Recently in perplessità Category

Rai: ci vorrebbe un governo tecnico per riformarla

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
La debolezza della Rai è descritta nella ricerca commissionata dall'Upa all'Astra Ricerche (Primaonline). La causa di questa debolezza è collegata in primo luogo all'eccessiva influenza dei partiti. Ma i partiti si priveranno mai della Rai? E i partiti collegati al principale concorrente delal Rai vorranno mai privarsi della possibilità di influenzarne le decisioni? E' ragionevole pensare che solo un governo tecnico potrebbe intervenire per rimediare.

E' anche ragionevole pensare che un governo tecnico sostenuto da quei partiti non avrà vita facile. Ma l'opportunità che si presenta in questo momento è troppo grande per non manifestare una speranza che qualcosa possa essere fatto per dare alla Rai una governance più orientata al servizio pubblico e meno alla propaganda e alla lottizzazione.
Il ceo di Path, Dave Morin, chiede scusa per aver registrato la rubrica dei contatti dell'iPhone dei suoi utenti. E annuncia che da oggi ha cancellato tutti i dati raccolti in quel modo. Inoltre, lancia una nuova app che prima di prendere possesso dei contatti degli utenti chiede loro se sono d'accordo.

Risposta veloce. A un problema che però poteva essere evitato se il rispetto dei diritti degli utenti fosse di default. (vedi la storia).
La app di Path è piuttosto bella e divertente. Ma si scopre che registra, senza avvertire, tutti i dati contenuti nella rubrica del cellulare, in particolare dell'iPhone, sui suoi server per poi suggerire amici da contattare.

La notizia è uscita grazie a Arun Thampi. Dave Morin, ceo di Path, ha risposto nei commenti a Thampi assicurando che quei dati si possono far cancellare scrivendo a service@path.com e dichiarando che la sua app passerà alla modalità opt-in molto presto.

Sta di fatto che è inaccettabile che Path facesse questo senza avvertire gli utenti. Credo che molti cancelleranno il loro account. Io ho mandato la mail a service@path.com per vedere come e quando rispondono. Poi ti faccio sapere.

Basta saperlo... Gmail legge la posta

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Basta saperlo. Si diceva tempo fa che può stupire, ma Gmail legge algoritmicamente la posta per migliorare il servizio. E gli utenti che lo sanno possono anche essere d'accordo. Ma, appunto, l'importante è saperlo. Qui c'è un video che, sull'argomento, fa ironia e informazione. Mi domando se non faccia anche un pizzico di esagerazione.




Full disclosure: uso Gmail parecchio. E mi trovo molto bene, per la verità. Mi spiacerebbe scoprire che Google esagera con la raccolta di informazioni su di me. Ma se si parla tanto di privacy su Facebook, è giusto parlarne anche in riferimento a Google.

Successi...

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Non so se capita anche a te, ma ormai posso sapere quanti accessi ha questa pagina dal numero di commenti spam che qualcuno si prende la briga di scrivere. Quando il traffico supera una certa soglia, lo spam aumenta vertiginosamente. A quanto pare ci sono aziende che pagano persone perché scrivano a mano dei commenti spam nei blog... Si riconoscono subito, ma evidentemente, il traffico causale e disattento che riescono a generare vale comunque il costo di un'attività tanto stupida.

Segreto industriale sul copyright

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Cory Doctorow è scandalizzato per il modo segreto e poco trasparente con il quale Hollywood sembra stia lavorando all'ennesima innovazione normativa tesa a favorire l'attuale sistema di protezione editoriale del copyright, Acta-Tpp (BoingBoing). Una ricostruzione su ArsTechnica.

Pubblicità molto, troppo personalizzata

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
Anche la pubblicità può essere troppo personalizzata. Ma questa volta, mi pare che, paradossalmente, sia stata troppo personalizzata dal punto di vista dell'inserzionista.

Stavo giocando a verificare in vari modi la storia della trasformazione di Google in un motore troppo personalizzato della quale si è parlato proprio ieri. La storia secondo la quale se cerchi con il browser con il quale ti sei registrato su Google, i risultati vengono fuori diversi da quelli che emergono se usi un browser con il quale non ti sei registrato. E si scopre che è assolutamente così: se sei registrato i risultati che collegano a Google+ arrivano molto prima di quelli che collegano a Twitter e Facebook. Anche ovviamente cercando Luca De Biase.

In questo caso, però, un risultato era esattamente lo stesso, sia con il browser registrato a Google che con il browser non registrato: la pubblicità. Era la pubblicità di un servizio che propone relatori per eventi. E diceva che un tizio con il mio nome era a disposizione per chi lo volesse. Se quel tizio ero io mi stupisce perché non ho sottoscritto contratti di questo genere. Ricordo che una volta, più di un anno fa mi pare, mi hanno chiamato per chiedermi se ero interessato. Erano anche molto simpatici, al telefono. Ma non se n'era fatto nulla di preciso.

Ho pensato che quello dell'inserzione fosse un omonimo, ma nel sito dell'inserzionista c'ero proprio io. Ed ero proposto a una fascia di prezzo piuttosto bassa... Già... Forse, l'inserzione è una prova di marketing. Nessun problema, in questo caso, naturalmente. Per quanto mi riguarda, un sorriso è sufficiente.

celebrityspeakers.jpg

Google e la competizione

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
E dunque da qualche tempo si discute della trasformazione di Google. Da motore di ricerca basato su un algoritmo abbastanza segreto ma fondamentalmente trasparente che serve a trovare i link alle pagine più rilevanti, starebbe diventando un motore di ricerca che trova link alle pagine rilevanti ma privilegiando quelle dei suoi servizi rispetto a quelle della concorrenza. In particolare, privilegierebbe le pagine che si trovano su Google+ rispetto a quelle che si trovano su piattaforme come Facebook e Twitter. Questo video (fatto dai concorrenti) lo mostra:





Quintarelli se n'è già occupato. E Paolo Ratto ha analizzato il fenomeno in diverse occasioni.

Google sostiene che l'inserimento delle pagine "social" nel motore di ricerca ne arricchisca i risultati. Ma ne sta anche modificando il senso, almeno se è vero che allo scopo di promuovere Google+, i risultati generati da Facebook o Twitter vengono messi in secondo piano anche quando sono "oggettivamente" più rilevanti.

Yahoo! ha cominciato a perdere quando ha moltiplicato gli sforzi per tenere gli utenti dentro il suo "portale". Altavista ha cominciato a perdere quando è arrivata un'alternativa in grado di dare risultati più rilevanti. Google ha stravinto nei primi dieci anni del nuovo millenno. Ed è riuscita sempre a non lasciarsi intrappolare nella gabbia dell'autoreferizialità commerciale. Un eccesso di sfruttamento del suo fantastico servizio potrebbe ritorcersi contro la stessa Google. Purché ci sia un'alternativa. Qualcuno dice che sarà la coppia Microsoft-Facebook. Sarebbe un bizzarro ritorno al futuro. Altri sperano in nuove soluzioni ancora nella mente dei loro creatori.

Ma un fatto è certo. Se si dovesse implementare una regolazione della net neutrality favorevole ai grandi servizi capaci di spendere molto per ottenere condizioni vantaggiose dagli operatori di rete (vedi un post precedente), l'accoppiata di autoreferenzialità commerciale dei grandi servizi e di maggiori costi per le alternative emergenti potrebbe essere la premessa di una quantità di problemi per gli utenti. Che si potrebbero difendere solo impegnandosi a fondo per informarsi davvero su queste intricate vicende.

Anche per queste strade, la Filter Bubble avanza e si trasforma in qualcosa che rischia di essere vagamente manipolatorio. La consapevolezza, in questo momento, è la strada maestra per le persone che non si lasciano abbagliare. E la sperimentazione di nuove piattaforme si può prendere sempre più concretamente in considerazione. Chissà se nei commenti emergeranno dei consigli in proposito...
Internet continuerà a essere innovativa come è stata in passato? O migliore? O peggiore? Una delle risposte sta nella regolamentazione a garanzia della net neutrality, il principio codificato nel design della rete che prevede l'assenza di qualunque discriminazione dei pacchetti in base al loro contenuto e a chi li invia. E che è costantemente messa in discussione. Già oggi è scarsamente garantita nell'internet mobile. E già oggi è sottoposta a qualche "compromesso" per garantire efficienza alle reti. Inoltre, già oggi una parte di rete internet è riservata a trasmissioni speciali, tipo alcune iptv, che non vanno a best effort ma a banda garantita. Ma nella gran parte dei casi, la net neutrality ha tenuto sulla rete fissa.

C'è una novità. L'introduzione delle reti di nuova generazione potrebbe corrispondere anche all'introduzione di forme di regolazione del traffico finalizzate alla maggiore efficienza dei collegamenti su internet. Si tratta di un tema connesso alla net neutrality. Molto sensibile. Ma che andrebbe compreso meglio. Le novità arrivano dall'Agcom. (Il riassunto di Key4biz. Grazie al tweet di Gianluigi Negro).

Ci sono molti aspetti della questione posta dall'Agcom dopo vasta consultazione. Ma se non sbaglio un elemento di novità è l'accettazione da parte dell'Autorità del ragionamento secondo il quale gli operatori che costruiscono le reti di nuova generazione devono poter essere remunerati in modo speciale per questo e in particolare, tra l'altro, possono chiedere un pagamento maggiorato ai content provider che vogliano avere un servizio premium per raggiungere meglio i loro utenti.

Come dire che Google e Facebook, se pagano qualcosa alle telco, vanno più veloci di molti siti e blog che non pagano, se ho capito bene.

Se ho capito bene, dunque, chi eroga un servizio online e può pagare di più, sarà avvantaggiato in termini di efficienza rispetto a chi eroga un servizio online e non può pagare di più. Come una start up appena nata, non troppo finanziata, per esempio.

Bisogna ammettere che trattare meglio, con un servizio migliore, chi paga di più è parte delle opzioni che una qualunque azienda di solito è libera di fare. Ma in questo modo la rete è meno neutrale: e chi è più uguale degli altri è chi può pagare di più. A fronte di questo, però, gli operatori hanno una remunerazione per gli investimenti nella ngn. Sarebbe meglio avere qualche chiarimento in più:
1. Questa nuova possibilità per gli operatori sarà davvero collegata ai loro investimenti nel miglioramento delle reti? E come sarà collegata? Oppure gli operatori guadagneranno di più anche se non investiranno di più?
2. Quale sarà esattamente il servizio premium che sarà garantito ai content provider che pagano di più?
3. Il servizio per i content provider che non pagheranno di più resterà come adesso, migliorerà o peggiorerà?

Si potrebbe dunque immaginare la nascita di una dimensione super della rete, nella quale tutti pagano di più e tutti ottengono di più, ma senza peggiorare la situazione degli altri che non pagano di più. Sarebbe una soluzione di compromesso ma comprensibile. Se dovesse invece accadere che sulla parte di rete riservata a chi non paga per il servizio premium il servizio cominciasse a decadere per mancanza di investimenti e manutenzione, la novità si tradurrebbe in un peggioramento chiarissimo delle possibilità di emergere per gli innovatori appena nati, per le start-up non abbastanza finanziate, per i cittadini che hanno un blog o altro tipo di attività non commerciale, e così via. Alcune delle dinamiche innovative più importanti della rete sarebbero messe in discussione.

Tutto questo, ripeto, se ho capito bene. E se ne traggo correttamente le conseguenze.

Linkedin: il testimonial sei tu

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Sollecitati da un pezzo di Attitudo, possiamo andare a dare un'occhiata alle impostazioni di Linkedin, per vedere se davvero usano l'immagine degli utenti come se fossero testimonial di pubblicità. E in effetti nelle impostazioni dell'account Linkedin chiede se sei d'accordo a essere trattato come un testimonial. Il default è che sei d'accordo. Se non lo sei devi deselezionare l'autorizzazione e salvare la nuova impostazione.

Ecco la richiesta di Linkedin:

LinkedIn may sometimes pair an advertiser's message with social content from LinkedIn's network in order to make the ad more relevant. When LinkedIn members recommend people and services, follow companies, or take other actions, their name/photo may show up in related ads shown to you. Conversely, when you take these actions on LinkedIn, your name/photo may show up in related ads shown to LinkedIn members. By providing social context, we make it easy for our members to learn about products and services that the LinkedIn network is interacting with.

Inoltre:

LinkedIn works with partner websites to show advertisements to LinkedIn members on their sites. This collection of partner sites is called the LinkedIn Audience Network.

Advertisements shown to you on the LinkedIn Audience Network are selected based on non-personally identifiable information. For example, advertisers are allowed to target their products and services based on broad categories such as Industry, Job Function, and Seniority.

Your personal information is not shared with or sold to any 3rd party. LinkedIn is committed to clarity, consistency, and member control in all matters related to privacy and data.

Facebook: una conferenza stampa con NDA

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
A quanto pare Facebook ha invitato un po' di giornalisti a una conferenza stampa chiedendo di firmare un Non Disclosure Agreement su qualunque cosa i giornalisti vedessero e sentissero che non fosse direttamente l'oggetto dell'annuncio previsto per l'occasione. (Kplu, Lnr, Romenesko). Ci devono essere state delle proteste perché poi la richiesta è stata ritirata.

Il caso è paradossale. Ma è vero che le aziende convocano talvolta di giornalisti per prepararli a comprendere le informazioni quando diventeranno pubbliche e chiedendo riservatezza. La pratica è diffusa nella scienza, dove l'embargo delle notizie è considerato normale per coordinare le uscite dei giornali che ne sono la "fonte" con la possibilità di comprenderle dei giornalisti e la programmazione dei giornali che le devono riprendere.

Si tratta comunque di cose da discutere, almeno un po'. Aiutano la collaborazione tra i giornali a comprendere i fatti ma almeno in parte riducono la concorrenza. Del resto, coltivare le fonti significa anche concordare con loro i tempi delle uscite. Difficile prendere posizioni nettissime e solo di principio in materia. Ma non si possono neppure abbandonare completamente i principi... Mi domando che cosa ne pensano i commentatori a questo blog...
Finora è andata così, mi pare. In Occidente, la battaglia legislativa per il controllo di quello che si pubblica in rete vive di un lavorio vagamente clandestino dei politici sensibili alle richieste delle lobby più attive in questo settore, che però prima o poi si traduce in proposte di legge ed emendamenti delle quali quasi sempre qualcuno si accorge prima che vengano approvate: questi dà l'allarme e genera una fiammata di attenzione nella rete fino a che le proposte sono accantonate o ridimensionate. E il processo ricomincia. (dopo Sopa, Pipa, Fava, ora si parla di Acta).

Ma nello stesso tempo, i governi intervengono costantemente su casi particolari. Ed è interessante dare un'occhiata al rapporto che Google pubblica in questo senso. Un rapporto esplicitamente incompleto ma comunque significativo. Nella sintesi non mi pare si parli di Wikileaks. Ma si parla di una richiesta americana per rimuovere un video relativo a comportamenti brutali della polizia che Google non ha rimosso. E si parla anche di un caso italiano sull'ex primo ministro. (Transparency Report). Ma c'è anche una mappa più completa.

Faceboooh!

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Insomma, per continuare a usare Facebook ho dovuto mettere il numero di cellulare. Altrimenti restavo fuori. Non che sia una questione così decisiva, in fondo. Ma dovevo rientrare, se non altro che per uscire dai gruppi che mi iscrivevano senza chiedermi un consenso e che mi riempivano la casella di posta  :) ... Uhmm...

Grazie ai consigli e alla solidarietà dei commentatori:

Da buon utilizzatore di Facebook ancora non mi è apparso quel messaggio. Non credo che il social network utilizzi il numero di telefono per la pubblicità. Molto più verosimile (vera) la sua affermazione che così facendo non si creano nodi "falsi" nel grafo sociale del social network. Inoltre il recapito telefonico può essere utilizzato per autenticare la propria identità in situazioni in cui è necessaria una verifica "sicura", ad esempio durante il reset della password perché la si è dimenticata.

io sono uno dei pochissimi che ha messo volontariamente il suo numero di cellulare nel profilo (numero visibile solo agli amici, ma d'altra parte faccio amica solo gente che conosco di persona quindi non cambia molto la vita). SMS pubblicitari non ne ho mai ricevuti.

Anche Google, nella procedura di creazione di una casella di posta elettronica, chiede un numero di cellulare proprio per ripristinare l'accesso alla casella in caso di dimenticanza della password. Al momento non ho ricevuto sms pubblicitari se non quelli del gestore telefonico, che arrivavano già anche prima della registrazione a GMail.

Non utilizzo molto Facebook, forse per questo non ho ricevuto richieste né del numero di telefono né di riconoscimento delle foto.

Invece, mi è capitato di partecipare "parzialmente" ad un concorso, che per legge deve avere oltre alla pagina FB anche una modalità parallela di accesso.

In questo caso, la quantità di info da inserire nel db di Facebook è sconfortante !

Ho messo il numero di telefono per poter attivare la Timeline, nessun disturbo ricevuto.

Ho la visualizzazione ovviamente bloccata, neanche gli amici lo possono leggere.

Da un certo punto di vista, il telefono può essere effettivamente uno strumento per accertare l'identità dell'utente. Credo che i tuoi dubbi siano leciti Luca ma ritengo che in caso FB inondi di pubblicità i nostri numeri le autorità competenti interverrebbero quanto meno per inserire un opt-out. O, soprattutto, un'informativa adeguata.

Mi sembra troppo sporco farti inserire il numero per proteggerti dallo spam e poi inviarti pubblicità via SMS, che assomiglia terribilmente allo SPAM :)

D'altra parte, il numero è un sistema potente per integrare un giorno una funzionalità di chiamata e videochiamata. Non vedresti bene un bel bottone del tipo: "l'utente è offline, vuoi provare a contattarlo sul telefono?". Magari integrato con Skype o pagabile con i crediti di Facebook. Anche se la seconda via la vedo commercialmente poco attrattiva.

Il numero ormai lo vuole anche Google e spergiurano che nn lo daranno ad altri e non spediranno pubblicita. Tanto, hanno sempre loro il manico in mano. Prova a contestare quando ti cancellano arbitrariamente un video da YouTube.

No, non è affatto uno scambio equo.
Io ho risolto tramite una semplice procedura che, per ora, sembra funzionare:

http://goo.gl/W4Js6




 se FB vuole il nostro cellulare, dovremmo darglielo con una cifra in meno o una sbagliata. ma credo non capisca l'ironia



RT : facebuca.. ": perchè vuole invitarti a cena?"  E lo avranno di 800 mio di account? Brivido


 aprendo una pagina, FB ha voluto il mio numero per poter avere il nome utente nell'url. Profili verificati nuovo buisness?



RT  facebook vuole il mio numero di cellulare...



 perchè vuole invitarti a cena?



 Ci prova anche Google ogni volta. Se ti secca fai come me, semplicemente non darglielo.



 e noi non glielo diamo! Facebook e' davvero troppo invasivo



 Diabolico FB!!! non glielo do manco morto il cell, oppure ne invento uno falso (mmm:no!)... aspetto anch'io questa bella indagine



 da anni lo fa già google :-) Presumo sia legato alla riconoscibilità dell'utente per eventuali procedimenti giudiziari.



Paolo Graziani  -  non mi è ancora capitata, questa cosa (delle foto degli amici da riconoscere).
Ieri alle ore 08:59    
Foto del profilo di Alessandro Mencarini
Alessandro Mencarini  -  Google ha il mio numero di telefono per i controlli incrociati al login e per il recupero password. Su Facebook l'ho lasciato per l'invio di certe notifiche; cos'altro se ne fa non lo so, ma non ho mai ricevuto telefonate né SMS non sollecitati.
Ieri alle ore 09:12    
+1
   
Foto del profilo di Donatella Cambosu
Donatella Cambosu  -  non ho sufficienti competenze tecniche per capire se effettivamente fb abbia bisogno di tutti i dati personali che chiede, anche io li ho forniti, ma un pò da pecorona, la sensazione che ho non è piacevole, comincia a voler sapere troppo sugli utenti e in definitiva mi è diventato anche antipatico ....lentamente credo che lo abbandonerò ...
Ieri alle ore 09:57   
Foto del profilo di Carlo Gandolfo
Carlo Gandolfo  -  +Donatella Cambosu il problema purtroppo è che fb non abbandonerà i tuoi dati.
Ieri alle ore 10:19   
Foto del profilo di michele coppola
michele coppola  -  che poi se non erro anche google ti richiede il numero di telefono per verifica su alcuni servizi che offre. Quindi niente di nuovo sotto questo sole...
Ieri alle ore 10:29    
+1
   
Foto del profilo di Paolo Graziani
Paolo Graziani  -  A me google il numero lo chiede solo come "ulteriore", e facoltativa, misura di sicurezza per l'account di posta....ma sottolineo il "facoltativa".
Ieri alle ore 10:32   
Foto del profilo di Valentina Dal Mas
Valentina Dal Mas  -  +michele coppola e' vero per google, come facoltativo. a me fb pero' non ha mai chiesto il numero di telefono
Ieri alle ore 10:34   
Foto del profilo di Claudio di Gennaro
Claudio di Gennaro  -  neanche a me a dire il vero
Ieri alle ore 10:44   
Foto del profilo di michele coppola
michele coppola  -  nemmeno a me fb ha mai chiesto il numero di telefono, e cmq io l'ho fornito a google e non ho mai avuto problemi anche se, come avete fatto notare, c'è anche il sistema alternativo che non necessita di cell. Io non capisco determinate posizioni, la presenza su un social network (ma già la semplice presenza su internet) implica che i nostri dati personali e le nostre scelte sono monitorati e pubblici, quindi fornire un numero di telefono mi sembra sia il minimo oggi e cmq sicuramente non è una cosa per cui rimanere meravigliati o indignati. Ovviamente secondo il mio punto di vista, ognuno ha il suo ^^
Ieri alle ore 11:05   
Foto del profilo di marzia casagrande
marzia casagrande  -  sia Fb che Google+ mi hanno chiesto il numero... ma io non l'ho fornito e problemi non ne ho avuti. Cmq sia i dati personali che i "gusti" vengono già monitorati senza che ce ne accorgiamo :-)
Ieri alle ore 11:25   
Foto del profilo di bruna lanza
bruna lanza  -  e...se mettessimo il cellulare del nostro nemico.........sarebbe un'idea..........scherzo, ste' cose non si fanno.....peccato però
Ieri alle ore 11:37    
+1
   
Foto del profilo di Antonio Tuzzi
Antonio Tuzzi  -  è una settimana che per ognilink ora mi chiede un captcha e vuole il mio numero di telefono per rimuovere...
Ieri alle ore 11:55   
Foto del profilo di bruna lanza
bruna lanza  -  e tu ...dagli una sequenza di zeri.........tappagli la bocca con quello che vuole...solo numeri...tutti zeri
Ieri alle ore 13:10   
Foto del profilo di Paolo Graziani
Paolo Graziani  -  ovviamente Facebook sarebbe così stupido da accettare qualunque sequenza assurda di numeri, come un cellulare valido, no?
Ieri alle ore 13:18   
Foto del profilo di michele coppola
michele coppola  -  anche perchè ti manderà un sms con un codice di verifica...
Ieri alle ore 13:37    
+1
   
Foto del profilo di bruna lanza
bruna lanza  -  ah....il codice di verifica.........e allora...io cosa ho dato?........waw.........un detective...prego!
Ieri alle ore 13:51 (modificato)   
Foto del profilo di Elena Bibolotti
Elena Bibolotti  -  non darlo punto. non è obbligatorio skippa e vai.
Ieri alle ore 14:20   
Foto del profilo di michele coppola
michele coppola  -  date un detective al tipo, cosi magari invece dei puntini impara la punteggiatura...
Ieri alle ore 15:19    
+1
   
Foto del profilo di bruna lanza
bruna lanza  -  Michele scusami se ho urtato la tua sensibilità, starò più attenta per il futuro, ti chiedo umilmente perdono, non succederà più. Per farmi perdonare ti aggiungo la leggenda del Puntino Solitario:-C'era una volta un puntino che non voleva stare da solo, ogni volta che veniva usato piangeva tanto ma tanto che il suo inchiostro colava per tutto il foglio rovinando tutto lo scritto. Ecco, allora, la mano previdente associarlo sempre con altri puntini e da quel giorno lo scritto non fu più sbavato.
Ieri alle ore 15:44 (modificato)    
+1
   
Foto del profilo di michele coppola
michele coppola  -  ...

Sopa, Pipa e ora Fava

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Lo stillicidio di iniziative legislative che tendono a obbligare i provider o le piattaforme a fare i poliziotti per gli eventuali illeciti che gli utenti commettono usandole o a obbedire a chiunque chieda loro di intervenire direttamente sulle attività degli utenti - magari senza l'intervento della magistratura - continua come al solito anche in Italia. Quintarelli spiega la situazione. Scorza avverte che l'emendamento-Fava è passato in Commissione (anche su Wired).

Ma perché un privato qualunque che sente i suoi diritti violati dovrebbe potersi fare giustizia da solo sul web e non in ogni altro ambito delle attività economiche? Vogliono introdurre la legge del west nella legge del web?

Vedi anche:

Sbagliando si sbaglia e imparando si impara...

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Non so come avvenga, ma la sofferenza di discutere, di sentirsi accusati ingiustamente, di polemizzare è un peso insostenibile, seppure molto blando rispetto alle vere cause di sofferenza. Sentirsi isolati, sentire il disaccordo preconcetto, sentire una condanna senza appello da parte altri in base a guerre di posizioni è un vero fardello intellettuale. Laddove si vorrebbero risolvere le cose e andare avanti, ci si trova invischiati in una palude di contrapposizioni... Bene ecco una riflessione banale: bisogna convivere con questo con umiltà e pragmatismo.

Assicuro che non mi riferisco a nessun caso in particolare. Chiunque attribuisca queste parole a un caso particolare ha torto. Del resto, negli ultimi mesi me ne sono capitati molti e diversi.

In rete, con la quantità di cose che circolano e la memoria breve che le ultime piattaforme incentivano, ne succedono spesso di queste cose.

Cerco di armonizzare con alcune cose che si imparano sbagliando:
1. La peggiore delle situazioni è quella in cui tu stai cercando di argomentare su una questione e un altro ti risponde non sull'argomento ma sui motivi per cui parli di quell'argomento. Non c'è nulla da fare se non andare avanti sull'argomento
2. Una situazione tipica è che tu stai cercando di adare avanti con il ragionamento e un altro ti critica perché non ha letto i precedenti della tua argomentazione. Ci vuole pazienza e ricontestualizzare.
3. Un vero problema è quando tu stai dicendo una cosa ma non tieni conto di quello che altri hanno detto. Ma è praticamente impossibile tener conto di tutto. Per questo occorre scrivere con vera apertura nei confronti di ciò che non sai (e non sai di non sapere) o che ti sei dimenticato di citare.

Mi accorgo che la mia prima reazione è quella di domandarmi in che cosa ho sbagliato. E che la sofferenza intellettuale è di non saperlo. Oltre a non sapere se agli altri succeda lo stesso.

Sono solo alcune riflessioni molto pragmatiche. Ma chissà se i commenti svilupperanno qualcosa di meglio.

Domande cui sarebbe bello trovare risposte:
1.Che cosa c'è nei dibattiti dei talk show che trattiene l'attenzione ma impedisce l'emergere, spesso, di argomenti importanti? Ci sono casi memorabili che mostrano il contrario?
2. Che cosa c'è nelle contrapposizioni tra intellettuali che impedisce loro di avvicinarsi e collaborare sul terreno della conoscenza invece che difendere posizioni identitarie? Ci sono casi memorabili che mostrano il contrario?
3. Che cosa cercano i polemisti: notorietà, identità, riconoscimento? Ci sono casi memorabili che mostrano come i polemisti aiutino a comprendere qualcosa di più?

Banda ristretta

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Nei giorni scorsi sono usciti alcuni dati sulla diminuzione degli abbonati adsl in Italia (Quintarelli). Il dato è stato spiegato in modi fantasiosi (abbandono del fisso e passaggio al mobile), o allarmati (l'Italia in declino), o fattuali (quasi tutti gli abbandoni sono chiusure di contenziosi con il provider Fastweb). Ma il dato di fatto rimane. Invece di crescere impetuosamente (come in fondo fa la connessione "internet" mobile), l'internet fissa in banda larga diminuisce.

Non è un bene per niente. Questo è frutto di decrescita economica, timore sul reddito disponibile futuro, vera e propria difficoltà a pagare il servizio. E' frutto di un cattivo servizio in tanti luoghi d'Italia. E' frutto di scarsa concorrenza. E di una latente indifferenza da parte di un 40% circa di italiani che non hanno mai usato internet.

I disinteressati sono presenti nelle aree meno abbienti e meno alfabetizzate della popolazione e, più colpevolmente, nelle aree più agiate del ceto dirigente.

Il 2011 è stato un anno importante per l'internet italiana: i connessi hanno superato la metà della popolazione (Censis) e hanno trovato le informazioni sui 4 referendum che li hanno convinti ad andare a votare nonostante i silenzi della televisione. Ma il 2012 si apre con previsioni di decrescita e difficoltà economica.

Eppure la crescita passa - anche - dalla connessione: questa volta non ci sono più scuse. Nessuno si può più permettere di attribuire alla mancanza di domanda il mancato rinnovamento dell'offerta di banda larga. Al contrario, avrà senso discutere su come migliorare l'offerta in modo da interessare la domanda e accrescere le connessioni - che sono una delle precondizioni per alimentare l'attività economica innovativa.
Il presidente Barack Obama ha firmato una legge che tra l'altro consente ai militari di arrestare i presunti terroristi e detenerli senza processo indefinitamente. (HuffPost e NyTimes)

Aveva minacciato il veto, Obama, ma ha accettato di firmare dopo che la legge è stata modificata dando l'ultima parola sulla decisione di arrestare le persone non più ai militari stessi ma al presidente. Ma firmando, Obama ha anche detto di non essere d'accordo con la legge e ha promesso che non la applicherà. Perché dunque ha voluto concedere ai suoi successori questo inaudito potere?

Obama ha fatto scrivere una dichiarazione in materia. Dice che la legge serviva a finanziare le spese militari. Osserva che le oltre 500 pagine della legge contengono provvedimenti essenziali. Ma tra quelle pagine, dice Obama, ci sono alcune righe che lui non approva. E che ha dovuto comunque firmare. Nella pratica, dice ancora Obama, la sua amministrazione garantirà i diritti delle persone. Ma porre il veto alla legge per quelle parti illiberali che contiene avrebbe causato un danno troppo grande all'organizzazione militare nel suo complesso. Insomma: lo hanno costretto a fare una cosa che non approva.

Il presidente degli Stati Uniti, con un congresso controllato dalla parte avversa e un sistema di potere militare gigantesco, non è libero di imporre la sua politica e la sua visione del mondo.

Sulla scorta dell'emergenza anti-terrorismo si sono prese decisioni che hanno fatto arretrare la libertà repubblicana americana. Gli europei che vanno in America sanno che tutte le informazioni su di loro sono ormai comunicate ai funzionari degli Stati Uniti. Gli stranieri in America non hanno da tempo diritti comparabili a quelli che ci si aspetta dal paese della libertà. Ma questa tendenza ormai coinvolge anche i cittadini americani. Il sistema militare americano rischia di andare oltre il controllo democratico. E qualcuno teme che lo stesso sia avvenuto per il potere della finanza, generatrice di altre emergenze di fronte alle quali la gente accetta sostanziali riduzioni dei diritti repubblicani. Il presidente sembra una figura piccola piccola di fronte al sistema militare e a quello finanziario. Senza dimenticare che le grandi reti del crimine internazionale, del terrorismo e del sostegno a traffici più bestiali sono tra i poteri che stanno avanzando più pericolosamente in questa fase.

Saperlo però è la premessa per difendere le conquiste globali a favore dei diritti umani, della sostenibilità planetaria, della giustizia e della pace. Meccanismi spietati stanno avanzando, ma le persone consapevoli sono ancora una grandissima forza costruttiva.

Forse l'Europa ha ancora qualcosa da dire a questo proposito. Certo, il progetto europeo è nella sua fase più difficile e travagliata. Ma il progetto dell'Europa nato dal periodo storico più abietto - culminato col nazismo - può essere una delle poche speranze di avanzamento civile nel pianeta.

In questo contesto si pongono le sofferenze e gli sforzi degli italiani.

La corrosione del Grande Fratello

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Emiliano Liuzzi commenta il declino del Grande Fratello italiano. In Gran Bretagna era già arrivato al capolinea. Anche là, anche qua, perché il pubblico non sembra più molto interessato alle vicende della finta realtà messa in scena dal reality sempre più fiction della Endemol.

Anche le epoche più assurde finiscono.

Si apre una fase storica nella quale la realtà deve riemergere. Per ora la vediamo ritornare in primo piano con la comunicazione austera del nuovo governo. Aspettiamo che riprenda il suo ruolo di protagonista l'economia reale, compressa da quella finanziaria. E cerchiamo ancora di trovare un'informazione più trasparente, meno orientata a sostenere posizioni interessate, più dedita al servizio di far sapere come stanno le cose.

La ricostruzione parte dalla consapevolezza della realtà.

Presidenza dell'Europa senza un euro

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
La presidenza dell'Unione europea tocca oggi e per i prossimi sei mesi a Helle Thorning-Schmitt, che guida il governo della Danimarca, un paese che non ha l'euro. (Euronews)

Gasolio in Slovenia, ieri...

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
gasolio_slovenia.jpg

Facebook: non ho capito...

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Dopo avermi chiuso fuori dalla mia pagina, Facebook mi ha inopinatamente riammesso. La storia era in un post precedente. L'allarme malware era totalmente infondato: avevo provato da diversi computer, con diversi browser, e dal cellulare. L'account era bloccato e quell'allarme era evidentemente una strana scusa. Ora il blocco è stato tolto. Senza apparente ragione. Non ho capito.

Facebook: un giallo, chi sa trovare una risposta?

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Oggi mi sono collegato a Facebook per aggiornare la mia pagina, quella che si trova all'indirizzo www.facebook.com/lucadebiase. Ho messo la solita id e password. E non ho potuto aggiornare. Perché sullo schermo è apparso questo (cliccando si dovrebbe vedere l'immagine intera):

fb_bloccato.jpg

Allarmato ho cliccato continua. Ed è apparso questo:

fb_bloccato2.jpg

Facebook appariva convinto che il mio computer avesse del marware. Come faceva ad avere questa convinzione? Mi guardava nel computer? Cliccando ancora, potevo escludere che lo avesse fatto, perché come si vede dalla prossima schermata non sa neppure se ho un Mac o un Windows:

fb_bloccato3.jpg

Ho cliccato sulla pagina di Apple. Avevo già fatto tutti gli aggiornamenti. La pagina di Apple linkata da Facebook non risultava esistente. (Stasera ho riprovato, mi ha mandato alla pagina corretta, ma non ne avevo bisogno perché avevo già fatto gli aggiornamenti, come dicevo).

Ho detto a Facebook che avevo il computer a posto, segnando il quadratino accanto alla parola "certifico" e ho schiacciato continua. Mi ha risposto che per ora la mia pagina Facebook era bloccata e che se ne riparlava tra 24 ore.

Ho provato con il cellulare. Non mi ha lasciato entrare neppure da lì. Ma non diceva che avevo il cellulare infettato.

Ho pensato: se Facebook sa qualcosa del mio computer, dovrebbe bloccarmi anche se tento di entrare non nella pagina, ma nel mio profilo. Ho tentato di entrare nel profilo. Mi ha lasciato aggiornare tutto liberamente.

Dunque. Se entravo nella pagina, diceva che avevo il computer infetto. Se entravo nel profilo non lo diceva: anzi, evidentemente pensava che il mio computer fosse perfettamente a posto. Se entravo con il cellulare diceva che avevo la pagina bloccata.

Che cosa è successo?

Escludo di avere il computer infetto di malware: primo perché lo stesso Facebook non lo pensa se entro nel profilo, secondo perché ho fatto sempre tutti gli aggiornamenti di sicurezza di Apple, terzo perché il mio Mac è nuovo e non l'ho mai usato se non per fare le solite cose molto sicure.

Escludo anche che Facebook mi entri nel computer dal browser, visto che pensa che il mio computer sia pericoloso se entro nella pagina ma non lo pensa se entro nel profilo. Ma non credo sappia qualcosa leggendo i cookies o altro sul browser, visto che dice le stesse cose sia col Safari (che uso per navigare ovunque) sia col Chrome (che uso solo per Google e Facebook).

E allora che cosa è successo?
Nei paesi che hanno messo all'asta le frequenze per raccogliere il dividendo digitale il costo è stato ovunque di 4 virgola qualcosa centesimi di euro per abitante per megahertz. Lo ricorda Roberto Viola, segretario generale dell'Agcom al convegno di Business International sullo stato delle telecomunicazioni e i media digitali in Europa.

L'Italia è forte nella connessione mobile e debolissima nelle connessioni fisse, dice sempre Viola.

Il peggio: il 41% degli italiani non ha mai usato internet, contro il 26% della media europea.

Quanti italiani generano contenuti su internet? Il 22% in europa, il 18,7% in Italia. Uno dei dati più alti. L'Italia è il secondo paese per uso di Facebook al mondo in rapporto alla popolazione.

Gli italiani sono i più alti al mondo per numero di imprese che usano la rete per mandare e ricevere fatture.

Agenda digitale per l'Italia (Viola):
aumentare le famiglie connesse del 20%
aumentare del 50% la velocità di connessione
aumentare del 30% gli utenti internet
aumentare del 15% il fatturato dell'ecommerce
aumentare del 30% l'ebusiness
aumentare del 10% l'epayment
ridurre del 20% l'analfabetismo digitale
diminuire del 5% la bolletta elettrica
diminuire del 3% i costi sanità
diminuire del 2% i costi della pubblica amministrazione
diminuire del 3% i costi della scuola
diminuire del 2% i costi della giustizia

Significherebbe aumentare al 5% del pil il contributo dell'economia che gira intorno a internet entro il 2015. Attualmente è al 2,5%: significa che internet può generare crescita significativa.

Anche grazie al fatto che partiamo da un punto tanto arretrato.

Gentiloni è un po' deluso dell'attenzione dedicata dal governo all'agenda digitale. C'è qualcosa per il sud, ma non abbastanza. Ma è anche una responsabilità del parlamento portare più avanti l'agenda digitale. Che cosa si può fare, dice Gentiloni (riassumo al volo sperando di non sbagliare): aumentare le attività della pubblica amministrazione che funzionano solo con internet, semplificare le regole per gli investimenti in telecomunicazioni, stabilire tavoli di standardizzazione per le attività bancarie e per altri servizi privati, abbassare l'iva sull'ecommerce (abbiamo l'iva al 4% sugli oggetti allegati alle riviste di carta...). Non è un'agenda digitale, ma un insieme di misure che si possono portare avanti in questo periodo di maggioranza allargata e con questo strano governo.
Dice il proprietario di Mediaset, parlando da uomo politico, che se le frequenze televisive dovessero assegnate a pagamento invece che gratuitamente, l'asta andrebbe probabilmente deserta. (Reuters).

Significa che nelle sue previsioni non si troverebbero stranieri disposti a comprare frequenze in Italia, che le attuali televisioni dominanti non hanno bisogno di pagare quello che in passato hanno avuto gratis, che non c'è business televisivo in Italia visto che il duopolio un poco disturbato da Sky e la7 continua a mangiarsi la gran parte della torta. E visto che la crescita è sul web non sulla televisione.

Oppure significa che l'uomo politico, parlando da proprietario di Mediaset si augura che non sia a pagamento perché in quel caso si scatenerebbe forse una competizione alla quale dovrebbe partecipare per non vedersi erodere la posizione dominante: quindi dovrebbe pagare per quello che spera di avere gratis.

Ma l'interesse dello Stato è fare cassa. E se non è per quest'anno, forse sarà per un altro anno. Perché affrettarsi? Se assegnasse gratuitamente le frequenze non se le potrebbe poi riprendere nel caso si potessero vendere. E del resto, alla fine, non sarebbe impossibile immaginare che se non si vendessero per fare televisione, si potrebbero riconvertire a frequenze telefoniche. Di quelle c'è sicuramente bisogno con l'aumento dell'internet mobile... Imho.
Ancora una volta ci si trova davanti a una decisione che lo Stato deve prendere sulle regole che governano le telecomunicazioni. Si tratta della forma che avrà la concorrenza nel caso si faccia la banda larghissima. Scrive Alessandro Longo: "Agcom sta per decidere le regole, forse il 12 o il 20 dicembre. E da queste dipenderà se e come si svilupperanno le offerte 100 Megabit in Italia."

