Luca De Biase
An Italian journalist writes about what's happening in his funny country:
a laboratory for the study of broken democracy and creative capitalism.
Plus news about media and cultures.



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Eureka e Crossroads su Nòva24 in ottobre, novembre e primi di dicembre

EUREKA La privatizzazione del sistema solare e dintorni 01-12-2005 Luca De Biase Le quotazioni della proprietà "terriera" sulla Luna sono alle stelle: in cinque anni sono aumentate del 100%. Lo dimostrano, per così dire, i prezzi proposti sul sito britannico MoonEstates.com: acquistare la proprietà di un acro di Luna costava 10 sterline nel 2000, mentre oggi ci vogliono 20 sterline, iva compresa. Non molti vanno a sottilizzare sul valore legale del certificato di proprietà del suolo lunare che si acquista in questo modo: in realtà, è un oggetto che si può regalare e, a Natale, non manca chi pensa a questa soluzione per fare bella figura con gli amici. Intanto, come ha riferito qualche giorno fa John Vinocur, sul New York Times, una radio locale, negli Stati Uniti, trasmette la pubblicità di un altro singolare regalo: per una cinquantina di dollari si può acquistare il diritto di dare il proprio nome a un asteroide in orbita nel sistema solare. Queste soluzioni al "problema dei problemi" nella stagione dei regali - almeno nei paesi dove i consumatori sono tanto ben pasciuti da non trovare modo migliore per assolvere ai loro obblighi stagionali verso i conoscenti - nascondono una bizzarra ironia. Ricordano il Totò che, in un vecchio film vendeva la Fontana di Trevi agli americani. Si rideva perché si pensava che fosse un'assurdità. E lo era perché le leggi vigenti erano nette: il monumento era un bene comune italiano e non era in vendita. Se le leggi fossero state poco chiare, se ci fosse stato un dibattito sulla privatizzazione dei beni culturali, se ci fosse stato un disegno di legge in tal senso, la storia non avrebbe fatto ridere. Ebbene: per quanto riguarda le proprietà lunari le leggi non sono affatto chiare. I giornali inglesi, come il "Guardian" e il "Financial Times", hanno sorriso delle proposte di MoonEstates. Ma se da decenni vige un trattato internazionale che proibisce agli stati aderenti di appropriarsi dei territori extraterrestri, lo stesso accordo non impedisce che se ne approprino i privati. Un trattato successivamente proposto in sede Onu doveva sanare il problema, ma da vent'anni giace dimenticato e non firmato dai grandi paesi, come Stati Uniti e Cina. Eppure le risorse esistenti sulla Luna, Marte, o Venere potrebbero essere considerati beni comuni per l'umanità. Occuparsi di questi problemi non significa avere la testa fra le nuvole. Anzi. La sensibilità per i beni comuni va coltivata, particolarmente in un periodo in cui si privatizza persino la cultura. I pensieri creativi sono sempre più vincolati dalle lobby dei sostenitori più duri del copyright, proprio come i beni comuni dei villaggi inglesi durante la rivoluzione agricola venivano recintati per le produzioni intensive: secondo Lawrence Lessig, fondatore del movimento Creative Commons - che favorisce la libera utilizzazione dei beni comuni creativi - se all'inizio del secolo le regole fossero state quelle di oggi, la Disney non avrebbe potuto creare i suoi film di animazione ispirati alle favole del passato. I Creative Commons si sono riuniti a Torino giorni fa: la loro attività merita attenzione. La privatizzazione è una politica positiva se non è fondamentalista. Perché tra i beni comuni e il bene comune c'è una distanza: ma meno grande di quella che separa la Terra dalla Luna

EUREKA DI LUCA DE BIASE Allarme: si moltiplicano quelli che gridano «al lupo» 17-11-2005 Luca De Biase

