Economia della liberazione - SestoOtto
8. Le opportunità però vanno colte
La perdita di posizioni di alcune aziende italiane sul terreno competitivo internazionale è innegabile. La fine dell'Olivetti è stata un segnale più drammatico della crisi della chimica, perché ha portato l'Italia lontano da uno dei settori più innovativi del mondo e che non ha particolari risvolti anti-ambientali come altre industrie abbandonate dal sistema nostrano. E le profonde difficoltà in cui versa la Fiat, proprio per il peso politico ed economico che l'azienda di Torino ha avuto sul mondo in cui è stata progettata l'Italia del Dopoguerra, rimettono in discussione l'assetto complessivo dell'industria italiana. Del resto, la cessazione delle attività delle grandi partecipazioni statali non è senza conseguenze in un paese che ha poche strutture in grado di fare scelte orientate, nel bene e nel male, veso il lungo periodo.
Occorre dire che a fronte della crisi di alcune aziende, l'Italia ha spesso mostrato la capacità di generare nuove iniziative imprenditoriali di valore assoluto. Negli elettrodomestici le società storiche hanno fatto il loro tempo ma sono state sostituite da nuovi protagonisti, come la Merloni, oggi Indesit Company. E a fronte della fine dell'Olivetti, c'è stata la straordinaria storia della Stm, divenuta una dei leader mondiali dei microprocessori e dei chip per gli strumenti elettronici: dimenticare la Etna Valley sarebbe altrettanto sbagliato che sottovalutare il destino toccato a Ivrea. E le vicende di Benetton o Barilla, di Fininvest o di Luxottica, hanno dimostrato nel bene e nel male che anche dai momenti più difficili potevano partire nuove aziende in grado di diventare relativamente grandi, innovative e solide.
Un problema spesso citato [^] non di oggi e dunque non necessariamente causa di ciò che oggi chiamiamo declino [^] è che il sistema italiano è fondato sostanzialmente sulla famiglia e che la famiglia ha logiche diverse da quelle delle aziende. Le famiglie imprenditoriali piccole e grandi, con qualche eccezione, tendono a usare le aziende come fonde di reddito da destinare alla sicurezza economica dei discendenti molto più che all'investimento per la strutturazione "istituzionale" delle aziende. Questo produce parabole abbastanza prevedibili che vanno dalla fondazione pionieriestica al consolidamento e alla crisi, passando per la finanziarizzazione della nozione di azienda, per la diversificazione degli investimenti e per la strategia [^] tipica [^] di cercare di portare in salvo il patrimonio appoggiando prima o poi l'azienda su un'area di affari sostanzialmente protetta dalle eccessive ventate congiuturali e concorrenziali: dalle telecomunicazioni alle autostrade.
Può anche non essere la logica familiare la spiegazione dei mali italiani. Ma di sicuro è una componente della mentalità iper-privatistica che sembra caratterizzare la cultura imprenditoriale e manageriale italiana: che non ha saputo valorizzare la professionalità sul sistema delle relazioni e che a favorito il personalismo sul senso delle istituzioni, aziendali e non. Non si sa se la Olivetti sarebbe andata a finire in modo diverso nel caso che Carlo De Benedetti, che l'aveva salvata, non si fosse messo a speculare su mille fronti finanziari facendo leva anche sulla sua azienda di elettronica: ma di sicuro le sue scelte sono state diverse da quelle di Michael Dell. Non si sa se la Fiat sarebbe andata in modo migliore nel caso che la famiglia Agnelli avesse pensato di più alle automobili e di meno a cercare il monopolio in Italia, all'ombra di uno stato molto protettivo. E non si sa se la Fininvest sarebbe stata "abbandonata" da Silvio Berlusconi per la politica se si fosse potuta sviluppare in piena autonomia dal sistema della regolamentazione pubblica dei media. Né si sa se la Benetton si sarebbe necessariamenta avvinghiata alle Autostrade, nel caso che le preoccupazioni per la famiglia avessero avuto meno peso nelle scelte dei leader dell'azienda. Del resto, a qualcuno le autostrade dovevano pure andare, la finanza era un'opzione legittima per De Benedetti, la protezione contro lo strapotere giapponese era una soluzione interessante per la Fiat e la tv era un argomento troppo sensibile perché la politica lo lasciasse sviluppare senza volerci mettere una mano forte. È il sistema degli incentivi a indirizzare queste scelte: cioè è la regolamentazione a dirigere la modernizzazione della cultura imprenditoriale. Là dove le regole non lasciano spazio alla ricerca di protezione da parte delle oligarchie economiche, come nel caso dei settori industriali che salvaguardano la concorrenza, gli italiani continuano a spingere il loro acceleratore e a trovare il loro mercato, anche in nicchie piccole ma pensando a scala planetaria.
E le domande che ne conseguono sono molte: un sistema così, nel quale la spinta imprenditoriale delle famiglie tende fatalmente a passare dall'espansione, al consolidamento e all'esaurimento, ha bisogno di un terreno di coltura capace di produrre sempre nuove iniziative. L'Italia è sempre fertile per le nuove aziende? L'arretramento dello Stato ne riduce la capacità di visione di lungo termine? Che cosa può portare l'oligarchia economica italiana a comportarsi in modo più illuminato che in passato? Nel nuovo paradigma post-industriale, si può pensare che sia più facile creare nuove aziende. Ma la dispersione della competenza che si collega con la delocalizzazione va corretta con forti investimenti nella ricerca e nell'acculturazione dei giovani. Si fa abbastanza in questo senso, al di là del lamento generale che potrerebbe a rispondere automaticamente di no?
Il fatto è che dell'Italia si sa ancora poco. E che le sue capacità più importanti sono di solito le meno apparenti. L'Italia è adatta all'epoca senza verità, perché le sue verità sono sempre state clandestine. Ma un fatto è certo: questi difetti italiani sono più di lunga durata che congiunturali e sono sempre stati superati in passato da una capacità di fondo di trovare soluzioni arrangiate ma efficaci. L'elaborazione di una nuova narrazione dell'economia più adatta ai tempi e più capace di convincere a scommettere sul futuro di quelle che attualmente sono maggioritarie, fondata su temi forti come l'Europa e il Mediterraneo, l'innovazione e l'immateriale, la nuova struttura dei media e la globalizzazione in chiave multiculturale, potrebbe rispondere a tutte le domande. E rilanciare il sistema. Ed è forse la mancanza di un'elaborazione di questo tipo l'argomento che più induce a dubitare che dalla presente crisi l'Italia possa uscire presto e bene.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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