Recently in perplessità Category

Le muraglie che rischiano di dividere il web

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Ecovertina.jpg

Raffaele Mastrolonardo segnala che l'Economist esce domani con una copertina dedicata ai rischi che corre la struttura aperta del web. Dagli attacchi alla net neutrality alla sua assenza completa nel mondo dell'internet mobile, dalla Cina alla intromissione censoria di molti altri governi, dalla crescita di nuove piattaforme chiuse alle conseguenze di una domanda montante di difese contro l'utilizzo spregiudicato che alcune aziende fanno della tecnologia per conoscere i comportamenti degli utenti invadendone la privacy...

Contro le muraglie che rischiano di dividere il web, abolendone la tradizionale apertura e frenandone la straordinaria innovatività, non vincono le posizioni integraliste, ma quelle che riescono a dimostrare come la qualità culturale, economica e pratica di un ecosistema ricco di diversità è più elevata di quella che si determina in un mondo fatto di piccoli giardinetti chiusi.

Lo standard pubblico aperto e neutrale è la sola garanzia per una struttura talmente innovativa che può continuamente generare soluzioni ai problemi che incontra, oltre che dare spazio a grandi visioni e concorrenziali implementazioni. All'interno di un mondo così aperto, non c'è nulla di male che qualcuno scelga di ritagliarsi dei mondi chiusi. Perché accanto a questi ci sarà sempre la possiblità di svilupparne altri più aperti.

Google docs al rallentatore

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Da mesi Google aggiunge nuove funzionalità ai suoi Docs - il software che si usa online per creare documenti. Ma lavorandoci sopra in modo continuativo si ha l'impressione che il risultato non sia positivo.

Le funzioni in più non sono sempre necessarie. Ma generano, si direbbe, uno straordinario rallentamento dell'interazione. Scrivendo velocemente il sistema non riesce a stare al passo e le battute si perdono tra la tastiera e la cloud.

Google ha sempre avuto una grande attenzione all'essenzialità dei suoi servizi. Se vuole aggiungere funzionalità lo potrebbe fare in modo da attivarle quando servono. Quando non servono dovrebbero starsene in disparte e non intralciare il lavoro. Imho.

Le ultime puntate della fiction politica

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Boh. C'è chi ci capisce molto più di me. Ma da tempo noto che la politica non è più solo uno spettacolo. Più nello specifico sembra una fiction, con tanto di autori, protagonisti, comparse, stagioni, stili, pubblicità... (Due post precedenti, per esempio).

E ci possono essere anche i flop.

Se per esempio le puntate di agosto finissero con un accordo che riporta dentro la maggioranza il gruppo di Casini con un grande accordo anche con la Lega, o se finissero con l'approvazione delle leggi più desiderate dai politici che hanno guai con la giustizia, o se finissero con l'annacquamento delle ragioni sulle quali si sono visti gli scontri dello scorso mese, il risultato sarebbe una perdita di ascolti. Generalizzata.

Pazzi da museo

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
A quanto pare il diritto d'autore genera situazioni paranoiche non solo nella musica. Alla Fundació Joan Miró di Barcellona ci sono tre addetti a impedire ai visitatori di fare fotografie: ma almeno in genere lo fanno simpaticamente. Però questo può generare conversazioni interessanti. 

Dalle quali si scopre per esempio che al Musée d'Orsay le persone che prendono l'audioguida hanno il diritto di ascoltarla da soli. Se raccontano quanto hanno appreso dall'audioguida ad altre persone che ne sono prive vengono redarguite e bloccate. Non si sa bene che cosa rischino, ma a quanto pare, rischiano.

Queste restrizioni sono un vero freno alla diffusione della conoscenza che i musei sono chiamati a sviluppare. Di certo non fonderanno il loro avvenire economico su queste cose. Ma sulla loro capacità di apparire talmente attraenti che le persone non vorranno mancare di visitarli quando passano in città. E per essere attraenti, i loro contenuti devono entrare nella conversazione, nel passaparola e nel "passaimmagine".

Anche perché altri musei consentiranno ai colori di Miró di viaggiare in rete. E alle notizie sui classici dell'Impressionismo di arrivare alle persone interessate. Quelli del Musée parigino potrebbero non essere i migliori produttori di contenuti per audioguide: anzi, si potrebbe fare un'applicazione che si scarica sull'iPhone e consente di conoscere meglio quello che si vede visitando Orsay o qualunque altro museo... Magari c'è già...

Update sulle morti annunciate nella tecnologia

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Lo stato di salute del web resta ottimo, si diceva. Nonostante la diagnosi pesantissima proposta da Wired

Da non perdere il pezzo di Harry McCracken sulla paradossale quantità di morti prematuramente annunciate nel mondo della tecnologia.

Facebook Places: dentro e fuori

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Parte Facebook Places in America. E si possono condividere le informazioni sul luogo dove ci si trova. 

La regola per la privacy è ancora una volta discutibile. Si deve dichiarare la propria adesione per consentire alle applicazioni di usare la localizzazione. Ma nei confronti degli amici che usano applicazioni che coinvolgono la localizzazione, invece, non serve il permesso: se non si desidera condividere questa informazione con le applicazioni degli amici - a quanto pare - si deve dichiarare di non voler far sapere dove ci si trova.

"You may want to share your check-in information with third-party applications that build interesting experiences around location, such as travel planning. Applications you use must receive your permission before getting this information. Your friends will be able to share your check-ins with the applications they use to help create new social experiences with location. If you don't want to share your check-ins with your friends' applications, just uncheck the new box in your Privacy Settings under "Applications and Websites."

(Intanto, Pete Warden spiega su ReadWriteWeb quante cose si possono fare con i dati pubblici di Facebook: una dimensione analitica destinata a crescere probabilmente anche con Places).

Lo stato di salute del web

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Il web sta bene. Non è morto. E sta ancora crescendo. Anche se se ne può discutere.

Chris Anderson e Michael Wolff segnalano - sulla base di dati Cisco - che la percentuale di traffico internet che riguarda il web è in diminuzione rispetto ad altri utilizzi. E colgono l'occasione per tirare le somme: le apps sono il futuro ed essendo parte di un mercato più controllato dai grandi operatori finiranno per ridare ordine alla rete, rafforzare il capitalismo, mettere fine alla confusione dell'internet troppo aperta. Può essere vagamente forzato: lo ammette lo stesso Anderson ricordando come Wired abbia scritto nel 1997 che la tecnologia "push" avrebbe scalzato il modo di consultare la rete basato su browser e ipertesti (un pezzo scritto poco prima che la tecnologia "push" finisse nel dimenticatoio). Ma è un argomento di discussione. E allora discutiamo.

1. Nel grafico citato da Anderson e Wolff (pubblicato in un primo momento con la timeline sbagliata e poi corretto) si parla di numeri relativi. E il web appare in diminuzione. Ma usando i numeri assoluti, come fa Rob Beschizza su BoingBoing, si vede che il web sta ancora crescendo moltissimo.

2. Il traffico web diminuisce in termini relativi perché aumenta il video. Ma il video che viene considerato nel grafico citato da Anderson e Wolff è anche quello di YouTube, che dovrebbe essere considerato probabilmente traffico web, come osserva anche Erick Schonfeld su TechCrunch, dopo aver consultato i dati Cisco dai quali il grafico è tratto.

3. Il pericolo che la rete libera sta correndo non viene dalla concorrenza delle apps che in fondo non sono che un altro modo per usare internet. La supposta chiusura delle piattaforme per usare le apps è comunque parte di un sistema competitivo aperto basato su internet. Del resto, Facebook è anche una piattaforma per le apps che si usa sul web. Il vero pericolo è che i grandi cui Anderson e Wolff assegnano già la vittoria riescano ad abbattere la neutralità della rete che garantisce l'innovatività del sistema (tema accennato per esempio da Gizmodo).

Molti commenti alla vicenda sottolineano che si tratta semplicemente di un'operazione di marketing di Wired. Sono intervenuti per quanto ho visto: Giuseppe Granieri, Tiziano Caviglia, Massimo Mantellini e, velocemente, Nereo.

Allusioni e diffamazioni

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Se il cardinale Tettamanzi lancia una forte accusa contro chi usa la politica come mero strumento di potere e arricchimento personale, perseguendo con violenza gli interessi dei singoli e dei singoli gruppi, fa certamente bene. Non fa nomi perché forse potrebbe incorrere in errore e anche perché la legge sulla diffamazione è tanto ambigua che non si interpreta facilmente. Ma se questo viene detto quando tutto il potere è concentrato in una parte e quella parte è piena di gente accusata di ogni genere di violento perseguimento di interessi personali, non si scappa. L'interpretazione è chiara come se avesse fatto i nomi.
Un manager di medio livello della Apple è stato arrestato per frode e riciclaggio. Prendeva tangenti da alcuni fornitori asiatici. Non è esattamente corruzione, perché quel concetto è riservato ai funzionari pubblici. Ma insomma è qualcosa di molto simile. In America si riesce a combattere. E in Italia?

La campagna cellulare

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Anche At&t si accoda alla richiesta Google-Verizon di lasciare l'internet mobile senza neutralità, con la piena disponibilità per le compagnie di ammettere o escludere servizi e contenuti dalla rete di accesso al web via cellulare. Non è una sorpresa. Le compagnie telefoniche sperano di salvare il business della voce e i margini dell'intermediazione sui servizi web controllando le iniziative che si possono sviluppare in mobilità. Anche Apple ha dovuto introdurre molte limitazioni alla sua strategia mobile per l'accordo (peraltro molto conveniente per la società di Steve Jobs) con l'At&t. E tutti quelli che vorrebbero fare voip col mobile o introdurre servizi fortemente concorrenziali con le compagnie avranno sempre molti molti problemi. Questo frena l'innovazione ma salvaguarda la tenuta dei conti delle compagnie mobili. Vedremo se le tecnologie che portano la logica dell'internet fissa in mobilità, come il wimax e il wifi, riusciranno prima o poi a decollare sul serio negli spazi pubblici. A quanto risulta Tiscali tra gli altri ci sta lavorando. In uno scenario del genere, le compagnie cellulari dovrebbero rivedere la loro strategia di controllo dell'internet mobile.

L'autodifesa di Google

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Google difende la sua proposta sulla net neutrality. Dice che è una proposta di legge e non un accordo di business. Dice che è un buon compromesso perché per la prima volta una grande compagnia telefonica si impegna con precisione sul tema della neutralità nelle reti fisse anche se in cambio ha ottenuto mano libera nelle reti mobili. É una difesa debole, imho. La rete mobile è enormemente importante. Si presta a ogni genere di controlli e limitazioni della neutralità. Si dovrebbe affermare il principio della neutralità anche sul mobile e ammettere Che questa è la strada dell'innovazione. Strategie di chiusura per chi la apprezza, come quella di Apple, non sarebbero in discussione. Sarebbe peró evitato che le compagnie possano discriminare come vogliono i contenuti e i servizi. Nuovi servizi, più aperti si dovrebbero sempre poter fare, per fare concorrenza a quelli più chiusi. Insomma: perché escludere tutto questo a livello di principio?

FT dice che il Centro avrebbe il 20%

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Per il Financial Times, un eventuale polo di Centro avrebbe il 20% dei consensi tra gli elettori italiani.

Localizzare la geolicalizzazione

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Un pezzo del Nyt per rendersi conto che le funzioni nascoste o poco conosciute della geolocalizzaziobe possono riservare sgradevoli sorprese. Ancora una volta la privacy è una questione di informazione e consapevolezza.

Anche Eff contro Google sul mobile

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Anche Eff è critica sulle posizioni di Google sulla net neutrality nell'internet mobile.

La condanna dell'internet mobile

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Non si capisce perché, nello stabilire alcuni prevalentemente sani principi di net neutrality validi per l'internet a banda larga, Google e Verizon abbiano deciso di introdurre una clausola diversa per l'internet mobile. 

E' chiaro che finora i provider delle reti senza fili hanno fatto più o meno quello che hanno voluto con la questione della neutralità della rete mobile. Ma non è chiaro perché, nello stabilire dei principi, si dovrebbe ammettere che potranno continuare a fare quello che vogliono per sempre.

Non solo perché internet mobile e fissa, dal punto di vista dei cittadini, è diversa per i costi ma non per il significato e per la sostanza del valore d'uso. Non solo perché ammettere la non neutralità della rete rallenta l'innovazione nel mobile (come appunto si vuole evitare che rallenti nel fisso). Ma anche perché ci sono diverse soluzioni, ancora poco sviluppate, ma che dovrebbero poter dare all'esperienza dell'internet senza fili la stessa qualità di quella fissa. O si vuole dire che wimax e wifi pubblica sono definitivamente condannate? O si vuole dire che l'internet mobile è il territorio nel quale le grandi compagnie possono giocare tutte le loro carte nel controllo dell'innovazione? Insomma, questa distinzione può valere come descrizione della realtà, ma a livello di affermazione di principio non mi sembra che regga.
La maggioranza si è spaccata. Una parte degli eletti della maggioranza non è più dalla stessa parte della maggioranza. Si può dire che è passata a una forma di opposizione critica che si lascia libera di votare a favore o contro la maggioranza. Ma proprio prendendo questa posizione mette in discussione l'esistenza stessa della maggioranza. Quindi l'opposizione critica è in un certo senso diventata maggioranza. Ma non si lascerà intrappolare in questo labirinto e quindi voterà in modo da non far cadere la maggioranza, divenuta minoranza. Il tutto per non andare alle elezioni e dunque non consentire che si trovi una nuova maggioranza...

Inutile tentare di spiegarlo agli stranieri. Sarebbe interessante capire se tutto questo è una fiction o se è la realtà.

Come fiction non sarebbe male. La maggioranza si spacca ma non perde il controllo del governo, casomai va a fare concorrenza ai partiti di minoranza. Il nuovo gruppo finiano in effetti potrebbe portare via voti alla maggioranza, ma potrebbe anche portarne via all'opposizione. Nel dubbio, per ora, evita di andare alle elezioni. Tanto il problema è conquistare spazio nei titoli dei giornali. E da questo punto di vista è riuscita alla perfezione. Come in una fiction.

Come realtà è piuttosto esoterica. Ma forse è il riflesso di una realtà più profonda che in effetti si conferma a ogni passaggio politico. Non è il gioco elettorale a generare la politica italiana. E' il gioco della spartizione dei ruoli e dell'interdizione del potere altrui. Le due cose vanno insieme. Non ci sarebbe niente di strano adesso a pensare che anche al gruppo finiano andrà una quota di potere in Rai, una quota di potere nelle aziende pubbliche, una quota di potere nel territorio, una quota di potere nell'agenda delle leggi da approvare...

L'Italia si sta sciogliendo in una serie di minoranze. Le minoranze territoriali: Nord, Sicilia, Roma, localisti vari, ecc... Le minoranze di interessi: grandi aziende, piccole aziende, partite iva, impiegati pubblici, ecc... Le minoranze di ideali: individualisti, collettivisti, cosmopoliti, ecc... Le minoranze di metodo: costituzionalisti, opportunisti, riformisti, ecc... Le minoranze di link: vaticanisti, americanisti, europeisti, gli-affari-sono-affaristi, ecc...

Piacerebbe piuttosto vedere una strategia per il dopo. L'attuale regime non è eterno. E prima o poi si dovranno creare le condizioni per costruirne un altro. Chi ci pensa? Per il dopo, probabilmente, ci vuole: 1. una nuova legge elettorale; 2. un nuovo equilibrio di poteri tra governo, parlamento, magistratura e, volendo, informazione (compreso il tema della concentrazione di potere nell'informazione televisiva); 3. una nuova narrazione del progetto di società da perseguire. Imho.
Molti temi sono sollevati dalla recente vicenda dei documenti pubblicati da Wikileaks, Guardian, New York Times e Spiegel. Alcuni sono stati affrontati nei commenti al precedente post (Fenomenologia della critica di Wikileaks). Altri sono in discussione sulla stampa. Molti restano sullo sfondo. Non si può certamente riassumere tutto. Ma vale la pena proporre un piccolo quadro della situazione.

Ho l'impressione che non si riesca a farsi un'idea compiuta della situazione se non si riescono a distinguere i temi relativi ai dati di fatto, da quelli relativi alle motivazioni di chi li ha pubblicati e da quelli relativi alla credibilità di chi li discute. Distinguere questi argomenti farebbe bene alla comprensione di quello che succede.

Domande:
1. che cosa succede in Afghanistan?
2. come deve proseguire la guerra?
3. chi fa uscire le notizie aiuta o non aiuta l'Occidente?
4. chi dice qualcosa sull'argomento è credibile?

Vediamo.

1. A quanto pare in Afghanistan la guerra va male, si commettono errori e si ammazzano troppi civili, mentre i pakistani fanno il triplo gioco. Fatti che gli esperti conoscevano. Ma che il resto del mondo ha capito meglio dopo le "rivelazioni". Nel frattempo si è saputo che alcuni informatori del governo afghano sono stati resi noti dai documenti pubblicati da Wikileaks e dunque messi in pericolo. Ma pare che la Casa Bianca non abbia voluto partecipare alla valutazione dei documenti prima della pubblicazione.

2. La guerra prosegue verso il progressivo disimpegno americano. I documenti però non aiutano molto a capire nulla di quello che succederà. Ma questo significa che torneranno i talebani? O il governo filo-occidentale resisterà? Perché Cina e India non sembrano in gioco? L'oppio è la spiegazione di tutto? Certamente, i documenti possono spingere i "moralisti" che sono contro i crimini di guerra o gli errori micidiali compiuti dagli occidentali ai danni dei civili a sostenere che è giunto il momento di lasciare l'Afghanistan. Ma questo non sarà certamente sufficiente a convincere coloro che - di fronte alle domande poste  - hanno un atteggiamento più "politico". Inoltre, i "moralisti" saranno di nuovo affranti vedendo le conseguenze di un'eventuale sconfitta in Afghanistan (vedi pezzo di Time)

3. I dati usciti con Wikileaks fanno sapere meglio come funziona la guerra in Afghanistan. E se la guerra è per la democrazia deve tener conto anche dell'opinione pubblica. Un sistema che sappia affrontare il rischio di gestire un'opinione pubblica informata è abilitato a fare una guerra in nome della democrazia. Un sistema che non accetti questo rischio non può presentarsi come democratico. Qualche dato pubbilcato da Wikileaks può essere pericoloso per la condotta della guerra? Può darsi. Ma come ci sono rischi per la popolazione civile quando i soldati "democratici" vanno in giro col fucile in paesi diversi dal loro, ci sono anche rischi per la strategia militare quando gente che fa informazione va in giro a pubblicare notizie. La valutazione non può essere assoluta: non si può accettare che tutto debba discendere dalla logica della guerra; altrimenti la democrazia cesserebbe di essere tale; e con essa cadrebbero le motivazioni per fare una guerra contro un regime autoritario, violento e dotato di una strategia imperialista a base terrorista (in pratica si ridurrebbe tutto a una lotta tra "opposti imperialismi").

4. Di Wikileaks si sa troppo poco dicono i critici. Logico, dicono i difensori, altrimenti i nemici di Wikileaks avrebbero buon gioco a eliminare l'avversario. (vedi il pezzo di Huffington). E allora? La credibilità di Wikileaks si dovrebbe giudicare sulla base dei fatti e di ciò che si può sapere delle sue motivazioni. Il famoso articolo del New Yorker su Assange resta un riferimento fondamentale. Di sicuro, gli avversari di Wikileaks sono molti: ma quando sono i governi occidentali, anche la loro credibilità è discutibile. E ovviamente molto discussa.

Forse è meglio considerare un nuovo scenario. E' fallita, sta fallendo, la strategia di tenere sotto controllo tutta l'informazione: manipolandola, embeddandola, riempiendola di ciancie, come ha fatto per esempio oggettivamente l'amministrazione guerrafondaia presieduta da GW Bush. Sta fallendo anche il buonismo attuale se non si decide a una strategia più chiara: l'amministrazione attuale non si può aspettare di poter controllare l'informazione solo sperando che chi fa informazione sia dalla parte dei "buoni". E non può indirizzarla se non ha a sua volta un indirizzo politico chiaro. Lo scenario secondo il quale il governo sa quello che si deve fare e per questo governa l'informazione sta finendo e deve finire. Allora c'è un nuovo scenario. Uno scenario nel quale una quantità incontrollabile di fonti di informazione e di canali di trasmissione è in gioco, liberamente, per i motivi più diversi, compresi quelli "buoni"; e nel quale se un governo davvero ritiene di fare le cose giuste, riesce a fare uscire informazioni coerenti perché i fatti sono coerenti e soprattutto le sue persone sono davvero motivate. L'informazione, per via bizzarra, tornerebbe a servire da watchdog, o almeno a equilibrare il potere politico.

L'equilibrio dei poteri è un bene. Anche se per ciascuno dei poteri, lasciarsi equilibrare sembra una limitazione inaccettabile, è proprio quello che il principio vuole ottenere. Nessun potere assoluto. Ogni potere relativo. E' più complesso per un sistema che si confronta con regimi autoritari ben più banali. Ma almeno serve a sapere da che parte stare.
Se il governo italiano fosse molto interessato alla privacy, l'Italia sarebbe tra i paesi che richiedono regole più stringenti alle aziende che raccolgono in rete dati sulle abitudini e le opinioni delle persone. Invece, l'Italia non è in cima alla classifica dei paesi europei più attenti a salvaguardare la privacy dei cittadini nei confronti delle aziende, anzi, è proprio tra gli ultimi: la tabella è su wsj.

