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Per la verità, c'è molto da fare

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E' vivo e appassionante dibattito partito dal pezzo di Gianni Riotta (direttore del giornale per cui lavoro) sulla qualità dell'informazione in rete. Ho lanciato un piccolo contributo a mia volta, sostenendo che la rete ha una caratteristica strutturale importante: critici ed entusiasti hanno tutti la possibilità di parlare e soprattutto hanno sempre qualcosa da fare. All'insegna dello slogan: "Non chiedetevi che cosa può fare il web per voi: chiedetevi che cosa voi potete fare per il web e avrete la risposta anche alla prima domanda"
Ora però sarebbe il caso di andare avanti con il raginamento: che cosa si può fare?


Il world wide web, la ragnatela grande come il mondo aveva questo nome prima che fosse veramente globale. E per questo si potevano proiettare sul suo futuro le utopie, di libertà civile e ribellione non violenta, che la centralità dei media tradizionali aveva costretto a vivere nei cieli suburbani, nelle cantine dei geek e nei laboratori delle università. La nuova economia di Kevin Kelly e l'intelligenza collettiva di Pierre Lévy, la democrazia emergente di Joi Ito e il beni comuni della creatività di Lawrence Lessig, la convergenza digitale di Nicholas Negroponte e il computer invisibile di Don Norman. E poiché è sempre vero che tra le aspettative e le realizzazioni ci sono sempre distanze incolmabili, le visioni, le utopie, i sogni e i progetti si mescolano nella meravigliosa complessità dell'evoluzione della specie umana.

Di quali aspettative stiamo parlando? Un mondo che si sappia raccontare con la voce dei suoi abitanti, non solo con quella dei suoi potenti. Nelle università, da dove per prima la rete si è popolata, i ricercatori facevano giusto l'esperienza di questo genere di medium. Perché non poteva allargarsi al pianeta? Mercati e democrazie nei quali consumatori e cittadini abbiano la possibilità di conversare alla pari con le corporation e i partiti. Comunità che si autoregolano per portare all'attenzione della società aspetti della realtà che le televisioni dimenticavano. Saperi non più chiusi nelle biblioteche degli scienziati ma diffusi a tutti. Era troppo bello per essere semplice. Quando Bill Clinton si lasciò scappare la sua preoccupazione per il fatto che su internet circolavano le istruzioni per costruire le bombe, non insistette. E quando Barak Obama ammise di essere arcistufo delle critiche alle volte gratuite che gli piovevano dal mondo dei blog non affondò il colpo. Perché non ha senso uccidere la speranza che è costituzionalmente parte della rete: perché niente impedisce ai critici e agli entusiasti che hanno un progetto per migliorare la situazione, di provare a realizzarlo.

Se ci domandiamo perché la società ha riposto tante speranze nella rete - e non soltanto perché queste speranze rischino a ogni passo di essere tradite - possiamo approfondire da due punti di vista:
1. che cosa c'è nei mezzi di comunicazione e negli ambienti della convivenza tradizionali di tanto limitante da spingere un miliardo e mezzo di persone nel mondo ad adottare la rete come strumento per comunicare e centinaia di milioni di persone a vederla come mezzo per realizzare progetti e iniziative?
2. tra i progetti emergenti e le opportunità che si vedono in giro, c'è evidentemente un grande filone di sviluppo nel mondo dei servizi che possono favorire uno sviluppo equilibrato e non violento dell'utilizzo della rete e della produzione intelligente di informazione. Che fare?

E' innegabile che a quarant'anni dalla prima rete delle reti universitarie e a vent'anni dai primi passi della rivoluzione interettiana, lo spirito delle minoranze visionarie si è mescolato in un grande ecosistema complesso nel quale ci sono purtroppo anche le pratiche dei leaderismi populisti e quelle dei gruppi violenti. Il pubblico attivo che ha popolato il web divenuto mondiale si trova a vivere un clic accanto al pubblico cattivo.

Ma è tremendamente sbagliato pensare che questa vasta popolazione sia definibile in quanto internettiana: in realtà, il centro del problema è piuttosto il potere complesso del sistema dei media-minestrone, nei quali resta regina la televisione commeciale che funziona essenzialmente in base agli incentivi dell'audience purchessia. In questo quadro mediatico complesso, la rete è stata adottata massicciamente anche perché ha rimesso in equilibrio la relazione tra chi produce e chi fruisce, allargando le possibilità di produrre, esprimersi, connettersi. Ma la sorgente della qualità, della profondità, dell'intelligenza dei saperi e delle informazioni, che si scambiano sui media viene dalla vita, dalla cultura, dalla società nel suo complesso. La rete è e resta un abilitatore fortissimo di tutto questo. Ma si può fare meglio. Come favorirla?

Il senso di uno strumento tecnologico come il web è nell'interpretazione di chi lo usa. E il medium è fatto dalle persone che lo usano. Ma le regole implicite nelle piattaforme, nelle loro interfacce, nei sistemi incentivanti che contengono, hanno influenza sul risultato. Il principio è che un ecosistema equilibrato dell'informazione vive nell'infodiversità, non è pensabile programmare sintesi vincenti (non si può obbligare un'epoca ad essere illuminista o romantica o utopista) ma è pensabile che il metodo della collaborazione civile e non violenta prevalga sul metodo della disattenzione e del casino. Sarebbe bello lavorare su queste intuizioni, che per ora purtroppo sono solo intuizioni.

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Un contributo fortissimo viene da Edge: la domanda globale di quest'anno, appena lanciata, infatti è: "how is the internet changing the way you think?" Imperdibile.

