Luca De Biase
An Italian journalist writes about what's happening in his funny country:
a laboratory for the study of broken democracy and creative capitalism.
Plus news about media and cultures.



Creative Commons License

Subscribe to "Luca De Biase" in Radio UserLand.

Click to see the XML version of this web page.

Click here to send an email to the editor of this weblog.

 

 

Economia della liberazione - SestoDue

2. L'errore di prospettiva italiano

A Venezia tutti lo sanno. Nella laguna più bella e famosa del mondo, dove sorgono gli impianti petrolchimici di Porto Marghera, si aggirano ancora le ombre degli operai morti di cancro. Centinaia di persone sono scomparse perché lavoravano in quelle fabbriche, frutto di quel «miracolo economico» oggi rimpianto da chi denuncia il declino industriale del Paese. I prodotti chimici che i lavoratori, inconsapevoli, erano costretti a maneggiare erano come armi di distruzione di massa. Rivolte contro gli stessi operai. Le loro famiglie li ricordano. La città li ricorda. Quei morti ci sono rimasti nella memoria collettiva anche se sono usciti dal dibattito sul sistema economico italiano. Che sembra incapace di tener conto di Porto Marghera come della baia di Bagnoli, delle fabbriche costruite sul mare della Liguria come della raffineria di Augusa, del deserto di Gioia Tauro come della monocultura automobilistica di Torino. Il discorso comune sull'economia italiana ha dimenticato il Lambro, Seveso, la valle del Chiampo. Piccole e grandi industrie, pubbliche e private, sono cresciute ovunque come funghi: hanno nutrito e ucciso, arricchito e impoverito. Ma la società non ha dimenticato.

Il miracolo economico ha devastato l'Italia. È forse stato un male storicamente necessario, come il colonialismo, come la conquista del Far West, come la bonifica delle terre malariche: ha fatto i suoi morti, ma ha lasciato dietro di se un paese sviluppato. È vero. Ma chi può rimproverare un popolo che dimostra di non avere amato con tutto il cuore quell'industria e che vuole voltare pagina, anche se non sembra trovare una guida, politica e intellettuale, che possa articolare questo cambiamento di rotta?

Giunti a una ricchezza soddisfacente, molti italiani progettano di recuperare il terreno perduto sul piano della qualità della vita. Ma in mancanza di una nuova narrazione del loro progetto comune sembrano ondivaghi e incerti. Non sono i soli: tutta l'Europa, in un modo o nell'altro, è in una simile condizione. E la Commissione Europea, che pure un'articolazione del progetto europeo riesce a produrla, non è abbastanza ascoltata: resta un organismo compromissorio e vagamente troppo burocratico, che parla con un linguaggio difficile e il cui appeal è dato soprattutto dalla sua capacità di spesa.

In realtà, l'idea dell'Italia in declino, o dell'Europa in declino, dipende tanto da una sopravvalutazione del passato quanto da una sottovalutazione del futuro. Quello che definiamo declino è più probabilmente il passaggio a un sistema post-industriale, un sistema del quale possiamo annunciare l'avvento, coglierne i segni e definirne solo a grandi linee la forma, ma che di certo impone profondi cambiamenti, sofferenze e timori. Da questo punto di vista, l'idea di declino rischia di essere soltanto un'arma polemica contro la coalizione al governo. Ma non è il rischio peggiore: più grave è il rischio di perdere un'occasione per cercare di superare il modello passato, che comunque non molti rimpiangono, e di costruire un'immagine nuova di sviluppo.

L'errore di prospettiva di coloro che sottovalutano le sofferenze indotte dal modello di crescita che si è interrotto si salda con l'interesse dei sostenitori di un'ideologia della crescita perenne e inarrestabile, un po' troppo simile a quella sostenuta dall'oligarchia economica. La crescita accelerata ha mantenuto tutte le promesse che poteva mantenere, ha lasciato dietro di se molte delusioni e sofferenze, il suo ritorno non è l'oggetto principale dei desideri degli italiani. Concentrarsi sul declino come fine della crescita è un falso problema.

Il problema vero è l'articolazione credibile e condivisa del nuovo modello di sviluppo che emerge dalle difficoltà del vecchio. Il capitalismo ha la sua risposta e la sostiene con tutte le sue forze: chiede alla società di consumare di più, di lavorare di più, di confidare nella visione del mondo suggerita dalla pubblicità e dalla finanza. Una parte delle oligarchie italiane porta avanti questo programma con intensità crescente. E da questo punto di vista smentisce chi come Turani denuncia la morte del capitalismo italiano: il capitalismo italiano è ottimo, da secoli, nel fare gli affari suoi. Chi si aspetta che sia anche classe dirigente, non si accorge che è solo un sistema per l'accumulazione di capitali. E se questo genere di oligarchia decide di fare politica è, in larga parte, per continuare meglio a fare i suoi affari.