Eppure dicono che la legge contro le intercettazioni è intesa a salvaguardare la privacy dei cittadini.
Bizzarra notizia Ap su AbcNews. Lo Utah ha deciso che non farà più domanda per importare 20mila tonnellate di scorie radioattive dall'Italia.

Ok. Abbiamo capito che il deserto dello Utah non vuole più essere una pattumiera nucleare del mondo. Non sapevamo, però, che nei costi del nucleare italiano era compreso, ipoteticamente, anche il trasporto di 20mila tonnellate di materiale radioattivo nello Utah.

Gli esperti probabilmente non si stupiranno quanto me. Ma i costi del nucleare saranno mai trasparenti?

Un'occasione persa per il retroscenismo

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
John Hooper, Guardian, nota che in Italia si è persa un'occasione per il retroscenismo (è una notizia del tipo uomo morde cane). Si riferisce al fatto che Panorama ha attaccato duramente il Vaticano e che nessuno ha messo in relazione quel servizio del settimanale con la strategia politica del suo proprietario.

In altre occasioni si sarebbe vista una quantità di commenti sul perché di quell'attacco, ecc ecc. Ma questa volta, dice Hooper, no. Perché? C'è probabilmente un retroscena da rivelare...

Cervello - Carr

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
More about The ShallowsAvevo scritto un lunghissimo post sul libro di Nicholas Carr dedicato agli effetti cognitivi negativi dell'uso di internet. Avevo riportato i principali punti in discussione, le risposte di Steven Berlin Johnson e l'intervista di Open Culture. Aggiungevo qualche punto di vista in più sostanzialmente critico. Un problema tecnico alla connessione ha impedito la pubblicazione. Il post si è perso. Anche perché non avevo salvato, a causa di un atteggiamento superficialmente fideistico nei confronti della tecnologia. Carr non ha ragione, ma forse non ha nemmeno torto.
Chi ha ancora voglia di parlare ai politici e pensa che facendolo si possa ottenere un po' di buon senso sulla legge "bavaglio" e le norme restrittive che riguardano potenzialmente anche i blog, puó dare un'occhiata alla lettera aperta di Valigia Blu.

La ricostruzione di Tangentopoli

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Mani Pulite aveva limitato e in parte abbattuto Tangentopoli. Gli ultimi 17 anni di politica sembrano una lenta ma sempre più decisa ricostruzione. Adesso salta fuori che per indagare con le intercettazioni in merito a possibili reati di corruzione ci saranno altre difficoltà.

Esiste purtroppo un ceto "imprenditoriale" che considera la corruzione normale o per lo meno accettabile, in cambio di lavoro. E invece è una pratica profondamente ingiusta e inefficiente, che mette in difficoltà le imprese corrette e favorisce quelle che accantonano fondi neri e competono a suon di mazzette. Inoltre, apre la strada alle mafie mentre riduce gli incentivi all'innovazione.

Non c'è nessuna giustificazione per chi vuole ricostruire Tangentopoli. Nessuna.

Non è una faccenda solo italiana. Ma l'Italia non sta facendo abbastanza per liberarsi da questa imbecillità. Qui c'è un discorso di un grandissimo combattente contro la corruzione, Peter Eigen (Transparency.org):


Bavaglio di principio

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Se la legge bavaglio verrà approvata con le modifiche introdotte ieri sarà un po' meno penalizzante per la magistratura, ma non modificherà un principio: che i giornalisti e i giornali possono essere ritenuti colpevoli nel caso che pubblichino un documento rilevante per la cronaca ma non ancora uscito dalle maglie introdotte dalla nuova legge.

Il principio in America è diverso: e garantisce molto di più la libertà di stampa. Il giornale ha diritto di pubblicare. Se il documento è uscito illegalmente sarà colpevole chi lo ha fatto uscire non il giornale che lo ha pubblicato.

Nonostante la crisi dell'editoria, probabilmente nelle aziende editoriali continuerà a crescere il costo del lavoro di una categoria professionale: gli avvocati.

ItalyLeaks: la luce dell'ombra

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Mettiamo in chiaro le proporzioni. La maggioranza degli italiani ottiene notizie solo dal Tg, dice il Censis. Significa che le notizie che si trovano sui giornali e su internet sono note a una minoranza di italiani. Anche perché una buona metà degli italiani non legge e non scrive. La visione della realtà più diffusa è data dalla televisione. Sia a livello di fatti, sia a livello di interpretazioni dei fatti.

In questo contesto, non è assurdo che qualcuno pensi che quello che viene fuori in rete attraverso Wikileaks sia destinato a restare vagamente clandestino. 

Il risultato si potrebbe ribaltare contando sul passaparola della rete e il passaparola fisico tradizionale, cui si potrebbe aggiungere nei fatti l'alleanza dei giornali più lungimiranti. 

Si può essere contenti dell'arretramento del bavaglio. Ma non del fatto che un problema in più per pubblicare le notizie comunque ci sarà. Occorre prendere le misure del problema: non è possibile che le notizie più complesse e più importanti per farsi un'idea siano poco diffuse o semiclandestine. Ma paradossalmente proprio l'esorbitante potenza della tv generalista potrebbe finire col creare le condizioni di una strutturale alleanza tra gli altri media. Cui si potrebbe aggiungere una forma di alimentazione del passaparola tra coloro che a quei media non accedono o non possono accedere se tra il territorio e la rete si trovassero nuove connessioni.

ps. La segnalazione su ItalyLeaks è stata rilanciata da blogger attenti come Ppr, Dario, Alessandro, Delbo. E commentata da Guido Scorza. (Nei commenti anche alcune valutazioni controverse su Wikileaks che meriterebbero un'ulteriore discussione).

Ma dov'è l'Italia?

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Grande Ethan Zuckerman a TED. Chiusi nel gregge di quelli che la pensano come noi, abbiamo una visione del mondo distorta. Elif Shafak dimostra la forza delle storie per costruire una cultura cosmopolita. E David McCandless usa la raffigurazione dei dati statistici per superare stereotipi e luoghi comuni.

Ci si accorge che l'Italia è il paese dei luoghi comuni. Il dibattito autoreferenziale rischia di produrra una cultura contemporaneamente cinica e poco critica.

Ma l'Italia è potenzialmente il posto perfetto per superare gli stereotipi: nessuno nell'occidente civilizzato ci considera degni di farne parte, i paesi mediterranei ci accettano solo perché siamo un posto dotato di soldi ma diverso da loro perché popolato di xenofobi; di certo non possiamo essere accolti tra i paesi emergenti e neppure tra i grandi costruttori di contemporaneità.. in effetti non siamo apparentemente in nessun posto stereotipato nel nostro tempo e nel nostro spazio.. siamo un nodo della rete globale dotato di caratteri locali visibili e unici.. tanto è vero che secondo la Doxa all'estero piaciamo più di quanto ci piaciamo da soli...

Sembra un po' incoerente? Non lo è. Siamo un bellissimo posto ma non siamo "come" nessun altro posto: potenzialmente uno degli ambienti più favorevoli al cosmopolitismo. Dobbiamo solo imparare a distinguerci dalle brutte figure che tendono a fare i nostri rappresentanti. Del resto, non siamo certo la prima democrazia che vota contro i suoi interessi.

Paul Steiger senza bavaglio

| | Comments (8) | TrackBacks (0)
Paul Steiger, leader di Propublica, ha voluto sapere di più della legge "bavaglio". La descrizione della legge e dei motivi per i quali il governo italiano la vuole far passare lo hanno spinto a spiegare che negli Stati Uniti le intercettazioni non hanno limiti di tempo e se vengono per qualche motivo in possesso di un giornale possono essere pubblicate.

Ci possono essere casi in cui le intercettazioni non devono essere fatte uscire, ma anche in quei casi il responsabile dell'illecito è chi le dà a un giornale: resta chiaro che il giornale che ne venga in possesso le puó pubblicare anche in quel caso (se non ha pagato per averle diventando così complice). Questa è la libertà di stampa. E non è troppa libertà di stampa.

"I ricchi sono diversi..."

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
"I ricchi sono diversi. I ricchi sono spietati". Un commento che si trova in un fantastico articolo del New York Times che dimostra come i poveri che, per senso dell'onore, tentano in ogni modo di pagare le quote del loro mutuo in America, sono molti in percentuale; mentre i ricchi non pagano i debiti in proporzione maggiore.

Fuori pista

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
"In Italia c'è fin troppa libertà di stampa", diceva. C'è anche fin troppa libertà di dire balle. E di depistare

L'Fnsi si muove. La privacy non si difende limitando pericolosamente la libertà di stampa. Rodotà scrive di diritto di informazione e di cultura. 

Forse diventerà sempre più importante studiare il nuovo servizio di Reporters sans Frontières. E molti considereranno sempre più importante conoscere il funzionamento di Wikileaks.

Ma è chiaro che la storia, oggi, chiede al pubblico attivo capace di condividere notizie e informazioni liberamente online di farlo coscienziosamente e continuativamente. Se il pubblico attivo riuscirà a contribuire con indipendenza di giudizio, metodo fattuale, spirito di servizio, il sistema dell'informazione resterà almeno in parte sano.

Non è facile. Forse alcuni si stancheranno di lavorare nell'ombra per condividere informazioni in un paese che purtroppo sconta una condizione di difficile accesso alla lettura. Forse alcuni si stancheranno di linkare gli altri, si rinchiuderanno nel loro privato orticello. Sarebbe un peccato. Altri troveranno più comoda la via della faziosità o della polemica. Ma qualcuno continuerà a dare informazioni utilizzabili per farsi un'idea. La Fondazione Ahref, quando sarà attiva, darà un suo sostegno di ricerca e di iniziative al pubblico attivo con un metodo non partigiano e non orientato al profitto.

Alla lunga, in un paese nel quale il leader invita a boicottare i giornali, anche gli organi di stampa che non vogliano farsi cucinare a fuoco lento finiranno per cercare con umiltà l'alleanza del pubblico attivo. Sarà un buon momento, quello sì, contro il populismo e per la libertà.

Ipercritica della ragione italica

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Dice la Doxa che l'Italia ha un'immagine abbastanza buona all'estero. Ma se si fa il rapporto tra l'immagine all'estero e l'immagine dall'interno, l'Italia è la penultima in classifica, mentre l'ultimo è il Giappone.

Non è banale l'interpretazione. Siamo ipercritici? Ci conosciamo meglio di quanto non ci conoscano dall'estero? Siamo simpatici proprio perché non ce la tiriamo?

Storcere il naso in rete

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Si vede che storcere il naso quando si parla di internet è diventato un modo per appartenere alla corrente di chi è controcorrente. Come se si potessero combattere gli ideologici che hanno dipinto la rete come una terra promessa - quindici anni dopo - dicendo che non è veramente meravigliosa. C'è rumore, si dice. C'è falsità, si afferma. C'è capziosità, settarismo, violenza, populismo... si lamenta. Ovviamente, si ammette anche che in rete c'è tanto di buono... ma insomma...

Insomma che?

Una rete di decine di milioni di persone in Italia, di quasi due miliardi di persone nel mondo, non si valuta come unità. Ma per quanto valgono le diverse fonti di contenuto, le piattaforme sulle quali si pubblica, le innovazioni che non cessano di alimentarla. E comunque, in un'epoca ancora dominata dalla televisione, che ha tutti i difetti della rete più uno, storcere il naso parlando di internet è come dire che la rivoluzione è scomoda.

Casomai, occorre digerire l'innovazione, pensare le conseguenze di quello che si sta facendo, credere nella possibilità di cambiare quello che può essere cambiato e smettere di fingere di poter cambiare ciò che non cambia. E casomai si può cercare una sintesi pratica: la televisione, si diceva, è il potere rassicurante della convenzione mentre internet è l'influenza inquietante dell'azione. Nel senso che la sua vera specificità è la facilità con la quale si può tentare di trovare e proporre alla rete una soluzione per i problemi che la rete sembra far emergere.

Tanto per fare un esempio. Tutti noi soffriamo per il "rumore" della rete: internet per ora non ha risolto il fastidioso "rumore" generale delle grida sconnesse che la società lancia attraverso tutti i suoi media (cfr. Ecologia dell'attenzione) e forse ha contribuito ad aumentarlo. Ma a fronte di questo, la gente che sta in rete non cessa di provare a proporre nuovi filtri, motori di ricerca, forme di collaborazione, che servono proprio a navigare meglio tra le molte sollecitazioni mediatiche, con meno disturbi. Di certo non siamo vicini alla "soluzione finale", ma questa probabilmente non è desiderabile. Probabilmente, siamo invece molto vicini al punto di partenza di questo strumento: la cultura non lo ha ancora digerito. La gerarchia della qualità, la finezza intellettuale, l'eccellenza delle idee non si distingue ancora facilmente dalla bagarre generale. Ma è inutile accusare di questo la rete (dimenticando che la televisione ha fatto la sua parte, eccome): molto meglio farsi venire un'idea e agire. Si può.

(Con pazienza. Senza stancarsi).

Maxxi, Ataman e un problema legale

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
La mostra di Kutlug Ataman al Maxxi di Roma è la porta d'accesso a una ricerca vera. La ricerca di un regista, artista, documentarista, esploratore dell'esperienza delle persone anche - senza farla troppo difficile - attraverso l'esplorazione del linguaggio narrativo. Siamo ai confini del Mediterraneo, facciamo domande alla sociologia francese e alla consapevolezza turca, camminiamo per la Mesopotamia e ci sdraiamo sul divano (parola araba) per guardare immagini oniriche-ironiche che scendono dal soffitto. Bello. Interessante. Divertente.

E meno male. Perché...

Dov'è il problema? In una curiosa - poco diffusa anche se non del tutto assente altrove - clausola delle note legali:
 
"Qualsiasi forma di link al presente sito, se inserita da soggetti terzi, non deve recare danno all'immagine ed alle attività del MAXXI."

Questo post contiene, appunto, due link al sito del Maxxi. Contiene anche una critica positiva. Se non fosse stata positiva avrebbe recato danno - con tutti i limiti di questo blog - all'immagine e alle attività del Maxxi. 

Ne consegue una curiosità: che valore ha e che cosa significa esattamente quella clausola?

ps. Cercando in Google, si trova meno di una trentina di siti che riportano una clausola analgoca, tra i quali:

L'Osce sul bavaglio

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Anche l'Osce di preoccupa del bavaglio.

Bavaglio a Fini

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Basta. Basta?

Bavaglio in 11 lingue

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Italiano: bavaglio
Africaans: gag
Arabo: أسكت
Catalano: mordassa
Cinese: 插科打諢 (Chākēdǎhùn)
Ebraico: בדיחה
Giapponese: ギャグ (Gyagu)
Greco: φίμωτρο (fímo̱tro)
Persiano: دهان باز کن
Russo: кляп (klyap)
Turco: öğürmek

(via Google)

I trucchi del mago

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Su Gawker qualche trucco usato nel video di presentazione del nuovo iPhone...Quando il mago tira fuori il suo coniglio dal cappello fa di tutto per divertire il pubblico...

Il prezzo degli scoop

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Il costo dell'inchiesta di ProPublica che ha vinto il Pulitzer è arrivato alla fine intorno a 400mila dollari.

Non è molto diverso dai 150-450mila euro che gli editori - si dice - dovrebbero pagare per la pubblicazione di intercettazioni "proibite".

Bull Schmidt

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Pare che Eric Schmidt abbia commentato la sentenza italiana sul caso del cosiddetto video del bambino down con la parola "bullshit". Ft lo riporta così: 

«By contrast, Mr Schmidt shows no contrition when responding to the recent court ruling in Italy convicting three top Google executives of criminal wrongdoing after its YouTube video website showed footage of a disabled boy being bullied by classmates. "The judge was flat wrong. So let's pick at random three people and shoot them. It's bullshit. It offends me and it offends the company. "But this is not an indictment of Italy," says Mr Schmidt, who earlier noted that Europe was a highly profitable market for the company».

Steve Jobs aveva detto a sua volta che il motto don't be evil di Google è "bullshit" (Register).

Tutto molto edificante.

Come sa di sale il nostro pane

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Roberto La Pira segnala uno studio sul consumo di sale in Italia. E scopre che è troppo altro. Il doppio del quantitativo consigliato...

Storie nere

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
ProPublica segue con le inchieste i fatti della fuoriuscita di petrolio dal pozzo BP nel Golfo del Messico. E aiuta a comprendere come il governo americano sia stato per decenni succube delle compagnie petrolifere. Come i conflitti di interessi e le relazioni personali tra chi doveva controllare e chi doveva essere controllato nelle attività estrattive fossero troppo stretti. E come le compagnie abbiano fatto di tutto per avere pochissimi obblighi per quanto riguarda la sicurezza ambientale, il monitoraggio, la preparazione nei confronti di un incidente.

Fusione nella ricerca nucleare europea

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Il progetto Iter che deve arrivare a dimostrare e realizzare il nucleare a fusione è in crisi perché il capitale necessario alla sua prosecuzione rischia di essere tra le rinunce cui l'Europa potrebbe essere costretta per far fronte alla crisi finanziaria e alla speculazione contro l'euro. (Nature)

Ma intanto vanno avanti esperimenti più piccoli per la fusione. Come quello basato sulla tecnologia di Bruno Coppi, che insegna e lavora all'Mit. (TechReview)

iPed, APad, e altri tarocchi

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Un servizio, giapponese, parla di iPad tarocchi. Anche per gli italiani che non conoscono la lingua nipponica il servizio è facilmente comprensibile. Non solo perché aipaddo e intelnetto sono parole internazionali... Ma anche perché siamo vecchi maestri dei tarocchi...




Grazie a Umberto Basso per la segnalazione.

Mela Capitale

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
La capitalizzazione della Apple ha superato quella della Microsoft. La Mela è la più grande compagnia del mondo delle tecnologie, secondo le borse. Più di Ibm, Hp, Microsoft... Secondo le borse... (Nytimes)

Significa che pensano che la Apple farà più soldi di tutti in futuro.

Privacy di destra e di sinistra

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Mentre il governo afferma di voler mettere insieme equilibratamente i diritti di privacy, di cronaca, di indagine, introducendo nuove norme sulle intercettazioni che molti definiscono "bavaglio", si diffonde un dibattito sulla posizione del tema della privacy nella linea ipotetica che va dalla destra alla sinistra della politica.

Il Foglio nota che molti sono indignati per il trattamento che alla privacy degli utenti è riservato da piattaforme come Google mentre non molti sono indignati per il trattamento che alla privacy dei cittadini è riservato dalle intercettazioni pubblicate sui giornali.

Il costituzionalista Valerio Onida, sul Sussidiario, osserva che la legge esistente è chiara e che gli abusi possono essere frenati senza introdurre una nuova legge che di fatto non è fatta per tutelare la privacy ma per ridurre la libertà di stampa e la possibilità di indagare.

Dice il Foglio che online sono gli stessi utenti ad attentare alla propria privacy pubblicando in rete dati che non dovrebbero diventare pubblici, mentre nel caso delle intercettazioni gli utenti non pubblicano nulla ed è chi compie le indagini e chi pubblica i testi intercettati ad attentare alla privacy. Il che va bene nei casi in cui si intercettino dei colpevoli, ma non quando si intercettano gli innocenti.

Ok, ma le indagini si fanno proprio per trovare i colpevoli, si intende invece dalle parole di Onida. Le indagini sono inevitabilmente orientate a entrare nei fatti personali dei cittadini. Ed è giusto che lo facciano.

Probabilmente la contraddizioni non sono nel mondo del diritto, ma tra chi vuole strumentalizzare i media. Tutto ciò che entra nella sfera pubblica assume un senso diverso: e il senso della sfera pubblica va salvaguardato, non strumentalizzato. Certo, assieme a ciò che viene pubblicato in modo fisiologico ci sono anche altri fenomeni che ci entrano per vie traverse: che ci entrino per via di una disattenta utilizzazione delle piattaforme online o che ci entrino per via di indagini che in parte finiscono per essere pubblicate, il fatto è che certi fatti da privati diventano pubblici. L'equilibrio è da trovare, ma non regolando o strumentalizzando i media. Non con leggi che cerchino di specificare capillarmente le fattispecie. L'applicazione delle leggi che esprimono principi generali dovrebbe essere sul serio lasciata alla magistratura.

Altrimenti finisce che la privacy di sinistra se la prende con le piattaforme delle aziende capitaliste americane orientate al profitto e che la privacy di destra se la prende con la libertà di stampa che minaccia la possibilità di ciascuno di fare i propri affari, legali o illegali. Quello che ci rimette, in quel caso, è la serietà del concetto di privacy. Oltre alla libertà di stampa.

Consigli da Goldman

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
La grande banca Goldman Sachs ha fatto un sacco di soldi negli anni prima della crisi e anche dopo. Sta arrivando a patteggiare per un miliardo sull'accusa di aver lucrato in modo fraudolento che gli è stata mossa dalla Sec: pare rigirasse i suoi rischi peggiori in pacchetti finanziari che vendeva ad altri. E continua il suo percorso.

