Economia della liberazione - SestoUno
1. I falsi temi - e quelli veri - del declino italiano
Le preoccupazioni di coloro che lamentano il declino italiano sono concentrate su alcuni dati di fatto: la lentissima crescita registrata dal Prodotto Interno Lordo, la perdita di quote nel mercato internazionale, la scarsa flessibilità del sistema che appare poco reattivo di fronte alle novità dello scenario economico generale, la mancanza di grandi gruppi che possano svolgere il ruolo di leader italiani nella nuova fase della competizione economica globale. Questi argomenti, discutibili quanto seri, sono però una chiara indicazione del tipo di dibattito che piace a una borghesia vagamente disorientata. È una sorta di "discorso da bar" o da salotto: un lamento che per esempio l'illuministica classe dirigente tradizionale milanese sembra gradire in modo particolare. E non a caso a darle voce ci ha pensato, da maestro, Giuseppe Turani, nel suo penultimo libro: Perché abbiamo il peggior capitalismo del mondo.
È il racconto, a velocissimi tratti di penna, della crisi economica, ma soprattutto sociale e culturale delle imprese italiane. Attraverso i dati relativi alla dimensione delle aziende, alla loro capacità di esportare, alla loro profittabilità. E attraverso l'analisi delle loro prospettive strategiche. Ne emerge un quadro non negativo: disperato. Come quello che si utilizza per parlare delle condizioni di salute di un malato terminale. «Il capitalismo italiano è morto. Finito», scrive Turani. L'ascoltatissimo giornalista traccia un quadro drammatico della situazione economica. È un testo interessante non tanto per le argomentazioni, probabilmente eccessive, quanto per ciò che testimonia: la convinzione che l'Italia non manifesti segni di dinamismo economico, e anzi sia declinante, si è diffusa per un certo periodo a macchia d'olio. Le conseguenze di un atteggiamento come questo possono essere estremamente negative. Prevedere il declino economico è forse uno dei più sicuri modi per generare un declino economico.
Certo le vicende della Cirio e della Parmalat non hanno contribuito a migliorare l'immagine del capitalismo italiano. Anche se si tratta di storie che non possono essere considerate la norma, segnalano secondo Turani alcuni difetti tradizionali: improvvisazione, mancanza di rispetto per le regole, leggerezza. Difetti tipici di un capitalimo periferico e approssimativo, privo di istituzioni capaci di assicurarne il regolare sviluppo. Tutto questo si inserirsce in un quadro culturale italiano che il Censis definisce orientato all"«altrove»: cioè non impegnato a combattere il declino ma a godersi i vantaggi economici acquisiti, senza pensare troppo al domani, vivendo al di fuori della competizione e della mischia. Anche a causa di una serie di delusioni: da Tangentopoli al dubbio risultato dell'entrata in Europa. In questo quadro, si direbbe che il capitalismo italiano si sia ritirato a vivere tra ville e barche, senza una strategia aziendale decisa e seriamente perseguita.
La distanza storica che separa l'Italia del «miracolo economico» dalla fase attuale è molto più grande di quanto non dicano gli anni trascorsi da allora. Negli anni Cinquanta e Sessanta, l'Italia si è rapidamente trasformata da un sistema agricolo in una potenza industriale e da una fragile Repubblica in una solida democrazia. Oggi non sembra capace di dimostrare altrettanto dinamismo. Appare incagliata, secondo Turani. L'Italia corre seri rischi perché non è riuscita a diventare un paese moderno e occidentale. La crescita è bloccata. Gli investimenti stranieri languono. Il debito pubblico continua a essere gigantesco. Gli stipendi sono bassi e la disoccupazione elevata.
Per di più l'Italia conta poco a livello internazionale, dice Turani. La classifica dei 500 maggiori gruppi industriali, bancari e assicurativi del mondo stilata ogni anno da «Fortune» indica che le aziende italiane di dimensioni significative sono pochissime. Ne ha di più la Svizzera. La Germania cinque volte di più. Quattro volte di più la Francia. E la classifica delle multinazionali realizzata da Mediobanca descrive un capitalismo italiano piccolo, indebitato e che peggiora da quasi tutti i punti di vista. Le grandi aziende, poi, continuano a contare troppo sull'aiuto pubblico. Le piccole e medie, peraltro, non sembrano in crescita. Questo ne limita la propensione alla ricerca e le lascia in balia degli eventi che si verificano sui mercati internazionali. Del resto, il made in Italy perde quote di mercato anche nei settori tradizionalmente più forti. Che sono in ogni caso i settori meno dinamici.
