Luca De Biase
An Italian journalist writes about what's happening in his funny country:
a laboratory for the study of broken democracy and creative capitalism.
Plus news about media and cultures.



Creative Commons License

Subscribe to "Luca De Biase" in Radio UserLand.

Click to see the XML version of this web page.

Click here to send an email to the editor of this weblog.

 

 

Economia della liberazione - QuartoSei

6. Easterlin e l'economia della felicità

La felicità non aumenta necessariamente con l'aumentare del reddito. Anzi. Spesso avviene il contrario. La soddisfazione che si ottiene entrando in possesso di un certo bene è temporanea. Dopo un certo tempo viene riassorbita dall'abitudine e dal confronto con il resto della società. E complessivamente lo stesso avviene con l'entrata in possesso di un reddito superiore: prima o poi la soddisfazione di avere più soldi si scioglie nell'abitudine e nel confronto con gli altri. La conseguenza è che per ritrovare quella soddisfazione occorre consumare ancora di più e accumulare ancora più soldi. A quel punto si innesca un vortice senza fine che presenta effetti collaterali deleteri. Le fonti di felicità più durature sono quelle legate alla qualità delle relazioni umane che si intrattengono con amici, familiari, fidanzati. Ma sono proprio questi rapporti che finiscono per soffrire di più quando le persone aumentano la loro concentrazione sulle attività che servono a consumare sempre di più e ad accumulare sempre più soldi. Sull'altare della crescita del reddito si sacrificano proprio i rapporti con gli altri, dall'amore all'amicizia, con la conseguenza che anche avendo più soldi si "registra" una perdita secca di felicità.

Ma che cosa sono queste affermazioni? Si tratta di considerazioni di buon senso comune tipo "il denaro non fa la felicità"? No: sono i risultati di ricerche empiriche strutturate e controllabili condotte da psicologi sociali, sociologi ed economisti innovativi.

Certo, la questione della felicità è stata considerata per molto tempo non adatta a un'analisi di tipo scientifico perché, si obiettava, la felicità è un concetto troppo soggettivo, che coinvolge valori e stati d'animo valutabili solo a livello individuale. Ma recentemente la psicologia sociale ha imparato a studiare la fellicità, come scrive Paolo Inghilleri nel suo libro intitolato «La buona vita». Gli studiosi si sono domandati: che cosa rende la vita «buona»? Da che cosa dipende la qualità della vita? Che cosa vuol dire avere una vita che ha senso? E le risposte che si sono dati consentono di confrontare i risultati di vari tipi di indagine per ottenerne generalizzazioni abbastanza convincenti.

È ancora Kahneman a dedicare ampie e sostanziose pagine al concetto di psicologia edonica e ad affermare, con tutte le cautele metodologiche del caso, che la qualità della vita è un tema di ricerca possibile e fondamentale. Il che è decisivo per poter scoprire la strada per studiare l'economia senza dimenticare i fini delle persone.

Questo, in fondo, è il tema più interessante: perché quello che vogliamo è sentirci felici. E tutte le tappe, materiali e culturali che ci possono portare verso una condizione di maggiore felicità sono importanti. Se dunque c'è un metodo per studiare la felicità vale la pena di approfondire.