I farmacisti italiani, presieduti da Giacomo Leopardi, vendono le loro brave dosi di vaccino contro l'influenza, quest'anno in quantità superiori al solito, e secondo un sondaggio della Swg l'11% degli acquirenti ritiene di ottenerne una protezione anche contro l'aviaria. Intanto, Guglielmo Marconi, l'avvocato dell'Avitalia, l'Associazione degli allevatori avicunicoli, ha presentato un esposto-querela contro ignoti alla procura della Repubblica di Teramo per procurato allarme, citando una campagna mediatica che starebbe, secondo l'accusa, «mettendo in ginocchio il settore avicolo italiano». Ci sono, in proposito, dati sconcertanti: 60% di calo nelle vendite di carni bianche e uova in Italia. Allarme scaccia allarme. L'informazione scientifica sta sviluppando una nuova formula narrativa: dopo la notizia e l'approfondimento, c'è l'allarme. Lo si lancia per far passare una notizia e per spingere all'azione chi di dovere. Poco importa se la notizia ne esce distorta. È chiaro che il rapporto tra il vaccino oggi in vendita e l'aviaria è totalmente casuale. Ed è anche chiaro che la produzione nazionale di pollo non c'entra con l'epidemia. Ma i fatti - si pensa - sono meno importanti delle conseguenze dei messaggi. Si può lanciare l'allarme anche a fin di bene: per migliorare la reddititivà della produzione di farmaci e alimentarne la fabbricazione, oppure per valorizzare gli investimenti in ricerca e ottenere più finanziamenti. O ancora per segnalare la necessità di proteggere un settore in crisi. Ma non c'è allarme senza esagerazione e non c'è esagerazione senza conseguenze. Il problema è che di fronte all'allarme non è possibile verificare la qualità delle notizie. Il conformismo strutturale dei giornali, che non possono permettersi di passare sotto silenzio notizie pubblicate dagli altri giornali, è un meccanismo perfetto per la diffusione degli allarmi. È un bene o un male? È chiaro per esempio che il problema dell'«anno 2000» è stato un allarme: nel software dei computer che governavano banche e aerei, pubbliche amministrazioni e satelliti, c'era un errore che si temeva avrebbe potuto provocare enormi disastri. Nessuna di quelle sciagure si è verificata. Ma non sappiamo se non è successo nulla perché l'allarme è stato efficace o perché tutta la faccenda era una bufala. Di sicuro c'è stato solo un fatto: le vendite di servizi informatici per correggere il "baco" sono state molto sostenute negli anni precedenti l'avvento del nuovo millennio. Così sono stati modernizzati i programmi di molte aziende, banche e pubbliche amministrazioni. Ma non sapremo mai se l'allarme era fondato. Il problema è che la tecnica dell'allarme è copiabile. E si può applicare a molti settori. Tanto che si diffonde. Fino a generare un sistema competitivo degli allarmi: un terreno sul quale si apre una nuova forma di concorrenza come quella che vediamo in questi giorni tra gli allevatori di pollame e l'industria dei vaccini. La verifica, vecchio arnese del giornalismo, a questo punto, dovrebbe tornare di moda.

