Economia della liberazione - PrimoDue
2. Il bisogno di una nuova grande avventura
C'è un'idea, in economia, per cui valga la pena di battersi? Ci sono valori nei quali credere? C'è ancora spazio per biografie controverse ma costruttive, tanto diverse nei contenuti quanto simili nella passione per una visione dell'economia, come quelle che in Italia hanno i nomi di Adriano Olivetti, Luigi Einaudi, Enrico Mattei? Ci sono epopee eroiche davanti a noi, come quelle dei mercanti di Venezia o Genova, dei navigatori di Spagna e Olanda, dei capitani d'industria inglesi, dei pionieri americani, degli innovatori cosmopoliti di Silicon Valley? Ci sono nuove avventure in vista? O si tratta ormai solo di gestire, accumulare, conquistare, difendere, la ricchezza? In India, forse. O in Cina, in Brasile. Ma in Europa? La politica appassiona, ma perché non l'economia?
Se la domanda fosse limitata alla pratica della vita quotidiana sarebbe più facile rispondere: qualunque famiglia, come ogni imprenditore responsabile, sa che l'obiettivo di far tornare i conti è preliminare a tutto il resto. E se si tratta dell'avvenire dei figli o dei dipendenti, per l'economia ci si batte eccome. Tanto che, in fondo, è proprio all'economia che si dedica la vita. Ma lavorare per il necessario, non è mai sufficiente.
I ricercatori del Censis, hanno osservato che in Italia una importante quota di persone che un tempo si sarebbero concentrate sugli obiettivi economici si sono recentemente gettate invece in un atteggiamento definito di «ricerca dell'altrove» che ne distrae le energie produttive e consumistiche. Ma non è un difetto: è un segnale. Indica che c'è bisogno di altro.
La soddisfazione di battersi per uno scopo che conti veramente, e di avvicinarsi a realizzarlo, è ciò che distingue una vita vissuta intensamente. Il che però richiede una verità nella quale credere. Ma l'economia può essere ancora il terreno sul quale si giocano i destini di valori forti come sviluppo, libertà, eguaglianza, eccellenza?
Anticipando forse i tempi storici, oggi in occidente diciamo di essere passati dal sistema industriale all'economia della conoscenza, perché il valore viene generato sempre meno dalla produzione di oggetti e sempre più invece dalla produzione di idee: ma è forse proprio per questo che ogni verità sembra fatalmente destinata a trasformarsi in una merce, fino a diventare, paradossalmente, il contrario di una verità.
La forza della Rivoluzione industriale veniva dalle macchine, dal ferro e dal carbone. Nella mentalità dell'epoca, viverla era un romanzo storico: era leggere una successione di fatti interpretabili con una visione del mondo credibile, per quanto densa di sofferenze e conflitti. La sostanza dell'attuale economia della conoscenza, invece, appare [^] appare! [^] costituita di parole, immagini e comunicazioni. La si vive come un infinito flusso di spot, sms e reality show. In questo contesto, i fatti diventano meno rilevanti degli eventi mediatici. E sebbene, ovviamente, non ci sia mai stata un'epoca in cui la verità non sia apparsa quantomeno sfuggente di fronte alle limitate capacità della comprensione umana, oggi non è in crisi solo la verità: è in crisi la stessa possibilità della verità e persino il percorso che conduce alla credibilità. In un contesto in cui la comunicazione professionale è una della attività più remunerative, in un mondo in cui contano più i personaggi che le persone, un vago scetticismo vela ogni affermazione forte, ogni promessa, ogni speranza. La fiducia che occorre per scommettere su una grande avventura economica sembra ridotta al lumicino.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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9-08-2005; 15:06:08.
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