Economia della liberazione - QuartoNove
9. Il senso del cosmopolitismo in economia
La fine del pensiero unico dell'economia neoclassica, annunciata dagli stessi economisti occidentali, apre la strada a nuovi obiettivi, nuove fonti di senso, nuove logiche economiche. L'idea secondo la quale l'Occidente è l'unico luogo culturale e fattuale del successo economico è del resto anch'essa in crisi. Il boom cinese, l'annunciata rinascita indiana, l'orgogliosa nuova politica nazionale e internazionale del Brasile dimostrano che anche dal punto di vista della cultura economica è ora di andare a cercare nuove idee un po' dappertutto. Non peraltro condividendo un assurdo pregiudizio antioccidentale che ripercorrerebbe, rovesciandolo, il limite culturale dell'anticolonialismo: la tolleranza inattiva basata sul relativismo assoluto ha fatto il suo tempo. Il cosmopolitismo, la cultura di chi si sente a casa in ogni cultura, è anche la ricerca di obiettivi economici che possano accomunare il popolo mondiale. In questo senso, la globalizzazione è la sconfitta, non il trionfo, del pensiero unico occidentale. Ma è anche l'apertura a una nuova forma di cultura della sostenibilità relazionale, culturale, ambientale, aperta all'innovazione e orientata alla ricerca sui fini oltre che sui mezzi.
Un giro del mondo alla ricerca di idee di questo genere sarebbe un progetto straordinariamente ricco. Gli esempi non mancano. A Taiwan, isola che vive nella cultura cinese tradizionale, si può incontrare diffusamente il sistema chiamato biaohui. Si tratta di una soluzione ai problemi finanziari quotidiani che funziona nell'ambito dell'economia informale taiwanese e cinese. I membri di un guanxi, un network di amici e parenti, mettono insieme un fondo e si aiutano vicendevolmente quando hanno bisogno di denaro. I prestiti sono ripagati con un tasso di interesse che varia in funzione di quante persone, all'interno del network, hanno bisogno di soldi in un dato momento. Una sorta di asta per il prestiti. Che funziona essenzialmente perché tutti di fidano di tutti, in quanto appunto, amici e parenti. Le garanzie reali richieste dalle banche occidentali sono qui sostituite dalla ricchezza dei beni relazionali.
Ed è su questo che sembrano concentrarsi molte culture economiche emergenti. Pradeep Kumar è capo della Stm in India, un'azienda di enorme successo, pioniere dei chip nel subcontinente in piena ripresa. Non ama raccontare di se. Si schernisce come chi teme di apparire troppo orgoglioso del proprio ruolo personale. Ma alla fine lo fa, perché ci tiene a far comprendere come lo straordinario sviluppo tecnologico del suo paese stia avvenendo in coerenza con le tradizioni culturali del suo paese. E anzi: tra Bangalore, Mumbai e Delhi, solo chi riesce a gestire le aziende in modo da tenere insieme la cultura indiana e la tecnologia elettronica riesce a vincere in un mercato competitivo come questo.
E il primo dato della cultura indiana che occorre tenere presente, insegna Pradeep, è che qui la motivazione fondamentale delle persone è l'onore. «Sono contento se lavoro e sono apprezzato in un'azienda ammirata dalla società indiana, perché in quel modo onoro i miei genitori» racconta. «Loro hanno sacrificato la loro vita per farmi studiare. E ora sono felici per me. Quando vado a casa bacio i piedi di mia madre». Nel mercato dell'elettronica le aziende competono soprattutto portandosi via reciprocamente gli ingegneri migliori. E il turn over può raggiungere anche il 20 per cento. Alla Stm di Pradeep il dato è sceso al 5 per cento. «Qui gli ingegneri si sentono compresi. Sanno che i loro manager si rendono conto di quanto la famiglia sia importante. Ogni anno apriamo l'azienda per delle giornate dedicate ai genitori. Che vengono nei nostri uffici, conoscono le persone con le quali i loro figli lavorano. Qualche volta riescono anche a combinare un matrimonio..». L'obiettivo dei lavoratori, in India, è quello di riuscire a guadagnarsi una posizione onorevole che, a sua volta, onora la famiglia di origine e determina la possibilità di creare una nuova famiglia onorevole. Le relazioni sociali contano quanto e più dei soldi. Gli obiettivi, insomma, indirizzano la vita economica. Dimenticarli è assurdo.
