Luca De Biase
An Italian journalist writes about what's happening in his funny country:
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Economia della liberazione - SestoCinque

5. E se non fosse declino ma liberazione? Il dibattito è aperto

Olivier Blanchard, economista francese che insegna al Mit di Boston, è convinto che il discorso del declino sia più frutto di un malinteso sui numeri che di una realtà. In sostanza, dice Blanchard, il modello europeo è sotto accusa ma potrebbe essere alla fine assolto.

L'accusa: nel Dopoguerra l'Europa ha inseguito gli Stati Uniti e ha avuto successo. Ma era facile: bastava imitare e adattare le soluzioni americane. Raggiunto un sostanziale pareggio, che era in fondo nient'altro che un recupero delle "naturali" condizioni economiche del Vecchio continente fondamentalmente ricco, l'Europa ha dovuto cercare una sua strada. E si è un po' imballata. Adesso il suo tasso di crescita è nettamente inferiore a quello degli americani, per non parlare dei cinesi e degli asiatici. Sicché le cassandre ne traggono l'idea che si tratti di un vero e proprio declino. E poiché l'Italia è l'economia che cresce meno d'Europa, un facile sillogismo porta a pensare che l'Italia sia ancor più in declino.

Ma Blanchard ha una linea di difesa molto semplice. «Negli ultimi trent'anni, la crescita della produttività è stata più elevata in Europa che negli Stati Uniti e oggi i livelli di produttività sono simili. La principale differenza sta nel fatto che l'Europa ha utilizzato una parte della crescita di produttività per aumentare il tempo libero piuttosto che potenziare il reddito, mentre gli Stati Uniti hanno fatto il contrario». In un suo articolo pubblicato dal Journal of Economic Perspectives, approfondisce queste opinioni. E sottolinea che, sebbene molti aspetti della vita europea non siano perfetti, come la disoccupazione elevata, ci sono molti altri fenomeni che tendono a essere sottovalutati e poco percepiti. E stanno nell'area delle innovazioni normative in favore della concorrenza. «In Europa è in corso un vasto e profondo movimento di riforma: è trascinato da riforme del mercato finanziario e del mercato dei beni, che spingono a loro volta verso una riforma del mercato del lavoro. Riforma, quest'ultima, che ci sarà, anche se non in tempi brevi e non senza tensioni politiche. E le tensioni occupano le prime pagine dei giornali e continueranno a farlo, ma sono un sintomo di cambiamento e non un riflesso d'immobilità».

Blanchard ammette che il Pil per abitante nell'Unione Europea non recupera più terreno sull'analogo dato degli Stati Uniti. Ma interpretare questo fatto come un segno di declino è sbagliato. «La produttività del lavoro, misurata dal Pil in ore di lavoro, è aumentata molto più in fretta in Europa che negli Stati Uniti. La produttività europea è passata dal 65 per cento del livello americano nel 1970, al 90 per cento circa d'oggi. La produttività della Francia è maggiore di quella degli Stati Uniti». E c'è di più: «Le cifre mostrano che se il numero relativo d'ore di lavoro fosse rimasto lo stesso dall'una e dall'altra sponda dell'Atlantico, l'Unione europea avrebbe oggi circa lo stesso reddito per abitante degli Stati Uniti».

Che cosa significa? Incalza Blanchard: «Negli Stati Uniti, tra il 1970 e il 2000, il Pil per ora è aumentato del 38 per cento. Le ore di lavoro pro capite sono anch'esse aumentate, del 26 per cento, cosicché il Pil per abitante è aumentato del 64 per cento. In Francia nello stesso periodo, il Pil per ora è aumentato dell'83 per cento, ma le ore di lavoro per abitante sono scese del 23 per cento, cosicché il Pil per abitante è aumentato del 60 per cento solamente. Sotto questo aspetto, la performance della Francia (e in generale dell' Unione europea) non è così terribile: un tasso di crescita della produttività ben più elevato che negli Stati Uniti, con l'allocazione di una parte di questo rialzo alla crescita del reddito e di un'altra alla crescita del tempo libero».

