Economia della liberazione - QuartoOtto
8. La ricerca di senso: l'economia della liberazione
La trappola della crescita che distrugge i beni relazionali, culturali e ambientali porta la società e gli individui a vivere in quello che Csikszentmihalyi, Inghilleri e altri chiamano il materialismo terminale. L'assonanza con l'aggettivo che designa lo stadio avanzato di una malattia mortale non è per nulla causale. Il materialismo terminale porta a relazioni sociali tutte incentrate sull'interesse personale, conduce al bisogno compulsivo di possedere beni posizionali e al superlavoro. È l'antropologia della scienza economica neoclassica, quella dell'homo oeconomicus costantemente teso a calcolare il modo migliore di utilizzare le risorse scarse e suscettibili di usi alternativi. È un'antropologia triste, fredda e persino terribile. Pensare normativamente e sostenere che si dovrebbe tendere in quella direzione è come sostenere il ritorno alla schiavitù: siamo invece di fronte a un'epoca in cui sarà richiesta la liberazione dal materialismo terminale.
Se invece di vivere nel mondo protetto del modello neoclassico, gli economisti fanno una passeggiata fuori e parlano con le persone normali si accorgono che la vita è ben diversa da quella prevista dall'equilibrio economico generale. E che per avere senso, la gente vuole dedicarsi a obiettivi per i quali valga la pena di battersi. Questo porta aria fresca all'economia. Allarga gli orizzonti. E motiva il futuro della disciplina.
Esiste un modo di vivere l'economia compatibile con la ricerca di senso? Se sì, pochi ne sono consapevoli e ne hanno tratto tutte le conseguenze scientifiche come ha fatto Amartya Sen. E pochi hanno avuto il successo che ha avuto lui nell'affermare una visione critica dei paradigmi dominanti nella scienza economica. Nato nel Bengala, Sen ha insegnato economia a Calcutta, Cambridge, Delhi, Londra, Oxford e Harvard. Ha dato lezioni alla Banca Mondiale, contribuendo a cambiarne le procedure e la cultura di fondo. E il suo pensiero è stato ripreso da mille giornali in tutto il mondo. Ha persino vinto il premio Nobel per l'economia. Il bello è che non ha avuto successo per la via maestra, il conformismo. Ha avuto successo battendosi per scopi che hanno senso dal punto di vista umano e sociale.
Tanto che è Sen il primo nome che viene in mente a chiunque si domandi se oggi l'economia è ancora una scienza che rifiuta di occuparsi dei fini, ma si concentra solo sul modo razionale per trattare i mezzi necessari a raggiungerli. Con Sen i fini diventano parte integrante dell'analisi economica. E le conseguenze del suo pensiero possono davvero cambiare il mondo. O almeno il modo di vederlo.
Perché la testimonianza di Sen è tale da avere interrotto il circolo vizioso nel quale l'economia si era imprigionata. Vale la pena di ricordare un ragionamento già proposto. Riprendendo ancora una volta in mano Robbins, pace all'anima sua, uno dei danni maggiori della sua sistematizzazione è stato proprio quello di aver eliminato il dibattito sui fini dal terreno dell'economia. Perché ha portato a ritenere che i fini fossero tutti sostanzialmente equivalenti e che gli economisti dovessero essere indifferenti di fronte ai fini, mentre si dovevano concentrare sul metodo razionale per trattare le risorse scarse suscettibili di usi alternativi. Posto che i fini erano equivalenti, il metodo più generale di trattare le risorse, cioè il metodo che soddisfaceva il maggior numero di fini era quello di moltiplicare le risorse. Quindi la crescita economica, approssimata dalla crescita del Pil, diventava il mezzo più potente, quello che serviva a raggiungere il maggior numero di fini. Insomma, diventava l'approssimazione migliore di tutti i fini. Diventava, come detto, "il Fine".