EUREKA Se affidiamo la scienza agli azzeccagarbugli 27-10-2005 Luca De Biase

In un tribunale di Dover, Pennsylvania, si sta seriamente dibattendo sulla legittimità di stabilire che l'astrologia è una scienza a tutti gli effetti. «Dipende dalla definizione che si accetta del concetto di "scienza"», sostiene in quel processo Michael Behe, biochimico all'università Lehigh di Bethlehem, difensore della pratica di insegnare a scuola il creazionismo e il "disegno intelligente" accanto al darwinismo. «In tutti i casi si tratta solo di ipotesi che mettono insieme i fatti in un modo logicamente corretto. Quindi anche l'astrologia è scienza». Scienza? L'astrologia? Se lo scoprono in Italia, ci possiamo aspettare che Horus, Branko e le altre stelle dell'oroscopo quotidiano si mettano a protestare contro la scarsità di investimenti previsti dalla Finanziaria a favore della ricerca astrologica. Già. Se un tribunale può stabilire un'idea del genere e farla diventare verità ufficiale, tutto diventa possibile: dal Nobel per la Fisica a Babbo Natale, per la scoperta delle renne volanti, alla copertina di «Science» dedicata agli extraterrestri che hanno fondato le civiltà dell'antico Egitto e dell'America precolombiana. Insomma: per rispondere alle domande su che cosa sia la scienza o l'innovazione, un tempo si chiamava in causa la ricerca epistemologica di Karl Popper, Thomas Kuhn o Paul Feyerabend. Oppure si leggevano i testi visionari di Joseph Shumpeter. Oggi è meglio chiedere lumi a un buon avvocato. L'economia della proprietà intellettuale sta diventando il territorio di caccia preferito per gli uffici legali delle grandi aziende, dei centri di ricerca universitari e persino per le aziende che una volta l'innovazione la facevano, senza curarsi di consultare prima il Codice civile. La Microsoft ha conquistato il mondo con i suoi software senza stare tanto a controllare di chi fossero i brevetti: ha pagato qualche danno e ha tirato diritto. Oggi il contesto è cambiato: nel 1990 la Microsoft ha ottenuto solo cinque brevetti, nel 2005 ne ha registrati 3mila; ma questo non significa che oggi sia più innovativa di dieci anni fa. È che si prepara a difendersi dalle cause che le verranno intentate in futuro per aver infranto diritti di proprietà intellettuale altrui, opponendo in tribunale il fatto che anche la sua proprietà intellettuale è stata infranta dall'accusatore. Così fan tutti: come riporta un'inchiesta dell'Economist, le aziende stanno costruendo un arsenale di brevetti per avere gli argomenti di dissuasione necessari a non essere attaccate in tribunale dai concorrenti. Il che non impedisce al numero di cause che coinvolgono l'innovazione e la ricerca di crescere a vista d'occhio: erano circa mille all'anno negli Stati Uniti dell'ultimo decennio del secolo scorso, oggi sono oltre 3mila. E crescono. Il diritto è importante. Ma siamo sicuri che sia il pensiero giusto per comprendere che cosa sia la scienza e l'innovazione? Le idee giuridiche sono spesso discutibili. Come quella apparsa all'orizzonte nel 2000, quando l'ufficio legale della compassata Bt, l'ex British Telecom, rivendicò la proprietà intellettuale dell'"iperlink", il mattone fondamentale di Internet, quel sistema per cui si passa con un click da un documento all'altro. Pensava di aver trovato la miniera d'oro. Si ritrovò con un sacco di carbone. Ma fece scuola.

CROSSROADS SULLA STRADA DEI NUOVI MEDIA Luca De Biase 01-12-2005

CONVERGENTI SIAMO NOI: IL PUBBLICO La convergenza siamo noi. Siamo noi, il pubblico, a essere un sistema di comunicazione integrato. E analogico. Siamo noi che attraversiamo i diversi media, ricevendo e rilanciando i messaggi senza cambiare tecnologia. La convergenza digitale, invece, quella prevista fin dalla metà degli anni Ottanta da Nicholas Negroponte, che su quell'intuizione ha costruito il MediaLab al Mit, stenta a realizzarsi. I media tradizionali difendono la propria diversità: organizzati in filiere verticali, dalla produzione alla distribuzione, cercano di controllare il modello di business per non perdere valore aggiunto e identità. Ma i media digitali inducono una riorganizzazione del sistema in specializzazioni orizzontali, per contenuti, piattaforme di distribuzione e strumenti di accesso. Nel mondo digitale la competizione che conta avviene a livello orizzontale: internet a banda larga contro televisione digitale terrestre, per esempio, per quanto riguarda le piattaforme; il Grande Fratello contro l'Isola dei Famosi, per i contenuti; il pc contro il cellulare per gli strumenti di accesso. Nei media tradizionali un protagonista tenta invece di controllare tutto. Un giornale, per esempio, organizza i redattori, gestisce il display, cioè la carta, e indirizza la distribuzione. Il modello dell'integrazione verticale ha spinto gli osservatori, gli editori e i pubblicitari, a considerare il pubblico come un insieme di "pubblici" separati: Auditel, Audiradio, Audipress, insomma i vari sistemi di rilevazione dei media tradizionali hanno fatto a fette il pubblico, considerando le persone solo nei momenti in cui fruiscono di un particolare medium. Ma il pubblico siamo noi, persone intere, immerse nel nostro tempo analogico: e sappiamo che nessuno ci fa a fette. Siamo sempre noi quando vediamo la tv, quando guidiamo con la radio accesa, quando navighiamo in internet... Il pubblico è strutturalmente crossmediale: eppure i media sono pensati e valutati in base a dati che non ne tengono conto. Ma i media stanno evolvendo. La convergenza che non si è realizzata è pur sempre più vicina. E questo potrebbe favorire la nascita di un sistema di rilevazione adatto a conoscere i comportamenti crossmediali. L'unità di studio, per avvicinarsi a questo obiettivo, potrebbe essere il tempo di esposizione ai media nell'insieme. In questo modo, alla crossmedialità strutturale del pubblico corrisponderebbe una statistica adeguata. Così, chi lancia i messaggi, anche pubblicitari, sarebbe in grado di definire meglio la strategia comunicativa: alcune rilevazioni pionieristiche, per esempio, segnalano che il 10% del tempo di esposizione ai media degli europei è dedicato al computer, ma meno del 4% dei budget pubblicitari è concentrato su internet. L'incongruenza si può spiegare solo considerando molte variabili, ma deriva anche dalla mancanza di una visione integrale del comportamento del pubblico.

