Recently in perplessità Category

Progresso e caos

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
La missione Apollo, quella che portò negli anni Sessanta gli astronauti sulla Luna, è costata al valore attuale 140 miliardi di dollari.

Enorme. (Lo raccontava la guida del Museo della Scienza di Milano).

Allora si spendevano per il progresso tecnologico. E per la gara con i sovietici. Oggi si spendono per la guerra in Iraq e per salvare le banche iperspeculative, lobbistiche, americane.

Allora si spendevano in vista di una prospettiva. Oggi si spendono per tenere sotto controllo il caos.


Larry Lessig ha portato a Montecitorio la cultura remix. Il bello della rete nella sua pienezza. 

Poi, nell'incontro di ieri intitolato internet è libertà, ha voluto insistere sul fatto che esistono fenomeni positivi e fenomeni negativi nella rete. E che ogni "opposto estremismo" va superato. I punti che ha lanciato sono discutibili ma interessanti: vanno salvaguardati insieme il copyright e il diritto a costruire creazioni sulla cultura pubblica sedimentata in una società; vanno salvaguardati insieme il giornalismo dei cittadini e il giornalismo professionale d'inchiesta; va salvaguardata la tensione alla trasparenza nella politica e la possibilità di credere nella democrazia. Si può discutere su ciascun fatto che Lessig ha portato a sostegno delle sue tesi. Ma diciamo che è positivo passare da una contrapposizione radicale e sanguinosa a una discussione costruttiva che trovi il modo di valorizzare tutti i legittimi diritti in gioco.

Difficile non temere che il dialogo aperto da chi vuole l'innovazione non sia una finestra aperta alla durezza di chi vuole la conservazione. Ma è pur vero che prima o poi si dovranno trovare soluzioni che superino la fase rivoltosa e entrino in una fase costruttiva. Lessig crede che sia il momento di passare alla fase costruttiva perché ritiene che i fatti dimostrino che la rete non si ferma e non si può fermare, che i giovani sono ormai in un'altra epoca storica, e che gli adulti possono solo scegliere se essere i dinosauri che combattono la loro ultima battaglia prima dell'estinzione o se aiutare alla costruzione del nuovo mondo.

Di certo, nell'incontro di ieri, il contrasto più grande e sorprendente è stato quello che si è notato nella differenza sostanziale tra l'impostazione aperta e visionaria di Gianfranco Fini e le posizioni minimaliste e conservatrici di Paolo Romani.

Il panel era decisamente favorevole all'idea che internet è libertà. Il pubblico con ogni evidenza lo era ancora di più. Fini ha fatto un'ottima figura, ma non ha contraddetto punto per punto le posizioni di Romani (anche perché quando il viceministro ha parlato era andato via). Sicché non si è sentito nulla intorno alla speranza che alla Camera un decreto che blocchi lo sviluppo libero della rete sarà discusso con attenzione critica, non ha detto che si farà di tutto per sbloccare i fondi per la banda larga, non ha detto che internet va considerata una priorità dello sviluppo del paese e non una spesa da fare quando sarà passata la crisi.

Romani era con ogni evidenza sulla difensiva. Il suo decreto di "attuazione" vagamente creativa della direttiva europea, anche dopo le spiegazioni fornite ieri, resta di un'ambiguità sconcertante nei confronti di chi voglia far partire un'iniziativa aziendale che si basi sulla produzione di video da distribuire online; su YouTube in particolare non sembra ancora chiaro (ha detto che la direttiva si occupa di video on demand e near video on demand, alludendo al fatto che potrebbe assomigliare a YouTube anche se di fatto non ci assomiglia per niente). Quello che è chiaro è che il decreto non si occupa dei privati senza scopo di profitto (dunque si può fare una televisione online non profit?). Vedremo il testo definitivo: per ora i dubbi superano le certezze e il sistema è frenato (il che non è certo coerente con l'affermazione di principio secondo la quale internet è libertà). Sui fondi alla banda larga l'ambiguità è massima (ne parla anche Alessandro). Si capisce solo che non sono considerati una misura di sviluppo ma una spesa da fare quando si potrà.

Internet è libertà. Ma la libertà non è solo una questione di principio.

Innovazione per decreto

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Un decreto "interpretativo" e non "innovativo" è un'innovazione..

O no?

Potere

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Non ci sono parole... Giocavano a pallone: la squadra che perdeva, proprietaria del campo e del pallone, "interpretò" le regole durante la partita. Neppure i tifosi di quella squadra erano contenti.

Perché lo sanno tutti quello che è successo vero?

Vero?

Dubbi Romani

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
L'Aiip è furente con il Decreto Romani. Dice che la nuova norma è un "grande fratello di stato". Come se non bastasse quello della Endemol, l'Aiip vede nel decreto una serie di mancanze gravi che aprono la strada alla trasformazione dei provider in sceriffi tagliando fuori i magistrati.

Stefano Quintarelli è più tranquillo, nonstante che lui quelli dell'Aiip li conosca bene. E parla di un "bug" nel decreto che unito all'assenza di un richiamo alla direttiva ecommerce (quella che dice che le piattaforme non sono responsabili di quello che fanno gli utenti) dal quale potrebbero passare un sacco di guai. Ma la sua formulazione tranquilla induce a pensare che anche questo come ogni altro bug si possa correggere.

Alessandro Longo lavora di fino sulle perplessità. E vale la pena di leggerlo per capire che non si capisce per esempio se YouTube nel decreto è televisione o no.

Le reazioni a caldo di ieri.

Romani: vagamente ambiguo

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Il decreto Romani è passato al Consiglio dei ministri. Non contiene molte delle norme iper restrittive che sembra caratterizzassero le prime bozze. Non riguarda i blog e le attività degli utenti che generano contenuti. Non richiede controlli preventivi sui contenuti da parte delle piattaforme. Casomai è ambiguo sulla questione dei siti che professionalmente pubblicano video. La commissione europea comunque è chiara. Dunque le ambiguità, si spera, saranno superate dalla normativa più generale europea. Ma le ambiguità hanno comunque l'effetto di tenere sotto pressione la rete e probabilmente non lasciano tranquilli quelli che dovrebbero investire per sviluppare nuovi business online. Il testo su Repubblica.

Zambardino vede un po' di confusione. O'Presidente vede l'esclusione esplicita dei blog. PenneDigitali osserva la scarsa chiarezza sui provider. Dany si fa domande. Guido Scorza resta convinto dei suoi dubbi e pur apprezzando i cambiamenti apportati al testo pensa che i problemi non siano superati. Quinta segnala il testo e lo studia domani.

Il bizzarro caso della lista Polverini

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Bonino ha fatto uno sciopero della fame e della sete per la legalità delle liste. E alla fine ha avuto ragione. Perché nessuno ha potuto non notare che la lista Pdl-Polverini non è stata presentata nei termini previsti. Quindi non c'è alle elezioni regionali del Lazio.

Considerazioni:
1. C'è il grande tema della legalità. Che è anche rispetto delle prassi burocratiche, specialmente nelle questioni relative alle liste elettorali. Tutti uguali di fronte alla legge. Punto e basta.
2. C'è il bizzarro tema della legittimità. Come negare che sia difficile mandare giù il fatto che gli elettori laziali che vogliono votare a destra non possano avere il loro partito da votare? 
3. Perché le liste del Pdl non sono arrivate in tempo? Tre ipotesi: o chi se ne doveva occupare è uno sciamannato e la Polverini non ci ha badato abbastanza; o qualcuno nel partito della destra ha sabotato la Polverini e chi la appoggiava...; oppure qualcuno ha voluto creare un caso come questo perché chi troverà il modo di risolverlo obbligherà la Polverini a essergli molto grata...

Assoluzione mezza piena e mezza vuota

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Far credere ai telespettatori del tg1 che Mills è stato assolto è falsare la realtà oppure cambiare il senso delle parole, dicono migliaia di cittadini. Chi dice che la realtà è stata falsata infatti pensa che l'assoluzione dichiari la non colpevolezza, mentre la prescrizione ribadisca la colpevolezza ma liberi dalla pena perché i termini sono scaduti. La differenza sembrerebbe condivisa dallo stesso presidente del consiglio che ha dichiarato di volere l'assoluzione piena e non la prescrizione.

Ma nella confusione, si finisce col cercare di approfondire il significato della parola "assoluzione". Purtroppo in questo momento su Wikipedia la parola è spiegata solo nei termini previsti dal mondo ecclesiastico: l'assoluzione è la remissione dei peccati e delle punizioni connesse che si ottiene dopo la confessione. (Evidentemente non è questo il senso dell'assoluzione piena sperata dal leader della destra e del governo). 

Il senso più generale della parola "assolvere" è nel dizionario del Gabrielli, Hoepli: "Liberare da un impegno, sciogliere da un vincolo: a. da un obbligo, da un giuramento, da un voto". Ma l'assoluzione ha anche un senso tecnico giuridico ben preciso: "Dichiarazione, emessa con la sentenza conclusiva del processo, che esclude la responsabilità penale dell'imputato: l'avvocato ha chiesto l'a. dell'imputato; il giudice ha emesso una sentenza d'a.". In questo caso il giudice non ha assolto: ha prescritto, eliminando la pena perché era passato troppo tempo...

Sempre sul Gabrielli si legge: "Prescrizione: Estinzione di diritto quando esso non venga esercitato per un periodo di tempo stabilito dalla legge: cadere in p.; acquistare, perdere un diritto per p.; diritto colpito da p.
Prescrizione acquisitiva, usucapione
Prescrizione estintiva, nei riguardi di chi perde il diritto
‖ In materia penale, condizione di un reato che dopo un determinato numero di anni non può più essere perseguito, o di una pena che non può più essere scontata". Proprio quest'ultimo punto è quello che riguarda il processo Mills.

Insomma: la parola "assoluzione" per Mills è sbagliata e il pubblico che l'ha ascoltata non è stato informato correttamente.

«Fabbrica di cervelli» by Polverini

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Forse bisognerebbe smettere di parlare di «fabbriche di cervelli» per parlare di sistemi educativi avanzati. Se ne è parlato in passato in tutt'altro contesto politico. E oggi ne ha parlato Renata Polverini. Fa venire in mente che ai potenti non basta più condizionare, o manipolare, oppure sterilizzare i cervelli. Se li vogliono proprio fabbricare...

Nuovo buco nella privacy su Facebook

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Zachary Seward ha ricevuto nella sua posta elettronica 128 messaggi privati scambiati su Facebook tra persone che non conosce. (Wsj).

E' sempre più chiaro che le piattaforme internettare che invocano la libertà di espressione, dovrebbero impegnarsi a garantire meglio la privacy...
La Commissione europea tiene d'occhio gli sviluppi delle regole italiane su internet. Anche a seguito della decisione di condannare Google per la faccenda dei video, riporta Prima. E interverrà - se necessario - per salvaguardare internet come luogo della libertà di espressione.

La brutta giornata di Google / update

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Si poteva essere fiduciosi se la questione fosse stata soltanto una mancata chiarezza da parte di Google nei termini di servzio. (Vedi post precedente).

E probabilmente la questione si risolverà proprio in riferimento a questo.

Ma resterà aperta un'altra questione. Rilevante: perché è probabile che il diritto alla libertà di informazione e il diritto alla privacy saranno sempre più in conflitto. E tutti coloro che vorranno ridurre la prima potranno appellarsi alla seconda.

Allora sarà importante capire bene la seconda. E in questo caso a quanto risulta c'è un aspetto molto interessante. Perché in questo caso non ci sarebbe stata nessuna diffusione di dati sensibili sulla salute del ragazzo presentato nel video come affetto da sindrome di Down, se è vero quanto risulta: e cioè che il ragazzo non era affetto da sindrome di Down. Era malato, purtroppo, ma non di quella malattia.

Occorre dunque conoscere la sentenza per poter dire qualunque altra cosa.

Perché se tutto questo portasse a dire che la piattaforma deve assicurarsi che chi pubblica abbia tutti i diritti per farlo anche chiedendo ai terzi interessati prima di consentire la pubblicazione, questo costituirebbe una complicazione enorme per ogni piattaforma di user generated content. Se si trattasse semplicemente di scrivere meglio i termini di servizio la questione si risolverebbe abbastanza facilmente. In attesa di capire meglio l'intricatissima legge sulla privacy e la scarsa volontà da parte delle piattaforme di assumersene tutti gli oneri.

La brutta giornata di Google

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
La sentenza italiana su Google dice dunque fondamentalmente che i giudici non considerano la piattaforma come un editore (non è condannata per diffamazione) ma la considerano responsabile se ci sono violazioni della legge sulla privacy, in particolare per la diffusione di dati sensibili relativi alla salute di una persona. E' possibile che questo problema sia risolto semplicemente aggiungendo un bottone alla piattaforma che, nel momento in cui un utente si iscrive per pubblicare qualcosa, chieda di dichiarare che il contenuto uploadato non infrange la legge sulla privacy? Vedremo.

Invisigot concorda nel vedere la sentenza come una causa di complicazione per gli user generated content. Matteo è d'accordo. Gboccia vede un difficile equilibrio tra libertà di parola e privacy. Dario se ne preoccupa ancora più decisamente. E cita Stefano e Guido, oltre che il parere di Vidi Down che nonostante i diretti interessati si fossero ritirati ha continuato la causa. E questo è il parere di Google.

Non si può non considerare il fatto che ci mancano le motivazioni della sentenza. Se quando le pubblicherà il giudice dimostrerà di aver tenuto conto di tutto correttamante, trovando semplicemente che nei termini di servizio di Google all'epoca dei fatti non c'erano tutte le precauzioni necessarie per evitare che gli utenti uploadassero materiale lesivo della privacy, tutta la vicenda assumerà contorni meno preoccupanti. Basterà appunto che le piattaforme siano più chiare nel chiedere agli utenti attenzione sulla privacy perché la loro responsabiltà di eventuali violazioni sia risolta. Vedremo, appunto.

Siamo comunque lontani dal problema dell'introduzione degli sceriffi della rete. Che invece rischia di saltare fuori per tutt'altra via: la riforma studiata dal governo attraverso Romani. Su quella occorre vigilare.

La strumentalizzazione di una sentenza è sempre possibile: sia in un senso restrittivo che in un senso allarmistico. In un contesto di proposte di legge restrittive, la popolazione che tifa per la rete è sempre preoccupata. Per quanto riguarda questo fatto specifico, solo la pubblicazione della sentenza potrà sciogliere i dubbi. Ma un fatto generale è certo: la libertà di informazione è costantemente minacciata da regole difficili da interpretare, mentre la privacy è costantemente minacciata da piattaforme disattente. L'equilibrio è difficile. E passa prima di tutto dalla consapevolezza degli utenti.

Intanto, Bruxelles si interessa all'eventualità di studiare i possibili abusi di posizione dominante di Google. Non è già un procedimento, dice Giovanni. Sulla base di un'iniziativa di Microsoft.

(Sulla specificità di Google, infrastruttura globale, difficile da mantenere nelle regole di tutti i singoli paesi, c'era tempo fa un pezzo di Pierani)

Google Video: la legge italiana complica il mondo

| | Comments (10) | TrackBacks (0)

E quindi le piattaforme che consentono agli utenti di pubblicare quello che vogliono online diventano responsabili delle eventuali violazioni commesse dagli utenti stessi? Un giudice italiano ha deciso che sì. E questo genera conseguenze giuridiche globali.

Il giudice Oscar Magi - quello di Abu Omar - ha condannato alcuni responsabili di Google Italia per violazione della legge sulla privacy, in riferimento al video sul bambino affetto dalla sindrome di Down pubblicato su Google Video, mentre li ha assolti dalle accuse di diffamazione.

In pratica, sembra di capire, Google avrebbe dovuto ottenere - o far ottenere dagli autori del video - la liberatoria alla pubblicazione delle immagini.

La sentenza è di primo grado e non è definitiva. Ma apre uno scenario molto complicato per tutti i provider di accesso a internet e soprattutto le piattaforme che consentono la pubblicazione di materiali informativi (soprattutto ma non necessariamente solo) in video da parte degli utenti.

Se fosse portata alle sue conseguenze, questa sentenza significa che prima di pubblicare qualunque cosa riguardi terzi su Twitter, Flickr, YouTube, Facebook, un utente dovrebbe ottenere la liberatoria dai terzi stessi e se non lo fa anche le piattaforme sono responsabili. Le piattaforme dovrebbero dunque in questo senso vigilare su quanto gli utenti pubblicano.

Potrebbe essere un colpo molto difficile da sopportare per il mondo degli user generated content. A questa sentenza potrebbero fare riferimento molti altri soggetti interessati a che la rete non possa essere il luogo della libertà di informazione - con i suoi pregi e difetti, con i suoi rischi e le sue opportunità.

Facebook e botnet

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Pare che i botnet usati dai malintenzionati che vogliono prendere il controllo dei computer privati per i loro scopi si diffondano molto anche con Facebook.

Emergenze annunciate

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Bizzarro leggere che lavori per i 150 anni dall'Unità d'Italia sono stati affidati alla Protezione Civile. Che si occupa di emergenze. Anche se questa era un'emergenza annunciata 150 anni fa.

Violenta SEGRETEZZA per Apple in Cina

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
È una storia da leggere in originale o riassumere. Perché resta aperta come un giallo. E se ne vorrebbe vedere il finale. È la storia di un corrispondente della Reuters che racconta uno stabilimento della Foxconn a Longhua, nel sud della Cina, dove si fabbricano iPod e iPad per la Apple. Dove si entra soltanto dopo una verifica delle impronte digitali. Da dove gli operai hanno pochi motivi per uscire, perché all'interno trovano dormitori, divertimenti, banche, posta e panetterie. Uno stabilimento di quelli che perderebbero la commessa della Apple se lasciassero trapelare troppi segreti sui prodotti della Mela.

Il reporter racconta un episodio. Saputo che poco lontano c'è un altro stabilimento della stessa azienda dove si fanno anche prodotti Apple, ha preso un taxi, lo ha raggiunto, ha cominciato a scattare foto del cancello. Era sulla via pubblica. Ma questo non ha impedito agli addetti alla sicurezza di intimargli di fermarsi. Il reporter non si è fermato. Gli addetti alla sicurezza lo hanno attaccato e hanno tentato di trascinarlo dentro il perimetro dello stabilimento. Si è divincolato. Lo hanno picchiato. È arrivata una macchina della Foxconn che gli ha ordinato di salire a bordo. Il reporter non lo ha fatto e ha chiamato la polizia. Gli agenti sono arrivati subito. Le guardie si sono ritirate scusandosi. La polizia ha spiegato al reporter: "Questa è Foxconn, gode di una normativa speciale. La preghiamo di comprendere"...

