Economia della liberazione - PrimoUno
1. Le lacrime dei ricchi
John Baffo è nato in Ghana. Conosce il tedesco e il serbo-croato. Ha vissuto in Europa per molti anni. E ora è nonno e fa il taxista a New York. Orgoglioso della sua stirpe ashanti, non nasconde un benevolo disprezzo per la vita americana. «Gli americani sono matti. Soldi. Soldi. Soldi. Niente felicità». Quella frase, un po' buttata lì, mi ha fatto sorridere. Poi riflettere. Perché apriva una prospettiva insolita. Un africano che guarda dall'alto in basso gli americani e li compatisce non si incontra tutti i giorni.
Era un concetto semplice. Ma espresso da lui assumeva un significato particolare. Il suo taxi mi aveva raccolto nei pressi di Ground Zero e mi stava portando in redazione, sulla Quinta Avenue. Eravamo bloccati nel traffico. E John aveva voglia di parlare. Io davo un'occhiata alla mia borsa. Trasportavo una decina di chili di libri, molti appena comprati nella bella libreria di Barnes & Noble vicino a Central Park: tutti testi che consideravo necessari per la preparazione di questo libro, che in fondo, più che altro, parla di idee. In uno di quei libri, Amartya Sen, premio Nobel per l'economia, racconta di come i ragazzi maschi del Bangladesh abbiano una speranza di vita superiore a quella dei loro coetanei che vivono nelle periferie americane. Un'osservazione meramente statistica? O un invito a lasciare da parte i pregiudizi quando si confronta il benessere occidentale con quello dei paesi poveri? John mi stava dando delle indicazioni con il suo resoconto di vita vissuta: tanti soldi, poca felicità. Lui ci teneva a farmi intendere bene quello che mi raccontava. Tanto che, guidando, scriveva il suo nome e quello della sua stirpe su un pezzo di carta per poi passarmelo attraverso la finestrella che separa l'autista dal passeggero.
John è figlio di un ambasciatore del Ghana. Ha viaggiato con il padre e imparato le lingue in questo modo. È arrivato a New York come funzionario dell'Onu. E alla fine della carriera al Palazzo di Vetro ha deciso di prendere un taxi per seguire l'educazione dei nipoti. Ma pensa sempre alla sua patria e progetta di tornarci: «Qui in America non si sta bene. Tutti parlano troppo velocemente. In Ghana si sta molto meglio». Ascoltandolo, pensavo: questo lo dici tu, che in Ghana appartieni all'èlite, mentre qui sei un taxista. Ma dovevo ammettere che il suo punto di vista era intrigante: il denaro non fa la felicità perché non basta mai e soprattutto perché per guadagnarlo costringe a rinunciare a una vita armoniosa. Quello che John vede in America è gente imprigionata in una frenetica spirale tra lavoro, guadagno e consumo. Insomma: una follia collettiva.
Ed è paradossale che John consideri folle il sistema occidentale che più di ogni altro si avvicina al mondo immaginato dalla scienza economica tradizionale, con attori economici razionali, impegnati a massimizzare i loro profitti e la loro utilità, in un sistema che si vuole pervaso più di ogni altro paese al mondo dalla logica del mercato. Insoddisfatto di quella immagine tradizionale dell'economia, alla luce della sua incapacità di spiegare quello che succede veramente nella storia economica, cercavo [^] e per la verità trovavo [^] pensieri innovativi nelle ricerche degli economisti più indipendenti. Ma John mi faceva vedere l'altro lato della medaglia, quello che la gente effettivamente sta cominciando a pensare: chi, per motivi culturali o di altro genere, non è preso nella spirale, vede che l'economia tradizionale genera insieme soldi e sofferenza. Il capitalismo genera grandi risorse, ma in cambio chiede di versare lacrime amare.
La ricchezza è soddisfare i bisogni. La povertà è non riuscire a soddisfarli. Questo dipende dalle risorse che si possiedono. Ma anche e soprattutto dalla qualità delle esigenze che si coltivano. Una società che moltiplica all'infinito le esigenze è una società di poveri.
Uscito dal bipolarismo tra occidente capitalista e blocco sovietico, il mondo ha conosciuto la breve stagione del nuovo ordine mondiale, centrato su una sorta di pensiero unico. Con il Muro di Berlino, era crollata anche la divisione tra le ideologie. E il pensiero poteva concentrarsi su un'unica visione del mondo: globalizzazione come espansione totale dell'economia occidentale, mercato e crescita economica come soluzioni generalizzate ai problemi delle società umane, finanza internazionale come giudice incontrastato delle buone e delle cattive politiche. Gli anni Novanta hanno diffuso l'illusione della fine del ciclo economico, della pace globale, dello sviluppo per tutti.