CROSSROADS SULLA STRADA DEI NUOVI MEDIA Luca De Biase 24-11-2005 LA RAI PUÒ SALVARE LA TV VIA INTERNET La tv britannica Bbc trasmette anche via Internet distribuendo i suoi contenuti sul Linx, la struttura che a Londra fa da punto di interscambio tra le reti di tutti i provider inglesi. Ha compreso che per svolgere il servizio pubblico non deve privilegiare nessuna compagnia di telecomunicazioni. Perché la Rai non fa lo stesso? La Rai immette in Rete i suoi contenuti attraverso Telecom Italia, Fastweb e Wind: una soluzione che limita l'equità dell'accesso al servizio pubblico via Internet perché i cittadini che usano reti diverse dalle tre citate hanno più probabilità degli altri di trovare la rete congestionata. Forse in Rai c'è già qualcuno che ci sta pensando. E se non c'è, ci dovrebbe essere. Perché la tv è di fronte a una svolta storica. È diventata un sistema di contenuti cui si accede attraverso molte piattaforme: l'etere, il satellite, i cellulari. E Internet. Star Wreck, parodia di Star Trek, diventa un successo globale appena è immessa in Rete. La Apple vende telefilm su iTunes, il negozio di contenuti digitali online. Le microemittenti, come Arcoiris.tv, si moltiplicano. C'è da scegliere una strada: si va verso un sistema che ripercorre i modelli precedenti, limitandosi ad accrescere il numero di canali, o si esplora una strada nuova sfruttando appieno l'opportunità offerta dalla Rete? La risposta non è scontata perché la piattaforma della tv via Internet resta da definire. L'interoperabilità, che fa della Rete un territorio neutrale sul quale tutti competono ad armi pari, rischia di scomparire. Molte compagnie telefoniche offriranno la tv via Internet installando nelle case degli abbonati un set top box connesso alla Rete con un potente Adsl, per diffondere i progammi sul televisore di casa senza passare dal pc. Questa architettura può essere costruita in modo da permettere la ricezione dei soli programmi previsti dall'operatore che fornisce il servizio e può prevedere un privilegio per gli abbonati in termini di modalità di pagamento e velocità di ricezione. Non stiamo parlando di ipotesi: questo è il modello normale della tv in abbonamento, proposto in Italia da Sky via satellite e da Fastweb via cavo. Non ci sarebbe da meravigliarsi se altri privati scegliessero la stessa soluzione. Però sarebbe un peccato. La trasformazione di Internet da rete aperta a chiusa costringerebbe l'utente - che voglia restare tanto libero quanto oggi è sul Web - ad abbonarsi a tanti fornitori quanti sono i contenuti cui vuole accedere. Il successo della piattaforma internettiana dipende dalla sua capacità di mantenersi aperta e creativa. Il servizio pubblico della Rai potrebbe - e forse dovrebbe - guidare il sistema verso la massima libertà e partecipazione degli utenti.

