Economia della liberazione - PrimoCinque
5. I fatti? Quali fatti?
Tra il 1990 e il 2005, il numero di paesi che hanno adottato un sistema politico di tipo democratico si è moltiplicato, come si sono moltiplicati i paesi che hanno deregolamentato la loro economia, ridotto l'intervento statale e aumentato lo spazio di manovra per il capitalismo: dall'ex blocco sovietico, all'Africa, dall'Asia al Sudamerica il mercato ha fatto passi da gigante. La crescita mondiale è stata forte o fortissima in Asia. Altrove, invece, non c'è stata crescita, ma regresso o stagnazione. I successi o gli insuccessi non sembrano essere correlati all'avvento del mercato e della democrazia. I territori dell'ex impero sovietico, gran parte dei paesi islamici, l'Africa subsahariana hanno perso sostanzialmente terreno, l'Europa e il Giappone sono cresciuti a rilento o niente affatto, l'America e la Cina hanno vissuto uno dei loro periodi storicamente più floridi. E la politica europea di sostegno all'agricoltura si è occupata di finanziare anche le aziende rurali della regina d'Inghilterra.
I modelli storici si sono allontanati da quelli teorici, sempre che ci siano mai stati vicini. La Cina, il campione della crescita, ha adottato un suo particolare sistema di mercato niente affatto autoregolato ma, anzi, controllatissimo da un regime politico restato tutt'altro che democratico. Gli Stati Uniti, campioni del mercato, hanno accelerato la performance economica puntando però non sull'iniziativa privata ma sulla spesa pubblica a scopo militare. Del resto, per tre anni di fila, dal 2002 al 2004, gli Stati Uniti sono stati condannati, per altrettante infrazioni alle regole del commercio internazionale, dalla Wto, l'organizzazione internazionale preposta a garantire la libertà di mercato. Sicché il paese che fa del liberismo e della democrazia la sua missione, e che la vuole realizzare con le buone o con le cattive in ogni angolo della terra, è il primo a non rispettare con i fatti quello che predica con le parole e con le armi. L'ultima infrazione è stata denunciata da Unione Europea, Brasile, Canada, Cile, India, Corea del Sud, Giappone e Messico. Nessuno dei denuncianti è aprioristicamente antiamericano. E del resto da che pulpito arriva la predica: a loro volta, l'Unione Europea o il Giappone non sono certo la mecca del libero mercato, a giudicare dalle contestazioni alla loro politica agricola lanciate sempre in sede Wto dai paesi emergenti. Entrambe aree, l'Europa e il Giappone, più liberalizzate della Cina e non per questo più performanti dal punto di vista economico.
L'allocazione delle risorse migliore possibile decisa da un sistema di mercato in espansione, del resto, non ha impedito che la parte più povera della popolazione mondiale si accrescesse di 700 milioni di persone, tra il 1994 e il 2005. Con circa 2 miliardi e 800 milioni che continuano a vivere con meno di due dollari al giorno. È evidente anche alla Banca Mondiale che il mercato e la crescita economica non riescono di per se a correggere le disparità. La medicina viene dalla politica, dal volontariato, dalla beneficienza: non dalla dinamica autonoma delle forze capitalistiche.
Sempre tra il 1994 e il 2005, altri 700 milioni di persone, prevalentemente della parte ricca del mondo, hanno avuto accesso a Internet. L'ultima grande speranza epocale attivata dall'economia è stata proprio la grande stagione pionieristica dei nuovi media digitali. Sembrava in grado di modificare le strutture economiche tradizionali offrendo opportunità prima impensabili a nuovi protagonisti: innovatori, creativi, outsider. Sembrava l'avvio di un nuovo modello di sviluppo. Informazioni disponibili per tutti, maggiore concorrenza nel commercio, rinnovamento delle banche, efficienza nella pubblica amministrazione. Poteva essere vero: forse lo è, in un certo senso. Ma quando il mercato finanziario se n'è appropriato, inventando il periodo della "new economy", i parametri di valutazione sono saltati, perdendosi nel grande gioco mediatico. Quale capacità di giudizio ha dimostrato in quell'occasione il mercato finanziario? Quale abilità a comprendere i fenomeni ha dimostrato il ceto degli analisti finanziari? Nessuna: si trattava di comunicare palesi falsità, strumentali alla speculazione. È seguito lo scoppio della bolla finanziaria che ha punito i risparmiatori che hanno creduto al grande gioco. E poi è arrivata una incredibile e consequenziale serie di scandali, dalla Enron alla Parmalat: aziende che il mercato, con tutti i suoi revisori, controllori e valutatori, aveva ritentuto perfettamente sane. Fino a quando è stato troppo tardi.
Tutto questo avrebbe dovuto mettere a dura prova la coerenza del pensiero unico iperliberista, quello che doveva prendere il posto di ogni altra ideologia e segnare la "fine della storia". Ma la rappresentazione maggioritaria dell'economia ha continuato a descrivere quei fallimenti come mele marce. Non come frutti di un albero malato. Del resto, che cosa succede quando la teoria non spiega i fatti? In un approccio scientifico si cambia la teoria. In un approccio ideologico, si cambiano i fatti.
Sicché scienza economica e ideologia liberista si stanno lentamente ma inesorabilmente distanziando.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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