Economia della liberazione - QuintoUno
1. L'anello mancante
Gli scienziati dell'economia di oggi raccontano dunque una visione del mondo molto diversa da quella dei loro predecessori. L'economia sperimentale, l'economia della felicità, l'economia della liberazione, hanno abbattuto per sempre la credibilità del modello neoclassico. E a quanto pare la storia e le opinioni diffuse sono molto più in accordo con questi nuovi modelli che con quelli tradizionali. Riassumiamo:
1. Il mercato funziona solo in base a un sistema di regole che salvaguardano la competizione contro l'oligarchia capitalistica.
2. La crescita è positiva se libera le popolazioni non se avviene solo attraverso la sostituzione con beni monetari dei beni relazionali, ambientali e culturali. Il che rivaluta il dono e il gratuito a sfavore della monocultura monetaria.
3. Il fine delle scelte è parte dell'economia tanto quanto l'analisi delle risorse che si possono attivare per raggiungerlo.
4. L'antropologia dell'homo oeconomicus è assolutamente priva di alcun riscontro storico e l'economia fa bene ad ascoltare i risultati delle altre scienze sociali in proposito.
5. L'informazione è tutto salvo che distribuita equamente tra gli operatori economici, mentre il progresso tecnologico è una delle dinamiche fondamentali e qualunque modello ne supponga l'assenza o l'andamento lineare è una mistificazione.
Queste semplici constatazioni, provate dalla ricerca economica, non sembrano riuscire ad abbattere come dovrebbero il dominio della cultura liberista sul pensiero economico diffuso. L'ideologia del mercato come meta di un percorso fatto di liberalizzazione, privatizzazione, deregolamentazione; la crescita come sintesi delle promesse di arricchimento generalizzato; la competitività da raggiungere ad ogni costo: queste parole d'ordine restano al centro della vulgata economica. Perché? Perché non vengono superate anche a livello politico come lo sono a livello accademico?
L'anello mancante, finora è un sistema dei media adatto alla grande trasformazione. L'immagine dell'economia lobotomizzata e lobotomizzante ha continuato a vincere grazie al sistema dei media di massa tradizionale. E non è sorprendente.
Non solo perché appartengono in molti casi alle stesse oligarchie. I media di massa, dei quali la televisione è il punto più alto e sofisticato, sono basati su una struttura gerarchica potentissima. Pochi trasmettono e molti ricevono. I media di massa sono compatibili e coerenti con il modello industriale: la radio prima, la televisione poi sono state i generatori di consenso più efficienti per gestire il passaggio a volte drammatico alla produzione tayloristica e al consumo di massa: si rivolgevano al mitico "uomo medio", proprio come i prodotti che l'industria sfornava a ritmo crescente e che andavano consumati in maniera massimamente conformista.
Da tempo l'"uomo medio" non esiste più. Da tempo le automobili non sono più tutte nere e le cosiddette nicchie di mercato sono tornate ad essere la norma e non l'eccezione. I media, indietro come sempre di alcune decine d'anni, si stanno adeguando. Il successo dei nuovi media digitali interattivi è una risposta che la società attendeva da tempo.
Ma i risultati positivi non arriveranno se non attraverso una fase di conflitti, equivoci e importanti scoperte. I media tradizionali, strutturalmente gerarchici, sono in tutto il mondo in mano alle oligarchie capitalistiche: governano il consenso, diffondono conformismo, generano necessità e aspettative perennemente insoddisfatte, in perfetta coerenza con il resto dei messaggi della cultura economica tradizionale. La finanza, l'entertainment e la produzione di beni di consumo, nella loro interpretazione oligarchica, hanno trovato nei media tradizionali un alletato potente. Ma anch'esso condannato alla logica del continuo rilancio cui sono sottoposte tutte le dinamiche dell'economia tradizionale: per mantenere lo stesso livello di soddisfazione, ci vuole una intensità di messaggi sempre maggiore, con il rischio di perdere attenzione e credibilità. Come ciclicamente avviene.
I nuovi media non sono altrettanto gerarchici. Hanno una struttura a rete nella quale i produttori e il pubblico si trovano su piani molto più vicini. Anzi, in molti casi non c'è alcuna differenza tra produttori e pubblico, tanto che si parla della nuova figura del "prosumer" come sintesi dei due ruoli: il divertimento che i ragazzi provano nella gestione della loro giornata a base di sms è solo uno degli esempi di questo fenomeno, come i boom dei blog, dei podcast, dell'instant messaging o della vecchia e semplice posta elettronica. Le piattaforme di base dei nuovi media non sono proprietà di nessuno. La loro logica è molto più aperta. Le oligarchie faticano a controllarla. Il conflitto è latente. E scoppia a tratti in modo violento. I fronti più caldi? La competizione nelle nuove telecomunicazioni ridefinite da Internet e nei servizi collegati; e la produzione di software e, ancora di più, la produzione di entertainment, dalla musica ai film e oltre. Insomma, il conflitto è per la concentrazione delle piattaforme di gestione e distribuzione dei media digitali interattivi e nell'interpretazione dei diritti di proprietà intellettuale.
Le logiche analitiche che si utilizzano nell'analisi dei fenomeni di rete sono molto diverse dalla solita attività deduttiva della scienza economica di stampo ottocentesco. Oggi si parla di fenomeni emergenti, di complessità, di nodi e collegamenti. Con la messa in discussione della società di massa e dei media corrispondenti, con l'avvento delle reti, la visione del mondo si sta rinnovando. Non a caso il nuovo libro di Thomas Friedman si intitola sagacemente "Il mondo è piatto": le novità emergenti competono, in una certa misura, con le vecchie gerarchie.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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