Ma i risparmiatori potrebbero essere interessati a sapere che mentre la Goldman ha guadagnato ogni giorno nell'ultimo trimestre con i suoi investimenti, chi ha seguito i suoi consigli ha probabilmente perso: come riporta Bloomberg, sette su nove dei suoi consigli di acquisto per i risparmiatori, classificati come quelli maggiormente raccomandati hanno perso soldi.

Il dono del condono

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
E dunque pare torni il condono edilizio. Mescolato in un pastone di misure che non riescono a cancellare l'impressione che si tratti di un nuovo condono edilizio. Come nel precedente governo di destra. Dopo lo scudo fiscale, continua la politica del fisco a due dimensioni: chi sta alle regole paga molto, chi evade paga poco. E potrebbe andare persino peggio, a quanto pare, se il ministro dell'Economia - a quanto dicono - non tenesse botta contro il populismo. Ma la crisi è troppo grave: niente scherzi. Il populismo, la corruzione e l'evasione sono un mix letale. E sono probabilmente alla radice delle difficoltà finanziarie in cui si dibattono i governi deboli.

update: nuovo articolo ancora più chiaro del Sole

Help: intrusi su FriendFeed...

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Strano fenomeno. Su FriendFeed è apparso due volte un post con il link al mio profilo di Linkedin. Ma non sono io ad averlo pubblicato.

Dopo il primo caso, ho tolto il feed di Linkedin da quelli che alimentano FriendFeed. Ma questo non ha impedito la ripetizione del fenomeno.

Qualcuno sa darmene una interpretazione?

L'austerità della crescita

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Il Sole di oggi osserva come l'economia europea - e italiana - sia di fronte a decisioni difficili. E' necessaria una disciplinata austerità nei bilanci pubblici, altrimenti la speculazione sul debito ha buone probabilità di far saltare l'euro. Ed è necessaria la crescita dell'economia perché altrimenti l'interesse sul debito sale a livelli intollerabili e salta l'euro. Eppure, austerità spesso vuol dire risparmio e riduzione della spesa pubblica o aumento delle tasse, il che ha l'effetto di diminuire la crescita. Alessandro Plateroti ha preso di petto a contraddizione in un editoriale, online oggi.

La contraddizione è complessa. Il debito è stato la causa di una parte importante della crescita del passato. E ora rallenta la crescita attuale. Per togliere di mezzo questa causa di rallentamento occorre austerità. Ma è chiaro che togliere un freno non significa accelerare. Questa idea deriva dall'ideologia che pensa alle imprese come cavalli che vogliono solo correre e che solo lo stato frena: meno stato più crescita. Ma non è così se le imprese di cui si parla sono abituate a farsi aiutare dallo stato (che per farlo si indebita). In queste condizioni, nell'immediato, l'austerità e il minor peso dello stato non si traducono in una automatica liberazione delle forze di crescita delle imprese. Anzi, nell'immediato sembra proprio che l'austerità rallenti la crescita.

Insomma, bisogna fare austerità nei conti pubblici alla stessa velocità con la quale si trova qualche altro motivo di crescita. Dove li trova l'Italia?

Noi abbiamo alcuni punti di forza.
1. Siamo fortissimi risparmiatori. Il nostro debito pubblico è enorme. Il nostro debito privato è piccolo. E concentrato sulla casa. La casa è un bene di investimento che - non essendoci un vero mercato - o cresce o si ferma: non diminuisce quasi mai. Apparentemente. Per questo il piano di aumentare le case è la prima cosa che viene in mente. Perché piace ai risparmiatori. Ma se il reddito disponibile non aumenta, o diminuiscono i consumi o diminuiscono i risparmi: il che riduce la possibilità di aumentare il debito privato. E frena la crescita del valore delle case. In queste condizioni il piano casa funziona se il reddito disponibile viene salvaguardato: con aiuti alle famiglie sostanziali. Che non sono necessariamente possibili in una situazione di austerità.
2. Siamo forti nel turismo. La valorizzazione di questa forza dipende peraltro da trasporti, legalità, qualità dei servizi. Il che dipende dagli investimenti infrastrutturali. Molto costosi e lunghi da realizzare.
3. Siamo forti nelle esportazioni. Attualmente l'Asia compra. E l'America un po' meno, ma non è ferma. L'abbassamento dell'euro aiuta. Le imprese che esportano sono reattive e veloci. Ma dipendono dalla domanda globale (che cresce). E dalla loro capacità di fare continuamente ricerca e innovazione. Investimenti in banda larga, sostegno alla ricerca, facilitazione all'innovazione, all'immigrazione di talenti, sono investimenti a redditività relativamente immediata. Ma i loro profitti dovrebbero essere attratti a restare in Italia e reinvestiti.

Finisce che in tutti i casi, l'austerità va bene se è accompagnata da regole più serie che incentivano gli investimenti in innovazione, scuola, ricerca, connessioni e infrastrutture. L'austerità va bene se non si disperdono risorse in varie forme di corruzione, evasione fiscale, lavoro nero. Per l'Italia, l'unica chance probabilmente è che tutto questo ci venga imposto dalla concertazione europea. La strada è lunga. Ma i risultati di ogni passo in queste direzioni possono avere effetti veloci.

Insomma. L'austerità in Italia può essere modernizzazione, legalità, regole incentivanti concentrate sull'investimento - pubblico e privato - più che sul consumo: l'austerità può essere crescita.

Anemone o Scaglia

| | Comments (10) | TrackBacks (0)
Diego Anemone è libero. Silvio Scaglia resta in carcere.

Rodotà, la privacy, le intercettazioni

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Stefano Rodotà non ritiene che la legge sulle intercettazioni sia una difesa della privacy. E le preoccupazioni si diffondono. Le opinioni di Fiorello Cortiana, Juan Carlos De Martin, Arturo Di Corinto, Carlo Formenti, Guido Scorza.

Draquila è da vedere

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Da vedere Draquila. Per poter decidere chi abbia offeso l'Italia.

Fin troppa libertà

| | Comments (33) | TrackBacks (0)
In Italia "abbiamo fin troppa libertà di stampa".

Abbiamo? Chi? Troppa?

Libertà? A ben vedere, di troppo c'è fin troppo. In Italia abbiamo fin troppa libertà di televisione. Fin troppa libertà di evadere le tasse. Fin troppa libertà di corrompere.

In Italia hanno fin troppa libertà di disinformazione.

Certezza Romani, forse

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Dicono che al posto del dimissionario Claudio Scajola, al ministero dello Sviluppo economico vada ora Paolo Romani.

Per ora sono solo voci. Ma che succederebbe al piano banda larga in quel caso?

Gli scenari sono cartesiani. O Romani resta anche alle comunicazioni e continua a non fare quello che non ha fatto finora ma con la consapevolezza che dovrebbe fare quello che va fatto... oppure la gestione del piano banda larga cambia strada. Il che potrebbe significare alternativamente o più azione o meno consapevolezza. Per fortuna la politica non si fa con i "se" ma con i "forse".

La riforma del Risorgimento

| | Comments (8) | TrackBacks (0)
Nella versione tradizionale del Risorgimento, i cattolici erano molto arrabbiati con l'Unità d'Italia, mentre il Piemonte ne era l'artefice e il principale sostenitore. Evidentemente occorreva una riforma per modernizzare la situazione.

Oggi, i vescovi italiani sono a favore dell'Unità d'Italia, a giudicare dall'intervento del cardinale Angelo Bagnasco. Mentre i rappresentanti del Nord Italia, del partito che tra l'altro ora guida il Piemonte, sono piuttosto disinteressati a celebrarla.

Mare nero

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Si segue con angoscia la storia del petrolio che esce dalla piattaforma affondata nel Golfo del Messico. E l'angoscia è ovviamente per le persone, gli animali, le piante del Golfo. Ma c'è una preoccupazione enorme che sgorga dal fondo del mare...

Perché quello che è emerso è che non c'era un piano per questo genere di situazioni. Neppure l'ombra di un piano. Nessuno sembra aver pensato in anticipo a che cosa si deve fare nel caso che la trivellazione si trasformi in un simile disastro.

E la preoccupazione è che tutto quello che si fa per sfruttare le risorse e sviluppare l'economia a breve termine sia condotto con la stessa noncuranza per le conseguenze a lungo termine. Sembra impossibile che non ci fosse un'idea di come reagire a questo genere di eventualità. Eppure non è impossibile: è la logica conclusione che deriva da un sistema che privilegia l'immediatezza dei guadagni al loro senso per l'umanità e il pianeta. 

E' così per le nuove trivellazioni approvate e ora in fretta e furia interrotte dagli americani? E' così per le innovazioni cinesi, canadesi, brasiliane, russe... per le centrali nucleari italiane? 

Non ci si può fermare sempre in attesa di aver pensato tutto. Ma quando si impara una cosa bisogna prenderne atto. E agire di conseguenza. E invece, una volta passata l'attenzione mediatica, i furbi e i praticoni riprendono la loro attività. Mentre i preoccupati continuano a preoccuparsi. Questa volta, in quest'occasione così palesemente grave, l'umanità deve imparare, e imparare a non dimenticare più.

Il lavandino dell'euro

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
L'Economist non si fa mai prendere dal panico. Anche perché il panico spesso genera l'effettiva realizzazione dei fenomeni che la gente teme quando si fa prendere dal panico. Ma questa crisi greca, per l'Economist, è una doppia alzata di sopracciglia. Ft ne fa una questione da 120 miliardi...

Giallo Saviano

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Grégoire Leménager scrive sul Nouvel Obs che il governo italiano avrebbe bloccato Saviano, intenzionato a partire per Parigi per partecipare a un evento pubblico. E fa credere che questa incredibile decisione sia stata una sorta di censura preventiva contro quello che lo scrittore avrebbe potuto dire.

La notizia era in effetti incredibile.

E dopo un po' è arrivata una smentita da Saviano, riportata anche dal Nouvel Obs. Che non è un foglio rivoluzionario. Ma sembra dominato dall'aspettativa di qualcosa di grave nell'aria democratica italiana.

Riprendo qui i post lanciati su Twitter durante il discorso di Saviano, sabato sera, a Perugia:

saviano: non bisogna far passare la lotta alla mafia come una battaglia ideologica.. bisogna parlare a tutti e non solo a una parte

saviano: la mafia ci ha tolto parole come onore, famiglia, amici.. dobbiamo riprenderci quelle parole.

saviano: un conto è dire che un libro di oncologia contiene errori; un conto è dire che scrivere di oncologia fa venire il cancro

saviano: la politica non può essere solo scambio e conflitto; è anche cercare di essere felici...

Zambardino preferisce il conflitto

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
Zambardino scrive una bella critica del mio discorso di ieri. Lo ringrazio: certamente merita una risposta approfondita. 

La sua critica è gentile (almeno all'inizio) ma ferma (sì, ferma, anche nel senso che non si muove da una posizione che tiene da molto tempo). Il problema della sua critica è che è basata sul metodo retorico di portare alle estreme conseguenze una parte di quanto ho detto, senza tenere conto dell'insieme. Dice Zambardino che le mie sono "pericolose utopie", perché privilegiano la cooperazione in un mondo nel quale invece prevale il conflitto. E che dimenticando il conflitto si raccontano favole.

Il fatto è che non dimentico il conflitto. Penso soltanto che si possa capire la realtà che stiamo vivendo soltanto tenendo conto del fatto che in rete le soluzioni che fanno più strada sono quelle che in qualche modo seguono una logica win-win, cioè sono simbiotiche e non parassitarie. Una soluzione chiusa, in rete, perde, contro una soluzione aperta. Una piattaforma che valorizzi molte applicazioni indipendenti vince su una piattaforma che fa concorrenza alle applicazioni degli sviluppatori indipendenti. Una rete neutrale vince su una rete centralisticamente governata, perché attiva energie e fantasie che un centro decisionale unico non riesce ad attivare. E così via. Tutto questo è noto a Zambardino e, ne sono certo, lo trova d'accordo. 

E' anche chiaro che non si può mai dire che una soluzione che nasce aperta, in futuro non venga chiusa. O che un'idea simbiotica in un momento, non si trasformi in rapace in un altro momento. Google va tenuta d'occhio, per esempio.

Il fatto è che non dimentico il conflitto. Su questo blog ho parlato della mia preferenza per le piattaforme pubbliche anche nei social network rispetto alle piattaforme private, nelle quali le identità digitali delle persone diventano "proprietà" di compagnie orientate al profitto immediato. Ho parlato di televisione e pubblicità che urlano per attrarre l'attenzione e rinsecchiscono l'immaginazione (e non solo citando anche ieri Palahniuk), oltre a mettere in difficoltà i modelli di business indipendenti. Ho parlato di attacchi alla net neutrality, alla privacy, alla libertà di espressione. Concordo con Zambardino nella critica delle bizzarre proposte degli editori. 

Ho peraltro supposto che, poiché in rete le logiche win-win prevalgono su quelle chiuse e poiché in rete per ogni problema può nascere un'iniziativa che si ponga l'obiettivo di risolverla, alla lunga l'innovazione aperta può vincere sulla conservazione chiusa. E su questo lo stesso durissimo e ben poco utopista Moisés Naìm, direttore della magnifica Foreign Policy, è convinto che persino in Cina la logica della chiusura e del controllo perderà e che il paese finirà per aprirsi, alla lunga, proprio a causa dell'incontrollabilità della logica della rete e delle opportunità tecnologiche offerte da internet.

Anche la questione di Google è un esempio di critica poco chiara. L'azienda americana può trasformarsi in un monopolista affamato. Ne abbiamo parlato anche qui. Ma se, proprio per la logica della rete, vince tanto più quanto più si mette al servizio dell'insieme non si vede perché dovrebbe operare quella trasformazione. Quando dovesse esagerare a sfruttare la sua enorme forza, probabilmente le alternative verrebbero rafforzate. La Microsoft, che un tempo sembrava iperpotente, ha avuto più problemi dalla concorrenza di nuove soluzioni tecnologiche e sociali piuttosto che dall'antitrust (che pure ha fatto bene a intervenire a suo tempo). Se Google volesse diventare troppo rapace - e il rischio c'è eccome - finirebbe per aprire la strada ai suoi successori.

La cultura della rete è orientata alla cooperazione non perché è buona o favolistica. Ma perché in molti casi la cooperazione vince sulla rapacità. Non in tutti i casi, ovviamente. E non automaticamente. Occorre che chi vede un problema lo racconti e attivi le forze di chi sa fare qualcosa per risolverlo. E questo peraltro avviene spesso, se non sempre.

Dunque, non riesco a capire perché la critica di Zambardino che tende (anche nel post di ieri) a trasformarsi da gentile e impersonale a personale e aspra, richiamata anche in Eretici Digitali, non trovi una composizione. 

Se poi è il concetto di "felicità" che lo preoccupa, come una "pericolosa utopia", spero si renda conto che non c'è alcun motivo di condannare tutti al conflitto senza avere uno straccio di speranza di essere felici. Non in un contesto di fiction: in un contesto di informazione razionale, il che è esattamente quello di cui stiamo parlando. Del resto, in un libro sull'argomento, ho tentato di mostrare i diversi lati della questione (parlando per esempio di pubblico attivo e di pubblico cattivo). E senza mai sostenere che l'economia della felicità possa sostituire quella del mercato competitivo: semplicemente esiste e rendersene conto offre una dimensione di lettura in più dei fenomeni. Allo stesso modo, la dimensione della cooperazione nell'ecosistema dell'informazione esiste: e offre una nuova dimensione alla generazione di informazioni.

Per la verità, anche la qualifica di "pericolose" alle utopie, mi pare difficile da accettare: non c'è nulla di male nell'utopia. E' una dimensione del pensiero che aprono a loro volta a visioni che possono portare avanti la società. Chiudere la mente in un mondo di integralistica concretezza finisce per avere un effetto devastante. Ma sono sicuro che in fondo anche su questo Zambardino sarebbe d'accordo: e risponderebbe che non ha mai detto che le utopie sono tutte pericolose... (Già: nessuno dei due pensa integralisticamente, ne sono certo).

Allora: se gli editori hanno problemi con Google si diano una mossa e facciano qualcosa di meglio; se la società è schiacciata dalla disinformazione chi lo sa fare continui e migliori nel suo apporto all'informazione indipendente e razionale; se la rete è imperfetta miglioriamola... Spero di essermi spiegato: tutti possiamo dare un contributo, i problemi non finiranno mai, la bellezza di questa vicenda è nel percorso per affrontarli e superarli.

Osservo infine al volo che in un post lunghissimo tutto centrato sull'obiettivo di smontare il pensiero che sostengo sull'esistenza di un ruolo costruttivo delle attività di collaborazione tra soggetti diversi nell'ecosistema dell'informazione, Zambardino non ha mai linkato questo blog. Questo non è un errore, ma una scelta. Ripetuta oggi in un nuovo post. Alla conversazione, evidentemente, Zambardino preferisce il conflitto.

Perugia val bene una faticaccia

| | Comments (8) | TrackBacks (0)
Centinaia di pagine scritte e buttate, per preparare un contributo al Festival del giornalismo che possa suscitare un minimo di interesse. Si può parlare a braccio. O leggere. Che fare? Tra Scilla della imprecisione e Cariddi della noia...

Mele marce

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
Goldman Sachs è stata condotta a imbrogliare i clienti, dice la Sec. La banca che per anni ha stupito il mercato con le sue performance incuranti di qualunque crisi si era inventata il modo di produrre "sòle" in modo industriale per passare tutti i suoi rischi a un pubblico ignaro. 

La domanda è: sono mele marce o è marcio il modo di produrle? Una discussione sul Nytimes.

Mobile neutralità balcanica

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Non c'è net neutrality nelle reti internet mobili. Le compagnie possono fare molto per governare il traffico e sapere ogni cosa dei loro utenti quando navigano in rete con il cellulare intelligente. La polemica su questo è antica e altrettanto sopita. (Per esempio, le autorità e le compagnie americane nel parlavano l'anno scorso).

Questo consente tra l'altro patti particolari tra i venditori di telefonini e le compagnie, che limitano l'utilizzo dei cellulari se le compagnie non sono d'accordo con funzioni come la voip su rete mobile o altro. Di conseguenza, questo consente anche ai produttori di cellulari che hanno un servizio di distribuzione applicazioni di scegliere a loro volta di limitare la libertà di manovra degli utenti in vario modo. Infine, questo garantisce ai detentori industriali di copyright di governare la vendita dei contenuti in modo da distinguere chi può accedere e chi non può.

Molte cose simili si tentano anche sulla rete fissa. Ma è più difficile. Perché le alternative liberatorie ai servizi limitanti non cessano di far sentire la loro capacità competitiva. Mentre nel mobile, le alternative sono molto più difficili, visto che le reti sono molto più controllate.

La Apple è leader nelle tecnologie a disponibilità controllata di funzioni, come si sa. Questo ha una ratio: non complicare la vita degli utenti. Ma naturalmente provoca una crescente repulsione in chi vorrebbe muoversi in modo più autonomo. Ci sono piattaforme alternative e meno limitative, anche se presentano meno attrazione sul mercato. La combinazione di limitazioni trasparenti e qualità eccezionale messa in piedi dalla Apple sta favorendo l'accettazione da parte degli utenti di una balcanizzazione della rete mobile che era già originariamente consentita dalla scarsa neutralità della rete mobile.

Se non cambiano le regole, questo andrà avanti così. Ma almeno bisognerà fare attenzione per non consentire ai servizi di rete fissa di andare nella stessa direzione.

Sentenza Google: come previsto...

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Google come si ricorderà è stata condannata dal tribunale di Milano. E oggi sono uscite le motivazioni della sentenza. Che come si era capito erano tutte concentrate sul fatto che Google avrebbe dovuto - e non l'ha fatto in modo vagamente doloso - avvertire con molta più decisione e attenzione gli utenti dei loro obblighi nei confronti della privacy altrui.

Dunque non c'è nessun obbligo di controllo da parte delle piattaforme sui contenuti immessi in rete dagli utenti. Ma le piattaforme devono assicurarsi in ogni modo che gli utenti conoscano le regole. (Scorza).

Anche i telefonici contro Google

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Dice il Financial Times che tre delle maggiori compagnie telefoniche europee (Telefonica, France Télécom, Deutsche Telekom) lamentano che Google le sta trasformando in semplici portatori di traffico e che si tiene tutto il valore aggiunto senza pagare... Roba vecchia. Cui le compagnie non troveranno risposta andando a fare lamentose lobby a Bruxelles. Ma lavorando per aumentare il valore aggiunto dei loro servizi, fondamentali per internet e che crescono se cresce internet (non se viene soffocata da tariffe poco lineari). Imho.

Capitale di Facebook

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Secondo una recente stima il 125% degli abitanti di Washington DC sono su Facebook. Il commento degli statistici è semplice: c'è un sacco di gente che non abita nella capitale degli Usa ma dichiara di vivere a Washington nel suo profilo di Facebook. (In una nota dell'articolo di Mashable)

Ingiusta legge ma legge

| | Comments (11) | TrackBacks (0)
Il papa conosce una legge superiore a quella dello stato italiano. E invita a rifiutare la legge dello stato italiano quando è ingiusta, cioè in contrasto con la sua legge superiore.