Nelle analisi economiche, applicate alla prosperità dei paesi ricchi o allo sviluppo dei paesi poveri, si è spesso fatto ricorso a tale approssimazione. Ogni obiettivo si sintetizzava nell'aumento del Pil. Che avrebbe risolto tutto: povertà, disuguaglianza, mancanza di istruzione e altri mali sociali sarebbero stati tutti contemporaneamente alleviati dalla crescita del Pil. Anzi: alla crescita del Pil si potevano sacrificare molte vite e molti rapporti sociali. Perché pur attraverso alcune sofferenze, la crescita del Pil avrebbe portato a condizioni migliori per tutti. Il Pil era insomma diventato il fine dell'economia e delle politiche che [^] rovesciando i termini della logica e dell'esperienza umana ma accettando quelli dell'economia neoclassica [^] si facevano dettare l'agenda dalle principali istituzioni economiche.
Sen non ci mette molto a dimostrare l'assurdità della pretesa di fare della crescita del Pil il fine ultimo dell'economia. Di fronte all'incredibile illogicità dell'assunto economicistico, la critica più ovvia appare come una rivelazione illuminante: «Se abbiamo delle ragioni per voler essere più ricchi, dobbiamo chiederci quali siano esattamente queste ragioni, come si esplichino, da che cosa dipendano e quali siano le cose che possiamo fare essendo più ricchi. In generale abbiamo ottime ragioni per desiderare un reddito o una ricchezza maggiore; e non perché ricchezza e reddito siano in sé desiderabili, ma perché normalmente sono un ammirevole strumento per essere più liberi di condurre il tipo di vita che, per una ragione o per l'altra, apprezziamo».
Come dire: la ricchezza è uno strumento e non un fine. Aristotele nell'Etica Nicomachea e l'antica cultura indiana fissata nel Brhadaranyaka Upanisad lo insegnavano più o meno con la stessa pacata consapevolezza di affermare un'ovvietà rivoluzionaria. «L'utilità della ricchezza sta nelle cose che ci permette di fare, nelle libertà sostanziali che ci aiuta a conseguire; ma questa correlazione non è né esclusiva (infatti esistono altri fattori, oltre alla ricchezza, che influiscono in modo significativo sulla nostra vita) né uniforme (poiché l'effetto della ricchezza sulla vita varia a seconda di questi altri fattori)». Insomma, la crescita del Pil non è l'unica strada per raggiungere obiettivi importanti per la vita umana e soprattutto non è usa strada che porta univocamente verso quegli obiettivi. Scopi per i quali valga la pena di battersi, dice Sen con il pensiero ben radicato nella sua India, come la possibilità di «vivere a lungo senza essere stroncati nel fiore degli anni» o «vivere bene e non nella sofferenza e nell'illibertà» sono desideri «quasi» universali e che solo in parte, non necessariamente in modo univoco, sono correlati alla crescita del Pil. Sicché anche nella ricerca orientata a favorire lo sviluppo, anche nella ricerca degli economisti, occorre mantenere la consapevolezza di quali sono i fini e quali i mezzi; e occorre discutere i fini almeno quanto si discutono i mezzi. «Due cose sono ugualmente importanti: riconoscere il ruolo cruciale della ricchezza nel determinare le condizioni e la qualità della vita e rendersi conto di quanto sia condizionata e contingente questa correlazione. Una concezione adeguata dello sviluppo deve andare ben oltre l'accumulazione della ricchezza e la crescita del prodotto nazionale lordo o di altre variabili legate al reddito; senza ignorare l'importanza della crescita economica, dobbiamo però guardare molto più in là».
E ancora: «Dobbiamo considerare ed esaminare sia i fini sia i mezzi dello sviluppo se vogliamo capire più a fondo lo sviluppo stesso». Basta dunque con l'indifferenza ai fini. Non è quella l'obiettività che si richiede agli economisti. «Non è sensato considerare la crescita economica fine a se stessa; lo sviluppo deve avere una relazione molto più stretta con la promozione delle vite che viviamo e delle libertà di cui godiamo. L'espansione di quelle libertà che a buona ragione consideriamo preziose non solo rende più ricca e meno soggetta a vincoli la nostra vita, ma ci permette anche di essere in modo più completo individui sociali, che esercitano le loro volizioni, interagiscono col mondo in cui vivono e influiscono su di esso» (Sen, pp. 20-21).