Insomma: se ha ragione Blanchard, l'Europa starebbe scegliendo, senza farsi notare troppo, di usare l'aumento della produttività per lavorare meno! La spirale dell'iperliberismo, quella che porta le persone a lavorare sempre di più per consumare sempre di più, perdendo beni relazionali e generando infelicità, sembra un fenomeno più vero negli Stati Uniti che in Europa. Il Vecchio Continente si comporta, da qualche tempo, in modo più saggio, almeno in base ai criteri di giudizio degli economisti che studiano il paradosso della crescita senza felicità. Sperimentata troppo a lungo la delusione per le promesse mancate della crescita economica, l'Europa sta prendendo le misure di un nuovo sentiero di sviluppo.

Gli economisti Tito Boeri e Guido Tabellini hanno preso in seria considerazione queste affermazioni. E le hanno criticate altrettanto seriamente. Sostenendo che la diminuzione del tempo lavorato dagli europei potrebbe essere frutto dello scarso tasso di occupazione più che di una preferenza dei lavoratori europei per il tempo libero. Blanchard risponde sostenendo il contrario. Inutile entrare nella discussione. Perché alla fine, Boeri e Tabellini non negano che gli europei abbiano destinato l'aumento di produttività a lavorare meno: negano che la motivazione sia quella di una cultura economica orientata alla saggia gestione del tempo e spiegano il fenomeno richamando le scelte politiche: «Le peculiarità europee hanno a che vedere più con le politiche pubbliche che con libere scelte individuali. Il basso tasso di partecipazione al lavoro degli anziani è semplicemente il risultato dei generosi sistemi pensionistici europei. E il basso tasso di occupazione tra i giovani e le donne riflette una regolamentazione del mercato del lavoro che protegge gli occupati e accresce il loro potere contrattuale, ma che esclude gli altri dal lavoro. Anche la media più bassa di ore lavorate tra gli occupati non prova che gli europei abbiano una maggiore preferenza per il tempo libero. Al margine, un'ora di lavoro in Europa è tassata con un'aliquota di circa il 50 per cento, contro il 30 per cento degli Stati Uniti, con un potere di acquisto nettamente inferiore. Gli incentivi più deboli, e non la diversità nelle preferenze, spiegano perché il giorno lavorativo è più corto in Europa. Ancora una volta, questo è legato a politiche pubbliche e in larga parte a politiche redistributive che beneficiano gli anziani. Sempre le politiche pubbliche [^] l'imposizione per legge delle 35 ore settimanali [^] spiegano perché la Francia sia l'unico paese dell'Unione europea dove negli ultimi anni si è verificata una sensibile riduzione delle ore lavorate per i lavoratori a tempo pieno».

Già, ma le politiche pubbliche, in un paese democratico, non sono forse frutto delle preferenze delle popolazioni? Certo, sono anche la conseguenza dei diversi livelli di potere delle lobby. Gli occupati sono più protetti dei disoccupati. E i giovani che accettano contratti meno garantiti pur di lavorare lo dimostrano. Il dibattito resta aperto, nel mondo degli economisti. Ma per gli abitanti è davvero un tema decisivo.

Anche perché come insegna l'esperienza italiana, i contratti meno garantiti non hanno conseguenze solo sulla relazione di lavoro. I giovani con contratti a tempo determinato non trovano ascolto in banca se chiedono un mutuo. E non riescono a sposarsi, a meno che non siano aiutati dalle famiglie di origine. E anche per questo l'Italia è un paese di pensionati e senza bambini. L'offensiva delle imprese che chiedono e ottengono da anni una crescente flessibilità del lavoro riduce di fatto la disponibilità di beni relazionali. Non è incomprensibile che le società chiedano maggiori sicurezze. La discriminante è semplice: se i governi sono efficienti e riescono a rispondere positivamente a questa domanda di stabilità sociale sono apprezzati. Se i governi non ci riescono, allora sono meno apprezzati e l'offensiva delle politiche e delle ideologie iperliberiste riesce a convincere, presentandosi come alternativa innovativa. È successo in molti paesi. Recentememente anche in Italia.