Il problema è che definire ciò che è "giusto" soprattutto quando è in contrasto con una legge esistente è del tutto legittimo se prelude a una richiesta di modifica legislativa. Se invece prelude a un insieme di azioni che sono in contrasto con la legge diventa piuttosto pericoloso.

L'Italia è già piena di gente che fa quello che ritiene giusto, anche in contrasto con la legge. Mentre abbiamo poca gente che riesce a cambiare la legge in modo legale per renderla più "giusta".

Il percorso legale di cambiamento delle leggi è necessario perché quando ci sono diverse opinioni su ciò che è giusto si cerca di indirizzare la discussione in modo pacifico per arrivare a una decisione accettata da tutti. Se invece si va avanti a spallate vince il più forte, non si coltiva la pace e non si arriva a una nuova normativa dotata di consenso generale. Il che non fa che generare altri tentativi di spallata.

Con le prime prese di posizione di alcuni vincitori delle recenti elezioni, il discorso del papa sembra essere il lancio di un'agenda di trasformazione del sistema italiano. Ma non sarà semplice mettere insieme le molte immagini di futuro emergenti: chi vuole la restaurazione degli antichi poteri superiori a ogni legge, chi vuole la banalizzazione morale della democrazia generalista televisiva commerciale e chi vuole un recupero della forza barbarica e localistica dei popoli che pensano di vivere in un territorio assediato dagli stranieri.

D'altra parte se la legge è percepita come la burocratica gestione del privilegio, prima o poi viene negata e abbattuta. E in effetti, sono decenni che l'Italia è stretta da privilegi burocratici e spallate ideologico-affaristiche. E quello che sta accadendo sembra indicare che continueremo.

La ragione, il diritto, la pacifica convivenza, però hanno una chance. Nella discussione razionale, legale, pacifica che una parte della società sta cercando di coltivare con i nuovi mezzi della rete globale e delle nuove aggregazioni che le persone cercano intorno ai loro problemi quotidiani, ai loro sogni, alla loro disponibilità a collaborare per progetti comuni. I pensieri oscuri non sono i soli che emergono in questo periodo storico. Il pragmatismo fiducioso di Hans Magnus Enzensberger aiuta a negare la possibilità del totalitarismo perché i punti di vista individuali e le possibili azioni diversive sono talmente elevati da impedire di fatto a qualunque aspirazione autoritaria di diventare totalitaria. La ragione della cooperazione intorno a progetti comuni e in base a comportamenti regolati da norme legittime è un territorio culturale e sociale di sviluppo che a livello europeo offre molte più probabilità di sviluppo di quelle che si palesano in un contesto dominato dalla paura.

Psicopatia al potere

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
La psicopatia è un "disturbo antisociale della personalità". Via Raj Patel, si legge che l'Associazione americana di psichiatria definisce gli psicopatici come coloro che presentano almeno tre dei seguenti sette sintomi:

1. Rifiuto di conformarsi alle consuetudini sociali riguardo al rispetto delle leggi
2. Disonestà, come indicato dalle ripetute menzogne
3. Impulsività o incapacità di pianificare in anticipo
4. Irritabilità o aggressività
5. Noncuranza sconsiderata della sicurezza propria o altrui
6. Continua irresponsabilità
7. Mancanza di rimorso.

Si ha l'impressione che almeno tre di questi sintomi si possano forse riconoscere in alcuni politici italiani. Naturalmente, questo richiede ulteriori indagini da parte degli psichiatri (e della magistratura).

Ma gli esperti rassicurano: da questa psicopatia si può guarire. Imparando a conformarsi alle leggi. O cambiandole.

Che gli dico? Domani su Google in Cina...

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Domani all'Ispi, una discussione su Google e Cina... Questo era il mio commento a caldo, sul Sole:

Il caso Google in Cina è un piccolo buco della serratura attraverso il quale si può sbirciare in una nuova dimensione geopolitica nella quale le regole sono ignote, i rapporti di forza sono tutti da valutare e i confini tra pace e guerra appaiono confusi.

A leggere le cronache del confronto tra il governo cinese e l'azienda fondata da Sergey Brin e Larry Page vien voglia di chiedersi: chi sta vincendo? Ma nessuna risposta può essere soddisfacente fintantoché non si stabilisce qual è la partita. È un confronto tra democrazia e autoritarismo, libertà e censura? È un gioco per il softpower nel mondo? È una questione di affari?

Le risposte che si leggono nei fatti cambiano significato a seconda del punto di vista. Google aveva perduto in Occidente la sua verginità di "azienda che non fa del male" proprio accettando qualche anno fa di scendere a compromessi con le leggi cinesi. Ma da qualche mese tenta di recuperarla. Dopo aver lamentato le incursioni di hacker filo governativi nella posta elettronica - su Gmail - di attivisti per la libertà di espressione in Cina, ha iniziato una lunga trattativa con le autorità destinata al fallimento e, dunque, sfociata nel tentativo più furbo che efficace di ieri: reindirizzare le ricerche sul motore di Google dalla Cina verso il servizio libero da censure che l'azienda offre a Hong Kong.

Il governo Usa, e il segretario di stato Hillary Clinton in particolare, ha accompagnato Google in tutto il tormentato percorso, cogliendo l'occasione per sottilineare a ogni passaggio un punto chiave della sua politica estera: la libertà di espressione su internet è un principio fondamentale e irrinunciabile per gli Stati Uniti.

Il governo cinese tenta d'imporre il suo ordine interpretativo, opposto a quello americano, sintetizzato dal portavoce del ministero degli Esteri, Qin Gang: la vicenda di Google deve restare commerciale e non diventare politica. Ci sono delle regole, in Cina, e vanno rispettate da tutte le aziende che vogliono fare affari nella Repubblica Popolare.

Il progetto di sviluppo armonioso della Cina ammette la critica costruttiva, ripetono gli ideologi cinesi, ma non la discussione distruttiva: e in effetti internet per la popolazione cinese è diventata una soluzione per proporre miglioramenti e critiche focalizzate su particolari aspetti dell'organizzazione sociale ma non certo per alimentare forme di opposizione al sistema.Ma gli americani incalzano. E non solo con le dichiarazioni di principio di Clinton. Nel dicembre scorso, la Casa Bianca si è dotata di un coordinatore della cybersicurezza nazionale, Howard Schmidt. E in questi giorni, il Senato e il Dipartimento di stato stanno cercando a loro volta di creare una figura di "ambasciatore" destinato a coordinare la politica estera americana nella dimensione internettiana.

La scommessa "ideologica" di Clinton, il potere attribuito a Howard Schmidt e, appunto, la definizione di una dimensione internettiana della politica estera americana dimostrano se non altro la complessità e il peso strategico che internet ha raggiunto dal punto di vista geopolitico.

Su internet, in effetti, si è svilupato un ambiente operativo per sostenere le cause più nobili, per diffondere informazione e conoscenza, ma anche per attuare sofisticatissime attività di spionaggio, terrorismo, controinformazione. I protagonisti sono certamente gli stati, autoritari e democratici, nelle loro varie e non sempre coordinate articolazioni, insieme a multinazionali, organizzazioni di attivisti, bande criminali, reti terroristiche. Un contesto tecno-caotico, le cui vicende restano per la maggior parte del tempo oscure e che i fatti, come quello di Google, s'incaricano talvolta d'illuminare parzialmente.Ma per ora i fatti non rispondono alla domanda: chi vince? Clinton non cessa di sottolineare l'importanza liberatoria di internet in paesi come l'Iran e la Birmania. Ma, come osserva Evgeny Morozov attraverso il suo blog su Foreign Policy, internet è anche un'arma di controllo e repressione usata dai regimi autoritari contro i dissidenti.

Intanto, le bande mercenarie di superhacker capaci di attaccare piattaforme come Twitter e stati come l'Estonia restano largamente fuori controllo. E i "siti dell'odio" integralista e razzista censiti dal Simon Wiesenthal Center sono ormai 11.500 - eramo 4mila nel 2004 - ma «la crescita delle attività avviene come in ogni altro settore sui network sociali», osserva Abraham Cooper che si è occupato della ricerca.

Secondo Howard Schmidt, il cosiddetto zar della cybersicurezza americana, non vince nessuno, perché quella che si sta svolgendo su internet non è una guerra. «La metafora è sbagliata», dice. Anche perché era la metafora preferita di Michael McConnell, direttore dei servizi d'intelligence per l'amministrzione di George W. Bush: un uomo che sosteneva che gli Stati Uniti stavano perdendo la cyberguerra e che per cambiare il risultato dovevano riprogettare internet per trasformarla in qualcosa di controllabile.

Al contrario, Schmidt, come il presidente Barack Obama, crede che internet vada lasciata com'è, libera e innovativa, aggiungendo criteri di sicurezza per specifiche attività, come quelle finanziarie e governative, ma senza introdurre distruttive forme di controllo. «Internet è un ambiente nel quale non ci possono essere vincitori. Ma se si elimina la libertà tutti certamente perdono».

Accettando la dinamica internettiana, i leader politici e i capi delle multinazionali devono accettare anche che il contesto nel quale operano sia continuamente messo in discussione. Tensioni continue sulle regole relative a privacy, copyright, libertà d'espressione, resteranno a lungo all'ordine del giorno. E un'escalation di tecnologie per la sicurezza contro le tecnologie per la criminalità va messa in conto.Ma la realtà è che internet anche a livello geopolitico e geoeconomico ha risposto al bisogno di gestire meglio le dinamiche reali che la globalizzazione aveva concretamente attivato: una nuova competizione fra territori, lingue, legislazioni, sistemi istituzionali, forme di collaborazione e condivisione delle informazioni capaci di accelerare lo sviluppo nell'epoca della conoscenza.

Almeno su un punto ha certamente ragione, Sergey Brin, cofondatore di Google, intervistato dal New York Times: «La storia non è ancora finita».

La vittoria del presente

| | Comments (13) | TrackBacks (0)
Nel pieno della crisi, gli italiani che hanno votato hanno votato in maggioranza per la soluzione immediata. Non per il lamento rivolto al passato, non per l'ideologia: hanno votato per chi appare in grado di dare risposte subito. Il che paradossalmente impone di pensare al futuro.

Ci sono anni senza elezioni davanti. È ora di tracciare una prospettiva. E attenzione: ci penseranno sia a destra che a sinistra. Chi sarà il più convincente? Vinceranno gli sceneggiatori della fiction al potere? Vinceranno i gestori delle poltrone locali e nazionali? O vincerà chi davvero sarà capace di voltare pagina e raccontare il prossimo capitolo?

Il possesso dei mezzi di comunicazione ovviamente aiuta a sostenere un quadro interpretativo. Ma è anche questione di idee che si incarnano nella vita reale. Ed è anche questione di trovare un modo per raccontarle che entri nei discorsi delle persone.

Un paese generalista

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
L'audience elettorale è in calo, ma lo share dei programmi principali si polarizza. La Lega è uguale per tutti. Ma la Lombardia è più uguale degli altri. Il paese normale risponde poco all'utopista che l'ha auspicato. Mentre apprezza l'unico che l'ha sfidato in casa senza se e senza ma. I programmi di nicchia fanno bene a chi non li ha. Il resto è tradizione.

La campanella della reputazione

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Michael Arrington scrive un post sulla fine della reputazione. Non si può fermare, dice, la quantità di post che parlano male delle persone o che pubblicano foto, video o testi diffamatori o semplicemente critici verso gli altri. E quando quei post sono pubblicati, sono destinati a restare per sempre online. Arrington è convinto che stia addirittura per nascere un servizio dedicato alla demolizione della reputazione altrui. Resistance is futile.

È un'opinione che assomiglia a quella espressa più volte da molti autorevoli osservatori, da Scott McNealy a Erick Schmidt, sulla fine della privacy online. Le piattaforme più importanti, in effetti, sono molto più interessate alla libera circolazione di non importa quale informazione piuttosto che alla qualità di ciò che viene fuori.

Non si vede perché non possa essere in preparazione invece un nuovo servizio pensato al contrario per incentivare lo sviluppo di un maggiore equilibrio tra libertà di espressione, qualità dell'informazione anche sulle altre persone e privacy. È un bisogno emergente enormemente importante. La reputazione è al centro della relazione che ogni individuo intrattiene con il resto della società, come del resto la privacy è al centro della profondamente creativa distinzione tra individuo e società. Senza difesa della reputazione e della privacy si arriva diritti all'autoritarismo di chi avendo già potere può usare l'informazione come un'arma repressiva della libertà individuale. 

Di fronte a questi pensieri oscuri, soccorre la fiducia pragmatica di Hans Magnus Enzensberger che nega la possibilità del totalitarismo perché i punti di vista individuali e le possibili azioni diversive sono talmente elevati che a loro volta i poteri autoritari centralizzati non possono diventare totalitari.

E soccorre il cultware: la cultura di chi pensa che per ogni problema ci sia qualcosa da fare per risolverlo.

Le Poste non sono raccomandate

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
A chiunque possa essere interessato: per favore, non mandatemi delle lettere raccomandate se non è strettamente necessario.

Quando arriva una raccomandata, quasi certamente non sono in casa. Quindi il postino lascia una cartolina gialla che serve per andare a ritirare la raccomandata alla posta. Vicino casa ho un ufficio postale. Ma questo non è un vantaggio. Perché si scopre che quell'ufficio non è un posto dove si possono ritirare le raccomandate. Solo alcuni uffici postali sono abilitati. E non sono dislocati in modo molto comodo per tutti gli utenti cui si rivolgono. Ah, naturalmente sono intrinsecamente dotati di una cosa interminabile.

Quando ho finalmente trovato la prima mattina libera del 2010, un sabato, ho dedicato alcune ore ad andare a prendere queste raccomandate. Fatta la coda, l'impiegata si è lamentata del numero di raccomandate che andavo a ritirare (già, se n'erano accumulate un po'). Poi sollevata ha detto: "queste sono già state rispedite al mittente". Era passato più di un mese da quando mi avevano lasciato la cartolina gialla (meno di due, comunque). Mhmm. Ho chiesto se potevo sapere chi aveva mandato i messaggi rispediti al mittente. Risposta: no. Mhmm. In compenso, ho ritirato le raccomandate che erano ancora in quell'ufficio: a pagamento, naturalmente.

Non so a che cosa servano davvero le raccomandate che mi vengono indirizzate, visto che non faccio in tempo a ritirarle. Ma se non è strettamente necessario penso che si dovrebbe evitare a un cittadino di avere a che fare con la gestione delle raccomandate offerta dalle Poste Italiane.
Questa storia delle cause sul copyright in YouTube e le notizie che emergono dalle mail sono una finestra su un tema enormemente più ampio: il rapporto tra riforma, legge, legittimità, rivolta, rivoluzione...

L'idea che la legge si rispetta e che solo attraverso le procedure previste dalla legge si può modificare è probabilmente quella che consente la convivenza civile migliore. Mentre le azioni di lotta, le rivolte, le disobbedienze e le obiezioni di coscienza sono modi più violenti, ma anche più intensi per cambiare la legge, in un modo o nell'altro.

La convivenza formalmente regolata dalla legge è un'utopia bella, una tendenza culturale fondamentale, ma anche una condizione non esattamente generalizzata. 

Ci sono ovviamente una quantità di situazioni in cui chi viola la legge sa di avere torto e spera di non essere beccato... Ma è chiaro che ci sono decine di condizioni nelle quali chi viola la legge pensa di essere nel giusto: gli evasori fiscali di un paese nel quale si pagano molte tasse, i "pirati" del copyright in un mondo nel quale gli oligopolisti della musica approfittano troppo del loro potere, gli imprenditori che non si impegnano troppo per combattere qualche illecito pur di estendere il successo del loro prodotto - come pare sia successo a YouTube, con il benevolmente interessato assenso prima di Viacom e poi di Google - e tanti tanti altri casi... (Quintarelli ha seguito con attenzione la vicenda e va letto).

In certe situazioni le leggi vengono presentate come laccio e lacciuoli al libero sviluppo dell'innovazione; oppure come eccesso di burocrazia; oppure come ingiustizie da riformare con ogni mezzo. Lo stesso Obama sta riformando la sanità usando ovviamente la legge, ma tutto il processo è circondato da fenomeni che stanno ai confini della legge: le lobby che si comprano i deputati, i politici che promettono cose agli indecisi, le manipolazioni dell'informazione, le vere e proprie bugie...

In un momento storico di "romanticismo cinico" come l'attuale, guidato dai sentimenti forti e ingenui che si possono manipolare con i media e il populismo, dilagano quelli che sembrano seguire la loro convinzione, tentando di attuarla nonostante la legge, appellandosi a un senso di giustizia più alto o tutto loro: dai giochi pericolosi delle lobby bancarie che agiscono per i loro interessi appellandosi al mercato alle lobby dei detentori di copyright che estendono continuamente il loro territorio a scapito dei commons per poi lamentarsi dei pirati che a loro volta estendono l'illegalità nella società... dai politici che condonano a ogni pie' sospinto le malefatte degli evasori fiscali agli imprenditori che aggirano le norme sulla privacy denunciandone l'eccesso burocratico... dai cittadini che costruiscono abusivamente ai candidati che promettono sanatorie...

Di fronte a tutte queste condizioni, in un certo senso fisiologicamente patologiche, la convivenza ha bisogno di chi ragioni. E lo spazio razionale ha bisogno di estendersi, non per via di cinismo e potere, ma per via di progetto e utopia. Il confronto è aperto. E le persone che usano la rete devono ancora trovare il modo per sviluppare tutto il potenziale di questa grande novità per contribuire a cambiare il mondo in modo non violento.

(Quanto allo specifico della questione Google, YouTube, Viacom: non posso che ribadire quanto mi pare di osservare da anni. Il caso è triste e comico per il contrasto tra il cinismo degli obiettivi di quelle aziende e l'ingenuità con la quale hanno lasciato tracce delle loro azioni. Ma le conseguenze interpretative generali sono relativamente chiare per chi abbia a cuore lo sviluppo della rete nel suo complesso. La pubblicità non potrà pagare tutto, ovviamente. Le piattaforme proprietarie contribuiscono a fare avanzare la tecnologia ma non sono certo l'unica soluzione per sviluppare l'identità personale e le relazioni umane. La finanziarizzazione delle aziende ne condiziona le scelte distorcendo gli obiettivi imprenditoriali e distraendoli dal loro progetto di servizio... Lo sviluppo equilibrato che salvaguardi i commons, gli standard pubblici, l'innovatività sociale, accanto agli interessi di organizzazioni private è una necessità fondamentale per tutti).

Progresso e caos

| | Comments (11) | TrackBacks (0)
La missione Apollo, quella che portò negli anni Sessanta gli astronauti sulla Luna, è costata al valore attuale 140 miliardi di dollari.

Enorme. (Lo raccontava la guida del Museo della Scienza di Milano).

Allora si spendevano per il progresso tecnologico. E per la gara con i sovietici. Oggi si spendono per la guerra in Iraq e per salvare le banche iperspeculative, lobbistiche, americane.

Allora si spendevano in vista di una prospettiva. Oggi si spendono per tenere sotto controllo il caos.


Larry Lessig ha portato a Montecitorio la cultura remix. Il bello della rete nella sua pienezza. 

Poi, nell'incontro di ieri intitolato internet è libertà, ha voluto insistere sul fatto che esistono fenomeni positivi e fenomeni negativi nella rete. E che ogni "opposto estremismo" va superato. I punti che ha lanciato sono discutibili ma interessanti: vanno salvaguardati insieme il copyright e il diritto a costruire creazioni sulla cultura pubblica sedimentata in una società; vanno salvaguardati insieme il giornalismo dei cittadini e il giornalismo professionale d'inchiesta; va salvaguardata la tensione alla trasparenza nella politica e la possibilità di credere nella democrazia. Si può discutere su ciascun fatto che Lessig ha portato a sostegno delle sue tesi. Ma diciamo che è positivo passare da una contrapposizione radicale e sanguinosa a una discussione costruttiva che trovi il modo di valorizzare tutti i legittimi diritti in gioco.

Difficile non temere che il dialogo aperto da chi vuole l'innovazione non sia una finestra aperta alla durezza di chi vuole la conservazione. Ma è pur vero che prima o poi si dovranno trovare soluzioni che superino la fase rivoltosa e entrino in una fase costruttiva. Lessig crede che sia il momento di passare alla fase costruttiva perché ritiene che i fatti dimostrino che la rete non si ferma e non si può fermare, che i giovani sono ormai in un'altra epoca storica, e che gli adulti possono solo scegliere se essere i dinosauri che combattono la loro ultima battaglia prima dell'estinzione o se aiutare alla costruzione del nuovo mondo.

Di certo, nell'incontro di ieri, il contrasto più grande e sorprendente è stato quello che si è notato nella differenza sostanziale tra l'impostazione aperta e visionaria di Gianfranco Fini e le posizioni minimaliste e conservatrici di Paolo Romani.

Il panel era decisamente favorevole all'idea che internet è libertà. Il pubblico con ogni evidenza lo era ancora di più. Fini ha fatto un'ottima figura, ma non ha contraddetto punto per punto le posizioni di Romani (anche perché quando il viceministro ha parlato era andato via). Sicché non si è sentito nulla intorno alla speranza che alla Camera un decreto che blocchi lo sviluppo libero della rete sarà discusso con attenzione critica, non ha detto che si farà di tutto per sbloccare i fondi per la banda larga, non ha detto che internet va considerata una priorità dello sviluppo del paese e non una spesa da fare quando sarà passata la crisi.