Perché, secondo Turani, è finita così? Innanzitutto perché in Italia il capitalismo è stato interpretato da un insieme di personaggi legati a doppio filo allo stato e alle commesse pubbliche. In passato, casi di eccellenza ci sono certamente stati: dalla Montecatini di Giulio Natta alla Olivetti di Adriano Olivetti, l'innovazione non è mancata. Ma era frutto di fenomeni isolati non di un sistema. E oggi quei fenomeni individuali non si verificano più. L'innovazione richiede una mentalità e un orientamento specifico che non sembra trovare alimento nella cultura imprenditoriale italiana. La nazionalizzazione dell'energia elettrica, l'utilizzo distorto delle imprese pubbliche, il peso della politica e del sindacato poco responsabile hanno creato condizioni difficili per l'iniziativa privata. E adesso non è semplice cambiare rotta.
«In Italia, insomma, si è determinato, negli anni recenti, un mix molto pericoloso» scrive Turani. «Se da un lato abbiamo avuto imprese e manager non di grande livello, più portati a farsi proteggere dai pubblici poteri che a inseguire l'efficienza, dall'altro lato abbiamo avuto anche una cultura generale dei partiti e sindacati di sinistra che nella pratica ha spesso rasentato l'irresponsabilità». Non si tira indietro, Turani: «I pubblici poteri (l'amministrazione e la politica) sono probabilmente i soggetti che si sono comportati peggio negli ultimi trent'anni del secolo». I segnali positivi non convincono il giornalista: «Nel capitalismo italiano le novità sono pochissime e confinate nelle piccole e medie imprese». E dunque, tanto per lasciare una porta aperta: «Il capitalismo italiano va rifondato».
Ma il dibattito sul declino è andato ancora più a fondo. Roberto Petrini, giornalista di Repubblica, ne dà conto nel suo Il declino dell'Italia. Riporta tutte le ragioni che spingono a pensare che la crisi attuale non sia congiunturale ma strutturale. Dall'economia alla politica, dalle regole di convivenza civile alla moralità professionale, dalla disponibilità di spesa per il consumo alla credibilità delle soluzioni per il risparmio, dalla qualità della ricerca scientifica alla stabilità delle strutture sociali: su tutti i fronti l'Italia perde colpi, dice Petrini, sia nei confronti degli altri paesi sia rispetto al suo stesso passato.
Il declino industriale è il punto di partenza di Petrini. La crisi della Fiat è il fenomeno che descrive meglio il cambiamento di orizzonte economico che l'Italia deve fronteggiare. Ma non è l'unico. Nel contesto della globalizzazione l'Italia sta perdendo drasticamente quote di mercato mondiale non solo nei confronti della Cina e degli altri paesi emergenti, ma anche nei confronti di economie svilupate come l'Olanda e il Canada. Persino la struttura della piccola impresa nei mercati tradizionalmente dominati dai distretti industriali italiani segna il passo. E a fronte di tutto questo, l'Italia non sembra più in grado di attrarre investimenti stranieri: secondo un'indagine della Ernst & Young gli investimenti delle multinazionali in Italia sono calati dell'11 per cento nel 2001 e addirittura del 44 per cento nel 2002. A questo proposito un approfondimento di grande valore pur nel piccolissimo formato del libro è quello di Luciano Gallino che descrive La scomparsa dell'Italia industriale con la triste lucidità di uno studioso senza timori reverenziali, attribuendone la responsabilità, fin dallo strillo di copertina, a «politici e manager senza visione del futuro» che «hanno trasformato l'Italia in una colonia industriale». La ricerca e l'innovazione ne risentono. L'Olivetti, nel 1955, aveva lanciato i suoi ricercatori nello sviluppo dell'elettronica, il settore che si sarebbe dimostrato la nuova frontiera dell'industria globale. La Montecatini, negli anni Sessanta, aveva realizzato materie plastiche innovative in collaborazione con il Politecnico di Milano portando l'Italia nelle prime posizioni della chimica. Ma oggi la ricerca italiana non sembra in grado di ripetere risultati altrettanto importanti e l'industria non appare orientata a investire in direzioni capaci di generare innovazioni altrettanto significative. L'istruzione universitaria è carente, in confronto a quella diffusa nei principali paesi concorrenti. E i cervelli continuano a fuggire.