I provider alternativi protestano perché temono che le nuove regole non garantiscano la concorrenza. D'altra parte la Telecom Italia vuole avere qualche garanzia per il ritorno degli investimenti e considera un eccesso di regole favorevole ai concorrenti come una minaccia. Il giusto equilibrio è estremamente difficile da trovare.

Sta di fatto che avendo lasciato l'unica rete fissa in proprietà dell'ex monopolista pubblico, la privatizzazione ha creato - non solo in Italia - una situazione nella quale solo la regolamentazione analitica può garantire la concorrenza. Una rete pubblica disponibile per tutti i provider di servizi avrebbe forse creato meno problemi. Ma la quantità di regole che questa scelta originaria ha reso necessarie è tale che ogni innovazione nel settore si trova impantanata in una guerra di lobby, in un'infinita serie di battaglie tecno-contrattuali, arricchendo gli studi legali più che alimentando il progresso del settore. I consumatori si trovano a subire. E gli osservatori esauriscono le energie nell'analizzare ogni minimo dettaglio regolatorio, immaginandone le conseguenze, ma senza mai poter arrivare a una visione chiara, netta e trasparente che consenta a chi investe e a chi acquista di poter scommettere su uno sviluppo di lungo termine del settore.

L'agenda digitale in questo modo si riempie di appuntamenti meno che importanti per la costruzione di un paese avanzato.
Un cambio di passo politico, in Italia, è apparso ineluttabile grazie alla massiccia dose di fatti che ha colpito l'economia italiana nell'ultimo anno: un flusso di fatti tanto enorme che la diga posta all'informazione dal vecchio sistema mediatico non è riuscita a contenerli. E se il nuovo indirizzo di politica economica definito dal governo sarà confermato dal parlamento comincerà un percorso nel quale la qualità dell'informazione sarà decisiva per la migliore definizione dei problemi, la chiarezza delle decisioni che verranno prese, la rispondenza delle aspettative sulle misure alle loro effettive conseguenze.

Sarà un'informazione orientata a costruire un terreno comune di conoscenze sui fatti, sul quale si divideranno giustamente le opinioni e le ricette.

La necessità di un cambiamento dell'informazione in questo senso è parallela alla necessità di fare emergere le reali condizioni dell'economia, alla chiarezza sull'urgenza e la direzione delle  misure di risanamento e rigore statale, alla credibilità dei principi di equità ai quali si dichiara debbano essere ispirate le nuove regole, all'efficacia delle operazioni orientate alla crescita: l'efficacia di una politica economica non sta solo nei conti ma anche (e alla lunga soprattutto) nelle conseguenze che genera sulle azioni degli operatori economici, dai lavoratori agli imprenditori, dai consumatori ai risparmiatori, e così via.

Un paese reagisce unito di fronte alle difficoltà se ha un modo di informarsi coerente e unificante. Altrimenti ognuno va per la sua strada. In quel caso, i gruppi sociali entrano in conflittualità permanente. Gli operatori economici avviano un'estenuante contrattazione, cercano di evitare le regole che li penalizzano, tentano di massimizzare i propri vantaggi senza tenere in alcun conto la possibilità che le loro azioni possano contemporaneamente penalizzare gli altri. In questo frangente, prevale la giungla, la prepotenza, la violenza, la forza: qualcuno si arricchisce, molti si impoveriscono. I media hanno grandi responsabilità a questo proposito.

Si agisce in base a una visione su come stanno le cose. È chiaro che la visione del mondo dipende in una certa misura dal modo di informarsi, da quello che si apprende informandosi, dalla capacità di comprendere l'informazione. E le azioni che si compiono dipendono in una certa misura dalla visione del mondo. Dunque, si può dire che chi fa informazione influisca sull'azione dei singoli e dei gruppi e, di conseguenza, cambia il contesto stesso del quale fa informazione. Per questo per ricostruire un tessuto sociale decentemente collaborativo, rispettoso dei beni comuni e della pacifica convivenza, può avere molta importanza l'attività di fare informazione con un metodo chiaro, trasparente e condiviso. C'è una sorta di mutuo soccorso tra la crescita del patrimonio condiviso di conoscenze, l'adozione generalizzata di un metodo di ricerca trasparente che legittimi la produzione di informazioni e lo spazio dei beni comuni che arricchiscono la cultura, la società e l'economia di una popolazione.

C'è da chiedersi dove si stia andando a questo proposito. La domanda è importante, proprio oggi, vista l'urgenza di riformare il sistema dell'informazione per accompagnare il cambio di passo richiesto all'Italia.

Ebbene, si osservano novità positive. In un contesto stanco e affaticato da trent'anni di esperienze manipolatorie, superficiali, divisive.

L'epoca della televisione definita dal marketing editoriale, dalla logica dei target pubblicitari, dalla tecnologia top-down, era adeguata alla fase di rilancio dell'economia basata sui consumi e i debiti. Non lo è più nella fase di ricostruzione dell'economia produttiva alla quale dobbiamo dedicarci ora. Oggi si tratta di conoscere e cogliere le opportunità imprenditoriali fondamentali dell'economia sostenibile, della riqualificazione dell'impatto economico delle imprese sociali o socialmente avvertite, della generazione di valore aggiunto a partire dall'intensità culturale e di riceca degli innovatori. tutte opportunità che hanno bisogno di informazione ben fatta, di servizio, non manipolatoria e capace di ispirare con le idee e i fatti ad adottare una nuova prospettiva.

L'esperienza degli ultimi trent'anni, ha lasciato segni profondi. La società si è divisa.

La divisione più dolorosa, certo non dovuta solo ai media, è stata quella che ha separato i destini, i linguaggi e i modi di vedere il mondo dei giovani e degli anziani. Entrambe categorie deboli e tenute insieme solo da quello che resta (e resta molto) della famiglia, si trovano a vivere in modi diversi e senza solidarietà una condizione di difficoltà: entrare nel lavoro, avere prospettive, contribuire costruttivamente alla società, sono bisogni primari che giovani e anziani sembrano costretti a cercare di soddisfare in solitaria, ciascuno per conto proprio, e dunque con poche possibilità di farcela.

Il Censis mostra questa larga fascia di anziani italiani che non hanno altro modo di informarsi che la televisione mentre solo il 15% di loro (65-80 anni) è su internet.  E intanto osserva come l'87% abbondante dei giovani si informi su internet. Informazioni diverse.

Ci sono molti dati che danno l'idea di un'Italia come paese di minoranze. Il dato spaventoso del 47% di italiani in condizioni di analfabetismo funzionale (Tullio De Mauro è persino più severo) è un'immagine della distanza tra gli inclusi e gli esclusi dalla circolazione delle conoscenze necessarie a vivere in una società complessa.

E del resto non si scopre ora la incredibile distanza tra ricchi e poveri italiani. Secondo l'Ocse il coefficiente di Gini italiano è prossimo a quello americano e inglese e lontano da quello più egualitario della Germania e della Francia.

Modi di vedere il mondo diversi. Diversa partecipazione. Diversa costruzione di network sociali. Diversa capacità di incidere sul futuro. E di cambiare il percorso che ci porta al futuro. L'informazione conta. Da questo punto di vista internet resta un'opportunità, ma non ancora una risposta. Le tendenze attuali, in questo senso, si innestano sull'esperienza degli ultimi trent'anni e non la possono modificare in poco tempo. Le innovazioni però sono possibili. E ora abbiamo anche un criterio per valutarle: le innovazioni migliori, nell'informazione, servono a unire sulla conoscenza dei fatti e a sostanziare le eventuali differenze di giudizio.

Abbandonando iCloud

| | Comments (9) | TrackBacks (0)
Dopo settimane di utilizzo di iCould, il servizio della Apple per sincronizzare computer, cellulare e tablet, con risultati alternati, abbandono. Fino a nuovo ordine.

Sono giorni che la sincronizzazione non sincronizza più. Lo faceva, ha smesso. Una quantità di prove, tentativi, correzioni, aggiustamenti. Una perdita di tempo non indifferente. Nessun risultato accettabile. Sicuramente dipende dal fatto che non ho capito qualcosa. Ma anche dal fatto che iCloud non è facile e sicura come ci si potrebbe aspettare sia un servizio della Apple.

Ho chiuso iCloud. E sono tornato alla sincronizzazione diretta tra cellulare e computer. Quando scoprirò che c'è un modo per avere un servizio sicuro e stabile da iCloud tornerò a occuparmene.

Vedi anche:
Yes, I cloud
iCould non è facilissimo
Il passaggio ad iCloud
Il giorno di iCloud

Quanto vale Apple

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Per chi si interessa di valutazioni borsistiche, questo articolo citato da Reuters e pubblicato da Bullish Cross è molto utile. Parla di quanto viene valutato dalla borsa un dollaro di profitti della Apple. E mostra come questo dato sia in costante ribasso. Insomma ci vuole un aumento dei profitti sempre più grande per far crescere ancora la capitalizzazione della Apple. Ecco il grafico del rapporto prezzo/utili della Apple:

apple_analisi.png

Grazie a Erik Lumer vedo questo sommario di un rapporto Kauffman Foundation che mostra come la nuova occupazione negli Stati Uniti sia fatta essenzialmente dalle start up. Si tratta di una tendenza di lungo periodo segnalata dall'Ocse da vent'anni: la grande impresa tende a ridurre il personale, la piccola impresa e la nuova impresa crea occupazione.

È evidente che al momento in alcuni settori ci sono più probabilità per la nascita di imprese. L'energia è forse uno di questi. La ricerca scientifica è certamente un buon generatore di idee di impresa. L'edilizia lo è sempre, a modo suo. Ma forse la dimensione economica che più probabilmente produce nuove imprese è il digitale: in ogni caso, è piuttosto provato che internet e la digitalizzazione dei settori tradizionali siano occasioni per innovazione anche radicale e dunque per opportunità di far partire nuove aziende.

Se nella roadmap per i prossimi anni non c'è spazio per un'agenda digitale, si tralasciano le migliori occasioni per la creazione di nuova occupazione.

Vedi anche:
Dov'è l'agenda digitale del governo?
I cinque capitalismi e la sfida italiana

Dov'è l'Agenda digitale del governo?

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Con la scelta dei sottosegretari si è conclusa la formazione del nuovo governo (Sole). E non c'è nessuno cui sia stato affidato il compito di gestire l'agenda digitale italiana. È una sorpresa. Non facile da digerire (Longo e Mac-e-Martello).

Ci sono due possibilità. Nella prima ipotesi, l'agenda digitale è una tale priorità del governo che non viene considerata come una funzione specialistica da affidare a un sottosegretario ma le azioni che richiede vengono assunte dalla collegialità del governo (infrastrutture e banda larga, istruzione e analfabetismo funzionale e tecnologico, sviluppo e facilitazione per l'avvio di nuove imprese, fisco e definizione delle aliquote nell'ecommerce, e così via). Nella seconda ipotesi, internet continua a essere vista come un giochino per amanti di Facebook, vagamente pericoloso per quelli che lavorano sui media tradizionali, poco comprensibile e dunque poco prioritario, e così via.

Eppure, il professor Monti conosce bene la Kroes, la McKinsey, e tutti gli studi che dimostrano come l'investimento nello sviluppo dell'economia digitale sia una delle migliori chance per il rilancio della crescita. Secondo questi studi, compresi quelli citati su Nòva24 domenica scorsa, le misure comprese nell'agenda digitale europea incentivano la nascita di nuove attività imprenditoriale, creano posti di lavoro, alimentano la crescita del Pil, migliorano l'inclusione sociale, diminuiscono l'analfabetismo, migliorano la trasparenza e la qualità delle pubbliche amministrazioni, con un ottimo rapporto tra investimenti e risultati.

Vale la pena di sperare che sia giusta la prima ipotesi.

Il coro di Groupon e la bolla

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
team-groupon.jpg

Il prezzo delle azioni di Groupon è sceso sotto il valore di ipo. (DealBook). L'ennesima raschiata ai risparmiatori gestita da Goldman Sachs e Morgan Stanley (Bloomberg) è avvenuta nonostante che questa volta non mancassero le perplessità nei confronti delle azioni offerte (Economist). Il coro dei suggeritori ha comunque sovrastato le voci critiche.

Ecco il prezzo di ipo e il valore attuale di alcune aziende che si sono quotate recentemente (DealBook):
Demand Media - prezzo ipo: $17 - chiusura di martedì $6.85
Groupon - prezzo ipo: $20 - chiusura di mercoledì: $16.96
LinkedIn - prezzo ipo: $45 - chiusura di mercoledì: $66.00
Pandora - prezzo ipo: $16 - chiusura di mercoledì: $10.51
Renren - prezzo ipo: $14 - chiusura di mercoledì: $3.75
Yandex - prezzo ipo: $25 - chiusura di mercoledì: $20.05

Vedi anche:
Ipo - Groupon e Zynga stanno partendo
Chi si fida di Groupon

Nella foto: il team di Groupon nel 2009 canta in coro: si tratta di Bach BWV 248 No. 2 "Brich An, O Schones Morgenlicht", alla Chicago Lyric Opera (dal sito di Groupon).

Agenda digitale - La credibilità della roadmap

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Ecco alcuni appunti sulla relazione tra l'agenda digitale, la crescita e le decisioni del governo. Una sorta di aggiornamento rispetto alle considerazioni sviluppate nei giorni scorsi e ai commenti che ne sono scaturiti.

Il nodo più difficile

I primi passi del nuovo governo sono stati sostenuti da un largo, apparente, consenso. Ma non sono mancate le critiche preventive. Critiche giustificate ma anche un po' preconcette, fino a che mancano le informazioni. Se il governo Monti ha qualche chance di far passare la sua linea, questa è legata alla sua capacità di informare correttamente e pienamente sull'economia, le ipotesi sottostanti le misure che deciderà, i risultati attesi. Niente fiction per Monti, altrimenti perde. Purtroppo, se c'è un fattore di debolezza fondamentale per il suo governo sta nel fatto che a occhio e croce incontrerà notevoli difficoltà a riformare il sistema dell'informazione, specie televisiva. Ma dovrà trovare il modo di informare correttamente lo stesso. ("L'operazione credibilità passa anche per l'operazione verità" dice un ministro a Repubblica).

Running on the roadmap

Si dice che una strategia di lungo periodo, anche se appoggiata a concetti forti come "agenda digitale" sia troppo lenta. I tagli immediati non possono ridurre il deficit se non sono accompagnati da misure che rilancino la crescita: ma quali misure hanno efficacia immediata? Sulla strada definita dalla roadmap accadono molte cose. Alcune subito altre in seguito. E il punto di avere una roadmap è proprio questo: sapere e far sapere che le azioni urgenti non dimenticano le azioni importanti. Sicché una delle ipotesi è questa. La crescita può essere sostenuta da aumenti di spesa o riduzioni di tasse, ma il bilancio non se li può permettere: in realtà si possono spostare le risorse in modo che producano di più. Sappiamo che ci saranno un poco più risorse per gli investimenti delle imprese e per l'occupazione, mentre si ridurranno le risorse per il consumo. Il che è sano. Ma può funzionare se le imprese possono contare su uno scenario chiaro e stabile, nel quale possono credere di poter giocare a loro volta una partita strategica. E questo è il motivo per cui la roadmap è fondamentale e può avere effetti immediati: se le imprese ci credono agiscono subito.

Decisionismo non è verticismo

L'Europa sarà una grande alleata di questo governo. E noi cederemo sovranità all'Europa in cambio di una maggiore influenza sulle decisioni europee. Abbiamo anche qualche bella soddisfazione in tal senso. (Sole). Le manovre da adottare saranno complicate e andranno prese con decisione. Un certo decisionismo sarà necessario, nei confronti della palude del sottobosco politico. Le scelte del governo dovranno apparire ineluttabili come è stata ineluttabile la nomina di Monti, altrimenti si impantaneranno nelle discussioni più inutili. Ma il decisionismo non è verticismo: il meccanismo di ascolto delle istanze sociali, culturali ed economiche della popolazione andrà rilanciato. Anche per sostenere il punto citato sopra: Monti vince solo se informa molto bene sulle compatibilità della situazione economica e delle scelte da operare. Anche per alimentare le energie d'impresa che ci sono in Italia. Da questo punto di vista, per quanto riguarda l'agenda digitale, si ricorda che Antonio Catricalà non ha dato un contributo di chiarezza sostenendo misure contrarie alla net neutrality per aiutare i giganti delle telecomunicazioni a scapito delle piccole imprese e delle start up (Repubblica).

Vedi anche:
Vicoli e opportunità in Europa - 22 novembre 2011
Il migliore dei Monti possibile - 21 novembre 2011
Downsizing expectations - 19 novembre 2011
Sviluppo è modernizzazione - 16 novembre 2011
On the roadmap - 15 novembre 2011
Dalle macerie alla ricostruzione - 14 novembre 2011
Una roadmap per gli italiani - 10 novembre 2011
Cognitively illiberal state - 3 novembre 2011


Il ribaltone è da sempre un trucco teatrale che riaccende l'attenzione. Ma è complicato da far digerire agli attori. Si adotta quando gli autori non sanno proprio più che cosa inventare. Nel 1994 (a fine anno) fu scritto per la Lega, che lo ricorda con poco entusiasmo tanto che oggi i suoi esponenti (gli stessi di allora) dicono: noi siamo attori politici seri e non facciamo ribaltoni.

Il problema semantico-politico del ribaltone è infatti piuttosto complesso: si applica ai casi in cui un governo tecnico succede a un governo di destra, come a inizio 1995 appunto, ma non andrebbe applicato secondo la destra nel caso che deputati dell'opposizione ribaltino le loro posizioni per sostenere un governo di destra, come è avvenuto sul finire del 2010 al termine delle puntate dedicate all'uscita di Fini dalla maggioranza.

Forse il concetto andrebbe sostituito: dall'emotivo "ribaltone" al più semplice "ragione". Ma i precedenti della fiction non mostrano molto spazio per la ragione.

L'esodo nel videogioco

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
More about Reality Is BrokenC'è il passaggio nel libro di Jane McGonigal sull'esodo delle persone dal mondo routinario della vita quotidiana priva di cose interessanti e coinvolgenti verso la dimensione del gioco online e digitale.

Oggi sono usciti i dati sull'utilizzo di Angry Birds.

La Rovio ha annunciato che sono stati distribuiti 500 milioni di copie di Angry Birds su diverse piattaforme. Le persone ci hanno giocato per 200mila anni in totale e per 300 milioni di minuti al giorno. I giocatori hanno lanciato 400 miliardi di uccelli contro i muri e le costruzioni da abbattere.

Assange, Wikileaks e l'Occidente

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Julian Assange continua a perdere. Oggi una corte ha stabilito che potrà essere estradato in Svezia per fronteggiare un'accusa di stupro in quel paese, anche se le norme che definiscono che cosa sia uno stupro in Svezia sono molto diverse da quelle di quasi tutti gli altri paesi. Si vedrà come procede il processo. (Guardian)

Di certo, la vicenda Wikileaks è piena di problemi, interpretazioni e questioni sottili. Che cosa sarebbe successo se Wikileaks fosse restata una piattaforma per anonimizzare i leaks, invece di tendere a diventare un editore? Daniel Domscheit-Berg, ex partner di Julian Assange, sostiene che Wikileaks doveva limitarsi a mettere a disposizione la piattaforma per consentire la pubblicazione sicura - per la fonte - di documenti riservati, invece di assumere un ruolo mediatico tanto importante. Ma N. Ram, direttore di The Hindu che in India ha pubblicato 5.100 documenti provocando una crisi di governo che ha messo in pericolo la coazione guidata dal primo ministro Manmohan Singh, è riuscito a farlo con un accordo preciso con WikiLeaks e il fondatore Assange. Ma Ram osserva che la complessità emersa nella relazione con Wikileaks va compresa fino in fondo. «Wikileaks ha cambiato le regole del gioco. Ha mostrato il potere della tecnologia e soprattutto il potere delle idee di libertà e giustizia. Ha dato ragione ai giornali che hanno preso il rischio di collaborare con gli hacker e i geeks. Ma mi ha anche convinto della necessità per i giornali di dotarsi a loro volta di una piattaforma tecnologica che li renda indipendenti da Wikileaks. Quanto all'idea che Wikileaks sia solo una fonte... Ho chiesto ad Assange che cosa ne pensasse prima di venire qui a Vienna. Ha risposto: "Wikileaks è ed è sempre stato un editore. Quando abbiamo materiale che non possiamo usare noi stessi o che è più rilevante per altri lo diamo per generosità e spirito di collaborazione a chi ne può fare uso". (Più informazioni in due post precedenti).

Ma un fatto è certo, ha detto ieri Morozov. Il modo con il quale il governo americano ha lavorato per contrastare e mettere in difficoltà Wikileaks e Assange ha ricordato i metodi di un paese autoritario non quelli di una democrazia: se si propone agli altri paesi di usare internet per aumentare la libertà di espressione, si cade in contraddizione quando invece in casa propria si contrasta un sito come Wikileaks facendo pressioni sulle aziende che lo appoggiano e isolandolo dalle fonti di finanziamento, screditandolo e non passando per un tribunale nel quale si possa difendere.

Ipo - Groupon e Zynga stanno partendo

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Prima Groupon. Poi Zynga. In due mesi dovrebbero partire due ipo. (Reuters). Può stupire visto che questo momento di turbolenza non sembra proprio il migliore per una quotazione in borsa.

L'Economist si è intanto aggiunto al dibattito sul modello di business di Groupon. Il settimanale apprezza l'innovazione introdotta da Groupon ma considera il suo modello troppo facilmente copiabile e comunque troppo legato ai singoli diversi mercati locali, il che rende difficile apprezzare la strategia globale di Groupon. Il costo di acquisizione di nuovi clienti è troppo alto. E questo è il motivo per cui perde. (Notizia che tra l'altro smentisce quella pubblicata da Blodget).
I dati dell'audience non mostrano reazioni significative al mini colpo di scena che ha monopolizzato l'ennesima puntata della fiction il Buon Paese. L'unico picco degli ascolti si è avuto quando B. ha detto di non avere un piano B.

Ma si è trattato di un'improvvisazione. Gli autori hanno minacciato uno sciopero. La critica cerca di tenere su l'attenzione. Ma il pubblico sembra disinteressato.

Secondo un sondaggio, quello che potrebbe innalzare il gradimento non è una dichiarazione ma un fatto. Secondo alcuni si dovrebbe trattare di un nuovo governo. Secondo altri di una decisione precisa che chiuda la lunga incertezza sulle sorti dell'economia. Sta di fatto che la fiction è ormai stanca e andrebbe sostituita nel palinsesto. Uno degli autori che preferisce non essere citato ha dichiarato: «Se quello fa di testa sua, qui andiamo tutti a fondo e io perdo lo stipendio».
Nella puntata precedente, la fiction Buon Paese - qualcuno dice che il nome sia stato imposto dallo sponsor - è arrivata a un punto cruciale. Effettivamente lo share è abbastanza elevato, anche se i dati assoluti di ascolto non riescono più a raggiungere le folle oceaniche di qualche decennio fa. Ma gli autori ci stanno dando dentro.

Questa volta il premier italiano non se la sta cavando facilmente. È all'angolo. E quelli che gli stanno addosso non sono tipi da mollare. Da lui non vogliono altro che un minimo di decisioni, come se fosse un capo di governo vero. Se pensa di svicolare con una battuta, una frase indignata e l'attribuzione ad altri della responsabilità di decidere (la Lega, Bini Smaghi, la classe dirigente...) probabilmente questa volta si sbaglia.

Gli autori lo hanno messo in chiaro, con una scenetta tra due capi di stato stranieri.
 
Il problema evidente a tutti gli spettatori, nazionali e internazionali, è che questa volta il premier o decide o si toglie di mezzo. E lui tenta di non fare né l'uno né l'altro.

Nella prossima puntata, occorre una svolta. E gli autori si stanno interrogando su come possono creare qualcosa di credibile. Come fanno a farlo togliere di mezzo? O a farlo decidere? In una pausa per il caffè hanno lasciato le loro ipotesi sul tavolo. E questa intercettazione consente di dare uno sguardo a come potrebbe evolvere la fiction.

1. Togliere di mezzo il premier

a. Un governo che si reggesse sulla compravendita di parlamentari è legale? Se non lo è e questo può essere provato si può sciogliere e sostituire?
b. Un governo che deve prendere una decisione di gravità enorme per la sicurezza nazionale, un governo che non riesce a operare una scelta di fronte a una questione di difesa fondamentale della vita della popolazione italiana, può essere sciolto e sostituito dal responsabile ultimo della difesa?
c. Una quindicina di parlamentari possono abbandonare un governo che non decide di fronte a qualcosa che potrebbe mettere a rischio il sistema per seguire le indicazioni di un'autorità superiore e saggia?

(Già, questa roba è troppo di fantasia...)

2. Costringere il premier a decidere

a. L'opposizione esce con un'ipotesi di manovra per lo sviluppo e il contenimento dei costi della politica tanto sensata che la maggioranza non può non approvare
b. Tremonti esce con un un'ipotesi di manovra per lo sviluppo e il contenimento dei costi della politica tanto sensata che l'opposizione e un po' di maggioranza non può non approvare
c. Un gruppo di tecnici di chiara fama portano al presidente della Repubblica un'ipotesi di manovra per lo sviluppo e il contenimento dei costi della politica tanto sensata che la maggioranza e l'opposizione non possono non approvarla

(A rileggere sembra tutto completamente assurdo)

Una delle scelte dovrebbe avvenire entro tre giorni. Altrimenti? Beh, c'è chi pensa che non ci faranno niente perché non possono distruggere l'euro. Ma una cosa del genere dopo aver creato una simile aspettativa farebbe crollare l'audience. Senza contare che l'euro avrebbe un nuovo tracollo.

(Forse potrebbero minacciare il premier con una di queste ipotesi e vedere se si decide, in un senso o nell'altro. Entrambe le soluzioni farebbero crescere lo share. Probabilmente hanno deciso bevendo il caffè e hanno lasciato perdere tutte queste ipotesi).

E pensare che all'inizio nessuno scommetteva nel successo di questa fiction.

Chi si fida di Groupon

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
Groupon trova sconti ai consumatori. E intende andare presto in borsa.

Reuters dice che vuole quotare il 5% delle sue azioni per raccogliere 540 milioni e arrivare a una capitalizzazione intorno ai 10miliardi. La metà di quanto ci si aspettava tempo fa. Ma più di quanto Google era disposta a pagare qualche mese fa. I regolatori hanno messo sotto pressione i contabili dell'azienda il cui capo è cambiato due volte recentemente. Molti considerano la valutazione attuale ancora troppo elevata.

Molti i critici del sistema Groupon. Non i consumatori, ma coloro che valutano la solidità del modello di business. Nel senso che provoca uno scarso vantaggio, se non un danno, ai negozi che accettano di concedere gli sconti. Quindi alla fine potrebbero abbandonare lo schema, rendendo inutile Groupon. Rocky Agrawal in particolare descriveva così lo schema: "Il trucco di Groupon è "indebitare" i negozianti con uno schema che non sembra un debito. E che non funziona se non cresce."

Il più appassionato sostenitore di Groupon è Henry Blodget. Vanta il fatto che Groupon è arrivato quasi - quasi - al profitto come una dimostrazione della validità del suo modello di business e prende in giro i critici senza rispondere sulla questione centrale. Definisce i critici di Groupon come "odiatori" di Groupon (come se non fossero razionali nella loro critica ma condotti da un fattore ideologico assurdo) e sostiene che la perdita attuale è tanto più piccola di quella che aveva il trimestre prima da poter essere definita un sostanziale guadagno (sort of). Nel titolo dice pareggia...

Henry Blodget è diventato famoso all'epoca della bolla di internet, come analista finanziario a Oppenheimer e Merrill Lynch, prevedendo valutazioni da capogiro per le aziende che si quotavano tra il 1998 e il 2000. Disse che Amazon sarebbe arrivata a 400 dollari. E ci arrivò. La bolla sosteneva le sue valutazioni. Lo stesso ceo di Amazon disse che erano valutazioni esagerate. Il crollo successivo allo scoppio della bolla fu una dimostrazione che si trattava di pura speculazione, cui un analista non avrebbe dovuto aderire con tanta appassionata mancanza di critica. Investì 700mila dollari di tasca propria in titoli internet pochi giorni prima dello scoppio della bolla. Li perdette quasi tutti.

Blodget è stato in seguito cacciato dall'industria finanziaria. Ma continua a dare consigli al pubblico sugli investimenti come ceo e direttore di Business Insider.

Henry Blodget si fida di Groupon.

Steve Yegge assicura che non ha imbrogliato

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Steve Yegge ha rilasciato pubblicamente una nota che criticava il modo in cui Google, l'azienda per cui lavora, pensa il servizio delle piattaforme e lasciandosi andare ad alcune considerazioni sul suo precedente datore di lavoro, Amazon, che non la dipingevano come un posto di lavoro idilliaco.

Molti hanno discusso intorno al sospetto che la comunicazione pubblica di quel post non fosse un errore ma una mossa fatta apposta. In realtà, quello che diceva era interessante di per sé.

Quindi anche il suo post di oggi va letto per quello che dice, su Google e su Amazon. Anche se contiene un'assicurazione apparentemente sentita: non ha fatto apposta a pubblicare quel post, è stato un errore. Davvero.
David Pogue, il simpatico recensore di apparati tecnologici per le persone del New York Times, non è immune da una certa fascinazione per la Apple. E non ha mancato di segnalare l'arrivo di iCloud con la solita bella dose di ottimismo, anche se l'ha visto solo come un servizio di sincronizzazione (mentre potrebbe essere anche un servizio di collaborazione se si condividono documenti e altro...). Non l'aveva provato, o almeno non ancora, quando ha scritto. Poi ha aggiunto un update citando un collega che segnalava problemi su iCloud. Questi a sua volta citava il Guardian che osservava una certa frustrazione montante negli utenti. Spiegazioni fondamentalmente orientate alla quantità di persone che si collegavano contemporaneamente. Ma con troppe funzionalità non a posto. E varie complicazioni. Non sarà collegato, ma Pogue oggi ha parlato di Dropbox come di una tecnologia che semplifica la vita... (Funzioni diverse, certo, ma sempre nuvola...). Vabbè.

Probabilmente è tutto vero. Troppa gente collegata in un momento solo (c'era peraltro da aspettarselo). Troppe funzionalità tutte da testare. E troppa complessità di comandi da settare.

MobileMe non era stata la migliore delle tecnologie della Apple. iCloud, quando finalmente se ne doma il settaggio appare certamente più utile ed efficiente. Ma per ora il lavoro online della Apple continua a essere migliorabile. Una centralina di controllo per governare i settaggi in modo più semplice, per gli utenti, non sarebbe stata una soluzione impossibile e avrebbe facilitato la vita a molte persone. Meglio peraltro essere riusciti a comprendere lo strumento attraverso un attento lavorio di prove ed errori: chi ci è passato è più consapevole di come funziona lo strumento e può scegliere meglio il suo rapporto con la "nuvola" in versione Apple.
È certamente vero che la produttività del settore pubblico potrebbe essere migliore. Sarebbe giusto osservare che potrebbe esserlo anche la produttività della grande impresa italiana, spesso di origine pubblica o sostenuta a lungo dal settore pubblico. Si può dire con tranquillità che la produttività della piccola impresa esportatrice italiana è elevata e tiene in piedi il paese. Andrebbe aggiunto anche che tutti questi giudizi e, in parte, pregiudizi costituiscono tipici argomenti di facile demagogia e di certo non tengono conto dell'eroico lavoro di molti dipendenti pubblici e di molti innovatori che ci sono anche nella grande impresa. Ma se uno dovesse dire qual è la palla al piede dell'Italia dovrebbe scegliere la presenza in ogni ordine della società di persone criminali, illegali, totalmente disinteressate a stare alle regole.

C'è una contiguità storica tra le forme strutturali di illegalità come l'evasione fiscale, l'offerta di lavoro in nero e la criminalità. E se il potere se la prende con la produttività migliorabile del settore statale più di quanto se la prenda con l'economia illegale, come minimo non vede bene le priorità. Perché la scarsa produttività è un freno alla crescita del paese, ma l'illegalità è una sottrazione all'economia del paese, una causa di decrescita.

Le priorità dovrebbero essere ripetute costantemente, in modo che tutti siano allineati. E se non sono efficaci dal punto di vista demagogico, dovrebbero essere ripetute lo stesso.

La leggerezza con la quale troppo spesso si tratta l'economia illegale è un peso intollerabile per la crescita del paese.

In tante occasioni si sente parlare di fatti che dimostrerebbero aneddoticamente quanto detto (non ho particolari o nomi, solo fatti riportati). Insegnano, che il furto indiretto che produce all'economia nel suo complesso il comportamento criminale è anche più forte del furto diretto microeconomico.

Tanto per fare un esempio, un'impresa efficiente è stata battuta in una gara importante da un'altra della quale si dice che non paghi le tasse: l'illegalità è una forma di concorrenza sleale che fa vincere l'inefficiente illegale contro l'efficiente legale, mandando fuori mercato il secondo e rubando qualità e crescita all'insieme del mercato: il furto diretto all'impresa effeciente è inferiore al furto all'efficienza complessiva del nostro sistema e dunque alla sua capacità di crescere.

Nell'economia, non ci sono illegalità di poco conto, soprattutto nelle aree del paese più a rischio, se è vero che il passaggio dall'evasione fiscale alla protezione da parte della criminalità del colpevole è stato definito relativamente facile da magistrati ed esperti della lotta alla camorra in un convegno recentemente tenuto a Napoli sull'economia sommersa.

Se l'innovazione legislativa va nella direzione di favorire l'economia illegale, con la riduzione della gravità del falso in bilancio per esempio, con l'abuso dei condoni per esempio, la mancanza di chiarezza sulle priorità diventa visibile.

Per cui è persino troppo sofisticato osservare come la legislazione europea vada nella direzione di chiedere, per esempio, maggiore tempestività nel pagamento delle fatture: l'Italia non sembra in grado di ascoltare questa indicazione e le grandi organizzazioni italiane, in generale pubbliche e private, tendono ad allungare sempre di più i termini di pagamento delle fatture, facendosi finanziare dai fornitori, spesso piccole imprese che fanno sempre più fatica a trovare liquidità in banca. Questo è un modo non illegale di comportarsi se si guarda all'arretrato sistema legislativo italiano. Ma nella sostanza è una forma di furto alla crescita, alla fiducia e alla capacità innovativa del paese.

Come è persino troppo sofisticato chiedere, come faceva Innocenzo Cipolletta sull'Espresso qualche tempo fa, di condurre una lotta alla corruzione non solo nel settore pubblico ma anche nella grande impresa. La legge non chiama "corruzione" la mazzetta che si prende un manager per decidere di acquistare da un fornitore piuttosto che da un altro. Ma in contesti legislativi più moderni questo sarebbe preso in considerazione. Le regole del mercato vanno protette, altrimenti la funzione generativa della concorrenza viene tradita e il sistema non innova. In queste condizioni la crisi del settore pubblico è doppiata dalla crisi del settore di mercato. E le varie retoriche non hanno più corrispondenza alla realtà e alle priorità fondamentali.

Conclusione. Per valutare un programma politico si dovrebbe vedere in che posizione di priorità viene vista la lotta all'economia illegale rispetto alla richiesta di maggiore efficienza nel settore pubblico. Se la priorità è più alta per la seconda questione, il programma perde punti in maniera piuttosto significativa. Imho.

Yes, I cloud

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Ci è voluto qualche giorno. Poco tempo al giorno, per la verità. Ma un pensiero vagamente costante. Come quando una cosa che dovrebbe funzionare non funziona e pensi tutti i motivi per cui non funziona: chiedendoti se sei tu che sei imbranato o il sistema che è difficile. Provi timidamente le ipotesi più strane. Con la paura di sbagliare. E la delusione di non averci azzeccato. Poi trovi una cosa che forse c'entra forse no: se è giusta, è il sistema che ha sbagliato. Se è sbagliata sei tu l'imbranato.

Insomma, ora iCould funziona.

Ed era colpa sua. Aveva creato da solo una decina di calendari in più che nessuno gli aveva detto di creare. Alcuni veramente assurdi e ripetuti. Che duplicavano i segnali e rendevano impossibile alla cloud di capire quale comando era quello giusto. Li ho eliminati, con sprezzo del pericolo, e magicamente tutto funziona.

È magnifico! Aggiungi un appuntamento e dopo poco arriva anche sul computer. Aggiungi un contatto sul telefono e lo ritrovi quando apri la rubrica del computer. Senza connettere più nulla. I terminali si sono liberati di vincoli che non avevano più senso. Il passaggio è effettivamente epocale. È anche una sfida alla nostra consapevolezza: non possiamo permetterci di non sapere come funziona se vogliamo coltivare anche la nostra privata capacità di elaborare. Se non vogliamo che la frase pragmatica di Steve Jobs quando ha presentato la sua nuvola («la verità sta nella nuvola») diventi una religione.

Può darsi che averci messo una settimana a connettere la mia roba ad iCloud sia servito anche a capirne meglio il funzionamento. In questo senso non è stato solo un male. Di cerco, la lezione è stata interessante pur avendo lasciato qualche ipotesi aperta.

Può darsi che i milioni di persone che si sono collegati tutti insieme siano stati difficili da gestire. Può anche darsi che il mio account si sia trovato in coda e abbia aspettato a propagarsi. Per finire può essere che i miei contatti e appuntamenti fossero veramente molti. Sta di fatto che eliminate le scorie che ha prodotto da solo il sistema ora va.

Ma mi domando: ci voleva molto a mettere sempre sulla cloud una centralina di comando che coordinasse i setting sui terminali, in modo che su questi ultimi ci fossero pochissimi comandi da attivare? E invece che ne sono decine in ogni terminale e diversi in diversi programmi e applicazioni. Questa volta Apple ha deciso di rendere la vita un po' più facile a se stessa e un po' meno facile agli utenti. (Ma ho l'impressione che arriveranno anche alla centralina, prima o poi).

Ora, però, ho connesso un Mac e un telefono. Mi resta da affrontare un altro Mac e un iPad. Ma non ora.


I post precedenti:
Il passaggio su iCloud non è facile
Update: iCloud non è facilissimo

Crap detector - Il sensore di boiate

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
«Ogni persona dovrebbe avere impiantato un sensore di boiate automatico funzionante. E magari anche un trapano e una manovella nel caso che la macchina si rompa». Ernest Hemingway ovviamente lo diceva molto meglio in inglese: «Every man should have a built-in automatic crap detector operating inside him. It also should have a manual drill and a crank handle in case the machine breaks down». Il riconoscitore di boiate è essenziale: per uno scrittore e per ogni persona che intenda essere l'autore della sua vita. (l'intervista sul "crap detector", di Robert Manning a Hemingway era su The Atlantic, 1965)

Giustamente, nel 1969, Niel Postman, co-autore di Teaching as a subversive activity (qui un pdf libero), riprendeva la frase di Heminway per spiegare quale fosse il ruolo dell'educazione in un'epoca che non poteva permettersi di non coltivare il pensiero critico: il suo metodo di insegnamento tendeva a indurre all'apprendimento critico i ragazzi attraverso un percorso di lezioni a base soprattutto di domande. Qui un discorso di Postman. (Peraltro non esiste un'epoca in cui ci si possa permettere di non colvitare il pensiero critico e Nathan Gilmour propone una piccola bibliografia storica in materia di crap detection). A TED alcuni speech sono orientati a discutere e sostenere il pensiero critico.

E Howard Rheingold offre una serie di consigli pratici per riconoscere le boiate e alimentare il crap detector quando si consulta quello che è pubblicato in rete. Rheingold è chiaramente un grande sostenitore dell'innovazione provocata dalla rete, ma non si nasconde la quantità di spazzatura culturale che contiene. E anzi, proprio per proteggere la rete da un'involuzione che la renderebbe praticamente inutilizzabile, Rheingold propone di diffondere un sistema di crap detection sempre più diffuso. Che parte da noi e dalla nostra capacità di apprenderne e scambiarne i rudimenti fondamentali. (È bello questo argomento, perché è serio, ma chiunque se ne occupi, Hemingway per primo, scrive con una bella dose di ironia). «L'inquinamento online è enorme, ma risolvibile» dice Rheingold. I principi fondamentali per riconoscere le pagine web credibili e quelle che sono fondamentalmente boiate):
1. Chiediti chi è l'autore (se non c'è autore l'indicatore del crap detector sale molto)
2. Quando trovi l'autore vedi che cosa ha fatto in passato e che cosa ne dicono gli altri (ma cerca di qualificare anche questi altri che dicono qualcosa di lui)
3. Valuta il design del sito (mica deve essere superavanzato, ma se è troppo, troppo amatoriale può indicare un autore troppo solitario per essere davvero attendibile)
4. Vedi se l'autore offre documenti e link per attestare quello che afferma
5. Cerca se altri hanno linkato e citato questa pagina (e se l'hanno condivisa su posti come Delicious)
6. Non sei paranoico se sospetti che qualche sito sia fatto apposta per imbrogliarti
7. La regola generale è: triangola, fai verifiche. Se per esempio ti occupi di questioni di ricerca o scientifiche, prova a cercare l'autore anche nelle pubblicazioni che tengono traccia della conoscenza da lui generata (Rheingold cita: «use the scholarly productivity index that derives a score from the scholar's publications, citations by other scholars, grants, honors, and awards. If you want to get even more serious, download a free copy of Publish or Perish software, which analyzes scientific citations from Google Scholar according to multiple criteria.»)