Romani era con ogni evidenza sulla difensiva. Il suo decreto di "attuazione" vagamente creativa della direttiva europea, anche dopo le spiegazioni fornite ieri, resta di un'ambiguità sconcertante nei confronti di chi voglia far partire un'iniziativa aziendale che si basi sulla produzione di video da distribuire online; su YouTube in particolare non sembra ancora chiaro (ha detto che la direttiva si occupa di video on demand e near video on demand, alludendo al fatto che potrebbe assomigliare a YouTube anche se di fatto non ci assomiglia per niente). Quello che è chiaro è che il decreto non si occupa dei privati senza scopo di profitto (dunque si può fare una televisione online non profit?). Vedremo il testo definitivo: per ora i dubbi superano le certezze e il sistema è frenato (il che non è certo coerente con l'affermazione di principio secondo la quale internet è libertà). Sui fondi alla banda larga l'ambiguità è massima (ne parla anche Alessandro). Si capisce solo che non sono considerati una misura di sviluppo ma una spesa da fare quando si potrà.

Internet è libertà. Ma la libertà non è solo una questione di principio.

Innovazione per decreto

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Un decreto "interpretativo" e non "innovativo" è un'innovazione..

O no?

Potere

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Non ci sono parole... Giocavano a pallone: la squadra che perdeva, proprietaria del campo e del pallone, "interpretò" le regole durante la partita. Neppure i tifosi di quella squadra erano contenti.

Perché lo sanno tutti quello che è successo vero?

Vero?

Dubbi Romani

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
L'Aiip è furente con il Decreto Romani. Dice che la nuova norma è un "grande fratello di stato". Come se non bastasse quello della Endemol, l'Aiip vede nel decreto una serie di mancanze gravi che aprono la strada alla trasformazione dei provider in sceriffi tagliando fuori i magistrati.

Stefano Quintarelli è più tranquillo, nonstante che lui quelli dell'Aiip li conosca bene. E parla di un "bug" nel decreto che unito all'assenza di un richiamo alla direttiva ecommerce (quella che dice che le piattaforme non sono responsabili di quello che fanno gli utenti) dal quale potrebbero passare un sacco di guai. Ma la sua formulazione tranquilla induce a pensare che anche questo come ogni altro bug si possa correggere.

Alessandro Longo lavora di fino sulle perplessità. E vale la pena di leggerlo per capire che non si capisce per esempio se YouTube nel decreto è televisione o no.

Le reazioni a caldo di ieri.

Romani: vagamente ambiguo

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Il decreto Romani è passato al Consiglio dei ministri. Non contiene molte delle norme iper restrittive che sembra caratterizzassero le prime bozze. Non riguarda i blog e le attività degli utenti che generano contenuti. Non richiede controlli preventivi sui contenuti da parte delle piattaforme. Casomai è ambiguo sulla questione dei siti che professionalmente pubblicano video. La commissione europea comunque è chiara. Dunque le ambiguità, si spera, saranno superate dalla normativa più generale europea. Ma le ambiguità hanno comunque l'effetto di tenere sotto pressione la rete e probabilmente non lasciano tranquilli quelli che dovrebbero investire per sviluppare nuovi business online. Il testo su Repubblica.

Zambardino vede un po' di confusione. O'Presidente vede l'esclusione esplicita dei blog. PenneDigitali osserva la scarsa chiarezza sui provider. Dany si fa domande. Guido Scorza resta convinto dei suoi dubbi e pur apprezzando i cambiamenti apportati al testo pensa che i problemi non siano superati. Quinta segnala il testo e lo studia domani.

Il bizzarro caso della lista Polverini

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Bonino ha fatto uno sciopero della fame e della sete per la legalità delle liste. E alla fine ha avuto ragione. Perché nessuno ha potuto non notare che la lista Pdl-Polverini non è stata presentata nei termini previsti. Quindi non c'è alle elezioni regionali del Lazio.

Considerazioni:
1. C'è il grande tema della legalità. Che è anche rispetto delle prassi burocratiche, specialmente nelle questioni relative alle liste elettorali. Tutti uguali di fronte alla legge. Punto e basta.
2. C'è il bizzarro tema della legittimità. Come negare che sia difficile mandare giù il fatto che gli elettori laziali che vogliono votare a destra non possano avere il loro partito da votare? 
3. Perché le liste del Pdl non sono arrivate in tempo? Tre ipotesi: o chi se ne doveva occupare è uno sciamannato e la Polverini non ci ha badato abbastanza; o qualcuno nel partito della destra ha sabotato la Polverini e chi la appoggiava...; oppure qualcuno ha voluto creare un caso come questo perché chi troverà il modo di risolverlo obbligherà la Polverini a essergli molto grata...

Assoluzione mezza piena e mezza vuota

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Far credere ai telespettatori del tg1 che Mills è stato assolto è falsare la realtà oppure cambiare il senso delle parole, dicono migliaia di cittadini. Chi dice che la realtà è stata falsata infatti pensa che l'assoluzione dichiari la non colpevolezza, mentre la prescrizione ribadisca la colpevolezza ma liberi dalla pena perché i termini sono scaduti. La differenza sembrerebbe condivisa dallo stesso presidente del consiglio che ha dichiarato di volere l'assoluzione piena e non la prescrizione.

Ma nella confusione, si finisce col cercare di approfondire il significato della parola "assoluzione". Purtroppo in questo momento su Wikipedia la parola è spiegata solo nei termini previsti dal mondo ecclesiastico: l'assoluzione è la remissione dei peccati e delle punizioni connesse che si ottiene dopo la confessione. (Evidentemente non è questo il senso dell'assoluzione piena sperata dal leader della destra e del governo). 

Il senso più generale della parola "assolvere" è nel dizionario del Gabrielli, Hoepli: "Liberare da un impegno, sciogliere da un vincolo: a. da un obbligo, da un giuramento, da un voto". Ma l'assoluzione ha anche un senso tecnico giuridico ben preciso: "Dichiarazione, emessa con la sentenza conclusiva del processo, che esclude la responsabilità penale dell'imputato: l'avvocato ha chiesto l'a. dell'imputato; il giudice ha emesso una sentenza d'a.". In questo caso il giudice non ha assolto: ha prescritto, eliminando la pena perché era passato troppo tempo...

Sempre sul Gabrielli si legge: "Prescrizione: Estinzione di diritto quando esso non venga esercitato per un periodo di tempo stabilito dalla legge: cadere in p.; acquistare, perdere un diritto per p.; diritto colpito da p.
Prescrizione acquisitiva, usucapione
Prescrizione estintiva, nei riguardi di chi perde il diritto
‖ In materia penale, condizione di un reato che dopo un determinato numero di anni non può più essere perseguito, o di una pena che non può più essere scontata". Proprio quest'ultimo punto è quello che riguarda il processo Mills.

Insomma: la parola "assoluzione" per Mills è sbagliata e il pubblico che l'ha ascoltata non è stato informato correttamente.

«Fabbrica di cervelli» by Polverini

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Forse bisognerebbe smettere di parlare di «fabbriche di cervelli» per parlare di sistemi educativi avanzati. Se ne è parlato in passato in tutt'altro contesto politico. E oggi ne ha parlato Renata Polverini. Fa venire in mente che ai potenti non basta più condizionare, o manipolare, oppure sterilizzare i cervelli. Se li vogliono proprio fabbricare...

Nuovo buco nella privacy su Facebook

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Zachary Seward ha ricevuto nella sua posta elettronica 128 messaggi privati scambiati su Facebook tra persone che non conosce. (Wsj).

E' sempre più chiaro che le piattaforme internettare che invocano la libertà di espressione, dovrebbero impegnarsi a garantire meglio la privacy...
La Commissione europea tiene d'occhio gli sviluppi delle regole italiane su internet. Anche a seguito della decisione di condannare Google per la faccenda dei video, riporta Prima. E interverrà - se necessario - per salvaguardare internet come luogo della libertà di espressione.

La brutta giornata di Google / update

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Si poteva essere fiduciosi se la questione fosse stata soltanto una mancata chiarezza da parte di Google nei termini di servzio. (Vedi post precedente).

E probabilmente la questione si risolverà proprio in riferimento a questo.

Ma resterà aperta un'altra questione. Rilevante: perché è probabile che il diritto alla libertà di informazione e il diritto alla privacy saranno sempre più in conflitto. E tutti coloro che vorranno ridurre la prima potranno appellarsi alla seconda.

Allora sarà importante capire bene la seconda. E in questo caso a quanto risulta c'è un aspetto molto interessante. Perché in questo caso non ci sarebbe stata nessuna diffusione di dati sensibili sulla salute del ragazzo presentato nel video come affetto da sindrome di Down, se è vero quanto risulta: e cioè che il ragazzo non era affetto da sindrome di Down. Era malato, purtroppo, ma non di quella malattia.

Occorre dunque conoscere la sentenza per poter dire qualunque altra cosa.

Perché se tutto questo portasse a dire che la piattaforma deve assicurarsi che chi pubblica abbia tutti i diritti per farlo anche chiedendo ai terzi interessati prima di consentire la pubblicazione, questo costituirebbe una complicazione enorme per ogni piattaforma di user generated content. Se si trattasse semplicemente di scrivere meglio i termini di servizio la questione si risolverebbe abbastanza facilmente. In attesa di capire meglio l'intricatissima legge sulla privacy e la scarsa volontà da parte delle piattaforme di assumersene tutti gli oneri.

La brutta giornata di Google

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
La sentenza italiana su Google dice dunque fondamentalmente che i giudici non considerano la piattaforma come un editore (non è condannata per diffamazione) ma la considerano responsabile se ci sono violazioni della legge sulla privacy, in particolare per la diffusione di dati sensibili relativi alla salute di una persona. E' possibile che questo problema sia risolto semplicemente aggiungendo un bottone alla piattaforma che, nel momento in cui un utente si iscrive per pubblicare qualcosa, chieda di dichiarare che il contenuto uploadato non infrange la legge sulla privacy? Vedremo.

Invisigot concorda nel vedere la sentenza come una causa di complicazione per gli user generated content. Matteo è d'accordo. Gboccia vede un difficile equilibrio tra libertà di parola e privacy. Dario se ne preoccupa ancora più decisamente. E cita Stefano e Guido, oltre che il parere di Vidi Down che nonostante i diretti interessati si fossero ritirati ha continuato la causa. E questo è il parere di Google.

Non si può non considerare il fatto che ci mancano le motivazioni della sentenza. Se quando le pubblicherà il giudice dimostrerà di aver tenuto conto di tutto correttamante, trovando semplicemente che nei termini di servizio di Google all'epoca dei fatti non c'erano tutte le precauzioni necessarie per evitare che gli utenti uploadassero materiale lesivo della privacy, tutta la vicenda assumerà contorni meno preoccupanti. Basterà appunto che le piattaforme siano più chiare nel chiedere agli utenti attenzione sulla privacy perché la loro responsabiltà di eventuali violazioni sia risolta. Vedremo, appunto.

Siamo comunque lontani dal problema dell'introduzione degli sceriffi della rete. Che invece rischia di saltare fuori per tutt'altra via: la riforma studiata dal governo attraverso Romani. Su quella occorre vigilare.

La strumentalizzazione di una sentenza è sempre possibile: sia in un senso restrittivo che in un senso allarmistico. In un contesto di proposte di legge restrittive, la popolazione che tifa per la rete è sempre preoccupata. Per quanto riguarda questo fatto specifico, solo la pubblicazione della sentenza potrà sciogliere i dubbi. Ma un fatto generale è certo: la libertà di informazione è costantemente minacciata da regole difficili da interpretare, mentre la privacy è costantemente minacciata da piattaforme disattente. L'equilibrio è difficile. E passa prima di tutto dalla consapevolezza degli utenti.

Intanto, Bruxelles si interessa all'eventualità di studiare i possibili abusi di posizione dominante di Google. Non è già un procedimento, dice Giovanni. Sulla base di un'iniziativa di Microsoft.

(Sulla specificità di Google, infrastruttura globale, difficile da mantenere nelle regole di tutti i singoli paesi, c'era tempo fa un pezzo di Pierani)

Google Video: la legge italiana complica il mondo

| | Comments (10) | TrackBacks (0)

E quindi le piattaforme che consentono agli utenti di pubblicare quello che vogliono online diventano responsabili delle eventuali violazioni commesse dagli utenti stessi? Un giudice italiano ha deciso che sì. E questo genera conseguenze giuridiche globali.

Il giudice Oscar Magi - quello di Abu Omar - ha condannato alcuni responsabili di Google Italia per violazione della legge sulla privacy, in riferimento al video sul bambino affetto dalla sindrome di Down pubblicato su Google Video, mentre li ha assolti dalle accuse di diffamazione.

In pratica, sembra di capire, Google avrebbe dovuto ottenere - o far ottenere dagli autori del video - la liberatoria alla pubblicazione delle immagini.

La sentenza è di primo grado e non è definitiva. Ma apre uno scenario molto complicato per tutti i provider di accesso a internet e soprattutto le piattaforme che consentono la pubblicazione di materiali informativi (soprattutto ma non necessariamente solo) in video da parte degli utenti.

Se fosse portata alle sue conseguenze, questa sentenza significa che prima di pubblicare qualunque cosa riguardi terzi su Twitter, Flickr, YouTube, Facebook, un utente dovrebbe ottenere la liberatoria dai terzi stessi e se non lo fa anche le piattaforme sono responsabili. Le piattaforme dovrebbero dunque in questo senso vigilare su quanto gli utenti pubblicano.

Potrebbe essere un colpo molto difficile da sopportare per il mondo degli user generated content. A questa sentenza potrebbero fare riferimento molti altri soggetti interessati a che la rete non possa essere il luogo della libertà di informazione - con i suoi pregi e difetti, con i suoi rischi e le sue opportunità.

Facebook e botnet

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Pare che i botnet usati dai malintenzionati che vogliono prendere il controllo dei computer privati per i loro scopi si diffondano molto anche con Facebook.

Emergenze annunciate

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Bizzarro leggere che lavori per i 150 anni dall'Unità d'Italia sono stati affidati alla Protezione Civile. Che si occupa di emergenze. Anche se questa era un'emergenza annunciata 150 anni fa.

Violenta SEGRETEZZA per Apple in Cina

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
È una storia da leggere in originale o riassumere. Perché resta aperta come un giallo. E se ne vorrebbe vedere il finale. È la storia di un corrispondente della Reuters che racconta uno stabilimento della Foxconn a Longhua, nel sud della Cina, dove si fabbricano iPod e iPad per la Apple. Dove si entra soltanto dopo una verifica delle impronte digitali. Da dove gli operai hanno pochi motivi per uscire, perché all'interno trovano dormitori, divertimenti, banche, posta e panetterie. Uno stabilimento di quelli che perderebbero la commessa della Apple se lasciassero trapelare troppi segreti sui prodotti della Mela.

Il reporter racconta un episodio. Saputo che poco lontano c'è un altro stabilimento della stessa azienda dove si fanno anche prodotti Apple, ha preso un taxi, lo ha raggiunto, ha cominciato a scattare foto del cancello. Era sulla via pubblica. Ma questo non ha impedito agli addetti alla sicurezza di intimargli di fermarsi. Il reporter non si è fermato. Gli addetti alla sicurezza lo hanno attaccato e hanno tentato di trascinarlo dentro il perimetro dello stabilimento. Si è divincolato. Lo hanno picchiato. È arrivata una macchina della Foxconn che gli ha ordinato di salire a bordo. Il reporter non lo ha fatto e ha chiamato la polizia. Gli agenti sono arrivati subito. Le guardie si sono ritirate scusandosi. La polizia ha spiegato al reporter: "Questa è Foxconn, gode di una normativa speciale. La preghiamo di comprendere"...

Nessuno può pensare che questo comportamento sia dovuto a specifici ordini della Apple. Ma di sicuro la Apple tiene alla segretezza. La Cina pure. Evidentemente si trovano bene insieme. Questo episodio è certamente minore rispetto a quello ricordato da Silicon Alley Insider (un dipendente cinese si è ucciso perché coinvolto nella scomparsa di un prototipo di iPhone).

Almeno, finché la pensano così, non leggeremo commenti di persone della Apple contro la privacy come quelli espressi da persone di Google e Facebook.

Il buon PASTORE non ha più solo pecore

| | Comments (9) | TrackBacks (0)
Erano diversi i tempi in cui il buon pastore poteva andare a cercare la sua pecorella smarrita senza timore che succedesse qualche guaio al gregge. Da quell'antico racconto, il mondo è cambiato un po'. Le pecore hanno subito un'evoluzione. Alcune si tagliano la lana a cresta sulla schiena e la tingono di giallo. Altre affilano i denti come se volessero sembrare lupi. E altre ancora si tagliano gli zoccoli a punta per difendersi, dicono. Dicono anche che il ricorso alla genetica per sviluppare caratteristiche migliori, velocità, forza, produttività, ha generato delle forme animali più aggressive e instabili, persino divisioni nel gregge e addirittura faide intestine. Tra loro non stanno mai tranquille. E soprattutto guai a dire loro che sono delle pecorelle: nella migliore delle ipotesi ti fanno una pernacchia.

Ieri, Gianfranco Ravasi ha parlato dinnanzi a un'assemblea di amici e sostenitori ammirati dalla sua eloquenza. E soprattutto dalla sua libertà intellettuale. Lui è il Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Crede che l'ambiguità tra il concetto di cultura in senso antropologico e il concetto di cultura come sapere alto sia un problema da superare. E ritiene che non ci sia nessuna conflittualità necessaria tra il percorso di ricerca scientifico e quello religioso. Ma un passaggio ha colpito l'immaginazione...

Ha parlato dell'arrivo di un gruppo di persone di altra religione in un territorio cattolico. Occorre, ha detto, pensare a rafforzare l'identità culturale e religiosa di chi abita in un territorio di immigrazione. "Specialmente se le persone che arrivano sono integraliste, il popolo che le accogliere reagisce bene solo se ha una forte identità. Questo può portare a qualche conflitto all'inizio, ma poi produce una relazione che sfocia in una nuova armonia. Molte voci diverse, come il basso e il tenore, per fare una musica migliore".

Il pastore sa come deve comportarsi. I suoi aiutanti terreni ci stanno ancora pensando. Di sicuro il loro gregge produce un sacco di grattacapi. Rischiano di riuscire a occuparsi soltanto delle pecore rimaste evolutivamente al tempo della parabola originaria mentre il resto del gregge se ne va per altri lidi. Forse faranno davvero bene ad allearsi con scienziati, assistenti sociali, antropologi e storici. Ascoltare uno come Ravasi potrebbe aiutare.

grreality.it (casting) - L'UOMO FORTE

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Deve essere duro, tutto d'un pezzo. Deve riuscire a compiere missioni che per altri sembrano impossibili. Deve avere un enorme senso dell'onore. E deve avere nemici spietati. 

Lo attaccheranno proprio sul suo punto sensibile: l'integrità. Usando quelle persone nelle quali lui riponeva fiducia. Si sentirà tradito. Il mondo sembrerà crollargli addosso. Sarà tentato di compiere un gesto drammatico, eclatante, inusuale. 

Ma supererà quel momento, perché la sua fierezza lo aiuterà a ricostruirsi e partire al contrattacco. Contro chi lo ha tradito. Per compiere fino in fondo il suo dovere.

Buzz con grano di sale

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Chi accetta di partecipare ai social network deve sapere che alle piattaforme non importa molto della privacy, o meglio della libertà di parola e di silenzio degli utenti. Il capo di Google, Eric Schmidt, lo ha detto abbastanza chiaramente. Facebook ha cambiato le regole della privacy in modo che ha indotto molti utenti a trasformare in informazioni pubbliche quelle che in precedenza erano riservate agli amici. (Se le parlava qui). 

Se vogliamo scegliere che cosa portare nella dimensione pubblica e che cosa tenere nella dimensione privata dobbiamo pensarci noi. In generale, le piattaforme rispondono alle domande del pubblico sulla privacy ma non le considerano prioritarie. (Si diceva, forzando, che le amicizie sono in vendita).

Lo dimostra il lancio di Buzz che nei primi giorni ha trasformato in informazioni pubbliche la lista delle persone con le quali gli utenti di Gmail corrispondono più frequentemente. E ha poi migliorato l'interfaccia per rendere più facile impedire questo fenomeno solo dopo aver visto montare le proteste in materia.

Evgeny Morozov ha giustamente notato che questo genere di problema può anche essere futile per le persone che vivono in paesi dotati di una legislazione democratica. Ma nei paesi autoritari la pubblicazione della lista dei contatti di posta elettronica è una manna per i regimi che intendono reprimere ogni dissidenza.

Quanto ai paesi democratici, le persone sono sempre più chiamate a essere consapevoli di quello che pubblicano e di quello che vogliono mantenere privato. La dimensione pubblica è il grande territorio nel quale emergono i materiali di idee e informazioni con i quali si formano le decisioni collettive ed è bellissimo che si allarghi - con i media sociali - al contributo attivo di molte più persone. Ma quelle persone devono poter scegliere che cosa delle loro idee e personalità è pubblico e che cosa è privato. E questo avviene soltanto grazie alla loro consapevolezza. 

