Luca De Biase
An Italian journalist writes about what's happening in his funny country:
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Economia della liberazione - TerzoTre

3. Al di sopra - e al di sotto - delle regole: capitalismo e pirateria

«Nelle imprese belliche dobbiamo intravedere le prime di tutte le forme di impresa. Le prime anche per la ragione che costituiscono la base di tutte le altre». Parola di Werner Sombart, storico senza peli sulla lingua. Una parola troppo poco meditata.

Karl von Clausewitz ha visto la guerra come la prosecuzione della politica con altri mezzi. Ma l'esperienza quotidiana segnala che a sua volta la politica è per molti aspetti la prosecuzione dell'economia con altri mezzi. O meglio: il connubio di interessi e pratiche tra molti gruppi politici e altrettanti ceti capitalistici è sotto gli occhi di tutti. Non siamo in un'epoca di pavidi mercanti pacifisti ma di avventurieri, finanzieri senza scrupoli, politici con le mani nel sacco e cercatori d'oro senza patria. La politica e i suoi uomini cercano il proprio ruolo in un quadro globale che l'economia e i suoi leader stanno ridefinendo senza guardare in faccia a nessuno. C'è una logica comune [^] non una mano invisibile, ma neppure una mente perversa globale [^] c'è una logica comune nei tre grandi fenomeni che hanno sconvolto il mondo tra il secondo e il terzo millennio: la bolla speculativa del 1998-2000 che ha attratto in America capitali straordinari e li ha poi volalitizzati; la crisi di credibilità del sistema di autocontrollo del mercato finanziario, resa palese, appunto, dai casi Enron, Arthur Andersen o Parmalat, finestre su un mondo nel quale le regole sono soltanto una convenzione adatta a tenere a bada il popolo; e la guerra, tutt'ora in corso, che è iniziata l'11 settembre del 2001. È chiaro che quella logica si chiama globalizzazione. Meno chiaro ne è il significato.

Si era pensato, con il paraocchi occidentale, che la globalizzazione fosse il linerare processo di avanzamento dell'economia di mercato sul pianeta. «La fine della storia», di Francis Fukuyama, ne era stata la rappresentazione più immediata, alla fine della Guerra Fredda. I no global si sono manifestati proprio come opposizione a questa interpretazione, che si fermava ai confini del pensiero unico economico occidentale, della quale erano inconsapevoli vittime. È invece ormai chiaramente vero il contrario: la globalizzazione fa emergere, esalta e valorizza le alternative all'economia occidentale. Il successo della Cina, l'avvenire vincente dell'India, il catastrofico revanchismo islamico, ne sono gli esempi più evidenti.

Questa nuova realtà della globalizzazione, che avanza e riorganizza l'economia mondiale, si sta ritorcendo contro i liberisti occidentali: alla riunione della World Trade Organization di Cancun una nuova coalizione di liberisti del Sud, dal Brasile all'India, ha preso in contropiede americani ed europei, trasformando il Wto da organo della globalizzazione conquistatoria occidentale in uno strumento per la rivincita dei poveri. E tutto questo sottolinea la forza dei pensieri economici alternativi contro il pensiero unico occidentale uscito vincitore dalla Guerra Fredda. Il pensiero economico islamico può essere il primo che viene alla mente, appunto, per il clamore assordante della guerra. Quello cinese è però il più competitivo rispetto al modo di pensare occidentale, perché è altrettanto potente, conquistatore ed efficiente, ma non ha bisogno di giustificarsi con la religione né di fare i conti con il senso di colpa che ne deriva. E sta nel frattempo emergendo il pensiero economico indiano, che si dimostra una vera e propria alternativa culturale radicale. Le oligarchie occidentali non se ne stanno certo ferme a guardare il loro potere scomparire. E agiscono di conseguenza.

Sicché il mondo cambia. Pullula di grandi e piccoli conflitti. Si ristruttura intorno al confronto tra i nuovi protagonisti emergenti e i sistemi abituali. Le colonie cinesi in Canada, negli Stati Uniti, nelle Filippine, in Malaysia, in Europa e in mille altri luoghi, lavorano con la logica della rete informale, del duro lavoro e del progetto di conquista dei settori più aperti dell'economia. L'attrazione delle qualità tecniche degli indiani sembra incontenibile per le imprese occidentali che cercano di ridurre i loro costi e aumentare la produttività: e le reazioni all'outsourcing che si manifestano nei paesi occidentali non sono sempre altrettante dimostrazioni di senso del mercato. Le rotte aeree che collegano Taiwan all'Italia pullulano di uomini d'affari veneti che non cessano di cercare opportunità ovunque e comunque se ne creino: molti cercano di capire le regole cinesi per aggirare quelle ipertrofiche italiane; i più arditi studiano per aggirare anche le regole cinesi. Sono tra i migliori mercanti che si muovano dall'Italia, eredi dei grandi veneti del medioevo: ma non ci dimentichiamo che i veneziani non esitarono a dirottare una crociata per conquistare Bisanzio, la loro patria originaria e soprattutto un ottimo mercato.

Già. Economia e guerra non sono antitesi ma reciproco strumento. Si vedono nuovi imprenditori persino in Iraq. Affaristi che sembrano vedere opportunità non nella pace ma nella guerra. E per questo costruiscono le loro imprese sull'idea di vendere conflittualità contro gli «invasori» americani: il fatturato può essere il ricavato dei sequestri o la gestione dei flussi di aiuti che provengono dai confratelli che si trovano in Europa e che si indirizzano alla lotta contro gli occidentali. La pirateria, del resto, è una delle forme archetipiche d'impresa, come diceva Sombart.

Avanzano l'economia informale e la finanza selvaggia, spesso entrambe sotto la copertura dell'ideologia liberista. Divenuta uno degli elementi di una vulgata dell'economia sempre più importante e truffaldina, sempre più ridotta a colonna di sostegno del potere delle oligarchie.

Luca De Biase - Economia della liberazione

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