Economia della liberazione - SestoNove
9. Un progetto bello e possibile
Qual è il nuovo progetto comune? Quali sono le parole della nuova narrazione dell'economia? È probabilmente vero che la crescita del Pil non è più il grande progetto generale dell'Italia, sia perché non si tornerà facilmente da tassi significativi sia perché gli obiettivi profondi non sono definiti dal Pil. Perché non dà soddisfazione la crescita del Pil che avviene per sostituzione di beni che erano fondamentalmente gratuiti, come le relazioni personali, la qualità dell'ambiente, la ricchezza della cultura tradizionale. Questo tipo di crescita fa aumentare la domanda aggregata misurata dalla contabilità nazionale ma non migliora ormai più la soddisfazione e il benessere della popolazione. Impone una rincorsa lavoro, guadagno, consumo e ancora lavoro che assorbe le energie vitali senza lasciare tempo per le altre dimensioni umane. Come il dono, il gratuito, ciò che non si può comprare. E non solo questo: riduce il senso di ciò che fa parte della merce senza essere valutato monetariamente. Come avviene nella dimensione del lavoro se c'è motivazione, se c'è soddisfazione per quello che si fa, se si partecipa a un progetto condiviso, se c'è una sorta di corrispondenza tra le qualità della persona che lavora e la sua possibilità di esprimerle... Quando si accetta di sostituire questi valori con uno stipendio più alto, quando la spinta della mercificazione di tutto il contesto della vita quotidiana spinge le persone a rinunciare a quei valori, quando si sacrifica tutto in nome della necessità di guadagnare di più, la bellezza di lavorare si perde in nome di un aumento di stipendio o di reddito: che fa aumentare il Pil, ma non la soddisfazione di stare al mondo.
Il declino non si supera lasciando tutto in mano alla logica delle oligarchie economiche o, il che è lo stesso, all'azione dello stato, che in quanto collettore di tasse ed erogatore di servizi costosi, preferisce ciò che ha un prezzo rispetto a ciò che non ce l'ha: anche se lo stesso buon senso comune attribuisce a "ciò che non ha prezzo" il massimo valore possibile.
Per raccontare l'economia in un modo nuovo e che tenga conto di tutto questo, per costuire un progetto bello e possibile, occorre domandarsi che cosa sia ciò che vale tanto e che non ha prezzo. È il pubblico, ma non nel senso dello statale. L'Italia ne è piena e non lo sa. Non se lo sa dire, almeno quando parla di economia. Un economista di cuore come Gian Paolo Barbetta, consigliere dell'Agenzia per le Onlus, sottolinea per esempio su Il Sole 24 Ore che la «credibilità delle organizzazioni del settore non profit italiano» è un «bene pubblico». La credibilità! Giusto. E dunque è un bene pubblico la credibilità del giornalismo, elemento fondamentale di un processo democratico. È un bene pubblico la libertà di espressione e di circolazione delle idee, messa a dura prova dalla mercificazione totale cui sembrano voler arrivare alcuni grandi detentori del copyright: i creative commons di cui parla Lawrence Lessig sono un "bene pubblico", sono le chiacchiere gratuite tra amici e conoscenti, le discussioni tra pari, le attività culturali nelle quali si regalano idee ed esperienze. E lo è anche la fiducia nel futuro, tradita dalle promesse non mantenute della crescita.
È un bene pubblico la forza, la credibilità, la giustizia del sistema di regole che serve a coltivare, ampliare, rafforzare e valorizzare la concorrenza. Regole che per essere giuste si devono allargare alla salvaguardia della dimensione del dono, compreso appunto il regalo del costo-opportunità di chi fa il volontario. E devono comprendere la conservazione e valorizzazione dei beni relazionali, ambientali e culturali contro l'invadenza e la "concorrenza sleale" della monetizzazione.
La nuova narrazione deve ammettere che ci sia meno crescita per sostituzione di valori che "non hanno prezzo". In cambio di una crescita sostenibile da tutti i punti di vista della vita. Il gratuito, il regalato, il bello... Chi scriverà questa nuova narrazione?
La nuova classe creativa di Florida è probabilmente una prima approssimazione del ceto che prenderà in mano la situazione. I creativi vivono di motivazione, di esperienza, di cultura, di emozione. Il loro dominio è quello dell'"in più di gratuito" che si trova nelle cose fatte bene, nel bello, nell'intelligente e che una mera razionalità basata sui costi tende a dimenticare. Non farà politica la classe creativa, né probabilmente organizzerà [^] se non a livello individuale [^] delle nuove associazioni di volontariato e di potere a sostegno del bello e del significativo: ma avrà una forte influenza nell'elaborazione di una nuova narrazione dell'economia che diventerà, forse, un nuovo progetto comune per gli italiani.
Per giudicare i programmi politici o i proclami aziendali, un'idea discriminante è questa: se liberano la creatività, se costruiscono esperienza condivisa, se alimentano la tolleranza, se incentivano la concorrenza regolata e leale, allora sono programmi e proclami che rafforzano i creativi e la loro capacità di elaborare un'idea di futuro più matura e divertente di quella di chi sostiene che basta aumentare i consumi e il Pil, per vivere nell'illusione di arrivare un giorno alla felicità. Non è un'oligarchia, la classe creativa. Ma per farne maturare la forza e il valore, le regole della concorrenza devono ridurre il potere delle oligarchie. E anzi liberarle dalla tentazione di cercare la solita via della protezione del loro business: con incentivi più forti di quella tentazione. Ed è solo il primo punto all'ordine del giorno. I capitalisti illuminati non sono un'utopia ma una realtà: la storia di Pasquale Pistorio, costruttore della Stm, campione aziendale ma anche ambientale, una metanazionale forte nelle sue strategie e rispettosa nel suo rapporto con i molti paesi diversi nei quali è presente è la dimostrazione che i grandi capitani d'industria possono essere cosmopoliti e illuminati. Il loro modello è necessario alla narrazione di una economia nuova. Anche per favorire lo sviluppo di un ceto responsabile e creativo in grado di spingere l'Italia nella direzione della crescita sostenibile.
Esistono dinamiche che incentivano la costruzione di un progetto di questo tipo: le forze della cosiddetta finanza etica, l'associazionismo non profit, l'idea sempre più diffusa del consumo intelligente, i nuovi media che facilitano l'epressione dei network sociali e forme emergenti di informazione e discussione democratica, la pratica di viaggiare che in qualche caso avvicina alla cultura cosmopolita e le nuove forme di consapevolezza legate all'immigrazione. E poi esistono limiti sistemici molto utili ed educativi: i vincoli ambientali, locali e globali, le regole dell'economia sostenibile dal punto sociale e culturale, le direttive europee. Gli incentivi che indirizzano verso la direzione giusta, insomma, non mancano. Vanno però riconosciuti. E a partire da qui, va articolato un progetto per il futuro. Se questo manca, allora è declino.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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