Economia della liberazione - SecondoTre
3. La rimozione
Certo, tutto questo si afferma parallelamente all'avanzare impetuoso della cosiddetta Rivoluzione Industriale. E l'esperienza del meccanismo disumano dell'economia sembra incarnarsi nella drammatica riorganizzazione sociale che si avvera in pochi decenni attorno ai nuovi mercati di sbocco, alla nuova tecnologia di produzione e trasporto, all'urbanizzazione massiccia, all'esplosione dei consumi energetici e ambientali, alla prima globalizzazione: l'Ottocento europeo è da questo punto di vista un terreno di micidiale conferma dell'opera della bestia. Tutto ne viene sconvolto. La società reagisce ma è fondamentalmente travolta. I ceti forti ne approfittano, quelli deboli cercano disperatamente di organizzarsi, la moneta penetra in territori sociali dai quali era precedentemente esclusa.
Di fronte a tutto questo la cultura ha bisogno di elaborare una spiegazione armonizzante, in grado di riconciliare la società con quello sconvolgimento epocale. Di fatto, l'esperienza storica della Rivoluzione Industriale si sedimenta nella coscienza occidentale come un trauma. E, come a gestirne la rimozione, si sviluppa un pensiero economico meccanicista: un pensiero che riesce ad avere una funzione tranquillizzante, sedativa. Dicono gli economisti di questo periodo: va tutto bene, lasciate fare al libero mercato e alla fine tutti staranno nelle condizioni materiali migliori possibili. Certo, non si devono frapporre ostacoli alla perfezione della concorrenza, perché altrimenti non funziona: si creano distorsioni delle quali fanno le spese le società. Se si lascia fare al mercato, i problemi dell'oggi si sistemeranno domani, arrivando a un equilibrio economico generale. Cioè, appunto, alla piena armonia.
Siamo nel secolo che grossomodo va dal 1830 al 1930. C'è bisogno di giustificare l'ideologia che serve a governare i processi di industrializzazione, urbanizzazione, emigrazione. Lo sconvolgimento sociale, a quel punto è tanto gigantesco che, come osserva Moises Naim direttore di Foreign Policy Magazine, una persona su dieci nel mondo viveva in un paese diverso da quello nel quale era nato. E a questi si aggiungevano i molti di più che si erano spostati all'interno dello stesso paese e lasciavano la campagna per andare a vivere in grandissime città, o in sobborghi minerari, o nei porti, o nell'esercito. I condottieri di quei processi, capitani di navi, costruttori di ferrovie, proprietari di miniere e fabbriche, grandi finanzieri, i politici che governano gli stati coinvolti non possono non vedere la povertà che si accalca alle porte delle loro belle magioni. E hanno bisogno di una teoria che tenga fuori quella povertà dalla loro porta e dal loro cuore.
Il liberismo non è l'unica risposta. Nello stesso tempo si sviluppano il nazionalismo romantico, il razzismo e tutto quello strumentario concettuale materialista, macchinista, modernista, che finirà in pieno nel fascismo e nel comunismo realizzato e, in parte, anche in quello utopistico. Il liberismo, di sicuro, di fronte a quelle derive, appare [^] appare! [^] come un pensiero degno di ogni rispetto.
Soprattutto perché si mantiene ingenuamente ottimista. Gli uomini che appunto tra il 1830 e il 1930 firmano i trattati di economia più importanti sono condotti dalle migliori intenzioni. Il loro contributo non è tanto sulla sostanza, perché le teorie dell'utilità come quelle della domanda e offerta sono in fondo una elaborazione su concetti settecenteschi, ma nella forma. Dai primi passi di Augustin Cournot prima e William Stanley Jevons poi, attraverso Carl Menger e arrivando al culmine di Léon Walras, con i contributi utilitaristici di Alfred Marshall che ripercorre una strada ideologicamente impegnata come quella già vissuta da John Stuard Mill, e cui fanno eco i lavori di fino sul piano formale prodotti da Friedrich von Wieser ed Eugen von Böhm-Bawerk, per arrivare al grande Vilfredo Pareto, il lavoro degli economisti tende a diventare quello di raccontare in un linguaggio matematico analiticamente preciso e ordinato sempre la stessa idea: che l'economia funziona bene se è governata dal mercato autoregolato e animata dall'edonismo razionale individuale. Il formalismo prende il posto della curiosità intellettuale e filosofica: la teoria dell'origine del valore, per esempio, cessa di essere interessante come ai tempi dei classici, Smith, Ricardo e Marx, mentre diventa centrale l'istanza della dichiarazione in forma meccanicistica, deterministica e dunque alla fine traducibile in linguaggio matematico, dei modi attraverso i quali si manifesta teoricamente l'interdipendenza funzionale tra i ruoli degli operatori economici, divenuti a questo punto più che altro razionali calcolatori del massimo vantaggio ottenibile attraverso lo scambio di merci. Essendo peraltro ormai tutto divenuto merce: compresi il lavoro, la terra e il denaro.