Ebbene. Sulla base delle metodologie sviluppate dagli psicologi e dagli economisti che non si sono fermati di fronte al divieto tradizionale di indagare intorno ai fini delle persone, si è scoperto che non c'è una correlazione chiara tra crescita della produzione o del reddito disponibile e felicità. Ci sono alcune fasi in cui la felicità cresce insieme al reddito. Ma sono solo alcune fasi. In realtà, nella maggior parte dei casi, la felicità non dipende dal reddito. Le interviste che lo dimostrano sono state realizzate sulla base di questionari di vario tipo, orientati a chiedere a diversi gruppi di persone quale fosse la loro valutazione del proprio stato di felicità. Questo genere di interviste accetta la soggettività del giudizio sulla felicità ma aggrega in modo controllato una buona quantità di questi giudizi soggettivi per arrivare a tracciare un quadro generale. Il valore delle metodologie adottate si può valutare caso per caso in modo più o meno favorevole ma i risultati ottenuti con queste interviste hanno talmente tanti punti in comune che l'impressione che i ricercatori ne traggono appare sostanzialmente solida. David Myers e Ed Diener hanno aggregato un'enorme quantità di ricerche di questo tipo arrivando a prendere in considerazione più di un milione di persone in 45 paesi del mondo. Il risultato è che sebbene a bassissimi livelli di ricchezza si trovi una correlazione relativamente positiva tra crescita del reddito e felicità, quando il reddito pro capite supera l'equivalente di 8 mila dollari all'anno non c'è più una relazione tra disponibilità di ricchezza materiale e felicità. Lo stesso Diener, peraltro, aveva in precedenza confrontato la felicità dei 400 americani più ricchi della classifica stilata da Forbes con la felicità di un campione di Maasai, una popolazione che vive a livello di economia molto tradizionale nell'Africa orientale: il loro stato di soddisfazione è risultato molto simile.

Difficile non tener conto delle obiezioni a queste ricerche. Le diversità culturali non possono che influire sulla felicità autovalutata dalle persone e sulla comprensione dei questionari. Per questo alle ricerche sulla felicità valutata soggettivamente sono state affiancate altre analisi che tengono conto di termini di paragone oggettivi sul benessere. Ma anche con ricerche di questo tipo si arriva a dire che il reddito non è una misura della felicità. Del resto è anche ovvio: nel reddito nazionale c'è ogni tipo valore aggiunto misurabile, dalla spesa per le scuole e gli ospedali alla spesa militare, non c'è l'inquinamento e lo stress del traffico urbano, non c'è il lavoro nero mentre ci sono tante forme di lavoro che producono molti diversi livelli di soddisfazione. Del resto, come si ripete spesso per scherzare sul valore del Prodotto interno lordo come misura del benessere, "se sposi la tua colf diminuisci il livello del Pil": è un caso in cui la felicità di un matrimonio è direttamente correlata a un taglio del reddito nazionale.

E nel farlo scoprono, come si diceva, fenomeni strani. Ne propone una sintesi Paolo Inghilleri. Mihaly Csikszentmihalyi ha scoperto una correlazione inversa molto evidente tra il benessere materiale dei ragazzi americani e il loro benessere percepito. Insomma: i giovani ricchi americani sembrano meno felici dei poveri. E non è un dato isolato. Anzi. Con il loro megasondaggio; Myers e Diener hanno scoperto che la relazione tra reddito e felicità è ben più complessa di quanto avrebbero immaginato gli economisti lobotomizzatori. «La felicità sembra essere più bassa tra chi è molto povero, ma a livelli di reddito sufficienti il denaro non sembra comportare necessariamente un grado di soddisfazione elevato per la propria vita» (Inghilleri, p. 22). Come dire: se il reddito è basso e comincia a crescere, la felicità aumenta. Ma solo fino a un certo punto: quando è cresciuto abbastanza, il reddito non aggiunge più nulla alla felicità.

André Urani, economista italiano che lavora a Rio de Janeiro, fa una chiosa a questo livello. Dice in sostanza Urani che la povertà è una causa di infelicità tanto più quanto chi la vive vede accanto a sé lo stile di vita di chi ha un reddito elevato ed è continuamente frustrato nella sua speranza di poter raggiungere quello stesso stile di vita. Dunque, in realtà, non è solo la povertà a causare sofferenza, forse non è tanto la povertà, ma la disuguaglianza. Se dal confronto tra disuguali emerge infelicità, se la crescita non riduce la disuguaglianza (e forse peggiora la situazione), allora la crescita non aumenta la felicità.

