Economia della liberazione - SecondoQuattro
4. Un'economia lobotomizzata
Proprio a partire dagli anni Trenta, i folli vengono lobotomizzati. Dopo l'operazione appaiono guariti perché non danno più fastidio alla vita convenzionale. Il primo neurologo a praticare questa tecnica è Antonio Caetano de Abreu Freire Egas Moniz, portoghese: nel 1935 taglia i lobi frontali dal resto del cervello dei pazienti ricoverati al manicomio di Lisbona. Li trasforma in vegetali si guadagna il premio Nobel per la medicina, nel 1949. Oggi la sua tecnica è stata fortunatamente abbandonata. Ma nel clima culturale degli anni Trenta e Quaranta, sembra perfettamente normale. Anzi, perfino geniale.
In economia, nello stesso periodo, si svolge un'operazione analoga. Si taglia il pensiero economico da tutto ciò che non si adatta al suo modo di vedere convenzionale, ammettendo nel campo degli studi economici solo ciò che sta nei canoni della razionalità (come viene man mano definita nel corso della storia del pensiero economico canonico): tutto il resto deve essere tagliato fuori come fosse una forma di follia. Ne risulta un'immagine di società lobotomizzata, senza volontà, senza umori, senza irrazionalità.
Insomma, un'immagine falsa. La più pura delle teorizzazioni in questo senso è probabilmente quella proposta nel 1932 da Lionel Robbins nel suo Essay on the Nature and Significance of Economic Science. Robbins (1898-1985) dedica le sue notevolissime doti analitiche, tra l'altro, a soddisfare l'esigenza di definire l'economia, a distinguerla dalle altre scienze, a togliere di mezzo gli argomenti che si frappongono alla lucidità dell'economista. Spirito britannico, mente pragmatica, convinto assertore dell'esistenza dell'obiettività: è pregiudizialmente convinto di essere libero da pregiudizi.
A furia di distinguere tra ciò che l'economia dovrebbe impegnarsi a studiare e ciò che dovrebbe invece tralasciare, contribuisce a tagliare fuori gran parte dell'umano. Nel saggio citato, Robbins definisce l'economia come la scienza «che studia la condotta umana» nel momento in cui, data un graduatoria di obiettivi, si devono operare delle scelte «su mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi». Di fatto riprende la nozione walrasiana della scarsità: una cosa è scarsa se è nello stesso tempo utile ma disponibile in quantità limitata rispetto al bisogno. L'economia si occupa della scarsità dei beni e non dei bisogni che i beni devono soddisfare: «L'economia è indifferente rispetto ai fini, nel senso che essa non è in grado di dare su di essi un giudizio, allo stesso titolo per cui è in grado di dare un giudizio sui più convenienti usi dei mezzi per pervenire ai fini stessi. Gli scopi che l'azione umana si prefigge sono naturalmente soggetti ad altri tipi di valutazione, in sede morale, religiosa, politica, ecc.» spiega Claudio Napoleoni: «Secondo questa concezione l'economia è una scienza positiva, libera cioè da giudizi di valore». L'essenza dell'economia è il metodo con il quale si sceglie come impiegare le risorse scarse; non c'è economia se le risorse sono tanto abbondanti da non richiedere alcuna scelta per arrivare alla soddifazione dei bisogni o al raggiungimento degli scopi. Paradossalmente, gli obiettivi raggiunti o facilmente raggiungibili non sono un tema adatto all'economia: a quest'ultima restano soltanto i problemi legati agli scopi virtualmente irraggiungibili e ai bisogni insaziabili. I fini sono dati, illimitati (come il denaro che si può desiderare di possedere): dunque non sono un tema interessante e, non resta che prendere in considerazione solo i mezzi, per scegliere come impiegarli e soprattutto come moltiplicarli all'infinito.
Non è una boutade. È un filo di pensiero esplicitamente sostenuto dagli economisti. Come riconosciuto dallo stesso Robbins, la sua analisi non fa che sistematizzare quanto proposto dai pensatori che lo hanno preceduto. Sicché l'utilità del consumatore e l'utile dell'imprenditore vanno massimizzati. Sempre. L'asticella si alza continuamente. Ogni realizzazione è solo una tappa verso la prossima. Non c'è limite alla soddisfazione che il consumatore vuole ottenere e al profitto che l'imprenditore vuole registrare. Se le risorse sono limitate e i fini sempre oltre il raggiungibile, l'economia si occupa solo di trovare la strada per produrre sempre più risorse. È disumano, ma è ciò che sostengono gli economisti. O meglio: secondo gli economisti, ciò che non è fatto in quel modo non fa parte dell'economia. Avendo scelto di lasciare da parte l'analisi dei fini, dunque, si finisce con l'aprire la porta a una sorta di fondamentalismo economicistico, sintetizzato nell'involontariamente agghiacciante definizione dell'economista canadese Richard Lipsey, che chiosa e estremizza la famosa massima di Robbins: «L'economia è lo studio dell'utilizzazione di risorse scarse per soddisfare gli illimitati bisogni dell'uomo». Dice proprio così, Lipsey: «Unlimited human wants».
È una condanna all'insoddisfazione, alla tristezza, alla depressione. L'economia non può tener conto del fatto che la soddisfazione si trova nel giusto rapporto tra aspettative e realtà. Perché se le aspettative sono per definizione illimitate rispetto alle risorse, l'economia ci condanna, fatalmemente, a sacrificare tutto sull'altare della crescita illimitata delle risorse.
