Luca De Biase
An Italian journalist writes about what's happening in his funny country:
a laboratory for the study of broken democracy and creative capitalism.
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Economia della liberazione - QuartoDieci

10. La fine del pensiero unico. La fine della crescita infinita. E un'avvertenza

Non tutto, insomma, dipende dalla crescita del Pil. Gli economisti ormai riescono a provarlo in modo abbastanza convincente. Per chi li legga. Ma va anche detto che non tutte le crescite sono uguali. Si può crescere a base di prodotti naturali ed energia riciclabile. Oppure si può crescere consumando ambiente, petrolio, cultura tradizionale, pace sociale. Può anche darsi che la seconda via consenta in qualche caso di ottenere tassi di crescita superiori. Ma ci sono dei limiti. E lo sappiamo. Anche se la "vulgata" finge di non accorgersene. Se non quando c'è qualche problema.

Attualmente il campione della crescita è la Cina. Il colosso demografico mondiale, con i suoi 1,3 miliardi di abitanti ufficiali, è decollato dal punto di vista economico dal momento in cui, nel 1978, Deng Xiaoping ha assunto il potere e ha avviato la riforma economica del paese. Una riforma molto pragmatica, come nel carattere di quel popolo. Niente concessioni alle cosiddette libertà democratiche e ai diritti civili. Ma una precisa analisi delle potenzialità del popolo cinese: manodopera abbondante e imprenditorialità diffusa, le risorse di partenza, sono state valorizzate con la progressiva attivazione di zone di sperimentazione del mercato nelle quali sono stati attratti investimenti stranieri e nelle quali sono state prodotte crescenti quantità di merci per l'esportazione. Il sistema ha funzionato ed è cresciuto qualitativamente, assorbendo produzioni sempre meno elementari (dai giocattoli all'elettronica avanzata), oltre che quantitativamente: da vent'anni il Pil cinese cresce a ritmi che stanno intorno al 9 per cento. La marcia della Cina è inarrestabile. Ormai l'economia cinese, misurata in Pil, ha superato quella italiana. E si avvia a superare gli Stati Uniti d'America: se non succede nulla di catastrofico (come una guerra mondiale) o di rivoluzionario (come una vera unione europea), dicono gli economisti citati da Le Monde Diplomatique (agosto 2004), la Cina diventerà l'economia più grande del mondo nel 2041. C'è tempo, si dirà. E in fondo è un giusto ritorno alla situazione che si registrava sul finire del Settecento, agli esordi della rivoluzione industriale, quando gli Stati Uniti erano ancora una sciocchezza economica e gli europei erano più mercanti che industriali.

Questa crescita è una nuova spinta all'economia mondiale. E anche ai consumi energetici e ambientali. Nel 2003 la Cina è stata il più grande importatore mondiale di cemento, avendone acquistato all'estero il 55 per cento della produzione globale. Ha comprato il 40 per cento del carbone, il 25 per cento dell'acciaio, il 25 per cento del nikel e il 14 per cento dell'alluminio. Ed è il secondo importatore di petrolio, dopo gli Stati Uniti. I prezzi di queste materie sono schizzati verso l'alto anche a causa di questi acquisti massicci e relativamente improvvisi della Cina. Le conseguenze prevedibili, secondo gli stessi economisti, sono un aumento della domanda di petrolio globale, un aumento dell'inquinamento, una nuova massa di consumatori in cerca di soddisfazione. E se la Cina sarà in testa in tutti questi fenomeni, l'India, la Russia, il Brasile, il Sudafrica potrebbero seguirla a ruota. Il pianeta non può che essere soddisfatto per l'ingresso nel mondo sviluppato di popolazioni tanto importanti e numerose: ma non può che essere preoccupato per la tenuta dell'equilibrio ambientale generale.

Di fronte a questi fatti, che lasciano temere come anche la Cina possa ripercorrere alcuni dei disastrosi errori già commessi dall'Occidente che hanno prodotto un impoverimento terribile di beni relazionali, ambientali e culturali, l'Occidente dovrebbe trarre un insegnamento fondamentale: il pensiero unico economico non è più nel suo interesse. Adottare una politica economica basata sulla ricerca emergente dell'attenzione ai beni relazionali, al gratuito, alla felicità, alla ricerca di senso per quello che si fa nell'azione economica, è invece nel suo interesse. E influenzare la Cina in questa direzione potrebbe essere decisivo. L'Europa ha tutte le carte in regola per poter spingere il mondo in questa direzione. Con una mentalità cosmopolita, non buonista e non colonialista, ce la può fare.

Fin qui, i risultati di una veloce panoramica di storia recente delle idee. Un'avvertenza, però, ci vuole. Non è il relativismo assoluto la soluzione alla globalizzazione. Il cosmopolitismo è rispetto non solo degli altri ma anche di se stessi. Non è cedere le armi né rinunciare ai propri punti di vista, specie se basati sull'esperienza. La storia si incarica di volta in volta di privilegiare la redistribuzione a favore dei più poveri e l'eccellenza dei più bravi.

Sostenere una linea universale, tra queste alternative, è assurdo e impossibile. I nuovi equilibri non si trovano mai prima che i fatti abbiano sconvolto quelli precedenti. E gli innovatori in certe fasi devono andare contro le regole, in altri periodi devono contribuire a farle rispettare.

Allo stesso modo, la politica, la cultura e l'economia non sono dimensioni che si pongono tra loro in una relazione definita una volta per tutte. Storicamente l'una prevale sulle altre e determina i problemi che gli uomini del futuro dovranno risolvere. L'avvento del mercato autoregolato in un paese devasta la società, crea grandi ricchezze e talvolta porta a grandi innovazioni culturali. L'arrivo della democrazia in un paese può portare a una politica di redistribuzione che però comprime l'innovazione e la capacità creativa di singole persone eccellenti. La salvaguardia della cultura tradizionale favorisce un'identità e un'equilibrio sociale ma nello stesso tempo può finire con l'aprire la strada a politiche aggressive e comunicazioni incapaci di ascoltare l'innovazione che viene dalle culture diverse.

Tutto questo non si può governare. Si può navigare. Ma non senza meta. In qualunque percorso ci si trovi a vivere la differenza la fa il progetto, lo scopo, il sogno che si persegue. Il relativismo annulla il sogno. L'universalismo al contrario finisce per imporre a tutti il proprio incubo. I cosmopoliti progettano, sognano e perseguono il loro scopo: conoscendo la propria identità e senza impedirsi di dimenticare, viaggiano sentendosi sempre a casa e apprezzano chi costruisce un mondo nel quale tutti si possano sentire a casa.

I cosmopoliti le prendono di santa ragione e perdono battaglie su battaglie. Ma combattono per una causa che merita la loro vita.

Luca De Biase - Economia della liberazione

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Last update: 9-08-2005; 15:12:00.
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