E che l'obiettivo dell'economia sia la felicità lo dimostra, tornando in Cina, la cultura tradizionale incarnata nella scrittura. I ragazzi che studiano pittura all'università di Pechino mettono in mostra le loro opere e ne spiegano il significato al visitatore. I corsi più avanzati consentono di disegnare cavalli e scene della tradizione figurativa cinese. I corsi per principianti sono concentrati invece sulla scrittura degli ideogrammi. «Questo segno significa felicità», dice lo studente indicando un ideogramma molto complesso. «È composto di diversi sotto-caratteri. Questo vuol dire avere abbastanza da mangiare. Questo vuol dire avere una casa. Questo vuol dire avere una famiglia che vive bene...». La felicità è il fine di una sana vita economica.
E uno studio pubblicato dalla rivista Psychological Science in the Public Interest ha mostrato ancora una volta come il benessere non dipenda dalla quantità di denaro disponibile. Le interviste a diversi rappresentanti del popolo africano dei Maasai hanno dimostrato che non c'è una particolare distanza tra la soddisfazione di vivere di quel popolo rispetto a quella degli occidentali più ricchi se si indaga sulla voglia di vivere, il senso di se e la qualità degli obiettivi che ci si propone di raggiungere, l'ottimismo e la fiducia, le emozioni positive nei confronti della vita lavorativa e delle relazioni sociali. Come diceva Sen, un maschio afroamericano a New York ha meno probabilità di arrivare ai 40 anni di un maschio nato in Bangladesh. E questo succede proprio perché la desertificazione delle relazioni sociali nell'Occidente dominato dalle logiche del capitalismo non lascia troppo spazio alla soddisfazione di vivere, avviando spesso, troppo spesso, alla violenza, alla droga, alla disperazione.
È il mondo al contrario? La globalizzazione vista dal sud del mondo è certamente sorprendente. Specialmente quando, appunto, si cessa di vedere il sud solo nella sua qualità di parente povero e se ne scopre la capacità di avere successo economico. Un libro curato da Marco Zupi, intitolato appunto Sotto sopra. La globalizzazione vista dal sud del mondo, propone una serie di articoli sulla globalizzazione scritti proposta da studiosi che abitano nel sud del mondo.
La globalizzazione è l'enorme fenomeno che sta cambiando il pianeta. Con opportunità e rischi per tutti. Ma la gran parte delle analisi sulle sue cause e conseguenze sono di solito frutto degli studi di chi vive nel Nord. Ebbene, raccogliendo e presentando una quantità di saggi originali, il libro dimostra che anche il punto di vista dei ricercatori del Sud è ricco di stimoli.
L'Occidente è abituato a pensare di provocare la globalizzazione. E anzi quando la subisce perde la calma: come succede quando la Cina fa concorrenza e vince contro l'Italia nelle piastrelle o l'India batte gli americani nel software. È chiaro però che la maggior parte della gente che subisce il processo di globalizzazione, perché può influenzarlo poco, vive nel Sud del mondo anche se la maggior parte delle analisi del fenomeno vengono dal Nord. Tra queste, si distinguono due filoni: c'è chi sostiene che di fronte alla globalizzazione non serve altro che aprire i mercati e lasciare che questi provochino il benessere di tutti; e c'è chi sostiene che la globalizzazione va guidata da mani pubbliche, nazionali, sovranazionali o locali, in modo che porti benessere alle popolazioni e non solo alle imprese. Per Zupi: «Da un lato, c'è chi ritiene che sia sufficiente esportare in tutto il mondo il principio fondamentale della crescita economica, attraverso l'apertura dei mercati, la liberalizzazione commerciale e finanziaria, le privatizzazioni, perché il benessere e le opportunità di vivere dignitosamente si diffondano spontaneamente ovunque (...). Dall'altro lato, c'è chi sostiene che occorra dare un volto umano alla globalizzazione, nel senso di porre al centro delle strategie locali nazionali ed internazionali il benessere collettivo, la promozione della giustizia e di condizioni di vita dignitose per tutti, imponendo alle politiche di crescita economica di misurarsi con questa finalità prioritaria». Tutto si sintetizza nel bisogno di un nuovo pensiero economico che sappia contenere i punti di vista, gli obiettivi e le tensioni delle diverse culture. Senza lasciarsi andare all'abitudine di privilegiare le analisi di origine occidentale.
