Luca De Biase
An Italian journalist writes about what's happening in his funny country:
a laboratory for the study of broken democracy and creative capitalism.
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Economia della liberazione - SestoTre

3. Dal declino alla salvezza

La domanda centrale: l'Italia sta attraversando un declino che la porterà verso un degrado materiale e una perdita di opportunità e ruolo nel mondo, oppure sta vivendo una crisi della spirale perversa che l'ha impoverita di beni relazionali, ambientali e culturali che la condurrà verso un nuovo possibile sentiero di sviluppo, più attento alla qualità ai beni relazionali e a tutto il resto? La risposta è aperta. Perché si potrebbe assistere all'inizio di un nuovo ciclo oppure a un rilancio del vecchio.

Il posto dell'Italia va correttamente valutato: non è né decisivo né marginale. L'Europa stessa è di fronte allo stesso bivio fondamentale. Un bivio strategico molto difficile. Chi parla di declino è concentrato solo sulle impressioni determinate dalla visione del mondo ristretta alla crescita del reddito e non vede l'alternativa della crescita dei beni umanamente più rilevanti ma poco statisticamente produttivi. Potrebbe avvenire il miracolo di una rivoluzione della qualità, lanciata dall'Europa, oppure potrebbe non succedere. E allora indubbiamente il declino diventerebbe una possibilità concreta.

Il pianeta vive l'ennesimo boom industriale e i media globali lo accompagnano come hanno sempre fatto: sostenendo la spirale della crescita, alimentando i consumi, il lavoro, il risparmio, la monetizzazione delle relazioni sociali e dimenticando i beni relazionali, ambientali e culturali. Le società che vivono la rivoluzione, Cina e India in testa, però non appaiono del tutto disposte a subire: le loro culture economiche sono diverse, tradizionalmente più attente alla qualità delle relazioni umane. E la possibilità che il pensiero unico economico occidentale non prevalga sono strategicamente molto elevate.

Gli Stati Uniti spingono con tutta la forza di cui sono capaci per diffondere il loro verbo. La loro azione è insieme militare, commerciale, solidaristica: il soft power della loro macchina mediatica si accompagna allo hard power del loro ipertrofico sistema militare e finanziario. Si interrogano su questo doppio binario: Joseph Nye, il teorico del soft power e già sottosegretario alla Difesa per Bill Clinton, pensa che la capacità di creare consenso degli americani sia messa in discussione dall'uso frequente e spesso prepotente delle armi. La maggioranza degli americani, se le elezioni presidenziali del 2004 sono state condotte in maniera corretta, sembra preoccuparsene ben poco.

L'Europa in gran parte subisce questi giganteschi fenomeni. E l'Italia di conseguenza. Ma l'Europa ha la possibilità di tornare a dare un contributo originale. La crescita sostenibile, l'attenzione all'ambiente, alla cultura e alla qualità delle relazioni sociali, l'espansione della sua sfera di influenza sulla base di regole condivise e non in seguito all'invasione militare, sono comportamenti e valori che ormai informano in modo profondo la politica europea. Anche se i singoli stati non sempre ne traggono tutte le conseguenze e anzi sembrano agire in modo persino contraddittorio, l'Europa sta lanciando un messaggio nuovo al mondo. Un messaggio che Cina e India sembrano cogliere. E al quale il mondo islamico potrebbe a sua volta prestare attenzione: in fondo il dibattito sull'entrata della Turchia nell'Unione Europea provoca riflessioni su entrambe le sponde del Mediterraneo. Se davvero si dimostrasse interessante come alternativa al pensiero unico occidentale, la posizione strategica europea diventerebbe particolarmente forte, scongiurando il rischio di un declino e aprendo la strada per la salvezza anche dei paesi che ne fanno parte, come l'Italia.

L'Italia, come molti altri paesi del resto, vive l'ennesima grande trasformazione di questa epoca accelerata. È una battaglia che avviene forse nell'incoscienza generale ma che ha conseguenze reali per tutti. Semplificando: come dall'esaurimento della spinta modernizzatrice dell'epoca del miracolo economico e dell'industrializzazione è uscita la fase dell'iperliberismo televisivo pubblicitario, così la fase dell'iperliberismo politico può essere pensata come uscita dalla crisi dell'epoca della televisione commerciale di massa. Può essere una ricostruzione troppo facile: ma un'ipotesi forte e discutibile è migliore di un racconto blando e buono per tutte le stagioni.

La spirale della crescita come monetizzazione della vita sociale aveva bisogno di un rilancio dopo la fine il miracolo economico ed è andata a incidere prima sulla struttura dei sogni e delle abitudini quotidiane, trasformando la televisione nel suo più potente alleato. Ma anche la televisione ha finito col fare il suo tempo e la perenne necessità di nutrimento della spirale è andata a cercare una soluzione nella riforma politica in senso iperliberista: come era successo in altri paesi, dall'Inghilterra agli Stati Uniti, ma in un'interpretazione all'italiana.

Il fatto è che la società reagisce alle accelerazioni della mercificazione ma in modo temporaneo: dopo una fase di euforia, la stanchezza prevale, anche perché le promesse di felicità non vengono mai mantenute dai progetti di crescita materiale e dagli strumenti di comunicazione che li sostengono. La credibilità è una risorsa scarsa per questo genere di messaggi e per i media che li diffondono. Quando la società si accorge di non ottenere quanto promesso, reagisce rifiutando di credere ai messaggi e ai media cui aveva concesso fiducia sentendosene vagamente tradita. Il pensiero convenzionale è costretto a rilanciare costantemente o perde terreno e credibilità. È possibile che a un certo punto la società prenda una direzione diversa da quella voluta dal pensiero unico iperliberista: ma ci vuole una nuova articolazione del messaggio di fondo che lanci una nuova fase del coordinamento sociale. Per ora questa articolazione sembra venire dall'Europa. E non a caso, il messaggio iperliberista non apprezza molto l'Europa. Ma l'Europa non è ancora abbastanza.

I temi sono coinvolgenti. Al centro, forse un po' troppo filosoficamente, sta l'idea di futuro che gli italiani sembrano condividere. Gli innovatori scommettono sull'Europa e sulla globalizzazione. Gli altri coltivano le loro nicchie protette, finché durano, oppure ne chiedono di nuove al sistema politico, attraverso la riduzione dell'economia pubblica, l'ampliamento del territorio del sommerso e dell'informale, garantito dalla serie interminabile di condoni che il primo governo del nuovo millennio ha inaugurato. L'oligarchia tradizionale è in profondissima crisi. La nuova occupa velocemente tutti gli spazi disponibili, senza peraltro palesare una vera e propria strategia e un chiaro progetto di società. Ma dimostra il potenziale e la volontà di arrivarci. La società, vagamente impaziente, certamente sofferente, aspetta. Vivendo peraltro con crescente insofferenza il degrado ambientale e relazionale. Donde, i messaggi contraddittori di questa fase della narrazione comune dell'economia italiana: l'idea di declino, l'appello alla fiducia nelle risorse degli italiani, la proposta di rilancio attraverso la fuga dallo stato e la riduzione fiscale, la proposta alternativa di aggancio all'Europa e alla riforma istituzionale per il rinnovamento e la competitività.

La radicalizzazione delle posizioni non aiuta, ma è nelle cose e non la si può semplicemente ignorare. Di fatto, la maturazione della prossima fase della vita italiana sta avvenendo in questi anni noiosamente indaffarati, superificialmente desolati. Il sistema mediatico cerca una sua nuova articolazione. Che immagine ci possiamo costruire del futuro? Qual è la prospettiva vera?

Luca De Biase - Economia della liberazione

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