Rheingold fa molti altri esempi e cita diversi altre letture da fare per sviluppare un buon crap detector. Tra questi: John McManus per identificare il giornalismo affetto da partigianeria; Snopes per riconoscere le leggende metropolitane; e Factchecked.org, di Annenberg.

In italiano, sappiamo naturalmente del grande lavoro che fa Attivissimo. Nel nostro contesto, probabilmente siamo dotati di un termometro del crap detector che segna sempre qualche cosa vicino al massimo: ma il sospetto e la malfidenza sono talmente costanti da diventare scetticismo e cinismo. Finisce che non crediamo a niente, neanche a noi stessi. Sarebbe meglio fare di più per individuare le boiate con metodo e costanza, in modo da distinguere anche le buone idee. E valorizzarle. Per essere autori della nostra vita, dobbiamo riconoscere le boiate. E poi sviluppare le buone idee. Fare migliori servizi di documentazione delle boiate e un'ottima idea. Imho.

Update: iCloud non è facilissimo

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
If I could iCloud my stuff...

La mia esperienza sulla complicatezza del passaggio a iCloud non è solitaria. In questo post riporto i commenti giunti dopo il precedente post. Contengono un po' di consigli e segnalazioni, qualche gesto di solidarietà e alcuni sorrisini di superiorità degli utenti di Google. Ricordo che stiamo parlando solo iCloud by Apple, non di cloud in generale.

Intanto, quello che ho capito

1. La verità sta nella cloud, parola di Jobs. E' L'utopia finale, il sistema cui si tende. Significa che quello che è sul server si impone sui terminali e li coordina. L'ultimo aggiornamento aggiunto su un terminale modifica la cloud e dunque gli altri terminali. In teoria.
2. Attualmente, soprattutto i calendari non vanno a posto facilmente. Gli appuntamenti sul server si scrivono bene, ma sui terminali si sovrappongono e duplicano.
3. Il problema sta nella gestione dei dati che arrivano dai terminali quando non si parte da zero ma si cerca di mettere insieme terminali che sono gia' pieni di dati.
4. Il Mac si trova meglio con la cloud di quanto non si trovi l'iPhone. Eppure dovrebbe essere proprio il contrario
5. Se togli dal cellulare il collegamento al calendario di iCloud, cancelli anche il calendario che avevi da sempre amorevolmente mantenuto sull'iPhone.

Avevo backuppato tutto prima di fare qualunque cosa, ovviamente. Non ho perso dati, solo tempo. E non mi sono avvicinato alla verità che sta nella cloud.

Si e' aggiunto un fatto strano. Aggiornando il cellulare via iTunes con il wifi, il calendario si riempie di dati corretti, ma gli appuntamenti cosi' segnati non si possono modificare dal cellulare.

Se tutto va bene, ok. Se qualcosa si intoppa, sono problemi. Non c'è un unico posto dove mettere in ordine tutti i settaggi. Sicuramente non era facile farlo per la Apple. Ma dalla Apple ci si aspetta che si occupino delle cose difficili per rendere la vita facile a noi.

Imparare come funziona è fondamentale per poter mantenere il controllo dei dati.

Vabbè. Dunque con pazienza si va avanti nella ricerca. Non avendo tanto tempo, la cosa si sta allungando. I colleghi di Nòva sicuramente se ne occuperanno (discolure: collaboro con Nòva).

Ma ecco i contributi dei commentatori. Il post dell'altro giorno. I post che hanno contribuito: Dario Bonacina, Andrea Contino, Mantellini, Gian Maria Brega. Goozo.

....mi fa piacere! pensavo di essere l'unico imbranato.
Io, per ora, ho accantonato il tutto anche se penso che molte cose, avendo in parte settato e seguito le informazioni che mi sono state richieste, saranno automatiche!
Silvano

Anche io pensavo di aver fatto casino, registrando un account iCloud prima di capire che potevo far migrare l'account mobileme esistente e pagato.
In effetti poi migrando l'account mobileme ho disponibili 25gb invece di 5 e... Attenzione a chi è nella mia condizione: credo davvvero che la sottoscrizione si rinnoverà automaticamente.
In seguito ho notato diversi problemi, dalle disconnessioni del client web, alla mancata sincronizzazione dei promemoria, qualche incertezza nella sincronizzazione dei contatti e un po' di confusione con le immagini collegate ad essi.
Email, calendari e note sembrano a posto.
Penso non si tratti solo di sovraccarico dei server, IMHO.

Ho 3 Mac, 1 iphone e 1 Samsung Galaxy S2. Per lavoro uso il Samsung e il cloud di Google. Nessun problema di sincronizzazione con Big G. A ogni azienda il suo... ;-)

Concordo. Sono anni che sincronizzo senza problemi Outlook su PC con cellulari e smartphone vari (compreso l'iPhone4) ma l'attivazione di iCloud mi ha generato in vero casino. A parte le dupli-triplicazioni... mi ha cancellato tutti tutti gli elementi dai contenitori locali (ma chi gli ha detto di farlo???) per spostarli in iCloud.

Quindi, a parte il terrore iniziale (quando ho aperto outlook non avevo piu' ne' un appuntamento ne' un'attivita' in vista, poi per fortuna ho scoperto che esistevano le voci "Attivita' in iCloud" e "Calendario in iCloud"... c'e' una cosa che mi infastidisce: non posso mettere i promemoria alle attivita' perche' Outlook mi dice che la cartella in cui si trovano non le supporta. E quindi? Devo rinunciare ai promemoria d'ora in poi?

Io faccio le stesse cose da anni con i servizi di Google senza il minimo problema...

bob

io invece non ho avuto problemi.
1 iPhone 4
1 Mac Book AIR
1 PC aziendale con windows & outlook.

ho letto le guide prima di impostare ed è funzionato tutto a meraviglia. è una goduria scattare le foto quando si è in giro e appena seduti davanti al pc trovarle già lì! per il resto si è sincronizzato tutto (ma ci ha messo qualche ora). Chiedo : non è che i vostri problemi o mancanze, siano dovuti al tempo? IMHO i nostri upload verso internet (e quindi iCloud) non sono propriamente "fulmini"....

@gegiskhan: riesci a mettere anche i promemoria in Outlook nei tuoi nuovi appuntamenti? Te li accetta senza fare storie?


Dedagroup ICTNetwork
": ho capito: il passaggio su iCloud non è poi tanto facile - " to cloud or not to cloud?

Achille Broggi
@
use Google! Io Ho tutto su gcalendar(Tel desktop a casa e lavoro, con Google music Ho la musica, con Google dica i documenti

Damiano Fedeli
RT : ho capito: il passaggio su iCloud non è poi tanto facile" - dopo una nottata intera di tentativi, stessa conclusione

Fabrizia Cioffi
@
stessi problemi... Tutto meno che intuitivo...

Antongiulio Bua
": ho capito: il passaggio su iCloud non è poi tanto facile - " Credevo di essere l'unico ignorante Conforto

Luca Maggioni
@
forse l'inghippo sta qui

Andreas Wierer
@
ci ho meso 2 ore a configurare tutto, con un po' di perseveranza ne uscirai vincitore!


Se ci sono novita' ci aggiorniamo... Commenti e consigli benvenuti



Alessandro Mencarini - Avendo già i dati tutti nuvolosi su Google, il passaggio alla 10.7.2 è stato indolore :-) Ho provato iCloud per 10 minuti e poi basta, not interested, almeno per ora.
Ieri alle ore
Giorgio Sebastiano - Tornando al post, Il passaggio al Cloud è soprattutto mentale. Ho portato al Cloud due società. La prima molto dinamica e con persone tutte molto motivate, ha richiesto 16, e ribadisco 16 ore di lavoro. La seconda, motivata ma più conservatrice, sta passando lentamente. Poi una terza, cui sto provando a cercare di portare la intranet sul cloud, anche a dimostrazione di risparmi pazzeschi e vantaggi sostanziali, sta traccheggiando. Non si fidano, hanno paura. Soprattutto non vogliono spendere per "idee", meglio il buon vecchio "ferro". Ecco, se proprio vuoi scrivere qualcosa sui tuoi articoli, di pure che una società è pronta per il cloud quando è disposta a pagare un'idea per il suo valore effettivo. in un'Italia di palazzinari, la vedo dura»
Francesco Lunelli - Mi pare che il post di Luca non sai così generico sul concetto di cloud quanto sul fatto che iCloud non sia di utilizzo così immediato come si penserebbe per un prodotto Apple. A mio parere iCloud ha una serie di svantaggi rispetto ad altre proposte analoghe sul mercato, l'unico vantaggio che dovrebbe avere sarebbe quello di essere immediata, semplice e plug&play per gli utenti Apple, mi par di capire che non sia così.
Il discorso sulla Cloud generica credo meriti approfondimento molto maggiore.

iCloud è diverso da iCould

Ho un telefono, un computer piccolo e uno grande, un tablet. Tutti con la Mela. Ho upgradato al nuovo sistema operativo un computer e un telefono. Ho aperto un account iCloud. Ho sperato che tutto andasse a posto facilmente.

Non è andata così.

Le impostazioni sono molte e si incrociano in modi non intuitivi, probabilmente. Sta di fatto che i contatti sono andati, mi pare, bene. Mentre i calendari e i promemoria...

Gli appuntamenti si sono aggiornati, ma in modo che tutti apparivano due o tre volte (perché talvolta due e talvolta tre è il problema). I promemoria scritti sulla cloud apparivano qualche volta anche sul telefono (il qualche volta è il problema). I nuovi appuntamenti scritti sul telefono non apparivano quasi mai anche sulla cloud (e il quasi è il problema...).

Dopo due mezze giornate passate a tentare di risolvere questi affascinanti problemi, convinto che "la verità sia nella cloud" e l'ignoranza sia in me, ho deciso che sarò anche ignorante, ma quello che la Mela mi chiede non è poi tanto facile.

Ho cancellato i doppi o tripli appuntamenti e risincronizzato tutto con la connessione wi-fi diretta tra telefono e iTunes. Capirò un'altra volta. O forse leggerò dei consigli saggi e competenti qui sotto? Se così fosse sarei davvero grato agli autori...

ps. Se ci vuole consapevolezza per passare i dati in rete senza perdere il proprio controllo individuale sulle informazioni personali (come si diceva), capire come funziona e non solo far funzionare, sarebbe peraltro piuttosto importante...
English version at the bottom of the page

Al World editors forum ha fatto sensazione tra l'altro il tema dell'analfabetismo funzionale italiano, chiaramente collegato alla scarsa circolazione dei giornali.

Un punto di partenza per questo tema è la definizione offerta dall'Ocse. "A person is functionally illiterate who cannot engage in all those activities in which literacy is required for effective functioning of his group and community and also for enabling him to continue to use reading, writing and calculation for his own and the community's development."

Un dato registrato nello Human Development Report, dell'Onu, segnala una situazione italiana particolarmente grave: in questo rapporto, del 2009, gli italiani che hanno problemi di analfabetismo funzionale arrivano al 47% della popolazione. Si direbbe tra l'altro che la situazione generale italiana sia peggiorata tra il 2009 e il 2010. Il tema generale è enorme e non è collegato solo a povertà o disoccupazione: Bbc, Guardian, Human poverty index. Evidentemente è un problema di sistema educativo e di alternative mediatiche: in un paese che fonda molta parte della sua comunicazione sulla televisione, la sfida a migliorare le proprie capacità di lettura e scrittura è ridotta. Da notare che l'analfabetismo funzionale non è l'analfabetismo tout court: riguarda le capacità di lettura, non il fatto di avere o non avere frequentato una scuola.


At the World editors forum, It made some sensation a figure about functional illiteracy rates in Italy, a subject that is clearly linked to the small circulation of newspapers.

You can start finding information about this subject by looking at the definition of functional illiteracy that is given by the Oecd. "A person is functionally illiterate who cannot engage in all those activities in which literacy is required for effective functioning of his group and community and also for enabling him to continue to use reading, writing and calculation for his own and the community's development."

Figures about the matter are published in the Human Development Report, by the Un: Italians that have problems with funtional illiteracy are the 47% of the population. The subject is huge and it is not linked only to poverty or unemployment: Bbc, Guardian, Human poverty index. It seems that the general Italian situation has worsened between 2009 and 2010. It is more likely a problem linked to the educational system and to media alternatives: in a country with a lot of television, challanges to improve one's ability to read and write are less important than elsewhere. It must be noticed that functional illiteracy is not the same thing as illiteracy tout court: it is about the actual ability to read, it is not about having or not passed some time at school.

Huffington PostModerna

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Arianna Huffington dopo il Post e prima del Moderno:

«Le notizie sono diventate sociali, nel passato la gente le leggeva sul divano, oggi gli articoli si ricevono mentre si galoppa a cavallo». Sic.

Da un'intervista alla Huffington - che era a Parigi e sarà a Milano - di Federico Cella, su VitaDigitale, il suo blog per il Corriere.
Perché troppa scelta aumenta l'insoddisfazione? Un tabù occidentale è sempre forte. Ma la storia che Barry Schwartz racconta è molto convincente. Troppa scelta vuol dire troppa responsabilità su chi deve scegliere, troppa paura, troppa autocolpevolizzazione, aspettative troppo elevate. Troppa scelta non è libertà è paralisi, dice Schwartz.



Può essere per questo che se qualcuno si prende la responsabilità di qualcosa noi gli siamo grati. Limita la nostra libertà, ma ci aiuta a scegliere. La libertà non è essere competenti su tutto, ma scegliere nella convinzione di avere fatto tutto il possibile per decidere bene.

Affidarsi a un dittatore non è libertà. Fare tutto da soli non è libertà.

Quale sarà il punto di equilibrio tra troppa scelta e troppo poca? Ovviamente non c'è una risposta generale. Ma, se Schwartz ha ragione, almeno sappiamo che non è la crescita infinita delle opzioni a renderci felici.

Quindi la libertà e la felicità hanno a che fare con:
1. aumentare la conoscenza di come stanno le cose
2. aumentare i motivi consapevoli per cui ci fidiamo degli altri
3. avere un senso del limite che avvicina le aspettative alla realtà

Le politiche contro la libertà e la felicità sono quelle che fanno il contrario:
a. comprimono la cultura e la diffusione della conoscenza
b. spingono ad avere paura degli altri per motivi irrazionali
c. alimentano illimitatamente le aspettative.

Con queste strategie retoriche, quelle politiche fanno aumentare la dipendenza da chi si pensa possa soddisfare tutti i desideri.

La ricerca dell'equilibrio è una strada molto più complicata.

Scuola, conoscenza, pacatezza, costruiscono libertà e felicità. Chiunque presenti tutto questo come una rinuncia e ne parli come una perdita di tempo è un aspirante dittatore.

Per come l'abbiamo conosciuta finora, la televisione è un medium che alimenta le aspettative all'infinito, spinge a considerare il consumo come un elemento di soddisfazione illimitata, raccoglie molta audience quando diffonde la paura, fa credere che si possa scegliere tra tante cose e in realtà chiede semplicemente di continuare a guardare la tv.

La ricerca dell'equilibrio passa da media apparentemente più complicati, come quelli che si sviluppano con internet.

Internet non garantisce l'equilibrio. Anche perché il suo primo effetto è di aumentare la scelta, con il paradosso di Schwartz. Ma crea condizioni meno favorevoli al pensiero unico che fingendo di alimentare la scelta in realtà aumenta la dipendenza.

L'equilibrio non lo daranno i media. Lo troveremo noi.
Gli innovatori hanno tante idee. Ciascuno di loro ha una visione di come cambiare il mondo. Ha un'attività che svolge per realizzare la sua visione. E soprattutto ha una sua opinione su come valutare il risultato.

I conservatori hanno in genere poche idee. Di solito sperano che le cose restino come sono. Lavorano per custodire quello che esiste. Talvolta si dividono tra coloro che vogliono conservare tutto e coloro che vogliono conservare solo quello che c'è di buono tra le cose che esistono.

I dittatori hanno una sola idea. Quella di restare al potere. Tutte le altre idee sono strumentali a questa. Quindi offrono solo un'alternativa: o la dittatura si accetta o si rifiuta.

La struttura del consenso viene influenzata da queste caratteristiche dei soggetti presi in considerazione. Il consenso si divide tra le molte idee degli innovatori, tra le poche idee dei conservatori e tra le due opzioni poste dai dittatori. Semplificando, l'innovazione è una questione di nicchie più o meno vaste. La conservazione aggrega un po' di più. La dittatura è fatta per aggregare tutti. È facile acconsentire a un dittatore e ci vuole molto coraggio per dissentire. È più difficile dimostrare perché adottare un'innovazione ed è ben poco rischioso dichiararsi contrari a un innovatore. La valutazione dell'innovazione richiede una certa attenzione e competenza.

Al massimo gli innovatori riescono ad aggregare un numero di persone superiore all'entità delle nicchie cui si riferiscono le loro innovazioni per motivi di carisma, di biografia, di fascino. E quando le loro innovazioni riescono a soddisfare molti punti di vista contemporanemente. Ma molto raramente quegli sconfinamenti portano a consensi maggioritari sul merito delle loro innovazioni.

La discussione su Steve Jobs è stata un esempio lampante di questa situazione. Grazie al suo carisma e alla qualità della sua biografia ha raccolto un consenso molto più vasto di quello raggiunto dalle sue stesse opere. Ma le sue innovazioni sono discusse e difficilmente maggioritarie (se non per nicchie, come nel caso della musica).

Proprio nel giorno più adatto a celebrare la storia di Steve Jobs non sono mancate le critiche al suo operato. E si può star certi che queste argomentazioni cresceranno nel tempo. Il più duro critico è stato Richard Stallman che ha visto nell'opera di Jobs un effetto maligno sull'informatica, per la chiusura privatistica delle sue architetture. Stallman, il pioniere del movimento per il software libero peraltro viene spesso criticato per il fatto che in fondo tutto quello che ha fatto è stato possibile grazie ai finanziamenti del Pentagono. Alla fine ciascuno dei due è criticabile, ma varia il contesto valoriale dal quale partono le critiche. La moltiplicazione dei punti di vista sull'innovazione e sui modi per valutarla divide il consenso degli innovatori tra molti modelli e molte idee, disaggregando l'opinione generale in nicchie più o meno grandi.

Forse è per questo che in televisione, dove si possono analizzare meglio le questioni semplici, tipo sì o no, vanno meglio coloro che hanno meno idee da discutere. Forse è per questo che su internet c'è più spazio per le interminabili discussioni degli innovatori.

Ma non è detta l'ultima parola. Perché la televisione sta moltiplicando i canali. E internet sta cercando nuove forme per arrivare a soluzioni sintetiche.

Una popolazione abituata da 30 anni a dibattiti fatti solo di "sì" contro "no" dovrà riconfigurare alcuni suoi tratti culturali per poter comprendere i nuovi dibattiti che emergeranno in questa situazione. Questi resteranno minoritari a lungo. Ma faranno apparire sempre più chiaramente i dibattiti apparentemente semplici che prevalgono oggi in tv per quello che sono: banali. Già oggi ci sono dibattiti nei quali i conduttori riescono a superare la gabbia del "sì" contro "no". Ma non sono moltissimi. L'evoluzione dei media potrebbe far ritenere che i programmi un poco più complessi potranno diventare più numerosi.

ps. Dal punto di vista culturale, 30 anni di dibattiti strutturalmente banali, quelli dove si può scegliere solo tra "sì" e "no" hanno lasciato macerie intellettuali e certamente richiederanno una ricostruzione, come un dopoguerra. Chi si vuole impegnare in questo dovrebbe sapere che sarà comunque un'attività di nicchia e che, probabilmente, non genererà dei risultati maggioritari per parecchio tempo. Questo era un contributo alla riflessione di Luca sulla scarsa audience di un programma sull'innovazione.
Il comma 29 che aveva fatto temere la trasformazione dell'internet italiana in un campo minato, nel quale ogni informazione pubblicata online, documentata o meno, poteva diventare oggetto di una richiesta di rettifica con pene stratosferiche per gli inadempienti è stato abbandonato in commissione, grazie all'intervento degli onorevoli Roberto Cassinelli, Pdl, e Roberto Zaccaria (Repubblica)

La legge in discussione si riferisce alla stampa, ai giornali diffusi con qualunque tecnologia ma comunque ufficialmente registrati come testate, come aveva previsto l'avvocato Tomaso Pisapia che avevo sentito prima della novità.

Il testo della legge, via Guido Scorza, è in questo pdf. Il testo del comma era davvero ambiguo: "Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilita` della notizia cui si riferiscono". Secondo l'avvocato Tomaso Pisapia, però, il comma si presentava come modifica alla legge 8 febbraio 1948, quella che contiene le "Disposizioni sulla stampa". Quindi a suo parere restava comunque confinato alla stampa. E dunque tra i siti informatici interessati non avrebbero dovuto esserci Wikipedia, i blog, ma nient'altro che i giornali online registrati come tali.

La protesta era stata enorme, divertente, vigorosa. Impossibile citare tutte le iniziative contro il comma 29. Mi scuso con tutti coloro che non cito. Tra quelli che ho notato ci sono Guido Scorza. ValigiaBlu. Isoladeicassintegrati. Luca Nicotra. StampaLibera. Angelo Ricci. Il magnifico pezzo di bravura di Metilparaben. La divulgazione di Byoblu. La simpatica spiegazione del Disinformatico. L'appoggio di Ethan Zuckerman. E per finire la clamorosa decisione di Wikipedia che aveva fatto notare come, presa alla lettera, la norma impediva all'enciclopedia di lavorare perché aboliva la validità delle informazioni documentate e le sostituiva con le notizie che piacevano ai richiedenti le rettifiche: un paradosso senza precedenti che avrebbe trasformato un tentativo di censura in un vero e proprio sistema per legalizzare e moltiplicare ogni forma di manipolazione della realtà.

Chissà quale di questi elementi ha convinto i parlamentari. Di certo si sono accorti che la rete si difende e che ha un seguito crescente. Avrebbero dovuto capirlo già all'epoca dei referendum. Forse l'avevano capito tanto bene che tentavano di mettere paura a chi la usa. Forse continueranno in questo stillicidio di norme anti-rete, prima proposte e poi abbandonate, che lasciano la sensazione, in chi non segua attentamente queste vicende, che la rete sia un po' pericolosa e difficile da usare. Un effetto che va assolutamente combattuto. Magari facendo crescere formule di autoconsapevolezza, come quelle proposte su Timu che propone a chi fa informazione online di dichiarare apertamente che crede in un metodo responsabile di produrre notizie e approfondimenti. (Il bollino colorato in fondo a destra in questo blog porta alla semplice presa di coscienza proposta da Timu).

Ora però il complesso della legge sulle intercettazioni andrà avanti. E sarà dura per i giornali. Molti giornalisti hanno appoggiato la rete nella lotta al comma 29. Ora sarà bene che la rete appoggi i giornali nella lotta contro gli aspetti più assurdi del resto della legge. (cfr. Repubblica)

La questione è importantissima: la legge può modificare il modo in cui sono fatte le intercettazioni e i tempi della loro trasformazione in documenti pubblici (si può essere più o meno d'accordo, ma questo è un dibattito che ha un suo senso); ma il principio secondo il quale i giornali possono pubblicare i documenti che trovano è assolutamente fondamentale. Si può anche discutere su quanto sia illegale fare uscire certi documenti dalle segrete stanze dei tribunali - fino a che per legge sono segrete - ma sta di fatto che quando dei documenti veri e verificati sono nelle mani dei giornali questi devono poterli pubblicare. In quelle occasioni, saranno puniti coloro che li hanno fatti uscire, ma non i giornali e i giornalisti che li hanno pubblicati. Altrimenti sarebbe lesa la libertà di stampa in modo molto grave.

Follia comma 29 - Alimenta i motivi di ribellione

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Wikipedia dice che il comma 29 potrebbe rendere impossibile il suo funzionamento in Italia. È un'ipotesi estremamente realistica. È l'ultima di una serie di denunce: ma aggiunge un argomento straordinariamente importante.

Non c'è dubbio che la possibilità di richiedere una rettifica a un sito che consente alle persone di contribuire alla conoscenza pubblica e che è organizzato in modo che le correzioni e i miglioramenti siano autogestiti è ampia. Wikipedia può incontrare sulla sua strada una quantità di occasioni in cui qualcuno può attivare la richiesta di rettifica e spingere l'enciclopedia ad entrare nelle situazioni previste dalla famigerata nuova legge. Con rischi che Wikipedia non potrebbe permettersi di correre. Non solo per timore di sanzioni monetarie ma anche e soprattutto per questioni di metodo e di verità.

È una follia la nuova legge e il suo comma 29. Non ci vuole un giudice per far entrare un sito o un blog nel mirino delle autorità. Basta solo che qualcuno si senta danneggiato da qualche contenuto di quel sito o di quel blog. E a quel punto scatterebbe l'obbligo di sostituire le frasi ritenute lesive con altre frasi giudicate corrette dal supposto danneggiato. Indipendentemente dalla loro corrispondenza a quanto risulta da documenti o basi di informazione relativamente oggettive.

In sostanza, può avvenire che su Wikipedia o su un giornale o su un blog si scrivano informazioni ottenute correttamente, con tanto di prova documentali e dimostrazioni trasparenti; e può avvenire che qualcuno si senta danneggiato dalla diffusione di quelle informazioni; quindi può avvenire che Wikipedia, un giornale, un blog siano costretti a sostituire ciò che hanno trovato e dimostrato con le frasi soggettivamente soddisfacenti per il supposto danneggiato.

È una follia per chi pensi che si debba sapere come stanno le cose. È del tutto normale per chi ragiona come se tutto fosse pubblicità e comunicazione: secondo quel modo di pensare, si fa sapere solo ciò che fa comodo, il resto deve stare sotto silenzio altrimenti danneggia. Più che censura, questa sarebbe manipolazione organizzata.

A forza di comprimere la libertà e impedire la conoscenza dei fatti, si generano reazioni sempre più forti. Perché non esiste potere che riesca a impedire all'informazione di circolare e alle persone di arrabbiarsi. Neppure un potere ipnotico televisivo.

(Da non perdere, sulla questione della latente e inespressa ribellione italiana, la riflessione saggiamente incoraggiante di Ethan Zuckerman. La visione di lungo termine e la tattica d'azione si preparano a convergere, forse. A partire dalla lotta contro il comma 29).
Alla ricerca di una strategia per trasforma il bisogno di ribellione in un persorso di ricostruzione, ho partecipato a due convegni alla chiesa di Capodimonte, Napoli. Le salette ipogee erano abbandonate fino a che le cooperative di giovani del quartiere Sanità non si sono messe a ristrutturarle, aprendole alla popolazione. In tre mesi, lavorando 18 ore al giorno. Per contribuire a ridare un senso al quartiere.

Gli interventi erano concentrati sul racconto di storie analoghe. Chi ha imparato a fare il falegname a San Patrignano, ritrovando un senso e scoprendo a che cosa poteva dedicare l'esistenza. L'energia della comunità che ha riconfigurato la vita quotidiana delle 76 famiglie che stanno nel palazzone Torre19 a Bologna con l'idea della tv di condominio. La scuola di cinema che ha dato un luogo di aggregazione nel quartiere più degradato di Bari....

La dimensione della comunità, accanto a quelle del mercato e dello stato in profonda crisi, è chiamata a fare un salto di qualità. La comunità che parte dalla migliore e più consapevole gestione e valorizzazione dei beni comuni si candida ad affrontare in modo contemporaneo, efficiente e produttivo i temi economico-sociali che non hanno soluzione nel paradigma pagamento-funzione. Le macerie culturali tra le quali viviamo sono i resti di un sistema che non funziona più, insostenibile sul piano finanziario, relazionale, identitario... La comunità non ci esime dalla ristrutturazione di stato e mercato e non ne può fare a meno: ma è una dimensione nella quale i cittadini diventano attivi. E imparano il marketing sociale, la produzione sostenibile, lo scambio di doni, l'efficienza di gestione e la strategia di sviluppo. E i cittadini che fanno innovazione sociale imparano a raccontare le loro storie per migliorare l'informazione e non essere più soli.

Johnny Dotti, Federico Samaden, Marco Musella, Giovanni Vietri, Alex Giordano, Ruggiero Cristallo, Giampaolo Colletti. Fondazione con il Sud. Fondazione Ahref. Timu. (Comunicato per saperne di più).

Una sorta di velo di confusione e rumore impedisce di vedere oltre la crisi. Ribellarsi è un'opzione, ma senza strategia non attrae fino in fondo: e però una strategia trasformerebbe la rivolta in una rivoluzione. Prepararsi al dopo è decisivo, anche per passare all'azione oggi. (Già... La riflessione continua...).
Vorrei dar conto di una discussione che si sta sviluppando intorno a un tema emozionante. Grazie per tutti i commenti che sono stati proposti su questo blog, su Twitter, su Facebook, su Google+. Mi scuso in anticipo per la lunghezza di questo post e per gli errori che inevitabilmente contiene. Si tratta di un nuovo capitolo, non certo del finale della storia...

Puntate precedenti - Il tema della ribellione in Italia visto dall'estero

Viaggiando all'estero, dicevo in due post di qualche giorno fa, mi chiedono spesso: «perché gli italiani non si ribellano?». Non voglio riassumere quei post. Solo ricontestualizzare il tema per aggregare i commenti. Per chi si stupisca di questa domanda la spiegazione è semplice.

Le cronache dedicate all'Italia di molti notiziari stranieri danno conto del fatto che l'Italia sta mettendo a rischio la stabilità dell'economia globale e la causa, semplificata ma realistica di molti media internazionali, è l'incapacità del suo governo di gestire la crisi. L'urgenza del momento e la difficoltà del sistema politico a rinnovarsi per via normale, essendo piuttosto bloccato da un gruppo di potere incredibilmente arroccato sulle sue poltrone, fa emergere l'opzione a prima vista stupefacente della ribellione.

Ma lo stupore è meno vivo se si guarda alla situazione con occhi distaccati. Vista dall'estero, l'Italia è un ottimo produttore di merci di qualità, è una meta turistica di prima importanza, è un luogo della cultura antica e tradizionale, è un paese di mafia e spazzatura, certamente conta poco politicamente. Ma in questo momento è al centro dell'attenzione perché il suo debito pubblico fa venire l'acquolina in bocca agli speculatori e mette a rischio la tenuta dell'euro e della finanza globale. Visto dall'estero il governo è guidato da una persona che pare pensare a tutto salvo che a tenere la rotta dell'economia del paese. I suoi comportamenti scandalosi non appaiono perdonabili in molte democrazie occidentali dove i politici si dimettono per infinitamente meno: ma sarebbero affari degli italiani se non fossero collegati con l'incapacità di guidare il paese fuori dalla crisi. Cambiare capo del governo appare dunque una necessità, è l'opinione prevalente per chi accetta quest'analisi, ma se il parlamento non ci riesce, allora la popolazione deve intervenire.

Se gli italiani non fanno nulla, la vergogna per questa situazione non è più solo del capo del governo e diventa anche la vergogna anche dei governati. Certo, i più avvertiti sanno che il sostegno al governo è dovuto anche all'incredibile controllo dei media da parte del capo della forza politica di maggioranza. Questo, però, significa che la democrazia italiana non è compiuta e il sistema si configura come semi-autoritario.

In altri paesi del Mediterraneo a dubbia democrazia, la ribellione popolare è riuscita a cambiare governi autoritari e inefficienti, perché non succede in Italia?

Ovviamente, l'assunzione di partenza, quella secondo la quale l'Italia non è una vera democrazia, appare piuttosto estrema. Molti italiani pensano di essere in una democrazia e sono convinti che la situazione si possa riformare per via elettorale.

La chiara vittoria della visione critica nei confronti della politica attuale che si è realizzata nel caso delle elezioni di Milano, Napoli e Cagliari, e soprattutto nel caso dei referendum, avvalora questa tesi. Anche perché è stata una vittoria che ha dimostrato come la televisione non sia in grado di controllare le coscienze fino al punto di impedire l'espressione della volontà popolare: la televisione ha osteggiato in modo palese i referendum, non dandone conto se non in modo sporadico e qualche volta impreciso, in piena coerenza con la campagna favorevole alla diserzione delle urne, mentre l'informazione che si è prodotta in rete appoggiata da molti giornali cartacei tradizionali è riuscita a mobilitare le persone e a convincerle ad andare a votare. La via democratica al rinnovamento, insomma, appare ancora aperta. E, per chi consideri importante quella vicenda, questo significa che la ribellione può attendere.

Purtroppo però le conseguenze delle elezioni locali e del referendum sono restate limitate a quei casi. Il governo è restato al suo posto e il blocco decisionale che impedisce di affrontare la crisi attuale resta.

Di fronte alla crisi il governo ha prima tentato di negare ancora una volta l'urgenza, poi sulla scorta delle pressioni della Bce ha deciso una manovra, per poi modificarla un'infinità di volte. Attualmente, si è bloccato sulla nomina chiave della guida della Banca d'Italia. In ogni caso, le decisioni sembrano prese in reazione alle pressioni dei mercati e dei partner europei, non c'è strategia di crescita economica, non c'è visione. Il tappo al rinnovamento del paese resta. Con esso resta l'ipotesi della ribellione.

Le spiegazioni storiche della mancata, per ora, ribellione degli italiani

La ribellione, tuttavia, per ora non si vede. Ci sono molti gruppi di protesta, certo, molte aggregazioni critiche nei confronti del governo spesso organizzate online, discussioni infinite sulla casta, la classe politica, l'inadeguatezza dell'opposizione, gli scandali, e quant'altro. Ma certo non c'è niente che si possa chiamare "ribellione" e che abbia la forza di fare l'agenda del paese con qualche possibilità di rinnovare la politica.

Nei post precedenti si sono ricordate alcune radici storiche di questa situazione.

Gli anni Settanta sono ancora presenti nella memoria del paese. Il terrorismo di destra e di sinistra non ha mai raggiunto una capacità di attrazione significativa nel paese e ha invece lasciato il ricordo dell'unico risultato di quel genere di azione: la devastazione inutile e insensata della violenza.

Gli episodi successivi, con i casi delle dimostrazioni di alcuni gruppi di no global, le vetrine rotte e gli scontri con la polizia, hanno lasciato altre terribili immagini nella memoria.

Lo stato non ci ha fatto mai una gran figura, ma di certo non l'hanno fatta neppure i violenti. La ribellione distruttiva non è un'opzione che possa raggiungere una qualche forma di consenso significativo in Italia. Per ora.

D'altra parte, la società italiana è profondamente divisa. C'è una parte importante della popolazione che viene definita dall'Ocse "funzionalmente analfabeta": addirittura un terzo degli italiani non sanno comprendere quello che leggono. Il loro accesso all'informazione è completamente legato alla televisione e corretto solo dal passaparola nel loro entourage. Un decimo della popolazione è ipercollegato, legge e si informa con una dieta mediatica ricchissima, non manca di informazioni dall'estero e ha la capacità critica sufficiente a comprendere la gravità della situazione. Ma non è certo una categoria unitaria. I giovani sono quasi tutti connessi ma spesso non hanno modo di coltivare speranze, in moltissimi casi basano la loro sussistenza sull'aiuto dei genitori, potrebbero essere disposti a rischiare se vedessero qualcosa per cui rischiare: una politica di protesta, un'opzione imprenditoriale, una fuga all'estero, sono possibili ma solo per coloro che vedono come realizzarle. In molti casi, la loro storia è legata alla conquista di un brandello di contratto a breve termine, con pochissime chance di sviluppo che verrebbero annullate se il loro comportamento fosse meno che disciplinato. Poi ci sono i leader dell'innovazione, presenti nelle università, nelle imprese, nelle associazioni e fondazioni, persino nelle amministrazioni pubbliche: ma si tratta di persone apparentemente isolate, che portano avanti il loro senso del dovere e la loro passione rinnovatrice in un contesto che certo non li aiuta. Altri sono criminali: evadono le tasse, costruiscono dove è proibito, fanno attività illegali. Altri hanno fede e aspettano. Altri sono connessi e lavorano per costruire network, ma il loro lavoro è ancora ai primi passi: influiscono sull'agenda sporadicamente e non stabilmente.

Una ribellione è spesso l'iniziativa di una minoranza che riesce però a interpretare una domanda di rinnovamento maggioritaria.

In passato, una ribellione di successo veniva portata avanti dalle élite sociali e culturali oppure dalle avanguardie rivoluzionarie e le sue probabilità di ottenere risultati erano dovute al contesto di una società compatta, nella quale i modelli sociali e i legami organizzativi erano facilmente leggibili. Ceti sociali ben individuati, aristocrazia, borghesia, proletariato: pochi leader potevano far crescere un cambiamento di valenza generale.

Nella società dei media di massa questa condizione si è progressivamente sciolta in una struttura sociale molto meno coesa. I ceti sociali sono in un certo senso spariti, mentre sono cresciute le aggregazioni informali e si sono sviluppati i cosiddetti "target": gruppi di interessi comuni, aggregazioni omogenee per capacità di spesa, età, localizzazione geografica, hobby, professioni e quant'altro. I media hanno cercato di interpretare la popolazione in termini di target e l'hanno raccontata coerentemente, fino a influire sulla realtà e fare emergere davvero dei gruppi separati di persone. Il disorientamento è stato gestito dalle poche centrali emittenti di senso e informazione. Fino a che ha tenuto, questo sistema è servito ad aumentare i consumi e ridurre le tensioni sociali. Ma era troppo artificiale per tenere a lungo. Non tiene più. Non corrisponde alla realtà e all'esperienza. Anche perché i media di massa stanno rifluendo nel passato.

Le persone oggi non si riconoscono in un target, sentono di vivere identità multiple, interessi insieme contrastanti e coerenti, linguaggi e ideologie divisive, senza corrispondenza con le classificazioni tradizionali e con quelle del marketing. Inoltre, la rete consente loro di unirsi in gruppi che possono scegliere di volta in volta, non necessariamente con coerenza, molto spesso però in modo più curioso che strutturato. La società è diventata un insieme di minoranze nessuna delle quali sembra capace di esprimere qualcosa di generale. Ma la stessa rete offre opportunità nuove anche per la riunificazione dei comportamenti. Suggerendo la sperimentazione di soluzioni continuamente nuove. Il cui effetto finale deve ancora essere valutato appieno. Si sta coltivando l'emergere di un nuovo modo di rappresentare la società. Non ne vediamo ancora la forma intera.

Lo spaesamento è evidente. La capacità di leggere le conseguenze delle proprie azioni è scarsissima, almeno per quanto va oltre il quotidiano o poco più. L'ipotesi di rischiare qualcosa per una ribellione non trova il punto di appoggio intellettuale, culturale e politico per dar modo all'azione di svilupparsi. Si direbbe che prima di tutto occorra una ristrutturazione culturale. Un passaggio intellettuale che ricostruisca una visione condivisa. Dalla quale può emergere anche velocemente non una ribellione di breve termine ma una rivoluzione orientata al qualcosa di più lungo termine. E i commenti apparsi dopo i primi due post lo confermano.

I commenti - Le reazioni delle persone che hanno voluto partecipare alla discussione

Cerco di riassumere per punti le posizioni emerse nel corso della discussione sull'opzione della ribellione in Italia.

1. Non è un fatto solo italiano. L'Italia ha le sue specificità. La ribellione non sarà violenta.

Joi Ito, direttore del MediaLab: «I've called for the overthrow of the Japanese government many times and the funny thing is that many government and corporate leaders agree with me. However, rebellion never happens in Japan. There are many differences but many similarities.
It's very interesting to read your post and reflect on these similarities and differences, but I think the Arab Spring shows us that even in very unlikely places, a dash of courage and timing can cause unexpected results.
Good luck in your reform/rebellion. When you finish, come and help me in Japan. ;-)».