CROSSROADS SULLA STRADA DEI NUOVI MEDIA Luca De Biase 17-11-2005 MA LE BANCHE ASPETTANO I GOOGOLLARI Rivoluzione annunciata. Grande trasformazione. Disintermediazione. Le conseguenze economiche di Internet sono gigantesche. E già in alcuni settori sono verificate: la musica, i viaggi, la pubblicità. Ma che succede alle banche? Quanto tempo passerà prima che le star della rete si inventino gli eurobay e i googollari? È pur vero che le banche sono tra i maggiori acquirenti di informatica: il 20% del mercato dipende da loro. Ma sembrano investire soprattutto quando sono costrette: per l'arrivo dell'euro o per le regole di Basilea 2. E ne ottengono più vantaggi in termini di riduzione dei costi di lungo termine che di aumento dei ricavi a breve: lo dimostra una ricerca di Elena Beccalli, economista che insegna all'università di Macerata e alla London School of Economics. Dai dati raccolti da Beccalli si desume che l'informatica nelle banche è pensata più per automatizzare le procedure standardizzate che per offrire nuovi servizi. Le innovazioni in questo settore non sono mancate, ma si sono concentrate su alcuni segmenti: il trading online, i bonifici via Web, le informazioni alla clientela. A sfruttare le nuove opportunità sono state soprattutto le "start up", da E*Trade a Rasbank, mentre nelle banche tradizionali le novità sono state interpretate in maniera prevalentemente difensivistica. Anche perché è mancata una riflessione sulla sostanza del business degli istituti di credito. «Il denaro è una forma di informazione» dice Bill Gates, co-fondatore della Microsoft. Ma che tipo di informazione? Il denaro dà notizie sulle ragioni di scambio tra i beni, è una riserva di valore, è una sintesi di aspettative future. E molto altro. Ma se il business delle banche ha un cuore, il suo nome non è denaro, ma "fiducia". Estremizzando, quasi tutto il resto si potrebbe dare in outsourcing: la gestione delle procedure, il management delle filiali, la valutazione degli investimenti e così via. I vantaggi di costo potrebbero essere significativi. Ma la fiducia non si può cedere a terzi. La fiducia nelle banche è stata costruita attraverso la lunga evoluzione, aziendale e legale. L'innovatività, storicamente, è servita meno della prudenza. Ma non sarà sempre così: i clienti delle banche sono ormai utenti di Internet e stanno imparando a fidarsi della nuova piattaforma. Questo aumenterà la concorrenzialità del mercato e spingerà le banche a introdurre novità di prodotto e di servizio significative, per evitare il rischio di lasciare l'iniziativa ai protagonisti di Internet. In questo contesto, le soluzioni innovative per la sicurezza diventeranno argomenti di marketing. E la fiducia potrà diventare un prodotto di per sé, da vendere a fornitori di altri servizi che la richiedono. In questo senso le banche potrebbero rispondere preventivamente ai googollari, fornendo alla stessa Google un servizio - per esempio - di sicurezza per la privacy dei dati dei clienti: perché depositare solo denaro, quando si può usare la banca per depositare informazioni sensibili? Ma per arrivare tanto lontano occorrerà partire dalla base: promettendo per esempio la massima sicurezza per i conti online, le banche sarebbero coerenti garantendo che il rimborso in caso di furto.