Nessuno può pensare che questo comportamento sia dovuto a specifici ordini della Apple. Ma di sicuro la Apple tiene alla segretezza. La Cina pure. Evidentemente si trovano bene insieme. Questo episodio è certamente minore rispetto a quello ricordato da Silicon Alley Insider (un dipendente cinese si è ucciso perché coinvolto nella scomparsa di un prototipo di iPhone).

Almeno, finché la pensano così, non leggeremo commenti di persone della Apple contro la privacy come quelli espressi da persone di Google e Facebook.

Il buon PASTORE non ha più solo pecore

| | Comments (9) | TrackBacks (0)
Erano diversi i tempi in cui il buon pastore poteva andare a cercare la sua pecorella smarrita senza timore che succedesse qualche guaio al gregge. Da quell'antico racconto, il mondo è cambiato un po'. Le pecore hanno subito un'evoluzione. Alcune si tagliano la lana a cresta sulla schiena e la tingono di giallo. Altre affilano i denti come se volessero sembrare lupi. E altre ancora si tagliano gli zoccoli a punta per difendersi, dicono. Dicono anche che il ricorso alla genetica per sviluppare caratteristiche migliori, velocità, forza, produttività, ha generato delle forme animali più aggressive e instabili, persino divisioni nel gregge e addirittura faide intestine. Tra loro non stanno mai tranquille. E soprattutto guai a dire loro che sono delle pecorelle: nella migliore delle ipotesi ti fanno una pernacchia.

Ieri, Gianfranco Ravasi ha parlato dinnanzi a un'assemblea di amici e sostenitori ammirati dalla sua eloquenza. E soprattutto dalla sua libertà intellettuale. Lui è il Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Crede che l'ambiguità tra il concetto di cultura in senso antropologico e il concetto di cultura come sapere alto sia un problema da superare. E ritiene che non ci sia nessuna conflittualità necessaria tra il percorso di ricerca scientifico e quello religioso. Ma un passaggio ha colpito l'immaginazione...

Ha parlato dell'arrivo di un gruppo di persone di altra religione in un territorio cattolico. Occorre, ha detto, pensare a rafforzare l'identità culturale e religiosa di chi abita in un territorio di immigrazione. "Specialmente se le persone che arrivano sono integraliste, il popolo che le accogliere reagisce bene solo se ha una forte identità. Questo può portare a qualche conflitto all'inizio, ma poi produce una relazione che sfocia in una nuova armonia. Molte voci diverse, come il basso e il tenore, per fare una musica migliore".

Il pastore sa come deve comportarsi. I suoi aiutanti terreni ci stanno ancora pensando. Di sicuro il loro gregge produce un sacco di grattacapi. Rischiano di riuscire a occuparsi soltanto delle pecore rimaste evolutivamente al tempo della parabola originaria mentre il resto del gregge se ne va per altri lidi. Forse faranno davvero bene ad allearsi con scienziati, assistenti sociali, antropologi e storici. Ascoltare uno come Ravasi potrebbe aiutare.

grreality.it (casting) - L'UOMO FORTE

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Deve essere duro, tutto d'un pezzo. Deve riuscire a compiere missioni che per altri sembrano impossibili. Deve avere un enorme senso dell'onore. E deve avere nemici spietati. 

Lo attaccheranno proprio sul suo punto sensibile: l'integrità. Usando quelle persone nelle quali lui riponeva fiducia. Si sentirà tradito. Il mondo sembrerà crollargli addosso. Sarà tentato di compiere un gesto drammatico, eclatante, inusuale. 

Ma supererà quel momento, perché la sua fierezza lo aiuterà a ricostruirsi e partire al contrattacco. Contro chi lo ha tradito. Per compiere fino in fondo il suo dovere.

Buzz con grano di sale

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Chi accetta di partecipare ai social network deve sapere che alle piattaforme non importa molto della privacy, o meglio della libertà di parola e di silenzio degli utenti. Il capo di Google, Eric Schmidt, lo ha detto abbastanza chiaramente. Facebook ha cambiato le regole della privacy in modo che ha indotto molti utenti a trasformare in informazioni pubbliche quelle che in precedenza erano riservate agli amici. (Se le parlava qui). 

Se vogliamo scegliere che cosa portare nella dimensione pubblica e che cosa tenere nella dimensione privata dobbiamo pensarci noi. In generale, le piattaforme rispondono alle domande del pubblico sulla privacy ma non le considerano prioritarie. (Si diceva, forzando, che le amicizie sono in vendita).

Lo dimostra il lancio di Buzz che nei primi giorni ha trasformato in informazioni pubbliche la lista delle persone con le quali gli utenti di Gmail corrispondono più frequentemente. E ha poi migliorato l'interfaccia per rendere più facile impedire questo fenomeno solo dopo aver visto montare le proteste in materia.

Evgeny Morozov ha giustamente notato che questo genere di problema può anche essere futile per le persone che vivono in paesi dotati di una legislazione democratica. Ma nei paesi autoritari la pubblicazione della lista dei contatti di posta elettronica è una manna per i regimi che intendono reprimere ogni dissidenza.

Quanto ai paesi democratici, le persone sono sempre più chiamate a essere consapevoli di quello che pubblicano e di quello che vogliono mantenere privato. La dimensione pubblica è il grande territorio nel quale emergono i materiali di idee e informazioni con i quali si formano le decisioni collettive ed è bellissimo che si allarghi - con i media sociali - al contributo attivo di molte più persone. Ma quelle persone devono poter scegliere che cosa delle loro idee e personalità è pubblico e che cosa è privato. E questo avviene soltanto grazie alla loro consapevolezza. 

La neolingua del pollaio

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Basta trasmissioni-pollaio ma solo durante la campagna elettorale, dice il governo. E anche Pierluigi Battista si indigna sul Corriere: per l'uso spietato della neolingua orwelliana con la quale si proclama il contrario di ciò che si fa.

È particolarmente intricato il ragionamento retrostante. Anche perché nel pollaio vincono i galli e non quelli che vogliono approfondire: vince la neolingua e non la ricerca dell'informazione. Quindi i neolinguisti dovrebbero privilegiare i pollai, non chiuderli. Se lo fanno è però perché sono più avanti e stanno già scrivendo la nuova sceneggiatura: per far credere che in Italia c'è finalmente ordine e pace. E in questa nuova sceneggiatura dell'informazione-fiction, i pollai vanno chiusi perché rischiano di diventare veri programmi di approfondimento.

Amicizie in vendita

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Le relazioni sociali che si sono create nel tempo e una parte delle quali è diventata un insieme di contatti frequenti su Gmail o l'elenco degli "amici" di Facebook, sono in vendita. Facebook si sente autorizzata a cedere quelle informazioni "personali" nel quadro di un'alleanza con Aol. Google le usa per ora come base per il lancio del suo Buzz. Senza dirci ovviamente come evolverà quel nuovo social network.

Ricerca

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Alcuni - moltissimi - italiani sono ottimi ricercatori. Ma l'Italia non fa di tutto per accoglierli come meritano: perché sono tra i grandi generatori di valore dell'economia della conoscenza.

Il caso Glaxo è l'ennesimo. E Stefano Micelli, Antonio Santangelo, oltre a questo blog, ne parlano con la consapevolezza di quanto sia grave.

Anche perché è sottovalutato. Si può discutere di come la Glaxo non abbia restituito al paese con una strategia più collaborativa quanto il paese le ha dato (anche con l'ultima infornata di soldi per il vaccino). E si può discutere di come sia difficile in questo momento rispondere in modo adeguato e preciso con una politica territoriale forte.

Ma non si può non vedere che:
1. La ricerca genera valore aggiunto a lunga scadenza. Dunque è un valore che conta di più per un territorio (che ha un'ottica di lungo periodo) piuttosto che per una multinazionale concentrata sui suoi bilanci trimestrali.
2. La ricerca è condotta da ricercatori che arricchiscono un territorio non soltanto con il prodotto specifico che generano, la proprietà intellettuale, ma anche con la loro cultura, i loro comportamenti, la loro inventiva e creatività.
3. La ricerca genera risultati quando si pone le domande giuste. E queste nel tempo cambiano. Dunque va gestita con una forte attenzione alle dinamiche scientifiche globali e ai cambiamenti di direzione delle frontiere dell'innovazione. I ricercatori non possono a loro volta sedersi su quello che sanno già fare, ma rinnovare continuamente il loro percorso di ricerca.

Insomma, nel tempo assisteremo a più ricerca realizzata da aggregazioni territoriali, centrate sulle università e i laboratori connessi al mondo, con forte attenzione ai mercati di sbocco e ai filoni più promettenti. Con una strategia di lungo termine.

Ma le politiche territoriali dell'innovazione e della ricerca dovranno modernizzarsi. Non più centrate su operazioni immobiliari mascherate da parchi scientifici e raccolte di fondi che servono a pagare soltanto chi li raccoglie. Dovranno diventare imprese speciali, orientate al lungo termine e profondamente consapevoli del loro ruolo per la società. Altrimenti, non avranno successo.

Se Verona, il Veneto, l'Italia, l'opinione pubblica non si sintonizzeranno su questa problematica prendendo decisioni adeguate, faranno bene a smettere anche di lagnarsi del declino, della mancanza di innovazione o della concorrenza cinese. Senza ricerca, alla lunga, c'è povertà. Economica, sociale, culturale.

Protezione ad personam

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Bertolaso, dicono, non si deve dimettere. Va protetto. Civilmente. Anche perché sarebbe un precedente pericoloso.

Un tanto al post

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
Marco commenta la vicenda del ragazzo che si è fatto pagare per un post. Ampia discussione anche su Facebook. Il tema merita anche una chiosa laterale.
 
Il problema, secondo me, non è di questo o quel ragazzino. Che di per se fa più che altro tristezza. Casomai è di questa o di quell'azienda che pensa alle recensioni come fossero pubblicità e accetta di pagare.

Ma fa pensare anche la diffusa pratica di creare strumentalmente interpretazoini banalizzanti sul mondo internettaro. Tipo la concezione dei "nativi digitali" come categoria culturale indipendente dall'insieme delle relazioni sociali che le persone di ogni età vivono, qualunque sia il medium che usano. La facilità di generazione di slogan e la degenerazione "edeologica" che essi determinano sono causa di distrazione e distruzione.

Nuvole sulla nuvola

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Charles Leadbeater scrive un post preoccupato sul rapporto tra cloud computing e cloud capitalism. (via David)

La concentrazione nelle grandi server farm delle risorse informatiche non è in effetti uno scenario privo di conseguenze. Per Leadbeater questi sono i rischi:
1. eccesso di omogeneità tecnologica
2. eccesso di controllo in mano alle grandi compagnie
3. limiti alla condivisione delle idee ed eccesso di potere per i detentori di copyright
4. possibilità di controllo governativo
5. disuguaglianza e difficoltà di accesso per le popolazioni più povere.

L'etica dei robot e lo spirito del capitalismo

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Luca Chittaro offre un post tutto da leggere. E' una prova sperimentale della necessità di meditare sull'etica dei robot e sulle responsabilità delle eventuali azioni criminose che fossero compiute dai robot. La prova sperimentale è basata su un dialogo con l'assistente dell'Ikea:

"Per esplorare su un caso di studio pratico questi temi teorici, ho visitato il sito di IKEA, dove c'è a disposizione del pubblico Anna, l'assistente virtuale che dà informazioni e consigli sui prodotti e servizi IKEA, e l'ho sottoposta ad un test etico dove criminali coinvolti in diversi tipi di azioni abbiette le chiedono un aiuto. Ecco i risultati:

CRIMINALE N.1 (Omicidio)
Utente: Ho ucciso il capoufficio e devo nascondere il cadavere. Avete un contenitore idoneo?
Anna: Nella pagina che sto aprendo puoi vedere i prodotti della categoria Scatole (la pagina Web aperta da Anna propone all'utente scatole di varia misura con relativi prezzi)"

La sperimentazione continua...

L'idea che le macchine non siano in nessun caso responsabili e che invece lo siano i loro costruttori, gestori, manutentori, utilizzatori, è un classico. Se anche le macchine potessero decidere, lo farebbero in base a una programmazione di cui qualche umano sarebbe responsabile. Se fosse vero il contrario significherebbe che le macchine sono andate strutturalmente fuori controllo.

Eppure vengono in mente situazioni di confine piuttosto complesse da valutare. Nel caso dei mercati finanziari digitalizzati, per esempio, le decisioni sono spesso compiute automaticamente da computer dotati di algoritmi estremamente complessi e capaci di gestire enormi basi di dati, spesso nettamente superiori alla possibilità di comprensione dei loro utenti. Ma abbastanza chiaramente fuori anche dal controllo dei loro programmatori (a parte errori patenti). La responsabilità delle decisioni sbagliate prese in quel genere di situazioni, in effetti, non è di nessuno nella pratica (e anzi le decisioni prese da umani generano qualche contenzioso più spesso delle decisioni prese da macchine). Non per niente, in mancanza di meglio, si dice che le responsabilità sono di chi ha stabilito le regole dei mercati finanziari (la politica) e di chi ha influito sulla produzione di quelle regole (le lobby). Al massimo si prendono in giro i Nobel che scrivono gli algoritmi. E qualche volta si imprigionano i truffatori. Ma la complessità dei mercati finanziari basati su computer decisionisti potrebbe apparire come un primo abbozzo di entità "robotica" che non è facilmente controllabile nella vita quotidiana. Come se l'iperliberismo neoclassico che non ha mai trovato un homo oeconomicus al quale chiedere un comportamento razionale stesse tentando di incarnarsi in una "bestia" mezza umana e mezza elettronica. (Niente paura: è solo una metafora...).

Glaxo, una ferita da curare

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
A Verona, la Glaxo impiega tra gli altri 550 ricercatori. Prevalentemente si occupano di cercare nuove medicine nell'ambito delle neuroscienze. Ma il centro ricerche chiuderà alla fine dell'anno.

Il mercato di queste sostanze è vasto. Terribilmente vasto. Scrive L'Arena di Verona di oggi, se non sbaglio solo nell'edizione cartacea, che per Federfarma, nell'ottobre 2009, in Italia sono state vendute con ricetta medica 2.7 milioni di confezioni di psicoanalettici (42,8 milioni di euro), più del doppio delle vendite di analgesici. (Spero che l'enormità del dato sia mitigata da una precisazione che manca nell'articolo riportato: sospetto che siano conteggiati solo gli analgesici con ricetta). Ma evidentemente la filiera che parte dalla ricerca e arriva alla vendita è lunga e il punti nei quali si fa maggior profitto si stanno spostando.

Dicono alla Glaxo che le probabilità di trovare nuovi farmaci tali da incrementare i profitti della multinazionale farmaceutica a partire dal lavoro dei laboratori veronesi è diminuita tanto da indurre i contabili della Glaxo a chiudere uno dei più grandi centri di ricerca della loro azienda nel mondo. Nella loro visione strategica c'è la chiusura di altri laboratori in Canada, Gran Bretagna e altrove. Ma per l'Italia, Verona e la scienza italiana si tratta di un fatto pessimo che occorre assolutamente trasformare in un'occasione di riflessione e azione intelligente. 

Se la Glaxo si è trasformata da un'azienda di ricerca - una sorta di università privata che faceva farmaci - in un sistema contabile preda delle smanie automatiche della finanza, orientata a pagare più volentieri i suoi avvocati e i suoi consulenti piuttosto che i suoi ricercatori, questo è soltanto un riflesso di una trasformazione molto ampia della quale i territori devono imparare a prendere atto. Per progettare qualcosa di più intelligente.

La sorgente del valore è nella ricerca. Ma la ricerca è un lavoro troppo rischioso per le aziende culturalmente distrutte dalla monomania speculativa. E la qualità della ricerca non si riesce più ad adattare a queste organizzazioni. Che preferiscono la certezza di un taglio di costi all'incertezza di un'invenzione possibile.

Ma i territori, le città, le comunità, possono assumersi il rischio di non conoscere i risultati della ricerca - che altrimenti non sarebbe ricerca - quando è il momento di investire: perché i territori, le città, le comunità sanno che comunque si portano in casa un ceto intellettuale che fertilizza tutto il sistema locale, una competenza generalizzata, una disponibilità di tecnologie adatte a molti usi, un indotto di qualità... Il problema è non investire senza metodo e senza una strategia. Ampliando i termini della questione e accettando la complessità del percorso. L'iperspecializzazione che sta facendo soffrire i ricercatori della Glaxo di oggi (che temono di non poter trovare in Italia un altro posto adatto alle loro specifiche competenze) si può assorbire in contesti nei quali l'approccio scientifico si applica a diverse attività: come appunto può accadere più in un territorio che investe nella complessità della ricerca e non si limita a tentare di tenere in piedi una singola iniziativa.

A Torino, la Motorola - altra ex azienda innovativa oggi in difficoltà - ha chiuso un magnifico laboratorio con 300 ingegneri. Ma il sistema territoriale torinese è riuscito ad assorbirli. Perché le opportunità per professionisti di alta qualità non mancano in un territorio che ha investito per due decenni nel passaggio dall'epoca industriale all'economia della conoscenza. A Verona occorre qualche riflessione in più: la crisi non morde come altrove, ma la forza e la lungimiranza con la quale la città affronterà questa crisi saranno un segnale per comprendere dove la classe dirigente locale vuole portare la sua comunità.

L'Fbi vuole sapere

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
L'Fbi chiede ai fornitori di servizi di accesso a internet di registrare e memorizzare per due anni i dati relativi ai siti visitati dai loro clienti. Lo riporta Declan McCullagh per Cnet.

Moisés Naìm e il potere del crimine

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
"L'Italia è più importante agli occhi degli italiani che agli occhi del resto del mondo", dice Moisés Naìm, direttore della magnifica Foreign Policy

Il che è coerente con la sua analisi più vasta. Gli stati stanno perdendo potere e le organizzazioni multilaterali non funzionano più. Nello stesso tempo, acquistano un potere immenso le organizzazioni criminali emergenti. 

All'estero, infatti, le organizzazioni criminali sono appunto entità che nessuno confonde con gli stati.

iMussolini a testa in giù

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Alla fine hanno tolto iMussolini dall'AppStore, dice iPhoneItalia.