Di qui, il declino raccontato da Petrini investe la società italiana a un livello ancora più profondo. Le stesse regole della concorrenza vengono rifiutate: non solo a livello di élite economica ma anche negli strati meno elevati della gerarchia. Le strutture corporative, dai taxisti ai commercianti non mollano. Nonostante i tentativi di riforma in senso liberista, le categorie tradizionalmente protette continuano a difendere i privilegi acquisiti. La riforma del mercato dell'energia non sembra decollare. Quella dei telefoni non ha ridotto di molto la potenza dell'ex monopolista. E nei media la tendenza alla concentrazione supera quella alla liberalizzazione. Intanto, i consumatori avvertono una drastica riduzione della ricchezza disponibile. E i risparmiatori si sentono presi di mira da una serie di crisi finanziarie sulle quali non pesano solo le alterne vicende dei mercati ma anche debolezze profonde nel sistema dei controlli e delle regole di trasparenza. Ricorda Petrini: «Luigi Spaventa, lasciando l'incarico di presidente della Consob, ha rilevato che in Italia esiste un vero e proprio "museo degli orrori societari"».
Le garanzie sociali tradizionali, peraltro, non tengono più. E la moralità della politica non propone esempi nei quali riporre fiducia. I nuovi contratti di lavoro si moltiplicano, offrendo alle imprese una quantità di nuove opportunità per coltivare un rapporto flessibile con i lavoratori. Il numero dei dipendenti con contratti stabili diminuisce a vista d'occhio. Ma le misure pubbliche di sostegno per i lavoratori in crisi non sembrano orientate a diventare più significative. Mentre le banche continuano a chiedere garanzie come la busta paga e il contratto a tempo indeterminato prima di concedere mutui. La sicurezza sociale ne esce a pezzi. Intanto, l'economia informale prospera. Il sommerso, variamente valutato, è in ogni caso stimato come una frazione gigantesca del Pil, dal 15 al 28 per cento del prodotto interno lordo. E di fronte all'illegalità, la politica non sembra reagire. Anzi, la serie di condoni sembra piuttosto premiare gli evasori e i costruttori abusivi. La senzazione di insicurezza di fronte alla criminalità, poi, non cessa di aumentare, come rilevano tutti i sondaggi. E la credibilità della politica non migliora, anzi. E la conclusione di Petrini è drastica: «Il Belpaese non c'è più. Dovremo rassegnarci all'idea che l'italia non è più quella di una volta, spensierata, gagliarda e furba, capace di cavarsela anche se le cose non andavano affatto bene». La via d'uscita? Ancora una volta la speranza di una classe dirigente illuminata: «Non servono tristi sacerdoti di un'Italia rassegnata, ma uomini e donne brillanti capaci di leadership, cioè in grado di guidare gli altri, stando nel gruppo, condividendo scopi e obiettivi».
È in fondo la conclusione cui giunge anche Massimo Mucchetti nel suo libro esplicito fin dal titolo, Licenziare i padroni?, nel quale solo il punto interrogativo in copertina serve a moderare la peraltro chiarissima tesi: l'élite economica privata italiana non produce valore.
Le cause? Soccorre l'analisi lucidissima di Giangiacomo Nardozzi, economista che insegna alla facoltà di Ingegneria del Politecnico di Milano. La concorrenza, per Nardozzi, è il meccanismo essenziale dei processi di innovazione e sviluppo. L'Italia ne è povera. Da sempre. L'epoca del miracolo economico è descritta dall'Autore come un breve periodo di superamento di questo problema storico dell'economia italiana. Ma anche i successi di quel periodo non sono arrivati a determinare consenguenze durature in termini di sistema concorrenziale. Fin dagli anni Sessanta, una sorta di sistema oligarchico ha ripreso il sopravvento. E di crisi in crisi, sempre superate da ricette sempre molto parziali, quel sistema è arrivato ai giorni nostri. È questa la radice dei mali che oggi ci fanno temere il declino economico italiano.
Nel libro di Nardozzi tutte le ipotesi che gli economisti propongono per spiegare il declino verso cui rischia di avviarsi l'economia italiana sono riprese e rimesse in discussione. Cercandone le cause nella storia. Ogni filone interpretativo viene ripreso nelle sue tracce empiricamente vissute. La vicenda della politica monetaria e quella della politica fiscale, le storie dei grandi gruppi e dei distretti industriali, il ruolo dell'Europa e quello della globalizzazione, sono tutti argomenti che certo servono a comprendere, ma non bastano. Il vero problema è la mancanza di concorrenzialità del sistema, dovuta a un insieme di meccanismi che incentivano la ricerca delle nicchie protette e premiano chi le trova.