Il rischio c'è anche nei settori più avvertiti della ricerca. Mahmood Mamdani mostra quanto sia profondo l'eurocentrismo anche nelle analisi dei molti antropologi e studiosi delle civiltà. Particolarmente significativo, per esempio, è il modo in cui viene vista e studiata la violenza. Se non è frutto di una sorta di lotta di classe, allora è vista come confronto di culture. Ma in quest'ottica, limitata quanto abituale, avviene che: se quella violenza coinvolge l'Occidente, allora è definita scontro di civiltà; se invece riguarda popoli diversi, è definita conflitto etnico. Purtroppo il colonialismo ha influito sul modo in cui anche gli intellettuali del Sud vedono la violenza e li ha convinti a condividere quello stesso punto di vista. Che peraltro si dimostra errato visto che non può spiegare l'Olocausto. È anche per questo che un conflitto come quello tra Hutu e Tutzi viene dimenticato: perché non esistono, o non sono diffuse, le categorie necessarie per interpretarlo.
Questo certo significa che l'Occidente ha ancora molta strada prima di aprire la sua cultura ai punti di vista delle altre culture. Ma se questo è difficile in antropologia, in economia sembrerebbe quasi impossibile. Anche perché in questo caso si tratta davvero di culturalmente giocare sul filo del rasoio: il pensiero economico è anche programma di governo per i paesi in sviluppo. I popoli che vogliano andare oltre, che abbiano l'interesse ad andare oltre, faranno bene a valorizzare al massimo la propria cultura economica piuttosto che adottare pedissequamente quella occidentale. Amartya Sen sottolinea come gli economisti tendano a sottovalutare l'importanza della cultura nella vita economica. Ma non tanto per arrivare a dimostrare che la cultura conta: soprattutto per definire "come" conta e come non conta. Soprattutto quest'ultimo punto è molto importante: anche se molte analisi hanno spesso definito certe culture più adatte e altre meno adatte allo sviluppo economico, questo approccio si rivela insensato e sbagliato. Cioè: la cultura "non conta" come barriera inamovibile allo sviluppo, non ci si deve lasciar tentare dal determinismo culturale. Si tratta piuttosto di studiare la cultura e le sue relazioni con le altre dimensioni sociali. Come la politica: «Una società democratica aiuta le culture locali a essere competitive» dice Sen.
I paesi del Sud non devono accettare di essere confinati nella nozione di "culture alternative". Anche perché la globalizzazione, per come si è messa in questo nuovo millennio, sembra garantire alle loro culture la possibilità di esprimersi con successo e non più di fare la parte del parente povero. A questo proposito, la cultura diventa un processo e non un dato di fatto. La cultura è una dinamica che attraverso fasi di apertura e di chiusura si trasforma, lentamente, senza necessariamente perdere la propria identità ma senza neppure chiudersi in un terribile isolamento. Con questo salto di paradigma, ogni cultura assume la propria dignità di percorso storico senza doversi difendere o senza essere costretta ad attaccare. L'Occidente ha tutto da imparare. E il mondo ne può trarre un ulteriore grandissimo vantaggio: è davvero possibile che emergano valori importanti e condivisi da tutto il popolo mondiale. Uno di questi valori, per Sen, è quello della democrazia e della libertà.
Sen lo dichiara con forza. Per lui lo sviluppo è finalizzato alla liberazione oppure non ha senso. E per interpretare questa posizione propone di allargare lo sguardo oltre il punto di vista occidentale intitolando uno dei suoi libri La democrazia degli altri. Perché la libertà non è un'invenzione dell'Occidente. L'Occidente, dice Sen, sembra pensare che la democrazia sia prerogativa culturale dell'Occidente. Se comprendesse che non è così, il grande processo di democratizzazione globale avviato nel XX secolo procederebbe meglio. Molti studiosi occidentali sembrano ritenere che l'idea e la pratica della democrazia siano nate e cresciute in Occidente e che le altre civiltà, non avendo un passato democratico, non possano che imparare dall'Occidente in questa materia. Ma è davvero così? La storia di molte civiltà riserva sorprese da questo punto di vista. E del resto, l'Occidente non è sempre un campione di democrazia. Evidentemente, la democrazia non è un fenomeno culturale che possa essere attribuito a una particolare cultura. Tutto questo ha importanti conseguenze sul modo in cui sarà progettata la prossima fase del confronto tra l'Occidente e il resto del mondo.
