Il prossimo giornalismo

Appunti in corso.


luglio 2009


C'è un post da leggere di Jeff Jarvis. Chi stabilisce che cosa è una notizia? Che cos'è la carta per i giornali? Quali sono le cause e le conseguenze del narcisismo dei giornali?

Si tratta del problema di come si crea un'agenda condivisa in una società. Chi la deve scrivere? Come diventa credibile? Che cosa genera consenso su quale sia il medium preposto a portare una società su un terreno di discussione comune?

I giornali hanno goduto di un effetto-network nel sistema dell'informazione simile a quello che ha garantito a lungo la predominanza di Windows sul sistema dell'informatica. Tutti usavano i giornali per sapere quello che c'era da sapere (e se dunque si voleva fare un discorso condivisibile non si poteva non sapere quello che i giornali dicevano). La televisione ha modificato gli equilibri schiacciando il tema dei giornali nel loro originario luogo sociale: l'élite. Ma ora internet sta mettendo in discussione tutto. L'effetto-network è molto comodo finché dura, ma quando la tecnologia non lo difende più la predominanza di chi ne ha goduto si trasforma nella tentazione di trovare un altra forma di privilegio e di garanzia. Non è una strategia che possa avere successo in quest'epoca.

Il problema, e l'opportunità per i giornali, è che un medium nel quale si diano le informazioni che una società accetta come il materiale di discussione comune è necessario. Altrimenti una società si sfrangia in una miriade di microcomunità. Internet è probabilmente lo strumento che farà emergere quel medium. Ma non c'è ancora arrivata. Perché internet è ancora pensata come un medium e non come un luogo nel quale si raccolgono le iniziative di diversi media e diversi generatori di senso.

Non è che internet distrugga i giornali. E' che mette in discussione il business tradizionale dei vecchi giornali. FirstMonday analizza il Drudge Report: che è un giornale anche se non ha carta. E uno studio certamente meriterrebbe in Italia Dagospia. Quelle esperienze, come del resto TechCrunch e altri, dicono che non è il concetto di giornali a essere messo in discussione ma l'organizzazione dei giornali tradizionali.

Anche i giornali tradizionali hanno la possibilità di entrare nella nuova epoca e giocare un ruolo importante. I grandi siti dei giornali, dalla Repubblica alla Stampa, dal Corriere al Sole, lo dimostrano. Ma per superare il panico, i loro editori devono accettare il fatto che siamo in una nuova epoca. (Altri post in proposito).

La pratica dell'innovazione nei giornali ha trovato un caso nel numero fatto dalla Stampa l'altro giorno. E non è certo l'unico caso. Ma la teoria dell'innovazione nei giornali resta invischiata in un ginepraio di polemiche, scetticismo, esperienze negative. 

Probabilmente è giusto. In fondo i giornali non sono scienza, ma artigianato. E dunque la loro innovazione verrà nella pratica e non nella teoria. Ma bisogna ammettere che l'artigianato oggi è ipertecnologico. E anche i giornali lo sono. Quindi non ci sarà una pratica innovativa nei giornali se non prendendo seriamente in considerazione le conseguenze della tecnologia che è oggi a disposizione di chi fa informazione. Il che richiede un minimo di elaborazione.

Che cosa è successo? 

1. La prima conseguenza della rete è stata l'emersione di un pubblico attivo che ha cominciato a partecipare alla generazione di informazione. Domanda: il pubblico attivo può sostituire i giornali?

2. Per i giornali questo è stato un salto epistemologico: mentre prima l'informazione coincideva con il giornalismo, in una tautologia piuttosto comoda per i giornali (erano giornalisti coloro che facevano i giornali ed erano giornali quelle cose che erano fatte da giornalisti), oggi non è più così. Domanda: questa è la fine dei giornali?

3. Aggregatori e piattaforme di ogni genere hanno conquistato un ruolo significativissimo nell'ecosistema dell'informazione, anche dal punto di vista economico, mettendo in discussione il business degli editori tradizionali. Domanda: il problema dei giornali è il problema dei giornalisti o degli editori?

I giornali possono entrare in gioco garantendo un metodo di lavoro nella ricerca di informazioni tale da generare un consenso nella società su quali sono i fatti da prendere in considerazione per farsi le proprie opinioni.

Per questo possono lavorare sulla piattaforma per il modello di business e sul metodo dei loro giornalisti per definire il servizio che li identifica.


giugno 2009


>Ok. I giornali non sono l'informazione. I cittadini e il pubblico attivo possono cogliere le opportunità offerte dalla rete per partecipare all'ecosistema dell'informazione. Lo abbiamo visto. E qualcuno l'ha capito. Ma non è la fine della storia. I problemi sono vari:
1. Come si mette ordine nella complessità di informazioni che arrivano da ogni parte, con una quantità di link e di rimandi a notizie nuove, meno nuove, vere, meno vere, emozionate e razionali, ideologiche ed empiriche... ?
2. Come si possono garantire le identità di coloro che pubblicano notizie?
3. Come si accumula conoscenza sulla loro affidabilità? Come si costruisce la loro reputazione, al di là dei grandi personaggi che in qualche modo se la sono costruita?
4. Come si può progettare un sistema che faccia emergere dalla rete un'agenda condivisa?
5. Che ruolo può essere assunto dal lavoro dell'informazione professionale in questo contesto?

Insomma. Che cosa si può fare per migliorare strutturalmente il contributo del pubblico attivo all'ecosistema dell'informazione?

A questo proposito, mi pare rilevante segnalare un dialogo avviato via Facebook.

Scrive Michele Costabile (che, come scrive sul suo profilo su Facebook, è un programmatore, un docente, un technical writer, un copy writer, un musicista. Insomma: un creativo in generale).

Ciao Luca, io sto ragionando da un po', come ti ho visto fare, su come evolverà il giornalismo e mi piacerebbe scambiare le idee con te.

I TREND

Mi sembra che la persona più sulla palla in questo momento sia Dave Winer, per esempio il post "when sources go direct" a proposito del fatto che la pubblicazione può prescindere dalla stampa, anzi spesso è user generated content aziendale

http://www.scripting.com/stories/2009/05/15/sourcesGoDirect.html

Comunque vadano le cose, la scelta editoriale è importante, così come è importante distinguere il vero dal falso fra ciò che viene pubblicato, e questo è il lavoro editoriale

http://friendfeed.com/clique-with-claque/c91b0bb2/josh-young-on-twitter-would-like-us-to-discuss

Anche Winer riconosce che, qualunque cosa succeda, il New York Times è un brand e una reputazione.

Parlando di reputazione, trovare le fonti originali e distinguere il grano dal loglio sarà sempre un lavoro professionale.

Un dato importante è l'inquinamento del contenuto generato spontaneamente dovuto alle citazioni e ri-citazioni, tweet e ritweet dello stesso contenuto: servirebbe un filtro e servirebbe un motore di ricerca per arrivare alle origini di una notizia, quello che tipicamente fa un giornalista perdendoci parecchio tempo.

L'inaffidabilità del contenuto web è un problema interessante, una soluzione potrebbe essere un indice di affidabilità per le persone. Winer ha segnalato di recente questo su Twitter

http://threeminds.organic.com/2009/06/docs_are_old-school_we_need_pa.html?utm_source=twitter&utm_medium=threeminds&utm_campaign=praise

In effetti, un server di identità condiviso sarebbe utile anche per togliere dalle grinfie dei siti di pubblicazione una cosa personale come la lista di amici di ogni singola maschera che io decido di indossare (al lavoro, a casa, nel mio hobby).

LE IDEE

Sarebbe utile per chi lavora nell'informazione catalogare la lista di tutti quelli che producono notizie in qualche modo. Pensandoci non è un numero così elevato di persone, dato che si tratta di mettere in relazione aziende, istituzioni e altri organismi con i canali di informazione in cui viene veicolato del contenuto prodotto dagli utenti.

Questo contenuto può essere catalogato per argomenti in modo da poter essere diretto a chi desidera avere uno stream di notizie su un argomento specifico.

L'ordine dei giornalisti potrebbe esere interessato a farsi promotore di questa aggregazione, l'Ansa dello UDC.

