Economia della liberazione - QuintoOtto
8. Nella comunicazione il nuovo terreno di confronto tra capitalismo e società
Riassumiamo. Con il superamento della spinta dell'industrializzazione e l'avvento dell'economia della comunicazione i media diventano il settore economico decisivo. Quello che valorizza ogni altro ambito produttivo. L'immateriale, il valore dei beni di questa fase economica, è messaggio. E il messaggio deve circolare.
Ma i media sono contemporaneamente lo strumento del coordinamento sociale e dell'articolazione del modo in cui la società si racconta e prende la direzione che diventa la sua prospettiva storica. È sui media che si pongono e si rispondono le domande che hanno chiuso il paragrafo precendente.
Per le oligarchie capitalistiche ogni passaggio come questo è una sfida e un'opportunità. La strategia non cambia: occorre tenere la società concentrata nella spirale innescata dalla mercificazione, alimentare i consumi e i risparmi, flessibilizzare il lavoro e in generale aumentare il bisogno di denaro. Ma le forme applicative di questa strategia cambiano nelle diverse fasi storiche. Anzi le nuove soluzioni che si palesano al passaggio verso un nuovo paradigma sono figlie dei difetti delle soluzioni adottate nella fase precedente.
Con la fine della spinta all'industrializzazione, la società di massa si spezza in gruppi e identità sociali differenziate. I media cavalcano il fenomeno specializzando gli strumenti e inseguendo target sempre più settoriali. Quelli dotati di tecnologie più flessibili e di canali di diffusione più segmentabili riescono a specializzarsi più in fretta: partono i giornali e i periodici di carta, seguono le radio. Solo con molti sforzi arriva infine la televisione: il broadcasting per eccellenza, lo strumento fondamentale di comunicazione della società di massa si adegua con fatica a causa della limitatezza delle frequenze e del gigantismo dei costi di produzione e gestione. La tv monopolistica si spezza dapprima per la concorrenza delle tv commerciali. E quando il nuovo sistema arriva alla maturazione, con il rischio crescente di perdere contatto con il pubblico, si specializza ancora per via tecnologica: la tv satellitare, la digitale terrestre, la televisione via Internet, moltiplicano progressivamente i canali per farli arrivare a un numero potenzialmente infinito. E dunque rendono necessari profondi ripensamenti dal punto di vista editoriale.
Analogamente, anche per i network sociali i passaggi come quello attuale sono in qualche modo sfide e opportunità. I cambiamenti, di solito, appaiono alle maggioranze come rischi. Anche per la tendenza a rifiutare l'intertezza: e indubbiamente le trasformazioni tendono a produrre incertezza. Ma esistono minoranze, nell'insieme anche molto numerose, che invece tendono a cavalcare i cambiamenti, valutandoli come occasioni per rimettere in discussione le gerarchie sociali, i valori dominanti, la qualità dei risultati economici raggiunti. E il passaggio all'attuale nuova fase, indubbiamente, ha scoperchiato il vigore innovativo di grandi minoranze che mostrano la fortissima ambizione di cambiare il mondo.
Il ciclone Internet, si diceva, è il grande abilitatore, la chiave di volta del mutamento. La struttura della grande rete è tale che il costo di distribuzione dei messaggi crolla drammaticamente e le possibilità di pubblicazione si moltiplicano in modo virtualmente infinito. È vero per gli editori ed è vero per la società. I network sociali aprono le porte ai messaggi innovativi e critici che provengono dai gruppi interessati a cogliere l'opportunità per una nuova visione del mondo, in qualche modo sfidando le oligarchie: i 4 milioni di blog nati in pochi anni a partire dal 2000 e diventati una forma di conversazione globale mai sperimentata in passato per potenza comunicativa, atteggiamento critico, possibilità di interrelazione tra pari a livello internazionale, sono un fenomeno che prosegue e moltiplica l'impatto già raggiunto dal Web e generano una nuova classe di cittadini informati e partecipanti all'informazione. Intanto i grandi media, vecchi e nuovi, hanno la possilità di rispondere puntando sul bisogno di sintesi in risposta alla dispersione dell'attenzione generata dalla moltiplicazione dei contenuti resa possibile da Internet. Si tratta di un movimento innovativo che parte dal sociale come reazione critica alle condizioni raggiunte dalla fase storica precedente e che induce l'oligarchia, in questo caso soprattutto mediatica, a cercare nuove strade per il governo dell'economia della comunicazione.
In questo momento di passaggio, la situazione appare dunque fondamentalmente inchiodata sullo scontro duro tra i network sociali e i grandi gruppi editoriali. Le major della musica e dei film, le più coinvolte, sono all'attacco su tutti i fronti. Il tentativo di estendere il territorio coperto dai loro copyright è una delle strategie fondamentali per ampliare i profitti delle società che più precisamente si occupano di impacchettare i contenuti nel mondo dei media. La strategia è perseguita aumentando il numero di anni di durata dei copyright, difendendolo da qualunque utilizzo non ripagato in termini monetari e proponendolo su sempre nuovi media. Le piattaforme di distribuzione non sono però più sotto il loro controllo: in realtà, le grandissime compagnie telefoniche che si vanno rapidamente trasformando in piattaforme di distribuzione di contenuti prodotti dagli editori e dai consumatori, non hanno l'interesse di acconsentire pedissequamente alle strategie delle major. E anche se ad esse si adeguano quando devono lanciare nuove tecnologie e nuove reti di distribuzione, sono sempre più coscienti del fatto che i contenuti autoprodotti sono destinati a sopravanzare quelli degli editori in termini di valore del traffico generato e probabilmente anche del business. Nello stesso tempo, i produttori di apparati di accesso e fruizione dei contenuti, editoriali e autoprodotti dai consumatori, appaiono storicamente orientati a fare leva sulla capacità degli utenti di realizzare i loro contenuti.