Il che non è privo di conseguenze. Perché se il lavoro non è una dimensione della vita della persona ma è merce e si tratta solo in base alla curva di utilità e alle necessità della produzione, allora quella separazione tra economia e società, postulata dagli economisti, non divide più solo i ceti sociali ma spezza in due la stessa persona umana, divisa tra il tempo occupato e il tempo libero. Perché se la terra non è più la natura, nella sua complessità ecologica, ma un semplice fondo da destinare alla massimizzazione del suo rendimento economico, allora la crescita industriale ne può fare ciò che vuole senza pensare alle conseguenze ambientali e culturali. Perché se il denaro non è più uno strumento per facilitare lo scambio di merci ma diventa una merce a sua volta, con un suo prezzo, il tasso di interesse, che contiene il valore del tempo, del potere dei ceti dominanti e della fiducia o sfiducia nel futuro, allora la finanza diventa, potenzialmente, il motore finale di ogni decisione. Un'astrazione all'interno dell'astrazione. Il cervello cieco della bestia.
Il fantasma del mercato perfetto si materializza perché chi lo vede lo proietta sulla realtà e lo fa agire. Che non esista è chiaro. Perché le precondizioni per il funzionamento dell'equilibrio economico generale teorizzato dai neoclassici ottocenteschi non si sono mai verificate nella storia. Ed è per questo che alla fine agli economisti conviene distinguere la loro ricerca dall'analisi storica.
Ed ecco dunque il risultato di quella ricerca. L'equilibrio economico generale in condizioni di concorrenza perfetta è espresso da un sistema di equazioni che descrivono i mercati delle diverse merci il base al meccanismo della domanda e dell'offerta e che, una volta risolto, consente di determinare i prezzi dei beni, le quantità prodotte e scambiate, il tasso di interesse di equilibrio. Come qualunque sistema di equazioni, funziona solo se sono soddisfatte alcune condizioni preliminari che rendono tutte le variabili confrontabili e le loro funzioni continue. Cioè il modello funziona se: nessun operatore (rentier, lavoratore, capitalista, imprenditore) è abbastanza grande da poter influenzare da solo il prezzo della merce della quale si occupa; tutti sono informati di tutto; tutti i consumatori dispongono di una scala di priorità sulla base della quale sanno valutare l'utilità garantita dal possesso delle diverse merci; tutti i consumatori vogliono massimizzare la propria utilità; tutti gli imprenditori operano per massimizzare il profitto; non esiste progresso economico. Date le condizioni iniziali, date le risorse disponibili, si fa girare il modello di equazioni e si ottiengono prezzi e quantità di equilibrio. Secondo questa impostazione a quell'equilibrio corrisponde la migliore allocazione possibile delle risorse in rapporto al sistema di preferenze della popolazione.
È il mondo migliore possibile. Peccato che sia impossibile, obiettano i critici. Il peccato è che non lo si voglia realizzare, rispondono i sostenitori. Il sistema di equazioni derivabile dalle teorie di Walras e compagni può essere criticato perché si basa su assunti irreali oppure sostenuto perché sottolinea una politica che se attuata farebbe germogliare l'armonia. Lo scrivono meravigliosamente James Henderson e Richard Quandt nel loro manuale di microeconomia: «Se si fosse interessati alla pura descrizione, la divergenza fra teoria e raltà indicherebbe che la teoria è errata per quello scopo specifico. Quando la teoria diviene un ideale di benessere, una simile divergenza porta alla conclusione che la situazione reale è errata e dovrebbe essere mutata» (Henderson e Quandt, p. 4).
Questa è un'ammissione. L'equilibrio economico generale è dichiaratamente un'assurdità storica ma è anche una condizione desiderabile. Dunque da ipotesi esplicativa può diventare, senza problemi, normativa: perché in fondo non è altro che un sistema retorico, per ottenere consenso attorno alle grandi trasformazioni sociali della Rivoluzione Industriale e alle politiche che la sostengono.