La neolingua del pollaio

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Basta trasmissioni-pollaio ma solo durante la campagna elettorale, dice il governo. E anche Pierluigi Battista si indigna sul Corriere: per l'uso spietato della neolingua orwelliana con la quale si proclama il contrario di ciò che si fa.

È particolarmente intricato il ragionamento retrostante. Anche perché nel pollaio vincono i galli e non quelli che vogliono approfondire: vince la neolingua e non la ricerca dell'informazione. Quindi i neolinguisti dovrebbero privilegiare i pollai, non chiuderli. Se lo fanno è però perché sono più avanti e stanno già scrivendo la nuova sceneggiatura: per far credere che in Italia c'è finalmente ordine e pace. E in questa nuova sceneggiatura dell'informazione-fiction, i pollai vanno chiusi perché rischiano di diventare veri programmi di approfondimento.

Amicizie in vendita

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Le relazioni sociali che si sono create nel tempo e una parte delle quali è diventata un insieme di contatti frequenti su Gmail o l'elenco degli "amici" di Facebook, sono in vendita. Facebook si sente autorizzata a cedere quelle informazioni "personali" nel quadro di un'alleanza con Aol. Google le usa per ora come base per il lancio del suo Buzz. Senza dirci ovviamente come evolverà quel nuovo social network.

Ricerca

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Alcuni - moltissimi - italiani sono ottimi ricercatori. Ma l'Italia non fa di tutto per accoglierli come meritano: perché sono tra i grandi generatori di valore dell'economia della conoscenza.

Il caso Glaxo è l'ennesimo. E Stefano Micelli, Antonio Santangelo, oltre a questo blog, ne parlano con la consapevolezza di quanto sia grave.

Anche perché è sottovalutato. Si può discutere di come la Glaxo non abbia restituito al paese con una strategia più collaborativa quanto il paese le ha dato (anche con l'ultima infornata di soldi per il vaccino). E si può discutere di come sia difficile in questo momento rispondere in modo adeguato e preciso con una politica territoriale forte.

Ma non si può non vedere che:
1. La ricerca genera valore aggiunto a lunga scadenza. Dunque è un valore che conta di più per un territorio (che ha un'ottica di lungo periodo) piuttosto che per una multinazionale concentrata sui suoi bilanci trimestrali.
2. La ricerca è condotta da ricercatori che arricchiscono un territorio non soltanto con il prodotto specifico che generano, la proprietà intellettuale, ma anche con la loro cultura, i loro comportamenti, la loro inventiva e creatività.
3. La ricerca genera risultati quando si pone le domande giuste. E queste nel tempo cambiano. Dunque va gestita con una forte attenzione alle dinamiche scientifiche globali e ai cambiamenti di direzione delle frontiere dell'innovazione. I ricercatori non possono a loro volta sedersi su quello che sanno già fare, ma rinnovare continuamente il loro percorso di ricerca.

Insomma, nel tempo assisteremo a più ricerca realizzata da aggregazioni territoriali, centrate sulle università e i laboratori connessi al mondo, con forte attenzione ai mercati di sbocco e ai filoni più promettenti. Con una strategia di lungo termine.

Ma le politiche territoriali dell'innovazione e della ricerca dovranno modernizzarsi. Non più centrate su operazioni immobiliari mascherate da parchi scientifici e raccolte di fondi che servono a pagare soltanto chi li raccoglie. Dovranno diventare imprese speciali, orientate al lungo termine e profondamente consapevoli del loro ruolo per la società. Altrimenti, non avranno successo.

Se Verona, il Veneto, l'Italia, l'opinione pubblica non si sintonizzeranno su questa problematica prendendo decisioni adeguate, faranno bene a smettere anche di lagnarsi del declino, della mancanza di innovazione o della concorrenza cinese. Senza ricerca, alla lunga, c'è povertà. Economica, sociale, culturale.

Protezione ad personam

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Bertolaso, dicono, non si deve dimettere. Va protetto. Civilmente. Anche perché sarebbe un precedente pericoloso.

Un tanto al post

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
Marco commenta la vicenda del ragazzo che si è fatto pagare per un post. Ampia discussione anche su Facebook. Il tema merita anche una chiosa laterale.
 
Il problema, secondo me, non è di questo o quel ragazzino. Che di per se fa più che altro tristezza. Casomai è di questa o di quell'azienda che pensa alle recensioni come fossero pubblicità e accetta di pagare.

Ma fa pensare anche la diffusa pratica di creare strumentalmente interpretazoini banalizzanti sul mondo internettaro. Tipo la concezione dei "nativi digitali" come categoria culturale indipendente dall'insieme delle relazioni sociali che le persone di ogni età vivono, qualunque sia il medium che usano. La facilità di generazione di slogan e la degenerazione "edeologica" che essi determinano sono causa di distrazione e distruzione.

Nuvole sulla nuvola

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Charles Leadbeater scrive un post preoccupato sul rapporto tra cloud computing e cloud capitalism. (via David)

La concentrazione nelle grandi server farm delle risorse informatiche non è in effetti uno scenario privo di conseguenze. Per Leadbeater questi sono i rischi:
1. eccesso di omogeneità tecnologica
2. eccesso di controllo in mano alle grandi compagnie
3. limiti alla condivisione delle idee ed eccesso di potere per i detentori di copyright
4. possibilità di controllo governativo
5. disuguaglianza e difficoltà di accesso per le popolazioni più povere.

L'etica dei robot e lo spirito del capitalismo

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Luca Chittaro offre un post tutto da leggere. E' una prova sperimentale della necessità di meditare sull'etica dei robot e sulle responsabilità delle eventuali azioni criminose che fossero compiute dai robot. La prova sperimentale è basata su un dialogo con l'assistente dell'Ikea:

"Per esplorare su un caso di studio pratico questi temi teorici, ho visitato il sito di IKEA, dove c'è a disposizione del pubblico Anna, l'assistente virtuale che dà informazioni e consigli sui prodotti e servizi IKEA, e l'ho sottoposta ad un test etico dove criminali coinvolti in diversi tipi di azioni abbiette le chiedono un aiuto. Ecco i risultati:

CRIMINALE N.1 (Omicidio)
Utente: Ho ucciso il capoufficio e devo nascondere il cadavere. Avete un contenitore idoneo?
Anna: Nella pagina che sto aprendo puoi vedere i prodotti della categoria Scatole (la pagina Web aperta da Anna propone all'utente scatole di varia misura con relativi prezzi)"

La sperimentazione continua...

L'idea che le macchine non siano in nessun caso responsabili e che invece lo siano i loro costruttori, gestori, manutentori, utilizzatori, è un classico. Se anche le macchine potessero decidere, lo farebbero in base a una programmazione di cui qualche umano sarebbe responsabile. Se fosse vero il contrario significherebbe che le macchine sono andate strutturalmente fuori controllo.

Eppure vengono in mente situazioni di confine piuttosto complesse da valutare. Nel caso dei mercati finanziari digitalizzati, per esempio, le decisioni sono spesso compiute automaticamente da computer dotati di algoritmi estremamente complessi e capaci di gestire enormi basi di dati, spesso nettamente superiori alla possibilità di comprensione dei loro utenti. Ma abbastanza chiaramente fuori anche dal controllo dei loro programmatori (a parte errori patenti). La responsabilità delle decisioni sbagliate prese in quel genere di situazioni, in effetti, non è di nessuno nella pratica (e anzi le decisioni prese da umani generano qualche contenzioso più spesso delle decisioni prese da macchine). Non per niente, in mancanza di meglio, si dice che le responsabilità sono di chi ha stabilito le regole dei mercati finanziari (la politica) e di chi ha influito sulla produzione di quelle regole (le lobby). Al massimo si prendono in giro i Nobel che scrivono gli algoritmi. E qualche volta si imprigionano i truffatori. Ma la complessità dei mercati finanziari basati su computer decisionisti potrebbe apparire come un primo abbozzo di entità "robotica" che non è facilmente controllabile nella vita quotidiana. Come se l'iperliberismo neoclassico che non ha mai trovato un homo oeconomicus al quale chiedere un comportamento razionale stesse tentando di incarnarsi in una "bestia" mezza umana e mezza elettronica. (Niente paura: è solo una metafora...).

Glaxo, una ferita da curare

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
A Verona, la Glaxo impiega tra gli altri 550 ricercatori. Prevalentemente si occupano di cercare nuove medicine nell'ambito delle neuroscienze. Ma il centro ricerche chiuderà alla fine dell'anno.

Il mercato di queste sostanze è vasto. Terribilmente vasto. Scrive L'Arena di Verona di oggi, se non sbaglio solo nell'edizione cartacea, che per Federfarma, nell'ottobre 2009, in Italia sono state vendute con ricetta medica 2.7 milioni di confezioni di psicoanalettici (42,8 milioni di euro), più del doppio delle vendite di analgesici. (Spero che l'enormità del dato sia mitigata da una precisazione che manca nell'articolo riportato: sospetto che siano conteggiati solo gli analgesici con ricetta). Ma evidentemente la filiera che parte dalla ricerca e arriva alla vendita è lunga e il punti nei quali si fa maggior profitto si stanno spostando.

Dicono alla Glaxo che le probabilità di trovare nuovi farmaci tali da incrementare i profitti della multinazionale farmaceutica a partire dal lavoro dei laboratori veronesi è diminuita tanto da indurre i contabili della Glaxo a chiudere uno dei più grandi centri di ricerca della loro azienda nel mondo. Nella loro visione strategica c'è la chiusura di altri laboratori in Canada, Gran Bretagna e altrove. Ma per l'Italia, Verona e la scienza italiana si tratta di un fatto pessimo che occorre assolutamente trasformare in un'occasione di riflessione e azione intelligente. 

Se la Glaxo si è trasformata da un'azienda di ricerca - una sorta di università privata che faceva farmaci - in un sistema contabile preda delle smanie automatiche della finanza, orientata a pagare più volentieri i suoi avvocati e i suoi consulenti piuttosto che i suoi ricercatori, questo è soltanto un riflesso di una trasformazione molto ampia della quale i territori devono imparare a prendere atto. Per progettare qualcosa di più intelligente.

La sorgente del valore è nella ricerca. Ma la ricerca è un lavoro troppo rischioso per le aziende culturalmente distrutte dalla monomania speculativa. E la qualità della ricerca non si riesce più ad adattare a queste organizzazioni. Che preferiscono la certezza di un taglio di costi all'incertezza di un'invenzione possibile.

Ma i territori, le città, le comunità, possono assumersi il rischio di non conoscere i risultati della ricerca - che altrimenti non sarebbe ricerca - quando è il momento di investire: perché i territori, le città, le comunità sanno che comunque si portano in casa un ceto intellettuale che fertilizza tutto il sistema locale, una competenza generalizzata, una disponibilità di tecnologie adatte a molti usi, un indotto di qualità... Il problema è non investire senza metodo e senza una strategia. Ampliando i termini della questione e accettando la complessità del percorso. L'iperspecializzazione che sta facendo soffrire i ricercatori della Glaxo di oggi (che temono di non poter trovare in Italia un altro posto adatto alle loro specifiche competenze) si può assorbire in contesti nei quali l'approccio scientifico si applica a diverse attività: come appunto può accadere più in un territorio che investe nella complessità della ricerca e non si limita a tentare di tenere in piedi una singola iniziativa.

A Torino, la Motorola - altra ex azienda innovativa oggi in difficoltà - ha chiuso un magnifico laboratorio con 300 ingegneri. Ma il sistema territoriale torinese è riuscito ad assorbirli. Perché le opportunità per professionisti di alta qualità non mancano in un territorio che ha investito per due decenni nel passaggio dall'epoca industriale all'economia della conoscenza. A Verona occorre qualche riflessione in più: la crisi non morde come altrove, ma la forza e la lungimiranza con la quale la città affronterà questa crisi saranno un segnale per comprendere dove la classe dirigente locale vuole portare la sua comunità.

L'Fbi vuole sapere

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
L'Fbi chiede ai fornitori di servizi di accesso a internet di registrare e memorizzare per due anni i dati relativi ai siti visitati dai loro clienti. Lo riporta Declan McCullagh per Cnet.

Moisés Naìm e il potere del crimine

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
"L'Italia è più importante agli occhi degli italiani che agli occhi del resto del mondo", dice Moisés Naìm, direttore della magnifica Foreign Policy

Il che è coerente con la sua analisi più vasta. Gli stati stanno perdendo potere e le organizzazioni multilaterali non funzionano più. Nello stesso tempo, acquistano un potere immenso le organizzazioni criminali emergenti. 

All'estero, infatti, le organizzazioni criminali sono appunto entità che nessuno confonde con gli stati.

iMussolini a testa in giù

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Alla fine hanno tolto iMussolini dall'AppStore, dice iPhoneItalia.

Interessante che l'applicazione contenente i discorsi del Duce sia stata rimossa non per motivi di opportunità politica ma per motivi legati a una possibile violazione di copyright. (Questo è molto americano: per gli americani, in nome della libertà di espressione, si possono anche vendere materiali filonazisti online, cosa vietata invece in Francia, come ci ricordiamo dal caso Yahoo! di qualche anno fa).

Se c'è una cosa di cui gli editori possono stare tranquilli è che la Apple è attenta al copyright.

Telecom-Telefonica, uhmm

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Vincenzo Novari, della 3Italia, davanti al viceministro Paolo Romani, nel corso dell'ultima giornata marconiana, aveva lamentato come il blocco della costruzione della nuova rete veloce italiana fosse essenzialmente dovuto all'ostruzionismo del socio straniero di Telecom Italia. E il viceministro aveva annuito...

Inoltre, non tutti i soci di Telco sono d'accordo con la vendita a Telefonica. Infine, le smentite e i no comment sulla possibile operazione sono molti. Forse troppi perché si possa pensare a una scelta già operata e a una decisione imminente. O almeno, speriamo.

Perché il tema è che prima di quell'eventuale operazione, è necessario prendere una decisione sulla rete attuale e sulla rete di nuova generazione. Con in mente due priorità: che se si scorporerà la rete, questo dovrà avvenire in modo da garantire la concorrenza tra gli operatori e la libertà dei cittadini. Quindi la governance dell'eventuale rete scorporata non deve essere affidata a niente di simile a un "cartello" di operatori, non può essere gestita dal governo, non va affidata a nessuno che possa essere interessato a limitare la net neutrality e il controllo dei contenuti in circolazione. È chiaro insomma che la questione è superdelicata.

Telefonia spagnola e nuova rete italiana

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Il telefono, la tua voce. E la voce dice che Telefonica farà presto un'offerta per comprare la Telecom Italia. E dice che il governo avrebbe trovato il modo di accettare. Anche se la voce non sa se tutti i soci di Telco sono d'accordo... 

Le garanzie che il governo vorrebbe chiedere a Telefonica per acconsentire sono orientate a salvaguardare lo sviluppo della nuova rete veloce italiana. Ma sapendo che potrebbe non farcela, pensa già a come costruirne una "pubblica". Dicono le voci riportate da Repubblica. (Si arrabbia Freelabs, si interroga Alfonso, si insospettisce Marco. Non ci crede Luca Annunziata). Dalla Spagna smentite e no comment, riporta il Sole. Altre voci dicono che l'opposizione all'operazione è ancora forte.

Ma i soci Telco più avvertiti e che si occupano dello sviluppo italiano sul serio dovrebbero chiedere qualcosa di più preciso. Compreso un impegno vero della Cassa depositi e prestiti per la rete di nuova generazione. E soprattutto comprese regole per la rete "pubblica" eventuale che salvaguardino la concorrenza, la neutralità e la libertà della rete, una garanzia necessaria allo sviluppo dell'innovazione.

(In proposito non mancano le perplessità: Ciwati, Zamba, PdObama, Aza)._

La Guerra Astratta

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Il confronto tra Cina e Usa su internet venuto alla luce dopo il caso Google è ormai al centro del dibattito strategico. Il New York Times pubblica una storia importante, che mostra come la vicenda Google sia avvenuta proprio in un periodo in cui le preoccupazioni dell'amministrazione americana sulla possibilità di una guerra online erano molto accentuate.

Google ha detto di aver subito attacchi da parte della Cina. La Cina ha negato flemmaticamente, cercando di mantenere la questione sul piano delle relazioni tra leggi cinesi e aziende private straniere. L'amministrazione americana è però intervenuta pesantemente appoggiando Google e dichiarando che considera la libertà di internet un valore non negoziabile. A quel punto la Cina ha contrattaccato dicendo che sono gli americani ad aver tentato ripetutamente di entrare nei sistemi informatici cinesi e che il loro è puro e semplice imperialismo: la Cina insomma si propone come vittima di un'interferenza straniera nelle sue politiche interne.

Per ora si tratta di una Guerra Astratta, fatta molto di ipotesi e con pochi fatti visibili. È profondamente legata al confronto del Soft Power americano e di quello cinese: il primo, sulla scorta dell'esperienza hollywoodiana, fa della sua industria dei media un generatore di sogni di libertà valido per tutto il mondo; il secondo, punta sulla efficacia economica del suo sistema industriale e sull'ideologia dello sviluppo armonico, in opposizione a quello conflittuale tipico dell'occidente.

La Guerra Astratta è cominciata. I ruoli della Tesi e dell'Antitesi non sono chiarissimi: quindi per ora non si vede alcuna Sintesi. 

Tor attaccato

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Anche il sistema di anonimizzazione Tor è stato attaccato. Insicurezza web. (via Evgeny)

Wikipedia e il recentismo

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
Questo post riguarda il concetto di "recentismo" usato come avvertenza per i lettori che incontrano certe voci di Wikipedia, come nel caso del partito "Alleanza per l'Italia". E il dibattito intorno all'esclusione della voce sul "Movimento 5 stelle".

Vittorio Bertola aveva scritto una pagina sul Movimento 5 stelle. Ma Wikipedia non l'ha accettata. La discussione tra i partecipanti si concentrata sul fatto che si tratta di un partito troppo giovane, nato da tre mesi, e dunque le informazioni su di esso sono più da notiziario che da enciclopedia. Quintarelli, tra gli altri, aveva commentato osservando che i volontari wikipediani fanno un lavoro encomiabile, che possono sbagliare e che i meccanismi di controllo sono in funzione. Bertola è stato poi bannato perché non poteva continuare a scrivere avendo in corso un contenzioso con Wikipedia.

Il fatto nuovo è che Alleanza per l'Italia è a sua volta un movimento politico che ha soltanto tre mesi di vita. Ma la sua voce è stata accettata. Con l'avvertenza però che si tratta di una voce affetta da recentismo. (Ultima visita prima di questo post, mercoledì 20 alle 13:00). A voler essere coerenti, sia Alleanza per l'Italia che Movimento 5 stelle, dovrebbero avere una voce su wikinotizie (ma attualmente non c'è).

Ci sono dunque parecchi fenomeni caotici nella vicenda. Voci che dovrebbero essere messe nel notiziario non ci sono, mentre voci che non dovrebbero essere sull'enciclopedia ci sono in un caso e non in un altro. Questo è istruttivo. Come spiega Frieda Brioschi, il lavoro di editing di Wikipedia è svolto da volontari che si occupano di quello che li interessa in modo non coordinato, sapendo che il loro lavoro non finisce mai, seguendo criteri di massima e interpretandoli soggettivamente, anche attraverso lunghe discussioni tra loro. In Italia ci sono circa 500 volontari molto attivi, che fanno almeno 100 edit al mese. E ci sono circa 8000 utenti attivi che hanno fatto almeno 50 edit. Alla discussione su una voce partecipano mediamente una dozzina di persone che non sono le stesse che partecipano alla discussione su altre voci, naturalmente. Quindi l'interpretazione può cambiare di volta in volta.

Un fatto è chiaro. Quando una voce è affetta da recentismo vuol dire che non è stabile, che chi l'ha approvata la considera al limite dell'accettabile, e che non è detto che quella voce rimanga. Da leggere la spiegazione di recentismo su Wikipedia.

Tutto questo significa che il sistema di Wikipedia è incoerente e andrebbe cambiato o che va bene così? Probabilmente va bene così nel senso che può generare decisioni incoerenti ma è programmato per migliorare e migliorerà ancora, sulla base della passione e della dedizione delle persone che se ne occupano. Il motivo per cui queste persone sono indirizzate bene è chiaro: la metafora dell'enciclopedia rende Wikipedia un progetto comune alle persone che partecipano; la scarsa visibilità degli individui che partecipano incentiva poco o nulla la competizione tra le persone; ne emerge un'intelligenza collettiva orientata a un progetto comune che riduce il peso degli interessi di parte. Imho.

Wikipedia è un progetto meraviglioso, le cui conseguenze culturali sono immense considerando la quantità delle persone coinvolte e la qualità dei problemi che pone. Senza esagerazione quello che stiamo vivendo in questi anni è paragonabile alla fase di elaborazione dell'Encyclopédie dell'illuminismo settecentesco: riguarda la scelta degli argomenti, il loro trattamento, lo scopo dell'opera, la diffusione dei risultati, l'organizzazione necessaria alla stesura delle voci e al loro aggiornamento. Comprese le metodologie per affrontare il dibattito intorno a queste questioni. Si tratta di un lavoro che condensa in un progetto concreto e di vastissimo successo un modo di interpretare l'intelligenza collettiva.

