Luca De Biase
An Italian journalist writes about what's happening in his funny country:
a laboratory for the study of broken democracy and creative capitalism.
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Economia della liberazione - QuartoSette

7. Beni relazionali, consumo incospicuo, tempo e altre innovazioni

Il gioco insaziabile del consumismo, lungi dall'apparire come una causa positiva di aumento del Reddito nazionale, comincia a presentarsi come una forma di deleteria dipendenza. Robert H. Frank, economista della Cornell University, distingue innanzitutto tra "consumo cospicuo" e "consumo incospicuo". Il consumo cospicuo riguarda le quantità di cose che si desiderano e si comprano, mentre il consumo incospicuo riguarda valori meno convenzionali, sostanzialmente immateriali, come «libertà dalla congestione del traffico, tempo dedicato alla famiglia e agli amici, tempo trascorso in vacanza». Dai sondaggi, osserva Frank, risulta chiaro che il benessere è più elevato nelle società che dedicano sufficienti risorse al consumo incospicuo, ma una quantità di ricerche dimostra che questo genere di razionalità non sempre prevale nelle scelte di consumo. Anzi. Molte scelte di consumo tendono a essere operate in base a una sorta di gara di ciascun individuo contro il resto della società: una macchina sempre più grande, una casa sempre più grande, un abbigliamento sempre più lussuoso sono desideri di consumo cospicuo che innescano una dinamica di confronto con gli altri dalla quale non si può uscire vincitori. «Il fatto che molti acquisti risultino per noi più attraenti quando altri pure li fanno significa che la spesa per i consumi presenta molti aspetti in comune con il problema della corsa agli armamenti» (Frank, p. 135). Battendosi in una gara del genere di fatto si rinuncia a una quantità di consumi incospicui della quale alla fine ci si può anche pentire. Ma senza trovare la strada per rimediare. Il consumismo alimenta una forma di soddisfazione nelle persone: ma è una soddisfazione temporanea, che cessa quando anche gli altri sono arrivati allo stesso livello di consumi o sono andati oltre. O comunque quando la soddisfazione per quei consumi si scioglie nell'abitudine. E allora occorre spingersi ancora più avanti. Sempre più avanti.

Su questa linea lavora anche Maurizio Pugno, economista all'università di Trento, che ricostruisce l'evoluzione e il valore esplicativo di concetti come "beni posizionali" e i "beni relazionali". Chi acquista i beni posizionali non è interessato al contenuto del bene ma all'ordine con il quale arriva a possederlo: se ci arriva per primo è soddisfatto e se ci arriva dopo è meno contento. In generale la soddisfazione garantita dal beni posizionali si consuma nel tempo perché comunque prima o poi le posizioni conquistate saranno raggiunte anche da altri e la corsa per mantenere le distanze dal resto della società dovrà riprendere. I beni relazionali servono invece a cementare le relazioni sociali più che a soddisfare bisogni materiali: non sono quasi mai beni che hanno un prezzo e un mercato. E anzi il mercato, spesso, li distrugge. Le conseguenze dell'introduzione di questi nuovi concetti sono ancora tutte da scoprire.

I beni posizionali sono una trappola. Il benessere aumenta con il reddito ma diminuisce con l'aspirazione ad aumentare il reddito, dice Easterlin. Ogni rincorsa ai beni posizionali riduce la felicità perché alimenta le aspirazioni in modo più stabile di quando non garantisca le soddisfazioni.

I beni relazionali sono tanto più veri e soddisfacenti in quanto capaci di portare soluzioni ai bisogni e nello stesso tempo generare emozioni e calore. Esempi? Le idee si comprano sul mercato della consulenza e hanno certamente il loro valore, ma un'idea prodotta e regalata da un amico ha un sapore diverso e garantisce una soddisfazione più duratura. L'eventuale monetizzazione dei beni relazionali si tradurrebbe in un impoverimento profondo della società. E questo dimostra che un avanzamento della dimensione del mercato, anche con un conseguente aumento del Reddito nazionale, non produce un aumento della felicità ma il suo contrario, quando avviene attraverso una riduzione dello spazio dei beni relazionali a favore di quelli convenzionali.

Purtroppo, questa sostituzione avviene continuamente. Anche nelle società opulente che potrebbero permettersi di ridurre la quota di tempo dedicato al lavoro o l'accumulazione di risparmio per i consumi futuri per cominciare a godersi di più la vita, il desiderio di guadagnare sempre più denaro non diminuisce, la monetizzazione di tutte le dimensioni sociali avanza inesorabile e il tempo diventa la risorsa scarsa per eccellenza. Stefano Bartolini, economista all'università di Siena, parte proprio da queste osservazioni per tentare di trovare una spiegazione all'assurda infelicità delle società sviluppate.