John Lloyd, capo del Reuters Institute for the Study of Journalism: «I dont think, like you, Italy needs a rebellion. There is a world of difference between Italy and the Arab states; most of all, in that Italians freely elect governments (it seems, very sadly, that the rebellions there will not achieve anything like democracy, or even better rule: though we should still hope) the issue is perhaps allied most closely to what you write: that many depend more or less completely on TV for news and opinions, and vote accordingly. Thus there must be a crisis - as there now is - to force change. At root is the corruption of the media».

Alex Roe, di ItalyCronicles: «An interesting piece. As a foreigner who has lived in Italy for over 10 years and who has written about this nation since 2005, I'd agree that a bloody revolution is not the answer to Italy's ills.
What Italy badly needs is a credible leader who believes in the country and Italy needs direction - it has none and is going round in ever decreasing circles.
This country has huge potential - but does not realise this, nor is it capable of realising its potential. Perhaps it's because Italians are too small minded.
Look at other nations - see what works and emulate it. Find out what does not work in Italy and make it work. It can be done - where there is a will, there is a way.
And to kick things off, Italians need to trust each other more and not try to rip each other off.
Forza, Italia! You can do it - if you want to...».

Giuliano, psichiatra e psicoterapeuta: «Splendido articolo dai tantissimi meriti:
- innanzitutto la volontà e la capacità di mettersi nei panni di una straniero, meglio se d'oltreoceano, e di guardare all'Italia senza tabù. Solo così è possibile quell'ipotetico raffronto con il Nord-Africa e con le sue rivoluzioni, raffronto che istintivamente ferisce la nostra vanità di europei.
- la riuscita sintesi di un ventennio di storia politica e sociale - e dunque anche massmediale - senza semplificazioni superficiali e/o forzature ideologiche. Certo manca il riferimento all'opera del principale partito di opposizione ma tale assenza è metafora dell'assenza di incisività della sinistra.
- capacità di differenziare gruppi e complesse dinamiche sociali ma di cogliere dietro le differenze quell'atmosfera diffusa di sfiducia in cui viviamo con la terribile quanto veritiera constatazione "And cynism leads to terror or to helplessness. We had terror in the past. Now we are experiencing helplessness".
- l'intuizione di una soluzione in un processo culturale di lunga durata in cui esperire insieme il nuovo, ri-raccontarsi (i traumi passati, i presenti timori, le speranze ma anche le paure future) in una sorta di collettiva terapia della parola, "talking cure" di gruppo, in cui lo spazio "terapeutico" di ripstto e dialogo è dato da nuove regole condivise.
- e soprattutto, quello che più ammiro, il coraggio di mostrare anzichè reprimere una personale contagiosa passione umana e civile senza la quale nessuno sviluppo, nessun rinnovamento culturale è possibile.
Grazie di cuore»

Marcello Barnaba, Sindro-me: «Man,
thank you for writing this. I share your ideas and your analysis, and I feel that we have to overcome the cultural barriers that separate ourselves and inhibit us to think that we're all on the same boat, with the same needs and issues, and by working together for a common goal we can accomplish everything we need.
It's a golden dream, but maybe it's not too far - as long as we keep pushing :).
Peace!»

Carlo Nardone, tecnologo: «Grande! Mi ricorda una considerazione di Umberto Eco riguardo alle domande che gli rivolgono i suoi amici stranieri sull'Italia.
Secondo me la chiave del "conundrum" e' come smuovere quel 55% medio non completamente illiterato e non ultraconnesso.
Attenzione a un paio di "were" che dovrebbero essere "where" e ancora complimenti per aver tratteggiato una perfetta storia dell'Italia recente per chi, nonostante tutto, ci vuole bene all'estero.»

2. Segnaliamo, discutiamo, connettiamo....

Da Twitter:

EthanZ Ethan Zuckerman
The possibility of an Italian revolution, from @lucadebiase, who explains why it hasn't happened yet: bit.ly/py90ID

madroot11 Matteo Radice
yes we need the change u talk about. We only need to learn again who we are as Italians picking up good things of our history.

cleliabrigitta brigitta
Acuta e interessante la tua analisi sull'assenza di ribellione in Italia. Concordo: è necessario un mutamento culturale.

LadyZivago Lady Živago
@newsfromitaly @lucadebiase if the people are not #aware, can not win any battle
newsfromitaly News from Italy
@LadyZivago Seems to be an absence of civil conscience in Italy, alas.

newsfromitaly News from Italy
@LadyZivago Seems to be an absence of civil conscience in Italy, alas. @lucadebiase

LadyZivago Lady Živago
@newsfromitaly @lucadebiase the problem is the #insane stubbornness to always be guided by someone. When the #civil conscience ?

newsfromitaly News from Italy
Many Italians are angry, very angry, but not rebellious bit.ly/oeJTi3 #Italy #comment @lucadebiase

alessiobau Alessio Baù
Su "The case for an Italian ribellion" di @lucadebiase e i desideri di noi giovani per l'Italia e per la rivoluzione goo.gl/AjC3F

eriklumer Erik Lumer
@lucadebiase great post! IMHO, Italians are lacking more than a shared vision. Also shared ethics and contemporary role models.

fedecherubini Federica Cherubini
@lucadebiase The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen. bit.ly/rouyYG

@valedowney and 3 others retweeted you
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

MagriBellabarba Magrì Bellabarba
Tecnopassioni Daily is out! bit.ly/e1jG6O ▸ Top stories today via @lucadebiase

timetit Tiziana Metitieri
Helplessness. Shared vision. Rebellion. Italy. Mi torna in mente il bel post di @lucadebiase

clovisml Clóvis Montenegro
The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - @LucaDeBiase bit.ly/oewxG4

lucad1 luca dello iacovo
@lucadebiase ricordo bruce sterling a milano: disse che l'Italia era all'avanguardia nell'innovazione politica (risorgimento, fascismo, ecc)

2lifecast 2lifeCast
@lucadebiase The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen bit.ly/oeJTi3

tomcorsan tomcorsan
@lucadebiase The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen bit.ly/oeJTi3

@gattardi and 9 others retweeted you
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

baffino_ Gabriele Orsini
@lucadebiase and the italian rebellion goo.gl/tfNU2

@bitforbit and @batty82 retweeted you
26 Sep : while preparing a follow up in Italian to "the case for an Italian rebellion", further comments are very welcome.. blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

bitforbit ronniescott 
@lucadebiase la ribellione è generata dalla necessità di un cambiamento. Se succederà come in Grecia allora la ribellione sarà sicura

mecoio mecoio
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

YOUrgent YoUrgent
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

pescegiallo Luca
@lucadebiase l'unica rivoluzione possibile in Italia: popolo di Facebook vs quello di Twitter. (preferibilmente lun - ven 8:30 - 18:00)

jessima Jessima Timberlake
Mostly agree RT @lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

lucasofri Luca
@lucadebiase perché in inglese?

segnal_etica Segnal_Etica
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

TheGouldingMan #1EllieGouldingFan
@lucadebiase pls follow me back! ellie goulding, music & fun tweets here!! xD thx, it means a lot to me #TEAMFOLLOWBACK #goulddigger

ruggerotonelli Ruggero Tonelli
The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. http://j.mp/pdI1a8 A worth-reading #Italian #politics #howto by @lucadebiase

mediatoro Mediatoro
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

KaliLoli KaliLoli
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

eupetenza Eupetenza
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

@bankstein and 14 others favorited your Tweet
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

ProgettoRENA ProgettoRENA
the wind of change _ the case for an italian rebellion _ [ via @lucadebiase ] _ why it doesn't happen. and what... fb.me/1h0qG6FwD
 
negoziatore Gian Marco Boccanera
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev
 
@8andre23 and 7 others retweeted you
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

piranology Alessandro Pirani
RT @lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

Youstitia YouStitia
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

fondazioneahref Fondazione ahref
"The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen" @lucadebiase http://ow.ly/6EeBN

timetit Tiziana Metitieri
Anche stavolta preferisco Nova con Arduino e @lucadebiase in prima (+ altro ben trattato su neuroscienze) al @24Domenica. Alla prossima!

lawrenceoluyede Lawrence Oluyede
@lucadebiase @alessiobau being in English and on a blog an interesting analysis like this one will be read only by those 10% you mention :-)

HopeTeamBurton Marco Speranza
blog.debiase.com/2011/09/the-ca... /via @lucadebiase

Francesca3176 Francesca Frigeri
molto interessante "@lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. - blog.debiase.com/2011/09/the-ca..." via @tigella

giulicast Giuliano Castigliego
RT @lucadebiase The case for an Italian rebellion. "Un profondo cambiamento culturale è il movimento tl.gd/da2e2k

dettoManzari Max detto Manzari
Interesting "@lucadebiase: The case for an Italian rebellion.Why it doesn't happen.And what could happen blog.debiase.com/2011/09/the-ca..."

gmboccanera Gian Marco Boccanera
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev

IdeaSqueezer Emanuele Capoano
@beppesevergnini @twitt_and_shout @francescocosta @lucadebiase @dissapore @Tatarella TUTTI I VINI ORMAI SANNO DI TAPPO? #colpadifiniecasini

@paolosisti and 8 others retweeted you
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

@bankstein and 6 others favorited your Tweet
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...

glipari Giuseppe
@lucadebiase: Ci manca il futuro - goo.gl/juyjq e ci mancano i giovani

Paoloexe paolo eugeni
"@lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca..."

3. I giovani al centro della storia, per la loro presenza, per la loro assenza.

By y.l. on September 27, 2011 3:25 PM
ciao luca, mesi fa sul manifesto uscì questo pezzo:
http://www.micciacorta.it/home/naviga-tra-le-categorie/15-movimenti/3612-i-giovani-e-la-rivoluzione-.html?ml=2&mlt=yoo_phoenix&tmpl=component
è legato essenzialmente alla questione giovanile e con l'eco nelle orecchie dei movimenti spagnoli, ma fornisce buone indicazioni generali a mio avviso. poi il problema è sicuramente molto complesso e stratificato.

Alessio Bau, su SocialMilano

Da Facebook:
Francesco Rigatelli è la questione del momento secondo me. vediamo se all inizio delle università succede qualcosa
Tiziana Metitieri Difatti il silenzio degli studenti è inquietante.

4. Tra cinismo, discordie e preconcetti non se ne esce...

By sara on September 25, 2011 8:28 PM
Non sono d'accordo con l'analisi, che per molti aspetti non è chiaro da che presupposti parta (non è la democrazia sostanziale che abbiamo oggi il problema, ma la cultura democratica che non si è alimentata negli anni... e di questo bisogna tener conto quando si pensa al dopo possibile...), ma ritengo che le conclusioni siano corrette.
Purtroppo oggi mancano i laboratori capaci di costruire/pensare visione per il futuro, ed è questa la grande sofferenza e paura che, almeno io, vivo.

By Vronsky on September 25, 2011 8:45 PM
Foreigners (and Americans specifically) don't see the difference between Italy and Libya because very often they can't tell which is which when they look at the map. In less than two years we will have elections and there's no need of a blood bath in the meanwhile, as you say. However, I think that a vast, peaceful rebellion is rapidly spreading all around the Country. The popularity of the current government is as low as 26%, which means that even illiterate people who spend much time watching at tv are proving able to understand the situation. The rebellion is in every post against the current state of affairs, like this great one, is whenever serious and respectable professionals speak loud in face of our miserable governors, is in every 'no' that honest people say to compromises.

By Roberto on September 25, 2011 10:20 PM
I think that the world does not know very well the Italians!
Who does not know the historical reality of Italy, from 1968 to today can not understand! We have lived for decades in an "excess" of democracy: I mean, in any discussion, in the '70s and '80s, you had to put into question, put yourself constantly in crisis, not to overwhelm the others. A continuous search for what could be more intellectually right
There were a continuous research for the "cultural avant-garde"; to searche a way of being socially useful, and democratic. The trade union movements, the labor rights, were in first place in public discussions. The cultural factors were all in the first place, (for not to be "retreau"! This happened for 20 years and over in Italy, every day...... In these 20 years the prevailing culture was of course left, always and absolutely liberal and democratic left-wing, super-democratic. The expectations of the people were great huge, everyone was expecting major reforms, major changes in the system of government, both central and local levels. Here in Italy we have lived for 20 years as if we were in Berkeley
in the years '67-71! Just like Charlie Brown and friends, in the same way!
I myself was first, in this way,at the high school, at thecollege and when I was professiona! I experienced everything!
At some point (in the 90s) the the reality fell upon Italy!Tthe true economic reality has rained down Italy: there were no more fascists to fight! There were no more perfects men of the labor movement ! Power was also pleasing to the left ! Came to the government
Craxi's Socialists, the opportunists-calculated with the system of bribes to political parties (phase "Clean Hands" 1993-94). Since then, Italian, disappointed by all the political Left, that for 30 years had made promises, began to think only of themselves, only of their interests, their economic affairs ..................=> and here comes Berlusconi, that represents all these things, (we say " like cheese on maccheroini ")!!! . In practice, the Italian says:" If they do not care of nothing and of the people, thinking only of their power, why should not I do it myself?
Even today we live in this condition, which is why the Italians did not rebel anymore! Who taught them for 30 years, being incorruptible, and gave constant cultural-reformist-revolutionary messages, was detected only an opportunist. A whole political class has so much disappointed that the Italian thinks: "In the end it's better as an entrepreneur Berlusconi, who is is not at least double ! It 'done so, think about the women, success in power, as most of the people of the Western world" So is the "disappointment", the disillusionment and disappointment, only the explanation of the behavior of Italian peolple; that's because they are tired of rebelling and they do not care to change this government! Very simple.

By Lampo on September 26, 2011 12:19 AM
Sì, Roberto, poi mi spieghi quando sono stati i 30 anni in cui la sinistra ha fatto promesse ma non ha voluto mantenerle. Forse al governo c'era qualcun altro? Forse nella situazione politica la generale arretratezza culturale, causata anche dalle strutture cattoliche, ha avuto un qualche peso?
La rivolta in Italia non è possibile perché siamo un popolo di pigri invidiosi. Finché c'è da stare dietro ad un monitor siam tutti bravi, ma quando si tratta di fare anche solo le manifestazioni pacifiche ci si ritrova in pochissimi. Figuriamoci cosa succederebbe durante una "ribellione"...

By Barbara Barbieri on September 26, 2011 4:25 AM
I don't agree with this analysis.Firstly because it's centred only on media and I think that focus our attention over the media it was the greatest political mistake in the last twenty years. Moreover in this article nothing has been said about opposition political organisations such as PD and their absence, or better their lack of strenght during these years, gave a great contribute to make vague democracy balance in Italy. I think that opposition parties powerless action gave during these years an extraordinary possibility of growth to the judiciary power and this lack of balance between state powers is the real problem for italian democracy

By Franco on September 26, 2011 7:20 AM
See, dear readers?
The comments in this post explain very well why Italy is in a mess. We are divided.
Everyone in the country knows that if we keep on voting Berlusconi we are fucked. But voting something else would be like acknowledging a cultural defeat for some people. It's like switching football team. A big no,no. No Italian supporter will move from a team to another. At maximum we will just avoid going to the stadium, but supporting another team is not at option, you stick to your team all the way down to the silliest league. We just LOVE to be divided. Burn, Italy, burn!

By Maurizio on September 26, 2011 11:29 AM
Splendido articolo. Davvero complimenti per la lucidissima analisi.

By Canablach on September 26, 2011 2:05 PM
Bel testo, analisi appassionata.
Drammaticamente mi riporta alla mente una discussione di classe, scandalo Lockheed, 1975: la conclusione di alcuni studenti, allora sedicenni, fu che quell'Italia non era democraticamente riformabile.
Quest'Italia? Sono passati più di 30 anni e il paese non sa (mai saputo) distinguere tra melodramma e tragedia.
Un appunto, su una "dinamica" non considerata nell'analisi: il paese è vecchio. Ogni politica, ogni azione, ogni forza al potere, mira a non scontentare una maggioranza, sempre più larga, di anacronistici vecchi.
Old men hate revolutions and want no news.

By Sissi on September 26, 2011 3:54 PM
It's not a matter of right and left. It's the all Italian politics which sucks. And Italians, at least those 55% of them, are totally tired of its caste. I share the analysis and the ideas of this post. And hope we'll find a new creative (arn't we creative?), peaceful but effective way to generate a new one of a kind revolution.

By Francesco on September 26, 2011 3:54 PM
I can't agree with this.The only rebellion italian people have to do is not against politics, but against themselves. Against their own spoiled culture.Unfortunately the 70s and 80s governaments,help by unions have created a certain mentality among people, especially in southern Italy,but not only. According to this mentality we all think that a certain standard of wealth is adequate to our nation.We think having one of the best(and most expansive)health systems of the world,having a welfare comparable to other rich european nations,having all a job which doesn't require working more then 35 hours per week,having a pension for 60 years old people,having cheap public transportation services(cheap trains for instance) is MANDATORY in Italy,it is our own divine right to get all of those things. But do we really deserve being treated that good?Have we italians ever asked ourselves this easy question?
There are nation where those things are not even coceived,and I m not talking about third world countries.We should just understand that we have all lived furher beyond our possibilities and that its time to change this mentality, and to understand that nobody in europe,even nation with far stronger economies than our, have the privileges that we have.I wouldn't say this is just a politics related problem,whereas I d say a cultural related one.
Cheers.

By Canablach on September 26, 2011 4:54 PM
@Francesco It just shows how great this place could be. We sustained these privileges; and might as well have done so in the future, had we not forfeited our wealth in order to keep up the boon
of some parasitic groups.

By Marco on September 26, 2011 6:35 PM
Womderfull, gentlemen, See you on the mountains. Don't forget to carry rifles and ammo. And, no, iPhones aren't useful up there, battling the obscure forces of tiranny. What ? Everyone has another affair downtown ? Ah, the meeting of the LastDaysOfItaly Club... Understand. See you another time. Bye.

By Marco on September 27, 2011 12:04 AM
"A 35% of Italians are... functionally illiterate [who] only rely on television for news."
I'm not 100% sure that the percentage of functionally illiterate Italians is that high. I agree that is not far from that figure, and in any case, even if it were 10% it would still be untolerably high. However, I wanted to point out that, while this is true:
"[Many Italians] sort of live in a TV fiction, which is created by the very power source of the present political leadership. When they vote, they vote accordingly"
it would be a very big mistake to assume that all the Italians who "live in a TV fiction" and base their political decisions on it, eventually vote for the "present political leadership", at least if by leadership you mean "the leadership that constitutes the current cabinet". There are plenty of Italians who vote for the current opposition, or don't vote at all, who only get their "facts" from mainstream TV.

By sgramtius on September 27, 2011 7:31 AM
da dove si comincia?

By Marco on September 27, 2011 11:52 AM
Smettendola di pensare, dire, agire, come se gli italiani fossero sempre gli altri

By romualdo on September 28, 2011 2:55 PM
Signori capisco la vostra preoccupazione e la condivido.
Tuttavia ritengo che i commenti esteri siano corretti evidenziando una naturale mancanza di pianificazione e coesione degli Italiani.
Prendere il potere politico a livello nazionale, è solo una questione di numeri ed un buon piano di Marketing, come sa perfettamente il nostro attuale presidente del Consiglio.
Invece cambiare l'attuale sistema Italia è ben più complesso in quanto prevede una presa di coscienza di ciò che siamo e di dove vogliamo andare.
Se questa presa di coscienza non parte dal dibattito culturale che i giornalisti possono avviare.... come faremo mai a crescere come coscienza collettiva.
Grazie Luca per aver lanciato il sasso nello stagno ;))

Da Google+:

Foto del profilo di Francesco FerraroFrancesco Ferraro - la ribellione aspettando l'iphone5 non è credibile....
25/set/2011    
+1
   
Foto del profilo di Claudio Gagliardini
Claudio Gagliardini - Italia, paese corrotto e ricco di cricche, logge e lobby...
25/set/2011   
Foto del profilo di Daniele Martino
Daniele Martino - Hanno ragione
25/set/2011   
Foto del profilo di Mario Perna
Mario Perna - Il limite è stato raggiunto e superato. Più che una rivoluzione l'Italia ha bisogno di una reazione a tutto questa immoralità politica
25/set/2011   
Foto del profilo di Angela Galiberti
Angela Galiberti - E' una domanda che, da italiana, mi pongo anche io molto spesso. E la risposta non è confortante. Una parte della popolazione ha il cervello lobotomizzato. Un'altra parte è connivente e dunque in questa situazione mangia e/o sopravvive. L'ultima parte, gli onesti e gli svegli, è troppo poco numerosa per fare la differenza.
25/set/2011    
+5
   
Foto del profilo di Alessandro Marchesello
Alessandro Marchesello - È sempre colpa degli altri: è colpa delle cricche, è colpa degl ignoranti, è colpa di chi non la pensa come me... La verità è che abbiamo (quasi tutti) ancora la pancia troppo piena per ribellarci. Abbiamo (tutti) ancora troppo da perdere per metterci in gioco in prima persona e quindi preferiamo giustificarci dicendo che la colpa è degli altri. Qualcuno di voi ha mai fatto qualcosa di concreto ed eclatante per cambiare le cose? Sono sicuro di no...non mi sembra di aver mai letto i vostri nomi sulle prime pagine dei quotidiani per manifestazioni di ribellione degne di nota...
25/set/2011    
+6
   
Foto del profilo di Roberto Nespola
Roberto Nespola - Provocazione: Vale davvero la pena affannarsi a cambiare le cose? Le cose cambiano da sé e, con o senza il nostro intervento, sempre in peggio. L'umanità è ormai malata inguaribilmente e solo una tabula rasa può far sperare in una qualche rinascita.
La progenie italiana poi, così votata all'inerzia sarà la prima vittima sacrificale.
25/set/2011   
Foto del profilo di Roberto Grosso
Roberto Grosso - _No-No.: I think that the world does not know very well the Italians! 
Who does not know the historical reality of Italy, from 1968 to today can not understand! We have lived for decades in an "excess" of democracy: I mean, in any discussion, in the '70s and '80s, you had to put into question, put yourself constantly in crisis, not to overwhelm the others. A continuous search for what could be more intellectually right
There were a continuous research for the "cultural avant-garde"; to searche a way of being socially useful, and democratic. The trade union movements, the labor rights, were in first place in public discussions. The cultural factors were all in the first place, (for not to be "retreau"! This happened for 20 years and over in Italy, every day...... In these 20 years the prevailing culture was of course left, always and absolutely liberal and democratic left-wing, super-democratic. The expectations of the people were great huge, everyone was expecting major reforms, major changes in the system of government, both central and local levels. Here in Italy we have lived for 20 years as if we were in Berkeley
in the years '67-71! Just like Charlie Brown and friends, in the same way!
I myself was first, in this way,at the high school, at thecollege and when I was professiona! I experienced everything! 
At some point (in the 90s) the the reality fell upon Italy!Tthe true economic reality has rained down Italy: there were no more fascists to fight! There were no more perfects men of the labor movement ! Power was also pleasing to the left ! Came to the government
Craxi's Socialists, the opportunists-calculated with the system of bribes to political parties (phase "Clean Hands" 1993-94). Since then, Italian, disappointed by all the political Left, that for 30 years had made promises, began to think only of themselves, only of their interests, their economic affairs ..................=> and here comes Berlusconi, that represents all these things, (we say " like cheese on maccheroini ")!!! . In practice, the Italian says:" If they do not care of nothing and of the people, thinking only of their power, why should not I do it myself? 
Even today we live in this condition, which is why the Italians did not rebel anymore! Who taught them for 30 years, being incorruptible, and gave constant cultural-reformist-revolutionary messages, was detected only an opportunist. A whole political class has so much disappointed that the Italian thinks: "In the end it's better as an entrepreneur Berlusconi, who is is not at least double ! It 'done so, think about the women, success in power, as most of the people of the Western world" So is the "disappointment", the disillusionment and disappointment, only the explanation of the behavior of Italian peolple; that's because they are tired of rebelling and they do not care to change this government! Very simple.
Espandi il commento »
25/set/2011    
Foto del profilo di Alessandro Marchesello
Alessandro Marchesello - La visione pessimistica secondo la quale "stiamo sempre peggio" non ha alcun fondamento. Nell'Italia dorata del boom economico era normale vivere in 6 in un bilocale, senza tv, con 1 solo telefono e magari il bagno in comune con altri appartamenti. Stavano meglio loro? Io mi ritengo più fortunato di mio padre, nonostante tutte le difficoltà degli ultimi anni...e sicuramente mio padre è stato più fortunato di mio nonno e così via...
25/set/2011    
Foto del profilo di Renato Rivolta
Renato Rivolta - scusate se mi intrometto: mi pare che il post di de BIase mettesse l'accento non tanto sul TENORE DI VITA degli italiani , quanto sulla crescente MANCANZA DI DEMOCRAZIA , sulla deriva prebiscitaria e autoreferenziale della politica , con tutto il suo seguito di corruzione e degrado della qualità della classe dirigente politica.
Obiettivamente bsogna riconoscere che l'Italia , rispetto agli altri paesi europei, ha fatto negli ultimi 20 anni dei notevoli passi indietro sulla strada della democrazia.
26/set/2011    
Foto del profilo di Michele Favara Pedarsi
Michele Favara Pedarsi - Perche' da noi c'e' un ampio arsenale umano di preti, suore, ghostwriter, artisti; ammancano (ie: ci sono ma troppo pochi) giuristi e giornalisti degni; e la Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione che su segnalazione di chiunque spia il malcapitato, se s'e' sbagliata fabbrica modi per mandarlo in galera, e se non ci riesce trova il modo di seccarlo. Il risultato e' in-credibile: per procurarti le prove devi infrangere la legge, ma infrangendo la legge da indagato non fai altro che fornirgli le prove per mandarti dentro piu' rapidamente; poi dentro o fuori che sia, la paranoia ti si mangia perche' sei rimasto solo; infine problemi piu' basilari la cui soluzione diventa improrogabile e richiedono il massimo delle capacita' intellettive, piano piano sostituiscono la memoria passata. Quindi non si riesce mai a raccontare tutta la storia dall'inizio alla fine.
Espandi il commento »
26/set/2011    
Foto del profilo di Renato Rivolta
Renato Rivolta - come , scusa? puoi ripetere il concetto in modo più semplice ? non è che hai sbagliato thread?
26/set/2011    
+1
    
Foto del profilo di Michele Favara Pedarsi
Michele Favara Pedarsi - No, non credo di aver sbagliato thread. Si parla di ribellione costruttiva. E onestamente la vedo in corso; qualcuno direbbe che il trend indica una asintoticita' con l'ottimo paretiano. Ecco questa asintoticita' e' dovuta da un lato a chi si accontenta del suo, dall'altro di chi viene preventivamente e arbitrariamente abbattuto (spesso per errore), all'interno di un pianeta tondo e quindi limitato (poi che ci siano redistribuzioni arbitrarie delle risorse disponibili, e' tutt'altro discorso).
26/set/2011    
Foto del profilo di Renato Rivolta
Renato Rivolta - scusa ma non capisco proprio cosa stai dicendo .Potresti scrivere i Italiano per i poveracci come me ?
26/set/2011    
+1
    
Foto del profilo di Michele Favara Pedarsi
Michele Favara Pedarsi - Mmm... I'm pretty sure to have written in italian, wanker.
26/set/2011    
Foto del profilo di Alessandro Marchesello
Alessandro Marchesello - È rassicurante vedere che i troll stanno già invadendo Google+... è un chiaro segno di successo della piattaforma...
26/set/2011    
+1
    
Foto del profilo di Roberto Grosso
Roberto Grosso - Scusate ma la realtà storica è ben diversa! Io nel 1968 ho lavorato per due mesi e mezzo e mi sono comprato una moto 125 Benelli, (costo =230 mila lire) che allora per un ragazzo di 16 anni era il massimo! Oggi una moto simile puo costare 4-5000 euro, quanto deve lavorare un ragazzo di 16-anni per comprarsela?. Io studiavo ed ho fatto il facchino nei mesi di giu-luglio-ago, per 8 ore al giorno circa. Sino al 1977/78 (anno di Berlinguer-Moro=Compromesso Storico=BR =Rivolte=Autonomia =Fine della Politica miltante di rivolta durata per 10 anni), le cose ecomicamente erano decisamente meglio di adesso, in proporzione naturalmente. Una casa costava agli inizi degli anni '70 dai 7 milioni ai 18 miliono (77), poi è arrivato il tracollo grazie a tutto ciò che ho scritto sopra, in inglese, perchè il post era in inglese. Purtroppo gli studioi, di destra e di sinistra non ammettono di aver sbagliato tutto ed ancor peggio di aver nascosto la verità alla gente! Per quelli di detra me lo aspettavo, non me lo sarei aspettato dai professori della sinistra che appunto per anni insegnavano "la giusta rivolta". Occhio ragazzi! Occhio sta succedendo la stessa cosa oggi! (Mistificazione eccetera=nessuna lege matematica riesce a rappresentare il "Paese Italia".
Espandi il commento »
26/set/2011    
Foto del profilo di Renato Rivolta
Renato Rivolta - tutto giusto : ma dal 77 a oggi viviamo in un altro mondo . ci sono i cinesi i russi gli indiani i brasiliani sulla scena economica mondiale , mentre all'epoca praticamente non esistevano .perciò non è tutta colpa degli economisti o dei dirigenti politici , è che stiamo attraversando una rivoluzione mondiale che sarà ricordata per secoli a venire . e noi , purtroppo , ci siamo dentro . spriamo bene ..
26/set/2011    
+2
    
Foto del profilo di Michele Favara Pedarsi
Michele Favara Pedarsi - Renato, troppa fantasia; la questione e' piu' strettamente numerica. Si tratta di mera "moltiplicazione dei pani e dei pesci", che in realta' e' una divisione: prendi una Fiat 500 del 1970, pesala; poi fai altrettanto con una Fiat 500 del 2010; scoprirai che quella nuova pesa dal 30 al 50% in meno dell'altra. La stessa cosa avviene per il cibo perche' e' un trend proporzionale alla crescita demografica globale. Malthus, Emerson, Gini.
27/set/2011    
Foto del profilo di enrico patrizio
enrico patrizio - Da giovane universitario/precario/bamboccione confermo..tutto giusto; ma manca un importante osservazione.Nella storia mai si sono verificati sconvolgimenti socio-politici senza che vi fosse un alternativa pronta che infondesse speranza, o addirittura fomentasse, il cambiamento.Guardiamo anche agli indignados spagnoli o europei che dir si voglia; si indignano si, ma poco altro.Manca una visione migliore in cui credere, e soprattutto la speranza che sia davvero migliore.
Certo è che tutto sarebbe quantomeno più probabile se non fossimo sotto una dittatura della non informazione, o se fossimo davvero preparati ad essere competitivi a livello internazionale senza per forza scappare dall'Italia per riuscirci.
Espandi il commento »
27/set/2011    
Foto del profilo di maurizio melani
maurizio melani - Nel 68 gli "indignados", coloro che protestano, hanno cambiato qualcosa...
27/set/2011    
Foto del profilo di enrico patrizio
enrico patrizio - C'era una controcoltura gia' pronta da un bel po' a dire il vero..e i sintomi erano completamente diversi..nell'attuale situazione economica, nell'iperconessa societa' economica in cui viviamo..dubito sia possibile rompere tutto ed aspettare che succeda qualcosa, in tre giorni la borsa metterebbe in ginocchio il paese.


5. E ora?

By Maurizio on September 28, 2011 3:22 AM
Credo che la chiave di lettura migliore sia che, se pur a passi incerti, stiamo andando verso una nuova consapevolezza globale. Che nasce soprattutto nelle giovani generazioni che interagiscono su internet, si informano e capiscono che ci vuole una nuova idea di sviluppo.
Sarebbe bello che l'Italia fosse capace di anticipare questo cambiamento ed esserne il motore. Ci riscatterebbe da 15 anni di Berlusconismo e di incompetenti al governo.
Ho 31 anni, due lauree, e so quello che dico. Molti di noi sanno tutte le cose che non vanno in Italia e tutte le cose che dovrebbero essere fatte. Non mancano le risorse, le capacità umane, le competenze nelle nuove generazioni, che spesso capiscono meglio e prima di questa classe politica ormai obsoleta.
E' evidente come il Paese sia ormai in caduta libera, guidato da una banda di INCOMPETENTI nel senso letterale del termine, a destra e a sinistra (se una tale divisione ormai ha ancora senso), e come l'inazione sia ormai intollerabile.
Io dico che bisogna affrontare la cosa come un problema e cercare una soluzione efficace per risolverlo. Che funzioni e che sia realistica. Prima che sia troppo tardi
Allora cosa vogliamo fare?
Una rivoluzione violenta è assolutamente non percorribile e fuori discussione. Ma questa gente, questi incompetenti (quando non criminali) che pretendono di guidare un paese, non se ne andrà mai da sola. Quindi?
Io dico che è arrivato il momento di agire. Come? Muovendosi in 2 opposte direzioni:
1) Usando La rete come collettore. Far convergere su un unico sito/progetto tutte le idee di sviluppo/operazioni nei vari ambiti, selezionando le migliori e usandole come piattaforma programmatica per un "partito del web". Un soggetto politicamente neutro ma, con strumenti politici e democratici, totalmente trasparenti permetta la presentazione di idee e candidature alle prossime elezioni.
2) Organizzando con una manifestazione unica e prolungata, sulla base di quelle degli indignados, che costringa l'attuale governo alle dimissioni.
Beh. Le idee non mancano. Spero che questo commento avrà tanti reply. E' tempo di muoverci: per i nostri figli e tutti quelli che verranno dopo di noi. Credo che la nostra sfida, come generazione, sia quella di lasciare un paese migliore di quello che abbiamo trovato e in questo tempo dove tutto sembra scuro, abbiamo le capacità e le possiblità (anche se ancora non lo crediamo possibile) di farlo. I referendum c'è lo hanno dimostrato. Questa generazione può farlo. Adesso andiamo a convincere i nostri vecchi che siamo più bravi di loro:)

Il tema della visione come premessa di una rivoluzione: con l'obiettivo della ricostruzione

Gli italiani non sembrano per ora volersi aggregare intorno a una ribellione anche perché non ne vedono lo scopo.

Questo è probabilmente il punto. Perché non è chiaro lo scopo?

In primo luogo lo stato di prostrazione mentale in cui viviamo non aiuta. Una popolazione divisa, che ha visto per trent'anni una continua demolizione di certezze, vive in un paese che sembra in un "dopoguerra culturale". I "barbari" - per dirla alla Baricco - che hanno preso il potere negli ultimi due decenni hanno lavorato costantemente per distruggere le istituzioni senza arrivare a ricostruire nulla. Anzi, dimostrando un certo disinteresse per la ricostruzione. La Banca d'Italia, la magistratura, persino la Corte costituzionale e la Presidenza della Repubblica sono state attaccate. Alcuni nuovi potenti hanno preso in giro la bandiera italiana e invocato la secessione di alcune regioni, avvalorando l'idea di una disunione d'Italia. Gli italiani hanno visto i nuovi potenti alle prese con la demolizione sistematica di ogni comportamento istituzionalmente corretto. Non hanno visto la costruzione di nulla.

Non stupisce che se la ribellione viene percepita come ulteriore distruzione essa non appare come un'ipotesi attraente.

In realtà, ci sarebbe bisogno di costruzione. Come nel Dopoguerra. Purtroppo le macerie di sessant'anni fa erano ben visibili e la fame le rendeva ancora più visibili. Mentre le macerie culturali attuali e la fame di visioni nuove non è visibile. E gli italiani non sanno se e in che misura questo tipo di analisi ed esigenza sono condivise.

Di certo, possiamo dire che la visione non c'è. Che nessuno offre una prospettiva chiara. Un'agenda che aiuti i giovani e gli altri italiani a definire un percorso d'azione che abbia una qualche prevedibile conseguenza positiva. Ci si rinchiude nell'arrangiarsi e nel salvarsi personalmente. Ma la nostalgia di un progetto comune emerge ogni volta che si presenta anche una minima occasione: lo si è visto nelle celebrazioni per l'unità d'Italia che certamente hanno trovato un consenso e un'attenzione superiore alle aspettative. (E non per nulla sono state vagamente boicottate da molti rappresentanti delll'attuale maggioranza).

Una società fatta di tante minoranze non è per questo una società che non ha bisogno di unirsi.

Infatti, questo bisogno è sfruttato dai potenti che lo sottolineano indirizzando l'attenzione solo verso il breve termine: sia quando sono fondate come la questione della crisi finanziaria, sia quando sono infondate come la questione della criminalità. Ma di sole urgenze si muore dal punto di vista progettuale.

Le componenti aggreganti che possono dare forza a un movimento culturale ricostruttivo vanno ancora definite.

Attualmente, sulla scorta delle urgenze, si configurano alcune richieste emergenti che però non sono ancora un'agenda di lungo termine, anche se secondo qualche sondaggio appaiono maggioritarie, come:
1. Cambiare il capo del governo (la sua popolarità è scesa al 25% dunque la maggiornaza è contro di lui)
2. Affrontare la crisi con misure che oltre a ridurre il debito alimentino la crescita (richiesta un po' più difficile da comprendere per tutti ma enorme e montante)
3. Ripulire la classe politica da corruzione e privilegi (difficile trovare una richiesta più ripetuta)

Ma le urgenze non sono sufficienti. Una lista di priorità, della quale purtroppo nessuno conosce la popolarità (non si sa se sono maggioritarie), per ottenere un recupero di democrazia è comunque spesso (non abbastanza) dichiarata:
1. Ristabilire una legge elettorale che consenta ai cittadini di votare i loro rappresentanti e non solo i partiti
2. Sciogliere il conflitto di interessi fondamentale, quello che consente a un concessionario televisivo di fare il capo del governo e controllare la stragrande maggiornanza delle organizzazioni pubbliche e private che producono informazione e programmi televisivi
3. Rilanciare la crescita e la diffusione della banda larga e di internet in tutto il territorio nazionale come premessa di un'ulteriore crescita delle alternative mediatiche.

Il problema è che tutto questo non sembra poter contare su appigli operativi e pratici. A chi ci si rivolge per ottenere queste cose in un contesto nel quale il governo resta saldamente in mano a una maggioranza che pur avendo perduto una sua componente fondamentale è riuscito a rinsaldarsi acquisendo parlamentari eletti dall'opposizione con metodi molto discussi?

L'urgenza è urgente. E occorre far fronte. Chi se ne occupa ha grandi meriti. Ma la popolazione ha bisogno anche di poter pensare al dopo.

Quando fatalmente il sistema di potere attuale cadrà, che cosa ci sarà? Altri approfittatori o persone eticamente più sane e culturalmente più capaci di amministrare? Non dipende dalla soluzione delle urgenze. Dipende dalla crescita di un movimento culturale che aiuti i cittadini - a partire da chi scrive queste righe - a capire la differenza tra quello che è importante e quello che è soltanto interessante.

Le decisioni possono essere classificate per la loro urgenza e importanza. Si sa che le questioni "urgenti e importanti" vanno affrontate subito, certamente prima delle questioni "non urgenti e non importanti". Ma come si sceglie nella lista di priorità tra le questioni "urgenti e non importanti" e le questioni "importanti e non urgenti"? Come si fa vincere la priorità di ciò che è importante?

Il movimento culturale che riconquista ai cittadini la capacità di distinguere ciò che è importante ha un compito fondamentale. È una sorta di nuovo illuminismo che aumenti lo spazio del ragionamento nel dibattito (contro il metodo ideologico che prevale attualmente): l'illuminismo ha preceduto le rivoluzioni americana e francese. È una sorta di nuovo empirismo che aumenti lo spazio dei fatti sui quali tutti concordano prima di prendere decisioni (contro la distruzione sistematica dei fatti e della credibilità delle fonti di analisi che prevale attualmente): l'empirismo ha reso possibile la rivoluzione scientifica e quella industriale. È un pensiero nuovo, oltre il modernismo delle grandi narrazioni tradizionali e oltre il postmodernismo nell'ipersperimentazione: la costruzione di una nuova socialità ha bisogno di un terreno culturale fondato su un metodo e valori comuni. Il patrimonio culturale di un popolo è un bene comune che non può essere inquinato e distrutto senza tutti ci perdano in modo drammatico.

Questo non è un concetto astratto, ma concreto. Perché indica dove andare a cercare gli appigli operativi per passare all'azione.

Si scopre, pensando in questo modo, che i mondi del breve termine e della manipolazione delle idee - la politica iperelettoralizzata, la finanza spersonalizzata, le narrazioni mediatiche autoreferenziali - non sono luoghi nei quali i giovani e i cittadini che cercano risposte possono trovare una prospettiva capace di aiutarli a decidere a che cosa dedicare la propria vita.