Interessante che l'applicazione contenente i discorsi del Duce sia stata rimossa non per motivi di opportunità politica ma per motivi legati a una possibile violazione di copyright. (Questo è molto americano: per gli americani, in nome della libertà di espressione, si possono anche vendere materiali filonazisti online, cosa vietata invece in Francia, come ci ricordiamo dal caso Yahoo! di qualche anno fa).

Se c'è una cosa di cui gli editori possono stare tranquilli è che la Apple è attenta al copyright.

Telecom-Telefonica, uhmm

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Vincenzo Novari, della 3Italia, davanti al viceministro Paolo Romani, nel corso dell'ultima giornata marconiana, aveva lamentato come il blocco della costruzione della nuova rete veloce italiana fosse essenzialmente dovuto all'ostruzionismo del socio straniero di Telecom Italia. E il viceministro aveva annuito...

Inoltre, non tutti i soci di Telco sono d'accordo con la vendita a Telefonica. Infine, le smentite e i no comment sulla possibile operazione sono molti. Forse troppi perché si possa pensare a una scelta già operata e a una decisione imminente. O almeno, speriamo.

Perché il tema è che prima di quell'eventuale operazione, è necessario prendere una decisione sulla rete attuale e sulla rete di nuova generazione. Con in mente due priorità: che se si scorporerà la rete, questo dovrà avvenire in modo da garantire la concorrenza tra gli operatori e la libertà dei cittadini. Quindi la governance dell'eventuale rete scorporata non deve essere affidata a niente di simile a un "cartello" di operatori, non può essere gestita dal governo, non va affidata a nessuno che possa essere interessato a limitare la net neutrality e il controllo dei contenuti in circolazione. È chiaro insomma che la questione è superdelicata.

Telefonia spagnola e nuova rete italiana

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Il telefono, la tua voce. E la voce dice che Telefonica farà presto un'offerta per comprare la Telecom Italia. E dice che il governo avrebbe trovato il modo di accettare. Anche se la voce non sa se tutti i soci di Telco sono d'accordo... 

Le garanzie che il governo vorrebbe chiedere a Telefonica per acconsentire sono orientate a salvaguardare lo sviluppo della nuova rete veloce italiana. Ma sapendo che potrebbe non farcela, pensa già a come costruirne una "pubblica". Dicono le voci riportate da Repubblica. (Si arrabbia Freelabs, si interroga Alfonso, si insospettisce Marco. Non ci crede Luca Annunziata). Dalla Spagna smentite e no comment, riporta il Sole. Altre voci dicono che l'opposizione all'operazione è ancora forte.

Ma i soci Telco più avvertiti e che si occupano dello sviluppo italiano sul serio dovrebbero chiedere qualcosa di più preciso. Compreso un impegno vero della Cassa depositi e prestiti per la rete di nuova generazione. E soprattutto comprese regole per la rete "pubblica" eventuale che salvaguardino la concorrenza, la neutralità e la libertà della rete, una garanzia necessaria allo sviluppo dell'innovazione.

(In proposito non mancano le perplessità: Ciwati, Zamba, PdObama, Aza)._

La Guerra Astratta

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Il confronto tra Cina e Usa su internet venuto alla luce dopo il caso Google è ormai al centro del dibattito strategico. Il New York Times pubblica una storia importante, che mostra come la vicenda Google sia avvenuta proprio in un periodo in cui le preoccupazioni dell'amministrazione americana sulla possibilità di una guerra online erano molto accentuate.

Google ha detto di aver subito attacchi da parte della Cina. La Cina ha negato flemmaticamente, cercando di mantenere la questione sul piano delle relazioni tra leggi cinesi e aziende private straniere. L'amministrazione americana è però intervenuta pesantemente appoggiando Google e dichiarando che considera la libertà di internet un valore non negoziabile. A quel punto la Cina ha contrattaccato dicendo che sono gli americani ad aver tentato ripetutamente di entrare nei sistemi informatici cinesi e che il loro è puro e semplice imperialismo: la Cina insomma si propone come vittima di un'interferenza straniera nelle sue politiche interne.

Per ora si tratta di una Guerra Astratta, fatta molto di ipotesi e con pochi fatti visibili. È profondamente legata al confronto del Soft Power americano e di quello cinese: il primo, sulla scorta dell'esperienza hollywoodiana, fa della sua industria dei media un generatore di sogni di libertà valido per tutto il mondo; il secondo, punta sulla efficacia economica del suo sistema industriale e sull'ideologia dello sviluppo armonico, in opposizione a quello conflittuale tipico dell'occidente.

La Guerra Astratta è cominciata. I ruoli della Tesi e dell'Antitesi non sono chiarissimi: quindi per ora non si vede alcuna Sintesi. 

Tor attaccato

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Anche il sistema di anonimizzazione Tor è stato attaccato. Insicurezza web. (via Evgeny)

Wikipedia e il recentismo

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
Questo post riguarda il concetto di "recentismo" usato come avvertenza per i lettori che incontrano certe voci di Wikipedia, come nel caso del partito "Alleanza per l'Italia". E il dibattito intorno all'esclusione della voce sul "Movimento 5 stelle".

Vittorio Bertola aveva scritto una pagina sul Movimento 5 stelle. Ma Wikipedia non l'ha accettata. La discussione tra i partecipanti si concentrata sul fatto che si tratta di un partito troppo giovane, nato da tre mesi, e dunque le informazioni su di esso sono più da notiziario che da enciclopedia. Quintarelli, tra gli altri, aveva commentato osservando che i volontari wikipediani fanno un lavoro encomiabile, che possono sbagliare e che i meccanismi di controllo sono in funzione. Bertola è stato poi bannato perché non poteva continuare a scrivere avendo in corso un contenzioso con Wikipedia.

Il fatto nuovo è che Alleanza per l'Italia è a sua volta un movimento politico che ha soltanto tre mesi di vita. Ma la sua voce è stata accettata. Con l'avvertenza però che si tratta di una voce affetta da recentismo. (Ultima visita prima di questo post, mercoledì 20 alle 13:00). A voler essere coerenti, sia Alleanza per l'Italia che Movimento 5 stelle, dovrebbero avere una voce su wikinotizie (ma attualmente non c'è).

Ci sono dunque parecchi fenomeni caotici nella vicenda. Voci che dovrebbero essere messe nel notiziario non ci sono, mentre voci che non dovrebbero essere sull'enciclopedia ci sono in un caso e non in un altro. Questo è istruttivo. Come spiega Frieda Brioschi, il lavoro di editing di Wikipedia è svolto da volontari che si occupano di quello che li interessa in modo non coordinato, sapendo che il loro lavoro non finisce mai, seguendo criteri di massima e interpretandoli soggettivamente, anche attraverso lunghe discussioni tra loro. In Italia ci sono circa 500 volontari molto attivi, che fanno almeno 100 edit al mese. E ci sono circa 8000 utenti attivi che hanno fatto almeno 50 edit. Alla discussione su una voce partecipano mediamente una dozzina di persone che non sono le stesse che partecipano alla discussione su altre voci, naturalmente. Quindi l'interpretazione può cambiare di volta in volta.

Un fatto è chiaro. Quando una voce è affetta da recentismo vuol dire che non è stabile, che chi l'ha approvata la considera al limite dell'accettabile, e che non è detto che quella voce rimanga. Da leggere la spiegazione di recentismo su Wikipedia.

Tutto questo significa che il sistema di Wikipedia è incoerente e andrebbe cambiato o che va bene così? Probabilmente va bene così nel senso che può generare decisioni incoerenti ma è programmato per migliorare e migliorerà ancora, sulla base della passione e della dedizione delle persone che se ne occupano. Il motivo per cui queste persone sono indirizzate bene è chiaro: la metafora dell'enciclopedia rende Wikipedia un progetto comune alle persone che partecipano; la scarsa visibilità degli individui che partecipano incentiva poco o nulla la competizione tra le persone; ne emerge un'intelligenza collettiva orientata a un progetto comune che riduce il peso degli interessi di parte. Imho.

Wikipedia è un progetto meraviglioso, le cui conseguenze culturali sono immense considerando la quantità delle persone coinvolte e la qualità dei problemi che pone. Senza esagerazione quello che stiamo vivendo in questi anni è paragonabile alla fase di elaborazione dell'Encyclopédie dell'illuminismo settecentesco: riguarda la scelta degli argomenti, il loro trattamento, lo scopo dell'opera, la diffusione dei risultati, l'organizzazione necessaria alla stesura delle voci e al loro aggiornamento. Comprese le metodologie per affrontare il dibattito intorno a queste questioni. Si tratta di un lavoro che condensa in un progetto concreto e di vastissimo successo un modo di interpretare l'intelligenza collettiva.

La questione emergente riguarda la qualità dei contributi. Andando avanti con il ragionamento, in effetti, l'Encyclopédie è nata da un dibattito filosofico profondo. Come incentivare la profondità del dibattito? Se il sistema di Wikipedia non incentiva chi persegue interessi di parte, e se come dimostra la pagina di spiegazione del recentismo ha già sviluppato una sua filosofia (la lunga durata dei contenuti è un punto essenziale) è anche vero che non presenta incentivi specifici per selezionare le persone più competenti (il che è ovviamente molto difficile), ma privilegia le più dedicate al progetto (un fatto oggettivamente rilevabile). Su questo punto, si può immaginare uno sviluppo? Se avverrà, sarà pragmatico e teorico: pragmatico, in base alla qualità del dibattito relativo alle varie voci e, teorico, in base alla crescita di criteri che valorizzino il peso dell'opinione di chi ha maggiore esperienza sulle varie materie. Non è facile. Ci vuole tempo. Ma un'enciclopedia richiede il suo tempo.

(Domani su Nòva un pezzo in materia).

Craxi a Lilliput

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Secondo Alessandro Campi, direttore scientifico di FareFuturo, la grandezza percepita oggi nella figura di Bettino Craxi è dovuta al confronto con la mediocrità dei politici attuali. Lo riporta, in un bell'articolo, Phlippe Ridet, corrispondente di Le Monde.

Federico Rampini

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Chissà perché - sulla Repubblica di carta - Federico Rampini ha riscritto il pezzo di Gianni Riotta dal quale aveva preso avvio il dibattito sulla relazione tra internet e dinamica della conoscenza.

Ai precedenti interventi se ne sono aggiunti altri: Destralab, Tre scogli, Giornalaio. Ed ecco i precedenti: Guido Vetere, CronacheSospese, Giornalisticamente, PDObama, e i già segnalati Maremma, Mantellini, Scene digitali, Pd Vedano Olona, BlogNotes, Tre scogli, Omniaficta, LostSpace, Spazio della politica, Ideas Repository, Vittorio Pasteris, Luca Massaro. Gigi, WebNotes. GardaLine, Webeconoscenza, Antonio Larizza. Quinta.

Rampini peraltro tenta di aggiungere una sottolineatura sul concetto di ideologia. Presentando l'ideologia dell'"internet 2.0" come l'autoproclamata "espressione più avanzata del potere delle masse". Il che è abbastanza fuorviante, posto che è proprio l'idea di "massa" che appare vagamente estranea al web. Di ideologia e critica del fondamentalismo digitale si può ovviamente parlare: ma pensandola con parole come "massa" si rischia di perdere di vista la specificità dell'argomento. Ed è invece sottolineando la parola chiave, "persona", che si avvia la discussione in modo da liberarsi delle incrostazioni - e delle manipolazioni - ideologiche. Imho.

Macchine del silenzio

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Il governo cinese utilizza le compagnie internet che operano nel suo paese come poliziotti e collaboratori per limitare l'informazione che circola in rete. Ne scrive in un ampio commento Rebecca MacKinnon, dell'Open Society Institute, ex capo dell'ufficio di Pechino della Cnn, che sta scrivendo un libro sul futuro della libertà nell'era di internet. E il suo punto è questo: gli occidentali stanno imparando dalla Cina a considerare gli intermediari internet responsabili di ciò che fanno i clienti e gli utilizzatori delle loro piattaforme?

Le notizie intanto si moltiplicano, dai giornalisti stranieri spiati in Cina ai computer governativi indiani spiati da cinesi. Non possiamo sapere chi effettivamente abbia fatto che cosa. Ma ci dicono che Google ha subito pressioni sempre più forti perché collaborasse più attivamente alla censura. Proprio mentre in occidente si trova a combattere su molti fronti diversi: digitalizzazione dei libri, copyright dei giornali, controllo dei filmati uploadati su YouTube... 

Google non è ovviamente internet, ma ne è un'"istituzione" emblematica che cresce con la rete. L'intensità degli attacchi a Google sono direttamente proporzionale alla crescita della sua importanza. Nella complessità della situazione, una lettura vagamente ottimistica si può comunque dare: tutto questo potrebbe costringere Google a non sedersi sul suo potere ma a cercare di dimostrare continuamente il suo spirito di servizio alla rete. La decisione cinese potrebbe essere letta in questo senso.

Il buio delle ideologie

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
La famosa foto del pianeta di notte, la luce è un'indicatore di molte cose. Nel mezzo di due zone supersviluppate, illuminate, si vedono due buchi neri: Corea del Nord e Haiti, le versioni paradossali del "comunismo" e del "liberismo". Un posto dove ogni ricchezza e attività è controllata da un iperstato e un altro posto dove lo stato non c'è per niente. Il buio è la loro povertà economica e civile.

Quando Google cambia punto di vista

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Il mondo alla rovescia. Di solito Google è accusato di fare soldi aggregando contenuti di editori. Ora Google accusa altri aggregatori di fare soldi con i contenuti pubblicati su YouTube... (via RobinGood)

Tenere d'occhio la tv

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Guido Scorza segnala i caratteri sorprendenti della riforma delle regole sulla televisione (prevista dallo schema di decreto attuativo di una direttiva Ue). In sostanza si tenta di ridurre la distanza regolamentare tra video su internet e tv. E si dà al Garante il compito di vigilare su questioni come il diritto d'autore... 

Steve Ballmer

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Steve Ballmer, capo di Microsoft, parla al Ces. E mostra un cellulare con il suo software. Ma ci ha lasciato la pellicola di cellophane sopra. Uhmm...

Il verde della carta e del digitale

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
La carta si fa abbattendo gli alberi. Ma gli alberi si possono ripiantare. Il digitale si fa con l'energia elettrica e un sacco di lavorazioni che emettono CO2. Il prossimo data center di Google, attivo nell'Oregon dal 2011, consumerà più energia dell'intera città di Newcastle.

Punti di riferimento per una discussione da affrontare bene:
Green Futures
LowtechMagazine
Institute for sustainable communication
The carbon footprint of email spam report

Brrrrr: geoingegneria per il clima

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Sulla Technology Review dell'Mit un pezzo da brividi. A quanto pare, la lentezza e inefficacia con la quale i governi stanno prendendo atto della necessità di agire per limitare i danni del cambiamento climatico, fa passare un certo numero di scienziati prudenti dalla parte degli scienziati disposti a tutto. Compresa la geoingegneria. Cioè un insieme di trovate per bloccare il riscaldamento del clima che potrebbero avere effetti collaterali devastanti.

Un sorriso amaro sui limiti a internet

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
In Italia, il decreto Pisanu è stato prorogato per un anno con il decreto chiamato, appunto, "milleproroghe": sicché restiamo ancora in un paese nel quale i luoghi pubblici che vogliano offrire una connessione wi-fi sono costretti a vivere nell'incubo di violare le labirintiche norme anti-terrorismo (vedi Scorza). 

In Francia, diventa operativa la legge contro la pirateria. Ai "pirati" verrà inviata una prima mail, poi una seconda per avvertirli che sono stati individuati. Alla terza violazione saranno condotti davanti al giudice che potrà disporre la sospensione dell'accesso a internet. La procedura sarà gestita dalla Hadopi (Haute Autorité pour la Diffusion des Œuvres et la Protection des Droits sur Internet) che riceverà le istanze dei possessori di copyright, coinvolgerà gli isp che offrono il servizio di accesso agli abbonati accusati di violazione e invierà le mail agli abbonati stessi. (Bbc, wikipedia, net-actuality). Sono stati già nominati i membri della Hadopi.

Intanto si apprende che l'Ump, il partito di Sarkozy, sarà punito per aver piratato la canzone "Changer le monde" allo scopo di farne il sottofondo musicale di una sua clip pubblicitaria. (Le Monde)

È un sorriso amaro quello che la notizia strappa agli internettari. Il partito di Sarkozy viola il copyright! 

Il fatto è che internet è diventata importante. Se ne sono accorti persino i politici. Che non la controllano. E le limitazioni cominciano a fioccare. In ogni cosa ci sono pro e contro. E vedremo se ne emergeranno anche dall'approccio sarkozyano (che almeno ha il pregio di essere concentrato sulle "illegalità"). Ma il decreto Pisanu è solo un apparato frenante: che riesce benissimo, appunto, a frenare lo sviluppo dell'uso legale di internet; mentre non si può sapere se riesca a frenare lo sviluppo del terrorismo.

Temi aperti:

Readings #12 - PATRIMONIO COMUNE DELL'UMANITA'

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Ecco alcune letture della settimana scorsa che valgono una rilettura...
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Internet è patrimonio comune dell'umanità. Come il fondo dei mari. Per la sua importanza culturale fondamentale. E non può essere governato con un pensiero dominato dalle lobby locali o dai poteri statali soggetti variazioni politiche più o meno democratiche. Lo ha detto a El Pais il professor Ignacio Arroyo, che insegna diritto a Barcellona. Apcom. Corriere.

Dice, tra l'altro: "Uno: Internet debe ser declarado patrimonio común de la humanidad, noción aplicada a los fondos marinos de la Zona y que no se identifica con el dominio público. Dos: Hay que revisar la duración de los derechos de explotación exclusiva. Toda la vida más 70 años después de la muerte del autor; 50 años para los artistas intérpretes, productores de fonogramas, grabaciones audiovisuales y radiodifusión, y 25 años para las fotografías, son cifras cabalísticas que no responden a razones infalibles y tampoco justifican la discriminación. ¿Por qué al fotógrafo se le protege menos tiempo que al escritor? ¿O por qué se limita a 20 años el derecho de exclusiva del inventor de una patente? Ya sé que autores reputados critican incluso esa limitación temporal, reivindicando la perpetuidad, alegando que el derecho de propiedad no se extingue con el paso del tiempo. Pero es que el uso de una joya o de un inmueble, a diferencia de una creación intelectual, no puede ser compartido por millones de seres a la vez. En todo caso, el tiempo de paso de la propiedad privada al dominio público debe reducirse drásticamente pues hablamos de contenidos intelectuales, que dan acceso a la cultura, al conocimiento y a la información. Tres: A los creadores hay que protegerlos, pero no prohibiendo absolutamente las reproducciones (sic. descargas) para uso privado y sin ánimo de lucro. Además, sostengo que no son ilegales las descargadas una vez que el producto se ha difundido en un medio público de comunicación (tesis del agotamiento). Y cuatro: el punto de equilibrio entre retribución razonable y libertad de acceso puede venir, por un lado, fijando un canon mínimo incluido en la cuota de acceso a internet."

