Luca De Biase
An Italian journalist writes about what's happening in his funny country:
a laboratory for the study of broken democracy and creative capitalism.
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Economia della liberazione - TerzoDue

2. Chi vuole la deregolamentazione ad ogni costo

Introdotto l'euro ci sono state un po' dappertutto in Europa importanti tensioni sul livello dei prezzi. In alcuni comparti gli aumenti sono stati vistosi. E questo è avvenuto nonostante che la domanda aggregata e il livello dei consumi, tra il 2001 e il 2004, non fossero assolutamente tesi verso la crescita. Eppure, in tutti i manuali che spiegano il mercato si legge che in mancanza di domanda, i prezzi devono scendere. I fatti dei primi anni del nuovo millennio, in Europa, smentivano i manuali. Solo interventi governativi hanno calmierato la fame di profitti del settore della distribuzione: i consumatori [^] e il meccanismo del mercato [^] si sono dimostrati invece del tutto impotenti.

La prima mossa l'ha fatta il governo francese. Che ha imposto alla grande distribuzione una politica di contenimento dei prezzi: l'accordo ha stabilito che, a partire da mercoledì 1° settembre 2004, i prezzi di più di 2.500 prodotti di grande consumo dovevano essere messi in vendita a prezzi ribassati nella grande distribuzione francese. Si trattava di ribassi medi del 2 per cento, anche se alcuni prodotti sono stati scontati molto di più, fino al 40 per cento. L'obiettivo dell'operazione era il rilancio dei consumi. Avrebbe dovuto avvenire per la normale dinamica del mercato: senza il governo, invece, il potere della grande distribuzione avrebbe continuato a dominare i consumatori calpestandone le sofferenze che li inducevano a ridurre progressivamente gli acquisti.

I liberisti vorrebbero invece che il governo si ritirasse sempre più dall'economia. La riduzione fiscale è la loro via preferita per togliere di mezzo lo stato e l'importanza dei servizi pubblici. Con meno soldi quei servizi pubblici diventano meno efficienti e dunque sono percepiti come meno importanti dalla cittadinanza che tende a farne a meno più facilmente. E le stesse regole a salvaguardia della concorrenza possono essere depotenziate, contestando la magistratura che le deve far rispettare o utilizzando varie forme di amnistia e di impunità per i colpevoli. L'Italia ha dimostrato di essere un laboratorio fondamentale per questo genere di strategia.

Si pensi ai condoni. Sono una vendita del perdono per gli illeciti fiscali. Senza i condoni il deficit italiano sarebbe al 4,4 per cento del Pil, non al 2,4, secondo i calcoli di Standard & Poor's, l'agenzia di rating che ha abbassato alla fine del 2004 la sua valutazione della credibilità del debito italiano. Aspettando una ripresa che non arrivava mai, il governo italiano dei primi anni Duemila ha veduto amnistie a chi distruggeva il territorio, occupava gli spazi pubblici con case abusive private, evadeva le tasse ed esportava illegalmente capitali all'estero. L'Argentina è lontana. Il suo modello, molto più vicino.

Sta di fatto che man mano che si deregolamenta, un sistema economico dovrebbe tendere ad avvicinarsi a quello previsto dagli economisti tradizionali. Ed è chiaro che negli ultimi vent'anni il mondo occidentale, a partire dagli Stati Uniti, ha scelto una strada di forte deregolamentazione.

Il risultato dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. E dovrebbe consistere in un visibile miglioramento dell'allocazione delle risorse, qualunque cosa questo voglia dire. Ebbene: oggi sappiamo che dopo la cura liberista, l'allocazione delle risorse nel mondo è cambiata in peggio. Secondo l'Undp, il divario tra le risorse a disposizione del miliardo di persone più ricche che abitano il pianeta e quelle del miliardo più povero è sta crescendo: nel 1960 era di circa uno a 30, nel 1997 era quasi triplicato, raggiungendo un rapporto di uno a 87. Del resto, sempre l'Undp dimostra che quel miliardo più ricco possiede l'86 per cento del totale del reddito mondiale: il mercato non si occupa di correggere queste disparità, eppure è difficile sostenere che si tratta della migliore allocazione delle risorse possibile.