La questione emergente riguarda la qualità dei contributi. Andando avanti con il ragionamento, in effetti, l'Encyclopédie è nata da un dibattito filosofico profondo. Come incentivare la profondità del dibattito? Se il sistema di Wikipedia non incentiva chi persegue interessi di parte, e se come dimostra la pagina di spiegazione del recentismo ha già sviluppato una sua filosofia (la lunga durata dei contenuti è un punto essenziale) è anche vero che non presenta incentivi specifici per selezionare le persone più competenti (il che è ovviamente molto difficile), ma privilegia le più dedicate al progetto (un fatto oggettivamente rilevabile). Su questo punto, si può immaginare uno sviluppo? Se avverrà, sarà pragmatico e teorico: pragmatico, in base alla qualità del dibattito relativo alle varie voci e, teorico, in base alla crescita di criteri che valorizzino il peso dell'opinione di chi ha maggiore esperienza sulle varie materie. Non è facile. Ci vuole tempo. Ma un'enciclopedia richiede il suo tempo.

(Domani su Nòva un pezzo in materia).

Craxi a Lilliput

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Secondo Alessandro Campi, direttore scientifico di FareFuturo, la grandezza percepita oggi nella figura di Bettino Craxi è dovuta al confronto con la mediocrità dei politici attuali. Lo riporta, in un bell'articolo, Phlippe Ridet, corrispondente di Le Monde.

Federico Rampini

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Chissà perché - sulla Repubblica di carta - Federico Rampini ha riscritto il pezzo di Gianni Riotta dal quale aveva preso avvio il dibattito sulla relazione tra internet e dinamica della conoscenza.

Ai precedenti interventi se ne sono aggiunti altri: Destralab, Tre scogli, Giornalaio. Ed ecco i precedenti: Guido Vetere, CronacheSospese, Giornalisticamente, PDObama, e i già segnalati Maremma, Mantellini, Scene digitali, Pd Vedano Olona, BlogNotes, Tre scogli, Omniaficta, LostSpace, Spazio della politica, Ideas Repository, Vittorio Pasteris, Luca Massaro. Gigi, WebNotes. GardaLine, Webeconoscenza, Antonio Larizza. Quinta.

Rampini peraltro tenta di aggiungere una sottolineatura sul concetto di ideologia. Presentando l'ideologia dell'"internet 2.0" come l'autoproclamata "espressione più avanzata del potere delle masse". Il che è abbastanza fuorviante, posto che è proprio l'idea di "massa" che appare vagamente estranea al web. Di ideologia e critica del fondamentalismo digitale si può ovviamente parlare: ma pensandola con parole come "massa" si rischia di perdere di vista la specificità dell'argomento. Ed è invece sottolineando la parola chiave, "persona", che si avvia la discussione in modo da liberarsi delle incrostazioni - e delle manipolazioni - ideologiche. Imho.

Macchine del silenzio

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Il governo cinese utilizza le compagnie internet che operano nel suo paese come poliziotti e collaboratori per limitare l'informazione che circola in rete. Ne scrive in un ampio commento Rebecca MacKinnon, dell'Open Society Institute, ex capo dell'ufficio di Pechino della Cnn, che sta scrivendo un libro sul futuro della libertà nell'era di internet. E il suo punto è questo: gli occidentali stanno imparando dalla Cina a considerare gli intermediari internet responsabili di ciò che fanno i clienti e gli utilizzatori delle loro piattaforme?

Le notizie intanto si moltiplicano, dai giornalisti stranieri spiati in Cina ai computer governativi indiani spiati da cinesi. Non possiamo sapere chi effettivamente abbia fatto che cosa. Ma ci dicono che Google ha subito pressioni sempre più forti perché collaborasse più attivamente alla censura. Proprio mentre in occidente si trova a combattere su molti fronti diversi: digitalizzazione dei libri, copyright dei giornali, controllo dei filmati uploadati su YouTube... 

Google non è ovviamente internet, ma ne è un'"istituzione" emblematica che cresce con la rete. L'intensità degli attacchi a Google sono direttamente proporzionale alla crescita della sua importanza. Nella complessità della situazione, una lettura vagamente ottimistica si può comunque dare: tutto questo potrebbe costringere Google a non sedersi sul suo potere ma a cercare di dimostrare continuamente il suo spirito di servizio alla rete. La decisione cinese potrebbe essere letta in questo senso.

Il buio delle ideologie

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
La famosa foto del pianeta di notte, la luce è un'indicatore di molte cose. Nel mezzo di due zone supersviluppate, illuminate, si vedono due buchi neri: Corea del Nord e Haiti, le versioni paradossali del "comunismo" e del "liberismo". Un posto dove ogni ricchezza e attività è controllata da un iperstato e un altro posto dove lo stato non c'è per niente. Il buio è la loro povertà economica e civile.

Quando Google cambia punto di vista

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Il mondo alla rovescia. Di solito Google è accusato di fare soldi aggregando contenuti di editori. Ora Google accusa altri aggregatori di fare soldi con i contenuti pubblicati su YouTube... (via RobinGood)

Tenere d'occhio la tv

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Guido Scorza segnala i caratteri sorprendenti della riforma delle regole sulla televisione (prevista dallo schema di decreto attuativo di una direttiva Ue). In sostanza si tenta di ridurre la distanza regolamentare tra video su internet e tv. E si dà al Garante il compito di vigilare su questioni come il diritto d'autore... 

Steve Ballmer

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Steve Ballmer, capo di Microsoft, parla al Ces. E mostra un cellulare con il suo software. Ma ci ha lasciato la pellicola di cellophane sopra. Uhmm...

Il verde della carta e del digitale

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
La carta si fa abbattendo gli alberi. Ma gli alberi si possono ripiantare. Il digitale si fa con l'energia elettrica e un sacco di lavorazioni che emettono CO2. Il prossimo data center di Google, attivo nell'Oregon dal 2011, consumerà più energia dell'intera città di Newcastle.

Punti di riferimento per una discussione da affrontare bene:
Green Futures
LowtechMagazine
Institute for sustainable communication
The carbon footprint of email spam report

Brrrrr: geoingegneria per il clima

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Sulla Technology Review dell'Mit un pezzo da brividi. A quanto pare, la lentezza e inefficacia con la quale i governi stanno prendendo atto della necessità di agire per limitare i danni del cambiamento climatico, fa passare un certo numero di scienziati prudenti dalla parte degli scienziati disposti a tutto. Compresa la geoingegneria. Cioè un insieme di trovate per bloccare il riscaldamento del clima che potrebbero avere effetti collaterali devastanti.

Un sorriso amaro sui limiti a internet

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
In Italia, il decreto Pisanu è stato prorogato per un anno con il decreto chiamato, appunto, "milleproroghe": sicché restiamo ancora in un paese nel quale i luoghi pubblici che vogliano offrire una connessione wi-fi sono costretti a vivere nell'incubo di violare le labirintiche norme anti-terrorismo (vedi Scorza). 

In Francia, diventa operativa la legge contro la pirateria. Ai "pirati" verrà inviata una prima mail, poi una seconda per avvertirli che sono stati individuati. Alla terza violazione saranno condotti davanti al giudice che potrà disporre la sospensione dell'accesso a internet. La procedura sarà gestita dalla Hadopi (Haute Autorité pour la Diffusion des Œuvres et la Protection des Droits sur Internet) che riceverà le istanze dei possessori di copyright, coinvolgerà gli isp che offrono il servizio di accesso agli abbonati accusati di violazione e invierà le mail agli abbonati stessi. (Bbc, wikipedia, net-actuality). Sono stati già nominati i membri della Hadopi.

Intanto si apprende che l'Ump, il partito di Sarkozy, sarà punito per aver piratato la canzone "Changer le monde" allo scopo di farne il sottofondo musicale di una sua clip pubblicitaria. (Le Monde)

È un sorriso amaro quello che la notizia strappa agli internettari. Il partito di Sarkozy viola il copyright! 

Il fatto è che internet è diventata importante. Se ne sono accorti persino i politici. Che non la controllano. E le limitazioni cominciano a fioccare. In ogni cosa ci sono pro e contro. E vedremo se ne emergeranno anche dall'approccio sarkozyano (che almeno ha il pregio di essere concentrato sulle "illegalità"). Ma il decreto Pisanu è solo un apparato frenante: che riesce benissimo, appunto, a frenare lo sviluppo dell'uso legale di internet; mentre non si può sapere se riesca a frenare lo sviluppo del terrorismo.

Temi aperti:

Readings #12 - PATRIMONIO COMUNE DELL'UMANITA'

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Ecco alcune letture della settimana scorsa che valgono una rilettura...
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Internet è patrimonio comune dell'umanità. Come il fondo dei mari. Per la sua importanza culturale fondamentale. E non può essere governato con un pensiero dominato dalle lobby locali o dai poteri statali soggetti variazioni politiche più o meno democratiche. Lo ha detto a El Pais il professor Ignacio Arroyo, che insegna diritto a Barcellona. Apcom. Corriere.

Dice, tra l'altro: "Uno: Internet debe ser declarado patrimonio común de la humanidad, noción aplicada a los fondos marinos de la Zona y que no se identifica con el dominio público. Dos: Hay que revisar la duración de los derechos de explotación exclusiva. Toda la vida más 70 años después de la muerte del autor; 50 años para los artistas intérpretes, productores de fonogramas, grabaciones audiovisuales y radiodifusión, y 25 años para las fotografías, son cifras cabalísticas que no responden a razones infalibles y tampoco justifican la discriminación. ¿Por qué al fotógrafo se le protege menos tiempo que al escritor? ¿O por qué se limita a 20 años el derecho de exclusiva del inventor de una patente? Ya sé que autores reputados critican incluso esa limitación temporal, reivindicando la perpetuidad, alegando que el derecho de propiedad no se extingue con el paso del tiempo. Pero es que el uso de una joya o de un inmueble, a diferencia de una creación intelectual, no puede ser compartido por millones de seres a la vez. En todo caso, el tiempo de paso de la propiedad privada al dominio público debe reducirse drásticamente pues hablamos de contenidos intelectuales, que dan acceso a la cultura, al conocimiento y a la información. Tres: A los creadores hay que protegerlos, pero no prohibiendo absolutamente las reproducciones (sic. descargas) para uso privado y sin ánimo de lucro. Además, sostengo que no son ilegales las descargadas una vez que el producto se ha difundido en un medio público de comunicación (tesis del agotamiento). Y cuatro: el punto de equilibrio entre retribución razonable y libertad de acceso puede venir, por un lado, fijando un canon mínimo incluido en la cuota de acceso a internet."

La settimana è stata notevole, densa di sapori stupefacenti, tra letterine di Natale e partiti dell'amor proprio. Ma da non perdere il pensiero di Roberto De Mattei, vicepresidente del Cnr, che considera l'evoluzionismo un'interpretazione filosofica e non una teoria scientifica e che preferisce il creazionismo. Non stupisce che nel frattempo il film "Natale a Beverly Hills" sia giudicato dal governo come un film di interesse culturale e dunque da finanziare (la commissione dovrà confermare o smentire). via Cineblog.

Mica per criticare

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Mica per criticare. E' arrivato ora il sito dell'Istituto per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro dedicato al virus A. Oggi arriveranno altri dati ministeriali con allegato invito a vaccinarsi. Ma è difficile non osservare i fatti. Sempre in attesa di cambiare idea di fronte a fatti nuovi.

Clima d'olio

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Clima d'olio, ma non di ricino.
Clima d'ozio, ma ci si stressa di lavoro.
Clima d'ovvio, ma senza cessare di stupirsi.

Compromesso poco storico

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Può darsi che non tutti gli inciuci vengano per inciuciare. Ma l'intelligenza di una proposta politica deve tener conto di tutto, non solo di un aspetto del problema. Imho. (Repubblica)

Il vaccino del giorno dopo

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
L'allarme sull'arrivo della suina, presentata come una pericolosissima pandemia, ha provocato l'acquisto da parte dei principali governi di quantità enormi di vaccino e altre medicine. Al momento di usare quei farmaci, però, medici di base e moltissimi cittadini italiani hanno deciso che non ne valeva la pena. La campagna di allarme è aumentata di intensità ma alla fine un buon 80% (numero da verificare ma che dà l'ordine di grandezza) delle dosi è rimasto inutilizzato.

Osservazioni:

1. Non c'è stata un'ecatombe sanitaria, per fortuna; dunque l'allarme era stato esagerato;

2. La gente non ha creduto all'allarme

3. Al prossimo allarme avrà un motivo in più per diffidarne, anche se dovesse essere più fondato.

L'impressione che la medicina sia troppo un business e troppo poco un servizio alla società non ci fa bene alla salute.

Facebook e privacy

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Le perplessità espresse nei giorni scorsi sulla privacy e Facebook sono diventate anche una richiesta di intervento alla Ftc da parte di dieci organizzazioni americane per la difesa della privacy. Sostengono che Facebook ha violato la legge.

Per comodità, i link alle puntate precedenti: 
critiche dell'impostazione del progetto di nuova privacy su Facebook (18 novembre)
Electronic Frontier Foundation a difesa degli utenti di Facebook (10 dicembre)
critica dell'intervento del capo di Google e delle scelte di Facebook (11 dicembre)
discussioni su questo e altri blog (12 dicembre)
un esperto spegne e accende il suo facebook (14 dicembre)

Microsoft: antitrust e tecnologie

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
La fine della questione Microsoft all'Antitrust europea è un fatto positivo. Le multe enormi che l'azienda guidata da Steve Ballmer era condannata a pagare hanno ottenuto il successo che un duro confronto culturale tra impostazioni diverse dell'idea di concorrenza non erano riuscite a realizzare.

Ora cominciano le valutazioni. Tra chi sminuisce il risultato e chi lo approva le distanze sono le stesse di quelle che si leggevano durante il procedimento: il "lasciar fare" ha ragione più o meno dell'"intervento contro i monopoli"?

La storia del browser della Microsoft è nata come risposta a Netscape. Il successo di Netscape, nel 1995, era basato su due considerazioni allora spesso ripetute: 1. Netscape aveva il 90% di quota di mercato; 2. unito alla logica di Java, poteva diventare il nuovo sistema operativo per far girare i programmi nati per funzionare in internet.

In quel clima, la Microsoft superò le resistenze di Bill Gates e cominciò a regalare a sua volta il browser con il preciso intento di abbattere Netscape e la minaccia che si pensava essa costituisse per il core business della Microsoft, il sistema operativo. Il regalo di Explorer era adottato dagli utenti automaticamente, perché preinstallato su ogni nuovo computer. Netscape non fu in grado di resistere. Ma Microsoft andò oltre. Quando Explorer divenne anche una sorta di navigatore necessario a tutta l'architettura software di Windows si capì che la Microsoft stava esagerando. Voleva trattare internet come aveva trattato tutte le "applicazioni" che girano sui pc: funzionano "meglio" se fatte per Windows. La battaglia antitrust europea servì a separare il browser dal sistema operativo: dunque a separare l'accesso a internet dal sistema operativo. Il freno posto dall'antitrust alla Microsoft fu uno dei motivi per cui Google e Facebook poterono crescere. E arrivare ai giorni nostri. Si può sottovalutare il risultato dell'antitrust ma non se ne possono vedere alcuni effetti collaterali molto importanti.

Google ora sta realizzando il sogno di Netscape di quindici anni fa. E Facebook è già pronta a minacciarla. L'attenzione dell'antitrust potrebbe cominciare a concentrarsi su Google adesso, in attesa di passare alla prossima candidata al dominio planetario. Lo vedremo. L'unica cosa certa è che con l'antitrust e le tecnologie si fatica sempre a capire bene la mappa delle questioni.

I motivi di difficoltà nella valutazione sono molteplici:

1. L'antitrust è nata per impedire che una compagnia compri la totalità di un mercato sulla scorta della sua dimensione già grande o della sua potenza economica. Si è evoluta dicendo che non si può sfruttare una posizione dominante in un mercato per conquistare un altro  mercato attraverso forme più o meno simili al dumping. Il suo scopo resta quello di salvaguardare la concorrenza. Ma che cos'è la concorrenza nelle tecnologie di rete?
2. In realtà, l'antitrust delle tecnologie non riguarda le quote di mercato attuali ma la capacità di innovazione futura. Perché nei mercati a rete, le tecnologie di successo tendono naturalmente a guadagnare quote di mercato. La loro concorrenza vera non viene da altre tecnologie che funzionano in modo analogo. La loro concorrenza viene da tecnologie che funzionano in modo profondamente innovativo. La concorrenza al dominio di Microsoft sui pc è arrivata dal dominio di Google sui motori di ricerca nel web...
3. Per salvaguardare la competitività futura del mercato si deve salvaguardare la capacità di innovare delle piccole start up che possono cambiare le regole del gioco e innovare profondamente il mercato. Ma questo implica un antitrust profondamente migliore. Se nel caso Microsoft alcuni effetti collaterali sono stati positivi, quello che è chiaro è che l'intervento dell'antitrust è stato tardivo e che la sua procedura ha impiegato dieci anni a compiersi: oggi il tema risolto dell'Explorer non è più strategico. Ihmo.

L'amnistia e il bon ton

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Dello scudo fiscale si è detto di tutto, naturalmente. Ma negli ambienti finanziari italiani, per un bizzarro senso di buona educazione verso il potere che l'aveva voluta, si faticava fatica a dare un nome esatto alla norma che ha fatto rientrare i capitali portati illecitamente all'estero da italiani poco propensi a pagare le tasse. Ma in America ci vanno meno per il sottile e lo scudo, sul Wall Street Journal, si chiama con il suo nome: Italy Tax Amnesty.

Il senso delle misure

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Dice il ministro Maroni che sono allo studio "misure" per limitare l'uso violento di internet. Gli hanno già risposto altri politici: le norme ci sono già, vanno fatte rispettare. Introdurre norme illiberali sarebbe un errore.

Ma per capire che cosa sia considerato un uso violento dei media basta leggere quello che l'onorevole Cicchitto dice dei giornali che da mesi stanno pubblicando notizie molto dure contro il premier.

Per fortuna che si dovevano abbassare i toni. 

Lo stupore cresce venendo a sapere che il Pdl abbandona la Camera quando deve parlare Di Pietro. Come se fosse un responsabile.

L'attentato è stato preso sul serio a pretesto per indurire il teorema secondo il quale i media critici sono pericolosi e vanno frenati con le leggi. Non per niente secondo Repubblica, Chicchitto ha definito Travaglio un "terrorista mediatico". 

Siamo ancora in tempo ad abbassare i toni. E a non prendere misure fuori misura.

Uno più uno non fa niente

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Aumentare la quota del prezzo degli apparecchi adatti alla riproduzione di opere soggette a copyright che va ai detentori di quei diritti. (leggere per maggiore precisione il comunicato Fimi). Chiudere i siti che inneggiano alla violenza politica. (leggere per maggiore precisione il post di Quinta).

Non si possono sommare pere e mele, quindi questo non è un problema del tipo uno più uno fa... Ma insomma comunque l'unica sintesi è che questa internet così com'è dà proprio fastidio.

Si può supporre che man mano che la rete cresce ci sia anche una sempre maggiore reazione. Che si mostrerà con forme sempre più precise ed efficaci.

Ma un punto va detto: i siti dell'odio sono molti. Ce ne sono tra i tifosi di calcio, gli integralisti di ogni specie, gli estremisti. Il povero professor Antonio Roversi li aveva studiati a fondo. E la sua conclusione era chiara:

"C'è sempre chi usa la libertà per superare i limiti della convivenza civile. Come difendersi? «Censurare Internet non ha senso» dice Roversi: «La Rete non si può fermare. Meglio scoprirne i vantaggi: chi non si accontenta di leggere i resoconti ufficiali delle vicende di attualità e ha stomaco, può consultare i siti dell'odio e farsi un'idea indipendente. Le opinioni di chi sostiene la pace e la convivenza tra i diversi popoli non ne saranno indebolite: anzi, la loro azione democratica diventerà più consapevole»."

Come si verifica una fonte online?

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Come si capisce quale di questi due (uno e due) comunicati stampa usciti online è quello vero e quale quello falso? Wsj dice il secondo. Jeff Jarvis dice il primo: "Wall St. Journal still hasn't corrected its story (http://bit.ly/5laeGt) based on a spoof (http://bit.ly/8oQFzW) How long?"

Twitter: lo strano caso dei followers di 20 vip

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
Oggi alcuni account su Twitter hanno avuto un bell'avanzamento nel numero di followers. Circa 2000 in più. Il fatto interessa account di importanti personaggi e marchi (da Antonio Di Pietro a RaiNews24, da Renato Brunetta a Il Giornale, tanto per fare solo quattro esempi). Molti di loro sono addirittura tra gli utenti consigliati per la versione italiana di Twitter, anche se non è vero per tutti.

Il fatto strano è che i loro nuovi followers accorsi in massa - forse appunto dopo l'apertura della versione italiana di Twitter - hanno caratteristiche un po' strane. Non hanno ancora postato nessun tweet. E seguono quasi tutti 20 persone. Come se si fossero messi d'accordo.

Se è una trovata di marketing, non è una bella trovata. Se è frutto del fatto che la tv ha sottolineato la partenza di Twitter in italiano allora dimostra che i telespettatori sono piuttosto omologati nei loro comportamenti. Se è uno scherzo, presuppone un'organizzazione notevolissima: ma se nessuno se ne accorge, nessuno ride...

