Economia della liberazione - TerzoQuattro
4. La retorica dell'economia per Galbraith
Il progetto delle oligarchie è condannato a rilanciare in continuazione le sue parole d'ordine. Spesso si appoggia su una sorta di fondamentalismo liberale, con le privatizzazioni selvagge, la monetizzazione delle economie tradizionali, la globalizzazione centrata sugli interessi occidentali.
Del resto, quella sorta di omogeneizzazione culturale che alcuni paventano nella globalizzazione non è altro, in fondo, che la continuazione dell'universalismo filosofico settecentesco e dell'utilitarismo ottocentesco. La bestia del mercato autoregolato avanza ancora e si ingigantisce nell'incontrollabile sistema dei mercati finanziari, nella scomparsa progressiva dello scambio gratuito di idee, nelle richieste sempre più pressanti e fanatiche dell'industria dei media, nell'insindacabile potere dell'industria del petrolio.
Di tutto questo, ormai, gli economisti si rendono perfettamente conto. E si può sostenere senza troppi dubbi che il pensiero economico tradizionale attraversa una crisi della quale daremo conto nel prossimo capitolo. Ma la vulgata resta ancora in piedi. È quello che John Kenneth Galbraith, controverso economista americano, ha definito in un pamphlet scritto nel 2004, a 96 anni: L'economia della truffa.
La vulgata economica è una truffa, ma senza veri e propri responsabili. Per Galbraith non ci sono solo i grandi crack finanziari o gli imbrogli chiaramente definibili come tali anche nelle aule dei tribunali. C'è un lato oscuro anche nelle attività economiche che appaiono perfettamente normali. È quella che l'economista americano chiama "la frode innocente". Perpetrata da chi sa come funziona davvero l'economia ai danni di chi non lo sa.
Per Galbraith il sistema economico americano, basato sul potere del management delle grandi corporation, lasciati completamente liberi di agire indisturbati, senza contrappesi o controlli di mercato, non ha coltivato gli anticorpi per prevenire le malversazioni. Perché in fondo tutto si basa su una circolazione di opinioni e informazioni, interpretazioni e fatti che non sono verificabili e che nessuno vuole davvero verificare. L'economia popolare si basa piuttosto sulla fiducia che sulla verifica. E di questo molti subiscono le conseguenze. Mentre pochi ne traggono vantaggio. Esiste un vero e proprio sistema preposto alla creazione di un clima di fiducia nel mondo dell'economia. Il fatto è che questa fiducia spesso non ha fondamento. Quando arriva una crisi che la mette in discussione occorre ripristinarla. Magari con un restyling dei concetti chiave.
Un esempio è l'abbandono della nozione di capitalismo, nella vulgata economica, a favore del concetto mercato. Il capitalismo, dice Galbraith, era connotato negativamente, era un concetto che richiamava la sofferenza dei lavoratori e dei popoli in via di sviluppo, significava inflazione, monopolio e speculazione; il mercato invece indica una competizione dagli esiti meno drammatici per i deboli. Ma il cambiamento dei termini, determinato dalla convenienza e dalla moda, più che dalla realtà, non cambia la sostanza. E la realtà è che il potere nel sistema economico americano è e resta in mano alla grande impresa e a chi la guida. Si ritiene che il mercato sia l'equivalente economico della democrazia. E lo è per molti aspetti. Ma come nella democrazia, anche nel mercato non tutti sono davvero uguali. Le autorità antitrust cercano di migliorare la situazione da questo punto di vista. Ma i loro risultati non sono sempre privi di difetti. Empiricamente si osserva che le burocrazie delle grandi corporation riescono a mantenere e ampliare costantemente il proprio potere. Si osserva inoltre che la ipotizzata libertà di scelta del consumatore è fortemente ridotta da una sorta di manipolazione realizzata con una pubblicità sempre più sofisticata. Nello stesso tempo, la supposta libertà di scelta dei lavoratori è certamente inferiore a quella delle aziende. Ciò che invece appare fin troppo libero è il modo in cui vengono stabiliti gli stipendi dei top manager delle grandi corporation. Tutto questo deriva da relazioni di potere molto più che dalle normali dinamiche del mercato. Ma questa realtà non appare troppo nel sistema di illusioni del quale è fatto il capitalismo moderno.