Si può peraltro sostenere che la funzione del mercato è quella di affermare che la disparità dei redditi non ha alcuna importanza e che si raggiunge la migliore allocazione delle risorse se tutti gli operatori sono remunerati in ragione della loro capacità effettiva di creare valore per il sistema economico.

Se esistesse un mercato che premia il merito e paga razionalmente in proporzione al confronto tra domanda e l'offerta, i guadagni dei protagonisti dell'economia dovrebbero essere una misura della loro bravura e dell'importanza dei bisogni che soddisfano. In effetti, l'economia globale premia alcune persone in modo eccezionale. Ma è davvero possibile che la misura della bravura di un Bill Gates, co-fondatore della Microsoft, possa essere il denaro che ha accumulato in soli vent'anni di carriera e che ne ha fatto l'uomo più ricco della Terra? Oppure, oltre alla bravura, indubbia, a favore di Gates gioca anche un altro fenomeno la cui sintesi si trova nel fatto che la Microsoft ha una tale forza strategica da essere ben al di sopra di ogni meccanismo di mercato, il che è peraltro testimoniato dal fatto che l''azienda è sempre al centro di procedimenti antitrust? Le cui ragioni possono essere e sono discutibili, ma che partono dalla constatazione del fatto che i prodotti della Microsoft come Windows e Office hanno una quota di mercato mondiale superiore al 90 per cento e producono margini operativi superiori all'80 per cento del fatturato. Dati che difficilmente si possono applicare a un libero mercato competitivo. E che finora non hanno subito alcuna ripercussione dai vari tentativi di imporre le regole della competizione alla strategia del gigante americano.

Le regole, del resto, per definizione non piacciono ai sostenitori del mercato autoregolato. Si dovrebbe arrivare a dire, con solo un filo di paradosso, che secondo i liberisti, quando si possono aggirare le nome, di fatto abolendole, il mercato autoregolato si avvicina e con esso si avvicina la migliore allocazione delle risorse. E allora verifichiamo: negli ultimi vent'anni la deregolamentazione si è diffusa nel mondo e il sistema di mercato ha conquistato nuovi immensi territori, ma chi ha beneficiato del miglioramento dell'allocazione delle risorse?

Saddan Hussein, l'ex presidente dell'Iraq, secondo alcune stime emerse all'epoca dello scandalo "oil for food", è riuscito a intascare circa 5 miliardi di dollari. Non è stato l'unico fenomeno del genere, nell'area mediorientale: nel corso della sua lunga carriera politica, Yasser Arafat, leader dei palestinesi, ha accumulato una fortuna calcolata intorno ai 2 miliardi di dollari: non ha usato quel denaro per vivere nel lusso, anzi il suo tenore di vita è stato monacense, ma non di meno gli è servito come una delle leve del suo potere.

Più a nord, nell'immenso paese che va dai larghi corridoi del Cremlino ai vasti giacimenti di petrolio della Siberia, l'economia ha baciato alcune persone in modo appassionato: come dimenticare il denaro accumulato dall'oligarchia che ha preso in mano l'economia russa ai tempi di Boris Yeltzin e che poi il potere politico russo, sotto Vladimir Putin, ha in vario modo tentato di recuperare? I nomi sono leggendari: Roman Abramovich, Pyotr Aven, Boris Berezovsky, Mikhail Friedman, Vladimir Gusinsky, Mikhail Khodorkovsky e Vladimir Potanin. Difficile ricostruirne i percorsi personali in modo puntuale, ma in generale fortune immense come le loro sono state costruite a partire dal mercato nero sotto il regime sovietico e, in qualche caso da altre meno confessabili attività. E si sono moltiplicate prestando soldi a Yeltzin che in cambio ha ceduto ai suoi creditori larghe quote delle maggiori industrie russe, compresa quella petrolifera. Anche in quel caso era la bravura quella che il mercato premiava? E che dire delle gigantesche fortune libanesi in Sudamerica o di quelle cinesi in Indonesia e nelle Filippine? Tutte frutto del libero gioco della domanda e dell'offerta che alloca al meglio le risorse? O piuttosto conseguenza dei network etnico-economici dei loro beneficiari?

