Economia della liberazione - QuartoUno
1. La fine della vecchia economia autoreferenziale, tautologica, lobotomizzata
Anche la ragione da sveglia genera mostri. La ragione applicata a pensieri, ideologie, sogni sbagliati. E i pensieri giusti faticano a rimettere in gabbia quei mostri. La globalizzazione ne è popolata. Il terrorismo ne è un esempio eclatante e sanguinoso. L'economia del denaro ad ogni costo ne è un esempio più sottile e doloroso.
Chi vorrebbe vivere in una società che si comporti davvero come previsto dalla teoria economica neoclassica? Un mondo in cui tutti agiscono esclusivamente in base al proprio interesse e razionalizzano ogni scelta, senza passione, senza sbagli, senza innovazione e persino senza privacy, visto che tutti sono perfettamente informati su tutto?
La promessa del benessere generato della crescita economica generalizzata, panacea di ogni male, è stata capace di convincere generazioni di persone a sacrificarsi per i figli e i discendenti. Ha convinto intere società a concentrare i propri sforzi per ottenere livelli di consumo superiori. Molti risultati sono stati ottenuti, ma il senso di benessere conquistato non si è rivelato stabile e liberatorio. Piuttosto ha creato nuove dipendenze, paure e delusioni. Proprio perché tanta parte della crescita è avvenuta per sostituzione di beni tradizionalmente gratuiti con altrettanti beni monetari.
L'antropologo Marshall Sahlins sostiene che in un'economia al livello dell'età della pietra la gente vive nell'opulenza: perché i suoi bisogni sono tanto limitati da essere facilmente e abbondantemente soddisfatti da ciò che la natura offre spontaneamente o quasi. Quando la dinamica dell'economia monetaria entra in una società che vive di autoconsumo, portandosi dietro nuove esigenze e bisogni, la popolazione avverte la scarsità. Può seguire un periodo di sviluppo e crescita accelerati. I sacrifici sono ripagati dai risultati evidenti che si riescono a raggiungere. L'inseguimento di lavoro e consumo può portare un maggiore benessere. Ma solo fino a un certo punto.
Se fosse scienza, l'economia si rimetterebbe costantemente in gioco. Verificherebbe le proprie ipotesi alla luce dei nuovi dati e dei nuovi modi per interpretarli o per farli emergere. Anzi: la comunità scientifica sarebbe felice della scoperta di motivi per considerare superate le ipotesi formulate nel passato e rivedere l'interpretazione dei fenomeni in modo che la spiegazione diventi più efficace. Se fosse scienza, l'economia saprebbe che il metodo scientifico è costantemente rimesso in discussione, sia in termini epistemologici che pratici: tanto che la differenza tra scienza e racconto credibile o gestione del processo cognitivo è meno chiara di quanto non fosse all'epoca del posivitismo imperante.
Ed è esattamente quello che sta succedendo. La comunità dei ricercatori di economia sta procedendo a lunghi passi nella direzione dello smantellamento di tutto il sistema interpretativo tradizionale. E si sta scollando dalla vulgata convenzionale.
La ricerca degli economisti ha messo in discussione i capisaldi della vecchia economia. Ormai contesta apertamente la nozione di razionalità economica, l'indifferenza ai fini della scienza economica e l'idea stessa di obiettività, la crescita come panacea di tutti i mali, l'idea che i concetti di «mercato» e «democrazia» siano storicamente funzionanti solo se esistono insieme, la stessa nozione di scarsità delle risorse, l'indifferenza delle leggi economiche ai contesti storici, culturali, geografici. E aprendosi al dialogo con le altre scienze sociali, gli studiosi sono ormai in grado di andare verso una nuova sintesi, meno bloccata dalle esigenze ideologiche liberali.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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9-08-2005; 15:08:47.
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