Ma l'"economia della felicità" è tutt'altro che una moda, se non si limita alle curiosità. Richard A. Easterlin, che non si allontana dalla consolidata strada aperta da Kahneman e colleghi, ha scoperto importanti regolarità che smentiscono alcuni luoghi comuni dell'economia e della psicologia tradizionale. Easterlin si domanda quali sono le determinanti del benessere soggettivo e osserva che è sbagliato pensare, come molti psicologi tradizionali, che ciò che conta è la personalità o la genetica: «Eventi della vita che attengono alle esperienze non monetarie, come il matrimonio, il divorzio, la disabilità fisica, hanno effetti permanenti sulla felicità delle persone». Le storie non economicamente valutabili contano molto e non costituiscono solo una temporanea deviazione dal percorso psicologico individuale definito dalla personalità o dalla genetica. Ma non solo. Easterlin, inoltre, osserva che gli economisti sbagliano a pensare che il miglioramento delle condizioni economiche e delle disponibilità monetarie ha sempre e soltanto effetti positivi sul benessere e la felicità. «Un aumento del reddito e dunque delle merci che le persone hanno a disposizione non porta con se un miglioramento permanente nel benessere o nella felicità, a causa dell'adattamento alle condizioni esterne e a causa della tendenza a fare comparazioni con gli altri membri della società». Insomma: l'idea economicista che «più è meglio» è completamente sbagliata. Può valere solo per un periodo molto limitato. E con effetti collaterali significativamente negativi. Perché chi inseguisse la felicità con una successione di «sempre di più» si troverebbe a dover correre contro una crescente insoddisfazione, contro l'adattamento sempre più veloce alle migliorate condizioni economiche. E alla fine baratterebbe il fine con il mezzo, diventandone schiavo.

Per Easterlin, la soddisfazione che si ottiene dall'acquisto di beni materiali è limitata nel tempo, perché ci si abitua agli oggetti che si possiedono e ci si confronta con gli altri che di quei beni ne possiedono in misura maggiore. Quindi per tornare a vivere quella soddisfazione, occorre comprare sempre di più. Molto più duratura è la felicità che deriva dalla qualità delle amicizie e degli affetti familiari, o l'infelicità generata dal fallimento di un matrimonio. Ebbene: avviene che la rincorsa al possesso di beni materiali impone a chi ne è preda di lavorare sempre di più per guadagnare ciò che serve a consumare sempre di più, tralasciando gli affetti e delle amicizie. Il tempo e l'attenzione dedicati al lavoro e al consumo sostituiscono il tempo e l'attenzione dedicati alla famiglia e alle relazioni sociali, che finiscono per andare in crisi: così, per ottenere una soddisfazione limitata nel tempo, ci si infligge un'infelicità duratura. C'è un punto oltre il quale la crescita dei beni materiali non porta felicità ma infelicità. E questo non vale solo a livello individuale: intere società sono arrivate a quel punto nel corso della loro storia.

Luca De Biase - Economia della liberazione

Torna all'indice

----------------------------------------------
Proprietà intellettuale - Luca De Biase - In uso gratuito per la Rete...
Questo è un libro in lavorazione, quindi non dovrebbe essere usato come se fosse finito: anche se mi fa piacere che venga usato e commentato. Anzi è proprio questo lo scopo di metterlo online. In ogni caso, come tutto quello che pubblico su questo blog anche questo materiale è sottoposto alla licenza Creative Commons. Il che in questo caso significa: facendo ricerca ha molto senso scambiare gratuitamente idee, obiezioni, fatti, notizie, con altri interessati allo stesso argomento di studio; si tratta di trovare insieme un pensiero nuovo. Non occorre ricordare che qualunque utilizzo di questo materiale dovrebbe essere accompagnato da una citazione della fonte e che in ogni caso questo materiale non può essere usato per fini commerciali se non da chi lo ha prodotto.
Gli errori che questo libro contiene sono imputabili alla mia imperizia. Le buone idee appartengono a tutti noi.
----------------------------------------------


Click here to visit the Radio UserLand website. © Copyright 2005 Luca De Biase.
Last update: 9-08-2005; 15:09:57.
This theme is based on the SoundWaves (blue) Manila theme.