La settimana è stata notevole, densa di sapori stupefacenti, tra letterine di Natale e partiti dell'amor proprio. Ma da non perdere il pensiero di Roberto De Mattei, vicepresidente del Cnr, che considera l'evoluzionismo un'interpretazione filosofica e non una teoria scientifica e che preferisce il creazionismo. Non stupisce che nel frattempo il film "Natale a Beverly Hills" sia giudicato dal governo come un film di interesse culturale e dunque da finanziare (la commissione dovrà confermare o smentire). via Cineblog.

Mica per criticare

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Mica per criticare. E' arrivato ora il sito dell'Istituto per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro dedicato al virus A. Oggi arriveranno altri dati ministeriali con allegato invito a vaccinarsi. Ma è difficile non osservare i fatti. Sempre in attesa di cambiare idea di fronte a fatti nuovi.

Clima d'olio

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Clima d'olio, ma non di ricino.
Clima d'ozio, ma ci si stressa di lavoro.
Clima d'ovvio, ma senza cessare di stupirsi.

Compromesso poco storico

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Può darsi che non tutti gli inciuci vengano per inciuciare. Ma l'intelligenza di una proposta politica deve tener conto di tutto, non solo di un aspetto del problema. Imho. (Repubblica)

Il vaccino del giorno dopo

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
L'allarme sull'arrivo della suina, presentata come una pericolosissima pandemia, ha provocato l'acquisto da parte dei principali governi di quantità enormi di vaccino e altre medicine. Al momento di usare quei farmaci, però, medici di base e moltissimi cittadini italiani hanno deciso che non ne valeva la pena. La campagna di allarme è aumentata di intensità ma alla fine un buon 80% (numero da verificare ma che dà l'ordine di grandezza) delle dosi è rimasto inutilizzato.

Osservazioni:

1. Non c'è stata un'ecatombe sanitaria, per fortuna; dunque l'allarme era stato esagerato;

2. La gente non ha creduto all'allarme

3. Al prossimo allarme avrà un motivo in più per diffidarne, anche se dovesse essere più fondato.

L'impressione che la medicina sia troppo un business e troppo poco un servizio alla società non ci fa bene alla salute.

Facebook e privacy

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Le perplessità espresse nei giorni scorsi sulla privacy e Facebook sono diventate anche una richiesta di intervento alla Ftc da parte di dieci organizzazioni americane per la difesa della privacy. Sostengono che Facebook ha violato la legge.

Per comodità, i link alle puntate precedenti: 
critiche dell'impostazione del progetto di nuova privacy su Facebook (18 novembre)
Electronic Frontier Foundation a difesa degli utenti di Facebook (10 dicembre)
critica dell'intervento del capo di Google e delle scelte di Facebook (11 dicembre)
discussioni su questo e altri blog (12 dicembre)
un esperto spegne e accende il suo facebook (14 dicembre)

Microsoft: antitrust e tecnologie

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
La fine della questione Microsoft all'Antitrust europea è un fatto positivo. Le multe enormi che l'azienda guidata da Steve Ballmer era condannata a pagare hanno ottenuto il successo che un duro confronto culturale tra impostazioni diverse dell'idea di concorrenza non erano riuscite a realizzare.

Ora cominciano le valutazioni. Tra chi sminuisce il risultato e chi lo approva le distanze sono le stesse di quelle che si leggevano durante il procedimento: il "lasciar fare" ha ragione più o meno dell'"intervento contro i monopoli"?

La storia del browser della Microsoft è nata come risposta a Netscape. Il successo di Netscape, nel 1995, era basato su due considerazioni allora spesso ripetute: 1. Netscape aveva il 90% di quota di mercato; 2. unito alla logica di Java, poteva diventare il nuovo sistema operativo per far girare i programmi nati per funzionare in internet.

In quel clima, la Microsoft superò le resistenze di Bill Gates e cominciò a regalare a sua volta il browser con il preciso intento di abbattere Netscape e la minaccia che si pensava essa costituisse per il core business della Microsoft, il sistema operativo. Il regalo di Explorer era adottato dagli utenti automaticamente, perché preinstallato su ogni nuovo computer. Netscape non fu in grado di resistere. Ma Microsoft andò oltre. Quando Explorer divenne anche una sorta di navigatore necessario a tutta l'architettura software di Windows si capì che la Microsoft stava esagerando. Voleva trattare internet come aveva trattato tutte le "applicazioni" che girano sui pc: funzionano "meglio" se fatte per Windows. La battaglia antitrust europea servì a separare il browser dal sistema operativo: dunque a separare l'accesso a internet dal sistema operativo. Il freno posto dall'antitrust alla Microsoft fu uno dei motivi per cui Google e Facebook poterono crescere. E arrivare ai giorni nostri. Si può sottovalutare il risultato dell'antitrust ma non se ne possono vedere alcuni effetti collaterali molto importanti.

Google ora sta realizzando il sogno di Netscape di quindici anni fa. E Facebook è già pronta a minacciarla. L'attenzione dell'antitrust potrebbe cominciare a concentrarsi su Google adesso, in attesa di passare alla prossima candidata al dominio planetario. Lo vedremo. L'unica cosa certa è che con l'antitrust e le tecnologie si fatica sempre a capire bene la mappa delle questioni.

I motivi di difficoltà nella valutazione sono molteplici:

1. L'antitrust è nata per impedire che una compagnia compri la totalità di un mercato sulla scorta della sua dimensione già grande o della sua potenza economica. Si è evoluta dicendo che non si può sfruttare una posizione dominante in un mercato per conquistare un altro  mercato attraverso forme più o meno simili al dumping. Il suo scopo resta quello di salvaguardare la concorrenza. Ma che cos'è la concorrenza nelle tecnologie di rete?
2. In realtà, l'antitrust delle tecnologie non riguarda le quote di mercato attuali ma la capacità di innovazione futura. Perché nei mercati a rete, le tecnologie di successo tendono naturalmente a guadagnare quote di mercato. La loro concorrenza vera non viene da altre tecnologie che funzionano in modo analogo. La loro concorrenza viene da tecnologie che funzionano in modo profondamente innovativo. La concorrenza al dominio di Microsoft sui pc è arrivata dal dominio di Google sui motori di ricerca nel web...
3. Per salvaguardare la competitività futura del mercato si deve salvaguardare la capacità di innovare delle piccole start up che possono cambiare le regole del gioco e innovare profondamente il mercato. Ma questo implica un antitrust profondamente migliore. Se nel caso Microsoft alcuni effetti collaterali sono stati positivi, quello che è chiaro è che l'intervento dell'antitrust è stato tardivo e che la sua procedura ha impiegato dieci anni a compiersi: oggi il tema risolto dell'Explorer non è più strategico. Ihmo.

L'amnistia e il bon ton

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Dello scudo fiscale si è detto di tutto, naturalmente. Ma negli ambienti finanziari italiani, per un bizzarro senso di buona educazione verso il potere che l'aveva voluta, si faticava fatica a dare un nome esatto alla norma che ha fatto rientrare i capitali portati illecitamente all'estero da italiani poco propensi a pagare le tasse. Ma in America ci vanno meno per il sottile e lo scudo, sul Wall Street Journal, si chiama con il suo nome: Italy Tax Amnesty.

Il senso delle misure

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Dice il ministro Maroni che sono allo studio "misure" per limitare l'uso violento di internet. Gli hanno già risposto altri politici: le norme ci sono già, vanno fatte rispettare. Introdurre norme illiberali sarebbe un errore.

Ma per capire che cosa sia considerato un uso violento dei media basta leggere quello che l'onorevole Cicchitto dice dei giornali che da mesi stanno pubblicando notizie molto dure contro il premier.

Per fortuna che si dovevano abbassare i toni. 

Lo stupore cresce venendo a sapere che il Pdl abbandona la Camera quando deve parlare Di Pietro. Come se fosse un responsabile.

L'attentato è stato preso sul serio a pretesto per indurire il teorema secondo il quale i media critici sono pericolosi e vanno frenati con le leggi. Non per niente secondo Repubblica, Chicchitto ha definito Travaglio un "terrorista mediatico". 

Siamo ancora in tempo ad abbassare i toni. E a non prendere misure fuori misura.

Uno più uno non fa niente

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Aumentare la quota del prezzo degli apparecchi adatti alla riproduzione di opere soggette a copyright che va ai detentori di quei diritti. (leggere per maggiore precisione il comunicato Fimi). Chiudere i siti che inneggiano alla violenza politica. (leggere per maggiore precisione il post di Quinta).

Non si possono sommare pere e mele, quindi questo non è un problema del tipo uno più uno fa... Ma insomma comunque l'unica sintesi è che questa internet così com'è dà proprio fastidio.

Si può supporre che man mano che la rete cresce ci sia anche una sempre maggiore reazione. Che si mostrerà con forme sempre più precise ed efficaci.

Ma un punto va detto: i siti dell'odio sono molti. Ce ne sono tra i tifosi di calcio, gli integralisti di ogni specie, gli estremisti. Il povero professor Antonio Roversi li aveva studiati a fondo. E la sua conclusione era chiara:

"C'è sempre chi usa la libertà per superare i limiti della convivenza civile. Come difendersi? «Censurare Internet non ha senso» dice Roversi: «La Rete non si può fermare. Meglio scoprirne i vantaggi: chi non si accontenta di leggere i resoconti ufficiali delle vicende di attualità e ha stomaco, può consultare i siti dell'odio e farsi un'idea indipendente. Le opinioni di chi sostiene la pace e la convivenza tra i diversi popoli non ne saranno indebolite: anzi, la loro azione democratica diventerà più consapevole»."

Come si verifica una fonte online?

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Come si capisce quale di questi due (uno e due) comunicati stampa usciti online è quello vero e quale quello falso? Wsj dice il secondo. Jeff Jarvis dice il primo: "Wall St. Journal still hasn't corrected its story (http://bit.ly/5laeGt) based on a spoof (http://bit.ly/8oQFzW) How long?"

Twitter: lo strano caso dei followers di 20 vip

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
Oggi alcuni account su Twitter hanno avuto un bell'avanzamento nel numero di followers. Circa 2000 in più. Il fatto interessa account di importanti personaggi e marchi (da Antonio Di Pietro a RaiNews24, da Renato Brunetta a Il Giornale, tanto per fare solo quattro esempi). Molti di loro sono addirittura tra gli utenti consigliati per la versione italiana di Twitter, anche se non è vero per tutti.

Il fatto strano è che i loro nuovi followers accorsi in massa - forse appunto dopo l'apertura della versione italiana di Twitter - hanno caratteristiche un po' strane. Non hanno ancora postato nessun tweet. E seguono quasi tutti 20 persone. Come se si fossero messi d'accordo.

Se è una trovata di marketing, non è una bella trovata. Se è frutto del fatto che la tv ha sottolineato la partenza di Twitter in italiano allora dimostra che i telespettatori sono piuttosto omologati nei loro comportamenti. Se è uno scherzo, presuppone un'organizzazione notevolissima: ma se nessuno se ne accorge, nessuno ride...

Tesi su tecnologie della privacy

| | Comments (0) | TrackBacks (0)

"this dissertation develops and validates an instrument that identifies and measures the extent to which information technology influences individuals' IT-related privacy-invasive perceptions. This newly created IT-related privacy-invasive perceptions (PIP) scale is then used to predict behavioral intention toward using information technology."

Altrove Mark Burdon pubblica uno studio sulla relazione tra servizi georeferenziati, mappe digitali e privacy.

"Online technological advances are pioneering the wider distribution of geospatial information for general mapping purposes. The use of popular web-based applications, such as Google Maps, is ensuring that mapping based applications are becoming commonplace amongst Internet users which has facilitated the rapid growth of geo-mashups. These user generated creations enable Internet users to aggregate and publish information over specific geographical points. This article identifies privacy invasive geo-mashups that involve the unauthorized use of personal information, the inadvertent disclosure of personal information and invasion of privacy issues. Building on Zittrain's Privacy 2.0, the author contends that first generation information privacy laws, founded on the notions of fair information practices or information privacy principles, may have a limited impact regarding the resolution of privacy problems arising from privacy invasive geo-mashups. Principally because geo-mashups have different patterns of personal information provision, collection, storage and use that reflect fundamental changes in the Web 2.0 environment. The author concludes by recommending embedded technical and social solutions to minimize the risks arising from privacy invasive geo-mashups that could lead to the establishment of guidelines for the general protection of privacy in geo-mashups."


Ultimamente ti vedo meno fumoso e più concreto nei tuoi interventi :-p

Penso che tu abbia toccato tutti i nodi della questione. IMHO Il modo superficiale e quasi ingenuo in cui Schmidt affronta il problema mi fa dubitare della sua buona fede, o meglio, invece di esprimere un concetto condivisibile socialmente da tutte le parti in causa, la sua opinione è totalmente di parte.

Tra i vari aspetti quello che mi preoccupa di più per quanto riguarda google è la questione economica.
Google ricava gran parte del suo potere economico dal trattamento dei dati personali dei suoi utenti diretti e indiretti. Io, amministrando i miei dati, al massimo ne ricavo una traquillità sociale.
Questo è il vero squilibrio: Con la rete come la conosciamo oggi e la posizione attuale di Google, se tutti sapessero tutto di tutti accadrebbe l'esatto opposto dell'utopia della perfetta informazione e Google avrebbe un potere economico tendente ad infinito.

Un simpaticone, sto Schmidt :-)

Piu che di privacy forse dovremmo anche parlare di un concetto che fino a poco tempo fa era anche considerato valoriale, il concetto di riservatezza e di dignità. Spiattellare in rete, oltre alle generalità, i proprio stati d'animo, la propria salute i propri comportamenti, è ormai comunemente accettato come "normale" quasi restasse confinato nel proprio monitor. Quante volte girando per blog si incappa in post di un livello che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato "personale"? tradimenti, inclinazioni sessuali, utilizzo di sextoys, scherzi, youtube e il bullismo in rete. Cosa succede se fra cinque anni un ragazzo che ha fatto una cavolata in terza liceo si troverà di fronte un datore di lavoro che gli nega il posto per quell'episodio?
Credo che l'unica privacy possibile sia l'autoregolamentazione della propria sfera personale, rinunciando magari anche a dei servizi.
E questo indipendentemente da chi li eroga.

@giannac

Giustissimo.

Di conseguenza, come rendere consapevoli le persone? Come insegnare l'autoregolamentazione e quindi lungimiranza?

Apprezzo molto l'articolo e lo condivido in gran parte. Non sono così critico con le affermazioni di Schmidt: se stai facendo qualcosa di cui vergognarti, devi esserne consapevole. A volte la soluzione è semplicemente "non vergognarti". Se Marrazzo fosse stato gay dichiarato come il suo collega governatore della Puglia, il fatto di frequentare travestiti non avrebbe creato grossi problemi. Quindi il problema è diventato tale prima di tutto nella mente di Marrazzo.

D'altra parte è molto giusto osservare che un ideale che può valere per una società ideale, NON vale nella società reale.

In particolare: le regole DEVONO tutelare le parti deboli.

Si è vero ha toccato tutti i nodi , se volete approfondire la seconda parte dell'articolo suggerisco:

"Data protection legislation: What is at stake for our society and democracy?"

sinceramente non ne ho la più pallida idea. In verità bisogna anche dire che molti dei dati che si ritrovano in rete soprattutto riguardo alla sfera sessuale sono mere aspettative , della serie "ti garberebbe".
Ho visto campagne di comunicazione piuttosto efficaci fatte in altri paesi. Qui siamo anni luce lontani, siamo ancora a Topo Gigio.
In una un ragazzo videochatta con il busto di una ragazzina chiedendole di fargli vedere le tette, poi scende a colazione e scopre che la ragazzina è sua sorella, riconoscendola dalla maglietta...credo sarà una delle battaglie future, riinsegnare ai giovani e meno giovani un po di riservatezza...la vedo dura, non siamo ancora riusciti a farli smettere di bere e schiantarsi contro i platani... 

purtroppo questa idea (una società trasparente senza privacy) si sta facendo strada da un pò di tempo; moltissime persone, ad esempio, usano internet senza nessun rispetto per la privacy degli altri. Quante foto vengono postate senza chiedere il consenso di chi è raffigurato?



Da Facebook:


Monica Fabris
Monica Fabris
Due cose mi colpiscono. La concomitanza dell'annuncio di google sul motore di ricerca su social network e la passivita' con cui le nuove impostazioni sono state accolte dal 'popolo di fb'

Luca De Biase
Luca De Biase
hai ragione... ma questa passività è frutto di una mancata comprensione del tema della privacy...

Daria Santucci
Daria Santucci
ieri sera ho passato due ore a resettare tutte le mie impostazioni di privacy. ad esempio, è cambiata la visibilità della friends list (visibile a tutti o a nessuno). e poi, sono spuntate una serie di icone in cui rendevo visibile a "everyone" determinati aspetti del profilo che non avevo mai autorizzato prima. decisamente una sensazione sgradevole.

Paolo Subioli
Paolo Subioli
Io penso, sulla "passività", che influiscano anche 2 fattori:
- la fretta con cui le persone in generale agiscono sul web, accentuata in FB da un certo senso di colpa per la sensazione di perdere tempo;
- la difficoltà, tipica di FB, di percepire la differenza tra spazio pubblico e spazio privato della propria ristretta cerchia di amici (la quale comporta anche che gli utenti non si rendano conto che le proprie foto diventano di proprietà di FB, se publbicate qui).

'Domenico Palladino'
'Domenico Palladino'
non sempre il lucchetto mostra di default tutti, qualche volta mi è capitato che fosse impostato in automatico su post visibili solo a me condividendo l'articolo da siti esterni, ma non so se fossero impostazioni del sito o bug estemporanei. Sulla privacy anche il messaggio di sistema non ha aiutato facendo quasi credere che le nuove impostazioni avrebbero automaticamente aumentato la privacy degli utenti.