La pubblicazione di articoli potrebbe essere stampigliata da un identificatore che indica chi ha pubblicato una cosa, permettendo di associare una reputazione al singolo articolo. Sarebbe anche interessante poter tracciare l'albero di citazioni. L'ideale sarebbe poter avere un motore di ricerca in grado di risalire a eventuali originali partendo da una singola pagina, un lavoro interessante per un prossimo Google.

Probabilmente nelle pieghe di queste tendenze ci sono ottime possibilità di sviluppo commerciale, anche se per ora sembra più che si possa parlare di sviluppi finanziati da associazioni o progetti europei.

Cosa ne pensi?

16 giugno alle ore 20.58

Apprezzo molto questo ragionamento perché parte dallo spirito Winer che è certamente molto rete. La questione di rendere più solido il sistema udc mi pare assolutamente importante. Una soluzione per la reputazione di chi pubblica è una strada. Sto pensando intensamente a queste cose. Mi consenti di riprendere queste tue idee in un prossimo post sul mio blog?


17 giugno alle ore 11.26

Certamente, naturalmente citandomi.

Io sto ragionando su come si potrebbe fare un motore che "srotoli" la lista di link e faccia un raffronto di parole chiave per riuscire a capire qual è la catena di derivazioni fra le notizie e le citazioni.

Google AppEngine sembra la piattforma ideale per un'applicazione del genere.

Non so quante volte ti è capitato di ricevere un tweet e pensare che fosse una notizia fresca, quando invece magari era vecchia di due settimane o quante volte vedi citato un blog che riprende la notizia invece della fonte, che è a due o tre clic di distanza.

Quanto ai link sulla reputazione ho provato a seguire un caso interessante, quello di questa notizia: http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/scienze/felicita-ereditaria/felicita-ereditaria/felicita-ereditaria.html

Dopo un po' di ricerche Google salta fuori che è legata a questo studio http://www.elsevier.com/wps/find/authored_newsitem.cws_home/companynews05_01209.
La notizia è stata ripresa su tutti i quotidiani, come puo si può vedere con questa ricerca http://www.google.com/search?q=bucay%20happiness&hl=en&tbo=1&tbs=qdr:y

In realtà lo studio non esiste, perché non è stato pubblicato. All'epoca in cui la notizia è stata data era noto solo un abstract dello studio, che comunque è pubblicato a pagamento. Quando lo studio sarà disponibile, le istituzioni che sono abbonate alle pubblicazioni Elsevier potranno giudicarne la validità, ma la stampa ha già archiviato il tutto.

La possibilità di associare non dico un'identità, ma un insieme di personalità agli individui è molto interessante non solo per la reputazione, ma anche per mettere le basi per costruire alberi di relazioni (la lista dei miei amici) che non siano chiusi dentro un servizio privato (per es Facebook) ma siano ospitati su server neutrali e dati in concessione al servizio privato da chi è proprietario dell'identità.

Come sai, non è la prima volta che sottolineo che le applicazioni, come Facebook o Friendfeed, vanno e vengono, mentre i servizi, come il DNS, sono immortali.

Sicuramente è importante che siano gli utenti a dire cosa vogliono, oltre a scegliere fra i servizi commerciali.

Infine, credo che si potrebbero davvero catalogare tutte le sorgenti di notizie, come i blog aziendali, le società di PR, le istituzioni universitarie, gli ospedali, le segreterie politiche, le testate giornalistiche, i canali di distribuzione video. Potrebbe essere il feed Ansa dello UDC.

I termini dell'idea sono da tempo nell'aria ma restano difficili da sviluppare. Reinterpretando quanto suggerito da Michele alla luce di varie discussioni in materia si dovrebbe:
1. Trovare un modo per attribuire un indirizzo stabile e indipendente dalle piattaforme proprietarie ai profili di ciascuna persona od organizzazione che offre notizie e contributi all'ecosistema dell'informazione
2. Realizzare un motore capace di ricostruire la genealogia delle notizie (e forse anche delle opinioni) che si pubblicano sui blog, si segnalano sui social network, si ritwittano in giro, si dibattono su Friendfeed ecc ecc...
3. Legare ai singoli pezzi di notizia delle tag adatte alla valutazione della loro qualità, tali da aiutare la costruzione di un sistema di reputazione facile da usare.

Il tutto senza nulla imporre a nessuno, ma aprendo sostanzialmente tutte le piattaforme per i contributi del pubblico attivo all'interoperabilità che ha reso grande e bella la rete.

E' chiaro che qualcosa di più facile da usare implica anche delle semplificazioni. Ed è chiaro che non ci sarà un solo sistema ma molti. Le due questioni sono potenzialmente contraddittorie. Il che oltre che inevitabile è anche divertente e creativo. E forse in questo lavoro, il contributo professionale all'informazione potrà trovare uno dei suoi ruoli del futuro. Se smetterà di farsi paralizzare dalla paura del nuovo e si metterà sul serio al servizio della rete.



>Marco Bardazzi propone un elenco di blog da seguire chi è interessato ai temi del giornalismo del futuro...

- Nieman Journalism Lab: nato da poco, il laboratorio di giornalismo digitale di Harvard guidato da Joshua Benton e' subito diventato un luogo innovativo e un eccezionale osservatorio su cosa sta accadendo nel mondo dei media. Ha un'impronta di ottimismo intelligente che, in un periodo di crisi profonda, e' una boccata d'aria fresca. Lo preferisco al serioso e polemico sito della prestigiosa Columbia Journalism Review.

- Poynter Online: la scuola di giornalismo della Florida e' una tappa obbligatoria per chi abbia un minimo di interesse sul presente e futuro dei media. I nomi che contano passano da queste parti e non c'e' giornalista americano che non controlli ogni giorno il blog Romenesko. Ma il vero valore aggiunto di Poynter, nell'era digitale, e' stata la creazione di NewsU, l'universita' del giornalismo online, in gran parte gratuita: un luogo impagabile del web e una vera bottega rinascimentale.

- Reynolds Journalism Institute: all'interno della Missouri School of Journalism - la prima scuola di giornalismo nata nel mondo, 101 anni fa - e' sorto da qualche tempo il laboratorio RJI. E si e' imposto in fretta come un posto dove si sfornano idee e personaggi che determineranno il giornalismo 2.0 [...]

- Jeff Jarvis: passando ai guru da seguire, un posto importante se lo e' senza dubbio guadagnato Jarvis, che da mesi fa discutere con il suo libro What Would Google Do? (o semplicemente WWGD, come lui preferisce). Nel libro, nelle lezioni che tiene a New York, sul blog Buzz Machine e nelle decine di tweets che Jarvis spara al giorno, ci sono i semi del futuro dei media. Il problema e' che talvolta appaiono sommersi sotto l'ego del personaggio, a cui indubbiamente piace farsi leggere e ascoltare.

- Steven Johnson: l'ho gia' scritto in precedenza, e lo ripeto, che Johnson e' tra gli autori piu' interessanti e originali sul futuro della comunicazione digitale.

- Jay Rosen: un pezzo grosso del settore e un docente importante della NYU. Il suo blog PressThink e' indispensabile. E' impressionante la mole di roba, anche piuttosto seria, che riesce a scrivere su mille piattaforme diverse, incluso un torrente continuo di tweets.

- Mark Glaser: critico dei media talvolta feroce e conduttore del seguitissimo programma MediaShift della PBS. Anche lui e' uno che vale la pena seguire su Twitter

- Chuck Peters: curiosa figura di editore/blogger/tweet-fanatico dell'Iowa, che racconta passo passo come sta trasformando i propri quotidiani in social networks.

- Clay Shirky: La sua fama e' esplosa con il successo del libro "Here Comes Everybody", ora lo cercano tutti ma si concede poco. Anche sul sito non pubblica molto, ma ogni suo articolo viene religiosamente fatto girare tra gli addetti ai lavori.

- David Carr: il columnist dei media del New York Times e' un personaggio fuori dall'ordinario, con un complesso passato personale che ha raccontato in un libro di successo. I suoi articoli non vanno persi.

- Andrew DeVigal: un altro curioso personaggio che si aggira nel grattacielo del NYTimes. E' un ex professore di giornalismo diventato il Multimedia Editor del principale quotidiano americano. Cura anche Interactive Narratives, un sito che raccoglie i migliori esempi di giornalismo multimediale su piazza.