Il miracolo economico italiano è un fenomeno straordinario. Lo scatto dello sviluppo italiano del Dopoguerra ha sorpreso tutti gli osservatori. Si è trattato di un fenomeno storico di immensa portata che ha trasformato radicalmente l'Italia nel giro di pochi anni facendola entrare di slancio nel piccolo gruppo di paesi protagonisti dell'economia mondiale. È stato un "miracolo" appunto: un periodo brevissimo di industrializzazione accelerata, che ha avuto il suo acme tra il 1959 e il 1963. Un periodo straordinario, nel quale le grandi imprese si ristrutturano e rilanciano, la mano pubblica investe in infrastrutture fondamentali, le piccole imprese nascono e trovano nuovi mercati in Italia e all'estero, in certi casi crescendo fino a raggiungere dimensioni europee. È un periodo, brevissimo, in cui le opportunità offerte dalla concorrenza appaiono più ampie di quelle offerte dalle nicchie protette.
Nel corso del miracolo economico, l'industria italiana si comporta come se avesse preso coscienza delle proprie potenzialità e parte alla conquista dei mercati esteri. Riuscendo a ottenere larghissimi successi. Ma a partire dal 1993 lo scenario cambia. La politica, con l'entrata dei socialisti al governo, torna a fare paura. E la nazionalizzazione dell'energia elettrica non rassicura gli imprenditori privati. Una prima crisi del modello del miracolo italiano si manifesta nel 1964. Ci sono tensioni salariali. Il governatore della Banca d'Italia, Guido Carli, decide di applicare una politica monetaria espansiva e anomala per sostenere i profitti e proteggere l'industria privata. È solo l'inizio. La svalutazione competitiva diventerà uno dei leit motiv della versione italiana di competitività internazionale. Una forma di protezionismo. Ridà fiato alle imprese quando la concorrenza erode le quote di mercato: il fatto che alimenti l'inflazione appare secondario. La concorrenzialità è delicata e la si abbandona facilmente: «Se ci si sente inferiori si cerca protezione. La protezione si esprime nel protezionismo. Il protezionismo è proteiforme, capace di presentarsi e di ripresentarsi sotto diverse sembianze». E gli italiani, arrivati forse troppo velocemente o frammentariamente al successo economico, evidentemente si sentono inferiori: «Nello sviluppo industriale dell'Italia unita si coglie sia la difficoltà di liberare gli animal spirits di un'imprenditoria capace, all'occasione, di affermarsi rapidamente, sia la tendenza dell'impresa a un'involuzione precoce per operare al riparo della competizione prodotta dalle stesse forze del mercato che ne avevano permesso il successo».
Quando Carlo Azeglio Ciampi prende in mano la Banca d'Italia, il suo obiettivo è risanare la politica monetaria. Il suo successo di lungo termine è sicuramente l'entrata dell'Italia nell'euro che mette definitivamente al riparo il sistema dalle tensioni inflazionistiche esplosive e dalle tentazioni di svalutazione competitiva. Ma nel frattempo, il sistema trova una nuova modalità per realizzare il protezionismo: la spesa pubblica, finanziata con il debito, consente di creare sempre nuove nicchie economiche protette e di far crescere l'oligarchia economica in stretto rapporto di dipendenza con l'oligarchia politica. L'evasione fiscale, poi, è l'altra faccia della stessa medaglia. Da questo punto di vista, il paese è campione del mondo. Scrive Nardozzi: «È stato calcolato che, se a partire dagli anni Settanta gli italiani avessero evaso le imposte quanto i cittadini americani, il debito pubblico nel 1994 non avrebbe raggiunto il 120 per cento del Pil ma solo l'80 per cento».