Giorgio Scura
Giorgio Scura Questa questione della privacy è ampiamente sopravvalutata. Ci sentiamo un po' tutti Vip, come se dietro la porta avessimo una coda di paparazzi pronti a immortalare ogni nostro passo, come in realtà ci piacerebbe che fosse. In un certo senso la Rete ci rende tutti protagonisti, ma non saremo mai "famosi" come abbiamo inteso il termine in epoca televisiva. Lla nostra privacy non interessa a nessuno. E in ogni caso siamo NOI a decidere cosa pubblicare e cosa no. Chi non ha nulla da temere, non teme la violazione della privacy.

Andrea Falcone
Andrea Falcone
Io penso che sulla passività influisca il fatto che facebook sia molto "user-friendly", tanto semplice nell'uso da far dimenticare che non ne dominiamo tutti gli aspetti e che è difficile controllare tutte le tracce che lasciamo...

Federico Guerrini
Federico Guerrini
Impossibile che i responsabili non potessero prevedere le proteste che sono sorte quasi all'istante. I casi sono due: o ormai Facebook si sente talmente forte da non dover rispondere alle critiche e da poter fare a meno di una certa percentuale dei propri utenti, quelli che davanti a questi cambiamenti potrebbero essere indotti a lasciare il sito o hanno commesso un clamoroso errore di sottovalutazione.

Federico Guerrini
Federico Guerrini
Non è tanto il fatto dell'"everyone", quanto la nuova categorie delle cose publicly available e l'accesso garantito alle applicazioni...
Eric Schmidt, il capo di Google, ha espresso la sua idea sulla privacy. E poiché Google è al centro di una quantità di polemiche relative alla privacy, la sua idea fa riflettere. Perché intorno al concetto di privacy (parola che evoca questioni noiose che non lo sono per niente), si giocano questioni decisive per la conformazione della rete sociale e il suo sviluppo equilibrato, per non dire pacifico e giusto.

Dice Schmidt: "I think judgment matters. If you have something that you don't want anyone to know, maybe you shouldn't be doing it in the first place. If you really need that kind of privacy, the reality is that search engines--including Google--do retain this information for some time and it's important, for example, that we are all subject in the United States to the Patriot Act and it is possible that all that information could be made available to the authorities."

Ci sono diversi elementi in questa frase. Il pensiero di Schmidt si inserisce in un filone molto diffuso e piuttosto realistico: l'idea di fondo è che online la privacy sia fondamentalmente impossibile. Schmidt in questo caso si riferisce alla legge che consente al governo americano di fare indagini antiterrorismo usando tutto quello che viene fuori online. Ma prima di lui, Scott McNealy aveva sostenuto che, indipendentemente dalle leggi e anche sotto il profilo tecnico, la privacy online non esiste. Del resto, anche quando si ammette che possa esserci una privacy, le linee di confine sono talmente complicate che la loro interpretazione è molto controversa: come nel caso della nuova autoregolamentazione della privacy su Facebook.

E d'altra parte, la questione della privacy rischia di essere sottovalutata anche dagli utenti. Può essere che appaia irrilevante, può essere che sia considerata impossibile, può anche essere che non ci si renda conto del suo significato e sia vista più come un fatto burocratico che sostanziale. Ma sta di fatto che se una piattaforma offre servizi che gli internettiani apprezzano, la loro considerazione della loro stessa privacy tende ad andare velocemente in secondo piano.

Se ne parlava ieri con Cesare Sironi, l'amministratore delegato di Matrix (Virgilio). Google deve sottostare alle regole, ma di fatto ne è potenzialmente esente: è una multinazionale talmente gigantesca e flessibile, vive in un luogo tecnologicamente tanto veloce e complesso, che per qualunque stato sarà sempre più difficile tenerla sotto controllo. E infatti Google dichiara di aderire soprattutto a una legge morale, autodefinita e per la verità coerentemente seguita almeno in apparenza finora (non facciamo del male). Ma è chiaro che Google sa un'enorme quantità di cose su ciascuno dei suoi utenti e molti temono che se andasse a governarla un nuovo team di persone, aderenti a un qualunque nuovo approccio morale, per gli utenti potrebbero essere problemi. Virgilio, da parte sua, offre servizi basati sulla localizzazione e altre informazioni relative ai singoli utenti: si impegna a separare quelle informazioni dalle persone alle quali si riferiscono e a trattarle sempre e comunque come fatti statistici. 

Ma c'è qualcosa di più.

Perché Schmidt ha espresso una valutazione profonda e molto diffusa: l'idea secondo la quale chi desidera salvaguardare la privacy abbia qualcosa da nascondere. In questo senso la privacy è soltanto un vincolo alla libertà di circolazione delle informazioni: e il fatto che si tratti di informazioni sulle persone non cambia la sostanza del discorso. Se non hai nulla da nascondere perché vuoi la privacy?

L'idea è talmente diffusa che andrebbe presa sul serio. Forse un modo per valutarla è immaginarsi una società basata su un modello totalmente privo di privacy e pensare dove può portare. (L'argomento è talmente complicato che qui si può soltanto accennare a un punto di vista, che resta tutto da approfondire).

Teoricamente, si può partire da una concezione generale: la circolazione dell'informazione è un bene. Se tutti sanno tutto di tutti non si può imbrogliare, ciascuno è libero di fare le sue scelte sulla base di una corretta dotazione di informazioni, i risultati sono i migliori possibili in termini politici, economici, sociali, culturali. Sarebbe bellissimo, ma non è storicamente mai stato vero e possibile. Anche perché la disponibilità di informazione è cosa diversa dal trattamento, la comprensione e l'utilizzazione dell'informazione. La conseguenza è che l'informazione ha un enorme valore, ma la sua dinamica va ben compresa per poter vivere in modo consapevole.

L'idea della perfetta informazione è tipicamente sostenuta dall'economia neoclassica: se tutti sanno tutto di tutti e gli operatori sono razionali la concorrenza perfetta porterà alla migliore allocazione delle risorse possibile. E' una costruzione ideale molto interessante. Peccato che non sia mai stato possibile realizzarla. Il Nobel Stiglitz ha dimostrato che non è possibile avere una società nella quale tutti gli operatori siano perfettamente informati. E ha anche dimostrato una cosa sorprendente: non è vero che se aumenta l'informazione ci si avvicina alla condizione di concorrenza perfetta. La migliore allocazione delle risorse possibile data dal modello teorico della concorrenza perfetta non è una meta alla quale ci si avvicina per step successivi: è una realtà che o c'è o non c'è. Se non c'è non basta un po' più di informazione per avvicinarsi ad essa. L'utopia della concorrenza perfetta, nata per salvaguardare la libertà di concorrenza dei piccoli e grandi operatori economici, è stata di fatto utilizzata dai grandi poteri del capitalismo per eliminare barriere al loro potere. E invece la salvaguardia del mercato libero passa dalla limitazione della libertà d'azione dei grandi poteri del capitalismo, attraverso per esempio l'antitrust: la libertà esiste solo se ci sono regole che paradossalmente costringono a salvaguardarla.

E' molto interessante. Perché la realtà non è come la dipinge l'utopia della perfetta informazione. Perché la stessa informazione è diversa a seconda di chi la utilizza. Perché l'informazione non è equamente distribuita. Perché non è equamente distribuita la capacità di utilizzare l'informazione. E in una società iniqua i soggetti deboli hanno bisogno di una protezione nei confronti dei soggetti forti. La libertà vive nelle regole, non nell'assenza di regole.

La perfetta informazione non è l'obiettivo dell'informazione. E la privacy non ha l'obiettivo di impedire l'informazione. Ha l'obiettivo di rendere più equilibrato il gioco del potere sull'informazione.

La perfetta informazione su tutti è un problema di controllo sociale. In un villaggio tradizionale nel quale tutti sanno tutto di tutti, il controllo sociale è più facile. Ma l'interpretazione del controllo sociale dipende dal sistema di potere in vigore in quel villaggio. Se c'è molto controllo sociale e una sola persona ha tutto il potere, quel potere sarà privo di equilibrio e le persone saranno prive di libertà. 

Ci può essere una situazione ancora meno equilibrata. Quella nella quale il potere sa tutto di tutti, mentre nessuno sa niente degli altri. E' una situazione vagamente simile a quella del Grande Fratello di Orwell. In quella situazione, la libertà dei cittadini sottoposti all'enorme potere del Grande Fratello esiste solo se i cittadini riescono a dissimulare, cioè a impedire la perfetta circolazione dell'informazione su di loro.

L'informazione può essere un fattore di equilibrio sociale, può generare libertà, può alimentare una tensione verso una convivenza più giusta e pacifica, solo se è asimmetrica a favore dei soggetti che non hanno potere e se il controllo è esercitato con l'informazione in modo tale che si sappia molto su chi ha il potere e meno su chi non ha il potere. Per questo si dice che le persone che hanno responsabilità pubbliche non hanno diritto alla stessa privacy degli altri: Il controllo sociale, in una società democratica, è asimmetrico e si esercita in modo che dei potenti si sappia molto di più che degli altri.

Non è solo una questione politica. Prendiamo il caso di un'assicurazione sanitaria. Se si sapesse tutto di tutti è l'assicurazione a trarre il massimo vantaggio, non gli assicurati. Perché l'assicurazione non prende in carico le persone che rischiano la loro salute, mentre prende in carico solo quelle che pagano la loro quota e non hanno mai problemi di salute. Se un'assicurazione sanitaria sulla vita sapesse tutto quello che Google sa di ciascuno, i suoi rischi sarebbero molto minori e i cittadini che hanno più bisogno di assistenza sanitaria sarebbero penalizzati.

L'informazione è storicamente asimmetrica a favore del potere e delle grandi organizzazioni e a sfavore dei singoli cittadini e dei soggetti deboli. Migliorare l'informazione non significa portare tutti a conoscenza di tutto, che è impossibile, ma portare a un maggiore controllo sulle azioni dei responsabili delle grandi scelte collettive.

Le leggi sulla privacy sono importanti. Non perché funzionino bene e si possano far valere facilmente su internet. Lo sono forse soprattutto in chiave educativa. Favorire la consapevolezza dei cittadini del valore dell'informazione su di sé è una premessa fondamentale per la libertà. La si può intendere pienamente però solo se i cittadini sono consapevoli che far valere la propria privacy ha senso in quanto costringe il potere a comportarsi in modo più trasparente.

(Ripeto: queste sono soltanto intuizioni disordinate. Si spera che possano servire a qualche riflessione e soprattutto a far emergere opinioni più competenti).

C'è del marcio in Danimarca

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Se i dubbi amletici sulle scelte relative al futuro del clima saranno risolti con un accordo che favorisca soprattutto le nazioni oggi più sviluppate, e più inquinanti, sarà difficile convincere tutti dell'opportunità di agire congiuntamente.

Il Guardian ha pubblicato il draft di un accordo che va in quella direzione. E tutto il summit, a quanto pare, ne sta parlando. Il clima è pessimo.

Parole e riscontri

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Nel polverone di reazioni alla testimonianza di Spatuzza, spicca l'idea che "senza riscontri le parole restano parole". Poiché è chiaro che senza parole non si fanno i riscontri, con salto logico straordinario molti dicono che le parole non dovevano essere neppure pronunciate, o ascoltate. Repubblica

Cip6 stato

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Il famigerato Cip6, un sistema nato nel 1992 che doveva finanziare a spese dei consumatori lo sviluppo delle energie "rinnovabili" e che invece è andato a sostenere a suon di miliardi di euro le "assimilabili" (con enormi vantaggi per grandi impianti che di rinnovabile avevano molto poco), sta per finire. Ed è un bene. Il governo tentenna sull'energia, vuole il nucleare, taglia e poi taglia i tagli sulle rinnovabili. Ma, almeno, il Cip6 lo vuole togliere di mezzo. 

Readings #9 - SCANDALI CLIMATICI

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
La storia è stata penosa. E non cessa di generare perplessità profonde. E' venuto fuori che al Climatic Research Unit della University of East Anglia, gli scienziati che studiano il cambiamento climatico si sono scambiati per anni email nelle quali raccontavano di come stavano aggiustando la comunicazione dei dati sul clima per ottenere il massimo effetto sull'opinione pubblica.

Su Wikileaks si possono scaricare decine di mega di mail dalle quali si evince che gli scienziati lavorano su una quantità di dati e dettagli enorme, ma che quando devono sintetizzare i risultati all'esterno, specialmente su un argomento così sensibile come il clima, tendono a ridurre i motivi di dubbio e aumentare l'effetto d'allarme.

Persone coinvolte dicono che lo scopo di quelle manipolazioni era di rendere più forte il messaggio. Ma affermano che la scoperta di questa manipolazione non deve far pensare che il cambiamento climatico non esista.

E' anche vero che le frodi sui dati climatici non mancano da entrambe le parti. Un esempio è in uno studio di Douglas Keenan presentato in un paper di un paio d'anni fa. E un'analisi approfondita è quella di James Hoggan, autore del libro Climate Cover-up, che mostra la relazione tra le lobby industriali che non vogliono politiche troppo restrittive sulle emissioni e gli scienziati che negano l'importanza della relazione tra le attività umane e il cambiamento climatico.

Il fatto è che la scienza è un insieme complesso di osservazioni, ipotesi, falsificazioni, dubbi, teorie. Non è un insieme di certezze. Invece, i giornali e la politica lavorano essenzialmente sulle semplificazioni e le certezze.

Gli scienziati che vogliono avere un impatto sull'opinione pubblica o sulla politica sono tentati di semplificare le informazioni e di presentarle in modo da suscitare negil interlocutori delle certezze.

Una volta poi che abbiano conquistato un impatto sull'opinione pubblica e la politica, dunque abbiano conquistato un potere, quegli stessi scienziati vi rinunciano con difficoltà. Magari solo per continuare a poter finanziare le loro ricerche e quelle dei loro collaboratori.

Se poi gli scienziati si fanno servitori delle lobby, tutto è possibile.

Ma l'incontro tra scienza e politica non è certo una novità. Non lo sono neppure i conflitti d'interesse. E le manipolazioni. La gravità della situazione è che il pianeta ha bisogno di autorità credibili: religione, scienza, arte... Persone che si suppone siano motivate da valori diversi da quelli del potere e della ricchezza. L'organizzazione umana non può farne a meno. Ma fa di tutto per farne a meno.


Come da copione

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
Per chi avesse pensato che il vocio sul coinvolgimento dei vertici del governo nel processo per i crimini mafiosi in corso a Firenze fosse più che altro un attacco di comunicazione preventiva, teleguidato da un'accorta gestione dei messaggi mediatici, Libero offre una conferma. Citando addirittura l'esistenza di un "copione".

Del resto, la dimostrazione che la fiction è da qualcuno considerata più importante della realtà viene dalle dichiarazioni secondo le quali a meritare le maggiori critiche in tema di mafia sono proprio coloro che hanno scritto il copione della Piovra.

Pubblici misteri su YouTube

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
I pubblici ministeri che hanno preso posizione sul tema della rimozione di un video offensivo contro i disabili hanno scelto un argomento inequivocabilmente sensibile per l'opinione pubblica. Ma non hanno definito pienamente il problema. E poiché Ninja chiede un'opinione, ci si può tornare.

Il video è offensivo? Lo può stabilire soltanto un giudice. Qualcuno lo ha pubblicato usando le funzioni di una piattaforma. I gestori della piattaforma lo rimuovono se glielo chiede qualcuno che ha l'autorità per giudicare illegale quel video. Non intervengono a giudicare il contenuto, a meno che non sia stata stabilita una precisa normativa. Perché non fanno il giudice. Proprio per questo esistono i pm: fare in modo che sia rispettata la legge. E quando sono loro a intervenire, la piattaforma si affretta a eseguire. Mi pare semplice.

Richiedere che siano le piattaforme a fare i giudici è una rinuncia dei giudici a fare il loro mestiere. Ed è praticamente impossibile.

Insomma. O c'è una legge che dice che cosa il gestore della piattaforma deve fare, o non c'è. Se non c'è e un'illegalità è commessa su una piattaforma interviene l'autorità giudiziaria e prende una decisione.

Questo non impedisce di solidarizzare con l'associazione Vivi Down che ha giustamente ottenuto la decisione di rimozione del video.

Opinioni ben più circostanziate in materia:

Vittorio Zambardino su Repubblica

Anna Masera sulla Stampa

Internazionale

Corriere della Sera


Readings #7 - Molliche di blogosfera

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Cercando aggiornamenti al mitico pezzo di Bill Joy sull'emergere possibile di una nuova specie post-umana, si può scoprire che alla Darpa (l'agenzia di ricerche avanzate del dipartimento alla difesa americano, superinteressante) stanno cercando il modo di potenziale i soldati "cellula per cellula" (come dire con biotecnologie, neuroscienze, ecc ecc): World Politics Review. Invece pare che il progetto "telepatia" sia stato abbandonato.

Si moltiplicano i pezzi che riguardano le sperimentazioni degli editori di fronte alla crisi. Sta nascendo una nuova società che farà da piattaforma per la distribuzione dei magazine negli Stati Uniti (Observer). Molti si domandano che effetto avrà la rinuncia di Murdoch al traffico proveniente da Google: Hitwise. Altri editori comunque seguono il magnate australiano-americano (Bloomberg).

Quante reazioni al pezzo di Giuseppe sulla blogofera molle... A parte quanto scritto qui, le pagine dei commentatori sono state ricchissime: ne riporto qui i link soltanto per facilità d'uso. Massimo non crede che la struttura degli strumenti possa davvero migliorare i cittadini. E a Luca sorge di nuovo il dubbio che la retroguardia si mangi l'avanguardia. Andrea Contino ritiene che la blogosfera non sia molle ma al contrario dura. Il circolo Barack cita ad esempio un piccolo villaggio gallico. Ket apprezza l'arte della socievolezza che comunque è emersa nella blogosfera. Webeconoscenza ipotizza che i social media evolvano da servizi a infrastruttura. Gino Tocchetti ricorda il dibattito su nicchia e tribù (con apprezzamento critico per Godin). Dario propone di tenere d'occhio la distinzione tra blog e microblog. Puscic si sente antisociale (Ezekiel). Zamba apprezza Filtr.

Aza riflette sui dati che riguardano il rapporto tra blog e social media in generale. Nessuno dei suddetti ripassa la crisi degli editori. Intanto, la privacy interessa al Gobbo e a Orientalia.