- Mediastorm: La produzione di questa straordinaria bottega multimediale e' uno dei piu' grandi esempi di come si puo' fare giornalismo digitale raccontando storie con mezzi un tempo impensabili. I britannici di Duckrabbit sono un altro esempio del genere.

- Edward Tufte: Chiudo su una nota un po' diversa. Tufte e' un eccentrico designer diventato un santone del visual journalism, per la sua capacita' di trasmettere nozioni e idee su come presentare dati e contenuti avendo a cuore la loro...bellezza (non trovo altra parola). I suoi seminari a pagamento sono sempre esauriti. Se vi capita, regalatevi uno dei suoi eleganti volumi.





>Intanto, saltano fuori le raccomandazioni dell'American Press Institute uscite dal famoso meeting di Chicago. Rick Edmonds le riassume:

"The report, titled Newspaper Economic Action Plan, recommends that industry leaders follow five new "doctrines."
  • True Value. Establish that news content online has value by charging for it. Begin "massive experimentation with several of the most promising options."
  • Fair Use. Maintain the value of professionally produced and edited content by "aggressively enforcing copyright, fair use and the right to profit from original work."
  • Fair Share. Negotiate a higher price for content produced by the news industry that is aggregated and redistributed by others.
  • Digital Deliverance. "Invest in technologies, platforms and systems that provide content-based e-commerce, data-sharing and other revenue generating solutions."
  • Consumer Centric. Refocus on consumers and users. Shift revenue strategies from those focused on advertisers."

Come dire: imparate il web. Sul serio. E poi adattatevi. Un po' imponendo il vostro punto di vista. Un po' accettando quello degli altri.

Ma il consiglio più dirompente, si direbbe, è l'ultimo. Rifocalizzare le strategie. Il centro non è più la pubblicità. E' il pubblico.

Sacrosanto.

>Bill Mitchell riporta una conversazione con John Robinson, editor di News and Record nel North-Carolina. E' una bella conversazione perché Robinson non ha paura. Lui reagisce, sperimenta e impara. Fa un blog. Twitta. E riflette facendo. Alla fine dei conti dice che la rete ha un effetto preciso, chiaro, fondamentale:

 "You simply need to ask a question. How cool is that? And, as a result, you establish yourself as a person. A real person. I hope that the people who connect with me on social networks see me as more than a name on a masthead. I engage with them. I show some personality, to the extent that I have one".

Semplice. In fondo.

> Mediatwit. Come salvare i giornali, in dieci lezioni. Di 140 caratteri...

>Il concetto di Territorialmente è ottimo. Offrire servizi ai comitati che localmente si oppongono a opere ritenute distruttive dell'ambiente o che propongono soluzioni urbanisticamente innovative, con lo scopo strategico di fare un'informazione a rete.

Questi comitati locali faticano spesso a superare le ambiguità suscitate dall'informazione prevalente quando suggerisce il sospetto di interessi particolari che bloccano soluzioni di interesse generale. E un'informazione in rete può aiutare a distinguere e valorizzare le questioni più importanti. Aiutandole a farsi notare e sostenere.

ps. Con tutto il rispetto, bisogna anche dire che il design del sito è molto 1994.


>Per fare buon giornalismo c'è bisogno di una buona discussione sulla qualità del buon giornalismo. E di un supporto economico.

Stiamo parlando molto di come sostenere economicamente il giornalismo (pubblicità, beneficenza, spesa pubblica, pagamento delle notizie...). Ma non stiamo parlando abbastanza di come si definisce, alimenta e costruisce il giornalismo di qualità. Eppure è solo affrontando questo tema che si può risolvere l'altro.

Su questo argomento, un intervento di Nicholas Lehmann (tratto dal suo discorso in occasione della laurea degli studenti della Columbia Journalism School), che si conclude così:

"So this is your charge. You will not only have to reinvent journalism, you will also have to reinvent the conversation about journalism, making it less internal to the profession, and more interactive with the rest of society. That's an enormous job; I wonder whether any generation of journalists has had a more momentous mission than yours. But, to me, and I hope to you too, it sounds like fun".

>Nova Review


maggio 2009

Il Sole ha pubblicato diversi articoli sull'eventualità di pubblicare giornali online a pagamento. A parte un mio pezzo, c'è quello di Paolo Madron sugli editori italiani, e quello di Marco Magrini sugli strumenti di accesso innovativi. Sul sito Antonio Dini ha scritto di lettori elettronici. E Gianni Rusconi della cronaca del dibattito.

Giovedì, Nòva aveva dedicato la copertina all'argomento con un servizio dal titolo "Il senso della notizia".

Ricerca
PricewaterhouseCoopers
Multiple business models


Link al volo


Twitter matrix
Futuro del social web
Exectweets e Twitturly
Google trends su newspapers
Nielsen su Twitter e gli infedeli utenti
Bill Grueskin, su Journalism online e Publish2


Information overload?

Costo information overload (2007)
650 miliardi di dollari
(Nytiems)

Digital Universe (2007)
281,000,000,000 gigabytes
45 gigabyte per persona
(Idc)

Utenti internet (2009)
1,596 miliardi (+342% dal 2000)
http://www.internetworldstats.com/stats.htm

Esplosione del tempo sui social media
Pagina 6, grafico 6
http://blog.nielsen.com/nielsenwire/wp-content/uploads/2009/04/nielsen-online-global-lanscapefinal1.pdf

Tweets
1,6 miliardi
http://popacular.com/gigatweet/

Facebook
850 milioni di fotografie al mese caricate
http://www.facebook.com/press/info.php?statistics


Filtri automatici

Twitturly
Twellow
Wefollow
Tweetmeme
Popurl
Google news personalizzate
100twt

Filtri umani

Il paradosso è che proprio mentre i giornali attraversano la loro peggiore crisi da anni, le scuole di giornalismo abbondano di candidati alla professione. Evidentemente la società e i giovani ne sentono profondamente il bisogno.

Un pezzo di Forbes ha segnalato il paradosso. Altri lo hanno seguito.

Oggi, 5 maggio 2009, comincia un corso allo Iulm nel quale devo fondamentalmente rispondere a questo paradosso. Penso che avrò più da imparare che da insegnare.

Techcrunch (tecnologia)
http://www.techcrunch.com

Liveleak (news video)
http://www.liveleak.com/

Scienceblogs (scienza)
http://scienceblogs.com/

Global voices (esteri)
http://globalvoicesonline.org/

Bloglines
http://www.bloglines.com/

Real time news
Avete avuto modo di provare SkyGrid? E' l'apoteosi delle real time
news per la finanza, con un pannello di controllo che si autoaggiorna
con le ultime news sulle società quotate in USA. E' il segno
dell'avvento su larga scala delle real time news.
http://www.skygrid.com/


Notizie cattive

Ricapitoliamo. Come sappiamo Freedom House dice che i giornalisti sono sempre meno liberi nel mondo in generale e in particolare in Italia, Israele e Hong Kong. Dice che internet è la sola speranza di apertura per la libertà di stampa. E che i governi si stanno attrezzando per comprimerla. La metodologia di Freedom House è credibile e articolata. Non abbiamo la possibilità di controllare tutto quello che loro hanno valutato, ma la sostanza è abbastanza chiara.

Warren Buffett dice che i giornali continueranno ad attraversare un periodo di crisi e di perdite economiche, negli Stati Uniti, e che quindi non intende investire in questo settore. Tra le cause cita internet: un tempo i giornali erano essenziali, oggi ci sono alternative che il pubblico ritiene valide.

Nel film State of play il protagonista è un giornalista da carta stampata e la co-protagonista una blogger di un giornale. Sulle prime, si direbbe che il giornale di carta sia considerato più serio e che il blog sia il posto dei pettegolezzi. L'approccio metodologico del vecchio giornalista della carta stampata è orientato a trovare i fatti e a provarli, quello della blogger a cercare indiscrezioni e impressioni sulle persone. Alla fine è solo dalla collaborazione tra il primo e il secondo che si trova la verità. (In realtà, il racconto sul finale è un po' confuso, come dicono anche su Imdb).

Ancora una volta il rapporto tra giornalismo tradizionale e social media alimenta problemi interpretativi interessanti. Ma non è più come una volta. 

