Economia della liberazione - SestoSei
6. La tattica della radicalizzazione
Al posto della sintesi pacifica proposta da Monti, l'iperliberismo propone una visione unilaterale e aggressiva. La radicalizzazione è una strategia vincente per la nuova forma assunta dall'ideologia iper-liberista. Ragionando pacatamente, i fatti emergono e distruggono la credibilità dell'idea secondo la quale occorre lasciar fare al mercato autoregolato. Radicalizzando, invece, il significato di ogni interpretazione cambia e ogni affermazione diventa strumentale. La radicalizzazione è la strategia di chi ha torto. Ma coinvolge anche chi ha ragione. Disarmandolo dei suoi buoni argomenti.
Una fortissima lobby culturale ha preso possesso del dibattito sull'economia, in Italia e altrove. Il suo programma ideologico: la crescita economica è un altare sul quale si sacrifica tutto, il mercato funziona se viene liberato dalle regole, gli esseri umani non vogliono altro che accrescere la loro disponibilità di beni materiali. Il mercato finanziario globale è il più grande sponsor di questo programma che tenta di applicare a ogni aspetto della vita economica e che punta a prendere il controllo della politica e della cultura. E che, anzi, c'è già largamente riuscito. Nonostante i clamorosi fallimenti del sistema finanziario che sono esperienza anche recentissima per tutti e nonostante le sofferenze che questi fallimenti non cessano di portare nella vita quotidiana, nel lavoro, nelle relazioni sociali.
Solo i consumi la possono trarre in inganno. Producono benessere e sostengono la gioia di vivere. Ma il loro effetto è limitato nel tempo. E in cambio chiedono di rinunciare ad altre fonti di felicità più profonde e durature: prima fra tutte, il tempo da dedicare alle relazioni sociali, familiari, culturali. Al gratuito, insomma: l'assenza di monetizzazione è il segreto della bellezza delle esperienze più vere. Ed è il nemico numero uno della narrazione economica dominante. Il cui punto di forza è nel fatto che non sembra partire una narrazione alternativa credibile. La stretegia della radicalizzazione la blocca sul nascere.
Una società, di rete o gerarchica che sia, ha bisogno di una sorta di accordo di fondo sulla direzione da prendere. E questo avviene attraverso l'articolazione del progetto sociale complessivo. Il potere della vulgata economica tanto inconsistente nei suoi contenuti quanto concreto nella sua capacità di dominare il dibattito sta proprio nel fatto che si trova nella condizione di dettare quella articolazione.
Che cosa dice la vulgata? Che non siamo più nell'epoca delle sicurezze ma in quella del rischio. Che bisogna lavorare di più, con più produttività e flessibilità. Che la libertà di impresa è la sola strada per alimentare l'attività economica e che dunque occorre deregolamentare l'economia. Che le persone desiderano fondamentalmente avere più soldi e consumare di più. Che tutti gli obiettivi si raggiungono attraverso la crescita accelerata del Prodotto interno lordo. Che il giudizio dei mercati finanziari è l'unico in grado di fornire indicazioni obiettive sulla giusta allocazione delle risorse. Che le politiche devono adeguarsi ai dettami dei mercati finanziari. Che la monetizzazione della cultura, dell'estetica, della creatività è una tendenza fatalmente destinata al successo.
La ricerca economica ha da tempo indicato l'inconsistenza di queste affermazioni. I mercati finanziari, lo hanno visto tutti, non sono in grado di giudicare correttamente proprio nulla. La bolla speculativa di fine anni Novanta e l'assurda paralisi che ne è seguita sono state determinate dalla incapacità del pensiero degli analisti finanziari di comprendere i limiti e il valore effettivo dei fenomeni e delle idee. La deregolamentazione apre la strada alla malversazione e rafforza l'oligarchia economica almeno tanto quanto libera gli spiriti animali degli imprenditori. I modelli sui quali si può progettare il sistema economico sono molteplici. Gli obiettivi della politica economica non sono tutti raggiungibili attraverso la crescita: anzi, poiché la crescita costa in termini di tempo disponibile per i lavoratori, di relazioni sociali e di qualità della vita e dell'ambiente, arriva a un punto in cui riduce invece che aumentare la felicità. E di fronte a questo le società reagiscono in modi diversi: concentrandosi sull'ulteriore aumento della crescita come negli Stati Uniti o investendo nel tempo libero o nel privato della vita familiare o personale come in Europa.