800 ridicoli milioni

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
È chiaro che se Letta dice che gli 800 milioni per la banda larga ci saranno dopo la fine della crisi e se Scajola dice che ci saranno prima della fine dell'anno vuol dire che o il governo pensa che crisi finirà entro l'anno o che il governo pensa cose diverse e vagamente contraddittorie. Ma ci sta. Il problema è che questa mancanza di chiarezza apre la strada ai boatos più vari. Come quello secondo il quale tutto sarebbe sottoposto a una trattativa sull'iptv tra la Telecom e la Mediaset. Voci che non hanno riscontro. Ma che fanno dire a chi se ne intende che gli 800 sono importanti ma non decisivi fintantoché la domanda di banda in Italia è limitata. E quindi l'unica cosa chiara è che il passaggio chiave consiste nell'investimento che la pubblica amministrazione deve fare per ammodernarsi: che provocherebbe allo stesso tempo la necessità e l'opportunità per spendere gli 800. Concentrando l'attenzione su un tema vero di convivenza. E senza fare apparire il tutto come una pressione anticompetitiva dell'attuale sistema televisivo.

"Accetto suggerimenti"

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Il governo accetta suggerimenti sulla riforma della giustizia. E' una buona notizia

Dalla repressione alle pubbliche relazioni

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
In Cina, i cittadini sono riusciti in molte circostanze a far fare una tale brutta figura ai funzionari di partito corrotti da metterli seriamente in difficoltà o farli allontanare, pubblicando su internet le loro malefatte. Non riuscendo a reprimere il fenomeno, molte autorità stanno reagendo con un investimento massiccio in pubbliche relazioni online. Dalla repressione alla manipolazione preventiva. La Cina si avvicina all'Occidente. (Newsweek)

Ipotesi impensate

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
"Non ho mai pensato a elezioni anticipate" dice il premier il 18 novembre. Anche se nel libro di Vespa: "ci tengo a dirlo chiaro" se dovesse andare in crisi la maggioranza "sarebbe inevitabile il ricorso a elezioni anticipate". Ma era un'ipotesi impensata.

Privazione della privacy

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
La revisione delle regole sulla privacy in Facebook, in corso da qualche tempo, non è un argomento interessante per chi usa quella piattaforma, tanto che l'azienda terrà conto dei commenti degli utenti ma non sottoporrà la decisione a votazione visto che gli intervenuti non hanno raggiunto il numero minimo richiesto di 7mila. Su centinaia di milioni...

Intanto, la Bbc segnala che degli impiegati della T-mobile hanno venduto dati riservati su migliaia di clienti a broker interessati a rivenderli. Eppure non sembra che sia nato uno scandalo enorme. Giusto un po'.

La privacy non appassiona. Anche se è una premessa fondamentale di libertà. Oppure interessa ma non appassionano le regole e le leggi che dovrebbero salvaguardarla: anche perché alla luce dei fatti (come quello della T-mobile) possono sembrare formalmente pesanti e sostanzialmente poco incisive.

Una maggiore consapevolezza in materia in un contesto del genere sarebbe l'unica difesa. Col rischio che però diventi un freno alla spontaneità. Perché è purtroppo è proprio nei comportamenti spontanei che gli invasori della privacy trovano qualcosa di interessante per loro. E dunque anche un'evoluzione delle regole è necessaria: per creare spazi difesi davvero e che consentano relazioni libere.

Clima bigio a Copenaghen

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Doveva essere la cosa più importante della visita di Obama in Cina. E purtroppo sembra lo sia in negativo. Obama e Hu trovano impossibile un accordo sulla riduzione di CO2 al prossimo vertice di Copenaghen. WsjNew York TimesRepubblicaTweetmeme. Eppure i 20 grandi avevano appena finito di dire che dovevano rimandare a Copenaghen la questione. Sole. Ma evidentemente in una discussione tra un paese debitore e un creditore non c'è il clima giusto per pensare al clima sbagliato.
Mentre Google lavora a rendere più veloci i siti web con un software da browser e server in preparazione, Matt Cutts di Google dice a Webpronews che la velocità dei siti potrebbe presto diventare una variabile che ne determina il ranking.

Quindi i siti più veloci andranno più in alto nelle risposte del motore di ricerca più importante del mondo. E probabilmente saranno più veloci quelli che si troveranno su server migliorati con software del tipo di quello che sta facendo Google, oppure quelli con la migliore banda di connessione.

Potrebbe essere un meccanismo selettivo abbastanza significativo, tale da accelerare le distanze tra i siti più ricchi di risorse e quelli meno dotati di mezzi. Ma non necessariamente meno interessanti.

La doppia crisi del ceto creativo

| | Comments (9) | TrackBacks (0)
Le persone che lavorano nella creatività soffrono enormemente la crisi. Non c'è una statistica, non c'è un dato aggregato, non c'è un sondaggio. Soltanto un insieme di segnali. Uniti da una logica ferrea.

Un intero ceto di persone che lavorano in modo estremamente flessibile nel mondo della pubblicità, dei video, del design, degli eventi e dei media sta sentendo la crisi in modo particolare. Perché la durezza della crisi ha messo in primo piano le forme di protezione contrattuale più forti.

Si tratta spesso di professionalità piuttosto rilevanti. Gente che ha puntato più sulla qualità del lavoro che sulla sicurezza del contratto. E che certamente ha molte carte da giocare per recuperare una condizione economica migliore. Ma che attraversa una fase piuttosto dura.

I dati di fatto, aneddotici, sono però piuttosto chiari:
1. Un gran numero di persone sta perdendo i contratti e non ne ha di nuovi in pipeline
2. Un gran numero di piccoli studi si vede rifiutare il pagamento delle fatture dai clienti
3. Una parte resiste o sta benissimo (non si sa se sia una maggioranza o una minoranza).

Molte di queste persone non sono i tipi che si lamentano pubblicamente. E non avendo alcuna aggregazione sociale, non hanno neppure un punto di riferimento che le rappresenti. Sicché si sa poco di loro. Ma è arrivato il momento di parlarne. Di capire se si tratta di un insieme di fatti relativamente limitato o se è un fenomeno generalizzato. E di fare qualcosa.
Sulle prime ci potevano essere dei dubbi, come detto in un post precedente. Ma il Sole 24 Ore dice che la legge che accorcia i processi rischia davvero di far saltare 100mila processi. E ad Annozero Di Pietro ha detto, se non si è capito male, che sono stati tagliati i fondi alla sicurezza per 1 miliardo: dunque se è vero la legge non sembra accompagnata da maggiori risorse alla giustizia. se ne deduce che rispetto alla precedente versione, quella della prescrizione abbreviata non c'è un significativo miglioramento. E dunque il dibattito interno alla maggioranza è stato solo una manifestazione di pubbliche relazioni (sempre che si sia capito bene).

Imputati speciali: prescrizione o processo breve

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
E' giusto pensare di accorciare la durata dei processi e di dare alla magistratura le risorse necessarie ad accelerare il lavoro. Sarebbe anche giusto togliere alla pratica dei tribunali la possibilità di cavillare tanto da allungare i processi fino a superare il termine stabilito. E sarebbe giusto che il lavoro di magistrati, avvocati, impiegati dei tribunali fosse meno formale e più sostanziale: per arrivare a decisioni che diano finalmente agli italiani la certezza del diritto.

Ma, lette, rilette, e rilette ancora, le notizie sulle decisioni prese ieri in materia non si capiscono fino in fondo. Di certo, non vanno molto in profondità. 

Soprattutto, non si capisce in pratica la differenza, se non sperando di aver capito male (come per i non tecnici come chi scrive è molto probabile), tra prescrizione breve e processi accorciati. Non salteranno comunque moltissimi processi? 

E poi che cos'è esattamente quella leggina transitoria apparentemente ritagliata su misura sulle esigenze degli "imputati speciali" in processi il cui senso è già ampiamente chiaro (come nel caso Mills)? Non capire non è bello. Perché lascia sempre uno strascico di sospetti. 

L'unica cosa chiara è che l'"imputato speciale" numero uno ha detto "è andata bene". 

800 update: Scajola infittisce il giallo

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
E dunque i ministri per la banda larga insistono. Brunetta ne ribadisce la necessità per ammodernare i servizi della pubblica amministrazione. E si aggiunge Scajola che sostiene come gli 800 milioni di investimenti sarebbero utili a sostenere l'occupazione. Chissà perché era stato proprio Letta a dire che quei soldi erano bloccati. E chissà perché il ribadito sostegno al piano Romani arriva dopo le (più o meno) dimissioni di Stefano Pileri (che sosteneva a quanto si dice un vero e proprio scorporo della rete di Telecom Italia). Domande che restano nelle discussioni piuttosto esoteriche dei nostri potenti. Repubblica. Corriere.


Update sui commenti in questo blog: 

Gli occhi sulla nuca: non si va lontano e si crede ( si fa credere ? ) di andare avanti.

Bisogna sempre ricordare chi è a governarci e dunque a prendere le decisioni che dovrebbero massimizzare il benessere pubblico. Le principali entrate del presidente del consiglio provengono da mediaset e publitalia 80. La prima, come tutti sanno, si occupa di produzione e distribuzione televisiva in libera visione e fattura 4,2 miliardi di euro l'anno. La seconda è una concessionaria per la raccolta pubblicitaria per la televisione (prima in Europa per fatturato, circa 3 miliardi) e detiene oltre il 60 per cento del mercato pubblicitario italiano. (Publitalia ha creato una concessionaria che si occupi della raccolta della pubblicità on line, ma solo qualche giorno fa e risulterà operativa solo dal 2010). 
Oggi internet anche grazie all'avvento di socialnetwork come facebook è diventato anche in Italia un valido concorrente nella sfida per l'attenzione del pubblico, risulta dunque evidente come un ampliamento o un miglioramento dell'infrastruttura che consente connessioni a banda larga non venga visto come una priorità da chi deve guardare alla rete come si guarda ad un concorrente, quantomeno sul piano economico, tralasciando per ora quello politico. 

La Federazione delle concessionarie di pubblicità online - Assointernet, grazie al suo presidente Carlo Poss, ha recentemente espresso un grande e chiaro dissenso per la scelta di abbandonare l'investimento di 800 milioni; purtroppo pero' nessun media, eccetto La Repubblica ed alcuni blog (tra cui questo) ne ha ripreso e commentato la notizia.
Non avendo quindi visibilità mediatica, il dissenso del mondo web rimane più o meno noto ad un ristretto pubblico.

beautiful ^_^

Che la banda larga sia un investimento che possa portare vantaggi al paese, nulla questio, ma non sarà quest'infrastruttura che farà aumentare il numero di utenti internet, e per due ragioni: 
1) la maggior parte della popolazione italica non ha sufficiente scolarità.
2) l'accesso a Internet costa troppo per la famiglia media italica.
Per quanto riguarda la pubblicità che finisce sopratutto in TV, questo è funzione dei due fatti precedenti:
la TV non richiede scolarità e, sopratutto, è gratuita.


Caro Luca, 
a volte trovo divertente andare a guardare l'etimologia delle parole. Si possono trovare i significati dei vocaboli in uso, ci si puo' sorprendere dei loro significati nascosti, oppure se ne rintraccia la storia e si interpreta la societa' che li usava.

Investimento e' parente stretto di "vestire" ed era inteso come addobbare, coprire d'ornamenti (http://www.etimo.it/?term=investire&find=Cerca), in questo "investimento" ed "investitura" erano perfetti sinonimi. Il significato di investimento come "denaro utilizzato per produrre profitto" a quanto pare nasce solo nel 17 secolo in connessione col commercio verso le "indie orientali" (http://www.etymonline.com/index.phpsearch=invest&searchmode=none).

L'investitura permetteva ai prescelti di acquisire meriti grazie ai titoli; l'investimento consentiva ai meritevoli di far fruttare i titoli ricevuti.

Oggi, temo che l'investimento sia tornato ad essere un'investitura.

All''opportunita' strategica di alcune scelte, perfettamente logica e razionale, spesso si preferisce la discrezionalita' illogica e irrazionale dei potenti. Mi viene in mente la risposta di un funzionario ministeriale alla richiesta di adottare una strategia nel suo campo di azione: "A strateggia nun se ppo' ffa'... pe 'ttanti motivi".

Ciao Luca, ti segnalo questa intervista di Giacomo Dotta:http://www.dariosalvelli.com/2009/10/un-laptop-per-alunno

E' un vero peccato.
Un'altra occasione persa.
E' un po' come conservare le medicine per quando uno sarà guarito.


Onestamente non penso proprio sia un tentativo di boicottare il mercato della pubblicità sulla rete. A mio parere è abbastanza difficile che l'adv su Internet possa rappresentare un "pericolo" per Publitalia80 che proprio non ritenendo questo mercato interessante non ci hai mai praticamente messo il piede. La pubblicità sulla rete ha un approccio al pubblico completamente diverso e molto più complicato che non quella televisiva che appunto è semplice, broadcast e, RAI a parte, gratuita.
Mi permetto di dire che pensare a una cosa del genere mi suona più come un alibi delle varie associazioni della pubblicità su Internet per poter giustificare il ruolo di cenerentola del loro mercato. Mi preoccuperei più di differenziare la comunicazione digitale da quella convenzionale, trovando formule innovative. Ovviamente fino a quando si continuerà a vendere la pubblicità online con gli stessi parametri di quella televisiva, ovvero il costo contatto, la sfida sarà sempre perdente.

Purtroppo penso che questa scelta sia stata dettata in generale da questioni politiche e mediatiche. tagliare i fondi per Internet fa rumore in una cerchia di soliti ristretti sensibili giustamente a questo tema ma purtroppo forse poco significativi dal punto di vista politico. Tagliare i fondi per il ponte di Messina, la costruzione delle case in Abruzzo, a Messina, le grandi infrastrutture farebbe molto più rumore mediatico e rischierebbe di muovere anche ingenti masse di voto specialmente al sud.

Chiaramente il tutto denota ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, quanto in questo paese la creazione di infrastrutture digitali per la crescita non solo economica ma anche culturale abbia un valore e una considerazione molto bassa.

Non lo so se è per Partito preso o per semplice ignoranza. Ma questi signori di Palazzo NON ci capiscono nulla di REte e NON si capiscono neppure tra di loro!!!

Leggete qui:
http://punto-informatico.it/2745321/PI/Commenti/non-siamo-ancora-un-paese-internet.aspx

(pezzo che quoto al 100%)

e qui:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/11/banda-larga-scajola.shtml?uuid=a284db60-cc8b-11de-a628-f019027192d1&DocRulesView=Libero

per capire che GIORNO PER GIORNO ORA PER ORA questo governo dice cose diverse!!!!

Ciao Luca,
tuo lettore fedele

Larga banda e stretto di Messina

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
erto che è strano. Non più tardi di un paio di settimane fa due membri drl governo avevano detto che non mancava molto al lancio del progetto di riqualificazione della banda larga in Italia. Eravamo all'indomani della notizia secondo la quale 1 mega di banda era un diritto di tutti i cittadini finlandesi. Ed era venuto fuori che il piano "Romani" con i suoi 800 milioni per portare almeno 2 mega a tutti era pronto a partire. Lo stesso governo si è auto smentito come sappiamo in questi ultimi giorni. Il Cipe ha deciso a favore dei soldi per le grandi opere, senza considerare la banda larga più urgente dello stretto di Messina.

Intanto, Stefano Pileri ha scoperto suo malgrado che la rete italiana passava sotto la resposabilità di altri e rassegnava le dimissioni dopo una vita passata a governarla nel bene e nel male.

E così l'Italia perde altro tempo. Restando un paese troppo concentrato sulla televisione tradizionale.

Per fortuna che l'Europa ha preso decisioni favorevoli alla rete che in un certo senso produrranno qualche consapevolezza anche da noi.

Aneddoti scientifici

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
A quanto pare, una briciola di pane perduta da un uccellino che volava sull'Lhc di Ginevra è riuscita a bloccare la macchina che ha richiesto il più grande investimento scientifico degli ultimi anni. Intanto, i tecnici dell'Lhc stanno rivedendo tutte le saldature sui fili di rame che sembra non reggessero quando si avviavano gli esperimento.

Non ci sarebbe nulla di strano se l'Lhc non fosse stato sostenuto anche da una campagna di pubbliche relazioni senza precedenti. Tutto quanto è stato detto, fatto, promesso in quella campagna, rende ridicoli questi intoppi (che altrimenti sarebbero forse comprensibili vista la complessità dell'impresa).

Una riflessione sulle mutazioni della comunità scientifica alle prese con i vincoli economici e le sirene del potere è su The Scientist.

Stefano Pileri

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
A quanto dicono all'Asati (l'associazione dei piccoli azionisti della Telecom Italia), Stefano Pileri starebbe rassegnando le dimissioni. Uno dei manager di più lunga durata della storia della compagnia telefonica, governatore della rete, lascerebbe così il suo posto.

Non è detto che questo sia connesso al materasso sotto il quale hanno messo gli 800 milioni della banda larga. E intorno ai quali va letto il pezzo di Giorgio Meletti: "Per il governo italiano, la banda larga è un lusso".

Dirà la verità

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Titolone di prima pagina su Le Figaro di carta: Chirac "dirò la verità sul Comune di Parigi". Effettivamente è una notizia.

800 milioni sotto il materasso

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Gli 800 milioni per la banda larga potevano essere investiti per sostenere il rilancio economico. Oppure potevano essere messi sotto il materasso, in attesa della fine della crisi. A quanto pare, ha vinto il materasso. (Letta, sul Sole e sul Corriere delle Comunicazioni, via Alessandro)

La notizia arriva giusto prima dell'importante cda di Telecom Italia di domani.

Dove sono finiti 800 milioni

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
"Dove sono finiti gli 800 milioni che il governo doveva mettere sulla banda larga in Italia?"

Allo Iab Forum se lo domandano tutti, Riccardo Luna di Wired Italia in testa. Ma chi doveva rispondere non c'è. Per Gentiloni il governo non è a favore di internet.

(Sta di fatto che Mediaset farà la tv via web).

Si ha l'impressione che più che una strategia anti-internet c'è soprattutto una grande ignoranza e confusione, dice Carlo Poss (presidente di Fcp-Assointernet). Grandi applausi dalla platea.

Piattaforme o persone

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Se ne parla. Ma non si vedono i fatti. Stiamo consegnando un sacco di informazioni su di noi alle varie piattaforme private, come Google e Facebook. E fin lì va bene, purché siamo consapevoli di quello che scriviamo e di quello che significa. Stiamo anche affidando a piattaforme private la maggior parte delle comunicazioni personali (ancora Facebook, Google, Microsoft, Twitter, ecc ecc). E anche qui a moltissimi va bene, se si pensa in termini di "basta che funzioni".

Dall'altra parte, parliamo di posta elettronica certificata, fatture online, pubblica amministrazione in rete.