Fine della storia? Una serie di governi inefficienti ha sostenuto la qualità della vita degli italiani attraverso massicci trasferimenti di denaro che hanno protetto le categorie privilegiate e accumulato un debito tale da far fallire il sistema e aprire la strada alla politica dell'instabilità sociale e dell'iperliberismo? Non è detto. Dal resto d'Europa giunge anche un altro insieme di indicazioni. Il sistema della concorrenza non è l'iperliberismo: non è la libertà per le imprese di trattare come vogliono i lavoratori, non è la pratica dei condoni e dell'aggiramento delle leggi, non è l'evasione fiscale legittimata dalle parole dei politici di governo, non è la deresponsabilizzazione delle aziende e la depenalizzazione dei falsi in bilancio, non è l'accettazione del lavoro nero suggerita da chi sostiene che fanno bene i lavoratori in cassa integrazione che integrano le entrate con qualche "lavoretto" anche se è contro la legge.

L'Europa dice che la concorrenza è fatta di leggi e che le leggi vanno rispettate. E dice che si possono creare sistemi di incentivi che favoriscono le scelte più sagge o quelle più determinate dalla spirale della mercificazione. Due economisti del lavoro, Richard Freeman e Ronald Schettkat hanno dimostrato che la quantità di tempo libero e tempo lavorato delle donne americane e tedesche è fondamentalmente simile, ma le donne tedesche lavorano di meno per la loro professione e di più per attività fuori dal mercato: dedicano ai lavori di casa oltre nove ore di più delle americane che invece preferiscono acquistare quel tipo di lavoro sul mercato e usare quelle nove ore in più per insistere con la loro attività professionale. Meglio una o l'altra soluzione? Di sicuro gli incentivi presenti nelle delle due diverse società inducono a queste scelte: mercificazione totale e separazione netta tra lavoro e casa, in America, fai-da-te e forme miste di tempo libero-lavorato che possono dare più o meno soddisfazione. Ma un fatto è certo: la produttività degli europei cresce di più di quella degli americani e gli incentivi sociali possono indirizzarla verso una vita di qualità o una maggiore concentrazione sull'attività professionale. Questo apre la strada a nuove articolazioni politiche: l'iperliberismo non è una condanna né una necessità. Casomai è il punto di arrivo di una società che non ha trovato di meglio da raccontarsi.

E del resto se l'iperliberismo all'italiana non è l'unica soluzione per il paese, occorre ricordare che il modello cui si ispira, il sistema americano, ha tutto da insegnare in termini di regole del mercato. Gli Stati Uniti possono attraversare alternativamente periodi di maggiore o minore orientamento verso l'iperliberismo, ma in ogni caso funzionano su un sistema di regole al servizio del mercato e a protezione della concorrenza che appare di gran lunga migliore di quello italiano, almeno dal punto di vista della capacità di farlo rispettare nella gran parte dei casi. Gli scandali non mancano anche in America. Ma la capacità di reagire del sistema legale americano consente a tutti di pensare di vivere in un sistema competitivo un po' più leale. L'iperliberismo all'italiana si innesta invece in un sistema di regole tanto ipertrofico quanto scarsamente rispettato. E non per nulla sembra identificare l'illegalità diffusa con un comportamento di rivalsa contro lo strapotere dello stato che è considerato, da una parte della popolazione, fondamentalmente legittimo.

Non per nulla Mario Monti, testimone dell'idea di mercato come sistema di regole a salvaguardia della concorrenza, eroe del pensiero e dell'azione europea in questa direzione, è in realtà un sostenitore del sistema anglosassone che comunque gli appare più orientato ad ascoltare le istanze delle parti deboli della competizione - consumatori e risparmiatori - e a non lasciarsi sopraffare completamente dalle lobby delle grandi corporation come invece, dice Monti, avviene con maggiore frequenza nei paesi dell'Europa continentale.

Da qui un'immagine. Non si tratta di costruire un'ideologia dell'Europa. Si tratta di avere in mente una vera e propria strategia: concorrenza, sostenibilità, softpower. Queste sono le nuove parole d'ordine: per una battaglia che è innanzitutto interna all'Europa e che però diventa testinomianza per il mondo intero. Si può uscire dalla spirale, si può indirizzare l'economia verso la sostenibilità, si può imporre l'idea giusta convincendo e non sparando.

Luca De Biase - Economia della liberazione

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