Le prime forme di sottosviluppo umano che Sen vuole citare sono la fame, la mancanza di libertà e diritti civili fondamentali, la sicurezza. È insensato, dice Sen, sostenere, come alcuni fanno, che si possa scegliere un percorso di sviluppo che inizialmente neghi i diritti civili per accelerare la crescia economica e così combattere la fame. È insensato per due ordini di motivi: perché non è una buona definizione di sviluppo quella che tenga conto solo della crescita del Pil e non della libertà delle persone; e perché non c'è vera lotta alla fame senza democrazia. Tanto è vero che, secondo Sen, i fatti dimostrano che nelle democrazie non ci sono carestie e queste avvengono solo nei paesi governati in modo dittatoriale. La libertà di mercato, il paradosso di un mercato che vuole la democrazia purché lo stato non conti nulla, è una finzione: il mercato va corretto e regolato per via democratica. In realtà, le libertà di cui c'è bisogno sono di due tipi, entrambi essenziali: «L'idea di libertà adottata in questo libro investe sia quei processi che permettono azioni e decisioni libere sia le possiblità effettive che gli esseri umani hanno in condizioni personali e sociali date» (Sen, p. 23). Per Sen, occorre evitare di andare solo verso la libertà come processo o solo verso la libertà come possibilità: le due questioni vanno insieme. Non ha senso puntare a processi liberisti in un contesto dove si muore di fame come non ha senso centrare ogni sforzo solo sulla riduzione della fame negando nello stesso tempo i diritti civili e le libertà sociali. Il Mahatma Gandhi diceva: «Il fine è nei mezzi come l'albero nel seme». E Sen certamente pensa nello stesso modo.
La proposta di Sen è quella di abbandonare con vigore la strada dell'economia tradizionale. Sia nel momento dell'analisi, sia e soprattutto nel momento della proposta normativa. Se nel pensiero economico tradizionale il successo si misurava in termini di massimizzazione dell'utilità, espansione del libero mercato e crescita del reddito, nel pensiero di Sen «il successo di una società va giudicato, innanzitutto, sulla base delle libertà sostanziali di cui godono i suoi membri» (Sen, p. 24). E quelle libertà contengono tutto: sia il lato sociale e culturale, sia il lato economico dello sviluppo. Se sono libere, le persone imparano a cavarsela da sole e a influire sul mondo. Cioè imparano a fare i primi passi sulla strada dello sviluppo.
Chi si concentra sulla crescita del Pil come soluzione a tutti i mali ha torto. Non perché non vi sia una correlazione tra il basso reddito e l'analfabetismo, la cattiva salute, la fame e la denutrizione. Come del resto, l'istruzione e la buona salute facilitano l'ascesa del reddito. Ma la correlazione tra le variabili non significa necessariamente un rapporto di causalità. Sen mostra come la crescita del reddito non abbia molto a che fare con la riduzione della disuguaglianza sociale e della povertà umana, quella che le statistiche sul reddito, appunto, non riescono a registrare fino in fondo. Inoltre, Sen dimostra che la probabilità di vita degli afroamericani che vivono negli Stati Uniti è inferiore a quella degli abitanti di paesi come la Cina e lo stato indiano del Kerala: eppure gli afroamericani hanno redditi enormemente superiori di quelli dei cinesi o dei keraliani. Ma anche tra gli afroamericani ci sono differenze. E i meno fortunati, i maschi che vivono in grandi città come New York, per esempio a Harlem, hanno meno probabilità di raggiungere i quarant'anni di età dei maschi nati nel Bangladesh. Eppure i nati nel Bangladesh hanno un reddito infinitamente inferiore a quello dei neri di Harlem. Questo perché la qualità della vita è correlata al reddito, ma non è spiegata solo dal reddito: anzi, in certi casi il reddito è una misura fuorviante.