La sua domanda è chiara: perché le società sviluppate destinano la maggior parte della crescita di produttività all'aumento della produzione invece che usarla per ridurre il tempo dedicato al lavoro? La sua spiegazione è in fondo l'altra faccia della medaglia del tema dei beni posizionali. L'ipotesi di base è che le persone sono interessate alla ricchezza e al consumo in senso relativo e non assoluto: questo non significa solo che la soddisfazione dell'acquisto di un bene è erosa nel tempo dal fatto che anche altri arrivano a possederlo; significa altresì che quando le persone vedono che qualcuno possiede ricchezze o beni di valore superiore al loro tendono a darsi da fare per raggiungerlo. Bartolini definisce questo meccanismo in termini tecnici: «esternalità negativa posizionale». Che si sintetizza con una osservazione insensata quanto vera: l'aumento della ricchezza di qualcuno si trasforma immediatamente in una riduzione del benessere di qualcun altro. Anche per questa ragione, dunque, la crescita economica determina infelicità.

Ma il fenomeno si allarga anche alle esternalità ambientali e culturali, relative cioè a concetti simili a quelli visti da Frank. Perché la crescita favorisce la sostituzione di beni che l'ambiente o la cultura o la società forniscono gratuitamente, con altri beni che invece il mercato mette a disposizione a fronte di un pagamento: ma questo significa che le persone devono aumentare ancora di più la loro dedizione al lavoro, all'accumulazione di risparmio e all'aumento di reddito, se vogliono mantenere lo stesso livello di vita. Si tratta dell'effetto previsto dai modelli, cosiddetti, GASP (growth as substitution process). «L'intuizione basilare dei modelli GASP è che un modo per motivare gli individui ad accumulare denaro è quello di creare una società in cui gratuitamente si possa fare sempre meno. Una società in cui le opportunità di procurarsi benessere in modi che non possano dal mercato divengano sempre più scarse per gli individui e quindi in cui il benessere possa essere soltanto acquistato» (Bartolini, 226). Un esempio minimalista: molti italiani possono testimoniare che un tempo i gabinetti delle stazioni ferroviarie erano abbastanza puliti e gratuiti, poi sono diventati sempre più sporchi e infine sono tornati abbastanza puliti ma a pagamento. Insomma, un servizio monetizzato ha sostituito un bene culturale tradizionale, cioè il rispetto delle persone per il luogo pubblico. Più in generale, ogni volta che una pubblica amministrazione, magari in deficit, con una spesa superiore alle tasse raccolte, interviene con un servizio che sostituisce un'attività che in precedenza era gestita in autonomia dalla società, si aumenta il Prodotto interno lordo ma si perdono beni relazionali, culturali o ambientali. E naturalmente lo stesso avviene quando la sostituzione è operata da una società privata.

È sotto gli occhi di tutti che la crescita economica significa anche che i beni cambiano di senso nel tempo. Beni che sono di lusso per una generazione diventano beni standard per la successiva e poi bisogni assoluti per quella che segue. Oppure avviene che altri beni, liberi e gratuiti per una generazione, diventano costosi per la successiva e di lusso per quella che segue: è ciò che avviene con l'urbanizzazione e la motorizzazione, fenomeni che aumentano il Pil ma distruggono beni come il silenzio, l'aria o il mare puliti. Le esternalità negative sono talmente possenti da motivare la crescita, perché occorre sostituire quei beni divenuti irraggiungibili con consumi da acquistare a caro prezzo: un viaggio in un luogo esotico e una vacanza in un mare lontano. Ma solo per rimanere a un livello costante, se non discendente, di benessere complessivo.

Si assiste così a una sorta di tradimento delle promesse di benessere operate dalla crescita economica che avviene soprattutto attraverso un'estensione dell'ambito di mercato a danno della disponibilità di beni relazionali, ambientali e culturali, sostituiti con beni posizionali o convenzionali a pagamento. Innescando così una spirale di dipendenza e infelicità. L'impoverimento delle relazioni personali, la solitudine, il senso di abbandono sono probabilmente i fenomeni sociali più sentiti tra quelli che avvengono in presenza di una forte crescita e di una importante urbanizzazione. E sono tendenze apparentemente inarrestabili. Sia a livello macro che microeconomico. «L'estensione progressiva delle relazioni di mercato, esclusivamente basate sul vantaggio personale, sembra associata a una desertificazione relazionale» (Bartolini 227). La città è il motore della crescita ma è anche il luogo della solitudine, della frattura delle relazioni sociali tradizionali, della vita stressata nel traffico caotico. E secondo Bartolini le due cose sono collegate. L'erosione delle relazioni personali tradizionali, la riduzione della fiducia negli altri, la perdita della percezione di regole sociali condivise e di valori sentiti come appartenenti a tutti come l'onestà, sono a loro volta paradossalmente una causa di crescita della dimensione di mercato della vita collettiva: perché se cala la fiducia negli altri ci si difende spendendo ingenti quantità di denaro in consulenze legali, o in controlli e antifurti elettronici sempre più sofisticati. Il paradosso della felicità diventa insomma sempre più chiaro: la crescita economica è in gran parte la sostituzione di beni relazionali, culturali e ambientali con beni che costano soldi, dunque lavoro. Il benessere percepito non varia o peggiora anche se la crescita aumenta il reddito monetario. E poiché il processo continua all'infinito nessuno se la sente di lavorare di meno o risparmiare di meno per godersi di più la vita una volta raggiunto un certo livello di ricchezza: perché si sa che ce ne vorrà sempre di più comunque. La dipendenza è avviata. La trappola è difficile da superare.

Luca De Biase - Economia della liberazione

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