Il problema, da sempre, in Italia, non è il capitalismo, ma il mercato, l'economia delle regole chiare e trasparenti: quelle regole che garantiscono la qualità e la lealtà della concorrenza, del lavoro e del consumo, dell'investimento e del risparmio. Di fronte a questa situazione, la reazione degli italiani è duplice: c'è chi ne approfitta per infrangere regole che si dimostrano sempre deboli e chi si aspetta che qualcuno le modifichi per l'ennesima volta sperando che alla fine funzionino. Strategie destinate alla delusione fino a che non si prenderà coscienza di un fatto nuovo: gli obiettivi di tante persone, sempre più numerose, sono cambiati, non sono più concentrati sulla crescita ma si rivolgono verso la sostenibilità, la sicurezza, la qualità, il tempo da dedicare alle attività gratuite e gratificanti, un lavoro dotato di senso, cui partecipare e con il quale esprimersi.

Già, il lavoro. La pubblicistica racconta spesso l'immigrazione come la conseguenza del fatto che gli italiani non vogliono più fare certi lavori poco gratificanti. Ma non hanno forse ragione? I loro genitori si sono sacrificati per la crescita affinché i figli potessero vivere meglio di loro: adesso vogliono che la promessa in base alla quale hanno lavorato in passato sia mantenuta. Del resto, gli immigrati sono contenti di fare lavori poco gratificanti? O sono semplicemente costretti a farli? Non è forse vero che appena possono anche loro li abbandonano? Si direbbe che in questo momento la domanda sociale non sia verso la crescita quantitativa ma verso il miglioramento qualitativo del lavoro. Non c'è probabilmente una situazione di disoccupazione insostenibile, anzi: ricordando il lavoro nero si risponde almeno in parte a chi lamenta che le statistiche ufficiali segnalano che in Italia la massa di ore lavorare è troppo bassa. In realtà, non manca il lavoro: manca il lavoro di qualità. È su questo che si deve fare un programma. E senza negare il valore fondamentale del consumismo che ha sostenuto il consenso per la democrazia nei momenti più delicati della sua storia, occorre alimentare la consapevolezza dei suoi limiti.

L'Italia è di fronte a scelte fondamentali. Ma la vulgata le affronta senza ascoltare i segnali che vengono dalla popolazione. Invece di spiegare, ordina di aderire a modelli alieni come l'iper-liberismo. Impone un'interpretazione che non soddisfa nessuno, ma che propone come l'unico pensiero possibile. Chiede a un paese già molto produttivo e sostanzialmente ricco di concentrarsi sulla crescita, di lavorare di più, di rischiare di più, di rinunciare alle sicurezze, di accettare ancora sacrifici, mentre le persone non cessano di domandarsi perché dovrebbero farlo.

Ci manca una narrazione comune convincente. Quella del declino è miope. Occorre riconoscere gli obiettivi condivisibili dal paese e perseguirli raccontando come si possono raggiungere. Gli italiani, come gli altri europei, non sono davvero disposti a dare la vita per avere più beni materiali, perché ne vorrebbero di immateriali: felicità, sicurezza, tempo. La narrazione che è oggi necessaria deve partire dalla consapevolezza che la ricerca economica ha finalmente cominciato a delineare: oltre un certo limite di ricchezza, la crescita della produzione e dei consumi costa tanto in termini di tempo, relazioni umane, qualità dell'ambiente da trasformarsi in una minaccia alla felicità. E quella la consapevolezza porterà a definire una nuova agenda economica e politica. Con la quale gli italiani e gli europei potranno ricominciare a costruire il futuro.

Luca De Biase - Economia della liberazione

Torna all'indice

----------------------------------------------
Proprietà intellettuale - Luca De Biase - In uso gratuito per la Rete...
Questo è un libro in lavorazione, quindi non dovrebbe essere usato come se fosse finito: anche se mi fa piacere che venga usato e commentato. Anzi è proprio questo lo scopo di metterlo online. In ogni caso, come tutto quello che pubblico su questo blog anche questo materiale è sottoposto alla licenza Creative Commons. Il che in questo caso significa: facendo ricerca ha molto senso scambiare gratuitamente idee, obiezioni, fatti, notizie, con altri interessati allo stesso argomento di studio; si tratta di trovare insieme un pensiero nuovo. Non occorre ricordare che qualunque utilizzo di questo materiale dovrebbe essere accompagnato da una citazione della fonte e che in ogni caso questo materiale non può essere usato per fini commerciali se non da chi lo ha prodotto.
Gli errori che questo libro contiene sono imputabili alla mia imperizia. Le buone idee appartengono a tutti noi.
----------------------------------------------


Click here to visit the Radio UserLand website. © Copyright 2005 Luca De Biase.
Last update: 25-08-2005; 20:46:53.
This theme is based on the SoundWaves (blue) Manila theme.