Quella stagione si è esaurita in fretta. La sua crisi ha avuto conseguenze spaventose e impreviste. La bolla finanziaria che ha lasciato milioni di persone impoverite, avviando una fase di recessione in tutto l'Occidente. La crisi istituzionale della democrazia americana con una politica determinata in modo fondamentale dalle sovvenzioni miliardarie delle lobby economiche. La ripresa degli Stati Uniti sostenuta da due deficit senza precedenti. La guerra contro il terrorismo e il vecchio establishment afghano e iracheno. L'instabilità latente e crescente in decine di paesi eurasiatici, dove i presidenti e gli oppositori politici vengono ammazzati come mosche nell'ignoranza della maggior parte del resto del mondo. Il boom della Cina e quello annunciato dell'India. La discesa agli inferi dell'Africa subsahariana. La rottura degli equilibri nel Wto in favore dei paesi emergenti. Il nuovo terremoto nel mercato del petrolio. La serie infinita di fallimenti e scandali che hanno minato la credibilità del sistema di controllo del mercato finanziario. Avvenimenti che hanno fatto emergere un'immagine del capitalismo come sistema non già della libertà d'impresa, ma del disordine, dell'illegalità, dell'avventurismo senza scrupoli. Hanno rafforzato un sistema economico parallelo, in mano a mafie gigantesche e ambiziosissime. Hanno contribuito alla crisi dell'Onu. E, in questo contesto, persino il processo di integrazione europea si è trovato di fronte a un inopinato rallentamento. Mentre l'Italia si è dimostrata bloccata nelle sue beghe interne, in difficoltà nel costruire pensieri positivi e credibili, nonostante ne avesse un bisogno spasmodico. Un'Italia radicalizzata tra due assurdità: l'attesa di una redenzione tutta affidata alla visione salvifica di un leader del Centro-destra, oppure la tentazione di adagiarsi sull'idea di essere un paese in declino, un'idea affascinante come lo sguardo ipnotico di un serpente delle favole.
«L'economia è la scienza che studia perché le sue previsioni non si sono avverate». Questo vecchio adagio ripetuto dagli economisti è tanto deprimente da far sorridere. E si sa: non c'è scienza più triste dell'economia. Così come non ci sono scienziati più autoironici degli economisti. Ma bisogna dire che gli avvenimenti di questi primi anni del terzo millennio hanno peggiorato ulteriormente la capacità previsiva degli economisti perché hanno fatto soprattutto una vittima dal punto di vista della cultura economica: l'idea di futuro. Da un'ideologica e condivisa concezione del futuro magnifico e progressivo, si è passati repentinamente all'insicurezza e alla paura. Il che ha conseguenze pesanti. Perché l'economia si nutre soprattutto dell'idea di futuro.
Promesse. Investimenti. Scommesse. L'economia di successo è sempre proiettata verso futuro. Per questo la fiducia ne è il motore. Ma è un motore ciclico. E quando viene scalfita da cocenti delusioni ci mette molto tempo a riprendersi. Se ci riesce è sempre per tornare a scommettere, investire, promettere un futuro migliore.
Perché la scommessa funzioni, in genere, occorre che sia condivisa da molti se non da tutti. E le parole d'ordine per chiamare le maggioranze a raccolta cambiano anche se in fondo sembrano sempre le stesse.
Negli ultimi venticinque anni hanno vinto parole come mercato, crescita, competitività. Mettono tutti d'accordo. Ci si divide su concetti come declino e scossa: ma pochi discutono il mercato, la crescita e la competitività. Sono parole d'ordine piuttosto furbe: perché inducono a scommettere che se si realizzano sarà meglio per tutti. Non sono diagnosi: sono medicine.
Negli ultimi cinque anni sono diventate una specie di ossessione. Più che sostenute sono ripetute all'infinito: mercato, crescita, competitività... Viene il sospetto che proprio a causa del fatto che le circostanze le mettevano in crisi, per mantenerle in auge, i loro sostenitori le dovessero rafforzare con una comunicazione martellante.
Ma il loro significato è cambiato. Se, nell'epoca del pensiero unico capitalista, la globalizzazione faceva paura soprattutto ai ragazzi verdeggianti di Seattle, oggi è temuta di più dagli imprenditori lombardi che fronteggiano la concorrenza cinese o dagli americani che osservano con preoccupazione l'outsourcing in India di una quantità sempre più importante di attività sofisticate.
Sicché si formano strane alleanze ideali tra imprenditori protezionisti, politici localisti, gruppettari anti-capitalisti, religiosi anti-consumisti. Di riflesso, si rafforzano le tradizionali alleanze tra i rappresentanti della grande finanza, i media di massa, le multinazionali e le grandi famiglie capitalistiche. Leader illuminati o miopi si fanno avanti su entrambi i fronti: non c'è solo il nuovo governo brasiliano a sostenere la credibilità di chi si oppone all'establishment, come non si sono solo la Enron, la WorldCom e la Parmalat a rappresentare l'immagine dei capitalisti. Quello che è certo è che gli schieramenti tradizionali sono in discussione.
E, parallelamente, una politica sempre più concentrata sull'erogazione di messaggi a getto continuo e dunque sempre meno capace ascoltare le esigenze della società si insabbia in un dibattito tanto radicalizzato quanto sterile. Mentre le reti sociali si fanno più abili nell'utilizzazione dei nuovi media che consentono di sviluppare forme di comunicazione orizzontale sempre più alternativa ai media tradizionali. Forme di democrazia nuove emergono, proprio nel momento in cui la democrazia tradizionale si dimostra particolarmente inefficiente di fronte all'esigenza di prendere decisioni orientate al lungo termine.
Per questa bizzarra via si sfrondano tabù intellettuali e si apre la strada anche alla diffusione dei risultati di ricerche libere che sostengono innovazioni interpretative potenzialmente pesanti e fruttuose. Ricerche che arrivano a chiedere una migliore distinzione tra il mercato selvaggio e la concorrenza. Che osservano come la crescita non basti: occorre sia sostenibile in termini sociali, culturali e ambientali. E che la competitività va bene: ma non a prezzo di un intero modello di vita. Del resto, i sostenitori più ideologizzati delle parole d'ordine dell'economia tradizionale hanno ormai dimostrato di essere medici interessati più alla vendita dei loro farmaci che alla salute dei pazienti...
Non è ancora un progetto. Non può esserlo se nessuno lo esprime. È l'esigenza emergente di un progetto di economia nuova. Di fronte alla quale il cinismo generale che si palesa sempre come reazione all'utopico potrebbe questa volta incontrare i propri limiti.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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9-08-2005; 15:02:37.
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