Si preoccupa, Sen, di mettere in relazione questo suo approccio con quello dell'economia tradizionale. Di sicuro, Sen innova la scienza economica di chi ritiene che l'economista non si debba occupare di giudizi di valore. La sua nozione di «sviluppo imperniato sulla libertà» non è troppo diversa da quella di chi si occupa di questioni come la «qualità della vita». In questo prende le distanze dall'eccesso di matematicizzazione dell'economia contemporanea ma sente una vicinanza invece con alcune istanze dell'economia originaria. La sua valutazione è semplice: «Quest'attenzione alla qualità della vita e alle libertà sostanziali, anziché solo a reddito e ricchezza, può forse sembrare un allontanarsi dalle solide tradizioni della scienza economica, e in un certo senso lo è davvero (soprattutto in confronto ad alcune austerissime analisi centrate sul reddito che troviamo tra gli economisti contemporanei); ma in realtà questo approccio più ampio è in armonia con alcuni orientamenti analitici che appartengono alla professione dell'economista fin dai primordi» (Sen, p. 30). E Sen a questo proposito cita una serie di punti di riferimento, da Aristotele a Martha Nussbaum, passando per lo stesso Adam Smith, almeno per quanto riguarda la sua analisi dei beni necessari e delle condizioni di vita. Insomma: per Sen, da rinnovare è l'eccesso di analisi quantitativa, il rifiuto assurdo di occuparsi del valori in economia, la ossessiva concentrazione sul reddito e la crescita.
E in termini di messaggio la sua è la proposta di un'economia non-violenta: «Ci sono due atteggiamenti generali verso il processo di sviluppo che troviamo sia nelle analisi degli economisti, sia nelle discussioni e nei dibattiti pubblici» scrive Sen. «Una prima posizione vede lo sviluppo come un processo feroce, pieno di sangue, sudore e lacrime, un mondo in cui la saggezza vuole durezza». Slogan simili sono sempre proposti quando si tratta di chiedere alle popolazioni i sacrifici che si ritengono necessari per migliorare l'economia. «A tale atteggiamento si contrappone una visione alternativa che considera lo sviluppo un processo sostanzialmente dolce. A seconda della particolare versione adottata, variano le esemplificazioni di questo carattere benigno del processo, che possono andare dagli scambi con beneficio reciproco (di cui parla eloquentemente Adam Smith) all'operato delle reti di sicurezza sociale, o delle libertà poilitiche, o del progresso sociale, o anche di una combinazione di tutte queste attività» (Sen, Sviluppo è libertà, pp. 40-41). È evidente che se si valutano i fatti solo sulla base di dati come la crescita del Pil si tenderà a far prevalere la visione dura del processo di sviluppo. Se si valutano anche i beni relazionali, ambientali e culturali, se si vuole la crescita per la liberazione della gente, se si tiene conto dei fini dello sviluppo e non solo del suo tecnicistico dipanarsi, allora si tende [^] come Sen [^] a preferire il secondo approccio.
Una conseguenza forse troppo parziale dell'impostazione di Sen è stata l'elaborazione degli indicatori dello sviluppo globale della Banca Mondiale. Sen, che lo ricordiamo si è fatto ascoltare attentamente dagli economisti dell'istituzione finanziaria votata allo sviluppo che ha sede a Washington e che per molti critici fa gli interessi politici e culturali di Washington, non ha apprezzato fino in fondo il lavoro dei compilatori del rapporto annuale intitolato World Development Indicators. Ma è pur vero che si tratta di dati statistici ispirati dall'esigenza di ampliare il punto di vista sullo sviluppo in una direzione che è fortemente ispirata dal pensiero di Sen. E che è un miglioramento rispetto alla situazione di qualche decennio fa. Meglio pensare allo sviluppo tenendo a mente questi indicatori che limitandosi a quelli che servono per calcolare il Pil. Gli indicatori della Banca Mondiale, infatti, non trattano solo del valore aggiunto generato dall'economia, ma anche in parte del valore qualitativo dello sviluppo, in questo evidentemente considerando alcuni fini più importanti di altri: e tengono conto della speranza di vita della popolazione, del livello di istruzione, della fame, della salute, del ambiente, della tenuta delle relazioni sociali.