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iPad, i giornali sono applicazioni

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Dove si vendono i giornali per l'iPad? Che cosa sono i giornali, secondo chi ha progettato la nuova tavoletta? Che opportunità hanno gli editori di giornali e i giornalisti adesso? 

L'iPad si carica di contenuti creandoli, oppure attingendo al web, oppure comprandoli da iTunes, musica e film, AppStore, software, iBooks, libri. Dunque, almeno finora, non c'è un'edicola.

Dove si possono vendere i giornali per l'iPad? La risposta a questa domanda è anche un geniale suggerimento per rispondere alla domanda preliminare: "che cosa sono i giornali?"

I giornali sono flussi di notizie e progetti speciali, sono testi, audio e video, sono relazioni tra il pubblico attivo e le redazioni, sempre però con un taglio interpretativo speciale sintetizzato dalla testata. La forma dei giornali digitali è dunque quella dell'applicazione: è un software che mette insieme tutti gli elementi, compresa la struttura fondamentale che organizza le informazioni appoggiando l'interpretazione.

Per gli editori di giornali e giornalisti c'è cibo per la mente. Giustamente, dicono, che produrre le notizie costa. Ora devono produrre anche immaginazione, design. E costerà anche quello. Ma hanno trovato chi suggerisce una strada per uscire dalle secche.

La Guerra Astratta

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Il confronto tra Cina e Usa su internet venuto alla luce dopo il caso Google è ormai al centro del dibattito strategico. Il New York Times pubblica una storia importante, che mostra come la vicenda Google sia avvenuta proprio in un periodo in cui le preoccupazioni dell'amministrazione americana sulla possibilità di una guerra online erano molto accentuate.

Google ha detto di aver subito attacchi da parte della Cina. La Cina ha negato flemmaticamente, cercando di mantenere la questione sul piano delle relazioni tra leggi cinesi e aziende private straniere. L'amministrazione americana è però intervenuta pesantemente appoggiando Google e dichiarando che considera la libertà di internet un valore non negoziabile. A quel punto la Cina ha contrattaccato dicendo che sono gli americani ad aver tentato ripetutamente di entrare nei sistemi informatici cinesi e che il loro è puro e semplice imperialismo: la Cina insomma si propone come vittima di un'interferenza straniera nelle sue politiche interne.

Per ora si tratta di una Guerra Astratta, fatta molto di ipotesi e con pochi fatti visibili. È profondamente legata al confronto del Soft Power americano e di quello cinese: il primo, sulla scorta dell'esperienza hollywoodiana, fa della sua industria dei media un generatore di sogni di libertà valido per tutto il mondo; il secondo, punta sulla efficacia economica del suo sistema industriale e sull'ideologia dello sviluppo armonico, in opposizione a quello conflittuale tipico dell'occidente.

La Guerra Astratta è cominciata. I ruoli della Tesi e dell'Antitesi non sono chiarissimi: quindi per ora non si vede alcuna Sintesi.

Encyclopédie e Wikipedia

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Da un'intervista di Pierre Le Hir a Roger Chartier, professore al Collège de France e direttore di studi all'Ecole des hautes études en Sciences Sociales, su Le Monde.

«L'enciclopedia online Wikipedia non è forse l'ultimo sviluppo del progetto di Diderot e d'Alembert?
Io credo di sì, poiché Wikipedia si basa sui contributi molteplici di una sorta di società invisibile di persone delle lettere. Ma Diderot non avrebbe certamente accettato la semplice giustapposizione degli articoli, senza albero delle conoscenze né ordine ragionato che caratterizza Wikipedia. È un'impresa democratica, aperta, e nello stesso tempo molto vulnerabile, molto esposta all'errore e al falso. E rende visibile la tensione tra il desiderio della costituzione di un sapere collettivo e la professionalizzazione delle conoscenze».

Sta di fatto che chi conosce bene una materia è libero di andare su Wikipedia e migliorarla. Anzi, oltre a scoprire i difetti delle informazioni che contiene e a segnalarli, potrebbe anche sentire giusto correggerli, con spirito pragmatico, dato che quell'opera è ormai un canale di distribuzione di conoscenze di larghissima diffusione. E chi opera nella conoscenza in base a un servizio pubblico, forse potrebbe sentirsi chiamato a contribuire a questo servizio destinato ai commons della conoscenza. Oppure si potrebbe pensare alla costruzione di un modello, se mai si troverà, ancora migliore. In generale, il controllo centralizzato e il controllo meno centralizzato o decentrato su base volontaria sono modelli alternativi che presentano pregi e difetti diversi. L'intelligenza collettiva non si è fermata all'Encyclopédie né si fermerà a Wikipedia. Imho.

Essere stati è ancora una condizione per essere

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"Essere stati è ancora una condizione per essere?" è il titolo di un convegno, oggi, a Firenze (info su Museo dei RagazziinToscanaSopravvissuta). Si parla di biblioteche, archivi e musei, e del loro ruolo nella creazione di una prospettiva. Ne abbiamo bisogno, schiacciati dall'iperpresente.

Ecco una prima reazione al titolo. Si approfondirà, andando oltre il teorico, oggi con gli altri (non ho riletto, mi scuso per la conseguente lungaggine..):

A meno di grandi sorprese, la domanda è, ovviamente, almeno la metà della risposta. Che cosa dunque ci stiamo domandando? Si intuisce che stiamo parlando di qualcosa che ha a che fare con tematiche come l'identità, la coscienza, la cultura, in una prospettiva storica. E in sottofondo ci domandiamo quale possa essere il ruolo, oggi, di istituzioni fondamentali per quel genere di tematica, come i musei, le biblioteche, gli archivi.

