Frammenti
Niente di tutto questo corrisponde a fatti realmente accaduti.
3 ottobre 2010
Fiction a Kyoto.
Lucio Svampa si sentiva ormai troppo vecchio per questi lavori. Ne aveva visti mille di congressi di scienziati. E anche se ormai il giornale lo mandava solo a quelli veramente importanti, almeno sulla carta, l'atmosfera rarefatta dei dibattiti gli dava sui nervi. Ma il momento peggiore era quello che, puntuale come le tasse, anche in quell'occasione stava per arrivare: la riunione e la successiva conferenza stampa dei ministri della ricerca, che approfittavano del raduno degli scienziati per cercare un'opportunità di entrare nei titoli dei notiziari.
L'albergo nel quale erano riuniti alcune centinaia di scienziati da tutto il mondo, a Kyoto, aveva tutta l'aria di essere molto usato per i matrimoni all'occidentale delle coppie alla moda del circondario. C'era persino uno scalone molto scenografico che conduceva alle sale dei banchetti: ci si poteva immaginare che le spose avvolte nei loro ampi abiti bianchi dovessero scendere quello scalone tra gli applausi degli ospiti, almeno a giudicare dai manichini assolutamente kitch con vestiti da sposa che l'albergatore aveva appollaiato appunto sullo scalone.
A colazione aveva incontrato il direttore dei Giardini Botanici Reali del Regno Unito, un simpaticone di nome Stephen Hopper che aveva studiato la biodiversità in Australia Sud-Occidentale e si era guadagnato per questo una medaglia del Commonwealth. Anche lui non ci credeva poi molto alle decisioni che avrebbero preso i ministri. Però non resistette a fare la solita inevitabile battuta. «Ma almeno la vostra ministra si farà notare...». Un modo british per ricordare l'avvenenza della rappresentante italiana.
Ci sarebbe stato il ministro della Ricerca e della Tecnologia dell'Indonesia, Suharna Surapranata, un matematico che si era occupato di energia atomica e aveva fatto il professore per qualche anno prima di entrare in politica. E poi Tissa Vitarana ministro della Tecnologia e Ricerca dello Sri Lanka, un medico con una lunga esperienza nel mondo della lotta alle malattie virali che colpivano i paesi come il suo, con incarichi universitari e internazionali compresa l'Organizzazione Mondiale per la Sanità. C'era inoltre Virachai Virameteekul, ministro della Scienza e Tecnologia della Thailandia, professore e poi banchiere internazionale, prima di accettare l'incarico governativo nel suo paese. Non mancavano un paio di viceministri, del Giappone e del Canada, un direttore generale del ministero, dalla Russia, e vari rappresentanti dei paesi mediorientali. Tutta gente con un curriculum di tutto rispetto. Tutti destinati a fare qualche dichiarazione generica sulla necessità di incrementare gli investimenti in ricerca per accelerare lo sviluppo. Anche senza un curriculum altrettanto significativo, la ministra italiana se la sarebbe cavata, come al solito.
Di certo non avrebbe avuto bisogno di una scena come quella che Lucio non potè fare a meno di vedere.
La macchina che portava la delegazione italiana, con le bandierine sul cofano fu aggredita da cinque giovani con il viso coperto da un telo di quelli che si vedono nei servizi del telegiornale sul Medio Oriente. Gli scienziati e i delegati erano impietriti. E di certo la loro esperienza di studi non li avrebbe aiutati in quell'occasione, se non a mettere in dubbio ciò che appariva accadere sotto i loro occhi: cosa che a nessuno di loro venne in mente di fare. Anche perché tutto si svolse in un attimo. L'autista fu scaraventato fuori, uno degli aggressori si mise alla guida, gli altri entrarono e immobilizzarono la ministra. Tutte le porte si chiusero in un solo istante e l'auto partì sgommando.
Il silenzio di un minuto, osservando la scena. Poi un brusio crescente fino alle urla e ai comandi incontrollabili delle persone di servizio all'entrata dell'albergo.
C'era qualcosa da scrivere, in fondo. Ma Lucio non credeva ai suoi occhi. E faceva bene.
Pochi minuti dopo il controllo della situazione era stato conquistato dalla polizia. Tutti i testimoni del fatto erano stati ordinatamente e decisamente costretti a mettersi in un angolo della hall per essere interrogati. La polizia fu molto veloce con gli occidentali, piuttosto antipatica con i mediorientali, lenta e pignola con gli africani. Ma con Lucio, che era l'unico italiano, fu davvero scortese. Sicché il giornalista finì coll'ammettere che non ci credeva. Diceva che poteva essere tutta una messa in scena. E che queste cose si potevano pensare con gli italiani. Anche se non ne aveva alcuna prova.
Queste dichiarazioni lo misero in cattiva luce. E fu portato alla centrale di polizia insieme a tre persone che provenivano da paesi dove si portavano copricapi simili a quelli dei rapitori.
Le radio cominciavano a dare la notizia. Lucio riconobbe il nome della ministra anche nel profluvio di parole giapponesi. Prese in mano il suo cellulare e lesse i siti di notizie italiani. Non c'era traccia della vicenda. Mandò 140 caratteri su Twitter. E solo allora il poliziotto gli sequestrò il telefono.
Il resto della storia, Lucio lo subì. Fino al finale felice: il suo messaggio divenne presto una notizia sui blog, poi sui giornali online. Il suo giornale lo cercò per chiedere un pezzo. Non trovandolo in albergo lo cercarono sul cellulare. Dopo mille trilli insistenti, i poliziotti decisero di rispondere. Non capirono nulla, il giornale capì che il suo inviato era nei guai. Intanto, anche la Cnn, nella sala d'attesa alla centrale di polizia, stava dando la notizia. La foto della ministra italiana meritava. E la sua fama era ormai cresciuta a livello planetario.
Due ore dopo, Lucio fu rilasciato. Con tante scuse. Andò in albergo dove il personale era stato evidentemente avvertito dalla polizia e fu più prodigo di inchini del solito. I lavori del congresso erano ricominciati. La vicenda del giorno si era già conclusa: i rapitori avevano abbandonato la macchina in un tratto di strada senza traffico e si erano nascosti nella campagna circostante. La ministra era stata ritrovata legata e picchiata, ma senza gravi danni, al viso. Solo qualche macchia rossa in fronte e sulla guancia. Era stata interrogata. Aveva ricevuto una chiamata dal governo italiano. E aveva deciso di tornare in patria.
A Lucio non pareva vero. Era troppo abituato a dubitare di tutto ciò che riguardava il suo governo. Di certo, tutti gli studi e la competenza dei colleghi ministri della ricerca convenuti a Kyoto non erano bastati a pareggiare l'autorevolezza acquisita dalla ministra italiana con quella vicenda, visto che i giornali del giorno dopo riportavano solo una sua dichiarazione, rilasciata prima di partire, secondo la quale occorrevano investimenti nella ricerca per rilanciare lo sviluppo.
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