I mondi che possono fare movimento culturale sono quelli orientati al lungo termine o almeno un po' meno bloccati dal breve. Ricostruire associazionismo, lanciare progetti di media sociali e civili, fare volontariato, studiare e fare ricerca, leggere e comunicare con un metodo condiviso quello che si impara, dedicarsi all'ambiente, alle relazioni sociali, ai beni culturali, alla formazione, allo scambio internazionale di idee ed esperienze, sono dimensioni della vita nelle quali quello che si fa ha una valenza di ricostruzione culturale. Da quei mondi emergono comportamenti più civili e pensieri più costruttivi. Che cosa possiamo fare per aiutarli a emergere, a trovare più mezzi, a crescere nell'attenzione della società, a dare conforto ai giovani e ai cittadini che non ne possono più di sentirsti spaesati e soli di fronte a un futuro che vorrebbero costruire ma non sanno come?

Questo è il tema. Non stiamo parlando di limitarci a "pensare". Stiamo parlando di "fare" cose che alimentino il "pensiero", generando contemporaneamente pratiche e soluzioni di vita. Le autorità morali e culturali che emergeranno sono biografie sensate e capaci di dare senso. Le persone le riconosceranno. E su queste pratiche, forse, si potranno sviluppare anche azioni di lotta non-violenta, le uniche che possono avere un senso pratico e un consenso vero da parte di una popolazione che non vuole più distruzione. Vuole costuire il suo paese.

Questo è quello che possono fare, subito, le persone che non vogliono più immedesimarsi passivamente nelle storie degli altri: vogliono scrivere la propria storia. Imho.

Amazon is cheap

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Amazon. Un tablet che cosa meno della metà del rivale fa una certa differenza. Un nuovo browser che promette consultazioni accelerate del web. E una polemica sulle condizioni di lavoro in un magazzino dell'azienda. C'è da leggere e da seguire queste storie per capire in che senso Amazon è cheap.

La risposta di Amazon.

Neutralità non è mobilità

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Ancora una volta, si legge di una distinzione tra l'internet fissa, che è neutrale, e l'internet mobile che può non esserlo (senza esagerare). Le indicazioni Fcc segnalate da Quinta.

Da portare al MediaLab

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
Solo un promemoria: dovendo andare a raccontare qualcosa sul mondo dei civic media in Italia al MediaLab, volevo raccogliere un po' di notizie. Finora sono arrivate queste segnalazioni:

Decoro urbano

Qualcuno vuole segnalare altre esperienze?

Se potessimo parlare al MediaLab...

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
La prossima settimana vado al MediaLab. Sono stato invitato da Ethan Zuckerman. Mi ha chiesto, tra l'altro, di portare notizie su ciò che sta succedendo nell'ambito dei "civic media" in Italia. 

Ovviamente sarà facile partire con una visione critica dello stato dei media in Italia. Ma di certo non ci si può fermare lì. Lo scopo è, per me, parlare per ottenere in cambio una reazione: in un certo senso, tirare fuori da un pubblico così qualificato un'idea di prospettiva.

Inutile dire che parlerò anche di Ahref. Che è il motivo per il quale alla fine Ethan si è interessato a chiedere un mio contributo.

Credo che le iniziative che hanno portato alle grandi novità di quest'anno, per esempio ai referendum, siano una parte ma non il tutto. Mi domando se nei commenti a questo blog appariranno notizie che non conosco sulle iniziative che i cittadini italiani stanno prendendo per fare un uso "civile" dei media sociali. Se arriveranno segnalazioni, saranno a mia volta segnalate al MediaLab. (Avremo il tempo di tornare su questa domanda, visto che l'incontro è previsto per il 15).

Vergogna

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Oggi Umana.mente propone un incontro a Brescia sul futuro dei disturbi della psiche (Relatori: Prof. L. Wurmser, Univ. of West Virginia, U.S.A, Prof. G. Martignoni, Univ. SUPSI, Friborgo, CH, Insubria, Prof. G. Tamanza, Univ. Cattolica Brescia). E domani organizza un convegno sulla vergogna.

Giustamente gli organizzatori segnalano l'idea corrente che la nostra sia una società senza vergogna e meno permeabile al senso di colpa, sostituito casomai da problemi di inadeguatezza cui si fa fronte con una continua ricerca di successi che ne placano il dilagare, senza peraltro risolverli. Se i modelli di riferimento sono tutti orientati al successo economicamente definito o alla prevalenza nella esistenziale gara competitiva, il senso dell'inadeguatezza è latente, in ogni momento in cui la prestazione individuale è meno che vincente. L'idea interpretativa è che mentre a fronte della conquista della soddisfazione si dimentica ogni istanza etica, ne consegue un oblio anche della colpa e della vergogna. Ma è davvero così?

La vergogna non è una parola semplice. Si prova vergogna, considerandola un sentimento. Si coprono le vergogne, considerandole parti del corpo da nascondere. Ma in certe parti d'Italia si fa di più. In Puglia si dice "vergognati la faccia" a chi ha commesso qualcosa di indecente. La vergogna è talvolta l'oggetto da coprire e talaltra lo strumento che copre ciò che puô far sentire in colpa. E questa ambiguità corrisponde al fatto che forse non ci si può vergognare da soli: occorre un contesto che induca a sentire insieme la colpa che genera il tema della vergogna. La vergogna è una maschera, come nel libro di Wurmser, nel senso che è una forma di interconnessione tra persone che provano con ruoli diversi lo stesso disagio. Questo può avvenire se si condivide lo stesso senso dell'etica, dell'onore, del pudore, del rispetto, delle regole. Tra amici e tra avversari ci si può vergognare (nel gioco leale, nella competizione del mercato regolato, nella società meritocratica o solidaristica). Non ci si vergogna nella lotta per la sopravvivenza. Non ci si vergogna in una società del familismo amorale. Non ci si vergogna nell'ipercapitalismo e nella politica corrotta dove vale tutto per ottenere la prevalenza sul nemico.

La salvezza dal disastro in cui vive una società senza vergogna non è nel richiamo agli antichi sensi di colpa poiché in essa nulla è condiviso, ma nella conquista di un nuovo consenso sulla necessità civile di un sistema di regole, in nume di una prospettiva di progresso meno ineguale. Imho.

Rappresentanza, politica e informazione

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
La parola "rappresentare" vive sia nell'ambito della politica che in quello dell'informazione. Se i politici ci rappresentano fanno qualcosa in più preciso di essere semplicemente eletti. E se i giornali ci rappresentano fanno qualcosa di più preciso di essere semplicemente letti. Perché ci sia rappresentanza occorre una sorta di corrispondenza tra quanto dicono, i politici e i giornali, e quanto accade davvero al loro rispettivo "pubblico". In un certo senso, anche le due crisi della rappresentanza, politica e informativa, hanno radici comuni.

Ma il vento sta cambiando...

Se però la crisi della politica è ampiamente dibattuta, con passione, la crisi dell'informazione resta vagamente più specialistica. Eppure le loro storie si intrecciano continuamente.

Sono riflessioni emerse durante la presentazione a Pesaro di Cambiare pagina nel mezzo di un evento dedicato alla politica.


via Roubini.

La vacanza è lavoro o il lavoro è vacanza?

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
È un lamento endemico tra i lavoratori della conoscenza e il loro entourage: l'information overload. La quantità di tempo che si deve passare a rispondere alla mail, a curare i social network, leggere i blog e rispondere ai commenti... Ma quel lamento si accentua ed esprime massimamente durante le vacanze. 

Le motivazioni sono diverse. Ecco alcuni esempi: 
1. Pre-emtive strike. Il lavoratore della conoscenza non riesce a staccarsi dal suo smartphone ma per anticipare le critiche dei familiari si lamenta della quantità di mail che riceve anche il 15 agosto. La strategia può essere efficace, se dura poco. Per vacanze lunghe è meglio pensarne un'altra.
2. Horror vacui. Il lavoratore della conoscenza è abituato ad avere la giornata piena di connessioni, minuto per minuto. La disconnessione vacanziera può essere scambiata per un vuoto. Se accade significa che è giunto il momento di riflettere. La paura del vuoto si può vincere.
3. Quanti amici hai? I discorsi relativi alla competizione per chi ha il social network più ampio si possono trasformare ipocritamente in uno sconsolato lamento sull'eccessivo numero di amici da curare online. È assolutamente meglio evitare di fare un discorso del genere a tavola, con gli amici che per una volta sono fisicamente presenti, prima di accendere il telefonino e rispondere ai messaggi.

In realtà, il senso comune potrebbe aiutare. Dice l'Economist:
"Most companies are better at giving employees access to the information superhighway than at teaching them how to drive. This is starting to change. Management consultants have spotted an opportunity. Derek Dean and Caroline Webb of McKinsey urge businesses to embrace three principles to deal with data overload: find time to focus, filter out noise and forget about work when you can. Business leaders are chipping in. David Novak of Yum! Brands urges people to ask themselves whether what they are doing is constructive or a mere "activity". John Doerr, a venture capitalist, urges people to focus on a narrow range of objectives and filter out everything else. Cristobal Conde of SunGard, an IT firm, preserves "thinking time" in his schedule when he cannot be disturbed. This might sound like common sense. But common sense is rare amid the cacophony of corporate life."

Repressione e fuga "nella" realtà

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
La repressione online in stile occidentale è il tema di un notevole articolo di Evgeny Morozov, da leggere.

Forse è la crisi dei punti di vista di cui parlava McLuhan. Che in questo caso si traduce in una sorta di conflittualità infinita tra i poteri nazionali, gli utenti delle tecnologie sovranazionali, i delusi del consumismo degli altri, le autorità immorali che hanno innalzato assurdamente le aspettative, i dissidenti e gli autoritari di ogni parte...

Intanto, però, abbiamo la necessità e l'obbligo intellettuale di cercare prospettive comuni nella qualità dell'ambiente, delle relazioni, delle identità culturali. Contesti che si impongono, perché si concretizzano nell'attenzione di chi cerca i segni della realtà al di là dell'autoreferenzialità mediatica.

Quando la realtà supera la fantasia

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Ce n'è voluta, eppure è successo. Nonostante gli sforzi del governo e della sua macchina mediatica, la realtà si è imposta commissariando la fantasia. O meglio, la fiction. O meglio la finzione.

(Vedi Phastidio)

La Destra ha aumentato la spesa pubblica del 50% circa negli ultimi dieci anni e finisce per alzare le tasse. Non è stata una Destra liberale. Imho.

Lettere segrete per un governo europeo

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Se è vero che le richieste dettagliate della Bce per garantire aiuto all'Italia in crisi sono arrivate con uno scambio di lettere segrete tra Francoforte e il nostro governicchio locale, vuol dire che segretamente è nato un governo europeo della politica economica. Non più solo coordinamento valutario, ma anche fiscale e strutturale. E dato come siamo fatti noi, alla fine pare una buona cosa. Forse.

Resta una domanda: perché il segreto?

Le turbolenze chiudono le finestre per le Ipo

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Le turbolenze finanziarie hanno fatto tra l'altro crollare i titoli internet recentemente portati in borsa. E sembrano chiudere, per ora, la finestra per nuove quotazioni. Linkedin è scesa in pochi giorni da 10 a 5,6 miliardi di capitalizzazione. Sarebbe interessante vedere quanto a Goldman Sachs pensano che valga oggi Facebook (la valutavano 50 miliardi)...

I debiti dei sovrani

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
La Cina impone la sua autorità sugli Stati Uniti, dei quali controlla il debito. Gli Stati Uniti esercitano il loro potere sull'Europa. E i grando paesi europei definiscono - finalmente - l'agenda del governicchio italiano. Le gerarchie di sovranità discendono anche dai debiti che i sovrani contraggono o che ereditano dai predecessori.

L''entrata nell'euro è stata una speranza unificante in Italia, dopo la crisi del 1992 e un ventennio di ipeinflazione e svalutazioni. E dopo la corruzione degli anni craxiani. Eravamo europeisti perché sapevamo che l'euro ci avrebbe restituito un'amministrazione decente, che da soli non potevamo darci.

in effetti, la stabilità ha avuto molti pro e contro, ma chi vorrebbe davvero indietro la lira? Dopo esserci riempiti la testa di aspettative assurde, anche gli anni del post-craxismo sono arrivati alla fine. Come l'altra volta con una crisi finanziaria. Dalla quale usciamo avendo ceduto altra sovranità. La modernizzazione può passare anche da questi eventi.

Non è l'unico processo possibile. Trento intanto è Tripla A: e Trento se l'è ripresa la sovranità man mano che l'Italia la perdeva. Ha ridotto le spese per gestire la crisi ma non ha diminuito gli investimenti nella ricerca.

Ci sono sovrani che si indebitano per fermare la storia: e ci sono sovrani che sanno che il loro vero debito è verso le generazioni future. Solo questi sono veri sovrani.

Quante tasse: Usa v. Resto del Mondo

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
tasse_usa2.gif



Fonte: Ocse e Globe and Mail

Kevin Slavin segnala: la media Usa è bassa soprattutto perché le tasse sui super-ricchi sono state abbassate drasticamente.

Altri commenti su:

Serena con Airbnb

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Serena ha contribuito nei commenti alla vicenda Airbnb con una mail che dimostra quanto impreparata fosse la piattaforma a fronteggiare una crisi e come sia evidentemente necessario per un servizio del genere investire di più in qualità. Grazie Serena. (Riporto qui il suo testo).

Sono iscritta ad Airbnb da tempo, ma ieri ho ricevuto questa mail e ho scoperto un po' di cose che non mi piacciono troppo. Diciamo che fino ad ora hanno "overlooked" alcuni aspetti basici come la sicurezza?

Hi Serena,

Last month, the home of a San Francisco host named EJ was tragically vandalized by a guest. The damage was so bad that her life was turned upside down. When we learned of this our hearts sank. We felt paralyzed, and over the last four weeks, we have really screwed things up. Earlier this week, I wrote a blog post trying to explain the situation, but it didn't reflect my true feelings. So here we go.

There have been a lot of questions swirling around, and I would like to apologize and set the record straight in my own words. In the last few days we have had a crash course in crisis management. I hope this can be a valuable lesson to other businesses about what not to do in a time of crisis, and why you should always uphold your values and trust your instincts.

With regards to EJ, we let her down, and for that we are very sorry. We should have responded faster, communicated more sensitively, and taken more decisive action to make sure she felt safe and secure. But we weren't prepared for the crisis and we dropped the ball. Now we're dealing with the consequences. In working with the San Francisco Police Department, we are happy to say a suspect is now in custody. Even so, we realize that we have disappointed the community. To EJ, and all the other hosts who have had bad experiences, we know you deserve better from us.

We want to make it right. On August 15th, we will be implementing a $50,000 Airbnb Guarantee, protecting the property of hosts from damage by Airbnb guests who book reservations through our website. We will extend this program to EJ and any other hosts who may have reported such property damage while renting on Airbnb in the past.

We've built this company by listening to our community. Guided by your feedback, we have iterated to become safer and more secure. Our job's not done yet; we're still evolving. In the wake of these recent events, we've heard an uproar from people, both inside and outside our community. Know that we were closely listening.

[segue un elenco delle nuove features "per la sicurezza"...lodevole sforzo, anche se un po' tardivo..bastera'?]

In ritardo di qualche giorno, segnalo il pezzo di Innocenzo Cipolletta sull'Espresso: "Anche nel privato stop ai corrotti". In Italia, a differenza che negli altri paesi, quando un manager privato prende una mazzetta per accordare una fornitura non viene accusato di corruzione perché nel nostro ordinamento la corruzione privata non è prevista, si pensa la corruzione solo come un fenomeno che riguarda la sfera pubblica.

Ma la "corruzione" privata distorce il mercato, peggiora la vita degli onesti, facilita l'inefficienza delle grandi aziende, riduce la qualità di tutto. Ha ragione Cipolletta a denunciare questo fatto.

La corruzione nella sfera pubblica trasforma il servizio alla collettività in un affare privato. La corruzione nel mondo privato trasforma distrugge il valore collettivo del mercato. E annulla la fiducia nel merito. 
E.J. ha usato il servizio di Airbnb per dare in affitto la sua casa durante una settimana di assenza. Pensava di racimolare qualche soldo mentre era via. Quando è tornata ha trovato la casa devastata, derubata, danneggiata. Una storia d'orrore (UsaToday), per lei, e ne ha parlato sul blog.

La Airbnb che sta tentando di andare in borsa e pensa di valere 1,3 miliardi di dollari (Ft) ha reagito male. Prima ha tentato di convincere E.J. a smettere le sue pubblicazioni. Poi non ha saputo che fare e ha parlato con i giornalisti in modo sconclusionato. Ora assiste alla possibile moltiplicazione delle notizie negative sul suo servizio (TechCrunch).

Lezioni: i servizi che contano su internet per gestire un mercato nascente o disintermediare un mercato esistente nel quale si accosta la circolazione dell'informazione digitale con un'attività fisica nel territorio (logistica, consegne, incontri personali, ospitalità, car sharing) hanno bisogno di un sistema di sicurezze e controlli superiore. Non possono contare solo sulla riduzione dei costi di transazione che si ottiene con internet. Devono aggiungere costi di controllo, investire in qualità, non puntare sui legali ma sui collaboratori perché facciano bene il loro lavoro: non sarà vincere una causa che salverà la fiducia nel business della Airbnb.

Scoble, poi, commenta da par suo. Lui è un super-pr: ma invita a fare il lavoro di pr puntando a servire al meglio il pubblico. È possibile. Mi pare da leggere:

«What can the rest of us learn from this?

1. Most people will believe a batshit crazy customer over a nice businessman. I'm sure at AirBnb they think this lady is batshit. But if you are working at a company, remember this, that batshit crazy customer is far more believeable than anything I've seen come out of AirBnb all week.

2. Have a single point of contact: the CEO. Part of this crisis got worse because numerous people have been speaking to the press. The first thing you should do if you are in a crisis is appoint ONE PERSON to speak to the press and represent the company. That person should be the CEO. Not Paul Graham. Not the PR team. Not some VP. Not friends. Not off the record sources. Not anyone else except the CEO. Fire anyone INSTANTLY who does not listen to the CEO and stop talking to the press. Stop everyone from Twittering, Google+'ing, Facebooking on the topic EXCEPT to point everyone to the CEO.

3. The CEO should NOT use exclusively use press to argue out his case. Why not? The press has goals that might not align with cleaning up the crisis. Instead, the CEO should USE VIDEO! Why video, instead of text? We can tell whether you are lying or not. When I see text I can't tell, but video is far more convincing. Look at how Domino's CEO responded to a crisis: http://youtu.be/s-gvs2Y2368 AirBnb should have done this. They still should do this.

4. Fix the freaking problem. Make it completely go away. If you don't understand what this means, completely means, well, completely. Does it cost a million dollars to make this customer whole? Do it. Your business will live to see another day. Don't argue about it. Do it. Look again at Dominos Pizza's video: http://youtu.be/s-gvs2Y2368

5. Get better because of it. Come out with new policies. A new attitude of humbleness, etc. Dominos did (they actually totally changed their pizza to the point I actually like it now).»

Mimi Ito

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Joi Ito, direttore del MediaLab, è fratello di Mimi Ito che fa ricerca a Stanford. Pare che Mimi studi molto più di Joi. Si occupa di educazione nell'epoca digitale. E questo suo intervento va letto.

Chiose al fango

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Sul Fatto si legge (e si vede in video) che il ministro dell'economia dichiara di non rubare agli italiani. E aggiunge che il suo lavoro si svolge prevalentemente all'estero.

(La segnalazione è frutto di un estremo tentativo di sorridere bonariamente. Ma contemporaneamente ci si accorge che il sorriso è troppo amaro. Verrebbe voglia di satira se non fosse che del fango non se ne può più. E neppure se ne può più dei motivi per i quali tanta gente ci sguazza, nel fango.)
A Berlino il 9 novembre 2001. Falling Walls: quali altri muri devono cadere? È la magnifica idea di conferenza che è stata lanciata qualche anno fa e che sta prendendo piede nel panorama dei grandi appuntamenti di chi pensa alla prospettiva che stiamo costruendo per la nostra civiltà.

C'è un muro anche a Roma...

fw-muroaroma2.jpg

E non abbiamo molto da aggiungere. Un muro nella nostra testa. Al quale un gesto artistico e attivistico ha dato una forma. Non si va nel merito, qui, per mancanza di competenza sul fatto specifico. Ma il simbolo c'è. 

Da Falling Walls partirà a settembre una proposta: quali altri muri devono cadere? Come li raccontiamo? Cominciamo a raccogliere le idee. Perché a quanto mi dicono in settembre ci sarà anche la possibilità di partecipare a un contest (per brevi video, foto o altro) che porterà i vincitori a Berlino per vedere Falling Walls.

Ma tutto sarà spiegato meglio. Appena lo scopro, avverto... :-)

fw-muroaroma.jpg

Wikileaks, PayPal, Fbi... Eccessi ideologici

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Chi ha cominciato? Wikileaks pubblicando con l'aiuto di New York Times e altri giornali di tutto rispetto un'enorme quantità di messaggi un po' riservati della diplomazua americana? Oppure il governo americano che - si dice - ha chiesto alle compagnie come Amazon e PayPal di cessare ogni servizio a favore di Wikileaks? Oppure gli anonimi che hanno attaccato PayPal?

Sappiamo che la richiesta di boicottaggio contro PayPal appare legale, anche se produce un'ideologizzazione delle relazioni funzionali sul web, che è peraltro conseguenza delle precedenti azioni. Il tizio che ha dato a Wikileaks i documenti si direbbe abbia commesso un'azione illegale, ma la pubblicazione di documenti giunti in possesso di organi di stampa non è illegale. La richiesta di blocco del servizio a Wikileaks che il governo avrebbe rivolto alle compagnie private non sarebbe stata particolarmente legale. Il governo avrebbe fatto meglio ad aspettare il processo a Wikileaks. E forse PayPal avrebbe potuto chiedere al governo di aspettare l'esito di quel processo.

Insomma, l'illegalità e l'ideologizzazione come sempre si alimentano a vicenda. La legalità almeno consente di ragionare. L'ideologia e l'illegalità generano labirinti inestricabili.

Le mappe del mondo senza l'Italia

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
L'Italia non interessa più all'estero, dice Eric Jozsef, corrispondente di Libération. Lo si intuiva. Al più incuriosisce come le nozze di qualche duca che trova ancora spazio nelle cronache, più per divertimento che per informazione. Ma quello che importa dell'osservazione di Jozsef è la motivazione: "Perché non asseconda il cambiamento, perché i personaggi politici sono sempre gli stessi, perché altri Paesi emergenti la stanno sovrastando. A Napoli, per le recenti elezioni comunali, di giornalisti stranieri c'ero solo io. E a Milano eravamo in due". (via Prima)

L'Italia non è sull'onda del cambiamento. Non lo asseconda. Non lo guida in nessun modo. Non si vede perché ci si dovrebbe interessare all'Italia se non risponde a nessuna domanda tra quelle che importano oggi: "Dove stiamo andando? Che prospettiva stiamo costruendo?" (Non è solo questione di leader, anche se quelli contano: un precedente post).

L'Italia senza prospettiva però è un assurdo. E' un'Italia senza la sua storia. Prima o poi riemergerà. Ma si devono riannodare molti fili che sono stati spezzati.

Fox fa male all'America

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
L'attacco generalizzato all'impero di Murdoch è una storia interessantissima e vedremo come va a finire. Ma un fenomeno nel fenomeno è importante: la tenuta dello stile "informativo" di Fox è indirettamente in discussione. E secondo me è un bene.

Da decenni si sta svolgendo sotto i nostri occhi una storia sbagliata. Ormai nessun politico può dichiarare di voler alzare le tasse perché viene messo in croce immediatamente. Ma i cittadini vengono riempiti anche di promesse sulla qualità del servizio della pubblica amministrazione che puntualmente vengono disattese. Aspettative crescenti a fronte di una riduzione delle risorse disponibili per la pubblica amministrazione, nel lungo termine, significano delusione e aumento del debito pubblico. Imho.

La cattiveria con la quale Fox gioca con la pancia della gente anti-statalista è uno degli elementi che rendono difficile salvare il salvabile del bilancio pubblico americano. Forse c'è stata un'epoca in cui quel tipo di approccio era necessario: quando si dovevano mettere in discussione i privilegi degli statalisti. Oggi è un disastro culturale, civile ed economico. E bisogna ammettere che i privilegi statalisti non sono neppure molto diminuiti...

La lotta per rimpicciolire lo stato è fallita, finora. Il mercato non ha saputo rispondere, per ora, ai fallimenti dello stato. L'ineguaglianza è cresciuta a dismisura. Fox ha fatto il suo tempo.

Ma ripeto, è soltanto il mio parere.

Frasi come "thank you and goodbye"...

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
All'atterraggio gli assistenti di volo dicono sempre frasi cui si dedica poca attenzione. Atterrando con un volo Lufthansa da Edimburgo a Francoforte sentivo il suono dell'altoparlante ma non prestavo attenzione alle parole. Fino a che sotto il livello della coscienza è passata la frase "thank you and goodbye".

Improvvisamente si è accesa l'attenzione. Perché era la copertina dell'ultima copia del News of the World.

Una frase vagamente commerciale, sentita nel contesto di un atterraggio e pronunciata nell'intento di invitare ancora i passeggeri a bordo degli aerei della stessa compagnia. L'Economist peraltro l'aveva scritta con sincera ironia a proposito di Mubarak che doveva lasciare la guida dell'Egitto. E alla fine, con una certa eleganza, l'aveva pronunciata Gordon Brown lasciando la carica di primo ministro britannico.

Pensando al gruppo Murdoch, viene da associarla più che altro alla versione commerciale.
Chi lavora nella scuola pubblica sa a quali ristrettezze di bilancio è stato sottoposto. Lo sa anche chi lavora negli ospedali. E nei tribunali.

Per questo la scoperta che negli ultimi dieci anni la spesa pubblica è comunque aumentata del 50% è un'amara sorpresa.

La notizia è nelle pieghe di un'intervista a Prodi di oggi sul Sole: "La spesa pubblica nell'ultimo decennio è scappata di mano, e bisogna metterci sul serio rimedio. È noto a pochi che in dieci anni la spesa pubblica complessiva al netto degli interessi è cresciuta di oltre il 50%, passando da 479 miliardi del 2000 a 723 del 2010!".

Dopo tutti questi anni di austerità per i servizi fondamentali, non c'è stato un contenimento della spesa pubblica al netto degli interessi, ma addirittura un aumento drammatico. L'allegria dei governi che si sono succeduti al potere - prevalentemente di "destra" ma evidentemente non "liberali" - alla faccia dei cittadini, è un nuovo motivo di tristezza.

Etanolo affamato

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
E dunque i sussidi all'etanolo stanno facendo davvero salire il prezzo del cibo. Vanno bloccati, dice Karol Bourdreaux. Per impedire che facciano troppo male alle popolazioni affamate dell'Africa.

AGCOM: com'è finita

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Una soluzione abbastanza buona anche se densa di punti interrogativi: la soluzione trovata all'AGCOM è stata anticipata da Alessandro Longo.

In sostanza sono esplicitamente esclusi dal provvedimento i siti di informazione e quelli non commerciali. La procedura amministrativa si interrompe se una delle parti si rivolge alla magistratura. Non si oscurano i siti esteri. E ci sono 60 giorni per discutere.

Il rischio? Che vada a finire che tutti siano un po' scontenti. Salvo gli avvocati.

Da leggere Quinta.
Una bambina è stata rapita. Un giornalista di News of the world è entrato illegalmente nella segreteria telefonica. Ha ascoltato le telefonate, le ha cancellate, ha scritto il suo scoop. La bambina poi è stata uccisa. La polizia ritiene che il giornalista abbia interferito in modo gravissimo nelle indagini. Il giornale è di Murdoch. (Reuters)

Molti si domandano se alla fine Murdoch la pagherà.

L'ipercompetitività dei giornali scandalistici inglesi è un carattere tipico di quel medium. Ma non per questo tutti i giornalisti si comportano in quel modo. E nessuno si preoccupa di pensare all'insieme dei giornali scandalistici come a un sistema che merita delle leggi speciali.

Anche internet è un sistema sul quale si fa informazione. La maggior parte della gente la fa in modo corretto. Qualcuno invece approfitta della sua posizione per far del male agli altri. Alcuni di costoro sono perseguiti e pagano, altri la fanno franca. Ma in questo caso, a differenza di quando parlano dei giornali scandalistici, molti si preoccupano di internet come di un'entità unitaria e propongono leggi speciali. Perché mai?

È vero che i responsabili dell'editoria tradizionali sono formalmente noti e che è qualche volta possibile che i responsabili dell'informazione online si nascondano dietro l'anonimato. Ma è anche vero che - come è successo ieri - gli anonimi possono essere talvolta comunque scoperti e perseguiti, come è vero che i non anonimi editori, pur colpevoli di malefatte, possono essere talvolta non perseguiti perché difesi da logiche complesse legate al loro grande potere...

Le differenze sono più teoriche che pratiche, si direbbe. E poi ci sono differenze nell'abitudine sociale ai diversi media. C'è evidentemente bisogno di una maturazione culturale nei confronti di internet, strumento molto giovane e dunque per qualcuno più temibile. In tutti i casi, non sono le leggi speciali a risolvere i problemi: la prima difesa è la capacità del pubblico di riconoscere i portatori di bufale e i malfattori dai produttori corretti di informazione affidabile. Sia sui mezzi tradizionali, sia sui nuovi mezzi. Imho.

L'argomento è solo vagamente tangente la questione in discussione oggi all'AGCOM, ovviamente. Si tratta di questioni di merito profondamente diverse. Ma un punto è comune: internet è un mezzo da comprendere prima di regolarlo con leggi speciali, non va intesa come un'entità unitaria ma come un insieme di casi di persone e organizzazioni che la usano a modo loro, nell'illegalità o nella piena correttezza, non è un luogo di crisi ma una grande opportunità civile. Che va compresa. Per questo dalla riunione di oggi deve uscire la decisione di una lunga e ampia consultazione.

Rodotà e AGCOM

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Rileggevo alcuni appunti su un convegno della settimana scorsa. Ecco un estratto dell'intervento di Stefano Rodotà (spero di aver preso bene gli appunti):

Stefano Rodotà diceva che per lui occorre integrare il concetto di copyright con nuovi riferimenti. Pensa al "futuro delle idee" di Lessig e alla "conoscenza come bene comune" di Elinor Ostrom. E l'accesso è sempre più autorevolmente considerato un diritto. D'altra parte, dice sempre Rodotà, all'autore conviene far circolare le sue idee: se vende 10mila copie, guadagna 10mila euro; ma se mette online il suo libro e l'opera è vista 400mila volte, può fare addirittura più soldi come conferenziere. Gli usi rivali dei beni sono spesso superati nel mondo digitale, ma gli usi non rivali possono essere molto più ricchi per la società. E dunque, la delibera AGCOM? Vale la pena, dice Rodotà, di dare un'occhiata al caso Adopi in Francia, abbattuto perché incostituzionale: non c'era diritto alla difesa. Attenzione: in generale, se creiamo normative criminogene siamo responsabili di quello che ne consegue...

Ieri scrivevo di "editori, tecnologia, pirati" alla ricerca della giusta misura nell'enforcement delle attuali norme sul copyright.

Quando innovano gli editori?

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Provocatoriamente, Neil Thackray si domanda: "Ma le compagnie media devono fallire prima di riuscire a reinventarsi?"

Con Luke Williams, possiamo solo rispondere che non è la migliore strategia possibile... (blog)
David Weinberger è andato un po' più avanti con la ricerca sulla questione dell'appoggio americano alle regolamentazioni in discussione all'AGCOM segnalato dalla Fimi. E ne parla sul suo blog e su BoingBoing

Quello che ha trovato non è un chiaro sostegno alle proposte AGCOM, che sembrano esagerate, ma in ogni caso non giudica particolarmente "carino" l'atteggiamento dell'amministrazione americana.

Peraltro, vanno guardati i commenti al pezzo su BoingBoing. Fino a questo momento non c'è nessuna simpatia nei confronti degli italiani; prevale l'idea che i siti italiani si approprino dei contenuti altrui senza prestare attenzione al copyright o che riempiano la rete di robaccia.

Italy is again at a crossroads about freedom and quality of its media. On July 6, Italy's telecommunication regulator, AGCOM, will decide how long will let the public debate about the new enforcement tools to fight copyright infringement the Agency is introducing. The law, introduced by the present government, generally requires AGCOM to adopt anti-piracy tools, but the AGCOM proposal gives the Authority itself the power to remove content from Italian websites or to block access to foreign websites accused by copyright holders to break their rights. There will be no need to go through a regular trial, no judge will be involved in the decision making. Accused sites will have only 5 days to explain their position and their right to defend themselves will be quite limited.

The issue has generated very polarized reactions. 

Strong approvers have been some publishers associations such as TV producers (APT), film (ANICA), music (FIMI). But they limit their support to new rules that are able to suppress only those sites that do business selling intellectual property that they don't own, while explicitly excluding from the desired effects of the new regulations all private blogs, sites, platforms, search engines and other operators whose business is not piracy. 

Critics include groups like Agora Digitale and Altroconsumo, personalities such as Stefano Rodotà - former European data protection commissioner and very respected jurist - and scholars such as Juan Carlos De Martin - one of Nexa founders and fellow at Harvard's Berkman Center - and many others. They think that the AGCOM proposal is worded in a way that enables the Authority to shut down any site, including those that are not in the piracy business and are focused on gathering and analysing the news, without granting a real right to defense. 

In many past cases, copyright trials have shown different controversial interpretations about, for example, the freedom of the press and the fair use of some copyrighted content. For sure, copyright is not always a matter that can be decided through simple administrative solutions. Without recourse to the courts in these matters, unilateral decisions are likely.

In a country that has allowed some of the weirdest irregularities in the media system for a western democracy, with a Prime Minister personally owning three of the seven major national television networks and controlling the three public networks through his political power, the regulation of the internet seems to be a fundamental subject for any local democratic development. The Economist has covered some of the consequences, while showing how television was used by the government to silence the issues at stake in the recent referendums. As a matter of fact, the government has lost those referendums and many experts considered this setback as a victory for new social media and the internet.

There are not many news about this subject in English. Who reads Italian can take a look at Juan Carlos De Martin piece published by la Stampa. AGCOM's head Calabrò's answer. And many other links at the end of previous posts. Vocal opposition to the AGCOM decision is growing on the Italian network: LatoSinistro, EsserePrimisuGoogle, IsolaCassintegrati, ValigiaBlu, DoppioCieco, MatteoPlatone, Ciwati, LucaNicotra, YesPolitica, Semioblog, Gilioli, Nichilista, DamianoZito, Avaaz, MinimaAcademica, PiccoloSocrate, Ilmiopaesealtrove, Pozzallo, Pasteris, Perdukistan, GuidoVetere. And many more...

FIMI (association of music publishers) has circulated a mail about Obama's administration support to AGCOM, quoting this Us document: "The United States encourages Italy to ensure that the AGCOM regulations are swiftly promulgated and implemented, that these regulations create an effective mechanism against copyright piracy over the Internet, and that they address all types of piracy that takes place online."

Google+ non si può usare in mobilità senza concedere a Google di conoscere la localizzazione dell'utente.

Dopo vari tentativi con iPhone e iPad si direbbe che sia così. Usando Google+ con il computer si va senza problemi. Ma se si accede con il browser del cellulare o del tablet il sistema chiede di accettare di condividere con Google i dati sulla propria localizzazione. (Ho chiesto lumi anche su Google+ e attendo risposte).

La conseguenza è che Google può usare i dati che raccoglie sulla localizzazione e condividerli con terze parti. E sebbene Google+ sia un ottimo prodotto (con pro e contro, ovviamente), la sua utilità diminuisce drasticamente se non lo si usa anche in mobilità: il che avviene se ci si rifiuta di concedere a Google le informazioni sulla propria localizzazione.

Può non essere un problema, si tratta di una sensibilità che varia da persona a persona. Ma è una nuova distinzione drastica del trattamento riservato agli utenti i rete fissa e mobile. Un utente sul fisso è più libero di un utente sul mobile. 

Ci sono dei termini di servizio di Google Mobile che sono diversi da quelli dell'accesso fisso. E addirittura ci sono norme per la privacy specifiche per quando si usano i prodotti Google in mobilità.

Google ha da tempo deciso che la rete internet mobile non è come quella fissa. Come quando ha sostenuto che la net neutrality è diversa nell'internet fissa e in quella mobile, in una dichiarazione pubblica condivisa con Verizon nell'agosto del 2010. Dichiarazione peraltro criticata dall'EFF.

La condanna dell'internet mobile è diventare una rete meno "libera" di quella fissa. I gestori mobili si prendono molte più libertà di quante ne concedano agli utenti i gestori di rete fissa.
IL GAO, Government Accountability Office, è un'agenzia che deve fare studi per il Congresso americano in modo indipendente e non partisan sul modo in cui il Governo federale spende i soldi dei contribuenti. Il capo del GAO è nominato dal Presidente sulla base di una rosa di nomi indicata dal Congresso.

Juan Carlos De Martin segnala uno studio del GAO dell'aprile 2010 dedicato alla ricerca sugli effetti complessivi sull'economia della contraffazione e della pirateria. Il GAO conclude dicendo che è impossibile valutare l'insieme delle conseguenze economiche della pirateria. Perché gli effetti sono molteplici e di segno diverso. (cfr. Peter Menell di Berckeley)

Allo stesso modo, sarà difficile calcolare gli effetti complessivi delle azioni antipirateria. Compresa la decisione che sarà presa dall'Agcom il 6 luglio.

Quello che sappiamo è che l'insieme del patrimonio culturale, la ricchezza di idee che circolano in una società, la capacità di elaborarle, scambiarle e costruire nuove idee sull'esperienza precedente è un valore immenso per l'insieme dei cittadini, anche se ciascun cittadino non riesce a metterlo chiaramente nel suo personale attivo di bilancio. E invece sappiamo che per pochi grandi editori la pirateria è sentita come una minaccia di importanza vitale - così come il continuo allargamento dello spazio culturale coperto da copyright è un'opportunità di grandissima rilevanza - sicché le loro lobby combattono con una forza e una violenza inaudita per affermare il loro punto di vista.

La percezione dell'importanza della pirateria discende dall'attenzione alla materia di pochi superinteressati. Ma le decisioni politiche dovrebbero tener conto dell'interesse di tutti. Il GAO aiuta a comprendere che per lo meno non è chiarissimo che i superinteressati siano anche superinformati.

Detto questo, vendere materiali altrui senza permesso è sbagliato. E imperdonabile. Se, come chiedono alla stessa Fimi, si riuscisse a fare una regola che riguarda soltanto chi commercia illegalmente in prodotti soggetti a copyright senza mettere in difficoltà chi fa siti normali la nuova regola non potrebbe essere che benvenuta. Il che significa che ci vuole un diritto alla difesa e che dalla discussione sulla questione occorre che esca una decisione giusta. Coraggio: non è impossibile.

Da lettere Guido Vetere. Alcune tappe della discussione, prevalentemente seguita sulla Stampa: De Martin, Calabrò, Aria. Sul Sole. Corriere Comunicazioni. Mello. E poi: Gilioli, Post, Zamba, Isoladeicassintegrati, Pierani, Riccini, Zorro, e molti, moltissimi altri, come si fa a citarli tutti?

Chi ci difende dall'Agcom (promemoria)

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
L'Agcom non ha dunque ancora messo all'ordine del giorno la discussione sui poteri che intende attribuirsi in materia di repressione delle presunte violazioni del diritto d'autore. (Vedi un post precedente con i link alle opinioni degli esperti). Ma molti si attendono che il 6 luglio avvenga qualcosa di importante.

Se all'Agcom decideranno di proporre in consultazione pubblica la bozza di regolamento che hanno sviluppato si troveranno un bel muro di obiezioni davanti. Se approvano senza consultarsi troveranno un'esplosione di proteste. 

L'ipotesi che è stata finora fatta circolare è autoritaria perché non garantisce all'accusato di difendersi adeguatamente. La violazione del diritto d'autore è tutt'altro che facile da definire in molti casi. E il fair use come il diritto di cronaca sono diritti che hanno la stessa dignità pubblica del copyright. Perché l'Agcom dovrebbe decidere d'autorità senza passare dalla magistratura?

Chi ci difende dall'Agcom

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
JC De Martin ne scrive con grande equilibrio sulla Stampa di oggi: il regolamento che l'Agcom si appresta ad approvare in materia di rimozione dei contenuti ritenuti lesivi dei diritti altrui dalla rete è un errore.