In questo contesto, l'Italia non ritrova se non sporadicamente la strada della competitività internazionale che lo aveva sospinto ai tempi del miracolo. Senza la spinta della concorrenza, la dinamica dell'innovazione si arresta, si perdono quote di mercato, si rallenta la crescita della produttività. Alla fine ci si impoverisce. Specialmente se il quadro competitivo si fa più complesso e davvero globale. Chi cerca le colpe di questa situazione non ha che l'imbarazzo della scelta, tra politici, imprenditori, sindacalisti e altre categorie. Ma il tema vero è quello del sistema di incentivi: se quella di andare a fare concorrenza nel mondo è una scelta premiata dal contesto nel quale le aziende operano, allora è probabile che si moltiplichino le imprese competitive. Se viceversa è premiato chi si fa proteggere, chi evade le tasse, chi si fa finanziare e chi vive di operazioni di piccolo cabotaggio, allora evidentemente si riducono le probabilità della crescita di un insieme di aziende competitive. Se questo è il caso dell'Italia, allora questo è l'inizio vero del declino.
Il problema per Nardozzi, insomma, è chiaro: «Nella sostanza il problema industriale italiano veniva dal fatto che il processo di accumulazione di capitale era viziato nel suo aspetto fondamentale, la concorrenza. Lo sviluppo industriale del paese era condizionato da due strozzature. Una, per cosi dire, nei piani bassi della produzione, che limitava l'emergere delle energie imprenditoriali dai giacimenti di notevole ricchezza che si rinvengono nella storia lunga dell'ingegno italiano. L'altra, ai piani altri, dove l'ulteriore sviluppo delle imprese gia affermate era deviato dalla ricerca da parte della grande imprenditoria di rendite in zone protette o garantite dallo Stato e in direzione di affari finanziari o industriali, permessi dal potere economico raggiunto e dalla collusione con la politica». La soluzione? «Il contributo della politica è importante, perché dalla capacità di cogliere i problemi della società, di progettarne il futuro e di governare di conseguenza vengono agli imprenditori le certezze di cui hanno bisogno le loro aspettative, le loro scommesse». Insomma: qualcuno deve articolare la prospettiva del sistema e indicare la strada da prendere. E quel qualcuno, per Nardozzi, deve stare nel mondo della politica.
In mancanza di una risposta di questo tipo, la società italiana soffre. Lo racconta lo storico Valerio Castronovo nel suo Le paure degli italiani. Perché siamo diventati più poveri?, volume agilissimo ma suggestivo. Di periodi di malessere, dice Castronovo, l'economia ne attraversa in modo ricorrente. Ma la crisi attuale sembra diversa. Soprattutto perché mette in crisi il ceto medio, nerbo della società: il ceto che fa da tessuto connettivo della società, che tiene si sistema aggregato e che con le sue semplici convinzioni può orientare la cultura di un popolo verso il progresso. Ma anche il ceto che, quando va in crisi ed è disorientato, rischia di portare l'intera società verso il declino. Si direbbe che, appunto, in questo periodo le sicurezze del ceto medio italiano siano messe profondamente in discussione. Il libro di Castronovo riguarda la storia del presente: è la visione complessiva del passaggio che deve attraversare l'Italia di oggi. È l'attualità nella prospettiva storica. Ogni capitolo analizza un aspetto della grande trasformazione di questi tempi: dal lavoro iperflessibile al consumo in balia di prezzi fuori controllo, dall'amministrazione pubblica che deve ancora scoprire come ridefinire il proprio ruolo nel nuovo contesto europeo al sistema dei distretti industriali che non riesce a trovare le dimensioni necessarie a competere sulla scala della globalizzazione. Le conseguenze di tali trasfromazioni possono essere valutate in modo diverso se si guarda al tempo lungo: ma certamente, nel breve termine sembrano in effetti innescare soprattutto straordinari fenomeni di insicurezza nel ceto medio.
Le paure degli italiani sono piuttosto motivate. Il crack della Parmalat, preceduto dalla crisi Cirio e dal default dell'Argentina. Lo straordinario incremento dei prezzi che in alcuni settori molto evidenti del mercato ha preso la forma di una sorta di inflazione parallela. L'insicurezza globale successiva all'attacco alle Torri dell'11 settembre 2001. Questi e altri fatti del genere, hanno finito per essere percepiti come una serie: il ceto medio italiano li ha interpretati come una sorta di incessante opera di picconatura delle sue sicurezze. Ma se a questa impressione si aggiunge la pubblicistica del declino che sempre più unilateralmente denuncia la possibilità che l'Italia sia destinata a peggiorare dal punto di vista economico nei prossimi anni, allora la perdita di sicurezze si trasforma nel ceto medio in un vero e proprio timore. La paura di diventare poveri.
