Economia della liberazione - SestoQuattro
4. L'elaborazione del messaggio europeo
Tommaso Padoa Schioppa è stato a lungo membro dell'Executive Board della Banca Centrale Europea. Il suo punto di vista è soprattutto la testimonianza di una cultura che dall'Europa si può trasferire alle strutture politiche nazionali e a quelle internazionali. E da questa cultura provengono innanzitutto messaggi di pacatezza e concretezza.
Cresce davvero poco l'Europa? È davvero bloccata l'Italia? Per Padoa Schioppa bisogna innanzitutto rendersi conto che il giudizio non è poi tanto facile. «Trentacinque anni fa, quando dal Nord Est italiano si emigrava verso il Canada o l'Australia, nessuno vedeva che si stava realizzando in quella regione, una delle più straordinarie storie di sviluppo economico-industriale» ricorda l'economista. E allo stesso modo oggi non è detto che quello che non si stia realizzando qualcosa di poco chiaramente visibile e altrettanto importante.
«La scienza economica» sorride Padoa Schioppa «a malapena spiega a posteriori i fenomeni di crescita ed è a maggior ragione in difficoltà quando deve prevedere». Molte ragioni che si adducono per spiegare la crescita o la mancanza di crescita non reggono a un esame approfondito. «Le rigidità strutturali degli europei? Credo si possa dire che erano più forti nell'economia italiana ed europea negli anni '70 e '80 di quanto non siano oggi. Eppure quelli erano anni in cui la crescita europea era più forte di quella di oggi e di quella degli Stati Uniti». Già. Meglio non credere troppo a questa spiegazione. «Anche le spiegazioni di carattere culturale sono deboli perché è difficile che la configurazione culturale di una società cambi in così poco tempo». E allora? «Personalmente, credo che abbiano un grande peso gl'individui. In molti casi in una società basta un imprenditore a mutare il clima». E poi la politica: «Parlo da cittadino: nel clima europeo di oggi l'impressione è che sia assente non l'Europa economica, ma soprattutto quella politica. L'Europa non appare un'area del mondo capace di intervenire nelle questioni vitali con un'efficacia e una linea proprie. Sono questi gli elementi che creano un clima di sfiducia che si ripercuote in campo economico. È un fatto che negli ultimi dieci anni, la leadership europea sia stata molto meno presente che in fasi passate». Ma nonostante questo, l'Europa è riuscita a realizzare innovazioni storiche. Padoa Schioppa è chiaramente molto orgoglioso, in particolare, dell'introduzione dell'euro.
Ecco le sue parole in proposito pronunciate in una conferenza tenuta di fronte al Gruppo Cultura Etica e Finanza, nella sede della Banca Intesa, nel giugno del 2004 e che l'economista ha intitolato significativamente L'Europa oggi: una pazienza attiva: «Sono stato a Washington per la prima di cinque conferenze organizzate in varie città degli Stati Uniti, in occasione del quinto compleanno dell'euro. La conferenza si teneva nell'istituto di economia internazionale fondato e diretto da Fred Bergsten. Il titolo era: "L'euro ha cinque anni: pronto per un ruolo globale?" Il tono della conferenza, dato da oratori non europei, era di celebrazione e ammirazione del fatto che l'euro fosse entrato in funzione, si fosse affermato, fosse pronto a svolgere un ruolo di moneta mondiale. Sono poi stato a Tallinn, in Estonia, due giorni dopo l'entrata di quel paese nell'Unione Europea. L'incontro era alla Banca Centrale Estone che, fondata nel 1919, commemorava l'ottantacinquesimo anniversario della sua fondazione. Di quegli 85 anni la Banca Centrale Estone ne ha fatti ben pochi come banca centrale indipendente che stampa e governa la sua moneta: in effetti, è stata una filiale della Banca Centrale Russa per la maggior parte del tempo. Eppure si celebrava l'anniversario di questa banca centrale insieme all'ingresso nell'Unione Europea, nella speranza di una imminente nuova perdita di autonomia: l'aspirazione di entrare nell'euro il più rapidamente possibile è per gli estoni un punto fermo, un eventualità di grande valore economico e civile. Sono inoltre stato in Asia due volte negli ultimi venti giorni: una delle due volte perché la Banca Asiatica di Sviluppo teneva un seminario il cui tema era: "Una moneta unica per l'Asia? Lezioni dall'esperienza europea". Oltre a me, un invitato naturale dato il mestiere che faccio, parlavano l'ex ministro delle finanze delle Filippine e l'ex vice ministro delle finanze giapponese. Questi autorevoli oratori affermavano senza esitazione che sì, l'Asia deve muovere verso una propria moneta. L'integrazione regionale in Asia sta procedendo a grande velocità e già adesso il commercio entro la regione est asiatica rappresenta una percentuale del commercio totale di questi paesi abbastanza simile alla percentuale del commercio intra-europeo sul totale del commercio dei paesi europei. Secondo autorevoli personalità della regione è forse il momento di sganciarsi dal dollaro e modificare il regime monetario. Insomma: il clima era molto cambiato rispetto a dieci anni fa quando, in occasione di un incontro a Tokyo, ho visto i banchieri giapponesi presenti che ridevano, letteralmente ridevano, all'idea che l'Europa potesse avere una moneta unica. Non credevano che un tal passo sarebbe mai stato compiuto. Cito questi pochi episodi perché essi ci aiutano a capire che cosa l'Europa stia realizzando. Bisogna proprio uscirne per vedere l'importanza di ciò che sta facendo l'Europa. Se si rimane qui nel Vecchio Continente, si sente solo il lamento, il senso della frustrazione, dell'impotenza, della delusione. Si dimentica che negli ultimi undici-dodici anni l'Europa ha fatto il Mercato Unico, la moneta unica, ha scritto una costituzione, ha incluso nel proprio perimetro istituzionale dieci Paesi che sino a quindici anni fa erano sotto l'impero sovietico, privi di libertà economica e politica».
L'allargamento a est, la costituzione, il dibattito sull'entrata nell'Unione della Turchia: l'Europa sta sperimentando una via all'espansione totalmente nuova, non violenta, fondata su regole condivise. L'Europa, un'Unione di minoranze, si dimostra potenzialmente il laboratorio di un nuovo modo di governare la globalizzazione. E l'Italia ne fa parte. È l'inizio di una nuova articolazione del discorso economico? Forse sì. È destinata al successo? Il dubbio storico permane. Ne può andare orgogliosa? Certamente sì. Resta un fenomeno di macropolitica che ha poche ricadute sulla vita dei cittadini? Tutt'altro.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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