Se ne può discutere, ovviamente. Ma un fatto è certo: quel regolamento stabilisce che l'Agcom può rimuvere contenuti dai server italiani senza passare dalla magistratura e dunque senza consentire a chi li ha pubblicati di difendersi.

Ci sono molte argomentazioni che girano in rete. E vale la pena di leggerne un po' per farsi un'idea. Ne parla Scorza, AgoràDigitale, LucaNicotra, e molti altri citati qui. Le posizioni dell'Agcom sono quelle ufficiali.

Intanto, i governi dei paesi ricchi si incontrano a Parigi, all'Ocse, per discutere di come tenere aperta e innovativa la rete, senza frenarne la capacità di generare crescita e senza farsi prendere la mano da esigenze importanti ma molto meno generali.

E all'Itu fanno i conti su quanto cresce il Pil in funzione di quanto cresce l'accesso a internet in banda larga.

Le regole che frenano l'apertura della rete in Italia sono una delle cause della mancata crescita dell'economia italiana.

Chi ci difende dall'Agcom? Perché ci vuole sempre una mobilitazione e non basta il buon senso?

ps. Il fatto che ci sia Carlos Slim nella commissione Itu non è una garanzia, ma i dati sono solidi e confermati da molte fonti...La McKinsey per esempio.

disoriente d'italia

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Mi sono trovato ad accompagnare un grande inviato di Panorama per un'intervista a Bisignani. Disse tre cose senza aspettare le domande. Erano, secondo l'inviato, altrettanti scoop. Eravamo in una sede del Gruppo Ferruzzi. Era l'epoca di tangentopoli, mille anni fa, pare ieri.
Il dato è di quelli che andrebbero presi nel contesto. Ma di per se è da sapere. 

Ebbene: gli americani spendono di più per l'aria condizionata delle tende del loro esercito che per tutto il budget della Nasa. (via Grist)

"Steve Anderson, a retired brigadier general who was Petraeus' chief logistician in Iraq, says that the Pentagon spends $20 billion a year just to air condition tents and temporary buildings in Iraq and Afghanistan. That's more than NASA's entire annual budget."

Pandora scende sotto il prezzo ipo

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
I titoli Pandora sono scesi sotto il prezzo di ipo. Bloomberg. Segno che la bolla non è come la precedente, ma contiene almeno qualche anticorpo.

Anche perché l'attenzione critica su organizzazioni come la Goldman Sachs non cessa di essere elevata. Nytimes. ProPublica.
Secondo Rocky Agrawal, il trucco di Groupon è "indebitare" i negozianti con uno schema che non sembra un debito. E che non funziona se non cresce. Per i risparmiatori è un "warning" da leggere.

Passaparola batte tv

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
Sì. La tv ha oscurato in modo incredibilmente sottili l'importanza dei referendum. Alcuni giornali e soprattutto la rete hanno informato sulla possibilità di scelta che si offriva agli elettori. E gli elettori hanno in maggioranza ascoltato il passaparola. Sono andati a votare e hanno scelto contro le scelte del governo. 

Hanno scelto, in sintesi, per il valore delle cose che abbiamo in comune (l'acqua, la sicurezza, la legalità) e contro la privatizzazione di tutto (acqua, sicurezza e legalità comprese). I referendum hanno insomma segnalato non solo la crisi di una compagine di governo e di un capo, ma anche la fine di un'impostazione politica favorevole all'affidamento agli affaristi privati delle risorse pubbliche che in tutta evidenza non restituiva nulla di ciò che ideologicamente prometteva. 

E anche nella risorsa comune dell'informazione ha prevalso la collaborazione e il passaparola, risorsa di tutti, contro la gestione centralizzata e - in un certo senso - privatizzata della televisione. Imho.
L'Oms ha rimesso al centro dell'attenzione la possibilità di una relazione tra l'uso del telefonino e il rischio di tumore. Il manuale d'uso dell'iPhone consiglia di non tenere il telefono a meno di 15 millimetri dal corpo quando si chiama o si trasmette. Il BlackBerry consiglia invece 25 millimetri. Cnn.

Anche l'Italia è fuorilegge sui cookies

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
La nuova normativa europea che impone alle compagnie di ottenere un esplicito consenso dagli utenti che visitano i loro siti sul conferimento delle informazioni registrate con i cookies è in vigore da oggi, quasi nessuno stato se n'è dato per inteso. L'Italia non ha deciso di essere neppure in questo caso all'avanguardia. Register.

Chi attacca i manifesti di chi

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Oggi, aspettando un mezzo pubblico, guardavo dei signori che staccavano i manifesti elettorali per Giuliano e li sostituivano con quelli per Letizia. E mi domandavo che cosa pensassero della discussione sull'accoglienza per gli immigrati a Milano che ha attraversato la campagna elettorale.

manifesti.jpg

Zynga va in borsa?

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Pare dunque che Zynga - giochini su Facebook - vada in borsa. Pare che l'accompagni anche Goldman Sachs. Pare che puntino a una valutazione superiore a 10 miliardi. Pare che Zynga non confermi nulla del genere.

In attesa delle notizie è divertente rileggere la storia di Scamville, scritta da TechCrunch nel 2009. E alcuni sviluppi:
Scamville
Scamville 2
Scamville 3
Una difesa
Precisazioni
Dirty money
Transparenza

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti.

Fan e fanfare

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Mante fa notare lo strano fenomeno della moltiplicazione dei fan su Fb per Letizia. I commenti al suo post sono inquietati e inquietanti. Sottendono una domanda: ma come fanno a fare fan?

Richard Florida e la geografia dell'odio

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Richard Florida ha trovato il successo diffondendo l'idea della relazione tra l'esistenza di una sana e robusta classe creativa e lo sviluppo economico nei diversi territori. Per qualche motivo la sua ricerca lo ha condotto ora a cercare la geografia dell'odio. Ha pubblicato un articolo sull'Atlantic in materia, con una cartina di supporto tratta da uno studio del Martin Prosperity Institute:

GeoHate.png

Ah letizia

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
"Ah letizia", cita Luca Massaro, ricordando Franco Fortini. Da rileggere...

E intanto c'è uno che twitta

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
room.jpg



Questa è una foto di una foto da Time, pubblicata da moltissimi giornali. Riprende la gente che era nella situation room della Casa Bianca, durante l'operazione che porta all'uccisione di OBL. L'unico che non guarda quello che guardano gli altri si chiama Marshall Webb.

Krugman fa notare che un giornale ortodosso ha tolto la Clinton e cita la foto pubblicata da Slate - dove si vede un gatto...

Gli italiani perbene e gli altri

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Sul Corriere, oggi, a pagina 9, una citazione in alto nella versione cartacea. Il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna prende posizione in difesa di Paola Concia, insultata.

Dice Carfagna: "Chiedo scusa a Paola Concia a nome degli italiani perbene, che sono la stragrande maggioranza, e del governo".

Gli italiani perbene. Virgola. E del governo. Due concetti chiaramente distinti e separati.

Politica dei vecchi, anzi antiquorum

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
La strategia energetica italiana è scritta con i risultati dei sondaggi e dotata della forza visionaria di una cicala. Tutto è finzione. Chi sosteneva con grandi ragioni tecniche ed economiche l'opportunità di risolvere tra 15 anni una piccola quota del nostro fabbisogno energetico con il nucleare si è scontrato con la psicologia sociale. E ha deciso che fare una brutta figura al referendum è peggio che battersi fino in fondo per la propria idea. Si vede che quelle grandi ragioni non erano poi tanto grandi. O che chi le sosteneva davvero era uno strumento nelle mani di chi non aveva alcuna intenzione di appoggiarle, ma di approfittarne per scopi contingenti.

Prima o poi se ne parlerà sul serio. Forse però sarà in un altro paese.

Europa troppo neutrale sulla net neutrality

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Si direbbe che l'Europa faccia la voce grossa per dire una cosa piccola sulla net neutrality. Il pezzo del Guardian vede il bicchiere mezzo vuoto. La Commissione si dichiara convinta sostenitrice della net neutrality ma non chiarisce che cosa esattamente impedirà di fare alle telco. Dice solo che se vanno troppo in là nella "gestione del traffico" interverrà. Il che può significare un po' di tutto: lascerà che blocchino il peer-to-peer e il voip per salvaguardare i propri interessi? Consentirà che, in base a leggi locali, i provider diano un po' di fastidio all'opposizione politica in posti come l'Ungheria? Oppure garantirà sempre alle start-up pari opportunità per farsi largo con l'innovazione, anche contro gli interessi delle grandi compagnie attuali? La net neutrality è un concetto complesso da molti punti di vista. Forse bisogna contare sul fatto che alla lunga, come dice Quinta, non conviene neppure a chi pensa di volerla praticare.

Libertà di internet: dov'è l'Italia

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Nella mappa della libertà di internet, l'Italia è pari alla Gran Bretagna, con minore diffusione, ma peggio di Usa e Germania. (Economist)

Abbassare i toni: quando serve

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Il disastro di Fukushima è ora classificato 7: la stessa misura di quello di Chernobyl, il più grave della storia. Le unità di misura sono quello che sono e accostano dunque i due disastri anche se la quantità di emissioni è molto diversa. La notizia comunque arriva quando tutto il sistema dell'informazione globale è riuscito ad abbassare i toni tanto da far scendere questo argomento nella gerarchia dell'importanza percepita dei fatti. (Repubblica)

Cultura delle Marche

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
L'industria culturale è un settore portante dell'economia, dice Pier Luigi Sacco al Forum sulla cultura di Ancona. E la cultura genera valore direttamente e indirettamente. Nella programmazione europea in preparazione Bruxelles prevede di tener conto: 1. che nei territori in cui i cittadini hanno più accesso alla cultura l'economia è più innovativa; 2. Che dove c'è migliore accesso alla cultura tutti gli indicatori di qualità della vita e della sanità o del welfare sono migliori; 3. In quei territori le persone sono più capaci di gestire le attività orientate alla sostenibilità; 4. In quei territori è migliore l'inclusività della società con minori tensioni sociali.

Un paese che non sappia comprendere il valore della cultura e degli investimenti in educazione, ricerca, cultura perde la sua competitività, attrattività, sviluppo. Non pensa alla sua prospettiva di lungo termine. Dunque non cresce, ma rischia di autodistruggersi. Sacco: "In Italia sulla cultura abbiamo spento il cervello".

Tra poco parla Jack Lang... Un modello un po' antico di politico della cultura. Ma il suo valore è di simbolo: il simbolo della possibilità che un politico sappia guardare al lungo termine. Poco fa ha parlato, molto bene bisogna dire, l'assessore regionale Pietro Marcolini.

Spammer adulatori

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Nelle ultime dodici ore sono stati pubblicati nei commenti a questo blog 460 messaggi di spam. Ed erano tutti messaggi straordinariamente positivi nel giudizio su quanto qui pubblicato. Mai un commentatore vero si è sognato di di lodare sperticatamente il lavoro di scrittura svolto su questo blog. Gli spammer invece scrivono valutazioni trasognate dal piacere di leggere questi post. Allo scopo naturalmente di mettere link a siti più o meno illegali. Quindi un'attività che richiede un sacco di tempo è diventata cancellare le lodi e rispondere alle critiche, rispettandole. C'è qualcosa da imparare da tutto questo.

Voglia di leggere

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Ci sono 2 utenti di Twitter che sono follower di 524mila altre persone. Uhmm...

D'altra parte solo 20mila utenti di Twitter producono il 50% di tutti i messaggi... E l'attenzione resta molto concentrata, sia dal punto di vista settoriale (gente dei media segue gente dei media, celebrità seguono celebrità, ecc.) sia dal punto di vista assoluto (molti seguono pochi). Lo studio che lo registra è di Cornell e Yahoo! e si può consultare liberamente.

Twitter è popolato da quasi 200 milioni di persone. Ma il comportamento delle persone è molto differenziato. Ci sono poche persone estremamente attive e molte persone che quasi non lo usano, a giudicare dal fatto che non seguono nessuno... Eppure è chiaro che Twitter influenza il traffico internet in modo sensibile. I veri numeri di Twitter vanno ancora ricercati e la vera comprensione del fenomeno resta ancora da raggiungere. Ma un fatto è chiaro: siamo in presenza di un classico mondo iperconcentrato, con molti free riders e proporzionalmente pochi produttori.
Il pay-wall del New York Times è costato 40-50 milioni di dollari in programmazione. Il punto è che non si riesce a capire in che modo abbiano speso tutti quei soldi per un progetto del genere. Philip Greenspun è altrettanto perplesso. Dice che il finanziamento necessario alla realizzazione del progamma iniziale di Google non ha superato i 25 milioni in programmazione. E dice che il New York Times aveva già un sacco delle componenti necessarie al pay-wall. E dunque: dove hanno speso 40 milioni?

Bolla o non bolla

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Al New York Times riprendono il dibattito sulla presunta bolla internet 2011. E fanno un confronto con la bolla 1998-2000. Risultato: valutazioni esagerate, ma situazione diversa. Come si diceva. Dave Winer ammette che si tratta di un dibattito importante, ma non tanto per i finanzieri (tanto quelli se la cavano sempre) quanto per gli imprenditori e i lavoratori. Chris Dixon nota che comunque questa bolla è per ora restata nella ristretta cerchia degli addetti ai lavori. Il punto è proprio questo: evitare che la sua esplosione coinvolga risparmiatori, lavoratori, imprenditori.

Google e diritti d'autore

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
A valle della sentenza americana sull'impresa di Google nei libri, un commento sul Sole.

L'idea di Arrow è quella di rendere facile e il più possibile "automatico" il collegamento tra i titoli dei libri e l'attribuzione dei diritti d'autore. Questo è un passaggio intelligente, perché elimina una obiezione forte, al sistema della tutela del copyright: quella secondo la quale la tecnologia va troppo veloce per stare dietro alla burocrazia con la quale si protegge una vecchia legge. Ora in effetti la tecnologia consente di accelerare la tutela del copyright a una velocità più simile a quella della rete nel suo complesso. Sempre che Arrow funzioni davvero.

Ma se funziona, Google può passare all'opt-in in modo abbastanza facile, senza bloccare l'impresa.

Arrow nasce dal lavoro di Piero Attanasio. E' finanziata dalla Commissione. E diventa uno strumento di attuazione della politica europea sui diritti nei libri piuttosto importante. (Il pdf con la presentazione di Attanasio, la visione della Kroes, e un progetto da seguire).

Dati lenti e dati veloci: Varian

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Sul nuovo Think Quarterly, il magazine di Google (sì, certo, esiste il magazine di Google), c'è molta informazione interessante. Si può partire dall'intervista a Hal Varian. E dalla sua idea secondo la quale i governi si informano su dati lenti, mentre il business si informa su dati veloci. I dati della macroeconomia vanno piano, i dati della borsa e dei supermercati vanno veloci.

Non per niente, verrebbe da commentare, i governi vanno lenti e le aziende veloci. Ma i partiti, che sono a metà tra i governi e le aziende, cercano dati veloci nei sondaggi. E più si basano sui sondaggi, più sembrano aziende...

Vabbè. Ma il tentativo di Varian è più alto. Come si fa a dare ai governi delle basi di dati che si aggiornano più velocemente? Con internet, effettivamente, si può.

Resterà il tema di come coltivare una visione di lungo periodo, basandosi su dati veloci. Forse, per riuscire, dovranno essere velocissimi. Un esempio? Se le aziende lavorano concentrate solo sul prossimo bilancio trimestrale, saranno incentivate a fare un lavoro di breve termine. Se però le aziende facessero (e in teoria potrebbero farlo) comunicazione quotidiana dei dati, allora non avrebbero (sempre in teoria) quelle finte scadenze trimestrali e potrebbero persino cominciare a pensare al futuro come un continuum: breve e lungo termine, infatti, sono molto più collegati di quanto sembri.

Precauzione e previsione

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Dovevano prevederlo? Non hanno fatto abbastanza per prevenirlo? Ci nascondono le previsioni? Di fronte alla tragedia giapponese, la necessità di reagire porta una parte dei commentatori nella direzione di cercare un colpevole per sfogare la sorda sofferenza di assistere impotenti alla sofferenza dei nostri simili.

E' una necessità. La critica è sempre importante. Ma se diventa un'ossessione complottista non fa bene, né alla ricerca, né alla politica, né alla convivenza. Può paralizzare. Ma come si può trovare la strada per pensare tutto questo correttamente?

Il principio di precauzione è sacrosanto. Studiare tutto ciò che si può sapere prima di prendere una decisione che comporta dei rischi è fondamentalmente sano. E bloccare le decisioni troppo rischiose deve essere una pratica normale, anche se comporta rinunce. Sul nucleare, finalmente, larga parte dei territori si stanno orientando in questa direzione.

Quando si prendono decisioni che vanno contro ogni ragionevole precauzione si può legittimamente pensare che ci sia un complotto di corrotti e corruttori intenzionati a fare un investimento (e a ottenerne il guadagno conseguente) costi quel che costi. La speculazione edilizia può essere un obiettivo che spinge a non dichiarare sismica una zona che lo è. La speculazione sugli appalti può essere un obiettivo che spinge a decidere certe spese pubbliche anche per realizzare opere molto rischiose o a grave impatto ambientale.

Ma da qui a cercare sempre e comunque un colpevole c'è uno spazio da tener presente. Tanto per fare un esempio, non è vero, a quanto pare, che un terremoto si può prevedere. E non è vero che le centrali giapponesi non tenevano conto della possibilità di tzunami: ne tenevano conto, ma la difesa era basata sulla potenza degli tzunami degli ultimi tre secoli, e questo è stato purtroppo ancora superiore. Pensare che si sia sempre un colpevole può essere paralizzante.

Esiste purtroppo anche uno spazio nel quale le condizioni, naturali e non, vanno oltre il possibile intervento umano. Il limite del possibile si sposta con la ricerca e la tecnologia. Ma non scompare. E' una lezione per una società che sembra voler rimuovere il pensiero della morte e che rimuovendolo si impoverisce di cultura, senso della realtà, e persino di vitalità.

La Cina cambia idea sul nucleare

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Con un cambio di rotta strategico rispetto a quanto sostenuto fino a qualche giorno fa, la Cina decide di sospendere il suo programma nucleare fino a che non avrà rivisto i sistemi di sicurezza delle centrali. (WashPost)

Con il fiato sospeso

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
I tecnici giapponesi stanno lottando con tutte le loro forze per evitare che alla tragedia del terremoto e dello tzunami si aggiunga un disastro nucleare ancora più grave di quello che si è già verificato. Con il cuore stretto dall'angoscia, leggiamo le notizie. La discussione può attendere. Grazie a tutti i partecipanti.

Nucleare? Parliamone, ma sul serio...

| | Comments (30) | TrackBacks (0)
Ci sono delle cose che solo a parlarne scaldano gli animi. Il nucleare è tra queste. In molti, il nucleare fa scattare un segnale d'allarme e un'affermazione: "no, grazie", o almeno "non nel mio territorio". D'altra parte, con i tempi che corrono, non mancano quelli che reagiscono in modo uguale e contrario: "sì, assolutamente".

Ma l'approccio ideologico non porta da nessuna parte: rifiutare il nucleare senza ragionare non è certo il modo per evitare un errore storico; ma imporre una centrale a un territorio senza una discussione razionale provocherà proteste, rischierà di favorire la corruzione, genererà allarme e poca trasparenza nell'informazione. Aumentando i rischi: perché, per esempio, senza trasparenza non ci sarà un'adeguata partecipazione ai piani di evacuazione cui una popolazione con la centrale dovrà allenarsi. Senza trasparenza, poi, qualche addetto agli impianti potrà sempre essere tentato di coprire un incidente, per evitare grane. Insomma, meglio la trasparenza. E la trasparenza si fa parlando dei fatti.

E invece, a giudicare da qualche commento al precedente post, che raccoglieva un po' di notizie sull'incidente alla centrale nucleare di Fukushima, qualche sostenitore del "sì assolutamente" aggiungerebbe anche: non parliamone neppure. Altrimenti si fa campagna per il referendum.

Su questo non sono d'accordo. Io sono per parlarne. E non mi importa se questo può avere conseguenze sul referendum. Il sistema del quorum ha trasformato il referendum in una battaglia tra i "sì" e i "non voto" (invece che tra i "sì" e i "no"). Quindi parlare di un argomento legato a un referendum è fare campagna per il "io voto" (che viene letto dai "non voto" come "sì"). E' uno dei tanti labirinti del dibattito pubblico italiano. Che si scioglierebbe solo abbassando o abolendo il quorum. Ma poiché il quorum c'è, l'ambiguità resta: peggio per noi. Perché invece di questa scelta bisogna parlare. Non per il referendum o per la politica: ma per noi che viviamo in questo territorio.

C'è chi difende la strategia nuclearista italiana sostenendo che le centrali sono sicure e osservando che sono strategicamente necessarie per avere il giusto mix di energia (Veronesi sulla Stampa).

La questione della convenienza economica e della necessità strategica è un tema enorme e interessantissimo: se si incentivano le fonti alternative fino a farle diventare davvero convenienti, il nucleare serve meno; se si bloccano gli incentivi, mandando in rovina la filiera solare nascente, il nucleare serve di più; se la Libia va in tilt e aumenta il petrolio, il nucleare serve di più; se c'è pace in Medio Oriente, il nucleare serve di meno; e così via. La questione è strategica, ma la soluzione è complessa. E complessa non vuol dire sbagliata: può essere che alla fine, data quella complessità, la soluzione migliore sia "avere il nucleare è meglio perché non si sa mai". Purché questo non significhi "bloccare il solare".

Quanto ai rischi, la questione è meno difficile da affrontare. L'incidente giapponese mostra che i rischi ci sono e negarli è sciocco, ma ogni generazione tecnologica li abbassa. Il che non chiude il discorso. In generale, i rischi maggiori sono quelli legati ai fattori umani, come osserva giustamente Veronesi: i tecnici, i manager, i fornitori, la disciplina della popolazione, la pubblica sicurezza, i servizi antiterrorismo. Il fatto è che questi rischi sono strani: riguardano eventi estremamente gravi ma estremamente rari. E con questo genere di rischi molti convivono: alle pendici del Vesuvio, per esempio. I rischi nucleari, però, sono una scelta di sistema. Un processo di decisione democratico non può che essere tale da coinvolgere chi vive in un territorio e si assume quei rischi. Abbandonare una strada per evitare i rischi è altrettanto sciocco che negarli: e, a questo proposito, vale l'argomento di chi dice che intorno a noi gli altri paesi hanno le centrali, dunque i rischi non li possiamo evitare.

Il punto centrale, secondo me, è come si arriva a decidere di mettere una centrale in un posto. Veneto e Lombardia, guidate attualmente da governi vicini all'attuale governo centrale, rifiutano le centrali nucleari. Che significa? Hanno già fatto un'analisi e visto che non ne hanno bisogno? Non vogliono affrontare una discussione impopolare? Non sono chiamate anche loro a contribuire alla strategia energetica nazionale? Non c'è stata discussione in Veneto e in Lombardia, c'è stato un rifiuto e basta. Che cosa succederebbe se un'azienda fornitrice di energia nucleare volesse comunque costruire? A chi si rivolgerebbe? Dovrebbe andare in un'altra regione? Perché l'altra regione dovrebbe accettare la centrale?

Manca un pezzo al ragionamento sulle centrali. Come si discute la loro localizzazione? Ci sono tre possibili modi:
1. la centrale si impone senza se e senza ma
2. la centrale si discute con un percorso razionale
3. la centrale si discute in modo fazioso e poi si sceglie a caso o in modo irrazionale

Di solito in Italia si opta per la terza possibilità. La prima riesce solo in pochi casi, quando una forza davvero enorme si mette in gioco (l'alta velocità può essere stata un esempio?). La seconda è piuttosto rara: si direbbe che un esempio sia stato il passante di Mestre. Ma perché non possiamo migliorare?

Se volessimo migliorare potremmo inventare un sistema decisionale razionale. Del tipo. A quali condizioni una popolazione accetta il rischio di una nuova centrale nucleare? In cambio di investimenti? In cambio di un sostegno fiscale ai consumi? Se si fanno investimenti, in quali settori vuole crescere il territorio? Ricerca, infrastrutture, nascita di nuove imprese... Sarebbe un percorso interessante per ogni scelta che riguardi il destino di un territorio che gestisce le sue scarse risorse pubbliche, compreso quando si decide di lasciar aprire un nuovo centro commerciale o quando si riconverte un'area industriale o quando si fa un aeroporto... Non si tratta di fare un'assemblea: si tratta di fare un piano di sviluppo e di affinarlo fino a quando è sentito dalla popolazione come proprio.

Il terribile evento che ha colpito il Giappone è una tragedia epocale. L'incidente alla centrale ha rischiato di renderlo ancora più terribile e per questo se n'è parlato tanto. Le decine di migliaia di persone evacuate dalle zone circostanti la centrale colpita si sono aggiunte ai senza tetto determinati dal terremoto e dallo tzunami. Le conseguenze sul dibattito italiano non possono essere taciute: la qualità, la compostezza e la disciplina del popolo giapponese sono un esempio per noi. Il loro dolore è il nostro.

Rassegna nucleare

| | Comments (9) | TrackBacks (0)
Una rassegna di articoli sull'incidente alla centrale di Fukushima, seguito al terremoto e allo tzunami.

Notizie
Japan Times: messa in discussione la politica di sicurezza delle centrali nucleari
Japan Times: l'incidente
New York Times: i tecnici giapponesi tentano di evitare il meltdown
Economist: ridurre la crisi del nucleare

Scienziati
Union of concerned scientist: quello che sappiamo dell'incidente
Scientific american: descrizione dello scenario peggiore possibile

Reazioni internazionali
Hindustan Times: preoccupazioni per la sicurezza delle centrali indiane
Nikkei.com: l'Australia in aiuto
Delawareonline: preoccupazioni in Delaware
Novinite.com: se è causato dallo tzunami, in Bulgaria non succederebbe
China Daily: la Cina non cambia la sua politica di espansione nell'energia nucleare
Reuters: l'Italia non cambia la sua politica di espansione nell'energia nucleare

Polemiche:
Repubblica: critica al nucleare riferita al rischio geologico definita macabra dal governo
Il Fatto: Tozzi attacca i politici che parlano senza conoscere i fatti del nucleare
Il Giornale: la sinistra specula sull'incidente nucleare

Dire che non c'è pericolo è stupido. Dare solo l'allarme non è molto profondo. Ma mettere una centrale nucleare in un posto sismico significa avere un'organizzazione veramente ottima per ridurlo al minimo e avere piani e disciplina per le evacuazioni. Le popolazioni interessate dovrebbero essere messe nelle condizioni di accettare l'enorme rischio, in cambio di una politica di sviluppo talmente intensa e vera da convincerli a cambiare vita per accogliere la centrale. Ma questo comporterebbe costi aggiuntivi per chi fa le centrali, visto che si dovrebbe assumere i costi delle esternalità negative. In assenza di uno scambio vero tra popolazione e produttori di energia, rischio contro investimenti di pari portata e lungimiranza, mettere una centrale è solo sfruttare un territorio e una popolazione, con tutti i suoi discendenti. Chi vuole fare una centrale si deve assumere il costo delle esternalità in misura molto importante. Se non si pone la questione come richiesta a una popolazione di assumersi un rischio in cambio di un progetto di sviluppo vero e lungimirante, la questione nucleare resterà ideologica. Nell'ignoranza e nella poca trasparenza si coltiverà soltanto malcontento, paura e possibile corruzione. Imho.
Clay Shirky propone un pezzo molto interessante sull'atteggiamento degli idealisti e dei realisti nei confronti dell'impatto di internet sui sistemi politici autoritari. Ovviamente Evgeny Morozov lo commenta in modo vagamente ironico via Twitter.

Ma la questione è come destra/sinistra, pessimismo/ottimismo, realismo/idealismo...

Queste differenze sono comode. Ma talvolta diventano troppo comode. Vogliamo dire che l'idealismo non ha nulla a che fare con la capacità di spingere la realtà oltre il limite del possibile? Vogliamo dire che l'ottimismo e il pessimismo sono veramente delle categorie interpretative utili in un mondo nel quale tutto è interdipendente e le conseguenze sono intricatissime? E quanto a destra e sinistra se ne parlava ieri... innovazione, progresso, adattamento sociale alle trasformazioni globali sono questioni storiche che vanno oltre gli schieramenti partitici: e sebbene viste le vicende italiane tutto si può dire salvo che destra e sinistra siano uguali, di fronte alle chiamate della storia effettivamente di potrebbero entrambe svegliare un po' di più...

Antropologia decadente di destra e sinistra

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Alcuni valori come l'individualismo, l'amore libero, la forzatura della legge in nome di una rivoluzione, sono stati un tempo associati alla sinistra. Ma sono stati assunti dalla destra che negli ultimi trent'anni li ha trasformati in concetti pratici e utilitaristici.

Alcuni concetti pratici come mercato, merito, stato di diritto, sono stati spesso considerati di destra. E sono stati assunti dalla sinistra, proprio negli ultimi trent'anni, che li ha trasformati in elementi di un sistema di valori e in un'etica che spesso si confonde con un'ideologia.

Nell'utilitarismo pragmatico ogni valore si trasforma in uno strumento destinato a servire per scopi immediati e vagamente animaleschi. Quando prevale l'ideologia ogni strumento si trasforma in una dichiarazione di principio destinata a fossilizzarsi.

L'innovazione della quale c'è bisogno è diversa da tutto questo. Non ha paura di cambiare la legge, anche spingendola con ogni mezzo a cambiare, ma non ha questo come scopo: e in ogni caso se è frutto di un processo costituzionale democratico in un contesto che salvaguarda le minoranze, il cambiamento legislativo è il fisiologico sistema con il quale la società si adatta alle trasformazioni del contesto. Altri temi hanno bisogno di un riequilibrio: come se dovessimo digerire i cambiamenti passati. Il tema dell'individualismo e della riconnessione sociale, il mercato e le regole che lo salvaguardano (soprattutto dal capitalismo monopolista), la laicità che bilancia con il rispetto la libertà di esprimere credenze diverse, sono temi da riqualificare in rapporto a un recupero di cultura e di terreno intellettuale comune. Destra e sinistra non possono continuare in una involuzione che li porta a essere sistemi totalizzanti e infinitamente contrapposti: dovrebbero evolvere in interpretazioni diverse di un obiettivo comune, cioè la pacifica convivenza di una società che impara, si sa adattare e sa evolvere di fronte alle trasformazioni del mondo. Questo è il senso, tra l'altro, dell'alternanza: perché una volta al potere un'idea non diventi privilegio, ma sia costretta a migliorarsi costantemente.

Le cose stanno andando invece piuttosto diversamente. Ma, poiché andando in questo modo non funzionano, la tendenza potrebbe cambiare. Imho.

Diversamente bolle

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Si direbbe che il sospetto di una bolla internet 2011 sia generalizzato (cfr. il riassunto di ieri sulle considerazioni che circolano in materia).

Ma quali sono le differenze tra le due situazioni?

1998-2000---------------------------------------2011-2013
pochi utenti-------------------------------------molti utenti
utenti web fissa in crescita---------------utenti web mobile in crescita
modelli di business imprecisi------------modelli di business più chiari (almeno pubblicità)
non c'erano precedenti---------------------il precedente è nella memoria di tutti
molta finanza B2C---------------------------molta finanza B2B
contesto discesa inflazione--------------contesto ascesa inflazione
contesto di crescita in occidente------contesto di crescita in oriente
appena finita un'altra crisi finanziaria--ancora presenti gli effetti della precedente crisi

E le analogie?
1998-2000---------------------------------------2011-2013
le banche gonfiano i titoli------------------le banche gonfiano i titoli
scarsi parametri di valutazione----------scarsi parametri di valutazione

Non sono certo un analista, ma, insomma, le differenze sembrano più numerose delle analogie. Se la bolla se ne sta nelle valutazioni di compravendita tra aziende non genera problemi diretti ai risparmiatori e all'economia particolari. Ma il pericolo non è certo scomparso. La cura: è la memoria, prima di tutto.

Bubble, bubble...

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Eric Schmidt di Google vede i segni di una nuova bolla internet. (Reuters). Twitter, dopo Facebook, hanno capitalizzazioni virtuali da paura, a causa degli interventi di due megabanche che potrebbero portarle in borsa (ogni bolla deve avere qualcuno che la gonfia). Dopo Demand Media, sperano di arrivare a quotazione Glam Media, Pandora, Linkedin, Groupon, Zynga... (Gigaom). E non ci sono novità nella qualità delle valutazioni, perché internet cambia troppo in fretta (Seeking Alpha). Gli assennati sono preoccupati (Guardian). Qualcuno dice che "questa volta è diverso" (FernStrategy). Ma il gioco delle banche che fanno il ritmo della speculazione è sempre lo stesso (Fortune).

Se ne parlava in:
Bolla internet 2.0
Dopo Demand Media

Intanto, Dario ricordava le osservazioni di Schmidt e altri.

Economist: le impari opportunità

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Vale la pena di ridare un'occhiata a questo video dell'Economist Intelligence Unit sulla disparità del trattamento riservato nel mondo alle donne. L'Italia non è messa bene: lo si poteva supporre, lo si vede anche qui...

JESS3 x Economist: Women's Economic Opportunity from JESS3 on Vimeo.


Se non si è visto bene, qui sotto, c'è una carta che fissa i colori. E la pagina dove si trova tutto è su Jess3.

jess3_economist_womenseconomicsurvey-8.jpg

Sei settimane?!? Ma come si permettono...

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Questo è il giornale che pubblica la notizia ripresa da vari altri giornali sul peggioramento della salute di Steve Jobs... A me pare una storia senza scrupoli.

national.jpgQuel giornale arriva a titolare che a Jobs restano sei settimane perché qualche medico, di dubbio gusto, pensa di poter diagnosticare una cosa del genere a partire dalle foto. (vedi MailOnline e MacRumors)

Di certo, il gossip non è necessariamente cattivo giornalismo.

Ma il gossip sulla salute di una persona, basato su impressioni e fotografie, non dovrebbe permettersi di arrivare a dare a una persona sei settimane di vita.

Una notizia non è una notizia se è basata sul nulla o sulla dichiarazione di un medico che fa una diagnosi sul nulla. Imho.

Si sa intanto che Jobs sarà tra quelli che Obama incontrerà a San Francisco. (AbcNews)

Bolla internet 2.0

| | Comments (9) | TrackBacks (0)
Anche Jp Morgan parte con un fondo per investire nell'internet 2.0. Goldman è da tempo in fibrillazione su questo settore.Le quotazioni sono molto alte, anche se in generale "virtuali" (Facebook, Twitter, Zynga, Pandora, Linkedin). Demand Media è già arrivata all'ipo.

BubbleWatch, al San Francisco Chronicle, è già da tempo in allarme. Businessinsider scherza, per scherzo. Segni di bolla sono nell'aria.

Una bolla internet è una bolla finanziaria (internet è la scusa non la sostanza). Si forma su un'ideologia che abbaglia, impedisce l'osservazione della realtà dei fatti e costruisce una storia nella quale trascinare gli investitori. Fintantoché riguarda le aziende che si comprano tra loro, anche a suon di miliardi, sono relativamente fatti loro. Ma quando comincia la ricerca dei soldi dei risparmiatori, cioè quando parte la bolla vera e propria, sono guai. Sia per le famiglie coinvolte che per le aziende che perdono focalizzazione sul business e si mettono alla caccia di soldi facili.

In quei casi, non si riesce più a distinguere le buone idee dalle cattive. Tutte le valutazioni convergono sui risultati (fittizi) che le operazioni di pubbliche relazioni riescono a far passare.

Le persone vanno avanti per la loro strada. Il valore d'uso è più importante del valore finanziario e ne costituisce la vera essenza. Il resto è perdita di tempo

Il castello di Rame

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Franca Rame alla manifestazione per la dignità delle donne in piazza Castello a Milano: "Mi vergogno di chi non si vergogna".

L'amorale della confusione

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Se un antiabortista cita Kant per sostenere il diritto del potere all'amoralità, fa confusione.

Commenti spam con ironia

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Si moltiplica lo spam nei commenti di questo blog, nonostante il captcha. Se qualcuno ha suggerimenti li proponga...

Ma uno dei commenti non desiderati andava letto, prima che lo cancellassi:
"Lovely blog. A little too spammy, though"... Lo spam dell'ironia.

Segregazione culturale / 2

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Il digital divide è un fatto tecnico, economico ed educativo. La segregazione culturale è un fenomeno più profondo. La parte della popolazione italiana che se anche sa leggere non comprende quello che legge, come spiega Tullio De Mauro, è troppo grande: oltre il 30% per i test meno esigenti, attorno al 70% per i più esigenti. Questa segregazione ha diverse cause e gravissime conseguenze. Internet, dice De Mauro, sta aiutando una frangia di confine della popolazione a rientrare nell'ambito degli alfabetizzati. Ma l'analfabetismo funzionale, dice ancora De Mauro, è la causa del fatto che oltre una certa soglia anche internet non sembra andare in Italia. Il che è un problema di opportunità perdute (gli analfabeti funzionali non comprendono un annuncio di ricerca del personale), di qualità della vita e di qualità della convivenza (pensiero e linguaggio vanno a braccetto, come dice Guido Vetere).

Qui ci sono i link alle persone che si sono interessate all'argomento e sotto i commenti al post precedente. La consapevolezza del fenomeno è un risultato importante. Ma ora si tratta, come suggerisce Dario di andare oltre. Che cosa si può fare, in rete, per includere le persone che si trovano in una condizione di analfabetismo funzionale? Oppure la rete si deve mettere al servizio di qualcosa che stia fuori dalla rete e vada a includere le persone che faticano a leggere?

Orpolina, 3n0m15, Roberta, Ladri di marmellate, Angelo, Massimo.


Albafetizzante mi procura un'idea deviata del problema ma credo che De Mauro abbia proprio ragione. ll vero problema è che questo accesso agli strumenti di lettura ha diminuito notevolmente il livello di qualità della rete. E' un dazio da pagare. Fortunatamente la rete è (quasi) abbastanza grande per tutti.

L'esistenza di ognuno è legata più che mai al modo in cui le informazioni passano. Per molti italiani un tentativo di imitazione e di trasmissione di valori non definiti, un costante tentativo di imitazione della pseudo-realtà mediatica "iniettata" giorno su giorno. Più riesco a tenerti ancorato ad aspetti legati al breve -con una visione contingente e limitata alla sopravvivenza del tuo vivere- più si perde l'esigenza di appartenere a un sistema di relazioni che accrescono e nutrono la consapevolezza del vivere e quindi ricercare stimoli e crescere come individuo. Facile andare alla deriva sociale se non in grado di percepire il sitema come ambiguo e chiudente.

Dunque la funzione educativa è passata dalla tv ad internet. Non sappiamo se sia un bene o un male ma da tempo discutiamo di analfabetismo dul tuo blog Luca. E cosa ne è uscito fuori se non dati allarmanti? Dare una NGN a questo Paese ci tirerà fuori dalla segregazione culturale?

Mi piacerebbe ci fosse una discussione unitamente all'analfabetismo sui dati raccolti dall'ISTAT che ho segnalato qui. Mi pare che nessuno ne abbia parlato. http://www.dariosalvelli.com/2011/01/se-togliamo-internet-risparmiamo-9-euro-al-mese

Questo argomento mi sta particolarmente a cuore.

A mio avviso il problema è molto più radicale, non necessariamente collegato a internet o alla cultura digitale (lo dico da appassionata della materia). Qui stiamo parlando di un livello di cultura diffusa che permetta al normale cittadino di conoscere ed esercitare i propri diritti, sapere quali siano i propri doveri, comprendere i contenuti di un atto amministrativo che lo riguardi, firmare o no un documento che lo impegni a fare qualcosa, oppure semplicemente aprire una pratica perché interpretare la cartellonistica non è un problema (vi sembra incredibile? Provate a girare per uffici pubblici: al di là della disponibilità di fare una cosa da solo/a, per alcune persone l'indipendenza è un problema per oggettiva mancanza di strumenti, e sto parlando di italiani anche GIOVANI).

Il livello base è questo, su questo si costruisce: dallo studio del sanscrito alla ricerca scientifica più innovativa.

In altre parole: a mio parere internet può servire, e ai più ricettivi serve già senz'altro, ma per raggiungere e CONSOLIDARE i grandi numeri - ovvero ciò di cui un paese moderno ha bisogno - serve una qualità sempre più elevata del sistema di istruzione.