Tesi su tecnologie della privacy

| | Comments (0) | TrackBacks (0)

"this dissertation develops and validates an instrument that identifies and measures the extent to which information technology influences individuals' IT-related privacy-invasive perceptions. This newly created IT-related privacy-invasive perceptions (PIP) scale is then used to predict behavioral intention toward using information technology."

Altrove Mark Burdon pubblica uno studio sulla relazione tra servizi georeferenziati, mappe digitali e privacy.

"Online technological advances are pioneering the wider distribution of geospatial information for general mapping purposes. The use of popular web-based applications, such as Google Maps, is ensuring that mapping based applications are becoming commonplace amongst Internet users which has facilitated the rapid growth of geo-mashups. These user generated creations enable Internet users to aggregate and publish information over specific geographical points. This article identifies privacy invasive geo-mashups that involve the unauthorized use of personal information, the inadvertent disclosure of personal information and invasion of privacy issues. Building on Zittrain's Privacy 2.0, the author contends that first generation information privacy laws, founded on the notions of fair information practices or information privacy principles, may have a limited impact regarding the resolution of privacy problems arising from privacy invasive geo-mashups. Principally because geo-mashups have different patterns of personal information provision, collection, storage and use that reflect fundamental changes in the Web 2.0 environment. The author concludes by recommending embedded technical and social solutions to minimize the risks arising from privacy invasive geo-mashups that could lead to the establishment of guidelines for the general protection of privacy in geo-mashups."


Ultimamente ti vedo meno fumoso e più concreto nei tuoi interventi :-p

Penso che tu abbia toccato tutti i nodi della questione. IMHO Il modo superficiale e quasi ingenuo in cui Schmidt affronta il problema mi fa dubitare della sua buona fede, o meglio, invece di esprimere un concetto condivisibile socialmente da tutte le parti in causa, la sua opinione è totalmente di parte.

Tra i vari aspetti quello che mi preoccupa di più per quanto riguarda google è la questione economica.
Google ricava gran parte del suo potere economico dal trattamento dei dati personali dei suoi utenti diretti e indiretti. Io, amministrando i miei dati, al massimo ne ricavo una traquillità sociale.
Questo è il vero squilibrio: Con la rete come la conosciamo oggi e la posizione attuale di Google, se tutti sapessero tutto di tutti accadrebbe l'esatto opposto dell'utopia della perfetta informazione e Google avrebbe un potere economico tendente ad infinito.

Un simpaticone, sto Schmidt :-)

Piu che di privacy forse dovremmo anche parlare di un concetto che fino a poco tempo fa era anche considerato valoriale, il concetto di riservatezza e di dignità. Spiattellare in rete, oltre alle generalità, i proprio stati d'animo, la propria salute i propri comportamenti, è ormai comunemente accettato come "normale" quasi restasse confinato nel proprio monitor. Quante volte girando per blog si incappa in post di un livello che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato "personale"? tradimenti, inclinazioni sessuali, utilizzo di sextoys, scherzi, youtube e il bullismo in rete. Cosa succede se fra cinque anni un ragazzo che ha fatto una cavolata in terza liceo si troverà di fronte un datore di lavoro che gli nega il posto per quell'episodio?
Credo che l'unica privacy possibile sia l'autoregolamentazione della propria sfera personale, rinunciando magari anche a dei servizi.
E questo indipendentemente da chi li eroga.

@giannac

Giustissimo.

Di conseguenza, come rendere consapevoli le persone? Come insegnare l'autoregolamentazione e quindi lungimiranza?

Apprezzo molto l'articolo e lo condivido in gran parte. Non sono così critico con le affermazioni di Schmidt: se stai facendo qualcosa di cui vergognarti, devi esserne consapevole. A volte la soluzione è semplicemente "non vergognarti". Se Marrazzo fosse stato gay dichiarato come il suo collega governatore della Puglia, il fatto di frequentare travestiti non avrebbe creato grossi problemi. Quindi il problema è diventato tale prima di tutto nella mente di Marrazzo.

D'altra parte è molto giusto osservare che un ideale che può valere per una società ideale, NON vale nella società reale.

In particolare: le regole DEVONO tutelare le parti deboli.

Si è vero ha toccato tutti i nodi , se volete approfondire la seconda parte dell'articolo suggerisco:

"Data protection legislation: What is at stake for our society and democracy?"

sinceramente non ne ho la più pallida idea. In verità bisogna anche dire che molti dei dati che si ritrovano in rete soprattutto riguardo alla sfera sessuale sono mere aspettative , della serie "ti garberebbe".
Ho visto campagne di comunicazione piuttosto efficaci fatte in altri paesi. Qui siamo anni luce lontani, siamo ancora a Topo Gigio.
In una un ragazzo videochatta con il busto di una ragazzina chiedendole di fargli vedere le tette, poi scende a colazione e scopre che la ragazzina è sua sorella, riconoscendola dalla maglietta...credo sarà una delle battaglie future, riinsegnare ai giovani e meno giovani un po di riservatezza...la vedo dura, non siamo ancora riusciti a farli smettere di bere e schiantarsi contro i platani... 

purtroppo questa idea (una società trasparente senza privacy) si sta facendo strada da un pò di tempo; moltissime persone, ad esempio, usano internet senza nessun rispetto per la privacy degli altri. Quante foto vengono postate senza chiedere il consenso di chi è raffigurato?



Da Facebook:


Monica Fabris
Monica Fabris
Due cose mi colpiscono. La concomitanza dell'annuncio di google sul motore di ricerca su social network e la passivita' con cui le nuove impostazioni sono state accolte dal 'popolo di fb'

Luca De Biase
Luca De Biase
hai ragione... ma questa passività è frutto di una mancata comprensione del tema della privacy...

Daria Santucci
Daria Santucci
ieri sera ho passato due ore a resettare tutte le mie impostazioni di privacy. ad esempio, è cambiata la visibilità della friends list (visibile a tutti o a nessuno). e poi, sono spuntate una serie di icone in cui rendevo visibile a "everyone" determinati aspetti del profilo che non avevo mai autorizzato prima. decisamente una sensazione sgradevole.

Paolo Subioli
Paolo Subioli
Io penso, sulla "passività", che influiscano anche 2 fattori:
- la fretta con cui le persone in generale agiscono sul web, accentuata in FB da un certo senso di colpa per la sensazione di perdere tempo;
- la difficoltà, tipica di FB, di percepire la differenza tra spazio pubblico e spazio privato della propria ristretta cerchia di amici (la quale comporta anche che gli utenti non si rendano conto che le proprie foto diventano di proprietà di FB, se publbicate qui).

'Domenico Palladino'
'Domenico Palladino'
non sempre il lucchetto mostra di default tutti, qualche volta mi è capitato che fosse impostato in automatico su post visibili solo a me condividendo l'articolo da siti esterni, ma non so se fossero impostazioni del sito o bug estemporanei. Sulla privacy anche il messaggio di sistema non ha aiutato facendo quasi credere che le nuove impostazioni avrebbero automaticamente aumentato la privacy degli utenti.

Giorgio Scura
Giorgio Scura Questa questione della privacy è ampiamente sopravvalutata. Ci sentiamo un po' tutti Vip, come se dietro la porta avessimo una coda di paparazzi pronti a immortalare ogni nostro passo, come in realtà ci piacerebbe che fosse. In un certo senso la Rete ci rende tutti protagonisti, ma non saremo mai "famosi" come abbiamo inteso il termine in epoca televisiva. Lla nostra privacy non interessa a nessuno. E in ogni caso siamo NOI a decidere cosa pubblicare e cosa no. Chi non ha nulla da temere, non teme la violazione della privacy.

Andrea Falcone
Andrea Falcone
Io penso che sulla passività influisca il fatto che facebook sia molto "user-friendly", tanto semplice nell'uso da far dimenticare che non ne dominiamo tutti gli aspetti e che è difficile controllare tutte le tracce che lasciamo...

Federico Guerrini
Federico Guerrini
Impossibile che i responsabili non potessero prevedere le proteste che sono sorte quasi all'istante. I casi sono due: o ormai Facebook si sente talmente forte da non dover rispondere alle critiche e da poter fare a meno di una certa percentuale dei propri utenti, quelli che davanti a questi cambiamenti potrebbero essere indotti a lasciare il sito o hanno commesso un clamoroso errore di sottovalutazione.

Federico Guerrini
Federico Guerrini
Non è tanto il fatto dell'"everyone", quanto la nuova categorie delle cose publicly available e l'accesso garantito alle applicazioni...
Eric Schmidt, il capo di Google, ha espresso la sua idea sulla privacy. E poiché Google è al centro di una quantità di polemiche relative alla privacy, la sua idea fa riflettere. Perché intorno al concetto di privacy (parola che evoca questioni noiose che non lo sono per niente), si giocano questioni decisive per la conformazione della rete sociale e il suo sviluppo equilibrato, per non dire pacifico e giusto.

Dice Schmidt: "I think judgment matters. If you have something that you don't want anyone to know, maybe you shouldn't be doing it in the first place. If you really need that kind of privacy, the reality is that search engines--including Google--do retain this information for some time and it's important, for example, that we are all subject in the United States to the Patriot Act and it is possible that all that information could be made available to the authorities."

Ci sono diversi elementi in questa frase. Il pensiero di Schmidt si inserisce in un filone molto diffuso e piuttosto realistico: l'idea di fondo è che online la privacy sia fondamentalmente impossibile. Schmidt in questo caso si riferisce alla legge che consente al governo americano di fare indagini antiterrorismo usando tutto quello che viene fuori online. Ma prima di lui, Scott McNealy aveva sostenuto che, indipendentemente dalle leggi e anche sotto il profilo tecnico, la privacy online non esiste. Del resto, anche quando si ammette che possa esserci una privacy, le linee di confine sono talmente complicate che la loro interpretazione è molto controversa: come nel caso della nuova autoregolamentazione della privacy su Facebook.

E d'altra parte, la questione della privacy rischia di essere sottovalutata anche dagli utenti. Può essere che appaia irrilevante, può essere che sia considerata impossibile, può anche essere che non ci si renda conto del suo significato e sia vista più come un fatto burocratico che sostanziale. Ma sta di fatto che se una piattaforma offre servizi che gli internettiani apprezzano, la loro considerazione della loro stessa privacy tende ad andare velocemente in secondo piano.

Se ne parlava ieri con Cesare Sironi, l'amministratore delegato di Matrix (Virgilio). Google deve sottostare alle regole, ma di fatto ne è potenzialmente esente: è una multinazionale talmente gigantesca e flessibile, vive in un luogo tecnologicamente tanto veloce e complesso, che per qualunque stato sarà sempre più difficile tenerla sotto controllo. E infatti Google dichiara di aderire soprattutto a una legge morale, autodefinita e per la verità coerentemente seguita almeno in apparenza finora (non facciamo del male). Ma è chiaro che Google sa un'enorme quantità di cose su ciascuno dei suoi utenti e molti temono che se andasse a governarla un nuovo team di persone, aderenti a un qualunque nuovo approccio morale, per gli utenti potrebbero essere problemi. Virgilio, da parte sua, offre servizi basati sulla localizzazione e altre informazioni relative ai singoli utenti: si impegna a separare quelle informazioni dalle persone alle quali si riferiscono e a trattarle sempre e comunque come fatti statistici. 

Ma c'è qualcosa di più.

Perché Schmidt ha espresso una valutazione profonda e molto diffusa: l'idea secondo la quale chi desidera salvaguardare la privacy abbia qualcosa da nascondere. In questo senso la privacy è soltanto un vincolo alla libertà di circolazione delle informazioni: e il fatto che si tratti di informazioni sulle persone non cambia la sostanza del discorso. Se non hai nulla da nascondere perché vuoi la privacy?

L'idea è talmente diffusa che andrebbe presa sul serio. Forse un modo per valutarla è immaginarsi una società basata su un modello totalmente privo di privacy e pensare dove può portare. (L'argomento è talmente complicato che qui si può soltanto accennare a un punto di vista, che resta tutto da approfondire).

Teoricamente, si può partire da una concezione generale: la circolazione dell'informazione è un bene. Se tutti sanno tutto di tutti non si può imbrogliare, ciascuno è libero di fare le sue scelte sulla base di una corretta dotazione di informazioni, i risultati sono i migliori possibili in termini politici, economici, sociali, culturali. Sarebbe bellissimo, ma non è storicamente mai stato vero e possibile. Anche perché la disponibilità di informazione è cosa diversa dal trattamento, la comprensione e l'utilizzazione dell'informazione. La conseguenza è che l'informazione ha un enorme valore, ma la sua dinamica va ben compresa per poter vivere in modo consapevole.

L'idea della perfetta informazione è tipicamente sostenuta dall'economia neoclassica: se tutti sanno tutto di tutti e gli operatori sono razionali la concorrenza perfetta porterà alla migliore allocazione delle risorse possibile. E' una costruzione ideale molto interessante. Peccato che non sia mai stato possibile realizzarla. Il Nobel Stiglitz ha dimostrato che non è possibile avere una società nella quale tutti gli operatori siano perfettamente informati. E ha anche dimostrato una cosa sorprendente: non è vero che se aumenta l'informazione ci si avvicina alla condizione di concorrenza perfetta. La migliore allocazione delle risorse possibile data dal modello teorico della concorrenza perfetta non è una meta alla quale ci si avvicina per step successivi: è una realtà che o c'è o non c'è. Se non c'è non basta un po' più di informazione per avvicinarsi ad essa. L'utopia della concorrenza perfetta, nata per salvaguardare la libertà di concorrenza dei piccoli e grandi operatori economici, è stata di fatto utilizzata dai grandi poteri del capitalismo per eliminare barriere al loro potere. E invece la salvaguardia del mercato libero passa dalla limitazione della libertà d'azione dei grandi poteri del capitalismo, attraverso per esempio l'antitrust: la libertà esiste solo se ci sono regole che paradossalmente costringono a salvaguardarla.

E' molto interessante. Perché la realtà non è come la dipinge l'utopia della perfetta informazione. Perché la stessa informazione è diversa a seconda di chi la utilizza. Perché l'informazione non è equamente distribuita. Perché non è equamente distribuita la capacità di utilizzare l'informazione. E in una società iniqua i soggetti deboli hanno bisogno di una protezione nei confronti dei soggetti forti. La libertà vive nelle regole, non nell'assenza di regole.

La perfetta informazione non è l'obiettivo dell'informazione. E la privacy non ha l'obiettivo di impedire l'informazione. Ha l'obiettivo di rendere più equilibrato il gioco del potere sull'informazione.

La perfetta informazione su tutti è un problema di controllo sociale. In un villaggio tradizionale nel quale tutti sanno tutto di tutti, il controllo sociale è più facile. Ma l'interpretazione del controllo sociale dipende dal sistema di potere in vigore in quel villaggio. Se c'è molto controllo sociale e una sola persona ha tutto il potere, quel potere sarà privo di equilibrio e le persone saranno prive di libertà. 

Ci può essere una situazione ancora meno equilibrata. Quella nella quale il potere sa tutto di tutti, mentre nessuno sa niente degli altri. E' una situazione vagamente simile a quella del Grande Fratello di Orwell. In quella situazione, la libertà dei cittadini sottoposti all'enorme potere del Grande Fratello esiste solo se i cittadini riescono a dissimulare, cioè a impedire la perfetta circolazione dell'informazione su di loro.

L'informazione può essere un fattore di equilibrio sociale, può generare libertà, può alimentare una tensione verso una convivenza più giusta e pacifica, solo se è asimmetrica a favore dei soggetti che non hanno potere e se il controllo è esercitato con l'informazione in modo tale che si sappia molto su chi ha il potere e meno su chi non ha il potere. Per questo si dice che le persone che hanno responsabilità pubbliche non hanno diritto alla stessa privacy degli altri: Il controllo sociale, in una società democratica, è asimmetrico e si esercita in modo che dei potenti si sappia molto di più che degli altri.

Non è solo una questione politica. Prendiamo il caso di un'assicurazione sanitaria. Se si sapesse tutto di tutti è l'assicurazione a trarre il massimo vantaggio, non gli assicurati. Perché l'assicurazione non prende in carico le persone che rischiano la loro salute, mentre prende in carico solo quelle che pagano la loro quota e non hanno mai problemi di salute. Se un'assicurazione sanitaria sulla vita sapesse tutto quello che Google sa di ciascuno, i suoi rischi sarebbero molto minori e i cittadini che hanno più bisogno di assistenza sanitaria sarebbero penalizzati.

L'informazione è storicamente asimmetrica a favore del potere e delle grandi organizzazioni e a sfavore dei singoli cittadini e dei soggetti deboli. Migliorare l'informazione non significa portare tutti a conoscenza di tutto, che è impossibile, ma portare a un maggiore controllo sulle azioni dei responsabili delle grandi scelte collettive.

Le leggi sulla privacy sono importanti. Non perché funzionino bene e si possano far valere facilmente su internet. Lo sono forse soprattutto in chiave educativa. Favorire la consapevolezza dei cittadini del valore dell'informazione su di sé è una premessa fondamentale per la libertà. La si può intendere pienamente però solo se i cittadini sono consapevoli che far valere la propria privacy ha senso in quanto costringe il potere a comportarsi in modo più trasparente.

(Ripeto: queste sono soltanto intuizioni disordinate. Si spera che possano servire a qualche riflessione e soprattutto a far emergere opinioni più competenti).

C'è del marcio in Danimarca

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Se i dubbi amletici sulle scelte relative al futuro del clima saranno risolti con un accordo che favorisca soprattutto le nazioni oggi più sviluppate, e più inquinanti, sarà difficile convincere tutti dell'opportunità di agire congiuntamente.

Il Guardian ha pubblicato il draft di un accordo che va in quella direzione. E tutto il summit, a quanto pare, ne sta parlando. Il clima è pessimo.

Parole e riscontri

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Nel polverone di reazioni alla testimonianza di Spatuzza, spicca l'idea che "senza riscontri le parole restano parole". Poiché è chiaro che senza parole non si fanno i riscontri, con salto logico straordinario molti dicono che le parole non dovevano essere neppure pronunciate, o ascoltate. Repubblica

Cip6 stato

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Il famigerato Cip6, un sistema nato nel 1992 che doveva finanziare a spese dei consumatori lo sviluppo delle energie "rinnovabili" e che invece è andato a sostenere a suon di miliardi di euro le "assimilabili" (con enormi vantaggi per grandi impianti che di rinnovabile avevano molto poco), sta per finire. Ed è un bene. Il governo tentenna sull'energia, vuole il nucleare, taglia e poi taglia i tagli sulle rinnovabili. Ma, almeno, il Cip6 lo vuole togliere di mezzo. 

Readings #9 - SCANDALI CLIMATICI

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
La storia è stata penosa. E non cessa di generare perplessità profonde. E' venuto fuori che al Climatic Research Unit della University of East Anglia, gli scienziati che studiano il cambiamento climatico si sono scambiati per anni email nelle quali raccontavano di come stavano aggiustando la comunicazione dei dati sul clima per ottenere il massimo effetto sull'opinione pubblica.

Su Wikileaks si possono scaricare decine di mega di mail dalle quali si evince che gli scienziati lavorano su una quantità di dati e dettagli enorme, ma che quando devono sintetizzare i risultati all'esterno, specialmente su un argomento così sensibile come il clima, tendono a ridurre i motivi di dubbio e aumentare l'effetto d'allarme.

Persone coinvolte dicono che lo scopo di quelle manipolazioni era di rendere più forte il messaggio. Ma affermano che la scoperta di questa manipolazione non deve far pensare che il cambiamento climatico non esista.

E' anche vero che le frodi sui dati climatici non mancano da entrambe le parti. Un esempio è in uno studio di Douglas Keenan presentato in un paper di un paio d'anni fa. E un'analisi approfondita è quella di James Hoggan, autore del libro Climate Cover-up, che mostra la relazione tra le lobby industriali che non vogliono politiche troppo restrittive sulle emissioni e gli scienziati che negano l'importanza della relazione tra le attività umane e il cambiamento climatico.

Il fatto è che la scienza è un insieme complesso di osservazioni, ipotesi, falsificazioni, dubbi, teorie. Non è un insieme di certezze. Invece, i giornali e la politica lavorano essenzialmente sulle semplificazioni e le certezze.

Gli scienziati che vogliono avere un impatto sull'opinione pubblica o sulla politica sono tentati di semplificare le informazioni e di presentarle in modo da suscitare negil interlocutori delle certezze.

Una volta poi che abbiano conquistato un impatto sull'opinione pubblica e la politica, dunque abbiano conquistato un potere, quegli stessi scienziati vi rinunciano con difficoltà. Magari solo per continuare a poter finanziare le loro ricerche e quelle dei loro collaboratori.

Se poi gli scienziati si fanno servitori delle lobby, tutto è possibile.

Ma l'incontro tra scienza e politica non è certo una novità. Non lo sono neppure i conflitti d'interesse. E le manipolazioni. La gravità della situazione è che il pianeta ha bisogno di autorità credibili: religione, scienza, arte... Persone che si suppone siano motivate da valori diversi da quelli del potere e della ricchezza. L'organizzazione umana non può farne a meno. Ma fa di tutto per farne a meno.