Gli occidentali tendono a identificare la democrazia con il "bene" dal punto di vista del sistema politico. E sono in larga maggioranza certi che l'idea stessa di democrazia sia nata in Occidente. E in particolare, in Grecia. Ma se già questo classificare la Grecia come parte dell'Occidente potrebbe essere discusso da qualche studioso orientale, quello che appare davvero discutibile è l'idea secondo la quale la democrazia sia frutto di una particolare civiltà e che questa civiltà abbia il compito storico di insegnare la democrazia al resto del mondo. Non si tratta in nessun modo di convincersi delle presunte buone ragioni del relativismo culturale, anzi: si tratta di affermare che certi valori sono universali. Cioè che non sono valori di qualcuno ma di tutti.
Non è vero che i popoli con i quali l'Occidente si confronta non siano capaci di democrazia e che non ne abbiano mai avuto esperienza storica. Elementi fondamentali della democrazia e in particolare la discussione pubblica, regolata, libera e garantita come diritto del popolo, sono presenti nella tradizione di molti popoli. Già Alessandro Magno, sostiene Sen, ne scopre i segni nell'antica civltà indiana. E, nel subcontinente, abbondano le prove della sua persistenza nei secoli seguenti. Lo stesso si può dire della civiltà araba in epoca medievale. Varie esperienze democratiche si trovano persino nella storia della Cina e del Giappone. Chi pensa che la democrazia sia solo definita dalla possibilità di votare ha una concezione piuttosto riduttiva del problema. E perde di vista l'evoluzione del fenomeno nel suo complesso.
Secondo alcuni osservatori, molti paesi in via di sviluppo non sono democratici perché le forme di governo centralistico e autoritario appaiono più efficienti nel determinare le dure scelte politiche necessarie a favorire la crescita economica. Il caso cinese è spesso portato a esempio di questa tesi. Ma si tratta di una tesi errata. Lo dimostra la storia delle grandi carestie cinesi e indiane. L'avvento della democrazia in India ha messo la parola fine alla fame, che invece in Cina ha continuato a perseguitare la popolazione. E del resto, può essere dimostrato che l'assistenza sanitaria cinese, tradizionalmente considerata migliore di quella indiana, è invece oggi peggiore: proprio grazie alle innovazioni che sono state introdotte in India grazie alla democrazia. Del resto, il Giappone è un caso emblematico per i paesi non occidentali: il suo straordinario successo economico coincide con l'avvento della democrazia.
La democrazia si rivela il sistema più efficiente per compiere le scelte che servono a lanciare lo sviluppo nei paesi che non hanno conosciuto la prima e la seconda rivoluzione industriale. Si tratta delle scelte necessarie ad aprire i mercati alla concorrenza internazionale, a elaborare una strategia di incentivi statali agli investimenti e alle esportazioni, a raggiungere un elevato livello di alfabetizzazione e scolarizzazione, a realizzare efficaci riforme agrarie. Inoltre, la democrazia consente di seguire un percorso di sviluppo più equilibrato dal punto di vista delle sicurezze sociali: i cittadini di un paese democratico possono far sentire la propria voce e spingere il governo nella direzione di un processo di crescita che non perda di vista i bisogni sociali più sentiti.
Le qualità funzionali della democrazia sono tali da fare di questa soluzione politica un valore universale. Non nel senso che sia un valore condiviso da tutti. Ma nel senso che è un valore che qualunque popolo apprezza nel momento in cui ha la possibilità di provarlo nel concreto. Che tutte le persone abbiano il diritto di mangiare è un valore universale. E lo stesso vale per il valore della libertà di pensiero, di espressione e di voto. È dunque falso pensare che per esempio i popoli asiatici coltivino valori che li portano agli antipodi dei processi democratici e non è vero che nella loro storia non abbiano conosciuto la democrazia. Comprendendo tutto questo, l'Occidente potrà contribuiire meglio allo sviluppo della convivenza civile sul pianeta e aiuterà di più i paesi emergenti a trovare la strada del benessere economico.
