermare la violenza. Ma una maggioranza, relativa, della popolazione mondiale se potesse ne voterebbe l'eliminazione: non per questo la scomparsa di Israele sarebbe un bene per l'umanità.

- Anindita N. Balslev e Richard Rorty, Noi e loro. Dialogo sulla diversità culturale, il Saggiatore 2001.

- Prepararsi alla globalizzazione è anche prepararsi a non capire. «Questo libro non parla di fatti reali o di storie inventate, ma di qualcosa d'ancor più inconsueto, al cui paragone ciò che consideriamo realtà altro non è che finzione. Il libro non è quello che sembra, allo stesso modo in cui non lo sono le cose che ci circondano. Dalla sua lettura comprenderete che parla d'inganni: l'inganno del mondo in cui viviamo o l'inganno che esso nasconde». Peter Kingsley, Nei luoghi oscuri della saggezza, 2001. Del resto, lo stesso Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve americana, un uomo sulle cui spalle pesa il compito di gestire le leve più importanti della politica economica americana di breve periodo, ha ammesso che su questa storia del mercato globale «non si capisce quasi nulla» (cfr. Il sole 24 ore, sabato 1 settembre 2001).





Click here to visit the Radio UserLand website. © Copyright 2008 Luca De Biase.
Last update: 13-01-2008; 19:19:38.
This theme is based on the SoundWaves (blue) Manila theme.