A quattro anni dalla definizione dei Millennium Development Goals, la Banca Mondiale ha presentato l'edizione 2004 degli indicatori dello sviluppo con un misto di soddisfazione e ambizione. «Vogliamo misurare i risultati dello sviluppo, non in termini di numero di progetti avviati o di dollari spesi, ma in termini di miglioramento della vita della gente. L'enfasi posta su obiettivi quantitativi e la disciplina richiesta per il monitoraggio delle strategie di riduzione della povertà delle nazioni ha aumentano la domanda di statistiche. E ha dimostrato quanto siano carenti i sistemi statistici dei paesi in sviluppo. Statistiche affidabili non sono solo un tema di tecnica, sono un tema di sviluppo e richiedono un'azione concertata di tutta la comunità globale. Come ha detto Trevor Manuel, ministro delle Finanze sudafricano: "Se non lo puoi misurare non lo puoi gestire"».
Non si tratta di una nuova versione buonista del fondamentalismo quantitativo. È piuttosto un fenomeno legato alla logica della "vulgata": per comunicare occorre fare delle semplificazioni che possono servire a cogliere il consenso in una comunità che ancora pensa che qualche numero sia un fatto più vero di qualche parola. È la conseguenza del rapporto tra vero e verosimile del quale si parlerà più avanti.
Ma è un fatto che questa introduzione di concetti valoriali nelle analisi quantitative della Banca Mondiale è una positiva novità per un'istituzione molto più vicina alle correnti economiche maggioritarie che a quelle innovative. Dimostra, se non altro, che il consenso nei paesi emergenti e il cui pensiero economico è più aperto alle alternative, si trova solo cercando di tener conto non solo dei dati finanziari convenzionali, ma anche degli obiettivi veri della popolazione.
Tutto questo, si diceva, potrebbe mettere alla lunga in crisi la centralità delle analisi economiche basate essenzialmente sulla crescita del Pil? Di sicuro, dovrebbe mettere in crisi una serie di elementi della "vulgata" che si basano sul Pil per sintetizzare gli obiettivi della politica economica, la credibilità degli stati in materia finanziaria, la forza e qualità delle economie, e così via. Secondo economisti di valore, premi Nobel e analisti della Banca Mondiale, il Pil non è più la misura del "bene economico". E anche dal punto di vista teorico è ormai possibile domandarsi quanto il fine di aumentare il Pil sia ancora importante.
Un economista italiano che lavora a Rio de Janeiro ha le idee chiare in proposito. Andé Urani lo dichiara senza mezzi termini. «Quello che serve al Brasile è ridurre la disuguaglianza. E la crescita del Pil non è la strada migliore per arrivarci».
Per Urani, la disuguaglianza è il vero blocco dello sviluppo brasiliano. «La priorità assoluta di un progetto per il futuro del Brasile dev'essere la lotta alla disuguaglianza. Una disuguaglianza come quella brasiliana è eccessiva, in base a qualsiasi parametro di paragone storico o internazionale, e non è giustificata da nessun criterio etico, ideologico o teorico». Secondo i suoi calcoli, se si basa una politica economica esclusivamente sulla crescita sostenuta del Pil, il fine di ridurre la disuguaglianza si ottiene solo in moltissimo tempo, mentre con una politica di redistribuzione può essere raggiunto in breve tempo. «E gli economisti hanno tutto il diritto di scegliere i fini per i quali vogliono battersi...».