Naturalmente, non si deve identificare la democrazia e il governo della maggioranza. Perché ci sia democrazia occorre naturalmente che il governo sia nominato attraverso lo svolgimento di elezioni. Ma non basta. Il sistema richiede la protezione dei diritti e delle libertà, il rispetto della legalità, la garanzia di libere discussioni e di una circolazione senza censura delle notizie. Senza queste ultime condizioni, anche in presenza di elezioni, non c'è democrazia. La parola universalismo è sempre criticabile. Ma è chiaro che una cultura universalista, quando viene dal Sud, va vista con attenzione particolare, perché una proposta di valori universali che proviene da un paese del Sud non si può confondere con una ambigua giustificazione di una qualche politica colonialista. Se i valori universali sono proclamati dalla Francia o dagli Stati Uniti possono essere confusi con lo strumento di un'aggressività politica. Nel caso dell'India, invece, vanno presi sul serio per il loro contentuo: «Quando il Mahatma Gandhi proclamò il valore universale della nonviolenza» ricorda Sen «non sosteneva che i popoli di tutto il mondo lo stessero già riconoscendo, bensì che avessero buone ragioni per farlo». Lo stesso, forse, si può dire per la democrazia e la libertà, dice Sen.
È cosmopolitismo prestare attenzione alle proposte universalistiche senza mischiarle con cattivi retropensieri. Ed è cosmopolitismo anche metterle in discussione senza sensi di colpa. Lo fa Amy Chua nel suo felicissimo volume World on Fire. How Exporting Free Market Democracy Breeds Ethnic Hatred and Global Instability. Giurista di vasta esperienza internazionale, Amy Chua è professore alla Yale Law School come specialista di contrattualistica internazionale. Si occupa di globalizzazione, conflitti etnici, legislazioni e sviluppo ed è una rappresentante dell'etnia cinese delle Filippine. Il che si rivela un dato biografico particolarmente rilevante. Il libro tratta in modo straordinariamente originale e senza preconcetti dei difetti della democrazia e del libero mercato nelle società con un'oligarchia economica forte e etnicamente diversa dalla maggior parte della popolazione. Il caso è molto diffuso. Dall'Asia all'America Latina e all'Africa, quando il mercato e la democrazia sono adottati improvvisamente, in paesi precedentemente governati in modo autoritario, non si inaugura necessariamente un cammino di progresso sociale e civile. In quei paesi si incontrano storicamente i presupposti dell'odio etnico e una sorta di desiderio di rivincita, soprattutto dal punto di vista economico. Storicamente si osserva che il mercato libera le forze dei ceti più ricchi e attivi, rendendoli ancora più ricchi e attivi, mentre la democrazia induce i capi politici ad appoggiarsi sulle correnti più violente del revanchismo dell'etnia maggioritaria. Il risultato è una miscela esplosiva.
Il tema della democrazia "esportata" non è nuovo ma continua ad essere drammaticamente attuale. Gli occidentali tendono a identificare il mercato e la democrazia con il progresso economico e sociale. Perché questa è la loro esperienza. Ma guardando ai fatti dal punto di vista delle popolazioni non occidentali, l'esperienza e il giudizio possono cambiare. Argomentando sulla base di un pragmatico ricorso ai fatti e su una documentazione vastissima e realmente globale, il discorso di Chua consente di leggere con atteggiamento motivatamente critico il programma politico di chi pensa di poter imporre la democrazia e il mercato ai popoli che non ne hanno maturato i presupposti storici, che nella maggior parte dei casi esistono quando esiste un sistema giuridico legittimato, efficiente e rispettato.