Innanzitutto, il "noi" implica che stiamo escludendo le risposte di tipo immediatamente neurologico, come quella definita da Nicholas Humphrey in Rosso (Codice Edizioni): per Humphrey la coscienza è una funzione che consente a una persona di mettere insieme la successione di fotografie insensate che è il presente sensibile, attraverso la memoria dell'immediato passato e l'immaginazione dell'immediato futuro. Dove la brevità dell'"immediato" varia da persona a persona. Se fosse dunque una domanda alla prima persona singolare, la risposta sarebbe neurologicamente affermativa. Tipo: "non posso dire di essere se non sono stato". 

Non è detto che questo sia vero anche se parliamo di "noi". Almeno fino a che ci troviamo a pensare di dover scegliere tra due modelli: quello che concepisce la società, la comunità, come un organismo che più o meno funziona come una persona, oppure quello secondo il quale la società non è altro che un insieme di individui cui accade di vivere nello stesso contesto. Probabilmente impareremo a considerare il gruppo come qualcosa di diverso sia dall'una che dall'altra immagine. Ma questo non può avvenire se non attraverso un percorso complesso. Osservare il funzionamento dei neuroni-specchio, studiare il comportamento dei gruppi di persone nei social network online, può lasciarci intuire la possibilità di una sorta di un'intelligenza collettiva al lavoro. Ma dall'intuizione alla comprensione passa molta strada. Resa impervia anche dal fatto che, come sempre, mentre il punto di osservazione è plurale e il racconto cui si immagina di voler arrivare è singolare.

In realtà, quando "noi" ci domandiamo qualcosa di "noi" facciamo appello contemporaneamente a molte nostre facoltà: la facoltà di osservare individualmente, la facoltà di osservare insieme, la facoltà di condividere le osservazioni, raccontandole, in base a un metodo e a un linguaggio condiviso... e molto altro. È mettere al lavoro consapevolmente queste facoltà all'unisono che è difficile. Per questo ci appelliamo a convinzioni indiscusse che ci tranquillizzano. Come potrebbe essere l'affermazione secondo la quale "essere stati è condizione per essere". Ma oggi dobbiamo fare a meno di questo tranquillante perché ci siamo consapevolmente dati il compito di discutere precisamente quella convinzione. 

A partire dalla parola "condizione". Starebbe a significare che se non si è stati non si può essere. Ma allude anche al condizionamento che l'essere stati in un certo modo ha conseguenze ineludibili sul modo in cui si è. E, infine, quell'"ancora" risolve una parte del problema e ne qualifica un'altra: perché quell'"ancora", appunto, significherebbe che, in passato, il passato ha certamente condizionato il presente; ma non è detto che lo condizioni anche oggi. O forse più allusivamente significherebbe che, in passato, si era convinti che il passato condizionasse il presente; mentre oggi quella convinzione è diventata discutibile. O forse addirittura che dovrebbe diventarlo. E infine: una volta discussa, si dovrebbe tornare a dire che "sì" è ancora condizione, o che "no" non lo è più?

Discutiamo di tutto questo perché ci rendiamo conto che l'autorevolezza dell'idea secondo la quale "l'essere stati è condizione per essere" è discussa, distrattamente, dalla società contemporanea. Primo, perché una semplificazione insostenibile ma apparentemente gratificante ci induce a pensare che il continuo, eccessivo, flusso di novità sia la dimostrazione che ci troviamo in un'epoca che ha poco a che fare con il passato, lo può dimenticare e trattare come un pesante fardello culturale. Secondo, perché il richiamo indiscusso al rapporto tra l'"essere stati" e l'"essere" è più che altro utilizzato in chiave ideologico-difensivistica in tutti i casi in cui larghe parti della società, populisticamente o ideologicamente guidate, si dimostrano impaurite del diverso dall'abituale, come nel caso dell'immigrazione o della trasformazione della famiglia tradizionale.

Dal punto di vista di istituzioni votate all'approfondimento contemporaneo della relazione tra l'"essere stati" e l'"essere" - come potrebbero essere i musei, le biblioteche, gli archivi - il raccordo tra il passato e il presente non può più dunque permettersi di essere visto come un fastidioso fardello che disturba il consumismo di novità e contemporaneamente non si può prestare a fare da semplice stampella per le operazioni ideologiche difensivistiche nei confronti della trasformazione storica.

In realtà, musei, biblioteche e archivi, sono piuttosto i simboli di un'opportunità rovesciata: favorire l'innovazione e la trasformazione sociale in coerenza con l'epoca storica che viviamo, aiutando nel contempo a decodificare il flusso di novità "consumistiche" come meno trasformativo e gratificante di quanto appaia.

Per arrivare a cogliere questa opportunità occorre un piano d'azione.

Il racconto costruttivo della relazione tra l'"essere stati" e l'"essere" si risolve in un insieme di azioni che dimostrino come:
1. il racconto maggioritario, consumistico e reazionario che appare prevalente, ha una storia e probabilmente è legato a un ciclo trentennale per il quale si potrebbe anche cominciare a immaginare una fine
2. un racconto equilibrato del rapporto tra passato e presente, che aiuta a decodificare le novità consumistiche e le reazioni ideologiche, ha l'effetto fondamentale di aprire al futuro, mentre il racconto prevalente oggi tende a schiacciarci sul presente
3. musei, biblioteche e archivi hanno la qualità istituzionale e l'autorevolezza culturale per candidarsi a partecipare alla costruzione di un racconto sociale innovativo del genere proposto.

Tutto questo è probabilmente tanto più possibile quanto più riusciremo a sviluppare una sorta di coscienza innovativa del valore personale e collettivo dei beni comuni, delle forme di scambio non monetario, della ricerca di qualità come premesse per un obiettivo cui il percorso fin qui seguito dall'economia tradizionalmente consumistico-monetaria non è mai riuscito a indirizzare: la felicità.

