Luca De Biase
An Italian journalist writes about what's happening in his funny country:
a laboratory for the study of broken democracy and creative capitalism.
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Scienza e paura

Nanotecnologie: un tema per la comunicazione...

Ho contribuito a un libro scritto con Luciano Butti su: "Nanotecnologie, ambiente e percezione del rischio", Quaderni della Rivista Giuridica dell' Ambiente, Giuffrè 2005.

Ecco un piccolo estratto tratto dal mio paper:

L'informazione, di questi tempi, ha bisogno della scienza meno di quanto la scienza abbia bisogno dell'informazione. La scienza non è più soltanto un insieme di discipline che servono ad ampliare le conoscenze umane su come funziona l'universo e le sue componenti: oggi la scienza modifica l'universo. Il rapporto tra scienza e società si fa dunque più complesso, perché un tempo si poteva anche credere davvero all'autonomia della ricerca scientifica dalle forme di pensiero meno controllate e controllabili, come le credenze popolari o i sistemi mediatici, mentre oggi l'intreccio è ben più nodoso.

Sicché oggi la scienza è paragonabile a un grande ecosistema nel quale i ricercatori e gli scienziati sono una componente non totalitaria e che per svilupparsi equilibratamente ha bisogno di un contesto educativo capace di appassionare i giovani, di un meccanismo efficiente di selezione e reclutamento dei migliori talenti, ovunque essi siano, di un'industria in grado di trasformare la ricerca in tecnologia, prodotti e servizi.

E per alimentare l'ecosistema nel suo complesso occorre una buona dose di investimenti finanziari. Ma perché gli investimenti arrivino ci vogliono informazione e consenso sociale: occorre che il mondo della finanza sia informato sui reali rischi e promesse della scienza e occorre che nella popolazione i frutti della ricerca scientifica vengano accettati e non respinti a priori.

A questo l'informazione può contribuire in modo decisivo.

Ma ovviamente il tema non si risolve facilmente. Perché l'informazione si deve poter difendere dalla manipolazione, non si deve confondere con la divulgazione, ma deve anche potersi indirizzare verso il servizio all'approfondimento del dialogo tra società e scienza.

Un rapporto sano tra la scienza e la società, passa attraverso un uso del sistema mediatico altrettanto sano ed efficiente. Quindi occorre che aumenti la conoscenza dei meccanismi dell'informazione tra gli scienziati. E, dall'altra parte, serve libertà di stampa, credibilità dei giornali, valorizzazione editoriale dei temi scientifici, istruzione e formazione dei giornalisti.

Tutto questo è evidentemente molto difficile, almeno a giudicare dal fatto che sebbene le esigenze citate non siano emerse da poco tempo, la loro soddisfazione sembra ancora lontana. La disponibilità degli scienziati a comprendere i meccanismi mediatici esiste ma i grandi casi di successo dal punto di vista della comunicazione della scienza restano legati alla credibilità e notorietà di alcuni grandi ricercatori e al "marchio" di alcune grandi scuole e accademie, mentre circola ben poco l'informazione che riguarda l'insieme ben più vasto della ricerca scientifica portata avanti da chi non si può permettere un ufficio stampa e pubbliche relazioni.

D'altra parte, mentre la formazione dei giornalisti scientifici appare forse in lenta crescita, trascinata da alcune punte di eccellenza e di successo, la credibilità dei giornali e la loro libertà d'azione attraversano una crisi ciclica che sembra eterna.

Tutto questo non accelera il dialogo tra scienza e società. Ma i fatti intanto si incaricano di renderlo sempre più urgente. L'economia post-industriale ha fame di scienza anche se le aziende intendono pagare soltanto una parte limitata del suo costo. Ma la società post-industriale ha sete di qualità della vita, equilibrio ecologico e valorizzazione delle identità culturali: e sente sempre più forte l'esigenza di intervenire sulle forme assunte dallo sviluppo perché ha consapevolezza del fatto e esse scolpiscono il futuro in modo irreversibile.

Il caso delle nanoscienze e delle nanotecnologie è in questo senso particolarmente importante. Perché si tratta di un aggregato di discipline e soluzioni tecnologiche che è considerato potenzialmente in grado di rivoluzionare l'insieme del sistema produttivo, dai modi di lavorare ai prodotti finali, e che in cambio promette un radicale miglioramento delle condizioni di vita. Il che significa che il suo impatto può essere enorme e che la società, se impreparata, può essere orientata a reagire scegliendo il rifiuto o l'accettazione per i motivi più diversi e per l'emergere delle opinioni meno controllate.

Si può lasciare che il dibattito sociale in materia si sviluppi seguendo linee manipolatorie o in base a varie forme di disinformazione, come talvolta è accaduto nel caso degli organismi geneticamente modificati: oppure si può cercare in questo caso di anticipare il fenomeno.

Al fondo di tutto, però, c'è il bisogno di un nuovo approccio alla conoscenza. Dopo l'epoca della scienza come ricerca delle cause, occorre rendersi conto che esiste anche una scienza delle conseguenze.

Le ideologie, come quella del progresso o quella alternativa dell'apocalisse malthusiana, possono indurre a scelte vitali quanto sbagliate. La ragione delle conseguenze è in grado di equilibrare la ragione delle cause per preparare la nuova cultura dell'azione. Non c'è solo benessere nell'innnovazione tecnologica come non c'è solo verità nella scoperta di nuovi meccanismi universali. La medicina moderna è una conseguenza della scienza, come lo sono state Hiroshima e Chernobyl. Le nuove frontiere delle nanotecnologie avranno anch'esse conseguenze contrastanti. L'equilibrio scientifico si potrà alimentare di questa nuova impostazione, orientata contemporaneamente a spiegare i fenomeni e a immaginare le conseguenze di tali spiegazioni, cioè le conseguenze tecnologiche delle scoperte scientifiche.

A quel punto, la nuova cultura dell'azione, con il supporto coerente di un nuovo sistema dell'informazione, potrà indurre a scelte meno avventuristiche o meno timide di quanto non sia avvenuto in passato. Si vedrà che la prassi può giovarsi della sperimentazione e della simulazione, anzi diventarne parte integrante. Le scelte appariranno per quello che sono: una navigazione nell'ignoto con il supporto di molta informazione, qualche bussola più o meno difettosa, un grande coraggio e una pienamente "scelta" buonafede. Forse è questo il succo del cosiddetto "principio di precauzione". Ma di sicuro è il compito dell'informazione.

Qui, sul sito di Giuffrè ci sono le indicazioni bibliografiche.


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Last update: 6-06-2005; 11:35:37.
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