Economia della liberazione - introduzionedue
2. Strategie per l'Italia
Le nuove tecnologie, la Cina e i giganti economici emergenti, la cultura della rete impongono grandi cambiamenti nelle ragioni di scambio. Il lavoro manuale è più abbondante e ovviamente costa molto meno; il capitale è più scarso e dunque aumenta di valore; il petrolio e le altre materie non rinnovabili costano di più; l'informazione è più abbondante e costa meno ma il suo trattamento è più difficile e costa di più; la commoditizzazione delle infrastrutture procede veloce quanto l'innovazione delle piattaforme. Insomma: i prezzi relativi cambiano profondamente. Questo per l'Italia, che è fondamentalmente un paese che fa commercio attivo di idee, immagine, cultura e bravura tecnico-artigianale, impone una ristrutturazione fondamentale della struttura economica.
Rivediamo le principali conseguenze. Di fronte alla globalizzazione centrata sulla Cina, una fase non eterna ma molto importante, i prezzi dei prodotti manufatti scendono a livello globale e mettono in difficoltà i vecchi sistemi industriali. La discesa dei prezzi è spinta dal basso costo del lavoro cinese, dall'organizzazione cinese del lavoro di milioni di uomini-macchina felici e accontentati. Ma distrugge le possibilità di competere dall'Europa con manufatti della stessa qualità e consistenza organizzativa.
Dunque, emerge un'ipotesi tra le altre. I prezzi dei prodotti europei possono scendere solo sostituendo macchine vere e proprie alle persone che lavorano a costi enormi rispetto ai cinesi. Si sostituisce insomma per quanto è possibile il lavoro con il capitale.
I lavoratori espulsi devono essere collocati in condizioni umanamente accettabili o con la spesa pubblica o con lavori a maggiore valore aggiunto. I giovani vanno indirizzati direttamente alle occupazioni con maggiore valore aggiunto.
In ogni caso, il capitale va remunerato per quello che vale e non speculativamente. Ma soprattutto occorre finanziare il passaggio con le esportazioni, unica fonte di crescita del Pil che possa contrastare la riduzione dei consumi (o la non crescita dei consumi) dovuta al passaggio accennato qui sopra.
Le esportazioni dovrebbero dunque costituire il ponte finanziario necessario a pagare questo passaggio ineludibile. Le esportazioni europee - e italiane - devono andare verso tutto il mondo. I prodotti dei settori tradizionali vanno ripensati dal punto di vista del processo produttivo se si vuole che riescano a conquistare paesi emergenti e aperti come l'India e il Brasile. Ma occorrono anche prodotti totalmente nuovi, tutti da inventare, per conquistare i mercati avanzati come Europa, Giappone, Stati Uniti.
I processi produttivi nei settori tradizionali secondo questa ipotesi dovrebbero puntare all'automatizzazione sempre più spinta della realizzazione, con impianti piccoli e flessibili, il più vicini possibile ai mercati di sbocco. I nuovi prodotti vanno pensati con la stessa candida ambizione dei grandi imprenditori che in passato hanno inventato le piccole lavatrici all'italiana, le macchine utensili per l'automazione dei prodotti tradizionali, le micro automobili e così via.
Per inventare nuovi prodotti ci vuole ricerca, formazione, orientamento all'imprenditorialità e innovazione.
L'Italia non vive di grandi organizzazioni e non è un buon sistema-paese. Ma è sempre stato terreno fertile per la nascita di nuove imprese. Con nuovi prodotti. Questo terreno deve essere coltivato sempre meglio.
Così ce la possiamo fare.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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9-08-2005; 15:08:17.
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