«Al volgere del Novecento il nostro processo di sviluppo accusava già non pochi acciacchi e sintomi di stanchezza» ricorda Castronovo. «E ora che s'è bloccato quasi del tutto si sta diffondendo perciò in una parte molto ampia della popolazione italiana il timore di diventare povera, di subire un decadimento del proprio status. A soffire dei questa sindrome è soprattutto quel vasto universo sociale costituito dai diversi strati del ceto medio».
La crisi del contesto industriale, anche per Castronovo, è determinante. Ma lo storico sottolinea soprattutto la difficoltà tutta italiana di affrontare I cambiamenti del contesto competitivo internazionale: «Dove conta di più l'organizzazione rispetto all'inventiva e la conoscenza rispetto all'esperienza pratica, l'industria italiana denuncia da tempo gravi ritardi e insufficienze che deprimonno, di conseguenza, la nostra bilancia commerciale. Tant'è che negli ultimi otto anni dal 1995 al 2003, le nostre esportazioni sono calate dal 4,5 al 3 per cento dell'export mondiale».
La rivoluzione tecnologica e la globalizzazione hanno cambiato lo scenario, mettendo in criisi le aziende che non si sono adattate e ponendo sotto pressione una vasta parte della società, quella aveva prosperato appoggiandosi alle diverse forme di protezione delle quali hanno per decenni goduto molte categorie professionali. I posti di lavoro sono a rischio, sia tra gli operai che tra gli impiegati. I risparmi non sono più al sicuro nelle braccia capaci dello Stato indebitato. Le pensioni non sono più la prospettiva sicura di un tempo. Le forme tradizionali di controllo sui prezzi sono saltate. E per i giovani non sono più condivise le convinzioni che una volta sembravano assicurare ai figli un destino materiale migliore di quello dei genitori. La mobilità sociale, fondamentale meccanismo che garantisce il dinamismo e la coesione di una società, è incarnata dal ceto medio che costituisce il ponte tra i ceti bassi e quelli più elevati della comunità. Se il ceto medio si convince di declinare verso il basso, tutta la società sembra bloccarsi e andare in crisi. «La classe media rischia di perdere sempre più quota, di scendere di vari gradini nella scala sociale. Se già molte famiglie stentano ad arrivare a fine mese, altre non sono più sicure di mantenere in futuro il medesimo tenore di vita che avevano acquisito» scrive Castronovo: «La mobilità sociale verso l'alto, che dal dopoguerra in poi ha caratterizzato il nostro Paese, registra un'inversione di rotta, in quanto procede e s'allarga verso il basso». Non per nulla, dunque, i conflitti sociali sembrano radicalizzarsi.
La conclusione di Castronovo? I motivi per diagnosticare la crisi non mancano. Ma la sua trasformazione in una forma di declino, cioè nella perdita di posizioni dell'Italia rispetto alle altre nazioni industriali, dipende per Castronovo dalla convinzione con la quale gli italiani riusciranno a reagire alle difficoltà. Il pessimismo è infatti anche una causa di crisi. L'incessante conflittualità della classe politica che giunge spesso al limite di mettere in discussione le basi stesse della legittimità democratica degli avversari, non aiuta certo a ricompattare la società per indirizzarla a cercare il superamento delle difficoltà. Eppure una maggiore serenità sarebbe di grande aiuto per reagire. In ogni caso, dice l'Autore, il senso di responsabilità di ciascuno è determinante. Per Castronovo «sta a ognuno di noi il dovere di non perdersi d'animo».
Già, ma per avere fiducia occorre qualcosa su cui valga la pena di scommettere o per cui valga la pena di battersi. Ed è proprio l'articolazione di questo "qualcosa" che sembra mancare. Ma in mancanza di meglio, questo dibattito sul declino ha il merito di individuare alcuni temi di fondo dai quali non si può prescindere. Il bisogno di un élite economica illuminata è un'idea ricorrente e indubitabile. La necessità di un quadro di regole concorrenziali che indirizzino sia l'élite sia i ceti che si trovano in posizioni meno elevate della gerarchia economica ma che, potenzialmente, possono innovare il sistema, è una diagnosi altrettanto solida. Lo stato di sofferenza di una società che ha paura è un'osservazione che occorre tenere presente. La soluzione di guardare all'Europa resta una fonte di incoraggiamento. Ma per progettare una risposta ai dubbi sul futuro occorre fare un passo indietro e molti passi avanti.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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