Non c'è alcun motivo per accettare supinamente che l'"essere stati" sia condizione per "essere" se si pensa tra i due momenti possono intervenire eventi drammatici come la morte, la distruzione, l'invasione barbarica. Ma ci sono buoni motivi, braudelianamente, per pensare che con mente aperta e spirito di ricerca si ritrovino sempre nella pluralità dei tempi sociali i segni della lunga durata contemporaneamente ai ritmi delle mode e ai bagliori degli avvenimenti. Il problema è raccontare tutto questo. In un quadro di progresso ridefinito in base a un obiettivo di felicità, che di fatto implica la capacità di una società di raccontarsi il valore dei beni relazionali, dei beni ambientali, dei beni culturali.

La discussione riparte da queste esigenze. Ma tutti i relatori porteranno a loro volta punti di vista molto diversi.

Esistono progetti che possono essere praticamente avviati a partire dalla rete dei musei-biblioteche-archivi per contribuire a questo innovativo racconto?

Tre opportunità:

1. La cura, la custodia, la manutenzione, la classificazione, la rappresentazione, la narrazione, restano i compiti qualificanti di musei, biblioteche e archivi. Sono la testimonianza del lavoro che si può fare per i beni culturali comuni e per il loro valore a favore dell'insieme della società. Quella testimonianza può essere mitizzata e valorizzata, per contribuire al nuovo racconto. Non facciamoci tentare, ma si potrebbe fare una grande, divertente serie-video da trasmettere via web con lo scopo di raccontare in modo contemporaneo la vita delle istituzioni museo-archivio-biblioteca...

2. Si può fare un'ipotesi: una società che abbia vissuto trent'anni sempre più schiacciata sul suo presente, ha bisogno di aria, di prospettiva e di sorgenti di valutazione della qualità. In questo c'è l'opportunità strutturale di musei-biblioteche-archivi. Il problema è connettere quell'opportunità alle pratiche di quelle istituzioni. La definizione di che cosa sia la qualità è un bisogno emergente per tutte le istituzioni che si sono schiacciate sul mercato e il breve termine, a partire dalle banche ma per arrivare alle funzioni educative della vita quotidiana nei social network. Abbiamo bisogno di fare emergere il giudizio sulla qualità, sull'eccellenza: e per farlo musei, biblioteche, archivi che siano al nostro servizio e che nella vita quotidiana rispondano all'esigenza della custodia di un legame con il nostro passato, di fatto fanno qualcosa di più: il modo in cui custodiscono quel legame diventa il metodo con il quale una società impara a decidere sulla qualità, sull'eccellenza. Esplicitare questa valutazione della qualità, renderla autonoma dalle altre dinamiche come il mercato o il potere politico, sono missioni imprescindibili per queste istituzioni. Se mancano la società non può risolvere il problema della qualità, dell'eccellenza. Come legittimare questo compito senza più la leva top-down, in una società che è profondamente bottom-up? A sua volta, questa narrazione ha bisogno di una narrazione. Partecipare ai social network in modo strategicamente definito dalla volontà di cogliere questa opportunità è possibile...

3. Il compito di queste istituzioni è essere levatrici di un nuovo racconto, meno schiacciato sul presente: il che avviene solo connettendo non più il passato al presente, ma il passato al futuro: in una prospettiva nella quale il presente assuma un senso diverso. Più largo. La conquista non avviene con la mera trappola dell'essere stati: avviene ampliando le dimensioni di ciò che siamo, richiamando le molte dimensioni (pubbliche, comuni, private; monetarie, gratuite) del passato e le molte dimensioni delle aspirazioni per il futuro (sviluppo, ambiente, felicità). Il racconto di cui abbiamo bisogno è quello di un progresso meno unidimensionale. Spiegare l'importanza del passato soltanto in funzione del presente è una trappola narrativa, perché mette musei-biblioteche-archivi nelle mani dei poteri del presente: connettere il passato al futuro apre a nuove alleanze, con tutte le forze che puntano a contribuire al costruire il futuro.

Wikipedia e il recentismo

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Questo post riguarda il concetto di "recentismo" usato come avvertenza per i lettori che incontrano certe voci di Wikipedia, come nel caso del partito "Alleanza per l'Italia". E il dibattito intorno all'esclusione della voce sul "Movimento 5 stelle".

Vittorio Bertola aveva scritto una pagina sul Movimento 5 stelle. Ma Wikipedia non l'ha accettata. La discussione tra i partecipanti si concentrata sul fatto che si tratta di un partito troppo giovane, nato da tre mesi, e dunque le informazioni su di esso sono più da notiziario che da enciclopedia. Quintarelli, tra gli altri, aveva commentato osservando che i volontari wikipediani fanno un lavoro encomiabile, che possono sbagliare e che i meccanismi di controllo sono in funzione. Bertola è stato poi bannato perché non poteva continuare a scrivere avendo in corso un contenzioso con Wikipedia.

Il fatto nuovo è che Alleanza per l'Italia è a sua volta un movimento politico che ha soltanto tre mesi di vita. Ma la sua voce è stata accettata. Con l'avvertenza però che si tratta di una voce affetta da recentismo. (Ultima visita prima di questo post, mercoledì 20 alle 13:00). A voler essere coerenti, sia Alleanza per l'Italia che Movimento 5 stelle, dovrebbero avere una voce su wikinotizie (ma attualmente non c'è).