CROSSROADS SULLA STRADA DEI NUOVI MEDIA Luca De Biase 03-11-2005 BESTSELLER DI NICCHIA PER LA RETE Ogni epoca dell'innovazione sembra avere la sua legge. Il tempo dei pc è stato ritmato dalla Legge di Moore, che descrive la crescita esponenziale della potenza dei computer. L'era di Internet è stata segnata dalla Legge di Metcalfe, secondo la quale le piattaforme di rete hanno un valore geometricamente crescente con il numero degli utenti. L'epoca dei nuovi media digitali sembra distinta da una regola empirica, chiamata "coda lunga". L'idea, proposta da Chris Anderson, direttore di «Wired», sottolinea come, se nei media tradizionali tutto si concentrava sui bestseller, nei nuovi media c'è un vasto spazio per le nicchie: il concetto deriva dalla forma del grafico degli acquisti di contenuti, non più centrato sul picco dei titoli più famosi, ma distribuito asintoticamente a formare, appunto, una lunga coda che registra la gran quantità di prodotti che trovano una piccola e significativa quota di vendite. Tre epoche e tre mode culturali. La prima era concentrata sulla potenza dei chip. La seconda sulla quantità di persone connesse. E la terza? È focalizzata sulla partecipazione del pubblico attivo e dei piccoli editori-autori alla produzione di contenuti. Esempi? Ovviamente i 20 milioni di blogger. Ma non solo. Mentre nelle normali librerie i 100 libri più venduti fanno il 90% del fatturato, su Amazon non superano il 40%, come mi ha riferito Diego Piacentini, vicepresidente dell'azienda fondata da Jeff Bezos. Per quanto riguarda iTunes, il negozio di musica online della Apple, ho chiesto lumi direttamente a Steve Jobs: «Anche da noi c'è la coda lunga. Il 75% delle canzoni disponibili si vende almeno una volta al mese». Logico: fino a che i negozi sono fatti di scaffali, il limite fisico si impone e porta a concentrare tutto su pochi titoli. Ma online anche i contenuti meno noti riescono a trovare la strada per arrivare a convincere i consumatori. Insomma: i nuovi media non sono solo un modo in più per distribuire e fruire dei contenuti. La loro specificità è quella di alimentare il modello di business delle produzioni meno sostenute dal grande marketing mediatico e di soddisfare anche gli interessi e le curiosità meno comuni. Così il pubblico diventa attivo e i contenuti industriali vengono immersi in un minestrone di contenuti amatoriali, critici, informati. Lo stesso Vincenzo Novari, capo della 3 in Italia, prevede da tempo che la gran parte dei contenuti fruibili sulla sua piattaforma finirà per essere «autoprodotta» dal pubblico. Ma non ci siamo ancora arrivati: l'ultima novità della 3 non va in quella direzione. La pubblicazione del film «The Interpreter», di Sidney Pollack, quasi in contemporanea all'uscita nelle sale, indica che la 3 punta ancora sui bestseller. Significa una sola cosa: che la 3 ritiene ancora di dover sostenere l'adozione della piattaforma, piuttosto che valorizzarne la specificità mediatica, cioè il potere della «coda lunga». Nei media mobili, siamo dunque ancora tra due epoche: solo la concorrenza spingerà a passare decisamente a quella nuova.

CROSSROADS SULLA STRADA DEI NUOVI MEDIA Luca De Biase 27-10-2005 LA PUBBLICITÀ ONLINE CONTRO LA TELEVISIONE L'imprenditore e filantropo Bill Gates non guarda la tv. La cantante Madonna la vieta ai figli. Una ricerca dell'università di Utrecht dimostra che i bambini europei passano più tempo con i videogiochi che alla tv. I nuovi media stanno erodendo l'audience della regina dei mezzi di comunicazione di massa. Fenomeni con una lunga storia alle spalle. Che oggi si approfondiscono: perché ultimamente le tecnologie digitali non si limitano ad attrarre il pubblico e passano ad attaccare il cuore stesso del business: la pubblicità. Già il TiVo e gli altri registratori digitali, come attesta una ricerca dell'Accenture, sono usati dal 70% degli utenti per saltare gli spot. Ma non basta: ed è ancora una volta Internet a spingere verso l'innovazione radicale. Il problema è noto da molto tempo. «Una metà dei soldi che spendo in pubblicità è sprecata. Ma non so quale metà», scherzava alla fine del secolo scorso John Wanamaker, come ricorda «The Economist». Da quei tempi non molto è cambiato in materia. Almeno fino all'entrata in gioco di Bill Gross, l'inventore dei link sponsorizzati della sua Overture, poi venduta a Yahoo!, e adottati con successo da Google. Da cinque anni a questa parte il suo sistema attira budget crescenti a tassi costantemente vicini al 20%: perché offre un valore sicuro, in quanto il pagamento delle inserzioni avviene solo nel momento in cui il visitatore clicca sul link sponsorizzato. Ma se la sua prima idea è stata innovativa, la seconda potrebbe rivelarsi devastante: inserzioni che si pagano solo nel momento in cui il visitatore compra la merce pubblicizzata. Si può immaginare che le aziende fissino con un'asta il prezzo delle inserzioni, che sarà proporzionale al valore della merce venduta. Se il sistema funziona, trasforma la pubblicità in una sorta di commissione sulle vendite. Evidentemente, il sistema immaginato da Gross non è facile da mettere in piedi. Ma sarebbe sbagliato non tener conto delle idee del mago della pubblicità online. Di certo, le conseguenze sul mercato dell'advertising sarebbero imponenti. Lo spostamento dei budget a favore dei media interattivi sarebbe probabilmente drammatico: la pubblicità in tv resterebbe a sostenere l'immagine delle aziende e a costruire i marchi commerciali, ma tutta la pubblicità di prodotto finirebbe in Rete. Dimostrando che in fondo aveva ragione Mike Bongiorno quando diceva, qualche anno fa, che lui non guarda ai dati dell'Auditel, ma a quelli della Nielsen: come dire, non importa quanto pubblico segue il programma; importa quanta merce vende lo sponsor. La comunicazione digitale sta stringendo l'assedio intorno alla tv, dominatrice incontrastata dei media nel secolo scorso. E le impongono di trasformarsi. La vicenda potrebbe essere il reality più interessante della stagione.