Una decina d'anni fa c'erano poche alternative ai giornali tradizionali (di carta o di tv). Il loro potere oggi è in crisi. Meno pubblico e più alternative. Ma lo scopo di chi ha voluto e vuole rinnovare il giornalismo è aumentare, non ridurre, la libertà di stampa. Cogliere l'opportunità offerta da internet non significa abbattere il potere assoluto dei giornali tradizionali: significa migliorare il giornalismo, su qualunque mezzo. 

Il giornalismo non è più quella cosa che fanno i giornalisti che scrivono sui giornali. I giornali non sono più quella cosa che viene fatta dai giornalisti. La tautologia autoreferenziale è davvero obsoleta di fronte alla crescita del pubblico attivo. Ma il pubblico attivo a sua volta non ha il compito sociale di sostituire il giornalismo, ha il diritto di fare ciò che vuole con gli strumenti che ha oggi a disposizione. Il tema vero è che un nuovo giornalismo deve emergere da questa crisi. Non più basato sulla vecchia tautologia. Una nuova definizione di giornalismo basata su una metodologia trasparente di ricerca dei fatti e delle loro possibili interpretazioni. Con la quale professionisti e cittadini possono fare riferimento nel contribuire all'informazione e alla libertà di espressione.

Le notizie cattive sono quelle che sono prodotte con la metodologia sbagliata, quelle che sono prodotte in modo manipolatorio, poco trasparente, e interpretate in base a pregiudizi. E' l'oscurantismo che genera le cattive notizie. E queste si possono trovare sui vecchi giornali ma anche su internet, purtroppo.

Le notizie buone derivano dall'emergere di un metodo per la produzione di informazione orientata ai fatti e all'intelligenza interpretativa. Le opportunità ci sono. Ma non sono ormai più nella crisi dei vecchi giornali o nell'emergere di internet. Sono nell'emergere di una consapevolezza nelle persone che contribuiscono all'informazione, su qualunque mezzo. 

Facciamo notizie buone. E saranno buone notizie.


quanto influiscono i social network?
http://www.cs.bme.hu/~zskatona/pdf/diff.pdf
http://www.newswise.com/articles/view/551499/


Dibattito


Grande discorso di Steven Berlin Johnson a Austin, South By Southwest Interactive Festival.  Il futuro del giornalismo. E il futuro dei giornali. E buon pezzo di Clay Shirky. Ormai sta emergendo da più parti una visione credibile. Vale la pena di riassumere e commentare.

Riassumo in modo schematicissimo Steven che prosegue un discorso affrontato spesso, anche su questo blog, con una chiarezza rara.
1. L'informazione è un ecosistema
2. L'evoluzione è più avanzata in alcuni settori. Primo fra tutti l'informazione sulla tecnologia (direi il giornalismo dell'innovazione)
3. I tecnici e i profondi conoscitori della materia possono condividere le loro informazioni generando un giornalismo particolarmente competente
4. Spesso lo fanno donando il loro sapere agli altri per costruire un sapere condiviso migliore e migliorare le prospettive della tecnologia
5. Questo sta avvenendo molto anche nel settore del giornalismo che si occupa di politica
6. Un'innovazione enorme è nel giornalismo amatoriale a livello locale e iperlocale; basso costo e altissima informazione per poche persone di un quartiere o di una via
7. L'informazione che viene dai blog, quando gli autori sono competenti, non è parassitaria ma tende a essere originale
8. Il giornalismo tradizionale è spiazzato; in particolare si teme per il genere del reportage e dell'investigazione (il loro costo è proibitivo)
9. nasceranno specialisti di reportage e giornalismo investigativo con nuovi modelli di business (donazioni, sponsorizzazioni, ...)
10. resta il fatto che il giornalismo amatoriale non è garantito in quanto a qualità
11. a svolgere il ruolo di controllo qualità potrebbero essere proprio i professionisti, le organizzazioni derivate dai giornali tradizionali.
12. i giornali tradizionali che si oppongono alla storia e non cercano di comprendere il loro ruolo nel nuovo scenario sono destinati a vivere tempi molto difficili

Riassunto di Clay:
1. oggi il pragmatismo è osservare che siamo in una rivoluzione e l'ideologia è dire che in fondo non cambia nulla
2. il mondo dei giornali è profondamente travolto. niente lo salverà. ma qualcosa funzionerà per dare informazione
3. i modelli di business e le funzioni si moltiplicheranno e i giornali che hanno funzioni diverse non saranno più percepiti come oggetti definibili con lo stesso concetto
4. la società non ha bisogno di giornali. ha bisogno di giornalisti
5. la soluzione emergerà dalla sperimentazione

("For the next few decades, journalism will be made up of overlapping special cases. Many of these models will rely on amateurs as researchers and writers. Many of these models will rely on sponsorship or grants or endowments instead of revenues. Many of these models will rely on excitable 14 year olds distributing the results. Many of these models will fail. No one experiment is going to replace what we are now losing with the demise of news on paper, but over time, the collection of new experiments that do work might give us the reporting we need").

I soldi dei giornali

Alessandro Gilioli ha commentato il post di ieri, nel quale si parlava dell'eventuale ruolo dei giornalisti nel contesto mediatico che si va costruendo. Così:

"Sì, Luca, ma forse sarebbe sottolineare il fatto che la pubblicità on line paga un decimo - ad andar bene - di quella su carta, e che quindi se questa cosa non cambia parecchio, e in fretta, le aziende di media saranno per forza costrette a produrre - sul Web o altrove - un giornalismo di qualità più bassa.
A me non frega nulla della carta in sé, non è una piattaforma a cui sono in alcun modo affezionato.
Quello di cui si deve discutere non è questo, è il fatto che l'informazione professionale - quella che permette le inchieste, gli approfondimenti, la ricerca delle notizie spendendo tempo e denaro - se non trova un modello di business pubblicitario nelle nuove piattaforme rischia di essere molto più povera e ricattabile - altro che giornalismo libero e autorevole!
Credo che sarebbe utile se il dibattito si spostasse su questo".

L'assunto del mio buon amico Alessandro è purtroppo discutibile: se gli editori guadagnano, finanziano giornalismo di qualità. Alessandro, come del resto - direbbeMantellini - il tenutario di questo blog, non è un imprenditore né un manager. Ma è un ottimo osservatore. E certamente non può non vedere che il suo assunto è quanto meno ottimistico.

Si può essere d'accordo con Alessandro sulla considerazione a rovescio: se gli editori non guadagnano, non finanziano giornalismo di qualità.

Ma il problema è che molte aziende dei media hanno deciso di produrre giornalismo di bassa qualità pensando di guadagnare di più. E ora pagano l'errore.

Siamo circondati da un'editoria giornalistica di bassa qualità. Siamo circondati da notizie assurdamente ansiogene, come dice Antonio Scurati, in un'epoca che per questo paese è la più sicura e non violenta che sia capitata da secoli a questa parte. Siamo circondati da media che titillano le più basse voglie e i meno qualificanti istinti. Che confondono ambiguamente informazione, spettacolo e comunicazione. Che giocano con la strategia della disattenzione. E questo avviene perché si è pensato consciamente di costruire una realtà virtuale mediatica nella quale attirare ipnoticamente le persone e imprigionarle in una spirale pubblicitaria e promozionale che le ha fatte sentire semplici spettatori, consumatori, elettori. Non più persone attive e informate. Non abbastanza cittadini. Anche per questo, quei media che hanno inseguito strategie di breve termine, si trovano disarmati e poco credibili di fronte alla crisi. Per non parlare dei giovani che, anche prima della crisi, se n'erano già andati altrove. 

Certo, anche in questo contesto, il giornalismo di qualità non è mai mancato. Anche in questo contesto alcuni giornalisti, compreso Alessandro, hanno fatto ottime inchieste e reportage, mentre alcuni editori hanno finanziato la ricerca delle notizie costosa e appassionata. Per la verità, più spesso ultimamente con i libri e i documentari e i blog che con i giornali. Ma anche nei giornali si è fatto molto di buono. In un frame, però, molto confuso. E che nella confusione è stato capace di mettere la sordina all'importanza di quelle inchieste e di quella ricerca giornalistica sincera e appassionata.