Ci sono dunque parecchi fenomeni caotici nella vicenda. Voci che dovrebbero essere messe nel notiziario non ci sono, mentre voci che non dovrebbero essere sull'enciclopedia ci sono in un caso e non in un altro. Questo è istruttivo. Come spiegaFrieda Brioschi, il lavoro di editing di Wikipedia è svolto da volontari che si occupano di quello che li interessa in modo non coordinato, sapendo che il loro lavoro non finisce mai, seguendo criteri di massima e interpretandoli soggettivamente, anche attraverso lunghe discussioni tra loro. In Italia ci sono circa 500 volontari molto attivi, che fanno almeno 100 edit al mese. E ci sono circa 8000 utenti attivi che hanno fatto almeno 50 edit. Alla discussione su una voce partecipano mediamente una dozzina di persone che non sono le stesse che partecipano alla discussione su altre voci, naturalmente. Quindi l'interpretazione può cambiare di volta in volta. 

Un fatto è chiaro. Quando una voce è affetta da recentismo vuol dire che non è stabile, che chi l'ha approvata la considera al limite dell'accettabile, e che non è detto che quella voce rimanga. Da leggere la spiegazione di recentismo su Wikipedia.

Tutto questo significa che il sistema di Wikipedia è incoerente e andrebbe cambiato o che va bene così? Probabilmente va bene così nel senso che può generare decisioni incoerenti ma è programmato per migliorare e migliorerà ancora, sulla base della passione e della dedizione delle persone che se ne occupano. Il motivo per cui queste persone sono indirizzate bene è chiaro: la metafora dell'enciclopedia rende Wikipedia un progetto comune alle persone che partecipano; la scarsa visibilità degli individui che partecipano incentiva poco o nulla la competizione tra le persone; ne emerge un'intelligenza collettiva orientata a un progetto comune che riduce il peso degli interessi di parte. Imho.

Wikipedia è un progetto meraviglioso, le cui conseguenze culturali sono immense considerando la quantità delle persone coinvolte e la qualità dei problemi che pone. Senza esagerazione quello che stiamo vivendo in questi anni è paragonabile alla fase di elaborazione dell'Encyclopédie dell'illuminismo settecentesco: riguarda la scelta degli argomenti, il loro trattamento, lo scopo dell'opera, la diffusione dei risultati, l'organizzazione necessaria alla stesura delle voci e al loro aggiornamento. Comprese le metodologie per affrontare il dibattito intorno a queste questioni. Si tratta di un lavoro che condensa in un progetto concreto e di vastissimo successo un modo di interpretare l'intelligenza collettiva.

La questione emergente riguarda la qualità dei contributi. Andando avanti con il ragionamento, in effetti, l'Encyclopédie è nata da un dibattito filosofico profondo. Come incentivare la profondità del dibattito? Se il sistema di Wikipedia non incentiva chi persegue interessi di parte, e se come dimostra la pagina di spiegazione del recentismo ha già sviluppato una sua filosofia (la lunga durata dei contenuti è un punto essenziale) è anche vero che non presenta incentivi specifici per selezionare le persone più competenti (il che è ovviamente molto difficile), ma privilegia le più dedicate al progetto (un fatto oggettivamente rilevabile). Su questo punto, si può immaginare uno sviluppo? Se avverrà, sarà pragmatico e teorico: pragmatico, in base alla qualità del dibattito relativo alle varie voci e, teorico, in base alla crescita di criteri che valorizzino il peso dell'opinione di chi ha maggiore esperienza sulle varie materie. Non è facile. Ci vuole tempo. Ma un'enciclopedia richiede il suo tempo.

Albert Camus: individualismo e comunità

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Albert Camus discute la sua Peste osservando che pochi hanno notato come il suo linguaggio cambi nelle cinque sezioni delle quali è composta quell'opera. Camus ha scritto in modo da fare emergere le storie individuali nella prima parte. Poi progressivamente, mentre avanza la peste, scrive in modo tale da dare l'impressione dell'aggregazione della comunità di fronte al fatto che la sta colpendo. E torna a usare un linguaggio individualistico quando la peste progressivamente passa.

La parola costruisce comunità. O racconta individualità. Possiamo scegliere come parlare. Una società ha bisogno di essere consapevole di come parla.

È un regalo del primo dell'anno questa lezione nella quale Camus racconta questi suoi pensieri (e spero proprio che nessuno vorrà contestarne la condivisione, in mp4, qui): AlbertCamus-LaPeste.m4a.

Temi di onore e morale nei social network

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La morale della tradizione cristiana e la morale laica di stampo kantiano - con qualche importante differenza - stabiliscono regole e sanzionano le infrazioni in base alla considerazione delle intenzioni di chi ha agito (dice Galimberti). E sono soprattutto orientate alle relazioni tra persone umane. "L'uomo va trattato sempre come un fine, mai come un mezzo" dice Immanuel Kant. Raramente se non per via di indicazioni spirituali si occupano di rispetto per la natura, gli animali, l'aria...

Oggi non basta più quel modo di regolarsi. O meglio: il rispetto delle persone per le altre persone dipende anche dal rispetto della natura che le ospita tutte. Emergono nuove forme di impegno morale, orientate non alle relazioni tra le persone, ma aperte anche alle relazioni delle persone verso l'umanità e il pianeta che la ospita. (Una questione posta da Isaac Asimov nella definizione dell'etica dei robot, ovviamente).

Ci sono altre aperture in vista, però. Man mano che l'umanità sviluppa nuove forme di vita, geneticamente e roboticamente, si deve porre il problema di come trattarle. Come fa Rick Deckard in Blade Runner. E come si vedrà tra breve in Surrogates.

A questo genere di problema si applica - anche se con ovvie difficoltà - la morale weberiana della responsabilità. Non delle intenzioni, ma delle conseguenze delle azioni. Hans Jonas ne ha fatto il suo cavallo di battaglia. Si è responsabili di qualcosa se è l'effetto di una nostra azione. Almeno se l'effetto era prevedibile.

