Economia della liberazione - TerzoCinque
5. Stato e mercato per Stiglitz
Joseph Stiglitz, premio Nobel per l'economia, ha raccontato gli anni passati accanto a Bill Clinton nel suo libro: I ruggenti anni Novanta. Lo scandalo della finanza e il futuro dell'economia. Stiglitz dedica pagine sorprendenti alla sua esperienza nell'amministrazione Clinton. I successi economici del presidente democratico degli anni Novanta sono innegabili, in termini di economia convenzionale: aumento della produttività, crescita del Pil, incremento dell'occupazione. Ma quei successi, secondo l'Autore, sono stati ottenuti al prezzo di cedere completamente l'agenda economica dell'amministrazione all'ideologia, propugnata dai mercati finanziari, della deregolamentazione e della riduzione del ruolo dello stato nell'economia. E alla fine il prezzo è risultato molto alto.
Stiglitz è stato uno dei principali artefici della politica economica dell'amministrazione Clinton: Nobel per l'economia nel 2001, professore alla Columbia University di New York, è stato membro del Consiglio dei consulenti economici dell'amministrazione Clinton e in seguito è stato senior vice president e chief economist della Banca Mondiale. Ma questo curriculum non gli impedisce di giudicare con un occhio critico l'esperienza con Clinton. La sua testimonianza diretta, unita a una competenza indiscutibile in materia economica, trasforma il suo racconto in una lezione fondamentale per comprendere il rapporto tra stato e mercato. E in particolare quello che in quel rapporto può andare storto.
Nel corso degli anni Novanta, gli Stati Uniti hanno vissuto un periodo di crescita economica con pochi precedenti. L'occupazione è aumentata, la produttività si è moltiplicata, il Pil è cresciuto tanto da far proclamare la "fine del ciclo economico". Si parlava di "nuova economia": un sistema economico nel quale le vecchie regole potevano essere dimenticate. In quel periodo la finanza globale ha investito negli Stati Uniti una quantità di denaro senza precedenti. Ma alla fine il boom si è palesato per quello che era: una bolla speculativa. Il suo scoppio ha causato una recessione mondiale di proporzioni epocali. Negli Stati Uniti sono stati persi due milioni di posti di lavoro tra luglio 2000 e dicembre 2001 e le aziende quotate in America hanno perso 8.500 miliardi di dollari di valore nei due anni dopo il marzo 2000.
L'amministrazione Clinton ha vinto le elezioni sulla base di un programma democratico nel quale l'intervento dello stato a favore degli strati più deboli della popolazione si univa a un fondamentale rigore di bilancio, reso necessario dal profondo deficit pubblico causato dalla politica delle precedenti amministrazioni repubblicane. Ma la gran parte del programma è stata messa da parte in nome della riduzione del peso dello stato nell'economia e dall'obiettivo di realizzare un sostanzioso surplus nel bilancio pubblico: una politica che interpretava il rapporto tra stato e mercato in modo pedissequamente appiattito sull'ideologia imposta dai mercati finanziari, i cui investimenti hanno di fatto reso possibile il boom degli anni Novanta ma si sono poi rivelati insostenibili.
Per Stiglitz, si può sbagliare per eccesso di intervento statale nell'economia. È l'errore più frequente. Ma si può sbagliare anche per eccesso di riduzione del ruolo dello stato. Il settore pubblico si deve concentrare sulla costruzione di un sistema di regole che garantiscano la concorrenza e la trasparenza dell'azione degli operatori economici. Una deregolamentazione eccessiva può generare mostri come Enron e Arthur Andersen. E quei mostri possono rendere inefficiente, ingiusto e pericolante qualunque sistema economico. Anche quello di un gigante come gli Stati Uniti. «La Enron è stata un prodotto della deregulation, sotto tutti i profili». Scrive il Nobel per l'economia: «La Enron voleva dimostrare che la deregulation poteva mettere in moto un grande spirito creativo, specie nel settore energetico; è riuscita invece a dimostrare quanto sia difficile deregolamentare nel modo giusto e quali siano le conseguenze di una gestione poco accorta».