I casi analizzati da Chua spaziano su tutto il mondo. Dalle Filippine all'Indonesia e alla Malaysia, le colonie cinesi sono al vertice della gerarchia economica e gestiscono ricchezze incomprarabilmente superiori a quelle che mediamente possono sperare di raggiungere gli appartenenti alle etnie locali. In altri paesi asiatici sono invece gli indiani a controllare l'economia pur non essendo l'etnia maggioritaria. Ma non sono casi unici al mondo. Anzi, si direbbe che questa sia una sorta di regola: una ristretta minoranza di etnia diversa da quella maggioritaria controlla il capitalismo di quasi ogni paese post-coloniale dell'America Latina e dell'Africa subsahariana. Lo stesso è avvenuto nella Russia post-sovietica. Quando in questi paesi la globalizzazione innesca i meccanismi del libero mercato, le etnie economicamente dominanti decollano verso ricchezze ancora maggiori, mentre le maggioranze locali non sempre avvertono grandi vantaggi. Di certo, la distanza tra le minoranze ricche e le maggioranze povere aumenta. Con la conseguenza che, se l'introduzione del libero mercato si accompagna a quella della democrazia, le etnie maggioritarie locali tendono a ribellarsi. Il caso dello Zimbabwe è forse il più noto: con la globalizzazione è arrivata nel paese anche la democrazia. Robert Mugabe ha vinto le elezioni sulla base di un programma semplice: attaccare frontalmente l'etnia economicamente dominante, quella dei bianchi eredi delle enormi ricchezze acquisite dalle loro famiglie all'epoca coloniale. E dunque restituire la ricchezza alla popolazione locale. Non è un caso unico. «Le terre requisite ai bianchi nello Zimbabwe sono un elemento di un modello ben più ampio» dice Chua. «In tutto il mondo non occidentale, quando una piccola minoranza etnica controlla una ricchezza spettacolare che si confronta con la povertà della maggioranza, il processo di democratizzazione produce invariabilmente terribili pressioni popolari. È vero dall'Indonesia alla Russia e al Venezuela». Le politiche economiche di quasi tutti i paesi democratizzati in America Latina, in Africa e in Asia hanno cercato consenso quasi invariabilmente rivolgendosi contro le etnie economicamente dominanti. E persino la politica attualmente condotta in Russia appare velata di un antisemitismo che sembra quasi una reazione all'enorme successo economico ottenuto dai businessmen di origine ebraica all'epoca del presidente Boris Yeltzin.
Gli stessi meccanismi che si osservano a livello locale sembrano funzionare anche a livello globale. Quasi ovunque gli occidentali appaiono come gli unici ad essere avvantaggiati dalla globalizzazione. E i popoli meno fortunati finiscono per considerarli come la minoranza etnica economicamente dominante del pianeta. Gli americani, in particolare, si accorgono con stupore di non raccogliere vasti consensi in giro per il mondo, anche quando promuovono l'avvento di sistemi democratici e di mercato nei paesi che non li hanno mai conosciuti: convinti che quei popoli li saluteranno come liberatori scoprono di essere odiati come invasori. «Gli americani oggi sono percepiti come la minoranza che domina l'economia del mondo in maniera ingiusta e sproporzionata», osserva Chua. Ma è un fenomeno che riproduce in grande la dinamica che si osserva, a livello locale, tra le minoranze etniche ricche e le maggioranze povere.
Secondo alcuni osservatori e in base all'esperienza storica di molte etnie economicamente dominanti, si deve scegliere tra mercato e democrazia: per questo, in molti casi le etnie economicamente dominanti si oppongono con tutte le forze alla democratizzazione delle società nelle quali vivono e prosperano. Ma l'alternativa non è la prospettiva più giusta. In realtà, occorre avviare il processo che porta alla costruzione delle precondizioni necessarie all'avvento e al successo di un sistema democratico di libero mercato. Le variabili da considerare sono quelle che portano a un sistema giuridico legittimato e funzionante: si tratta di usare la legge per offrire opportunità relativamente ampie a tutti i cittadini, rimuovendo le cause più ingiustificate che perpetuano il dominio economico delle etnie ricche, incentivando le etnie economicamente dominanti a ridistribuire la loro ricchezza per prendere la leadership in un processo di democratizzazione. Quando la politica americana e in generale occidentale si concentra sul finanziamento o sull'imposizione della democratizzazione e dell'avvento del sistema di mercato senza tener conto dei presupposti storici locali ottiene il contrario di quello che pensa di ottenere.
Una discussione cosmopolita, aperta e senza preconcetti sulla democrazia e la libertà di mercato porta a individuare dunque una priorità preliminare: perché funzioni non basta che in un paese ci sia un sistema politico governato con libere elezioni e nel quale l'economia sia regolata dall'iniziativa privata. Occorre anche, o soprattutto, un sistema di regole rispettato e legittimato.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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