La difficoltà naturalmente consiste nel fatto che la prevedibilità è spesso indecifrabile in un sistema complesso. E che ogni innovazione può generare problemi imprevedibili, generando il rischio di una sorta di paralisi dell'innovazione. A questo per ora si oppone soltanto il "principio di precauzione". Ma abbiamo bisogno di imparare molto di più per poterlo applicare.

Che fare intanto? Un tema emergente nella sfera dei social network, che in un certo senso sono a loro volta un laboratorio per testare le forme di morale con le quali stiamo affrontando il cammino complesso che abbiamo davanti, è quello dell'onore, o della reputazione. L'onore non presuppone una specifica morale - anche se di volta in volta si applica a una morale in particolare - ma alla coerenza interiore di una persona nei confronti di quello che pensa sia il suo dovere nei confronti degli altri. È difficile parlarne, ma è importante come non mai, in un'epoca in cui le norme e il loro funzionamento sono messi in discussione da una dinamica culturale sottoposta a forti pressioni. 

L'onore è il valore più forte di un personaggio come Philip Marlowe, dice il suo autore Raymond Chandler. E ne discute Mick Hume sulla Spiked Review of Books.

Hegel tra beni e strumenti

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Riaffiora un passaggio di Hegel, nella Scienza della logica: "nel futuro" (il suo futuro è il nostro presente) "nel futuro la ricchezza non sarà più determinata dai beni, ma dagli strumenti, perché i beni si consumano, mentre gli strumenti sono in grado di costruire nuovi beni". Via Galimberti.

E più avanti. "Quando un fenomeno cresce da un punto di vista quantitativo non si ha solo un aumento in ordine alla quantità, ma si ha anche una variazione qualitativa radicale. Hegel fa un esempio molto semplice: se mi tolgo un capello sono uno che ha i capelli, se mi tolgo due capelli sono uno che ha i capelli, se mi tolgo tutti i capelli sono calvo. Vi è dunque un cambiamento qualitativo per il semplice incremento quantitativo di un gesto".

Siamo in mezzo a una ridefinizione delle due questioni.

Il valore generato dagli strumenti - come il denaro o, forse, la tecnologia - ha attratto tanto interesse da ridurre la concentrazione sui beni. Non è semplicemente aumentato il valore degli strumenti. C'è stato un salto qualitativo. Che ha ridotto l'attenzione al valore dei beni a un livello vicino allo zero (tanto è vero che si può parlare in molti casi, con Chris Anderson, di Free).

Ora però sappiamo anche che i beni non sono solo quelli che hanno un prezzo. Anzi, i beni di maggior valore non hanno prezzo, come le relazioni umane, la qualità dell'ambiente, l'identità culturale. Sono gratuiti per definizione, ma hanno subito ugualmente lo schiacciamento di valore generato dall'iperconcentrazione sugli strumenti.

Quei beni hanno valore molto grande perché sono connessi ai fini fondamentali delle persone, che si possono sintetizzare nell'idea di felicità (tenendo il concetto molto largo).

Come c'è stato un capovolgimento dei fini e dei mezzi, con l'esplosione industriale e finanziaria, così, probabilmente, oggi occorre un nuovo equilibrio.

Readings #12 - PATRIMONIO COMUNE DELL'UMANITA'

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Ecco alcune letture della settimana scorsa che valgono una rilettura...
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Internet è patrimonio comune dell'umanità. Come il fondo dei mari. Per la sua importanza culturale fondamentale. E non può essere governato con un pensiero dominato dalle lobby locali o dai poteri statali soggetti variazioni politiche più o meno democratiche. Lo ha detto a El Pais il professor Ignacio Arroyo, che insegna diritto a Barcellona. Apcom. Corriere.

Dice, tra l'altro: "Uno: Internet debe ser declarado patrimonio común de la humanidad, noción aplicada a los fondos marinos de la Zona y que no se identifica con el dominio público. Dos: Hay que revisar la duración de los derechos de explotación exclusiva. Toda la vida más 70 años después de la muerte del autor; 50 años para los artistas intérpretes, productores de fonogramas, grabaciones audiovisuales y radiodifusión, y 25 años para las fotografías, son cifras cabalísticas que no responden a razones infalibles y tampoco justifican la discriminación. ¿Por qué al fotógrafo se le protege menos tiempo que al escritor? ¿O por qué se limita a 20 años el derecho de exclusiva del inventor de una patente? Ya sé que autores reputados critican incluso esa limitación temporal, reivindicando la perpetuidad, alegando que el derecho de propiedad no se extingue con el paso del tiempo. Pero es que el uso de una joya o de un inmueble, a diferencia de una creación intelectual, no puede ser compartido por millones de seres a la vez. En todo caso, el tiempo de paso de la propiedad privada al dominio público debe reducirse drásticamente pues hablamos de contenidos intelectuales, que dan acceso a la cultura, al conocimiento y a la información. Tres: A los creadores hay que protegerlos, pero no prohibiendo absolutamente las reproducciones (sic. descargas) para uso privado y sin ánimo de lucro. Además, sostengo que no son ilegales las descargadas una vez que el producto se ha difundido en un medio público de comunicación (tesis del agotamiento). Y cuatro: el punto de equilibrio entre retribución razonable y libertad de acceso puede venir, por un lado, fijando un canon mínimo incluido en la cuota de acceso a internet."

Open Google

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Alex Chitu riporta una mail (tutta da leggere) inviata da Jonathan Rosenberg, Senior Vice President di Google, sulla necessità di usare il più possibile standard aperti e pratiche di apertura. Non per altruismo. Ma perché solo così si fa crescere un ecosistema vero. Ottimo!