Sebbene nessuno, proprio nessuno, ritenga realistico e credibile il modello dell'equilibrio economico generale e le condizioni che lo rendono coerente, resta il fatto che quel modello è considerato il punto di riferimento a partire dal quale si costruiscono le variazioni necessarie a descrivere i casi particolari che si presentano nella realtà, oppure a descrivere le alternative che si presentano ai decisori nel corso della loro attività. È modo di pensare specifico e straordinariamente accettato tra gli economisti, come dimostra il fatto che lo stesso Joseph E. Stiglitz, economista molto critico nei confronti dei pregiudizi che la maggioranza dei suoi colleghi coltiva in materia di politica e di filosofia economica, quando ha deciso di scrivere un manuale di microeconomia non ha potuto usare parole troppo diverse da quelle di Henderson e Quandt, per quanto riguarda la distinzione tra economia positiva e normativa e soprattutto per quanto riguarda il modello della concorrenza perfetta: «In genere gli economisti credono che, nella misura in cui le economie di mercato del mondo reale riproducono le caratteristiche essenziali del modello di concorrenza, esse forniranno risposte alle domande basilari dell'economia [^] relative a che cosa si produce e in quali quantità, a come e per chi si produce [^] e che tali risposte si tradurranno nella massima efficienza economica. Non si realizzerà cioè alcuno spreco di risorse: si raggiungerà invece una situazione in cui sarebbe impossibile produrre una quantità maggiore di un bene senza produrre una quantità minore di un altro e inoltre non sarebbe possibile migliorare le condizioni di nessun individuo senza peggiorare quelle di qualcun altro. Nel modello base di concorrenza tali risultati vengono ottenuti senza alcuni intervento da parte dello stato. Sfortunatamente però il modello non è riprodotto dal mondo reale; spesso poi lo stato interviene. Il modello rappresenta comunque un utile punto di riferimento; alcuni economisti ritengono che esso descriva bene, anche se non esattamente, molti mercati. Altri non pensano che i mercati reali possano essere descritti dal modello di concorrenza, ma ritengono comunque che esso costituisca un buon punto di partenza» (Stiglitz 1994, p. 28). Il modello, insomma, è dichiaratamente falso ma serve. A che cosa? Nella migliore delle ipotesi, solo a descrivere una situazione ideale in base alla quale definire un programma politico liberista.
L'economia ha certamente una sua capacità di coltivare i propri anticorpi. E per esempio le critiche che sono state sviluppate da giganti come Piero Sraffa, Joan Robinson, John Maynard Keynes, hanno cambiato il pensiero economico in profondità, mettendo in discussione la credibilità dei presupposti della concorrenza perfetta e del liberismo sfrenato. Ma il loro contributo è arrivato in fondo come una risposta diversa a un problema diverso: ai loro tempi, la cultura occidentale non si domandava più come rimarginare la ferita della Rivoluzione Industriale. La nuova questione era come rispondere alla crisi generale, partita nel 1929 e sfociata nella grande depressione. Un tema congiunturale che metteva in crisi l'ottimismo dei neoclassici ma non necessariamente la loro filosofia di fondo. Keynes, Robinson e Sraffa avevano un approccio fondamentalmente diverso da quello convenzionale. Ma non poterono evitare che il loro pensiero, rielaborato da altri asettico e formalizzato in linguaggio matematico, alla fine venisse riassorbito dalla scuola maggioritaria dell'analisi economica nelle fila del pensiero convenzionale. Non senza, certo, lanciare sul palcoscenico dell'economia un protagonista nuovo: la crescita del Prodotto interno lordo. Alla promessa di benessere che veniva dall'ideologia liberista si aggiungeva una nuova promessa: se non ci riesce il mercato, il benessere sarà creato dalla crescita del Pil. E per ottenerla si potrà anche ricorrere alla spesa pubblica.
E in effetti, è importante osservare come di fronte alla crisi del 1929 e, in un certo senso, proprio come risposta al bisogno di innovazione concettuale che quella congiuntura proponeva, il pensiero economico tradizionale ha saputo reagire, diventanto più puro, più elegante, più spietato. Grazie anche a Keynes ha conquistato un posto indelebile nel dibattito politico. E, infine, grazie alla vulgata mediatica e finanziaria delle sue idee più semplici, chiare e ambigue quanto bastava da poter funzionare in mille occasioni, è diventata potentissima. La svolta degli anni Trenta del Novecento è una sintesi di tutte queste trasformazioni concettuali. Al cui centro c'è un'operazione di taglio intellettuale che senza modificare in nulla la struttura concettuale dell'economia tradizionale di fatto riesce a costruire una trincea dentro la quale gli economisti tradizionali si difendono in modo efficace limitando artificialmente il loro campo di intervento. La si potrebbe chiamare una lobotomizzazione dell'economia.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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