CROSSROADS SULLA STRADA DEI NUOVI MEDIA Luca De Biase 20-10-2005 LA RAI PUÒ SALVARE LA TV VIA INTERNET La tv britannica Bbc trasmette anche via Internet distribuendo i suoi contenuti sul Linx, la struttura che a Londra fa da punto di interscambio tra le reti di tutti i provider inglesi. Ha compreso che per svolgere il servizio pubblico non deve privilegiare nessuna compagnia di telecomunicazioni. Perché la Rai non fa lo stesso? La Rai immette in Rete i suoi contenuti attraverso Telecom Italia, Fastweb e Wind: una soluzione che limita l'equità dell'accesso al servizio pubblico via Internet perché i cittadini che usano reti diverse dalle tre citate hanno più probabilità degli altri di trovare la rete congestionata. Forse in Rai c'è già qualcuno che ci sta pensando. E se non c'è, ci dovrebbe essere. Perché la tv è di fronte a una svolta storica. È diventata un sistema di contenuti cui si accede attraverso molte piattaforme: l'etere, il satellite, i cellulari. E Internet. Star Wreck, parodia di Star Trek, diventa un successo globale appena è immessa in Rete. La Apple vende telefilm su iTunes, il negozio di contenuti digitali online. Le microemittenti, come Arcoiris.tv, si moltiplicano. C'è da scegliere una strada: si va verso un sistema che ripercorre i modelli precedenti, limitandosi ad accrescere il numero di canali, o si esplora una strada nuova sfruttando appieno l'opportunità offerta dalla Rete? La risposta non è scontata perché la piattaforma della tv via Internet resta da definire. L'interoperabilità, che fa della Rete un territorio neutrale sul quale tutti competono ad armi pari, rischia di scomparire. Molte compagnie telefoniche offriranno la tv via Internet installando nelle case degli abbonati un set top box connesso alla Rete con un potente Adsl, per diffondere i progammi sul televisore di casa senza passare dal pc. Questa architettura può essere costruita in modo da permettere la ricezione dei soli programmi previsti dall'operatore che fornisce il servizio e può prevedere un privilegio per gli abbonati in termini di modalità di pagamento e velocità di ricezione. Non stiamo parlando di ipotesi: questo è il modello normale della tv in abbonamento, proposto in Italia da Sky via satellite e da Fastweb via cavo. Non ci sarebbe da meravigliarsi se altri privati scegliessero la stessa soluzione. Però sarebbe un peccato. La trasformazione di Internet da rete aperta a chiusa costringerebbe l'utente - che voglia restare tanto libero quanto oggi è sul Web - ad abbonarsi a tanti fornitori quanti sono i contenuti cui vuole accedere. Il successo della piattaforma internettiana dipende dalla sua capacità di mantenersi aperta e creativa. Il servizio pubblico della Rai potrebbe - e forse dovrebbe - guidare il sistema verso la massima libertà e partecipazione degli utenti.


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