A dirla tutta, il giornalismo di qualità che si è fatto negli ultimi tempi, è stato fatto nonostante tutto, grazie alla passione di alcuni giornalisti, alla lungimiranza di alcuni direttori, alla illuminazione di alcuni editori. E si può dire con buona sicurezza che proprio i giornali che hanno maggiormente mantenuto la barra della qualità saranno quelli che emergeranno meglio da questa crisi. Ma è pur vero che non c'è una correlazione forte tra la quantità di soldi che gli editori guadagnano e la qualità del loro giornalismo. Si può trovare ottimo giornalismo sui blog gratuiti, come si può trovare pessimo giornalismo, anche se molto costoso, nelle aziende mediatiche più ricche. Il guadagno degli editori è garanzia della possibilità che facciano un lavoro serio e indipendente: solo della possibilità però. Non è purtroppo garanzia che lo facciano davvero.

Alessandro però, ripeto, ha ragione nel dire che non ci può essere ottimo giornalismo se dall'ecosistema dell'informazione spariscono le aziende mediatiche che trovano un'indipendenza economica solida e duratura. Un impoverimento generalizzato e totale dei media non può avere che la conseguenza di impoverire l'intero ecosistema, perché riduce drasticamente le probabilità di un buon giornalismo. E ha ragione nel dire che la pubblicità online non può rispondere da sola alla crisi dei media tradizionali.

Ma va detto che gli imprenditori hanno proprio la funzione di trovare le innovazioni giuste per costruire modelli di business adatti a sopravvivere nelle diverse fasi dell'evoluzione dei sistemi economici. Sta a loro, prima di tutto, trovare le soluzioni aziendali. I giornalisti dovrebbero concentrarsi sull'obiettivo di comprendere bene quale può essere il loro ruolo nel nuovo sistema mediatico. E perseguire una trasformazione della loro funzione, in modo da servire il pubblico in sincronia con le sue esigenze.

Ma non ci possiamo neppure esimere dal ragionare intorno ai modelli di business. E dunque diamoci qualche ipotesi:
1. La crisi editoriale di questi mesi non è la fine del mondo dei media tradizionali. Ci sarà un consolidamento ma non una sparizione. L'estremismo non è una buona pratica previsiva. È piuttosto un atteggiamento ideologico. E i giornali che hanno fatto comunque più giornalismo di qualità avranno, almeno in parte, una sorte migliore.
2. La pubblicità cercherà sempre nuove strade per trovare il suo pubblico. Non avrà bisogno dell'informazione se potrà contare su forme più dirette di contatto, come il viral marketing. Non avrà bisogno di contenitori di qualità se cercherà soltanto la quantità di potenziali consumatori da colpire con i suoi messaggi. Basterà cercare i luoghi di intenso traffico. Ma avrà bisogno di contesti di qualità ogni volta che vorrà rafforzare la credibilità dei marchi. E sarà disposta a pagare di più per questo. Già oggi, le inserzioni sui siti di semplice traffico costano dieci volte meno di quelle che vanno sui siti più accreditati. Bisogna capirlo e valorizzare l'opportunità.
3. La pubblicità comunque non pagherà tutto quello che oggi è pagato dal prezzo dei prodotti. Ma non è detto che il pubblico non sia mai più intenzionato a pagare i servizi editoriali che lo meritano. Non necessariamente in termini di prezzo di accesso all'informazione. Ma per esempio in termini di sostegno volontario all'attività professionale di chi informa. E c'è già chi ci sta pensando. Il caso di ProPublica - con 7 premi Pulitzer in redazione - è solo un esempio.

Si pensa che non sia abbastanza? Le forme di esposizione della ricerca giornalistica si moltiplicheranno. E così le forme delle relazioni economiche tra i giornalisti e il loro pubblico. Si farà giornalismo in teatro e sul web, al cinema e con i libri. E questo non sarà che l'inizio di un rinnovamento mediatico necessario. Come una purificazione.

Sarà dolorosa. Ma occorre qualcosa di nuovo. I giovani devono poter ricominciare ad accedere alla professione giornalistica. I giornali devono potersi ridefinire in base al proprio scopo: distinguendo quelli che si dedicano più all'ideologia o alla comunicazione o all'entertainment, che all'informazione. Quelli che ritroveranno la strada saranno ripagati. Perché se la società ha bisogno di persone che, accanto ai volontari dell'informazione, si dedichino a fare informazione professionalmente con un metodo empirico e trasparente, probabilmente troverà il modo di pagarle.

(da vedere su questi argomenti, sempre in chiave giustamente problematica, State of the News Media, via il friendfeed di GG).


ps. Quanto alla carta. Non si vede perché debba sparire. Si andrà riposizionando. È un display molto costoso. Dunque dovrà contenere informazioni molto preziose.

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Appunti precedenti


Bergamo, 12 maggio 2008
Una lezione sul giornalismo online
Per i colleghi dell'Eco di Bergamo


Da anni molti osservatori delle vicende editoriali annunciano un futuro inevitabile terremoto che cambierà drasticamente il paesaggio dell'industria dell'informazione. Andy Grove, uno dei pionieri di Silicon Valley, a lungo leader dell'Intel, ha sintetizzato l'idea nel 1999, sostenendo che nel corso dei successivi tre anni l'industria dei giornali avrebbe cominciato a sentire una stretta finanziaria fortissima, per la perdita di lettori a favore di internet (il resoconto è su Salon). E da allora una quantità di opinionisti, vagamente troppo semplicisti, hanno annunciato ricorsivamente la prossima fine dei giornali. Il 24 agosto del 2006, l'Economist ha dichiarato superata l'attesa, dedicando la sua copertina all'inchiesta intitolata "Who killed the newspaper?" (vedi blog).

La realtà è che i cambiamenti nelle opportunità offerte dalla tecnologia e nelle esigenze dimostrate dal pubblico, di fronte alle pretese della pubblicità e alle capacità dimostrate dagli editori e dai giornalisti, stanno effettivamente ponendo questioni fondamentali al business dell'informazione.

La complessità degli argomenti è rilevante. Ma alcune risposte stanno emergendo. E dipingono una fase di grandissima trasformazione per i giornali. Impongono una visione per attraversarla con successo. E propongono una nuova progettualità per i professionisti dell'informazione che potrebbe riservare anche sorprese positive.

La ricerca sarà accompagnata da tre considerazioni piuttosto dimostrate:
a. Il giornale non è la sua carta (e, se prende consapevolezza dell'ecosistema crossmediale dell'informazione, può rinnovare la sua missione)
b. Il pubblico si sta emancipando (erodendo tra l'altro l'attenzione e il tempo che dedica ai media tradizionali e partecipando alla generazione di informazione)
c. La pubblicità sta cercando nuove strade (sperimentando la crossmedialità, ascoltando quello che il pubblico sta dicendo, spostando risorse su nuovi media)

Di fronte a questi fenomeni, la visione e la consequenziale innovazione possono trasformare lo scenario verso tempi migliori, dice l'Economist del 1 maggio 2008.


1. Che cosa fa internet al pubblico interessato alle notizie?

Si possono cercare le solite testate. Beni esperienza.
Si possono cercare gli articoli attraverso gli aggregatori, saltando le testate.
Si possono andare a cercare approfondimenti sulle fonti dirette.
Si può contribuire all'informazione con i blog, youtube, flick, i social network.
Si possono confrontare diversi giornali facilmente. In Italia e all'estero.


2. Che cosa fa internet alla struttura dei giornali?

Si ampliano le tentazioni editoriali di confondere il giornalismo con l'entertainment.
Si ampliano i timori editoriali per il futuro del business. Si teme la cannibalizzazione.
Cambia la definizione di giornale. Non più tautologica ma fondata su un metodo di lavoro specifico.
Si recupera lo spirito di servizio del giornalismo. Informazione per il pubblico contro comunicazione per le fonti.
La filiera produttiva non è più lineare ma crossmediale. Il lavoro dei giornalisti cambia per poter recuperare qualità.