In tutte queste situazioni, per motivi anche radicalmente diversi, la ricchezza non sembra essere derivata tanto da una particolare abilità o competività, nella logica della concorrenza, quanto piuttosto da fenomeni sociali, etnici, politici.

Ma non ci sono solo queste situazioni estreme. La "bravura" degli amministratori delegati delle grandi società americane ed europee è ripagata dal mercato in modo molto generoso. In media, un capoazienda americano guadagna 5 milioni di dollari all'anno, dice una ricerca della Hay. Quindi il mercato lo considera bravo e necessario quanto un calciatore europeo di buon livello. E sicuramente molto più bravo e necessario dei suoi collaboratori: una ricerca della Mercer registra che mentre nel 1991 un amministratore delegato americano guadagnava circa 140 volte di più di un suo collaboratore medio, nel 2004 la differenza era salita a più di 500 volte. E c'è da sottolineare anche un altro punto forse ancor più importante: il mercato, se esiste, premia la "bravura" dei ceo sia nei tempi di vacche grasse che in quelli di vacche magre. Tanto è vero che mentre il valore azionario delle aziende che quei leader amministravano è sceso drammaticamente, tra il 2000 e il 2002, i loro guadagni personali sono aumentati. Secondo la Mercer i redditi degli amministratori delegati americani erano attorno ai 5 milioni nel 2000 e arrivavano a 7 nel 2001.

Bravura, certo. Ma stiamo parlando davvero delle regole del libero mercato cui dovremmo attribuire tanta fiducia da puntare ogni riforma politica verso la liberalizzazione e la privatizzazione?

In realtà, non è il mercato, la domanda e l'offerta, la scarsità relativa, a governare queste remunerazioni. È il potere. O la popolarità. O la posizione pubblica conquistata grazie alla politica, al network di amicizie e favori incrociati, al ruolo conquistato nel sistema mediatico e finanziario. Considerare le differenze di remunerazione tra i cittadini del ceto medio brasiliano e quelli che vivono nelle favelas come una misura della loro bravura è offensivo e ingiusto. Il fatto è che il mercato, se esiste, non è il meccanismo che governa questi fenomeni.

La concorrenza regolata da norme decise in modo democratico e trasparente è una dimensione sottile: sopra di essa si muovono gli incredibili poteri delle oligarchie. Sotto di essa invece vive la clandestinità dei movimenti illegali, pirateschi o semplicemente "sommersi". L'Italia è la dimostrazione più palese di tutto questo. Le oligarchie, nate attorno a Mediobanca, alle partecipazioni statali, alla Fiat, si sono nel tempo trasformate nella forma, ma non nella sostanza, preparandosi al passaggio dalla società industriale a quella post-industriale. E il lavoro nero, l'economia sommersa, la criminalità organizzata, hanno continuato ad agire nei sotterranei della società. Entrambe queste dimensioni anticompetitive hanno sostenuto un ruolo essenziale per la tenuta del sistema ma hanno di fatto impedito che il sistema della concorrenza potesse crescere oltre una sottile dimensione dell'economia, sempre soggetta a essere scavalcata. Lo dimostra la lucida analisi dell'economista Giangiacomo Nardozzi, nel suo ultimo libro: Miracolo e declino. L'Italia tra concorrenza e protezione (Laterza, Roma-Bari, 2004).

Luca De Biase - Economia della liberazione

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