Certo, se non si discute dei fini si rischia di darsi dei fini sbagliati. Se i fini sono dati, sono tutti equivalenti per l'economia, ci si concentra sul metodo che ne soddisfa il maggior numero: la moltiplicazione delle risorse. Dunque, la crescita economica, sintetizzata dalla crescita del Pil, diventa "il mezzo dei mezzi", quello che serve a soddisfare il maggior numero di fini. Diventa l'approssimazione migliore di tutti i fini. In fondo, diventa "il Fine".
Se fossero pensieri che restano tra le quattro mura dell'accademia non sarebbero tanto pericolosi. Il problema è che non sono solo concetti astratti: sono gli strumenti analitici di una retorica destinata a cercare un consenso di fondo nel dibattito politico, sindacale, mediatico. E finanziario: gli investitori istituzionali, le banche, gli analisti che si rivolgono al gigantesco pubblico dei risparmiatori, grande serbatoio di risorse dell'epoca ricca e post-industriale, non si segnalano per la profondità dell'approccio filosofico. Per loro il bene è la crescita e il male la stagnazione.
Le conseguenze dell'idea di crescita illimitata sono devastanti. Quanto devono guadagnare i lavoratori per raggiungere il benessere? Quanto deve essere elevato il rendimento di un'azienda per soddisfare le aspettative degli analisti finanziari? Quanto devono essere competitivi i professionisti per vincere la loro gara sul mercato? Quanta industria devono costruire i paesi, quante centrali elettriche devono impiantare, quanta energia devono consumare per raggiungere la soddisfazione dei bisogni economici? Nella definizione di economia la risposta è semplice e terribile: bisogna lavorare sempre di più, bisogna avere utili in costante crescita, bisogna consumare all'infinito, bisogna aumentare la competitività in maniera illimitata. E i limiti fisici, ambientali, tecnologici, culturali, sociali? Vanno superati. La crescita ripagherà di tutto. Sistemerà tutto.
C'è qualcosa che non va in tutto questo. Scriveva Karl Polanyi: «Se l'effetto immediato di un cambiamento è deleterio, allora, fino a prova contraria, lo è anche l'effetto finale». Ma le società economicamente avanzate, come molte di quelle in via di sviluppo, non cessano di scommettere che non sia così. I genitori si sacrificano volentieri per l'avvenire dei figli. Gli imprenditori investono per l'avvenire delle loro aziende. I risparmiatori mettono da parte risorse per poterle consumare in futuro o per lasciarle alle generazioni successive. Tutti comportamenti che dipendono da una visione fiduciosa del futuro. Tanto fiduciosa da superare anche l'eventuale visione negativa del presente.
Negli anni Trenta, il presente non era un granché. Ma la filosofia economicista è riuscita a estendere i suoi concetti fondamentali per consolare la società e farla andare avanti nella mercificazione del pianeta anche in quel periodo. L'eredità concettuale degli economisti è diventata una paradossale medicina psico-sociale capace di far credere alle promesse del denaro, armonizzando le sofferenze della società sia nel traumatizzante periodo della Rivoluzione Industriale, sia durante la deprimente recessione degli anni Trenta.
Ma è un lavoro infinito, quello della retorica economicistica. Anche perché superata una crisi di fiducia e ripartita la crescita, insieme alle soddisfazioni si seminano le premesse di ulteriori disastri: ambientali, sociali, culturali. E non a caso, dopo Robbins, la ricerca economica porta alle estreme conseguenze il taglio con le discipline che si occupano della società nella sua interessa. E la sua retorica si raffina fino alla massima astrazione. Tanto che l'economia viene invasa, letteralmente, dal linguaggio e dalla logica matematica. Non c'era quasi nessuna equazione negli articoli pubblicati dagli economisti intorno agli anni Trenta del Novecento. Cinquant'anni dopo, al culmine della matematizzazione della disciplina, meno del 4 per cento degli articoli pubblicati dall'American Economic Review contenevano solo parole, come osserva Donald McCloskey. La scienza economica lobotomizzata di Robbins si infarcisce di grafici, tabelle e, soprattutto, equazioni, funzioni, logaritmi e derivate: le tecnicalità della matematica diventano un vero e proprio terreno di scoperta di nuove ipotesi economiche. Come se nel linguaggio [^] non nei fatti e nel confronto con la storia [^] si trovassero le idee.
Tutto questo ha rischiato di trasformare l'economia in una religione, o in una filosofia politica, diventando un paraocchi più che un paio d'occhiali. Per descrivere in termini matematici ogni dimensione sociale occorre che i fatti cui ci si riferisce siano misurabili, escludendo quelli che non lo sono: per gli economisti, tutto il reale è misurabile e ciò che non è misurabile non è reale. Ecco perché concetti come felicità, libertà, creatività non hanno trovato sufficiente spazio nella ricerca economica del Novecento e sono stati in generale approssimati da concetti scarsamente attraenti come Prodotto interno lordo, teoria dei giochi e investimenti in capitale umano.
Sicché non stupisce che molte persone sentano l'economia come una disciplina lontana e triste, pur non sapendo come contestare le verità che la vulgata economica non cessa di riversare addosso all'umanità attraverso i media e i consulenti finanziari. Ed è anche chiaro che la matematica si riveli molto utile per costruire modelli retoricamente in grado di convincere milioni di risparmiatori ad affidare il loro soldi a congegni finanziari che promettono di ridurre il rischio connesso alla voglia di scommettere in borsa. Ma la sua utilità in termini economici non è andata molto oltre. E le sue conseguenze non sono state comunque felici.
La ricerca economica ha finito col progredire oltre il paraocchi che si era messa addosso negli anni Trenta. Lo vedrà chi avrà la pazienza di proseguire in questo libro. Ma la vulgata resta ancora all'oscuro di tutto: dei limiti dell'economia tradizionale e degli sviluppi della ricerca. Ed è questo il vero problema da affrontare e risolvere.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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