3. Quali modelli di business?

La pubblicità: i banner
La pubblicità: i link sponsorizzati
Gli abbonamenti (archivi, notizie, approfondimenti)
Il business to business (agenzie per altri siti)
Vendita di altri servizi editoriali


4. Quali peculiarità per l'informazione locale?

La qualità diventa un plus fondamentale. Gli specialisti contano. (Washington Post)
L'iperlocalismo dei blog di informazione (Il blog sulla metropolitana di Londra di Annie Mole)
I costi bassi dei giornali nati online e che penetrano in una società che li accoglie (Varese News)
Il pubblico del giornale locale si raggiunge anche molto lontano (Il primo in Italia è stato l'Unione Sarda)
La crossmedialità è già avanzata in molte città a livello editoriale


5. È possibile per i giornalisti sviluppare e realizzare una visione del futuro?

La felicità e le relazioni. La struttura di un medium fatto di relazioni
Il giornale al servizio delle relazioni tra i cittadini.
Il declino della struttura industriale tradizionale.
Il nuovo paradigma della società della conoscenza
Lo sviluppo locale è il fondamento dello sviluppo tout court. E si basa sulla cultura


Link
Manuale di giornalismo
Online journalism review
Macloo online journalism
Wikipedia
Online journalism blog
Teaching online journalism
Il Corriere e i 10 comandamenti del Washington Post
Blog Luca De Biase


Studi
User generated content Oecd
Modelli di business non chiari First Monday
Il fattibile tecnologicamente non sarà necessariamente adottato First Monday
Diverso approccio alla selezione delle notizie First Monday
L'immediatezza conta di più delle funzionalità di personalizzazione First Monday
Ottimismo dei direttori. E preferenza per le redazioni integrate online offline. World Association of Newspapers Repubblica
Come innovare nel mondo dei giornali: Newspapernext, dell'American Press Institute.
Informazione v. comunicazione (blog)


Esempi di sperimentazioni
Robin Good MyBlogJournal
Nova100
New York Times
Guardian
Ask.com Big News
Huffington Post
Democracy now
DallasNews (lavorare con i lettori su grandi moli di documenti)
E-Ink (conversazione, Washington Post)


Problemi:
agenda (chi stabilisce l'agenda? sempre i media tradizionali?)
simbiosi (l'economia della simbiosi vince nell'ecosistema dell'informazione)
consapevolezza della necessità urgente di innovare
bottom-up e top-down (kevin kelly): la qualità
le conseguenze sintetiche della coda lunga
citizen journalism v. crowdsourcing 10 domande


Altri appunti e citazioni:


I managed to irk pretty much everybody with my post Citizen journal breaks a heroic story. Shelley Powers and David Kearns both took issue with the "citizen journalism" concept. Shelley said it doesn't work, and David pleaded "for the demise of that horrible 'citizen journalist' meme". Liz Straus, who pointed me to the story in the first place, said "Aw Doc, why the focus on citizen journalism and not the focus - as David point's out - on the oral history that's been happening since time began?" More than one comment gave David Armano a hard time for apparently preferring to report via Twitter and blog, rather than through mainstream news media. David himself weighed in with good answers to his critics, and added, "This isn't real journalism and I don't think anyone would claim it to be (I wouldn't). It just demonstrates that the average person can tell a story from there perspective. I was there, I saw what I saw and told that story. That's all."

But is it?

"Given enough eyeballs, all bugs are shallow", Linus's Law says. But we have to do better than just de-bugging posts like David Armano's and mine. The mainstream media never had enough eyeballs, or time, to do a job that was even close to ideal. And now, as advertising money and eyeballs both flood over the banks of mainstream media and out through the surrounding jungle of blogs, twitters, cell calls, text messages and countless other outlets for information, we clearly need to think afresh about re-institutionalizing the means by which we get trustworthy news to each other, and how we then debug and interpret it along the way.

We've not only hardly started to build the new (or renewed) institutions we require; we barely have a common understanding for what we're doing in the meantime. "Citizen journalism" sounds right to some, "horrible" to others. Blogs are journals in the literal sense, but few carry the same breed of responsibility long ferried by major newspapers and magazines. (Although fate may put bloggers in that position from time to time.) While we debate whether or not new media authors practice "real journalism", the need to report What's Going On not only persists, but has more means than ever.

This is why I've lamented the dying not only of local newspapers, but of full-service local radio in most smaller U.S. cities, and the failure thus far of everybody (bloggers, public radio, you name it) to fill the void. Old acts are failing and new acts are not fully together.

Earlier this year Dan Gillmor and JD Lasica put together five basic Principles of Citizen Journalism (accuracy, thoroughness, transparency, fairness, independence) that should refresh veteran journalists while educating rookie ones. We also need new institutions where these kinds of principles can be practiced. And new practices where these principles can be institutionalized.

If you're looking for a good cross-section of possibilities here, check out JLab and the Knight-Batten awards, which are given to worthy efforts in constructive journalistic directions.

While all these are good, the larger trend to watch over time is the inevitable decline in advertising support for journalistic work, and the growing need to find means for replacing that funding [~] or to face the fact that journalism will become largely an amateur calling, and to make the most of it.

This trend is hard to see. While rivers of advertising money flow away from old media and toward new ones, both the old and the new media crowds continue to assume that advertising money will flow forever. This is a mistake. Advertising remains an extremely inefficient and wasteful way for sellers to find buyers. I'm not saying advertising isn't effective, by the way; just that massive inefficiency and waste have always been involved, and that this fact constitutes a problem we've long been waiting to solve, whether we know it or not.

Google has radically improved the advertising process, first by making advertising accountable (you pay only for click-throughs) and second by shifting advertising waste from ink and air time to pixels and server cycles. Yet even this success does not diminish the fact that advertising itself remains inefficient, wasteful and speculative. Even with advanced targeting and pay-per-click accountability, the ratio of "impressions" to click-throughs still runs at lottery-odds levels.

The holy grail for advertisers isn't advertising at all, because it's not about sellers hunting down buyers. In fact it's the reverse: buyers hunting for sellers. It's also for customers who remain customers because they enjoy meaningful and productive relationships with sellers - on customers' terms and not just on vendors' alone. This is VRM: Vendor Relationship Management. It not only relieves many sellers of the need to advertise - or to advertise heavily - but also allows CRM (Customer Relatinship Management) to actually relate, and not just to capture and control.

As VRM grows, advertising will shrink to the the perimeters defined by "no other way". It's hard to say how large those perimeters will be, or how much journalism will continue to thrive inside of them; but the sum will likely be less than advertising supports today.

The result will be a combination of two things: 1) a new business model for much of journalism; or 2) no business model at all, because much of it will be done gratis, as its creators look for because effects - building reputations and making money because of one's work, rather than with one's work. Some bloggers, for example, have already experienced this. Today I have fellowships at two major universities, plus consulting and speaking work, all of which I enjoy because of blogging. The money involved far exceeds what I might have made from advertising on my blogs. (For what it's worth, I have never made a dime of advertising money by blogging, nor have I sought any.)

On the with effects side - money made with journalism, rather than because of it - perhaps the new institutions of journalism will become more accountable as journalism's consumers pay its producers directly. I don't know how we'll get to that, but it will necessarily involve VRM, and I would love to help build it.

One sure thing: a primary building material for the future institutions of journalism will be the work of amateurs sort, the best of which will honor that adjective's original meaning: one who loves a subject, but does not require payment for obsessing constructively about it. Again, the old system does not go away, but grows to include both the old and the new.

Just don't expect advertising to fund the new institutions in the way it funded the old.

Doc Searls

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January 16, 2009





Is ad-supported journalism viable in a pay-for-performance age?



Filed under: Media, ideas [~] Ethan @ 3:17 pm






While a great deal of what I write here is underinformed speculation, this piece is unusually speculative and underinformed. It's possible that I'm flat out wrong about the idea I'm developing here. Im putting it forward with the hopes that folks will react with examples and data that help prove or disprove this theory. Being told that I'm unambigiously wrong with good data demonstrating my error would be very helpful. Simply being told I'm wrong - less helpful.

A friend works for the local newspaper, the Berkshire Eagle, editing a weekly arts and calendar section. I visited her at her office the other day and surprised - staggered, actually - at the size of the office. While the paper relies on dozens of unpaid correspondents and pay-per-piece freelance contributors, it also has eight editors, several reporters, professional compositors/paginators, and departments for administration, circulation and ad sales. My friend guessed that, with everyone in the office, day and night shift, there were at least sixty full-time employees responsible for producing, distributing and monetizing the paper.

