Economia della liberazione - SecondoDue
2. La nascita della bestia
Per Smith la crescita della ricchezza di una nazione dipende dall'aumento del numero di lavoratori e soprattutto della produttività del lavoro. La produttività aumenta con il progresso della divisione del lavoro. E la divisione del lavoro è il risultato dell'espansione del libero mercato. Perché, se lasciati agire liberamente, mossi esclusivamente dal proprio interesse, gli operatori economici confrontano l'offerta e la domanda di un bene e ne deducono la produzione ottimale: è così che la "mano invisibile" del mercato e la logica dell'interesse determinano quell'armonia sociale ed economica che Smith ritiene un valore naturale e universale. «Il fine di Smith era propagandistico. Egli sottolineò l'influenza del mercato sulla produttività per dimostrare che la libertà di commercio era la premessa non soltanto per la piena utilizzazione delle esistenti forze produttive ma anche per l'ulteriore sviluppo di esse» (Roll, p. 150).
La conseguenza politica di questa impostazione è, come è noto, il liberismo. Lo stato deve concentrarsi sulla salvaguardia della proprietà privata e sulla difesa, evitando di intervenire direttamente sull'economia. Ma le motivazioni possono sorprendere chi consideri il liberismo nella forma che ha assunto storicamente in seguito. Perché, dice Smith, se lo stato interviene nell'economia finirebbe col favorire qualcuno a scapito di altri e dunque alimenterebbe le tendenze monopolistiche della classe capitalistica: il meglio che lo stato può fare in economia è salvaguardare la libertà di commercio, cioè la concorrenza, contro l'oligarchia. Contro l'oligarchia!
Gli interessi privati sono il motore dell'armonia sociale ed economica ma lo scozzese non è cieco: si rende conto che nessuno ama la concorrenza e tutti, se possono, cercano di trovare posizioni di privilegio a protezione per il proprio business. «Adam Smith sapeva benissimo che gl'individui, e particolarmente gli uomini d'affari, aspirano a crearsi delle posizioni privilegiate personali» (Roll 148). Tali privilegi si possono ottenere e mantenere solo con l'appoggio dello stato. Se lo stato ha il potere di intervenire direttamente sull'economia può essere governato da persone che sono disposte a concedere e salvaguardare i privilegi cui aspirano gli uomini d'affari. Se invece lo stato non ha compiti direttamente economici e se è condotto da una politica liberale, non potrà concedere quei privilegi.
Di qui dunque una distinzione netta - anche se spesso dimenticata - tra due concetti chiave dell'analisi economica e della ricerca storica e antropologica rivolta all'economia: mercato e capitalismo. Il mercato, se lasciato libero di operare, è un meccanismo in grado di garantire la pace sociale e il massimo benessere possibile. Ma il ceto capitalistico che si oppone al libero mercato, in combutta con lo stato, può rovinare quell'armonia.
Il pensiero di Smith ha certamente contribuito all'ambiguità del concetto di mercato e della conseguente ideologia politica liberista: lanciando da un lato l'idea della "mano invisibile" che governa il sistema della domanda e dell'offerta senza bisogno di regole pubbliche; ma dall'altro ammettendone i limiti quando esprime esplicitamente la consapevolezza del fatto che in fondo il più importante e temibile avversario della concorrenza è l'oligarchia, della quale lo stato può diventare strumento.
Nel sistema di Smith questo non produce una contraddizione perché di fatto l'oligarchia capitalistica si sviluppa solo se aiutata dallo stato. È un falso storico, ovviamente: poiché l'oligarchia preesiste a qualunque operazione liberista e non trae origine solo dal supporto della politica, sicché di fatto la riduzione del ruolo economico dello stato, anche nella forma moderna della deregolamentazione, non provoca solo la liberazione dell'effetto armonizzante della mano invisibile ma anche e soprattutto l'esplosione del potere dell'oligarchia. Le difficoltà delle autorità antitrust di tutto il mondo nel governare il sistema delle telecomunicazioni verso una vera liberalizzazione, in presenza per esempio di forti ex monopolisti pubblici privatizzati, sono una parziale dimostrazione di questo fenomeno: perché se non ci fossero le regole che proteggono la concorrenza - il ruolo dello stato per eccellenza nell'ambito della dimensione economica - la mano invisibile non potrebbe operare e le oligarchie manterrebbero il controllo di tutto il settore.
Quasi tutti gli elementi di un dibattito plurisecolare sono dunque già posti nell'opera di Smith. Mercato e interesse. Razionalità e armonia sociale. Pubblico e privato. Ma anche concorrenza e oligarghia. La tesi liberale è nata nella sua interpretazione più innovativa e pericolosa per i ceti sociali dominanti: la mano invisibile appartiene a una bestia dotata di una sorta di vita propria che si regola da sola nel migliore dei modi e che dunque va lasciata libera di agire senza controllo sociale o politico. La qualità armonizzante della bestia di Smith discende dal fatto che essa non guarda in faccia a nessuno e non ammette i privilegi.
Il fantasma è stato evocato. Il mercato autoregolato diventa un'entità che gli occhi degli uomini occidentali sono convinti di vedere. E che analizzano sempre più in dettaglio, costruendo un'entità concettuale sempre più artificiale, sempre più autoreferenziale, sempre meno empiricamente e storicamente determinata, sempre più ideologica, sempre più inglobata nella dinamica politica fino a diventarne uno degli elementi costitutivi dal punto di vista istituzionale, legislativo e organizzativo.
Il destino della bestia con la mano invisibile si rivela molto diverso da quello previsto nel sistema di Smith. Perché sarà proprio il suo avversario a domarla e metterla al proprio servizio. L'oligarchia prende possesso del concetto di mercato, elimina il suo elemento anticapitalistico smithiano e lo concentra tutto su un unico mantra: abbattere il potere dello stato nell'economia. Sicché il mostro propagandistico di Smith si trasforma nello strumento del suo potente nemico: l'oligarchia capitalistica se ne appropria per avviare politiche di liberalizzazione, privatizzazione e deregolamentazione che ingigantiscono i suoi spazi di manovra e ne moltiplicano la ricchezza e il potere.
Poche storie esemplificano meglio questo fenomeno della decostruzione dello stato sovietico e la presa di potere del nuovo ceto capitalistico in Russia, non a caso chiamato oggi dal nuovo statalismo putiniano "il ceto degli oligarchi". Ma di certo gli esempi storici, dei quali questo è solo uno, non sono stati per lungo tempo il pane degli economisti.
Luca De Biase - Economia della liberazione
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