In tutto questo, la società cerca di ritrovare spazi di gratuità, momenti di espressione critica e creativa, valori innovativi e liberi dalla logica della mercificazione. Internet è esplosa sulla base dell'opportunità che offriva di aprire i mercati a nuovi soggetti, di liberare le forze creative della società, di consentire l'accesso a contenuti di piccoli editori o di autoproduttori, singoli o organizzati, che la struttura integrata verticalmente dei vecchi media non favoriva. Le biblioteche diventano editori. Le banche e le aziende produttive possono considerarsi in parte anche editori. Le associazioni di volontariato si presentano sul mercato con i loro contenuti. Le singole persone si propongono con i loro blog, podcast, wiki, chat e altro. E tutti possono sperare di trovare spazio e attenzione. Anche perché gli aggregatori e i motori di ricerca non sono necessariamente controllati dai grandi gruppi editoriali. Anzi, in generale questi non riescono a gestire più di tanto il fenomeno. E i maggiori successi, in questo senso, sono ottenuti da aziende nate per la Rete, da Yahoo! a Google.
Che quadro ne emerge? È fatale la vittoria finale dell'oligarchia e l'avvento di una nuova fase della mercificazione degli spazi della conversazione sociale? Oppure i network di pari hanno davvero la possibilità di abbattere, con la loro funzione critica e la fiducia che si sviluppa nelle relazioni personali, la credibilità dei messaggi prodotti dai media oligarchici?
Se le compagnie telefoniche saranno lasciate libere di scegliere tenteranno di diventare la piattaforma di distribuzione di tutto, appoggiando i "prosumer" ma trattando da clienti anche gli editori. Allargandosi probabilmente anche al mondo editoriale. E aggiungendo servizi per sostenere i profitti, che nel frattempo saranno erosi dal crollo dei prezzi delle telefonate tradizionali dovuto alle fatali conseguenze dell'evoluzione tecnologica. Potranno addirittura tentare di appropriarsi del sistema dei pagamenti, in quanto un numero sempre maggiore di beni e servizi si scambierà in Rete e la bolletta telefonica potrebbe candidarsi senza problemi a sostituire la moneta. Ma le lobby delle banche, come quelle dei broadcaster, si opporranno. E i regolatori tenderanno a mediare. La parte debole, in questa lotta, saranno i network sociali: per loro sarà strategico imparare a interloquire con il sistema politico e accreditarsi come medium generatore di consenso o di critica.
La contrapposizione sarà accesa. Anzi lo è già: mentre le oligarchie vanno direttamente all'attacco dei beni relazionali residui, si osserva una resistenza sociale molto maggiore di quella sperimentata in passato. Grazie anche alla tecnologia.
Al centro del processo, si vede un particolare network sociale che ha una funzione molteplice: alimenta i beni relazionali, contrasta il potere delle oligarchie, costruisce soluzioni tecnologiche che abilitano altri network sociali. Si tratta del culturalmente fortissimo movimento che produre il software open source e che sta lavorando per liberare anche la parte tecnologica del fenomeno internettiano dalla invadenza del potere delle grandissime aziende di software..
È un doppio segnale: perché favorisce la diffusione di piattaforme libere e nello stesso tempo funziona a sua volta sulla base di network sociali, formati da tecnici e programmatori il cui scopo fondamentale è quello di vivere relazioni tra pari più ricche e soddisfacenti. Come dimostra lo studio di Pekka Himanen, docente a Helsinki e Berkeley e profondo conoscitore dello hacking, che nel suo libro L'etica hacker e lo spirito dell'età dell'informazione ricorda l'origine culturale universitaria della cultura che sta producendo l'open source: una cultura dunque collaborativa e sociale, il contrario di quella aziendale e mercificante, ma non per questo meno efficiente ed efficace. Contro questa cultura si scagliano le grandi corporation per sostenere il proprio punto di vista: ma la battaglia, anche sul mercato, è sempre più aperta.
Lo stesso ambiente Linux, la principale piattaforma open source, è ormai utilizzato da più di un quarto dei grandi utenti ed è considerato dalla Microsoft, leader mondiale del settore, uno degli avversari più temibili. E non a caso Bill Gates, il co-fondatore della Microsoft ha dichiarato di ritenere come «una sorta di comunisti moderni» i sostenitori della cultura del software e dei conteuti liberi da copyright. Lo scontro è dunque eminentemente politico, come indica chiaramentte il termine che è venuto in mente a Gates. La battaglia tra i grandi detentori di copyright, le major in testa, e i network sociali contrari all'estensione illimitata dei diritti d'autore è, per il capo di una delle maggiori case di software del mondo, il nuovo fronte della guerra tra capitalismo e comunismo. Non a caso, la reazione dei commentatori sui blog è stata una grassa risata digitale, registrata per esempio da uno dei più ascoltati osservatori della nuova informazione online, Dan Gillmor: «il monopolista si fa paladino del mercato?» commentavano i blogger. Un caso davvero emblematico che dimostra come il capitalismo, del quale Gates è ormai un'icona mondiale, utilizzi l'ideologia liberista come paravento per le sue attività economiche ma sia del tutto ambiguo sulle sue applicazioni pratiche. La Microsoft, si diceva, è al centro dell'attenzione delle autorità antitrust di mezzo mondo, dunque non si può dire che rappresenti il libero mercato: a dimostrazione che la concorrenza è una cosa, il capitalismo un'altra. In realtà, i sostenitori dell'open source si dichiarano favorevoli alla concorrenza e si dimostrano contrari al capitalismo: mentre, ai loro occhi, Gates è su posizioni esattamente opposte.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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