E' chiaro che ogni persona avrà sempre più attività in rete. E che avrebbe senso che il suo indirizzo in rete fosse sostanzialmente "suo", come quello di casa. E che sarebbe intelligente che le sue informazioni fossero sostanzialmente "sue", anche se pubblicamente accessibili all'occorrenza in base alla legge, come quelle che mette nelle lettere di carta o che trova nei documenti dell'anagrafe.

Del resto, il bello di internet è che non è una piattaforma proprietaria. Che chiunque può trovare il suo posto. Ma perché non emergono piattaforme che aiutano questo processo? Una volta c'erano, per costruire i siti web. Oggi ci sono meno per costruire la conversazione online. Forse Wordpress è il miglior esempio... e forse ce ne sono altri...

Ma per la maggior parte della gente, il web 2.0 è basato sulle persone ma allo stesso tempo anche sulle piattaforme proprietarie planetarie. E' giusto che sia così?

Uno spunto su Logeeka.

Mifaccioimpresa

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Gli aspiranti imprenditori sono in ribasso in Italia, dice la ricerca Gem di EntEr. Ed è un problema. Perché la nuova imprenditorialità è la principale modalità con la quale un'economia trasforma i vincoli in opportunità, le idee in denaro, i sogni in realtà... E la nuova imprenditoria è il principale strumento per fare nuova occupazione.

Non è un caso che ci sia questo ribasso. Balzano agli occhi, per esempio, le difficoltà di accesso al credito e, anzi, la trasformazione delle piccole imprese in aziende di credito che avviene con il pessimo meccanismo del ritardo nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione e, spesso, delle grandi imprese. Questo è uno dei peggiori difetti del sistema italiano. E qualunque politica per l'imprenditorialità dovrebbe essere annunciata insieme alla decisione da parte dell'amministrazione pubblica di accorciare i termini dei pagaementi, almeno alle piccole imprese.

Senza contare che, sempre più spesso, le fatture non vengono pagate per niente, purtroppo. La magistratura è troppo lenta, in questo caso, per aiutare i creditori.

In questo modo, aziende che hanno un fatturato superiore ai costi, ma che pagano i costi più velocemente di quanto non vengano pagate dai clienti, si trovano in una morsa infernale inaccettabile.

Tra poco, a Mifaccioimpresa una tavola rotonda sull'imprenditorialità e l'uscita dalla crisi...

Specializzazioni ad assetto variabile

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Chissà perché, in certi giorni, si discute dello stesso argomento con diverse persone senza che apparentemente ci sia un collegamento. Oggi è stata la volta di specializzazione e interdisciplinarietà.

Domani esce un bel servizio di Ventiquattro sull'interdisciplinarietà (la url arriverà appunto domani). C'è in preparazione un convegno che discuterà l'importanza della specializzazione. E la progettazione del prossimo numero di Nòva è stata come sempre una discussione sui confini mobili tra gli argomenti.

Si direbbe che esistano almeno due tipi di specializzazioni.

Le specializzazioni esclusive, quelle fatte da chi considera la propria materia un feudo da difendere. E le specializzazioni inclusive, quelle che sono portate avanti da chi conosce bene un argomento e non cessa di linkarlo ad altri.

Le specializzazioni esclusive sono proprie dell'epoca delle gerarchie: tutti competono per risorse culturali ed economiche scarse, e chi riesce a conquistare una posizione tende a costruire una muraglia per difenderla. Le specializzazioni inclusive sono proprie dell'epoca della rete: risorse culturali abbondanti, necessità di collegare gli argomenti, libertà di ridefinizione dei confini intellettuali tra le discipline.

Oggi, in piena crisi di risorse economiche ma in piena abbondanza di risorse culturali, si assiste a una scissione tra la pratica della difesa delle professioni intellettuali e la dinamica dell'avanzamento intellettuale. La prima è delegittimata dalla seconda: perché è chiaro che la difesa professionale non corrisponde alla qualità delle idee. Nel giornalismo e in un sacco di altri ambienti. Imho.

La finzione del global cooling

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Si è parlato di un nuovo trend, sorprendente, secondo il quale il pianeta non si sta scaldando ma raffreddando. Principalmente perché l'anno più caldo mai registrato resta il 1998. Ma una ricerca ben pensata dell'Ap ha dimostrato che i dati in nostro possesso non si possono in nessun modo razionale interpretare come prova di un global cooling. (via ArsTechnica)

La lobby dei negazionisti del global warming non sembra andare molto lontano, per ora.
Stefano Quintarelli invita a protestare contro Catherine Trautmann (http://catherinetrautmann.net/) e Alejo Vidal-Quadras (http://www.vidal-quadras.com/).

I due rappresentavano il Parlamento europeo in una complicata trattativa e a quanto pare hanno tradito il loro mandato. Erano impegnati a impedire che passasse la nuova regola secondo cui, per i reati compiuti su internet, gli stati membri "possono" richiedere una decisione della magistratura (in realtà, qualcunque persona civile vorrebbe che in quella legge ci fosse scritto "devono"... cioè non possono saltare la magistratura, non possono decidere per via direttamente governativa o tecnica come vorrebbe per esempio la Francia del marito di Carla).

Stefano spiega tutto benissimo e invito a leggerlo.

Inoltre ci sono le cronache di Scambio Etico e La Quadrature.

Non vi si può lasciare soli un attimo...

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Un piccolo viaggio di cinque giorni a Kyoto. Si torna. E si trova tutto rovesciato. Adesso sono tutti di sinistra. Gli italiani lasciano i reality e tornano alla pasta. Il Fini non giustifica più i mezzi.

Creazione a Kyoto

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Robert Thomson, direttore del Wsj in Australia, qui a Sts Forum Kyoto, si è reso responsabile del racconto di una discussione sulla Creazione. C'è uno scienziato, un architetto e un giornalista. Discutono sulle caratteristiche dell'entità che ha dato avvio alla storia superando il Caos originario. Lo scienziato dice che doveva essere una mente scientifica perché solo tale mente poteva creare la meravigliosa legge della natura che governa l'universo. L'architetto osserva che il Creatore non poteva che essere un architetto, visto lo straordinario progetto che sottende la realtà. Il giornalista dice: dovete andare al vero punto di partenza. Chi credete che avesse prima creato il Caos?

Lodo Mondadori

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
La Mondadori è una magnifica azienda. Soprattutto per il valore delle persone che ci lavorano. Lodo la Mondadori ogni volta che posso per questo. Nonostante le strane vicende della sua proprietà.

Oggi si scopre che la Cir sarà risarcita per i danni che ha subito per quelle strane vicende, sempre che sia confermata la sentenza che condanna la Fininvest a pagare alcuni fantastiliardi di compensazioni. Ma è solo un problema dei grandi capitalisti coinvolti? Ci si domanda se non sarebbe giusto considerare anche le conseguenze subite da che lavora alla Mondadori per quelle strane vicende della proprietà. (link nei commenti).

Paura della libertà

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Quello che succede in Italia arriva in Giappone sulle ali degli sms e della mail.. Come la segnalazione secondo la quale Tg1 e Tg5 non hanno detto una parola sulla manifestazione in favore della libertà di stampa. Fosse vero, alimenterebbe il tasso di falsità e la strategia della disattenzione.

Ma come fanno all'Alitalia

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Uno vorrebbe sinceramente che l'Alitalia funzionasse. È una condizione necessaria allo sviluppo che un paese sia ben connesso, sia a basso costo (per il turismo) sia ad alta affidabilità (per il lavoro). Ma alto costo e bassa affidabilità non costituiscono una buona connessione. Sicché il disagio sperimentato ieri sul volo Alitalia da Milano a Tokyo, l'aereo rotto, la proposta di partire con quasi dodici ore di ritardo, il cambio di compagnia per molti passeggeri, non è stato incoraggiante.

Il punto è che se una cordata privata riesce a fare un buon affare con lo stato non dovrebbe sedersi a contare i vantaggi accumulati ma dimostrare di saper sistemare quello che la precedente geatione non aveva risolto: l'affidabilità del servizio.

Tavaroli. Giustizia è fatta, quasi

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
La vicenda di Tavaroli si potrebbe dunque concludere con un patteggiamento. Corriere.

Android è open?

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Secondo Michael Klurfeld di Techgeist, Android non è poi tanto open source. Le valutazioni in materia stanno diventando labirintiche.

Chi fa il tifo per la crisi

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Di sicuro, non fanno il tifo per la crisi i 984.286 disoccupati che si sono registrati dall'agosto 2008 al luglio 2009. Sole. Repubblica.

Sinistra sinistra

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
La Germania vota a destra. La Francia lo fa da tempo immemorabile. Il Regno Unito forse lo farà alla prossima occasione. Si fa qualche ragionamento tipo: il messaggio della sinistra è in crisi in tanti posti, anche dove non c'è una destra che possiede i media (che dunque sono meno importanti di quanto non si creda).

Sarà. Non pretendo di capire la politica. Ma a me pare che la sinistra abbia vinto in America. E che le destre francese e tedesca siano parecchio diverse. Il punto è che la politica comparata si fa sui sistemi politici, non sulle assonanze tra i nomi dei partiti o sulle loro collocazioni relative. Temo che invece la capacità di conquistare l'agenda sia ovunque decisiva per i candidati. E lo si può fare con un messaggio migliore di quello degli avversari. Oppure in altro modo.

Chi non risica non rosica

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Meditando sulla notizia secondo la quale un eventuale bocciatura del lodo Alfano rischierebbe di provocare importanti dimissioni. Corriere.

Chi l'ha visto tutto

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Gilioli l'ha visto tutto. E l'ha rattristato. Inevitabilmente. Non solo per il contenuto.

Ma anche per la sensazione - che si legge in alcune sue parole - che tutto questo si possa superare solo pensando a come guarderemo questa puntata in un contesto diverso, in qualche giorno futuro nel quale la sanità mediatica sarà riconquistata. Forse allora ci saremo dimenticati il senso dei siparietti con il Vespa birichino. E le benevolmente burbere battute del presidente. E tutto il resto.

Ma dirci oggi di pensarlo con distacco non dovrebbe rattristare: ci fa bene. Ci induce a guardare ai fatti in una prospettiva più ampia. E ci fa superare la paranoia. Che è il primo passo per cominciare a raccontare una storia diversa. Meno legata alla critica dei leader attuali. (Che per carità ci vuole, ma non può e non deve essere una monomania). Imho.

(Ah, se non capisco male i dati Auditel, la trasmissione di ieri non è stata un gran successo).

Cara Italia... in albergo

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Un comunicato stampa informativo da Hotels.com:

I PREZZI DEGLI HOTEL NEL MONDO SONO SCESI DEL 17%.
 
Hotels.com, leader mondiale nella sistemazione in hotel, svela l'andamento dei prezzi in Europa e nel mondo: l'Italia è il quarto Paese in Europa con le camere di hotel più care.
 
I prezzi in Italia sono calati in misura minore rispetto agli altri Paesi in Europa e nel mondo  (-12% vs -16% dell'Europa e -17% del mondo) e, nonostante la diminuzione globale del costo delle camere, l'Italia, nei primi sei mesi di quest'anno, è risultato il quarto paese con i soggiorni più cari in Europa, subito dopo Svizzera, Danimarca e Norvegia.
 
Venezia, nonostante il calo dei prezzi del 12%, si riconferma la città più costosa d'Italia e terza in tutta Europa; subito seguita da Milano e Roma, che hanno subito un taglio rispettivamente del 17% e 13%.

La città in Italia che ha subito il taglio di prezzi più drastico è Firenze, i cui costi sono scesi più della media europea (-20%).
 
La crisi del settore non ha invece colpito Siena e Rimini che, anzi, hanno visto un incremento dei prezzi rispettivamente del 3% e 1%. Sono le uniche due città in Italia con segno positivo.

Immigrazione in Veneto

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
L'immigrazione nel Veneto secondo i dati elaborati dalla Fondazione Nordest.

2002 nuovi iscritti 26.668 saldo 23.207
2003 nuovi iscritti 54.949 saldo 50.455
2004 nuovi iscritti 48.506 saldo 43.272
2005 nuovi iscritti 37.834 saldo 31.927
2006 nuovi iscritti 34.184 saldo 27.502
2007 nuovi iscritti 58.880 saldo 51.840
2008 nuovi iscritti 58.265 saldo 49.354

In Veneto, dove l'immigrazione è fondamentale per molte lavorazioni industriali, questo tema è sentito come un problema sempre più pressante, per la scuola e la vita quotidiana. I numeri certo aiutano a capirlo. Anche perché riguardano soltanto i casi di persone ufficialmente registrate. Tra dinamiche dell'emergenza e mancanza di profondità del progetto collettivo, l'argomento sembra sfuggire di mano. Con tutta l'umiltà che occorre di fronte a un tale problema, si percepisce nell'aria che è tempo di fare un salto di qualità civile. Da dove emergerà?

Selezione innaturale

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Un bel pezzo sull'Economist sulla innaturale selezione nel mondo finanziario. Con un suggerimento: che le banche più rischiose siano costrette a sostenere costi maggiori per finanziarsi. Con un'impressione: difficile far funzionare il mercato davvero.

Asta annullata di BlogBabel

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
La vendita di BlogBabel su eBay è stata annullata prima del previsto dal venditore, si dice nella conseguente discussione sul FriendFeed di Mcc. Naturalmente, se eBay consente questa pratica vuol dire che tutti sanno che può essere praticata. Che sia più o meno seria lo può giudicare chiunque sia interessato a farlo. Ma sarebbe bello vedere che cosa succederebbe nel caso che i potenziali compratori chiamassero direttamente il venditore per sapere se vuole aprire una contrattazione offline con loro. Giusto per verificare.

update: BlogBabel è stata venduta. A Liquida.

Disagio

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Boffo ha scritto che le comunità cristiane erano a "disagio" per quello che venivano a sapere dalla stampa sul premier. Una parola che più misurata non poteva essere. La reazione è stata fuori misura. New York Times.

Con quali conseguenze? Se le comunità cristiane erano a "disagio", ora lo sono certamente ancora di più. Ma ci sarà una persona in meno che lo dice. 

A meno che al posto di Boffo non ne emergano altri cinque, dieci, cinquanta.

Altro che autostrade del mare

| | Comments (12) | TrackBacks (0)
Da rileggere. Il Guardian dice che una ricerca confidenziale mostra come le 15 navi più grosse del mondo inquinano tanto quanto 760 milioni di automobili. (sic).

La globalizzazione basata sulla delocalizzazione della produzione e le navi container ha vasti effetti sulle emissioni di CO2.

Internet e il controllo del presidente

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Una proposta di legge in Usa. Altre perplessità. Cnet. Boing Boing.

Mistero Boffo

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Perché? Perché ora, perché così, perché in questo modo? 



Costituzione, titolo I, articolo 21

| | Comments (2) | TrackBacks (0)

Articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana. 

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Repubblica

Guardian

Gawker

Financial Times

Bloomberg

And... A modest suggestion from Newsweek

Fiegoogle

| | Comments (10) | TrackBacks (0)
La Fieg ha fatto intervenire l'Antitrust e la Guardia di Finanza per sapere se il motore di ricerca di Google discrimini i siti degli editori di giornali se questi non vogliono che Google News ne aggreghi le notizie. Ma motiva la richiesta segnalando tra l'altro il fatto che Google guadagna pubblicità usando i contenuti degli editori e senza pagare nulla per questo. Tra le due questioni c'è una certa differenza. E poiché è evidente a tutti, se ne deduce che la vicenda di ieri è parte del tentativo da parte della Fieg di avviare una trattativa con Google per ottenere una fetta maggiore nell'economia delle notizie online.

La questione di interesse pubblico internettiano più rilevante da risolvere è se Google distorca in qualche modo i risultati del suo motore di ricerca nel caso che un editore non voglia che Google News aggreghi le sue notizie. Google risponde con chiarezza: un editore può evitare come chiunque di essere trovato dal motore e dall'aggregatore usando robot.txt: ma in quel caso appunto non compare né in Google News né in Google. Gli editori faranno bene a verificare se i loro centri di calcolo abbiano usato questa scorciatoia. La soluzione migliore per gli editori che vogliano restare nel motore ma non nell'aggregatore di notizie è quella di contattare direttamente Google, che si dichiara pronto a soddisfare la richiesta.

Se così fosse, la questione principale sarebbe risolta.

Resta molto altro. Ma riguarda gli interessi particolari degli editori e di Google, più che quelli del pubblico. E si tratta di andamento del traffico e di distribuzione dei ricavi pubblicitari.

Traffico. E' chiaro che Google ha molti più visitatori di qualunque giornale online. Ed è chiaro che anche Google News ha moltissimi utenti. Una parte di questi si ferma ai titoli raccolti dall'aggregatore, una parte clicca e va sui giornali che danno le notizie. Chi ci perde e chi ci guadagna? La questione va vista caso per caso. Ma nella situazione attuale, visto che le notizie su Google News ci sono e la Fieg non riuscirà a convincere tutti coloro che le producono a non lasciarsi aggregare da Google News, è probabile che l'aggregatore continuerà a raccogliere traffico e a distribuirne una parte sui siti di provenienza delle notizie. Chi sta fuori non perde il traffico di chi vuole proprio le notizie del suo giornale ma perde il traffico di quelli che arrivano al suo giornale attraverso l'aggregatore. A ciascun editore sta di fare i suoi conti e di decidere. Vedi WebNotes.

Pubblicità. Non risulta che Google News raccolga pubblicità, ma è chiaro che l'insieme di Google raccoglie pubblicità anche grazie al traffico attratto da Google News. Il modo in cui Google e giornali si spartiscono la torta pubblicitaria dipende dal traffico (vedi sopra) e dalla forma delle inserzioni offerte: è chiaro che quelle di Google e quelle dei giornali non sono molto comparabili ma sono di fatto concorrenti. La soluzione migliore sarebbe che gli editori modernizzassero la loro offerta aggiungendo soluzioni che siano più direttamente confrontabili con quelle di Google, più facili da usare e più convenienti (senza rinunciare ai banner attuali che probabilmente hanno un valore unitario maggiore per gli editori): insomma, che gli editori facessero meglio concorrenza a Google sulla raccolta di pubblicità. Non è facile. Ma è la strada maestra.

L'idea alternativa che potrebbe emergere è quella di contrattare con Google una forma di risarcimento. Sarebbe una soluzione immediata, un vantaggio a breve termine, un ulteriore pratica vagamente elitaria nel commercio italiano: difficile pensare che quel risarcimento toccherebbe a tutti gli editori, probabile che toccherebbe soltanto a quelli della Fieg. Si vedrà. Piacerebbe di più vedere tutte le parti in causa lavorare per innovare, competere, migliorare la qualità del servizio. Ci vorrà tempo, certo.