I don't mean to suggest that this is excessive, or that the newspaper's (legendarily tightfisted) management is running anything other than a lean, efficient operation. While the office is responsible primarily for the 26,000 circulation daily newspaper (not bad for a paper that serves a county of 135,000 people), it also publishes a 6,000 circulation paper focused on the northern Berkshires and southern Vermont. And the mighty four-color presses in the basement produce an additional Vermont paper, helping defray the costs of production. (Given the parent company's financial difficulties, and the downgrade of their bonds deep, deep into junk status, any efficiencies are surely appreciated.)

What I was amazed by was how much advertising and subscription revenue the paper must generate to support dozens of full-time jobs. I haven't been able to find revenue numbers specifically for the paper, but a back of the hand calculation suggests that it must be generating significantly more than $2 million a year in subscription and ad sales to support salaries and production costs. It's quite possible that subscription is what keeps the paper alive - at a retail price of $176.88 for daily home delivery, subscriptions could generate a couple million a year. (I assume not everyone is paying retail price, which means that some significant part of the paper's revenue picture comes from advertising.) I find the advertising side of the business harder to comprehend, however.

I help run a fairly popular online citizen media site, which is visited by roughly 300,000 visitors a month. We're doing a great deal of strategic planning at the moment, looking for ways to broaden our revenue base from foundation support and corporate parterships to include online advertising revenue. As we run the models, the numbers aren't especially pretty. Suffice it to say, very few of our models project us making a million dollars a year in online ad sales. Fortunately, we've got less than half a dozen full-time employees as well as an army of volunteers and contractors, so we don't need nearly as much revenue to support our work as our local newspaper does.

The difference in ad pricing between online and print advertising is something I'm finding mind-boggling. Advertising inserts in the Berkshire Eagle are priced at a base rate of $45 per thousand customers for two print pages, targeted by zipcode. Those prices don't include production costs - the advertiser is responsible producing the inserts and delivering them to the production facility. The cost covers the insertion of the ad into the appropriate papers and their delivery.

This model of advertising pricing - called CPM (cost per thousand) - is what early internet companies tried to use to monetize content. In the early days of Tripod, we called our friends who worked for glossy magazines, found out what they were charging for ads in CPM terms - usually $20-$60 - and asked our advertisers to pay at least as much. Our logic? Since you can't click on a magazine ad, they simply build brand, while ours build brand and can lead to sales.

We were able to earn $45 CPMs for a little while, until advertisers started to question our logic. In some cases, they saw other sites offering much cheaper rates; in other cases, they questioned whether the ads really were leading directly to sales, as they could track who'd clicked on the ads. CPM rates fell across the industry. Some sites continue to make pretty good money on a CPM basis, especially sites with highly targetted content likely to appeal to a certain type of customers. Federated Media, an advertising network that focuses on technology content, offers CPM ads from $3 to $26. Most content providers don't see rates that high. According to Technorati's 2008 state of the blogosphere, US bloggers who accept advertising saw a mean CPM of $4.20, but a median of $1.20 - that implies a small number of bloggers earning high CPMs for highly targetted content, and a lot of folks selling impressions at $1 per thousand.

The real problem for web publishers like Tripod wasn't the fall in CPM rates, but the switch to "performance-based advertising". As advertisers started to wonder whether ads were really leading towards sales, they started to pay not on an impression basis, but on a click basis. This makes much better sense for an advertiser - a click is a sales lead, and a marketer can decide she wants 500 new leads a month and will pay for 500 clicks. The problem with pay per click from the content provider's point of view is that clicks depend a great deal on the creativity of the ad. A truly great ad might get clicked 2-3% of the time, while a lame one could get less than 1% clickthrough, eating valuable ad inventory.

Google and Overture both figured out how to navigate the pay-per-performance world, setting up ad auctions where advertisers could bid to place their ads on search results pages, paying per click. Ads that were rarely clicked were placed lower on the results page, resulting in fewer clicks and incenting the advertisers to improve their copy. While highly targeted ads (an ad for roofing services in Pittsfield, MA) might be worth several dollars a click, most ads sell for a dollar or less a click, often much less. An ad that sells for a buck a click and gets 1% clickthrough is functionally a $10 CPM ad, which suggests that lots of ad inventory (the nickel-a-click stuff) selling at sub-$1 CPM.

Pay per performance seems to be the way of the future. JP Morgan analyst Imran Khan sees performance ad revenue growing more quickly than impression based and representing roughly two-thirds of the online market. CPM-based advertising is apparently less appealing to advertisers and may fall in price.

That's why $45 CPM seemed pretty high to me. Not that there isn't ad inventory that might be worth the price. The New York Times has recently started selling ads on its front page for $75,000 on weekdays, a $75 CPM, given the paper's print circulation of slightly over a million. The front page of the national paper of record is a pretty good way to gain some attention for your product or service. But that's not what we're talking about - we're talking about the sort of inserts supermarkets put into your newspaper to promote a 3 for 1 sale on nectarines. Those tend to catch my attention only when I'm looking for kindling. It's hard to believe that they are, reader for reader, worth 60% of what a front page ad on the New York Times is worth. Or that they're worth paying $4.50 a click, which is what would yield a $45 CPM in a pay per click environment, assuming 1% clickthrough.

Perhaps these prices aren't entirely rational.

Scott Karp wrote a lovely piece for Publishing 2.0 about 18 months ago called "Newspaper Online vs. Print Ad Revenue: The 10% Problem". The title refers to Karp's astute observation that "print circulation is about 10% of total audience reach, while online advertising revenue is 10% of total ad revenue [~] the economics are nearly the perfect inverse of what they should be." In other words, online readers of the Times were worth roughly 1/100th of what offline readers were in advertising terms. (They're worth even more inasmuch as most are paying subscription fees.) There's all sorts of ways to make these numbers make more sense - circulation bureas estimate that issues of the Times are read by multiple people, which means each of those print ads viewed multiple times. But the fact remains - online ads sell for much, much less than offline ones.

The comment thread associated with the piece is helpful, and includes a number of readers trying to help explain the disparity. Online advertising isn't especially mature yet, one suggests, and therefore significantly cheaper. The ability to target specific geographic markets makes newspapers more useful for non-virtual retailers. (Hmm. Given that the Times has been losing local audience and becoming a national paper over the past decade, this one is harder to swallow.)

A comment from Joshua Jeffryes rings true to me:

When I worked in Advertising the ineffectiveness of advertising was hardly a secret. But customers couldn't measure the effectiveness of ads. So they paid and continue to pay ridiculous prices for them.

Online ads, on the other hand, are measurable. They work just as well, if not better, than print, television, etc., the difference is that for the first time ad customers know exactly how ineffective they are.

Basically, there are two ways to explain the disparity in online and offline ad cost. One is to argue that paper ads are, for some combination of reasons, ten to a hundred times more effective than online ads. The other is to argue that advertisers are better at pricing online ads than offline ads.

In the days before the internet, advertisers made choices between billboards, radio and TV ads, the phone book and newspapers. All these ads work on an impression basis - it's very difficult to measure the effectiveness except via anecdote (I put up lots of ads and my sales increased) or by asking customers to bring the ad to you as a coupon. In comparison to the sort of detailed information on performance you can get from Google Ads, measuring the performance of newspaper advertising seems impossibly inexact.

Let's posit for a moment that the price of newspaper ads may have more to do with how much money a newspaper needs to earn to keep the presses running, rather than how effective they are at producing new business for advertisers. It certainly may make sense that the Eagle has to sell inserts for a CPM of $45 to continue producing the paper without suffering large losses. Why are advertisers willing to pay these prices without strong evidence that they give an effective yield? They may not have much choice - other options in a community where many customers are offline are also pay per impression and may be similarly expensive. The worry the local Price Chopper has is that if they don't produce an insert and the Big Y does, perhaps they lose their share of the local customerbase. Without good methods to track the effectiveness of the print ads, the Eagle's ability to sell ads may have more to do with comparable ad rates in other local newspapers or radio stations.

So what happens if the market rationalizes, if pay per performance advertising becomes a viable way to reach the majority of consumers who consume a particular publication? This may be what's happening to papers like the New York Times. As print circulation decreases and online readership increases, it seems like the newspaper could still afford to produce high quality journalism. But if online ads sell primarily on the basis of their effectiveness, and print ads sell for other historical, competitive and less rational factors, revenue could fall sharply as readership increases. There's certainly no shortage of speculation that the Times, like almost all newspapers, may be in trouble (though the Times's response to a particularly gloomy Atlantic article is a masterpiece.)