E tra le illusioni, la più gigantesca è quella che riguarda la finanza. Galbraith su questo punto è durissimo e diretto: si pensa che fondamentalmente il buon funzionamento della finanza sia garantito dalla politica decisa dalla Federal Reserve. Si pensa che la banca centrale americana sia in grado di intervenire quando necessario e che lo faccia efficacemente. La realtà è diversa. Secondo quanto si osserva, dice Galbraith, non c'è alcun rapporto tra le decisioni della Federal Reserve e l'andamento delle variabili finanziarie. Ma il sistema ha bisogno di fiducia. E per mantenere la fiducia, il sistema ha bisogno di credere che la Federal Reserve sia in controllo della situazione. Scrive Galbraith: «I discreti interventi della Riserva Federale sono considerati le più giuste e apprezzate tra le iniziative economiche. Sono anche l più palesemente inefficaci, almeno nel senso che non producono quello che ci si aspetta da loro». Del resto, gli analisti finanziari non hanno dato una gran prova della loro capacità di leggere la realtà negli ultimi tempi: «Il mondo finanziario ospita una comunità numerosa, attiva e ben pagata che vive di un'irrimediabile, ma apprentemente sofisticata, ignoranza».
In realtà, il meccanismo del mercato, quello che dovrebbe controllare che si realizzi la migliore allocazione delle risorse mettendo in concorrenza gli attori economici è tutt'altro che reale. La grande impresa, per esempio, è completamente fuori controllo: «È questo il principale evento economico di questo inizio di Ventunesimo secolo: un sistema della grande impresa basato sull'illimitata facoltà di autoarricchimento. La rivista "Fortune", non certo un esempio di ostilità preconcetta alle tesi della grande impresa, ha puntato la propria attenzione sugli astronomici compensi dei manager pur in presenza di una diminuzione delle vendite e degli utili, definendoli "La rapina"», scrive Galbraith.
Ma il mercato non funziona anche per altri motivi. «Parlare di mercato significa affermare che in economia l'ultima parola è di chi ha la facoltà di comprare o non comprare; ovvero, sia pure con qualche distinguo, è il consumatore a condurre il gioco. Le sue scelte definiscono la curva della domanda. Come le elezioni sanciscono il potere dell'elettore, così nella vita economica la curva della domanda sancisce il potere del consumatore. Purtroppo, entrambi i termini del paragone celano un non trascurabile risvolto truffaldino. Nel caso del voto come in quello dell'acquisto di beni e servizi, esso sta nel sorvolare sulla straordinariamente efficiente e generosamente sovvenzionata capacità di influenzare le favoltà di scelta dei cittadini. Soprattutto oggi, nell'epoca della pubblicità e della moderna promozione commerciale». Come dire: la manipolazione è monopolizzata dai potenti e annulla alcune tra le principali dinamiche del mercato. Ci si tornerà sopra. L'importante qui è che la retorica economica non riesca a tener conto di queste distorsioni quando ribadisce nella sua vulgata l'esistenza di un mercato fondamentalmente leale e democratico.
E del resto, il quadro interpretativo complessivo è altrettanto truffaldino. Tutto si misura in termini di crescita. In particolare del Pil che misura la produzione complessiva dei beni e servizi monetariamente quantificabili. Nessuno nega i vantaggi di un'aumento della produzione. Ma la sua centralità nella vulgata è uno strumento retorico fondamentale. «Nella grandezza, composizione e rilevanza del Pil si annida anche una delle nostre più comuni forme di truffa. La composizione del Pil è determinata non dai cittadini nel loro insieme, ma da coloro che producono le sue componenti. In altre parole, tali aspetti del Pil sono in gran parte il frutto della vasta e abile opera di persuasione del mondo economico, economisti compresi. Come evolve il Pil? In larga misura, le sue dimensioni e il suo contenuto sono imposti dai produttori. La buona performance è misurata dalla produzione di beni e servizi di tipo materiale. Non l'istruzione, la letteratura e l'arte, ma le automobili, compresi i Suv, diventano così la misura dell'attuale progresso economico e perciò sociale».
Galbraith è un economista. Rivela i trucchi dell'economia e lo fa in maniera radicale. In larga parte condivisibile. Non a caso, di fronte al suo nome moltissimi economisti convenzionali storcono il naso. E invece moltissimi lettori di libri di economia si entusiasmano.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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