Google News e la Fieg

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
La notizia è stata data un po' in tutto il mondo. La Fieg ha chiesto un intervento all'Antitrust italiana su Google News sostenendo che i giornali che non vogliano apparire nell'aggregatore delle notizie vengono penalizzati anche nel motore di ricerca.

In effetti, digitando questo pomeriggio due parole nel motore di ricerca (antitrust fieg) la notizia data da repubblica.it appariva in 42esima posizione su Google (mentre non c'era in Google News). Insomma, la Repubblica non è nell'aggregatore, non è esclusa dal motore, non è in posizione elevata (arrivano prima molti altri siti giornalistici). Sul Sole interviste con le posizioni della Fieg e di Google. via Mante la risposta di Google.

Sul sito della Fieg non si trova una versione della vicenda (può essere che non l'abbia trovato io). C'è su quello dell'Antitrust. Non si sa chi siano i giornali coinvolti. Non si sa bene che cosa abbia effettivamente fatto l'Antitrust in collaborazione con la Guardia di Finanza.

Non è ovviamente chiaro quanto convenga agli editori evitare Google News: perdono o guadagnano con l'aggregatore? Dipende da quanto raccolgono con i visitatori che arrivano appunto dall'aggregatore al loro sito e da quanti visitatori in più avrebbero se molti non si fermassero alle poche righe riportate su Google News. Non c'è una prova a sostegno di una o dell'altra opinione. Ma è chiaro che se il motore di Google desse risposte che dipendono in qualche modo da come gli editori si pongono nei confronti di Google News, allora questo sarebbe un problema di credibilità per il motore. Google, appunto, lo esclude.

Ecco il comunicato dell'Antitrust:

COMUNICATO STAMPA


EDITORIA: ANTITRUST AVVIA ISTRUTTORIA NEI CONFRONTI DI GOOGLE ITALY PER POSSIBILE ABUSO DI POSIZIONE DOMINANTE

Procedimento avviato alla luce di una segnalazione della Fieg, Federazione Italiana Editori Giornali. Secondo la Federazione, nella gestione del servizio Google News Italia, Google impedirebbe agli editori di scegliere liberamente le modalità con cui consentire l'utilizzo delle notizie pubblicate sui propri siti internet. I siti editoriali che non vogliono apparire su Google News verrebbero infatti automaticamente esclusi anche dal motore di ricerca Google. Possibili effettivi distorsivi sul mercato della raccolta pubblicitaria on line.

L'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nella riunione del 26 agosto 2009, ha deciso di avviare un'istruttoria nei confronti di Google Italy per verificare se i comportamenti della società, in considerazione della sua indiscussa predominanza nella fornitura di servizi di ricerca on line, siano idonei ad incidere indebitamente sulla concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria on line e a consolidare la sua posizione nella intermediazione di spazi pubblicitari. 
Il procedimento, notificato oggi alla società nel corso di un'ispezione condotta in collaborazione con le Unità Speciali della Guardia di Finanza, è stato avviato alla luce di una segnalazione della Fieg, Federazione Italiana Editori Giornali, relativa al servizio Google News Italia, con il quale Google aggrega, indicizza e visualizza parzialmente notizie pubblicate da molti editori italiani attivi online. Secondo gli editori Google News Italia, utilizzando parzialmente il prodotto dei singoli editori on line, avrebbe un impatto negativo sulla capacità degli editori online di attrarre utenti ed investimenti pubblicitari sulle proprie home page. Gli editori italiani, che non ottengono alcuna forma di remunerazione diretta per l'utilizzo dei propri contenuti su Google News, non avrebbero inoltre la possibilità di scegliere se includere o meno le notizie pubblicate sui propri siti internet sul portale stesso: Google renderebbe infatti possibile ad un editore di non apparire su Google News, ma ciò comporterebbe l'esclusione dei contenuti dell'editore dal motore di ricerca della stessa Google. Si tratta di una condizione estremamente penalizzante: la presenza sul motore di ricerca di Google è determinante per la capacità di un sito internet di attrarre visitatori e dunque ottenere ricavi dalla raccolta pubblicitaria, vista l'elevatissima diffusione di tale motore tra gli utenti.
L'istruttoria dell'Antitrust dovrà dunque verificare se i comportamenti di Google, resi possibili dalla sua indiscussa predominanza nella fornitura di servizi di ricerca online, siano idonei ad incidere indebitamente sulla concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria online, con l'ulteriore effetto di consolidare la sua posizione nell'intermediazione pubblicitaria online. 


Roma, 27 agosto 2009

Io, noi, ego, nos, mihi, nobis... I, me, mine

| | Comments (8) | TrackBacks (0)
L'articolo di Antonio Polito sulla questione dell'egoismo imperante e del noiosismo nostalgico è una buona lettura. Veltroni che sostiene il "noi" della grande storia contro l'"io" assurdamente piccolo eppure provondamente innovativo delle microstorie di interesse personale... Gli osservatori del neoliberismo thatcheriano che ancora si preoccupano di criticare lo statalismo come se fosse qualcosa di diverso dalla pratica di sparare sulla croce rossa: salvo poi chiederne l'intervento, della croce rossa statale, quando il capitalismo si approfitta troppo della liberalizzazione che ha ottenuto devolvendo tutto il potere dello stato alle lobby finanziarie... Visto dall'Italia questo dibattito è meno serio e più saggio di quanto sembri. (Ma scriverne ora col cellulare stando in coda all'aeroporto è troppo impegnativo. Valga questo post giusto come segnalazione del tema.. Via Marco).

Se Telco si scioglie

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Secondo Stefano, la Telco (proprietaria del pacchetto di azioni che controlla la Telecom Italia) è prossima allo scioglimento. Perché alcuni soci non vogliono metterci altri soldi.

Ma se si scioglie, e se le perdite vengono dunque registrate nei bilanci dei soci, che cosa succede? Il pacchetto più consistente, se non sbaglio, è ancora quello della Telefonica. Entro il 28 ottobre si dovrebbe sapere qualcosa di più.

A questa vicenda è evidentemente collegata quella della famosa ipotesi di scorporo della rete.

La febbre del Tamiflu

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Un panel di esperti incaricato dal governo britannico di stabilire le linee guida per la cura della febbre suina ha detto che non era necessario distribuire massicciamente il Tamiflu per non rendere il virus resistente alla medicina in caso di una pandemia. Ma il governo ha deciso di mandare in giro la medicina della quale ha fatto amplissima scorta per non spazientire i sudditi britannici. E così il business, la cura, andrà avanti secondo i piani. Lo dice il Guardian di carta. In un articolo del quale non si trova in questo momento traccia online.

La posta alle Poste

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Guido Scorza discute la vicenda della posta elettronica certificata.

BioCibo

| | Comments (16) | TrackBacks (0)
Sulla Stampa i riflessi di una ricerca secondo la quale il cibo biologico non è necessariamente migliore sul piano nutrizionale. Il Guardian risponde che fa bene per moltissime ragioni. Un clasico esempio della confusione generata - inevitabilmente - dai dibattiti mediatici sulle convinzioni inveterate: per mantenere l'equilibrio si devono dire tutte le posizioni, trasformando i fatti sempre e soltanto in opinioni, e alimentando alla fine i pregiudizi.

Leggo in proposito il libro di Paul Roberts, La fine del cibo, Codice Edizioni. Cercare punti di riferimento che servano a puntellare i fatti. "L'elemento conduttore più evidente della trasformazione dell'economia alimentare probabilmente sarà l'aumento del prezzo del petrolio...". Uhmmm. L'ecosistema chiede adattamento...


Informazioni sulla barra informazioni

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
E' sempre divertente leggere i messaggi che vengono generati dall'interfaccia dei prodotti Microsoft. Ho meditato a lungo (30 secondi) sulla seguente dicitura, non a caso apparsa quando ho cliccato help perché un messaggio sul browser non mi lasciava continuare a lavorare in pace:

Informazioni sulla Barra informazioni di Internet Explorer

Informazioni sulla Barra informazioni di Internet Explorer

Nella Barra informazioni vengono visualizzate le informazioni sulla protezione, i download, le finestre popup bloccate e altre attività di Internet Explorer. Tale barra è situata nella parte superiore di ogni pagina Web.


Dopo la meditazione, ho cliccato sulla x che toglieva di mezzo il messaggio e sono andato avanti. Non so ancora che cosa ho fatto, in realtà. (Di solito uso Mac e Firefox).

Le parole modellano il pensiero

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Lera Boroditsky, psicologa a Stanford, conduce la sua ricerca su come il linguaggio dà forma al pensiero. Un caso di studio potrebbe essere il pensiero in un paese che non fa che discutere di "escort", "moralità pubblica" e "spazzatura". Non immotivatamente.

Si discuteva su Twitter del perché non esista un giornale europeo. I commenti portavano in due direzioni alternative: perché l'editoria non riesce a trovare la soluzione, o perché non esiste un'identità europea? Forse non sono poi tanto alternative. Ma in quel contesto Paolo Barresi ha introdotto inopinatamente il tema del federalismo televisivo-linguistico lanciato da Roberto Castelli qualche tempo fa. Interpretazione: non solo non esiste un giornale europeo né un'identità europea; addirittura in Italia si rischia di mettere in discussione una tv e una identità nazionale in nome del federalismo.

Parag Khanna, a Ted, ha notato come nel 1945 il pianeta fosse diviso in 100 stati, circa. E oggi sono circa 200. Nello stesso tempo crescono le aree di influenza: la Cina sfonda in Siberia, compra la Mongolia, domina tutto il Sud Pacifico. L'Europa sembra pacificamente costruire una vera e propria area di influenza su tutto il Mediterraneo. Sulla scorta di quanto da tempo fanno gli Stati Uniti in molte parti del mondo.

Lo scenario è fatto da una tendenza alla semplificazione geoeconomica e alla complicazione geopolitica, dunque. La storia degli ultimi decenni va in quella direzione. E poiché le imprese multinazionali che hanno semplificato la geoeconomia non hanno un discorso identitario da proporre, mentre gli stati risultati dalla indipendenza nazionale di molti popoli sì, ne consegue che la consapevolezza identitaria sia stata pensata negli ultimi decenni più come un tema politico che economico: benché sia invece soprattutto un tema culturale e antropologico.

Ma la percezione è molto diversa dalla realtà. Perché la politica ha costruito quelle differenze identitarie almeno tanto quanto non le ha rappresentate. E perché l'omogeneizzazione culturale prodotta dal consumismo di massa non è certo passata senza effetti identitari sulle persone.

Ebbene. La tv è essenzialmente concentrata sulle percezioni. E dunque non è certamente un caso che sia investita della questione. Ed è per questo che il tema sembra tanto tragicamente poco serio in Italia.

In un'industria vera dell'entertainment, come negli Stati Uniti, le produzioni pagano maestri di accento e gli attori si impegnano a imparare l'accento giusto dei loro personaggi. In Italia gli attori mantengono sempre il loro accento. Se il tema è posto in termini identitari-politici fa sorridere. Se fosse posto in termini industriali sarebbe serio (per questioni di credibilità del racconto).

Non è detto che non si possa spostare il dibattito sull'identità dalla politichetta locale alla grande politica globale.

Santi e palloncini

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Il titolo della Repubblica è attraente. Il premier dichiara con grande competenza di non essere un santo. Ma non si può cliccare per leggere l'articolo. Perché davanti alla pagina viaggiano dei palloncini pubblicitari. Per trovare il modo di farli sparire occorre guardare bene la pagina e cliccare (nel mio caso) più volte su un bottone in alto a destra.

Ignoranza

| | Comments (0) | TrackBacks (0)

Non si capisce il Pd su Grillo

| | Comments (11) | TrackBacks (0)
Grillo vuole la tessera del Pd e vuole partecipare alle primarie. Ottiene un primo rifiuto da molti grandi politici del Pd. Trova una sezione che invece lo tessera. Ma alcuni esponenti del Pd si appellano allo statuto per dire che non è valido. Ma perché tutto questo?

(Faccio prevalentemente domande in questo post perché non sono certo un esperto lettore di questioni politiche).

Grillo ha un grande seguito, ottenuto con una storia significativa. Attore, controinformatore, leader di movimento. Certo, è una storia durante la quale non ha risparmiato critiche a nessuno. Ma questo è il motivo per cui non dovrebbe essere ammesso alle primarie? Ovviamente no. E allora qual è il motivo? Timore di un concorrente troppo forte? Beh, non esageriamo: casomai porterebbe a votare persone che di solito non votano alle primarie, ma difficilmente convincerebbe i militanti tradizionali. Porterebbe divisioni nel partito? Ma in effetti il partito è abbastanza diviso anche adesso. Non sarebbe leale al partito? E perché: è leale solo chi non fa critiche?

Che cosa c'è che non va in questa storia? Che nessuno ha preso in considerazione i pro e i contro, che quasi tutti hanno semplicemente detto di no a Grillo. Facendo emergere una difficoltà nell'aprirsi a componenti meno tradizionalmente legate al partito. Eppure di quelle componenti ci sarà sempre più bisogno. (Sia a livello nazionale, ma anche e soprattutto a livello locale).

Sarà naif dirlo: ma un'entrata in gioco di Grillo potrebbe anche essere un bene. Un uomo duro e critico come Grillo, popolare e seguito, decide di cambiare strada, aderire al Pd, dichiararsi dunque fedele all'obiettivo che il Pd vinca le elezioni e governi bene, accetti le regole democratiche, accetti il dibattito, si metta in gioco, discuta e si faccia fare domande... 

Potrebbe essere una risorsa. Perché non accettarla? Sinceramente, non si capisce, per ora. Imho.

Come la tv odia internet: in Usa e in Italia

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Un servizio della Abc News parla di "dipendenza da Facebook" con tanto di esperto preoccupato e di voce fuori campo che le spara grosse. Molto più professionale dell'analogo lavoro fatto da BV, qualche tempo fa (peraltro molto efficace verso il suo pubblico specifico)... Da rivedere il talk di BV, per un'analisi comparativa con il servizio di Abc. E per meditare. Anche alla luce delle notizie poi uscite sul premier (un anacronista potrebbe dire che il capo di BV abbia usato troppa internet da piccolo...).



Roberto Ceredi, su lavoce.info, segnala e ricostruisce lo strano caso dell'obbligo delle società quotate di usare i giornali per diffondere informazioni importanti per il mercato. Si legge nel suo pezzo che le regole europee spingono nella direzione di definire internet come il luogo nel quale si danno queste informazioni, eliminando l'obbligo per le società quotate di comprare costosi spazi pubblicitari sui giornali finanziari. Ovviamente, gli editori non sono molto contenti. Il finale, a sorpresa, lascia presagire che gli editori avranno partita vinta.

L'importante è che non se ne parli

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Un dibattitino laterale tra vari ministri e l'istituto di statistica, secondo un pezzo pubblicato su Repubblica, in merito ai dati sull'economia italiana. Le idee che circolano sarebbero queste: l'Istat registra i dati, ma se i dati sono negativi non dovrebbe dirlo troppo in giro. Del resto, per i soldi dipende dal governo. 

Non è incredibile. Visto che mentre i dati negativi si moltiplicano, le fonti dei dati vengono sistematicamente criticate dal governo (comprese Ocse e Confindustria). 

Del resto, a quanto pare, molti si adoperano per fare in modo che se il governo non riesce a risolvere i problemi, almeno sia frenata il più possibile l'informazione. Intercettazioni. Voli di stato (smentita). Pubblicità su Repubblica. Sarebbe bello che tutto questo non fosse vero.

Ecchissene...

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Tutti ne parlano. Ma il mistero è grande. Sarah Palin si è dimessa da governatore dell'Alaska. La mossa ha sorpreso gli elettori e il suo partito. 

Chi ha orecchi per intendere

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Chi ha orecchi per intendere intenda. Chi ha voce per palare, parli chiaro. Come sottolinea il direttore di Famiglia Cristiana.

Alla ricerca della ricerca

| | Comments (4) | TrackBacks (1)
Non tutto è così. Ma tanto, troppo è così. Ricercatori dedicati al loro lavoro, senza supporto economico da parte delle istituzioni che dovrebbero sostenere la ricerca. Proprio quella ricerca che farà la differenza nella economia della conoscenza. Baroni, privilegiati, persone senza visione, burocrati senza senso del merito, sistemi di valutazione che non sanno valutare e premiare: la ricerca si può fermare, nonostante la dedizione dei singoli ricercatori.

Anche gli artigiani, oggi, non sono un ritorno al passato. Ma funzionano usando tecniche che vengono dalla ricerca più avanzata.

Con storie come quella di Rita Clementi ci facciamo molto male. Altro che buco della serratura.

Bizzarri consigli legali

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Bizzarra idea del giudice Richard Posner per salvare i giornali. Impedire ad altri di linkare le pagine dei giornali senza il loro consenso. Erick Schonfeld, su TechCrunch.

Rinvio, ma non ad personam

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Il ddl sulla prostituzione è rinviato. Tecnicamente non può essere un rinvio ad personam. Perché l'utilizzatore finale in luoghi chiusi non è punibile.

Intanto, un meraviglioso dibattito sul New York Times che riguarda come i politici superano gli scandali di tipo pruriginoso. Chiedono scusa, si dimettono, si fanno perdonare. Ma nessuno fa finta di niente, in America.

Quello che i Tg non dicono (molto)

| | Comments (8) | TrackBacks (0)
Le notizie sulla stampa internazionale hanno un tono che non lascia dubbi sull'importanza degli argomenti che meno appassionano i direttori dei telegiornali italiani. Su GoogleNews i richiami alle vicende del primo ministro italiano sono 870 in questo momento. La più recente è la notizia Reuters che riguarda il suggerimento di non fare pubblicità sulla Repubblica.

L'Espresso calls in lawyers on Berlusconi remarks

Reuters - Deepa BabingtonDanilo Masoni - ‎2 hours ago‎
MILAN, June 24 (Reuters) - Italy's Editoriale L'Espresso said it is considering suing Prime Minister Silvio Berlusconi for urging an advertising boycott of its La Repubblica daily, prompting the premier to call the publishing group "shameless". ...

Berlusconi denies paying for sex

Aljazeera.net - ‎5 hours ago‎
Silvio Berlusconi, Italy's prime minister, has denied allegations he paid prostitutes to attend parties at his official residences. "I have never paid a woman,"