Quel che è peggio, è che l'errata visione del rapporto tra stato e mercato che gli Stati Uniti hanno adottato per la loro politica interna è stata esportata in tutto il mondo. Con la conseguenza di indebolire economie fragili e sentieri di sviluppo appena accennati. «Ci siamo battuti per i diritti umani e civili, per un nuovo internazionalismo, per la democrazia» ricorda Stiglitz: «Ma, influenzati dalla finanza, all'estero premevamo in ogni modo possibile affinché venissero attuate riforme neoliberiste ispirate al fondamentalismo del mercato, preoccupandoci ben poco del fatto che potessero mettere in pericolo i processi democratici». La vittoria della deregolamentazione in Russia ha tagliato l'economia del paese del 40 per cento. La persistenza della regolamentazione in Cina ha prodotto un'economia in forte e costante crescita. Una politica economica condotta dall'ideologia della deregolamentazione, negli Stati Uniti e all'estero non è positiva.
È questa la lezione da trarre dagli anni di Clinton secondo uno dei testimoni più profondi di quell'esperienza. «La maggior parte di coloro che lavorarono con entusiasmo per l'elezione di Bill Clinton non avevano certo in mente la liberalizzazione del commercio, la deregulation del sistema bancario, la riduzione del deficit e neppure la diminuzione delle imposte sui redditi di capitale per i ricchi introdotta nel 1997».
Sta di fatto che superata la contrapposizione tra libero mercato e comunismo, il nuovo confronto epocale è tra finanza e stato. La lezione del libro di Stiglitz è questa: l'equilibrio tra gli obiettivi sociali e quelli economici del pianeta dipende dall'equilibrio dei rapporti tra stato e mercato. «C'è una visione alternativa che si basa sulla giustizia sociale globale e su un giusto equilibrio tra Stato e mercato. È per realizzare questa visione che dobbiamo lottare». Il libro propone una puntuale disamina degli errori di un'amministrazione americana alla luce dell'evidenza dei fatti successivi. E la lezione teorica è chiara. Più difficile è comprendere come gli errori di una politica economica che mentre si svolge sembra ottenere risultati straordinari in termini di crescita e occupazione possano essere, non compresi a posteriori, ma evitati durante la pratica politica quotidiana. È un problema drammatico cui Stiglitz stesso non sa dare una risposta.
Perché la trappola nella quale l'economia si è infilata è terribile. Tutto ciò che ha a che fare con i valori, con gli obiettivi sociali o culturali o ecologici, è tenuto in secondo piano dalla necessità di raggiungere risultati positivi misurabili sul piano della crescita. Questi risultati si sono ottenuti negli anni di Clinton convincendo la finanza globale a investire in America. Ma per convincerli, la politica da fare era quella dettata dall'ideologia della quale sono portatori gli operatori dei mercati finanziari e le oligarchie capitalistiche. Il risultato finale però è stato una bolla scoppiata e un terremoto economico mondiale. Di questo bisogna pur tenere conto per valutare i fatti.
Il tentativo del pensiero economicistico, invece, è proprio quello di far dimenticare i fatti. Il suo scopo è operare una vera e propria rimozione. Alla fine, si scopre che tutto il discorso economico è percorso dalla necessità di convincere più che da quella di spiegare. Che cosa vuole l'economia? Armonizzare più che risolvere le conseguenze socialmente negative della crescita economica. Mantenere un clima di fiducia che tenga vivi gli scambi, gli investimenti, i risparmi. Promettere un futuro migliore. Per farlo l'economia non esista a lobotomizzarsi. E a truffare, innocentemente, chi ne ascolta le parole tecniche e soprattutto quelle della vulgata: il linguaggio economico tipico del mondo dei media, della politica, della finanza, quando si rivolgono rispettivamente ai consumatori, agli elettori, ai risparmiatori.
Parrebbe avere avuto ragione Donald McCloskey, insomma, quando scriveva che l'economia lungi dall'essere una scienza positiva è «una gara di persuasione».
Luca De Biase - Economia della liberazione
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