"If you are trying to grow an entire industry as broadly as possible, open systems trump closed. And that is exactly what we are trying to do with the Internet. Our commitment to open systems is not altruistic. Rather it's good business, since an open Internet creates a steady stream of innovations that attracts users and usage and grows the entire industry," dice Rosenberg.

Ma che cosa significa "aperto"? Su questo non c'è uno standard. Ma ce ne sarebbe bisogno. Rosemberg propone una definizione impegnativa, anche per Google.

"There are two components to our definition of open: open technology and open information. Open technology includes open source, meaning we release and actively support code that helps grow the Internet, and open standards, meaning we adhere to accepted standards and, if none exist, work to create standards that improve the entire Internet (and not just benefit Google). Open information means that when we have information about users we use it to provide something that is valuable to them, we are transparent about what information we have about them, and we give them ultimate control over their information. These are the things we should be doing. In many cases we aren't there, but I hope that with this note we can start working to close the gap between reality and aspiration."

E questo significa rinunciare a costruire un business nel quale i clienti siano "costretti" all'uso di una certa tecnologia e dunque dal quale i competitori sono esclusi. Per essere leader con l'innovazione e non in base alla posizione.

"If we can embody a consistent commitment to open -- which I believe we can -- then we have a big opportunity to lead by example and encourage other companies and industries to adopt the same commitment. If they do, the world will be a better place."

Privacy e Facebook

Attenti al loop! (Un approfondimento sul concetto di conversazione)

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Conversazione collaborativa e competitiva.

Abbiamo capito che la parola "conversazione" spiega molto di quello che avviene sui media sociali. Ma è tempo di elaborare una strategia per andare avanti con il ragionamento: la parola è precisa, ma non sufficiente a definire una strategia per le strutture che devono attraversare questa fase di grande trasformazione e ridefinire il loro ruolo. Sto pensando, ovviamente, a giornali, università, uffici marketing... In mancanza di una certa chierezza possiamo entrare in un loop equivoco e pericoloso. Mi spiego.

E' possibile definire come conversazione un talk show? Una conversazione è sempre collaborativa, oppure può essere competitiva? Ci sono tecniche per emergere in una conversazione competitiva?

In una conversazione collaborativa tra amici ci si ascolta e si cerca di informarsi, divertirsi, coltivare una relazione umana.

In una conversazione competitiva si cerca di far prevalere la propria idea su quella degli altri.

Se una conversazione collaborativa avviene online in un contesto adatto, si sviluppa un progetto condiviso e ci si avvicina a realizzarlo con le forze e le competenze di tutti i partecipanti.

Se una conversazione competitiva avviene in un talk show televisivo pensato per mettere a confronto diverse posizioni politiche, l'obiettivo è convincere i telespettatori di un'opinione o almeno impedire ai telespettatori di comprendere le ragioni della parte avversa.

Tra questi due estremi ci sono molte situazioni diverse. E molti equivoci. La prevalenza della nozione di conversazione non è sufficiente a definire un percorso che porti le persone verso un progetto condiviso, verso un avanzamento della conoscenza, o verso un vero confronto di fatti e teorie. La conversazione costruttiva, collaborativa, avviene solo nei contesti adatti. E allora la domanda diventa: internet è sempre il contesto adatto a fare emergere una conversazione collaborativa?

Si può dire che è più probabile che una conversazione collaborativa che faccia contemporaneamente avanzare la conoscenza e la qualità delle relazioni sociali avvenga su internet piuttosto che in televisione. Ma il fatto che avvenga su internet non è sufficiente a definirla collaborativa. Se infatti si applicano anche su internet le tecniche sviluppate per le conversazioni competitive in televisione, ci si parla sopra, non ci si ascolta, si tenta soltanto di far prevalere una posizione. E Arturo di Corinto, su Nòva (4 giugno 2009), ha dimostrato che i partiti italiani hanno pagato ragazzi durante la campagna elettorale per le europee proprio per fare quel lavoro online.

Insomma: la tecnologia internettara consente la conversazione collaborativa; e visto che tante persone ne sentivano tanto bisogno, in effetti su internet è esplosa una vera, grande conversazione. Ma la tecnologia non impedisce la conversazione competitiva: e visto che le strutture che vivono di competizione e non di collaborazione se ne sono accorte, internet è diventata anche il luogo dove ci si scanna come e più che altrove. (Non c'è solo la politica italiana, infatti, per la quale lo scannatoio principale è la tivu e i suoi annessi e connessi; ci sono i siti dell'odio vero, come quelli studiati da Antonio Roversi, docente di Strategie della comunicazione multimediale a Bologna, dall'integralismo islamico, al tifo calcistico, alle organizzazioni di estrema destra e alle forme eversive di ogni colore...).

Qual è dunque il tema? Dov'è che in prospettiva si svilupperà la conversazione collaborativa che tanto ci piace? Direi che questo avverrà in un contesto nel quale ci sarà maggiore consapevolezza non solo dello strumento che utilizziamo, ma anche delle dinamiche e delle regole che guidano la convivenza. Nelle sue diverse dimensioni: società, comunità; mercato, scambio; legge, etica.

Società e comunità


Gustavo Zagrebelsky, con i suoi libri e articoli su Repubblica, ci aiuta a distinguere tra le diverse dimensioni della convivenza, inducendo a riflettere sulla necessità di istituzioni forti che garantiscano che quella convivenza sia pacifica.