Whatever objections I have to the Berkshire Eagle's charming habit of making yesterday's weather the lead story in the day's paper, I don't want it to go out of business. And I really don't want the New York Times to go under. But I'm starting to worry about the irrationality of the model that's supported journalism for the past several decades.

I remember a conversation before an academic conference in 2006 with a New York Times reporter. In typical conference fashion, we'd been paired up, blogger and "real journalist" to discuss the future of journalism. Talking informally the night before, the reporter said, "I don[base ']t really understand how it is that Bloomingdales underwrites our Africa coverage, but as long as they're doing it, I'm not complaining."

I'm not either. But I am worried. What happens when Bloomingdales wises up and concludes that they'd save a small fortune by advertising online, targetting only to readers who actually live near their stores?

Here's my concern. If I'm right and print advertising costs are fundamentally irrational, then it's possible that the way we've built media in the United States can't survive a transition to a more rational market. That would be bad. Newspapers aren't just businesses - they serve a critical function in a democratic society, informing citizens so they can make intelligent voting decisions, lobby their elected representatives on issues of their concern and hold political and business powers accountable.

What if the idea that commercial enterprises should carry out the public interest function of journalism is built on a fundamentally broken model? What if advertising worked pretty well as a way of subsidizing public interest journalism only so long as advertisers didn't understand the effectiveness of their ads? Putting aside all the other reasons why commercial journalism may be flawed - the tendency of newspapers and television channels to seek readers by publishing "edutainment" rather than investigation, the worry that papers will hesitate to publish stories that might embarrass advertisers - what if ad supported journalism is only viable in a world where we radically overvalue the worth of ads?

That would be a bad thing. Seth Godin argues that there may be lots we're willing to either throw away from the local newspaper or have covered by new online providers, but we need to ensure that there's still a way to engage in serious investigative journalism: "I worry about the quality of a democracy when the the state government or the local government can do what it wants without intelligent coverage. I worry about the abuse of power when the only thing a corrupt official needs to worry about is the TV news. I worry about the quality of legislation when there isn't a passionate, unbiased reporter there to explain it to us."

Godin believes that we'll find another way to provide for this coverage. "Maybe it's a public good, a non profit function. Maybe a philanthropist puts up money for prizes. Maybe the Woodward and Bernstein of 2017 make so much money from breaking a story that it leads to a whole new generation of journalists."

Maybe. I wouldn't count on it. My friends who are engaged in online projects to conduct "difficult journalism" - the sort of investigative reporting Godin is talking about, as well as international coverage, are worried about revenue models. We get support from the foundation community, but foundations can't provide support forever, and all would like to know when we're going to be able to work without their support.

We're all looking at models that include some advertising support. What if the model that brough us Upton Sinclair and Woodward and Bernstein - impression advertising - can't bring us into the future because it's based on uneven distribution of information and bad math?


Friend and colleague Doc Searls has an important post that I wish I[base ']d read before writing this. He sees a similar set of problems with the rise of pay for performance advertising, and argues that systems where buyers find sellers - which he calls VRM (vendor relationship management) systems - will be an important force for supporting journalism in the future. Worth reading.










Ethan Zuckerman

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Principles of Citizen Journalism



Welcome to Principles of Citizen Journalism. In this special section, our goal is to detail the bedrock foundations of journalism to help citizen reporters master the fundamentals of the craft in a networked age. We've interviewed citizen media publishers and thought leaders in an effort to flesh out the core values and tenets of quality journalism at the grassroots level. We're not saying that bloggers must follow these guidelines. We are saying that if you're committed to practicing journalism online, these principles deserve your attention. We hope you'll participate in this ongoing conversation. (More on our About page.)






















Accuracy

Getting your facts right isn't always so simple. Thought leaders in citizen media and traditional journalism offer their guidance in a slide show on best practices, interviews, a screencast on how to make corrections online, a tip sheet and a confession corner where journalists admit some gut-wrenching gaffes. See Accuracy.

Thoroughness

Before the wisdom of the crowd kicks in, thoroughness shows readers that you've done your homework and gone the extra mile. We offer offers insights from a fact-checker for the Atlantic magazine, a talk with Wikipedia founder Jimmy Wales, a proposal for updating breaking news in a different way, and more. See Thoroughness.

Fairness

Playing fair is a central precept of both citizen journalism and blogging. We show how to present a story or argument fairly, where to turn for diverse viewpoints, and how media bloggers think about the topic. See Fairness.


Transparency

A core principle of the craft is simply this: Disclose, disclose, disclose. We hear from citizen journalists on the front lines, an essayist about anonymous bloggers, the creator of Rocketboom about accepting a payment from a presidential candidate, and more. See Transparency.

Independence

What does it mean to be independent as a citizen journalist or blogger? We explore the topic with pioneers in the field, hear from a top official of OhmyNews, talk trust with Jay Rosen and Doc Searls, examine business reporting on the ethical edge, and more. See Independence.

Citizen media interviews

We hit the bricks and conducted video and audio interviews with more than 20 thoughtful people about the issues addressed in this project [~] folks like Jimmy Wales, Jay Rosen, Mary Hodder, Ethan Zuckerman and many others. See Interviews.

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Photos across top of page (from left to right) by Rob Milsom, Tom Magliery, Elaine Yeung, Stefan Jansson, Geren W. Mortensen, Jr., John Cumisky

Kcnn

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When newspapers are gone, what will you miss?

Years and years after some pundits began predicting the end of newspapers, the newspapers themselves are finally realizing that it's over. Huge debt, high costs, declining subscription rates, plummeting ad base--will the last one out please turn off the lights.



On their way out, though, we're hearing a lot of, "you'll miss us when we're gone..." laments. I got to thinking about this. It's never good to watch people lose their livelihoods or have to move on to something new, even if it might be better. I respect and honor the hard work that so many people have put into newspapers along the way. If we make a list of newspaper attributes and features, which ones would you miss?



Woodpulp, printing presses, typesetting machines, delivery trucks, those stands on the street and the newsstand... I think we're okay without them.



The sports section? No, that's better online, and in no danger of going away, in fact, overwritten commentary by the masses is burgeoning.



The weather? Ditto. Comics are even better online, and I don't think we'll run out of those.



Book and theater and restaurant reviews? In fact, there are more of these online, often better, definitely more personal and relevant, and also in no danger of going away.



The full page ads for local department stores? The free standing inserts on Sunday? The supermarket coupons? Easily replaced.



How about the editorials and op eds? Again, I think we're not going to see opinion go away, in fact, the web amplifies the good stuff.



What's left is local news, investigative journalism and intelligent coverage of national news. Perhaps 2% of the cost of a typical paper. I worry about the quality of a democracy when the the state government or the local government can do what it wants without intelligent coverage. I worry about the abuse of power when the only thing a corrupt official needs to worry about is the TV news. I worry about the quality of legislation when there isn't a passionate, unbiased reporter there to explain it to us.



But then I see the in depth stories about the gowns to be worn to the inauguration or the selection of the White House dog and I wonder if newspapers are the most efficient way to do this anyway.



The web has excelled at breaking the world into the tiniest independent parts. We don't use this to support that online. Things support themselves. The food blog isn't a loss leader for the gardening blog. They're separate, usually run by separate people or organizations.



Punchline: if we really care about the investigation and the analysis, we'll pay for it one way or another. Maybe it's a public good, a non profit function. Maybe a philanthropist puts up money for prizes. Maybe the Woodward and Bernstein of 2017 make so much money from breaking a story that it leads to a whole new generation of journalists.



The reality is that this sort of journalism is relatively cheap (compared to everything else the newspaper had to do in order to bring it to us.) Newspapers took two cents of journalism and wrapped in ninety-eight cents of overhead and distraction. The magic of the web, the reason you should care about this even if you don't care about the news, is that when the marginal cost of something is free and when the time to deliver it is zero, the economics become magical. It's like 6 divided by zero. Infinity.



I'm not worried about how muckrakers will make a living. Tree farmers, on the other hand, need to find a new use for newsprint.



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  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...