Poi leggi notizie come questa e ti cascano le braccia
http://www.oua.it/NotizieOUA/scheda_notizia.asp?ID=4073

Aldilà di possibili riferimenti politici (non mi pare la sede opportuna), penso che l'azione costante della televisione abbia operato in 30 anni un cambiamento evidente. Dall'impegno degli anni '70 - un impegno in generale ideologico e quindi riferito a modelli culturali, di qualsiasi colore - si è passati a modelli di disimpegno. Il che sarebbe anche naturale, non fosse però che l'azione disgregante della televisione, sempre più povera e sempre più banalizzata, ha allargato il gap e distanziato ancora di più la popolazione dalla cultura/lettura. Insieme, il ruolo impoverito della scuola, la crescita di modelli sociali vincenti impostati su valori differenti e denigranti rispetto alla cultura tradizionale, oltre all'incapacità italiana di capire il cambiamento, hanno determinato la situazione attuale. Che dire? E' desolante. Che non se ne parli, sopratutto.

Scusate se torno sull'argomento.

Secondo me le osservazioni di De Mauro hanno molto (tutto) a che vedere con questa frase pronunciata ieri da Obama durante il suo discorso sullo stato dell'Unione:

"Nei prossimi dieci anni, la metà dei nuovi posti di lavoro richiederà un'istruzione che va oltre un diploma di scuola superiore. E intanto oltre un quarto dei nostri studenti non finisce nemmeno quella."
http://www.ilpost.it/2011/01/26/obama-discorso-stato-unione/

Venendo a noi, Internet ormai è il combustibile che tiene acceso il fuoco, ma l'istruzione è la scintilla che lo accende.


Reality distortion field

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Philip Elmer-DeWitt è convinto che tutto quello che passa intorno ad Apple entri in un campo di distorsione della realtà.. Oggi descrive come gli analisti delle banche abbiano previsto i risultati finanziari peggio dei freelance con un blog...

GQ scrive del novello Mussolini

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Devin Friedman scrive su GQ - che non è un giornale pudico - delle vicende del premier italiano. E soprattutto del senso di quelle vicende per le donne e per l'Italia. Una lunga lettura. Che fa venire tanta voglia di vedere come va a finire. E soprattutto che finisca.

gfw_printlogo.gif

(Vabbè, per chi non ha tempo di leggerlo tutto, finisce così: "And the people of Italy will then have to decide if they've been made love to or merely fucked.")

Giallo Facebook Goldman (continua)

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Dopo tutte le discussioni sulla quantomeno bizzarra gestione dell'investimento di Goldman Sachs in Facebook, una implicita confessione da parte della banca americana:

Solo i clienti non americani potranno comprare nel mercato grigio attraverso Goldman perché "c'è stata troppa copertura mediatica" della vicenda... (via Wsj):

"Goldman Sachs concluded the level of media attention might not be consistent with the proper completion of a U.S. private placement under U.S. law. [We] regret the consequences of this decision, but we believe this is the most prudent path to take," the statement reads."

Puntate precedenti:
Facebook: giallo finanziario
Controversa finanza Facebook

Le parole sono ingombranti

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
La Microsoft chiede all'ufficio competente di non concedere alla Apple il richiesto trademark sulla locuzione App Store perché è un nome generico. La Microsoft ha il trademark sulla parola Word.

Facebook: un po' come un giallo finanziario

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
La controversa operazione di acquisto di azioni Facebook da parte di Goldman Sachs (della quale si è parlato qui ieri) continua a generare notizie e perplessità. Nel fuoco di fila di comunicati, leaks, affermazioni, è difficile distinguere tra le comunicazioni strumentali e le notizie. Ma le novità emerse rispetto a quanto si sapeva sono tali da meritare un aggiornamento.

Il problema è: la supervalutazione di Facebook è una bolla che farà danno solo ai clienti di Goldman o diventerà una quotazione? E poi: è giusto che queste operazioni avvengano in un mercato grigio senza informazioni sull'azienda o si dovrebbero cambiare le regole che impongono l'obbligo di informazione alle imprese importanti? E infine: Facebook vuole quotarsi o non ha interesse a farlo?

Ecco quello che si può dire sia informazione:
1. All'interno della Goldman Sachs non c'è accordo. Una parte importantissima della banca ha rifiutato l'affare, quella che si occupa di investitori istituzionali. Il New York Times accosta questo rifiuto alla speciale responsabilità nei confronti dei clienti. (Nytimes)
2. Dalla Goldman sono trapelate notizie tratte da un rapporto legato all'affare di cui stiamo parlando sulla condizione finanziaria di Facebook. Avrebbe accumulato un fatturato di 1,2 miliardi nei primi nove mesi del 2010 con un utile di 350 milioni. Si pensa che abbia fatto profitti per 500 nel corso dell'intero 2010. Si tratta dunque di un business capace di fare un 30-40% di margine. E' la prima volta che la mancanza di trasparenza sui conti di Facebook è violata. E' un leak che fa comodo alla Goldman, evidentemente orientata a far credere che Facebook si quoterà e che i clienti che ne hanno comprato azioni ci guadagneranno (Reuters).
3. Facebook non dice se si quota o no. Ma lo lascia intendere. Nello stesso tempo i nuovi azionisti Facebook comprano da Goldman attraverso un veicolo finanziario che si trova in Delaware in modo che appaiano nell'insieme come un unico azionista. Questo non farebbe scattare l'obbligo di trasparenza dei conti dell'azienda previsto quando i soci diventano più di 500. Un obbligo che avrebbe conseguenze solo dopo un anno. E fa pensare che la famosa quotazione di Facebook non sia prevista per quest'anno e forse neppure per il prossimo anno. Tra l'altro i clienti che comprano da Goldman si stanno obbligando a non rivendere prima del 2013. (Wsj titola invece su una possibile quotazione l'anno prossimo; Techdirt ovviamente è sospettosa)

Queste le notizie per ora. Di certo sembra un giallo. Goldman spinge per la quotazione, o almeno perché si creda che ci sarà. Facebook è indecisa. Almeno sappiamo che per ora i risparmiatori non sono coinvolti. Ma il tentativo di innescare una bolla è pericoloso per tutti.

Ieri ci sono stati interventi importanti su questo blog. Li riporto, ringraziando tantissimo gli autori:

Dalle tabelle di JPMorgan non emergono performance brillanti di Facebook rispetto ad altri attori tra le Tech Companies.

Qui i dati che cito:
http://periodistas21.blogspot.com/2011/01/la-atencion-de-facebook-vale-37500.html

Quando una impresa, com'è il caso di Goldman Sachs ha gravissimi problemi di immagine e di relazione con il grande pubblico viene spontaneo chiedersi se non si tratti di una operazione tesa solo a controllare a proprio beneficio il social network più popoloso del mondo.

Un abbraccio.

PL

Anche se non è quotata, e perciò non un pericolo diretto per i risparmiatori, un'azienda con un brand molto pompato dai media e senza un modello di business sostenibile è comunque un pericolo per il mondo finanziario, basti pensare alla capacità di grandi operatori all'ingrosso - come può essere definita GS - di costruire prodotti strutturati che poi finiscono ai fondi venduti al pubblico di fessacchiotti alla ricerca del guadagno facile e senza lavorare.

Umair Haque traccia un paragone tra l'IPO di Google e quella di Facebook

http://www.bubblegeneration.com/2011/01/tale-of-two-ipos.html

Da leggere

La controversa finanza di Facebook

| | Comments (8) | TrackBacks (0)
L'ideologia finanziaria è un po' in crisi ultimamente. Ma il caso Facebook aggiunge un altro pezzetto di dubbi (imho).

Goldman Sachs ha comprato azioni di Facebook, che non è un'azienda quotata, per 450 milioni di dollari, più altri 50 milioni per i russi di Dst che avevano già preso una quota tempo fa. E tutti hanno pensato alla capitalizzazione virtuale che questo acquisto significava: 50 miliardi di dollari sarebbe stato il valore di Facebook se fosse stata comprata tutta a quel prezzo. La spiegazione ufficiale: alcuni venture capitalist volevano uscire e hanno venduto guadagnandoci alla Goldman che avrebbe poi guadagnando portando in borsa Facebook (evidentemente pensando che la borsa avrebbe valutato ancora di più la società).

Il dato ideologico di questa spiegazione era semplice: un'azienda non vede l'ora di andare in borsa, trovare nuovi soci, investire il ricavato in innovazione, espansione e acquisizioni; perché la finanza è strumento della crescita reale delle aziende e la abilita trovando i mezzi per realizzarla. Purtroppo, molto spesso la finanza si rivela invece autoreferenziale, ben poco attenta all'economia reale, orientata a considerare l'economia reale come un suo strumento (non il contrario). E quando si muove Goldman, vista la storia, si può spesso sospettare che questa sia l'interpretazione giusta.

Ora vengono fuori un po' di dettagli che sembrano mettere in discussione la lettura idelogico-finanziaria dell'operazione Goldman-Facebook:
1. Facebook sta facendo tutto salvo che quello che serve per prepararsi ad andare in borsa
2. Goldman sta facendo tutto salvo che quello che serve per vendere le azioni comprate da poco in Facebook e aspettare a rivenderle quando ci sarà la quotazione
3. Una marea di investitori stanno cercando di comprare le azioni Facebook comprate da Goldman adesso, in un mercato grigio che preoccupa la Sec.

La regola è che un'azienda non quotata non ha obblighi di informare il mercato sul suo andamento aziendale. Oggi sappiamo solo che Facebook ha un fatturato stimato di 1,5-2 miliardi di dollari e non si sa quanto faccia di utili (i numeri che si trovano in giro vanno da più di qualche decina di milioni di dollari meno di 200 milioni di dollari). Significa che fattura meno di 30 centesimi di dollaro al mese per utente (meno di 4 dollari all'anno). E' un business di volumi alti e profitti bassi e se cresce molto è essenzialmente attraverso il numero di utenti (dovesse superare, come pare, la fase iperespansiva della sua curva a "esse" e dovesse scoprire che il numero di utenti crescerà più lentamente in futuro, anche il suo valore finanziario futuro andrebbe rivisto).

La regola è anche che se hai più di 500 soci non sei più un'azienda privata normale e devi dare informazioni sul tuo business. E Facebook sta facendo di tutto per restare sotto i 500 soci: il che significa che non è pronta a dare informazioni sul suo business.

Ma il mercato delle sue azioni c'è già, anche in mancanza di informazioni. E Goldman ne approfitta. La Sec investiga. E per fortuna i risparmiatori privati sono fuori dal gioco, perché allora ci sarebbe da preoccuparsi per loro.

Facebook sta ottenendo tutto quello che le serve dalla finanza senza dare in cambio trasparenza dei suoi conti. Non ha a quanto pare bisogno dei soldi dei risparmiatori perché le basta già la sua capacità di genera cassa per ora. La mecca della borsa - con le regole che impone - non è un sogno.

Ma tutto questo è un incompetente riassunto di molto materiale informativo che sta uscendo:
Inchiesta su Facebook-Goldman
Goldman vende azioni Facebook
Commento Fortune
Commento TechCrunch
Commento Reuters
Perché non comprare Facebook, Fortune

Quora, posterous, instapaper

| | Comments (10) | TrackBacks (0)
Combattendo per gestire l'informazione si tentano tutte le strade. Quora per vedere come si sviluppa un sistema di Q&A sociale (si può usare in molti modi, anche per trovare quell'informazione che non era facile...). Posterous per postare su diversi siti contemporaneamente (si può usare in molti modi, anche per ritrovare un link che non vuoi perdere). Instapaper per archiviare una pagina da leggere più tardi. Ma la moltiplicazione dei sistemi di gestione dell'informazione a sua volta va gestita. (Anche perché tutti questi servizi tendono a mandardi delle mail che a loro volta aumentano i messaggi da gestire...). Abbiamo bisogno di qualcosa di meglio. Consigli?

Svegliati iPhone!

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Chi ieri sera avesse puntato l'iPhone come sveglia, oggi si sarebbe alzato tardi. La sveglia dell'iPhone non funziona più come al solito: è un baco del sistema. Cupertino promette di rimediare prestissimo. E consiglia intanto di puntare la sveglia aggiungendo anche l'indicazione del giorno (comando "ripeti" nelle modifiche della sveglia...). Provato. Funziona. 

Se non fosse stata domenica, se qualcuno avesse avuto qualcosa di importantissimo da fare e l'avesse perso, se... quando i programmatori di software dormono, cominciano a lavorare gli avvocati.

Régis Debray sulle difficoltà della sinistra

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Un maestro, come Régis Debray, riflette sulle difficoltà della sinistra in Europa. Un professore di Sciences Po, a Parigi, mi dice che il governo inglese, di superdestra, è in crisi ma non ha alternativa a sinistra. Un amico francese è preoccupato analogamente per il panorama politico del suo paese. In Spagna va come va. In Germania la destra è intelligente. In Italia... vabbè. Ecco che cosa dice Debray: la sinistra manca di una visione storica e di un'analisi della realtà attuale. Non ha spina dorsale perché sembra aver dato ogni spirito d'iniziativa al punto di vista americano. Non ricorda che l'individualismo è arrivato con il '68 e si è sviluppato con la tecnica dell'automobile, della pillola, del computer, della televisione, del telefonino, dell'ipod. E che ora c'è molta più domanda di Stato di quanta non ce ne fosse stata nel recente passato. Non comprende che più dell'80% della popolazione mondiale vive nell'incantamento religioso. Non vede che l'idea stessa di alternativa tra destra e sinistra è molto recente: prima della Rivoluzione Francese non c'era politica della visione del mondo, c'era appartenenza, familiare, territoriale, feudale... Gli viene in mente a questo proposito quel tipo dell'Italia del Nord... Curiosamente non ne ricorda il nome. Un discorso di 13 minuti e rotti che mi pare utile ascoltare.



Régis Debray analyse la crise de la gauche
Caricato da prince_de_conde. - Video notizie dal mondo.

Riassunto cartoon dell'affaire di Assange

| | Comments (0) | TrackBacks (0)

Cortei come vorremmo che fossero

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Sandrone Dazieri - grande cuore - scrive sul giorno più caldo dell'inverno romano. 

Sembra dire: si può sbagliare a scrivere la propria vita, ma si sbaglia di certo a voler scrivere a forza quella degli altri o ad accettare che altri scrivano a forza la nostra.

Morozov sui DDoS e la disobbedienza civile

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Evgeny Morozov si è lanciato in una discussione che va assolutamente ripresa. Non perché sia facile comprendere "da che parte stare". Ma perché il suo valore è decisivo per la concezione che noi possiamo avere dell'innovazione sociale. Che avviene per via istituzionale, ma anche per via di protesta e di dissenso.

Morozov propone di riflettere sui DDoS, gli attacchi che con la tecnica del denial of service, bloccano certi siti come forma di protesta contro il loro comportamento. È una tecnica e come tutte le tecniche può essere usata per molti scopi diversi. È stata usata per attaccare Twitter che ospitava le opinioni di un dissidente georgiano (si pensa da parte dei suoi nemici, forse legati a qualche potentato russo). E negli ultimi tempi è stata usata per attaccare i siti delle piattaforme che come Amazon, PayPal, Mastercard, hanno smesso di consentire ai sostenitori di Wikileaks di leggere le informazioni o di offrire contributi monetari.

Nel caso di questi ultimi, per Morozov si è trattato di atti simili alla disobbedienza civile, come occupare un palazzo o picchettarne l'entrata. Hanno avuto l'effetto di portare in galera alcuni di coloro che si pensa li abbiano compiuti: e la galera è parte integrante del significato dell'azione. Dice infatti Morozov che la galera è sempre la conseguenza di un'azione illegale, ma nell'azione di disobbedienza civile motivata da un'istanza "politica" la galera è ciò che ripristina l'equilibrio della convivenza e garantisce nello stesso tempo rispetto per il significato dell'azione. Questo ha senso nei paesi autoritari, ma anche in quelli democratici: il dissenso è dissenso e può essere rivolto anche a una parte del sistema democratico che secondo chi protesta democratica non è. Si può non essere d'accordo, si può essere infastiditi dall'azione, chi la compie va in galera: il suo messaggio viene testimoniato.

Il problema, dice Morozov, è che la sanzione sia proporzionata all'azione. Se chi occupa un palazzo fa qualche giorno di fermo e chi compie un DDoS va dieci anni di galera, c'è una sproporzione che va sanata. 

Dice Morozov che la reazione delle democrazie a quanto è avvenuto in seguito alla pubblicazione da parte di alcuni giornali ufficiali delle informazioni pubblicate su Wikileaks è sproporzionata. E che è necessario riflettere sulle conseguenze di tutto questo. 

Certo, tutto dipende dalla metafora con la quale si descrive il DDoS. Se è disobbedienza civile vale il discorso di Morozov. Se è vandalismo il fatto può invece essere considerato diversamente. La metafora conta. Qual è quella giusta?

Ma un fatto è certo. La riflessione sul modo in cui le democrazie stanno reagendo al fenomeno Wikileaks è doverosa e necessaria. Per fare avanzare la democrazia e la libertà di espressione, per non lasciare che la convivenza civile e le sue regole vengano stravolte dalla necessità contingente di chi è disposto da buttare il buono che c'è nell'innovazione dell'informazione della quale la rete è un abilitatore insieme al cattivo che inevitabilmente consente.

Per fortuna che il Cepu c'è

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Se ha tanti iscritti, vuol dire che funziona, il Cepu. Se ha tanti parlamentari, vuol dire che funziona, il governo. Infatti, dice Barbareschi, il premier conosce i suoi Polidori.

E Caleari. E Cesari. E Scilipoti.

Forse è andare troppo per il sottile. Ma se si dice che quelli che sono stati votati per una coalizione non possono abbandonarla durante la legislatura, questo dovrebbe valere sia per chi dalla maggioranza passa all'opposizione, sia per chi dall'opposizione passa alla maggioranza. In realtà, le regole del Parlamento consentono ai deputati e senatori di fare politica come ritengono giusto. Non sono vincolati dal voto al loro partito, ma solo al loro elettorato. Sono più o meno pubblici ufficiali. Che si possono corrompere. O trasformare. O adescare. O ricattare. O convincere con gli argomenti dell'etica. (Sì: forse non tutti sanno che l'ultima possibilità citata non è vietata).

Verrebbe da lasciar perdere con questi commenti. Poi sorge il senso del dovere. Perché gli esami non finiscono mai. Quindi meglio fare un po' di ripetizioni. Anche senza il Cepu.
Assange ha contrattato e ottenuto il suo arresto.

Amazon e PayPal, Mastercard, Visa, il sistema bancario svizzero e il sistema giudiziario svedese si sono schierati contro di lui.

Noam Chomsky difende Wikileaks. Dan Gillmor dice che se si accetta la chiusura di Wikileaks si perde la libertà di espressione. Mark Lee Hunter dice che se Assange è una spia allora lo sono tutti i giornali che danno notizie. Facebook e Twitter non chiudono a Wikileaks. Centinaia di siti adesso ospitano la piattaforma di Assange.

La strada della reazione sembra la preferita in alcuni circoli della politica americana e britannica. Mitch McConnell, repubblicano, dice che Julian Assange, di Wikileaks, è un terrorista high tech. E che va fermato. «Se si dimostrerà che Assange non ha violato la legge, allora bisognerà cambiare la legge».

Condoleezza Rice è fondamentalmente d'accordo con McConnell, a giudicare dalle sue risposte in questa intervista. E Joseph Lieberman propone una nuova legge che renderebbe vietato fare quello che fa Wikileaks.

Pare però indubitabile che questo genere di reazioni avrebbe conseguenze non solo su Wikileaks ma anche sui giornali. Sarebbe una vera contraddizione del sistema americano e britannico. Probabilmente, a quel punto, si farebbe più fatica a comprendere l'esatta definizione di libertà di espressione.

Clay Shirky scrive un intervento equilibrato. Si rende conto che bloccare Wikileaks sarebbe un attentato alla libertà di espressione. E si rende conto che la totale trasparenza non è possibile e forse neppure augurabile. La sua idea è che mentre si studia come riequilibrare il sistema dei poteri che si devono bilanciare per poter funzionare, Wikileaks deve restare aperta, non chiusa. E d'altra parte, se si chiude Wikileaks non si ferma comunque il processo avviato dalla rete. A meno che non si voglia bloccare la rete...

Il fatto è che, almeno nei paesi anglosassoni più "evoluti", esiste il reato di svelare segreti dello stato: ma i colpevoli di quel reato sono coloro che hanno i documenti e li consegnano a un sistema che fa informazione. I giornali che li pubblicano non commettono alcun reato. Non si vede perché questo dovrebbe cambiare: gli americani e i britannici che vogliono impedire la pubblicazione dei documenti segreti dovrebbero concentrarsi sulle indagini necessarie a capire chi ha consegnato i file, non sul tentativo di bloccare Wikileaks.

D'altra parte i grandi giornali che hanno pubblicato i file di Wikileaks non sono rivoluzionari. Avendo pubblicato i documenti di Wikileaks hanno anche dimostrato che si tratta di notizie. Che altrimenti non sarebbero uscite. Il che significa che Wikileaks può anche essere interpratata come una piattaforma che crea condizioni tali da migliorare i giornali. E ora che sono uscite, il fatto dimostra che anche i diplomatici possono migliorare il modo in cui comunicano. I guai che Wikileaks fa emergere non sono colpa di Wikileaks, e al massimo dimostrano che ci sono dimensioni - giornalistiche o politiche - che possono essere migliorate.

Se si va avanti con posizioni ideologiche o ingenue ci sarà una stupida guerra. Tra poteri che contrastano l'azione di Wikileaks e programmatori che moltiplicheranno i siti sui quali si potranno pubblicare documenti segreti, che difenderanno Wikileaks, che attaccheranno chi attacca Wikileaks. Una confusione crescente, invece di una maturazione del sistema dell'informazione.

Migliori amici

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Ma non c'è nessuno che tema la possibilità di fare arrabbiare qualcuno distinguendo nel nuovo profilo di Facebook gli amici dai "migliori amici"? (via Dario)
Mitch McConnell, repubblicano, dice che Julian Assange, di Wikileaks, è un terrorista high tech. E che va fermato. «Se si dimostrerà che Assange non ha violato la legge, allora bisognerà cambiare la legge».

Intanto, legge o non legge, Amazon ha fermato Wikileaks. E PayPal ha smesso di accettare donazioni per Wikileaks. E Google non aiuta proattivamente a trovarne il sito che continua a cambiare indirizzo, mentre invece Bing ci si mette di buzzo buono e addirittura aggiusta i risultati del motore a mano pur di consentire agli utenti di trovarlo. Intanto Wikileaks si arrangia.

Il terremoto Wikileaks è anche un terremoto di regole sul web. Speriamo che non diventi un boomerang per la libertà. Non per azione degli stati, evidentemente sorpassati dalla "legge pratica del web". Ma per azione di chi può ciò che vuole. (Vedi Zambardino, Zambardino e PuntoInformatico)

Censis: la gabbia della disattenzione

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
"Sono evidenti manifestazioni di fragilità sia personali che di massa: comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattativi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e futuro". Censis, 2010

Sembrano le conseguenze della trentennale dispersione di beni culturali, relazionali, ambientali; sembrano la dimostrazione della necessità di un'economia della felicità; sembrano gli effetti neppure troppo collaterali delle strategie della disattenzione. Insostenibilità di un ecosistema dell'informazione inquinato.
A mio modesto parere, le proteste giunte da qualche ministro italiano e qualche esponente della maggioranza prima della pubblicazione degli annunciati nuovi documenti su Wikileaks è un errore. Piuttosto ridicolo peraltro. Se ci saranno cose sconvolgenti, protestare in anticipo non avrà fatto altro che aumentare l'attesa e l'attenzione. Se non ci saranno notizie pazzesche la gente penserà che chissà dove, di notizie pazzesche ce ne devono pur essere, visti i palesi timori dimostrati dai politici italiani.

Definire questa pubblicazione, prima di averla letta, come un 11 settembre della diplomazia, però, è peggio che un errore. E' un insulto alle vittime dell'11 settembre. Imho.

La finanziaria, la crescita e la qualità

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Stefano Quintarelli ha commentato il mio post sulla qualità della crescita con un contributo importante: si può assolutamente dare il caso di crescita senza consumo di risorse ambientali per esempio quando la crescita viene dal settore del software. Il che rafforza quanto qui si diceva a favore della possibilità e forse la necessità che ci sia insieme crescita e miglioramento della qualità della vita (e che non ci sia alcun rapporto peraltro tra decrescita e miglioramento della qualità della vita).

Non è però vero che il tema delle scelte sul progetto di migliorare la qualità della vita sia insensato perchè in materia è impossibile mettersi d'accordo: lo si fa già oggi, per esempio quando si vara una finanziaria.

La finanziaria approvata alla Camera e in attesa di approvazione al Senato fa scelte che sono orientate alla crescita? Oppure a frenare la decrescita? Oppure fa scelte orientate a definire un miglioramento della qualità della vita? Di sicuro ha un impatto tanto importante sule possibilità della crescita quanto sulle possibilità di miglioramento della qualità della vita. Più energia pulita o meno, più aiuti alle università statali e private o meno, più cassa integrazione o meno, più aiuti agli autotrasportatori o meno, e così via: tutte scelte che riguardano anche la qualità della vita. Perchè mai non possiamo discuterle anche in chiave di economia della qualità e perchè mai dobbiamo lasciare questo aspetto del dibattito solo ai gusti e agli orientamenti consapevoli e inconsapevoli dei politici più o meno esposti alle pressioni delle lobby? (post precedente)

Una buona notizia da Paola Caruso

| | Comments (17) | TrackBacks (0)
La buona notizia è la fine di una cattiva notizia: Paola Caruso ha smesso lo sciopero della fame che aveva deciso per protestare sulla sua condizione di giornalista precaria.

Ne sono contento. Conosco Paola. Ero colpevolmente restato all'oscuro di questa storia. L'ho letta solo oggi. Ma non mi sembra giusto lasciarla passare senza un commento.

Che storia è stata quella di Paola? Tra la sofferenza del precariato, commentata da Gianluca e la triste bellezza di queste veloci solidarietà che si manifestano in rete, descritta da Massimo, si sono visti altri fenomeni come l'aggressività della vittima, lo stupore della burocrazia, la spietatezza della bilancia.

Ho conosciuto Paola, svelta e decisa, molto affezionata all'opportunità che le offriva il lavoro al Corriere e incuriosita dall'idea di aprire un blog su Nòva100. Forse ha perso affezione da allora per un posto che oggi le sembra un'eterna lista d'attesa (spero sinceramente di no). E forse - il che sarebbe certamente meno grave - può aver perso curiosità per Nòva100: un anno di cambiamenti tecnologici, economici e grafici sul web del Sole hanno rallentato molto i processi (spero che si riattivino presto).

Lo sappiamo. Il tempo degli editori è oggi il tempo dei tagli. E domani delle sperimentazioni a basso costo. E dell'innovazione senza scialare. Del resto, in generale, tutte le aziende in tutti i settori preferiscono offrire contratti molto "flessibili". Ma il Fatto dimostra che c'è una possibilità di espansione economica nell'editoria giornalistica italiana basata sulla carta. Ci sono diverse iniziative che nascono e tentano di trovare il loro spazio. Ci sono molti nuovi mestieri: senza sicurezze, senza conforto. Leggerli come opportunità significa leggerli in una prospettiva storica avvertita. E non è facile mentre fai fatica a vivere la vita quotidiana.

Oltre all'immensa difficoltà economica, questo schiacciamento sul presente, senza passato senza futuro, è il male culturale più grave del precariato. Che impedisce di interpretarlo come andrebbe interpretato: in modo professionale, cercando di diversificare i "clienti" per trovare nella moltiplicazione delle fonti di reddito una sicurezza che nessuna di esse sembra in grado di garantire.

Ora che Paola è uscita dallo sciopero, con la solidarietà di chi ha vissuto anni da freelance, condivido la speranza che possa valorizzare la notorietà che ha ottenuto puntando non solo all'assunzione ma anche alla più razionale gestione della sua professionalità: allargare le fonti di reddito, moltiplicare i giornali con i quali lavora, razionalizzare la ricerca e la produzione... la speranza che la sua vita diventi quella di una freelance orgogliosa, non più quella di una precaria arrabbiata. La speranza che arrivi a una condizione per cui, di fronte a una proposta di assunzione si troverebbe costretta a calcolare la convenienza di accettare o rifiutare. La speranza, almeno quella, non deve fare sciopero!

Quanto ai giornalisti assunti... Beh, solo questo mi sento di dire: non è una colpa avere un contratto migliore di quello che hanno gli altri, ma può essere una grave responsabilità non pensare alla condizione del lavoro di tutti quelli che fanno i giornali e privilegiare nelle richieste agli editori soltanto l'interesse dei dipendenti. I giornali si fanno tutti insieme. E solo insieme si fanno bene. E solo facendoli bene potranno restare in piedi. A ben vedere, in una crisi come questa, siamo tutti precari.

Ciao Paola. Guarda quanti hanno pensato a te. Adesso basta, però! ok?

Fantastiliardi in beneficenza

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
I 40 americani più ricchi donano in beneficenza la metà delle loro fortune: 600 miliardi di dollari. Quindi hanno un patrimonio di 1.200 miliardi di dollari. In 40 persone. (Il debito pubblico italiano ha superato i 1.700 miliardi di euro). Nyt.
La differenza tra i politici italiani e quelli americani? "I politici americani si prendono sul serio. Talvolta troppo sul serio". (Da una testimonianza del giornalista Bob Woodward a proposito dei politici americani).

Analisi psicologica dei potenti corrotti

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
E' malato? E' perseguitato? E' troppo buono? Joris Lammers alla Tilburg University, Olanda, e Adam Galinsky alla Northwestern University, Illinois, hanno condotto un vasto studio sulla psicologia del potere, riporta l'Economist. La domanda che si sono posti: vista l'enorme casistica di politici corrotti, della quale l'Italia è un fantastico campionario, è il potere che corrompe oppure il potere attrae i corrotti? Lo studio è pubblicato in Psychological Science.

Il concetto è fondamentalmente questo. Ci sono potenti di tipo diverso, naturalmente. Molti però giungono a pensare di avere in qualche modo diritto al potere. A quel punto pensano di essere legittimamente abilitati ad abusarne. Pensano che le regole che valgono per gli altri non valgano per loro. E non lo fanno con ipocrisia: lo pensano sinceramente. 

Una malattia? No, probabilmente. Ma di certo è una percezione distorta della realtà.

Il frazionato mercato unico europeo digitale

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Il mercato unico europeo è certamente un risultato innovativo rispetto alla situazione che c'era 50 anni fa. Ma il commercio elettronico e la moneta unica consentono di dimostrare che a livello digitale è tutt'altro che unico: è frammentato da mille leggine e barriere. A partire dalla ridicola gestione del copyright. Ne discute l'Economist che esce domani. Che conclude: "This will need more active policing of existing rules, for example on discrimination and unfair trading practices. The commission should help countries align the way they apply directives, and a way of simplifying VAT payments. In some areas, countries should harmonise consumer and copyright laws".

Corruzione all'italiana

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
Nel mondo ci sono 111 paesi più corrotti dell'Italia. E 66 paesi meno corrotti. Questo è il risultato della ricerca di Transparency International per 2010. La ricerca misura la percezione di corruzione nei vari paesi.

Tra i paesi che sembrano meno corrotti dell'Italia ci sono Rwanda, Croazia, Tunisia, Turchia, Polonia, Spagna e, appunto, 66 altri paesi.

Sarebbe molto interessante conoscere anche la percezione delle forme di "corruzione" privata: intendiamoci, tecnicamente la corruzione è solo dei funzionari pubblici. Ma come la chiamiamo la pratica di passare mazzette ai manager delle aziende private che hanno il potere di acquistare servizi e prodotti da altre aziende private?

Oh no: Firesheep

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Firesheep consente di entrare negli account Facebook, Twitter, ecc, quando gli utenti si connettono su un wifi libero... (TechCrunch)

Il controllo del cyberspazio

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
La Us Air Force pubblica un paper articolato anche se piuttosto semplice sulle sue convinzioni e indicazioni in merito alla guerra nel cyberspazio. Si parla di controllo delle porzioni di cyberspazio relative alle operazioni militari in corso. Si parla di anonimato come di una feature intrinsecamente contenuta nel modo in cui è disegnata internet. E non si capisce poi più di tanto di quello che faranno in caso di cyberguerra. Ma come per ogni guerra, non è piacevole. (via JC De Martin, Nexa)

ps. JC segnala anche questo Seymour Hersh...

Confalonieri

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Fedele Confalonieri però è simpatico. Oggi a un convegno sul futuro dell'editoria nell'epoca di internet e del digitale, all'Assolombarda, ha ricordato il suo incontro con Grauso. "Era il più avanti di tutti. Mi ricordo che gli ho chiesto: ma dove sono i danèe?"

Temo che la risposta non sia ancora arrivata.

Chi capisce il wifi

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
In Spagna, a Madrid, hanno messo il wifi libero sugli autobus. A Madrid, città che ha subito un terribile attentato. In Italia, dicono, il wifi non si può lasciare libero nei luoghi pubblici, per ragioni di sicurezza. Chi capisce meglio di che parliamo, quando parliamo di wifi?

Attentato alla televisione

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
La vicenda della sospensione del programma di Santoro è pessima. E molti osservatori autorevoli hanno già commentato. Qui interessa un passaggio della risposta di Santoro: «Considero tutto questo un vero e proprio attentato alla televisione di fronte al quale ognuno deve assumersi le proprie responsabilità». Attentato alla televisione?

Certo, vuol dire attentato al pubblico, ai professionisti, alla Rai, persino agli inserzionisti... Ma dire «attentato alla televisione» ha un sapore strano. Santoro, è chiaro, ci crede alla televisione. Lui ci crede.

Stuxnet, allarme sbiadito

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Se n'è parlato come della prima cyberarma che uno stato occidentale ha usato per attaccare un obiettivo strategico nemico, un centro nucleare iraniano. Ma non ci sono evidenze che Stuxnet fosse effettivamente quello che gli affascinanti articoli che gli sono stati dedicati fosse davvero qualcosa del genere. Ne parla Bruce Schneider.

Nella corsa al ribasso delle valute...

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Nella corsa al ribasso delle valute, l'unica che non ci riesce è l'euro. Almeno si abbassasse sensibilmente il prezzo della benzina!

I non luoghi di Facebook

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Pietro Zanarini segnala un bizzarro fenomeno che gli è successo con i luoghi di Facebook. Per disabilitarli bisogna andare sia nelle impostazioni della privacy che nelle impostazioni delle applicazioni. Istruzioni chiare in LifeHacker.

ps. Da qui in Giappone, il mio Facebook appare in italiano, ma propone pubblicità in giapponese.

Fiction a Kyoto

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Prima di un congresso, può venir voglia di inventarsi una storia. Di solito si diverte solo chi la scrive. Me ne scuso.

Secoli di piombo: la discussione

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Uhmm. Scrivendo un post ieri al volo con il telefonino a commento della lettera del direttore del Corriere ho evidentemente suscitato più aspettativa che soddisfazione. Meglio ritornarci sopra. 

Non perché sia importante quello che devo dire. Ma per un senso di solidarietà. Per tutti coloro che stanno soffrendo, da diversi punti di vista, per la grande transizione che vediamo nel sistema dell'informazione. E' questo, essenzialmente, il motivo di scrivere: la sofferenza dei collaboratori sfruttati in modo indecente, la sofferenza dei costruttori di siti d'informazione incerti sulle loro prospettive, la sofferenza dei giornalisti disorientati del Corriere, i tantissimi che vogliono fare bene il loro mestiere e non sanno bene come... Sofferenza che si supera solo costruendo qualcosa che possa servire a qualcuno.

Meno importante, rispondere alle richieste di chiarimento. Ma devo perché mi pare di essermi forse spiegato male, o troppo in fretta. Sicché mi trovo preso tra due fuochi. Valerio Mariani vede nel mio post un "sottile aventinismo": secondo lui è ora di dire che è finita con le redazioni di una volta e chiudere il discorso. E Luca Nicotra mi dà del "democristiano" (vabbè, vediamola come una battuta...): anche se legge nelle mie parole la consapevolezza delle sofferenze dei precari del giornalismo del web non comprende perché io sia così poco attento alle posizioni della redazione. Insomma, mi trovo in mezzo, come un democristiano aventinista: tra chi dice che dovevo essere più deciso contro i privilegi della casta giornalistica e chi dice che dovevo essere meno facile all'approvazione per quanto detto da Ferruccio de Bortoli.

Molti altri commenti e segnalazioni per una vicenda che evidentemente fa pensare. (Li ha raccolti Luca Nicotra: Giacomo DottaStefano QuintarelliMassimo MantelliniFrancesco Costa, Michele Ficarail PostEuropean Journalism Observatory).

Intanto, il Cdr del Corriere ha risposto.

Ok. Ecco dunque quello che ne penso, un po' più distesamente (ma senza tornare su concetti già espressi spesso su questo blog):

1. Non è obbligatorio avere opinioni su tutto. Mi rifiuto di averne sulla prassi sindacale del Corriere. Per un semplice motivo: è un labirinto dal quale non si sa come uscire. E di sicuro non lo so io. Storicamente si è accumulata una quantità di regole che originariamente potevano avere una certa rilevanza in termini di garanzie professionali, ma ora non si capiscono più. D'altra parte, non si capisce quale esattamente sarà la conseguenza sulla logica della trattativa dell'ultimatum di de Bortoli: è un modo per aprire o per chiudere? Io non lo so. Insomma: niente di aventinesco o di democristiano. Semplicemente, c'è una tecnica della contrattazione sindacale che mi sfugge e che non ho voglia di imparare. Ma questo non significa che la vicenda non meriti un commento, di altro genere.

2. Tutto dipende da come si vede la situazione. Se la visione è che le redazioni dei giornali sono come le fabbriche siderurgiche degli anni Settanta, inutili, costose, fuori tempo, privilegiate e obsolete, allora si ritiene che siano destinate semplicemente a chiudere. Se i proprietari dei giornali o i sindacati le vedono così, si preparano a uno scontro violento, basato sulla contrapposizione tra chi vuole smantellare e chi vuole difendere. Infilarsi in un percorso del genere è perdente per tutti.

3. La rete e l'innovazione internettiana hanno cambiato le prospettive dell'informazione, mandando in crisi vecchi modi di fare ma generando anche nuove opportunità. La ricerca di un nuovo equilibrio nell'ecosistema dell'informazione si persegue sperimentando soluzioni e accettando che alcune falliscano, per far emergere le novità di migliore durata. Non siamo più alla catena di montaggio di prodotti editoriali. Dobbiamo trovare il modo di valorizzare le squadre creative di idee e informazioni. Ma è certo che nell'insieme, l'ecosistema sarà più ricco se sarà dotato di infodiversità: dunque, ricco di persone che offrono la loro conoscenza agli altri insieme a persone che lavorano professionalmente per creare nuova conoscenza. Come si organizzeranno queste diverse modalità di lavoro? Non lo sappiamo. Sappiamo che una parte di lavoro sarà svolto da piccole redazioni leggere e agguerrite, una parte da grandi redazioni capaci di accumulare esperienza nel tempo, una parte da inchieste finanziate da strutture non profit, una parte dai cittadini (forse una gran parte) che per la loro esperienza e per la loro buona volontà porteranno attivamente e volontariamente le loro informazioni all'insieme.

Si può essere molto arrabbiati per come sono le cose oggi, nell'informazione italiana. Ma il giudizio deve essere anche un po' razionale. I massimi responsabili sono di solito i vertici editoriali, con le loro tradizionali commistioni di interessi. I giornalisti professionisti assunti nelle grandi redazioni hanno le loro responsabilità, ma il fatto che abbiano dei privilegi non è una colpa: è il frutto di una storia. Casomai, come si diceva sopra, i privilegi li potrebbero rendere miopi: la semplice difesa di quei privilegi potrebbe portarli a vedere in modo assurdamente sbagliato questa fase storica scegliendo la difesa a oltranza. E in questo andrebbero criticati. Perché è ora di creare una nuova visione della produzione di informazione, dell'economia che la sostiene e della qualità delle condizioni di lavoro di tutti: assunti e non, collaboratori e dipendenti. Una visione in cui gli interessi di tutti gli autori, collaboratori o dipendenti, sono necessariamente considerati insieme. I dipendenti se ne sono dimenticati per troppo tempo. Ma la storia si sta incaricando di ricordare loro questa semplice realtà. E l'unico punto sul quale si reinventeranno sarà lo stesso per il quale occorre che si sviluppi la qualità del lavoro dei collaboratori: il servizio per il pubblico. Come osserva Cassandra non basta l'innovazione spinta e caotica: prima o poi occorre maggiore qualità e responsabilità. Ma siamo nel mezzo della transizione. E' ovvio che si soffra. Anche se la sofferenza si supera solo costruendo qualcosa in una prospettiva orientata a migliorare la situazione.