Le società del resto soffrono la vulgata dominante. Non per nulla Giuseppe De Rita, grande ascoltatore degli umori della società italiana, dice che gli italiani cercano l'"altrove": vogliono più tempo, più sentimento, più valori in cui credere e non sono disponibili a comportarsi soltanto in base ai dettami della razionalità economica neoclassica. Lo storico Valerio Castronovo segnala del resto la sofferenza della società italiana di fronte ai cambiamenti indotti dalla vulgata: la percezione di insicurezza, di impoverimento, di frustrazione, si diffonde nel ceto medio italiano che per questo avverte il pericolo di un futuro peggiore di quanto non fosse il passato e si lascia sedurre dall'idea di declino che sopravvaluta il passato e sottovaluta le potenzialità del presente. Il lamento generale che ne deriva è frutto della consapevolezza della finzione della visione del mondo articolata dalla vulgata che però, sebbene finta, appare anche come l'unica possibile. E gli italiani non cessano di stupirsi sentendo parlare gli immigrati da paesi vicini di come avessero sognato l'italia attraverso le immagini televisive: le ritenevano corrispondenti al vero, non sapevano, come invece sanno gli italiani, che sono soltanto una bella realtà virtuale. E allora sono disposti ad alscoltare chi prevede il declino italiano: ma come nelle profezie che si autorealizzano, la previsione del declino produce sfiducia e, appunto, declino.
La risposta della vulgata è: «Lavorate e consumate di più». E non c'è dubbio che il consumo, accompagnato dalla droga culturale della visione del mondo offerta dal sofisticatissimo sistema della comunicazione manipolatoria e dalla pubblicità, anima del commercio e della televisione commerciale, sia in grado di dare soddisfazione. In fondo, anzi, questo sogno dell'arricchimento attraverso il lavoro e il risparmio investito allo scopo di consumare di più, funziona: sostiene la piacevolezza della vita virtuale che la società sembra orientata a condurre in mancanza di una visione del mondo alternativa che possa garantire una più intensa e partecipata esperienza di vita.
I liimiti del consumismo sono però stati raggiunti. Non solo perché questa filosofia si espande a popolazioni gigantesche come quelle della Cina e dell'India mettendo di fatto a rischio ancora più drammaticamente l'equilibrio ambientale del pianeta e la disponibilità di risorse non rinnovabili come il petrolio. Ma anche perché la soddisfazione che deriva dall'aumento dei consumi è limitata nel tempo: ci si abitua agli oggetti che si possiedono e confrontandosi con gli altri che tendono ad avere le stesse cose si tende a perdere il piacere della distinzione personale, persino mettendo a rischio la propria identità personale, ingabbiata nell'appartenenza a gruppi non fondati su una cultura comune ma sull'acquisto dei medesimi oggetti. I limiti del piacere di consumare sono davanti agli occhi di tutti, anche se il consumismo non trova un'alternativa.
Manca l'articolazione di una diversa visione del mondo che sia attraente quanto quella che ha ormai raggiunto i suoi limiti. Perché sia convincente, una tale articolazione deve dimostrare di essere orientata al successo e alla felicità, non alla rinuncia e all'ascetismo. Deve dimostrarsi la realtà e non presentarsi come un'alternativa minoritaria alla realtà virtuale alla quale la società è ormai assuefatta. Deve funzionare come guida delle scelte collettive e individuali che orientano la società verso il futuro, non come semplice protesta contro l'esistente e i suoi meccanismi. Non basta che denunci la falsità della vulgata: deve dichiarare una nuova verità e dimostrarla. Non basta che si opponga al potere: deve palesarsi come il nuovo potere. Deve essere in grado di far scommettere la società nella direzione da essa indicata e non semplicemente lamentare le perdite che le scommesse attuali sono destinate a generare. Deve indicare come il lusso sia avere un rapporto più equilibrato con il tempo. Vivere in un ambiente pulito e armonioso. Coltivare le relazioni sociali e familiari. E come questi obiettivi siano davvero raggiungibili senza rinunciare a nulla di ciò che si considera importante.
Per arrivare a una nuova narrazione comune, il primo passo è la conquista di una nuova consapevolezza nella società. La consapevolezza ha effetti sociali devastanti: nel passato recente è stata la consapevolezza, basata sui tragici errori del passato, a trasformare l'Europa nel leader mondiale delle politiche innovative, dell'inclusione, della sostenibilità, della conquista del tempo, che fa dire a Jeremy Rifkin che il Sogno europeo ha ormai superato il Sogno americano. È stata la consapevolezza a cambiare i rapporti tra uomini e donne nelle società avanzate. E siamo solo ai primi passi. Perché anche la guida della società e non solo la rete delle relazioni sociali deve parlare un linguaggio coerente. La vulgata per ora lo impedisce. Occorre smontarne il potere.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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