L'impostazione liberale, del resto, è esplicita nell'affermare che il mercato autoregolato non ha l'obiettivo di ridurre la disuguaglianza. Ricordiamo: l'equilibrio economico generale è desiderabile perché garantisce la massima efficienza economica, riassume Stiglitz. Quando si è in quelle condizioni «non si realizzerà alcuno spreco di risorse: si raggiungerà invece una situazione in cui sarebbe impossibile produrre una quantità maggiore di un bene senza produrre una quantità minore di un altro e inoltre non sarebbe possibile migliorare le condizioni di nessun individuo senza peggiorare quelle di qualcun altro» (Stiglitz 1994, p. 28). È dunque evidente che nelle condizioni previste dal modello tradizionale non si ottiene e non si può ottenere riduzione della disuguaglianza. Di fatto, dunque, chi sostiene che questo modello è il punto verso il quale si deve dirigere la politica economica è tutt'altro che una rinuncia degli economisti a influire sui fini da perseguire. Anzi. È proprio una scelta forte e chiara: una scelta conservatrice che favorisce il mantenimento del potere dei ceti privilegiati e non riduce la disuguaglianza. Quando Robbins dice che l'economista prende i fini per dati impone agli economisti, implicitamente, di abbandonare il sostegno alla concorrenza perfetta come punto di arrivo della innovazione del sistema economico. Se non lo abbandonano, contraddicono l'idea di Robbins: perché di fatto lavorano per il fine di quei ceti privilegiati che vogliono la stabilità nella ripartizione delle risorse, cioè si oppongono alla riduzione della disuguaglianza; e vi si oppongono perché in quelle situazioni avrebbero solo da perdere.
Ora: la proposta di aumentare il tasso di crescita è sensata, da un certo punto di vista. Chi la sostiene fa di solito l'esempio della torta. Dicono: «Abbiamo una torta e la dividiamo in fette. Se ci scanniamo per avere la fetta più grande ci perdiamo tutti. Molto meglio lavorare tutti insieme per ingrandire la dimensione totale della torta e così le fette saranno più grandi per tutti». È una solida metafora che va bene in quasi tutte le occasioni. Peccato che in mancanza di politiche rivolte alla riduzione della disuguaglianza, una crescita in condizioni liberali non riduce la distanza tra i ricchi e i poveri. E anzi, osserva Urani: la crescita tende a concentrarsi nel ceto che già appartiene al mondo sviluppato, mentre la parte della popolazione che vive nell'esclusione, continua a non avvantaggiarsene minimamente. È un'esperienza che chi sta in Brasile può vivere ogni giorno: anche solo attraversando una strada, si può passare da una zona nella quale si vive come in Europa in un'altra nella quale si vive come nello Swaziland. La torta si allarga e si allarga la fetta di chi ne ha già una gran parte, mentre le fette dei poveri non crescono mai. Probabilmente anche perché la metafora della torta non regge se non per la parte della popolazione seduta a tavola: gli altri, quelli che restano fuori dalla porta, la torta non se la sognano neppure o non hanno idea di come cucinarla. Ed è probabilmente questo il loro errore.
All'interno di una società del Sud del mondo, colpiscono le differenze che separano l'élite dal resto del popolo. Spesso si tratta di élite anche etnicamente distinte. La combinazione di divisioni culturali e disuguaglianza economica, riduce la mobilità all'interno della società rendendo particolarmente aspro il rapporto tra aspettative e realtà. In Brasile, dice Urani, la disuguaglianza è tanto abnorme da essere ormai diventata ingiustificabile. Le sue conseguenze sono devastanti per il paese. Certo, i vincoli macroeconomici e la stabilità del sistema democratico costituiscono il perimetro nel quale ogni altra azione va inserita. Ma accettato questo presupposto, la priorità numero uno non è tanto la crescita, quanto la lotta alla disuguaglianza: questa politica infatti consente di ridurre la povertà e nello stesso tempo accumulare capitale umano. La crescita, certo, è un fattore positivo: ma senza riduzione della disuguaglianza finisce col favorire solo l'élite e coll'accumulare solo capitale fisico. Che non necessariamente resta nel paese che lo ha prodotto.
Tutto questo significa anche che il modo di pensare l'economia che emerge dal punto di vista dei paesi che non sono sempre stati al centro dello sviluppo ma che si affacciano adesso al successo economico, come l'India, la Cina, forse il Brasile, può essere alternativo a quello dominante in Occidente. E può arricchire la visione del mondo.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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