Qualunque semplificazione in materia è sempre difficile. E non mi ci voglio certo addentrare. Ma è chiaro che le regole sociali secondo le quali esistono contratti tra le persone, istituzioni cui rivolgersi, leggi accettate da tutti, sono un contesto nel quale molti aspetti potenzialmente violenti della convivenza si sciolgono in una microconflittualità non violenta. La legge non è uno strumento di collaborazione, ma eventualmente di consenso sui comportamenti che vanno bene a tutti. La collaborazione viene dalle logiche della comunità.

Se nella società tutto è regolato per contratto, per diritti e doveri, per carte e moduli, si collabora in base alla presunzione che non ci si può fidare dell'altro. La relazione competitiva è prevalente. Se nella comunità un accordo tra "gentiluomini" si firma con una stretta di mano, se l'onore e la fiducia sono gli strumenti principali in base ai quali ci si mette d'accordo, in questo contesto la relazione collaborativa è più probabile. Nelle dimensioni legalmente codificate valgono gli strumenti della relazione, mentre nelle relazioni di comunità vale il senso e lo scopo delle relazioni.

Un'ipertrofia della codificazione può finire col bloccare l'innovazione, nel senso che spinge a concentrare una quantità di sforzi sulla formalità e a diminuire l'attenzione intorno alla creazione di qualcosa di imprevisto. Un'innovazione, spesso, viene da un pensiero sviluppato da una comunità o da qualcuno che ha visto qualcosa che non era già stato burocraticamente previsto. E poi è chiaro che tutto ciò che è dovere, diritto, modulo, codice, è pesante: mentre tutto ciò che è relazione, creazione, amicizia, fiducia, è leggero e interessante. Noi viviamo nella nostra comunità, non nel codice.

Ma attenzione: il codice serve invece per tutto ciò che deve garantire l'equilibrio tra innovazione e continuità, evitando la prepotenza, l'inganno, la violenza. Perché una comunità non è necessariamente un luogo della parità tra le persone. Anzi: spesso sono proprio le leggi che riequilibrano le relazioni di prepotenza o di ingiustizia.

Se le relazioni che una popolazione vive sono prevalentemente di comunità (occhio che tra queste vanno necessariamente comprese le relazioni feudali, mafiose, oligarchiche...) ma mancano le leggi che impediscano l'inganno, la prepotenza e la violenza, la comunità prevale ma non la collaborazione.

Insomma: un contesto giusto e umano è un contesto nel quale le relazioni di comunità e quelle codificate sono in equilibrio.

Internet ha dato forza alla comunità e alle relazioni umane. Ma in un contesto di leggi forti produce più risultati collaborativi che in un contesto di leggi deboli.

In realtà, l'innovazione nei codici è proprio il lavoro della politica. E la politica, in democrazia, è competitiva. Ma se la competizione si mangia tutto il dibattito, si perde molta ricchezza intellettuale ed esperienziale, si costruisce meno sul progetto e più sulla contrapposizione.

Quindi quello che serve è che l'innovazione nei codici venga attuata nel contesto di un codice più importante - tipicamente la Costituzione - che garantisca un processo per cui prima c'è una conversazione collaborativa che rispetti tutte le posizioni e le esperienze e poi si passi alla competizione.

Il rischio di parlare solo di conversazione, senza distinguere le dinamiche diverse della conversazione, può portare a qualche confusione: se ne parla in termini di democrazia plebiscitaria, democrazia padronale, democrazia familiare o democrazia populista. E la conversazione può essere utilizzata anche da queste dinamiche in assenza di un contesto costituzionale solido, chiaro e condiviso.

Credo che queste siano intuizioni sulle quali dovrò fare ancora molta riflessione. Spero possano indurre a qualche contributo, paziente e "collaborativo".




Documenti

Si incontra per esempio il testo sulle specificità del cervello umano di Stanislas Dehaene, Jean-René Duhamel, Marc D. Hauser, e Giacomo Rizzolatti. From Monkey Brain to Human Brain. A Fyssen Foundation Symposium. MIT Press, 2005, che si può scaricare in pdf. Una lettura non specialistica che muove la consapevolezza su ciò che siamo: non abili utilizzatori di simboli astratti, ma creatori.

E poi i podcast del College de France. Una miniera inesauribile. Tra la proprietà intellettuale e la disponibilità pubblica la partita è aperta.

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L'informazione si trasforma, come si sa. In qualche modo perde pezzi, se si vede dal punto di vista tradizionale. Ma dal punto di vista della rete, ne acquista ogni giorno. Anche dal punto di vista del linguaggio e della fruibilità.

Un tema tutto da sviluppare, anche in Italia, è quello dei visualizzatori di dati e notizie. Che parlano con i contenuti e con l'innovazione dell'interfaccia.

Ecco i cinque migliori visualizzatori dell'anno, secondo FlowingData. In ordine inverso di preferenza:

Photosynth, dei Microsoft Live Labs
The Jobless Rate for People Like You 
OpenStreetMap: A Year of Edits 
Protovis, del team di visualizzazione di Stanford
On the Origin of Species, di Ben Fry

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126 milioni di blog

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Una collezione di numeri sull'uso dell'internet nel mondo. (via Loic). Le persone connesse sono 1,73 miliardi nel mondo.

Tra l'altro:

  • 126 million - The number of blogs on the Internet (as tracked by BlogPulse).
  • 84% - Percent of social network sites with more women than men.
  • 27.3 million - Number of tweets on Twitter per day (November, 2009)
  • 57% - Percentage of Twitter's user base located in the United States.
  • 4.25 million - People following @aplusk (Ashton Kutcher, Twitter's most followed user).
  • 350 million - People on Facebook.
  • 50% - Percentage of Facebook users that log in every day.
  • 500,000 - The number of active Facebook applications.


Update: sul Sole di oggi si legge peraltro che la Cina vanta da sola 180 milioni di blog su 384 milioni di utenti internet a fine 2009.
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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...