Mi scuso ancora per l'impreparazione sulle materie contrattuali di questa vicenda. Ma sulla progettazione di un nuovo modo per fare l'informazione, più equilibrato e di maggiore qualità, con opportunità per i giovani e gli indipendenti (di mente e di pratica), ho scritto molto in questo blog di appunti e riflessioni. Se ne trova una traccia qui. Ma con pazienza ci si tornerà ancora.

Secoli di piombo e cambi di stagione

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Non so nulla di sindacalismo. E dunque non ho nulla da dire sul confronto di iniziative operative che si è aperto al Corriere con la lettera del direttore. Ma so che il modo di lavorare nelle grandi reazioni dei giornali è davvero destinato a cambiare. I giornalisti devono difendere e aumentare molto i loro spazi di libertà. Lo possono fare. Ma devono scegliere una strategia: possono giocare tutto in difesa oppure inventarsi nuove interpretazioni del loro lavoro. Non siamo più alla catena di montaggio. Non siamo ancora alle squadre creative. Ma il tema è ineluttabile. Lo possiamo vedere come una sofferenza: ma tanto vale vederlo anche come un'opportunità per andare oltre i limiti all'innovazione che hanno caratterizzato i giornali per troppo tempo. Imho.

Promesse mantenute

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
E dunque ci comunicano, dalla più alta poltrona del Governo, che l'autostrada Salerno - Reggio Calabria è stata completata.

Update: Abbiamo frainteso! Il testo corretto del discorso è questo (grazie a Camillo):
"Saranno triplicati gli interventi sul Mezzogiorno nei prossimi anni con investimenti per 21 miliardi di euro pari al 40 per cento di quelli attuali, raggiungendo nel 2013 alcuni risultati importanti come il completamento del Salerno-Reggio Calabria. Entro dicembre sarà pronto il progetto esecutivo del ponte sullo stretto su Messina".


Anche lui cerca di capire come mai siamo fermi in coda sulla Salerno  - Reggio Calabria

(La foto è di Ivo Spadone, pubblicata su Flickr il 7 agosto scorso).

Punti di vista sul controllo della rete

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Se lo si vede dal punto di vista americano, uno strumento che le autorità iraniane non riescono a intercettare merita un applauso. Se lo si vede dal punto di vista iraniano, uno strumento che le autorità americane non riescono a intercettare merita un applauso. E per questo gli americani e gli iraniani cercano di impedire che strumenti del genere esistano e funzionino.

Austin Heap ha fatto un software che dovevano consentire ai dissidenti in Iran di parlarsi senza farsi trovare. E prima che si scoprisse che era un pericoloso buco nell'acqua, il segretario di stato americano l'ha applaudito. (Economist, Newsweek)

Skype è un software che le autorità americane non riescono a intercettare e quindi pensano che sia usato dai terroristi. Che probabilmente lo applaudono. (New York Times, Repubblica).

Non è facile fare un software che non si riesce a controllare. Se qualcuno ci riesce, da qualche parte nel mondo ci sarà di sicuro un governo che tenta di controllarlo. Appena un governo ci riesce, da qualche parte del mondo nasce un software che non si riesce a controllare....

La neutralità della rete consente anche questo gioco a "guardie e ladri". Molte entità - pubbliche e private - sono contrarie alla stessa neutralità. Se riusciranno a vincere, erodendo o limitando la neutralità, non faranno che fare affondare il gioco delle guardie e dei ladri in un territorio ancora più oscuro ed esoterico di quanto non sia già oggi.

Concentrandosi sul punto di vista americano, sorge una domanda: gli americani sono più forti o più deboli se lasciano la rete libera di svilupparsi come ha fatto finora? Sono più deboli perché non contrastano i terroristi che usano la rete senza problemi per organizzarsi; o sono più forti perché da loro arriva l'innovazione che governa il percorso della tecnologia in tutto il mondo? Meglio fare molti buchi nell'acqua ma tenere in mano l'agenda dell'innovazione? O meglio chiudere la porta all'innovazione ma prendere il controllo di quanto si è fatto finora?

Ma gli americani non avevano Echelon?

Si parlerà anche di questo all'StsForum di Kyoto. E questi sono appunti in vista di quella riunione. Tutti i suggerimenti sono graditi.

Fiction design

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
L'idea bizzarra del Near Future Laboratory è fare un design il cui progetto è immaginato e descritto in base a uno storytelling di fiction.

Potrebbero trarre qualche esperienza studiando l'Italia che si può considerare un "near past laboratory" che vive in uno storytelling immaginato in base alla fiction di un progetto. Uhmm.

L'Unicredit e il Dictator

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Tra i vari test che si fanno nell'economia sperimentale, uno dei più famosi è quello del Dictator. E a quanto pare è stato riprodotto, con risultati sorprendenti, nel corso del recente addio di Alessandro Profumo all'Unicredit.

Jonah Lehrer spiega che nel Dictator lo sperimentatore dà una somma di denaro al giocatore A e gli chiede di dividerla con il giocatore B. Fatta la scelta, A e B si tengono la loro parte. La teoria dell'homo oeconomicus prevederebbe che il giocatore A dia a B una quota molto bassa della somma. Ma in realtà, avviene che le persone tendano a fare parti molto più eque. Infatti, nella realtà il giocatore A pensa sia alla propria convenienza che all'effetto emotivo della sua scelta sul giocatore B. E per evitare di essere giudicato male, decide di dividere il regalo in parti uguali o piuttosto eque. La qualità della relazione con l'altra persona è più importante della quantità di denaro che ci si intasca in una condizione come questa.

Profumo si è dimostrato invece un poco più simile a un homo oeconomicus. Almeno stando alla cronaca fatta dai giornali, ha preso una liquidazione da circa 40 milioni e ha dato in beneficienza 2 milioni. E' stato certamente un bel gesto, visto che poteva tenersi tutta la somma e che comunque dovrà pagare le sue tasse. Ma non tutti hanno considerato equa la ripartizione: con quel giudizio, certamente emotivo, i critici si sono comportati come il giocatore A teme che si comporterebbe il giocatore B se la sua decisione non fosse equa.

La ragione di Evgeny

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Evgeny Morozov aveva ragione a sospettare il software superpubblicizzato anticensura di Austin Heap. E a sostenere che poteva essere pericoloso per i dissidenti iraniani che lo usavano. Ora viene fuori che alcuni esperti lo hanno provato e lo hanno trovato facile da vincere. (Technology Review, NetEffect...)

Fiction politica, puntatina in Sicilia

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Puntatina della fiction politica. In Sicilia un piccolo colpo di scena: un esponente rilevantissimo di Publitalia e Pdl crea un nuovo contenitore politico. Ma chissà che non sia proprio quello che serve ad accogliere anche qualche eletto dell'Udc intenzionato a passare con la maggioranza. Chi si preoccupa perché vede in questa storia un ulteriore segno di disgregazione a Destra potrebbe risparmiare l'ansia per un altro argomento: come se fosse solo una fiction.

Le armi di distrazione di massa colpiscono Obama

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Quasi la metà degli americani pensa che il programma di aiuti alle banche responsabili della crisi finanziaria sia stato avviato da Obama. (Pew)

Da notare che non solo i soldi alle banche sono stati decisi dall'amminsitrazione precedente, ma anche la legislazione che ha consentito alle banche di fare quello che volevano è stata decisa dalle amministrazioni precedenti. Con danni che restano tutti da rimediare.

Si direbbe che l'errore di percezione sia stato costruito ad arte. La disinformazione genera gravissime ingiustizie. E prepara i prossimi errori.

(Dice Pew: "Yet the public continues to struggle in identifying political figures, foreign leaders and even knowing facts about key government policies. Only about a third of Americans (34%) know that the government's bailout of banks and financial institutions was enacted under the Bush administration. Nearly half (47%) incorrectly say that the Troubled Asset Relief Program - widely known as TARP - was signed into law by President Obama.")

The Bordello State

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
James Walston firma un pezzo su Foreign Policy per descrivere la discesa dell'Italia all'inferno avvenuta in seguito alla "discesa in campo" più politica della storia recente. Walston sceglie un titolo ispirato a Dante: The Bordello State.

Quando faremo i conti

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
I conti della corruzione e dell'evasione. Riassunti da Pier Luigi Sacco.

The faunal countdown

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Un titolo che vale un annuncio:

THE FAUNAL COUNTDOWN
Prima rassegna urbana di arte invadente
L'art safari in occasione dell'Anno Mondiale della Biodiversità

Il 24 settembre a Ferrara

Depistaggi, disinformazioni, fiction

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
Lirio Abbate parla dei depistaggi all'epoca dell'assassinio di Peppino Impastato, con il fratello Giovanni. Terribile controllo dell'informazione, in quel 1978, sofisticatissimo anche se ancora alle prime armi sul piano mediatico. La disinformazione oggi è controllo delle coscienze completo (informazioni, ragionamenti, desideri... erosione delle risorse per la scuola.. incoraggiamento all'analfabetismo..). E quando non basta la disinformazione e il depistaggio diventa fiction, che serve a tenere l'iniziativa: non solo coprire i fatti, ma crearli di "insana pianta". Mantova.

Burlesconi

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Un contributo alla ricerca storica italiana è arrivato oggi dal Presidente del Consiglio in Russia (se ne trova traccia sulla Repubblica). Criticando il ruolo della magistratura che nel 1993 indagava sulla corruzione dei partiti italiani - con risultati devastanti - ha rivelato che dietro quei fatti c'era un complotto del Pci sostenuto dall'Urss. La rivelazione è sorprendente perché l'Urss era finita nel 1991. Prima del primissimo inizio di Mani Pulite. Ma evidentemente la storia si puó riscrivere, secondo il proprietario della "macchina del consenso".

(Il titolo è simile a un titolo usato qualche anno fa dall'Economist)
Era fiction. Talvolta la politica assume toni tanto realistici e drammatici da farci dimenticare che è tutta una fiction. 

Poi, quando si arriva al dunque, quando finisce una puntata e scorrono i titoli di coda ci si ricorda che non era vero niente. Come dopo un sogno. E si comincia la giornata.

Il fatto è che in certe fasi gli autori della fiction - a proposito, quando si faranno conoscere? - vanno giù di fantasia. Al momento, per esempio, dopo uno scoppiettante agosto, sono incapaci di trovare una via d'uscita o un nuovo colpo di scena. E così finisce che tutti sembrano di nuovo d'accordo.

Vabbè.

(Ma chi li scrive i testi? Perché non si fa vedere almeno una volta? Forse perché sono dei veri artisti e si vergognano di raccontare solo storie di scandali, adulteri, divorzi, attentati, litigi, intrighi... Forse perché, per una volta, vorrebbero poter scrivere di un gesto eroico, o almeno intelligente...).

Burocrazia. Esperienza Ahref

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
"Lei è affascinato dalle idee. Io dalla burocrazia", diceva oggi il presidente di un'azienda pubblica dimostrando uno sforzo di introspezione che alla fine era simpatico. In fondo parla di una burocrazia che consente a tutti di conoscere bene i processi attraverso i quali si muovono i soldi pubblici.

Ma con tutta la fatica che è stata fatta per superare i vincoli burocratici che hanno rallentato la nascita di Ahref, occorre un momento di sintesi. 

La burocrazia è fatta di procedure codificate per gestire il prevedibile. 

Ahref invece dovrà fare l'imprevedibile. Ahref - come ogni sincera iniziativa di ricerca e di contenuto - deve porsi l'obiettivo di stupire.

Bisogna ammettere che arrivare a veder nascere Ahref era imprevedibile. Ma certo non basta. Sarà sempre una battaglia di punti di vista, nel migliore dei casi.

Occorre trovare il modo di trattare la burocrazia in modo che serva a garantire la trasparenza (delle procedure) senza nulla togliere al mistero (della ricerca e del racconto).

Spesso invece in questo paese sperimentiamo una burocrazia che nasconde misteri e che rende le iniziative innovative talmente trasparenti da risultare praticamente invisibili.

Boschi precisa che continuerà a informare

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Ieri si è discusso molto dell'ipotesi che l'Ingv smetta di informare online sull'attività sismica in Italia. Oggi le precisazioni: Enzo Boschi, direttore dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia dice - secondo Tifeoweb - che il suo pensiero è stato probabilmente travisato. E il suo istituto continuerà a informare: Messaggero, Apcom, Inabruzzo,

Dislike

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Al commentatore televisivo della Repubblica, Cosmo non è piaciuto. Antonio Dipollina, spesso critico con Gregorio Paolini, ci ha messo tre giorni per scrivere un pezzo nel quale dice che la trasmissione non era condotta in maniera abbastanza veloce. (Al momento, non ho trovato l'articolo online). Per fortuna che Zambardino, sempre sulla Repubblica, era stato più incoraggiante. I commenti, peraltro, sono stati talmente tanti da dimostrare che i gusti sono piuttosto soggettivi. Grazie a tutti.

Per quanto mi riguarda ho solo da imparare. E scrivevo - più tempestivamente :) - che le scelte su Cosmo andranno prese da chi sa valutare.

Più importante, secondo me, la critica sulla relazione tra internet e tv. Dice Dipollina che Cosmo aveva tentato di portare internet in tv e che questo non è riuscito. Si deve intendere "lo stile internet" oppure "la materia internet" o ancora il contenuto di internet, il suo valore e la sua sostanza? In ogni caso, sarebbe un tentativo destinato a vita difficile. Internet si vive in prima persona, la televisione no. Persino chi si trova davanti alla telecamera rischia in ogni momento una sorta di spersonalizzazione che lo trasforma in personaggio. Di certo, se dovesse continuare, Cosmo dovrebbe coltivare una relazione molto profonda con le opportunità offerte da internet. Ma dubito che "portare internet in tv" possa avere senso.

Intanto, chi deve decidere se Cosmo continuerà sta decidendo. Probabilmente. Per ora, non ci sono notizie.
Riviene fuori che Guido Bertolaso della Protezione civile pensa che ci sono troppi "profeti di sventura" che annunciano terremoti creando allarme e paura. Ed Enzo Boschi dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia decide di cessare la pubblicazione online in tempo reale delle rilevazioni sull'attività sismica in Italia allo scopo di impedire che questi allarmi ingiustificati si diffondano.

Correttamente Boschi dice che il problema è chiaro: si sa quali sono le zone a rischio e quindi si deve cominciare seriamente a costruire in modo adeguato al rischio, adeguando le case già fatte e regolando la maniera con la quale sono fatte quelle nuove.

Ma la decisione di non pubblicare i dati è assurda:
1. Se qualcuno lancia allarmi ingiustificati per interesse troverà il modo di continuare a farlo, perché sappiamo che i dati vengono comunque rilevati sicché qualcuno li potrà sempre far trapelare in modo legale o illegale; e se non avrà dati concreti li inventerà.
2. E' probabile che ci saranno sempre diverse interpretazioni dei dati; mettere a tacere questa discussione non abolisce la sostanza del problema.
3. La sola strada possibile è far conoscere i dati, dimostrare quali sono i modi con i quali vanno interpretati correttamente, in questo modo educare la popolazione a distinguere tra gli allarmi ingiustificati e le informazioni relativamente corrette.

Se si pensa che impedendo la pubblicazione dei dati si fermino i "profeti di sventura" si commette un errore. Si ottiene solo lo scopo di rendere quei dati un mistero - creando una casta privilegiata di persone che li conoscono, davvero o per finta, legalmente o illegalmente - e di aumentare l'incertezza.

L'unica strada è costruire un'edilizia responsabile. Coprire le notizie non fa bene. Genera ancora più allarmismo e casomai alimenta la diseducazione, proteggendo nel breve periodo chi costruisce male.

Notizie su La Stampa, l'Ansa, il Giornale, Rainews24, Primadanoi, Giornalettismo...

Mike Arrington si interroga

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Mike Arrington, di TechCrunch, con la sua abituale generosità intellettuale - vagamente ingenua - si interroga sulla capacità dei blog di manipolare le opinioni. E conclude che il problema si risolve con la crescita della consapevolezza del pubblico attivo.

Mal di testa politico al Tg5

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Se in albergo ti capita di vedere un Tg5 della mattina e fai un'osservazione non sai se è un caso o una regola. Certo, l'Osservatorio di Pavia registra che i telegiornali Mediaset dedicano ai personaggi della Destra un tempo abissalmente maggiore di quello che lasciano ai personaggi della Sinistra e delle opposizioni. Ma non calcola la qualità dei servizi. Oggi, le immagini dedicate ai personaggi di opposizione apparivamo molto mosse, a guardale ti veniva il mal di testa. Le immagini che riprendevano le persone di Destra erano invece belle, ferme e gradevoli... Ah, tra i personaggi venuti "mossi"i c'era anche Fini. Naturalmente può essere stato un caso isolato di oggi: un'osservazione non fa una regola.

Il partito del futuro

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Partirò.

Il partito è un participio passato.

(Il partito del futuro tecnicamente non c'è ancora).

Le muraglie che rischiano di dividere il web

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Ecovertina.jpg

Raffaele Mastrolonardo segnala che l'Economist esce domani con una copertina dedicata ai rischi che corre la struttura aperta del web. Dagli attacchi alla net neutrality alla sua assenza completa nel mondo dell'internet mobile, dalla Cina alla intromissione censoria di molti altri governi, dalla crescita di nuove piattaforme chiuse alle conseguenze di una domanda montante di difese contro l'utilizzo spregiudicato che alcune aziende fanno della tecnologia per conoscere i comportamenti degli utenti invadendone la privacy...

Contro le muraglie che rischiano di dividere il web, abolendone la tradizionale apertura e frenandone la straordinaria innovatività, non vincono le posizioni integraliste, ma quelle che riescono a dimostrare come la qualità culturale, economica e pratica di un ecosistema ricco di diversità è più elevata di quella che si determina in un mondo fatto di piccoli giardinetti chiusi.

Lo standard pubblico aperto e neutrale è la sola garanzia per una struttura talmente innovativa che può continuamente generare soluzioni ai problemi che incontra, oltre che dare spazio a grandi visioni e concorrenziali implementazioni. All'interno di un mondo così aperto, non c'è nulla di male che qualcuno scelga di ritagliarsi dei mondi chiusi. Perché accanto a questi ci sarà sempre la possiblità di svilupparne altri più aperti.

Google docs al rallentatore

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Da mesi Google aggiunge nuove funzionalità ai suoi Docs - il software che si usa online per creare documenti. Ma lavorandoci sopra in modo continuativo si ha l'impressione che il risultato non sia positivo.

Le funzioni in più non sono sempre necessarie. Ma generano, si direbbe, uno straordinario rallentamento dell'interazione. Scrivendo velocemente il sistema non riesce a stare al passo e le battute si perdono tra la tastiera e la cloud.

Google ha sempre avuto una grande attenzione all'essenzialità dei suoi servizi. Se vuole aggiungere funzionalità lo potrebbe fare in modo da attivarle quando servono. Quando non servono dovrebbero starsene in disparte e non intralciare il lavoro. Imho.

Le ultime puntate della fiction politica

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Boh. C'è chi ci capisce molto più di me. Ma da tempo noto che la politica non è più solo uno spettacolo. Più nello specifico sembra una fiction, con tanto di autori, protagonisti, comparse, stagioni, stili, pubblicità... (Due post precedenti, per esempio).

E ci possono essere anche i flop.

Se per esempio le puntate di agosto finissero con un accordo che riporta dentro la maggioranza il gruppo di Casini con un grande accordo anche con la Lega, o se finissero con l'approvazione delle leggi più desiderate dai politici che hanno guai con la giustizia, o se finissero con l'annacquamento delle ragioni sulle quali si sono visti gli scontri dello scorso mese, il risultato sarebbe una perdita di ascolti. Generalizzata.

Pazzi da museo

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
A quanto pare il diritto d'autore genera situazioni paranoiche non solo nella musica. Alla Fundació Joan Miró di Barcellona ci sono tre addetti a impedire ai visitatori di fare fotografie: ma almeno in genere lo fanno simpaticamente. Però questo può generare conversazioni interessanti. 

Dalle quali si scopre per esempio che al Musée d'Orsay le persone che prendono l'audioguida hanno il diritto di ascoltarla da soli. Se raccontano quanto hanno appreso dall'audioguida ad altre persone che ne sono prive vengono redarguite e bloccate. Non si sa bene che cosa rischino, ma a quanto pare, rischiano.

Queste restrizioni sono un vero freno alla diffusione della conoscenza che i musei sono chiamati a sviluppare. Di certo non fonderanno il loro avvenire economico su queste cose. Ma sulla loro capacità di apparire talmente attraenti che le persone non vorranno mancare di visitarli quando passano in città. E per essere attraenti, i loro contenuti devono entrare nella conversazione, nel passaparola e nel "passaimmagine".

Anche perché altri musei consentiranno ai colori di Miró di viaggiare in rete. E alle notizie sui classici dell'Impressionismo di arrivare alle persone interessate. Quelli del Musée parigino potrebbero non essere i migliori produttori di contenuti per audioguide: anzi, si potrebbe fare un'applicazione che si scarica sull'iPhone e consente di conoscere meglio quello che si vede visitando Orsay o qualunque altro museo... Magari c'è già...

Update sulle morti annunciate nella tecnologia

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Lo stato di salute del web resta ottimo, si diceva. Nonostante la diagnosi pesantissima proposta da Wired

Da non perdere il pezzo di Harry McCracken sulla paradossale quantità di morti prematuramente annunciate nel mondo della tecnologia.

Facebook Places: dentro e fuori

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Parte Facebook Places in America. E si possono condividere le informazioni sul luogo dove ci si trova. 

La regola per la privacy è ancora una volta discutibile. Si deve dichiarare la propria adesione per consentire alle applicazioni di usare la localizzazione. Ma nei confronti degli amici che usano applicazioni che coinvolgono la localizzazione, invece, non serve il permesso: se non si desidera condividere questa informazione con le applicazioni degli amici - a quanto pare - si deve dichiarare di non voler far sapere dove ci si trova.

"You may want to share your check-in information with third-party applications that build interesting experiences around location, such as travel planning. Applications you use must receive your permission before getting this information. Your friends will be able to share your check-ins with the applications they use to help create new social experiences with location. If you don't want to share your check-ins with your friends' applications, just uncheck the new box in your Privacy Settings under "Applications and Websites."

(Intanto, Pete Warden spiega su ReadWriteWeb quante cose si possono fare con i dati pubblici di Facebook: una dimensione analitica destinata a crescere probabilmente anche con Places).

Lo stato di salute del web

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Il web sta bene. Non è morto. E sta ancora crescendo. Anche se se ne può discutere.

Chris Anderson e Michael Wolff segnalano - sulla base di dati Cisco - che la percentuale di traffico internet che riguarda il web è in diminuzione rispetto ad altri utilizzi. E colgono l'occasione per tirare le somme: le apps sono il futuro ed essendo parte di un mercato più controllato dai grandi operatori finiranno per ridare ordine alla rete, rafforzare il capitalismo, mettere fine alla confusione dell'internet troppo aperta. Può essere vagamente forzato: lo ammette lo stesso Anderson ricordando come Wired abbia scritto nel 1997 che la tecnologia "push" avrebbe scalzato il modo di consultare la rete basato su browser e ipertesti (un pezzo scritto poco prima che la tecnologia "push" finisse nel dimenticatoio). Ma è un argomento di discussione. E allora discutiamo.

1. Nel grafico citato da Anderson e Wolff (pubblicato in un primo momento con la timeline sbagliata e poi corretto) si parla di numeri relativi. E il web appare in diminuzione. Ma usando i numeri assoluti, come fa Rob Beschizza su BoingBoing, si vede che il web sta ancora crescendo moltissimo.

2. Il traffico web diminuisce in termini relativi perché aumenta il video. Ma il video che viene considerato nel grafico citato da Anderson e Wolff è anche quello di YouTube, che dovrebbe essere considerato probabilmente traffico web, come osserva anche Erick Schonfeld su TechCrunch, dopo aver consultato i dati Cisco dai quali il grafico è tratto.

3. Il pericolo che la rete libera sta correndo non viene dalla concorrenza delle apps che in fondo non sono che un altro modo per usare internet. La supposta chiusura delle piattaforme per usare le apps è comunque parte di un sistema competitivo aperto basato su internet. Del resto, Facebook è anche una piattaforma per le apps che si usa sul web. Il vero pericolo è che i grandi cui Anderson e Wolff assegnano già la vittoria riescano ad abbattere la neutralità della rete che garantisce l'innovatività del sistema (tema accennato per esempio da Gizmodo).

Molti commenti alla vicenda sottolineano che si tratta semplicemente di un'operazione di marketing di Wired. Sono intervenuti per quanto ho visto: Giuseppe Granieri, Tiziano Caviglia, Massimo Mantellini e, velocemente, Nereo.

Allusioni e diffamazioni

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Se il cardinale Tettamanzi lancia una forte accusa contro chi usa la politica come mero strumento di potere e arricchimento personale, perseguendo con violenza gli interessi dei singoli e dei singoli gruppi, fa certamente bene. Non fa nomi perché forse potrebbe incorrere in errore e anche perché la legge sulla diffamazione è tanto ambigua che non si interpreta facilmente. Ma se questo viene detto quando tutto il potere è concentrato in una parte e quella parte è piena di gente accusata di ogni genere di violento perseguimento di interessi personali, non si scappa. L'interpretazione è chiara come se avesse fatto i nomi.
Un manager di medio livello della Apple è stato arrestato per frode e riciclaggio. Prendeva tangenti da alcuni fornitori asiatici. Non è esattamente corruzione, perché quel concetto è riservato ai funzionari pubblici. Ma insomma è qualcosa di molto simile. In America si riesce a combattere. E in Italia?

La campagna cellulare

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Anche At&t si accoda alla richiesta Google-Verizon di lasciare l'internet mobile senza neutralità, con la piena disponibilità per le compagnie di ammettere o escludere servizi e contenuti dalla rete di accesso al web via cellulare. Non è una sorpresa. Le compagnie telefoniche sperano di salvare il business della voce e i margini dell'intermediazione sui servizi web controllando le iniziative che si possono sviluppare in mobilità. Anche Apple ha dovuto introdurre molte limitazioni alla sua strategia mobile per l'accordo (peraltro molto conveniente per la società di Steve Jobs) con l'At&t. E tutti quelli che vorrebbero fare voip col mobile o introdurre servizi fortemente concorrenziali con le compagnie avranno sempre molti molti problemi. Questo frena l'innovazione ma salvaguarda la tenuta dei conti delle compagnie mobili. Vedremo se le tecnologie che portano la logica dell'internet fissa in mobilità, come il wimax e il wifi, riusciranno prima o poi a decollare sul serio negli spazi pubblici. A quanto risulta Tiscali tra gli altri ci sta lavorando. In uno scenario del genere, le compagnie cellulari dovrebbero rivedere la loro strategia di controllo dell'internet mobile.

L'autodifesa di Google

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Google difende la sua proposta sulla net neutrality. Dice che è una proposta di legge e non un accordo di business. Dice che è un buon compromesso perché per la prima volta una grande compagnia telefonica si impegna con precisione sul tema della neutralità nelle reti fisse anche se in cambio ha ottenuto mano libera nelle reti mobili. É una difesa debole, imho. La rete mobile è enormemente importante. Si presta a ogni genere di controlli e limitazioni della neutralità. Si dovrebbe affermare il principio della neutralità anche sul mobile e ammettere Che questa è la strada dell'innovazione. Strategie di chiusura per chi la apprezza, come quella di Apple, non sarebbero in discussione. Sarebbe peró evitato che le compagnie possano discriminare come vogliono i contenuti e i servizi. Nuovi servizi, più aperti si dovrebbero sempre poter fare, per fare concorrenza a quelli più chiusi. Insomma: perché escludere tutto questo a livello di principio?

FT dice che il Centro avrebbe il 20%

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Per il Financial Times, un eventuale polo di Centro avrebbe il 20% dei consensi tra gli elettori italiani.

Localizzare la geolicalizzazione

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Un pezzo del Nyt per rendersi conto che le funzioni nascoste o poco conosciute della geolocalizzaziobe possono riservare sgradevoli sorprese. Ancora una volta la privacy è una questione di informazione e consapevolezza.

Anche Eff contro Google sul mobile

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Anche Eff è critica sulle posizioni di Google sulla net neutrality nell'internet mobile.

La condanna dell'internet mobile

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Non si capisce perché, nello stabilire alcuni prevalentemente sani principi di net neutrality validi per l'internet a banda larga, Google e Verizon abbiano deciso di introdurre una clausola diversa per l'internet mobile. 

E' chiaro che finora i provider delle reti senza fili hanno fatto più o meno quello che hanno voluto con la questione della neutralità della rete mobile. Ma non è chiaro perché, nello stabilire dei principi, si dovrebbe ammettere che potranno continuare a fare quello che vogliono per sempre.

Non solo perché internet mobile e fissa, dal punto di vista dei cittadini, è diversa per i costi ma non per il significato e per la sostanza del valore d'uso. Non solo perché ammettere la non neutralità della rete rallenta l'innovazione nel mobile (come appunto si vuole evitare che rallenti nel fisso). Ma anche perché ci sono diverse soluzioni, ancora poco sviluppate, ma che dovrebbero poter dare all'esperienza dell'internet senza fili la stessa qualità di quella fissa. O si vuole dire che wimax e wifi pubblica sono definitivamente condannate? O si vuole dire che l'internet mobile è il territorio nel quale le grandi compagnie possono giocare tutte le loro carte nel controllo dell'innovazione? Insomma, questa distinzione può valere come descrizione della realtà, ma a livello di affermazione di principio non mi sembra che regga.
La maggioranza si è spaccata. Una parte degli eletti della maggioranza non è più dalla stessa parte della maggioranza. Si può dire che è passata a una forma di opposizione critica che si lascia libera di votare a favore o contro la maggioranza. Ma proprio prendendo questa posizione mette in discussione l'esistenza stessa della maggioranza. Quindi l'opposizione critica è in un certo senso diventata maggioranza. Ma non si lascerà intrappolare in questo labirinto e quindi voterà in modo da non far cadere la maggioranza, divenuta minoranza. Il tutto per non andare alle elezioni e dunque non consentire che si trovi una nuova maggioranza...

Inutile tentare di spiegarlo agli stranieri. Sarebbe interessante capire se tutto questo è una fiction o se è la realtà.

Come fiction non sarebbe male. La maggioranza si spacca ma non perde il controllo del governo, casomai va a fare concorrenza ai partiti di minoranza. Il nuovo gruppo finiano in effetti potrebbe portare via voti alla maggioranza, ma potrebbe anche portarne via all'opposizione. Nel dubbio, per ora, evita di andare alle elezioni. Tanto il problema è conquistare spazio nei titoli dei giornali. E da questo punto di vista è riuscita alla perfezione. Come in una fiction.

Come realtà è piuttosto esoterica. Ma forse è il riflesso di una realtà più profonda che in effetti si conferma a ogni passaggio politico. Non è il gioco elettorale a generare la politica italiana. E' il gioco della spartizione dei ruoli e dell'interdizione del potere altrui. Le due cose vanno insieme. Non ci sarebbe niente di strano adesso a pensare che anche al gruppo finiano andrà una quota di potere in Rai, una quota di potere nelle aziende pubbliche, una quota di potere nel territorio, una quota di potere nell'agenda delle leggi da approvare...

L'Italia si sta sciogliendo in una serie di minoranze. Le minoranze territoriali: Nord, Sicilia, Roma, localisti vari, ecc... Le minoranze di interessi: grandi aziende, piccole aziende, partite iva, impiegati pubblici, ecc... Le minoranze di ideali: individualisti, collettivisti, cosmopoliti, ecc... Le minoranze di metodo: costituzionalisti, opportunisti, riformisti, ecc... Le minoranze di link: vaticanisti, americanisti, europeisti, gli-affari-sono-affaristi, ecc...

Piacerebbe piuttosto vedere una strategia per il dopo. L'attuale regime non è eterno. E prima o poi si dovranno creare le condizioni per costruirne un altro. Chi ci pensa? Per il dopo, probabilmente, ci vuole: 1. una nuova legge elettorale; 2. un nuovo equilibrio di poteri tra governo, parlamento, magistratura e, volendo, informazione (compreso il tema della concentrazione di potere nell'informazione televisiva); 3. una nuova narrazione del progetto di società da perseguire. Imho.
Molti temi sono sollevati dalla recente vicenda dei documenti pubblicati da Wikileaks, Guardian, New York Times e Spiegel. Alcuni sono stati affrontati nei commenti al precedente post (Fenomenologia della critica di Wikileaks). Altri sono in discussione sulla stampa. Molti restano sullo sfondo. Non si può certamente riassumere tutto. Ma vale la pena proporre un piccolo quadro della situazione.

Ho l'impressione che non si riesca a farsi un'idea compiuta della situazione se non si riescono a distinguere i temi relativi ai dati di fatto, da quelli relativi alle motivazioni di chi li ha pubblicati e da quelli relativi alla credibilità di chi li discute. Distinguere questi argomenti farebbe bene alla comprensione di quello che succede.

Domande:
1. che cosa succede in Afghanistan?
2. come deve proseguire la guerra?
3. chi fa uscire le notizie aiuta o non aiuta l'Occidente?
4. chi dice qualcosa sull'argomento è credibile?

Vediamo.

1. A quanto pare in Afghanistan la guerra va male, si commettono errori e si ammazzano troppi civili, mentre i pakistani fanno il triplo gioco. Fatti che gli esperti conoscevano. Ma che il resto del mondo ha capito meglio dopo le "rivelazioni". Nel frattempo si è saputo che alcuni informatori del governo afghano sono stati resi noti dai documenti pubblicati da Wikileaks e dunque messi in pericolo. Ma pare che la Casa Bianca non abbia voluto partecipare alla valutazione dei documenti prima della pubblicazione.

2. La guerra prosegue verso il progressivo disimpegno americano. I documenti però non aiutano molto a capire nulla di quello che succederà. Ma questo significa che torneranno i talebani? O il governo filo-occidentale resisterà? Perché Cina e India non sembrano in gioco? L'oppio è la spiegazione di tutto? Certamente, i documenti possono spingere i "moralisti" che sono contro i crimini di guerra o gli errori micidiali compiuti dagli occidentali ai danni dei civili a sostenere che è giunto il momento di lasciare l'Afghanistan. Ma questo non sarà certamente sufficiente a convincere coloro che - di fronte alle domande poste  - hanno un atteggiamento più "politico". Inoltre, i "moralisti" saranno di nuovo affranti vedendo le conseguenze di un'eventuale sconfitta in Afghanistan (vedi pezzo di Time)

3. I dati usciti con Wikileaks fanno sapere meglio come funziona la guerra in Afghanistan. E se la guerra è per la democrazia deve tener conto anche dell'opinione pubblica. Un sistema che sappia affrontare il rischio di gestire un'opinione pubblica informata è abilitato a fare una guerra in nome della democrazia. Un sistema che non accetti questo rischio non può presentarsi come democratico. Qualche dato pubbilcato da Wikileaks può essere pericoloso per la condotta della guerra? Può darsi. Ma come ci sono rischi per la popolazione civile quando i soldati "democratici" vanno in giro col fucile in paesi diversi dal loro, ci sono anche rischi per la strategia militare quando gente che fa informazione va in giro a pubblicare notizie. La valutazione non può essere assoluta: non si può accettare che tutto debba discendere dalla logica della guerra; altrimenti la democrazia cesserebbe di essere tale; e con essa cadrebbero le motivazioni per fare una guerra contro un regime autoritario, violento e dotato di una strategia imperialista a base terrorista (in pratica si ridurrebbe tutto a una lotta tra "opposti imperialismi").

4. Di Wikileaks si sa troppo poco dicono i critici. Logico, dicono i difensori, altrimenti i nemici di Wikileaks avrebbero buon gioco a eliminare l'avversario. (vedi il pezzo di Huffington). E allora? La credibilità di Wikileaks si dovrebbe giudicare sulla base dei fatti e di ciò che si può sapere delle sue motivazioni. Il famoso articolo del New Yorker su Assange resta un riferimento fondamentale. Di sicuro, gli avversari di Wikileaks sono molti: ma quando sono i governi occidentali, anche la loro credibilità è discutibile. E ovviamente molto discussa.

Forse è meglio considerare un nuovo scenario. E' fallita, sta fallendo, la strategia di tenere sotto controllo tutta l'informazione: manipolandola, embeddandola, riempiendola di ciancie, come ha fatto per esempio oggettivamente l'amministrazione guerrafondaia presieduta da GW Bush. Sta fallendo anche il buonismo attuale se non si decide a una strategia più chiara: l'amministrazione attuale non si può aspettare di poter controllare l'informazione solo sperando che chi fa informazione sia dalla parte dei "buoni". E non può indirizzarla se non ha a sua volta un indirizzo politico chiaro. Lo scenario secondo il quale il governo sa quello che si deve fare e per questo governa l'informazione sta finendo e deve finire. Allora c'è un nuovo scenario. Uno scenario nel quale una quantità incontrollabile di fonti di informazione e di canali di trasmissione è in gioco, liberamente, per i motivi più diversi, compresi quelli "buoni"; e nel quale se un governo davvero ritiene di fare le cose giuste, riesce a fare uscire informazioni coerenti perché i fatti sono coerenti e soprattutto le sue persone sono davvero motivate. L'informazione, per via bizzarra, tornerebbe a servire da watchdog, o almeno a equilibrare il potere politico.

L'equilibrio dei poteri è un bene. Anche se per ciascuno dei poteri, lasciarsi equilibrare sembra una limitazione inaccettabile, è proprio quello che il principio vuole ottenere. Nessun potere assoluto. Ogni potere relativo. E' più complesso per un sistema che si confronta con regimi autoritari ben più banali. Ma almeno serve a sapere da che parte stare.
Se il governo italiano fosse molto interessato alla privacy, l'Italia sarebbe tra i paesi che richiedono regole più stringenti alle aziende che raccolgono in rete dati sulle abitudini e le opinioni delle persone. Invece, l'Italia non è in cima alla classifica dei paesi europei più attenti a salvaguardare la privacy dei cittadini nei confronti delle aziende, anzi, è proprio tra gli ultimi: la tabella è su wsj.

Eppure dicono che la legge contro le intercettazioni è intesa a salvaguardare la privacy dei cittadini.
Bizzarra notizia Ap su AbcNews. Lo Utah ha deciso che non farà più domanda per importare 20mila tonnellate di scorie radioattive dall'Italia.

Ok. Abbiamo capito che il deserto dello Utah non vuole più essere una pattumiera nucleare del mondo. Non sapevamo, però, che nei costi del nucleare italiano era compreso, ipoteticamente, anche il trasporto di 20mila tonnellate di materiale radioattivo nello Utah.

Gli esperti probabilmente non si stupiranno quanto me. Ma i costi del nucleare saranno mai trasparenti?

Un'occasione persa per il retroscenismo

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
John Hooper, Guardian, nota che in Italia si è persa un'occasione per il retroscenismo (è una notizia del tipo uomo morde cane). Si riferisce al fatto che Panorama ha attaccato duramente il Vaticano e che nessuno ha messo in relazione quel servizio del settimanale con la strategia politica del suo proprietario.

In altre occasioni si sarebbe vista una quantità di commenti sul perché di quell'attacco, ecc ecc. Ma questa volta, dice Hooper, no. Perché? C'è probabilmente un retroscena da rivelare...

Cervello - Carr

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
More about The ShallowsAvevo scritto un lunghissimo post sul libro di Nicholas Carr dedicato agli effetti cognitivi negativi dell'uso di internet. Avevo riportato i principali punti in discussione, le risposte di Steven Berlin Johnson e l'intervista di Open Culture. Aggiungevo qualche punto di vista in più sostanzialmente critico. Un problema tecnico alla connessione ha impedito la pubblicazione. Il post si è perso. Anche perché non avevo salvato, a causa di un atteggiamento superficialmente fideistico nei confronti della tecnologia. Carr non ha ragione, ma forse non ha nemmeno torto.
Chi ha ancora voglia di parlare ai politici e pensa che facendolo si possa ottenere un po' di buon senso sulla legge "bavaglio" e le norme restrittive che riguardano potenzialmente anche i blog, puó dare un'occhiata alla lettera aperta di Valigia Blu.

La ricostruzione di Tangentopoli

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Mani Pulite aveva limitato e in parte abbattuto Tangentopoli. Gli ultimi 17 anni di politica sembrano una lenta ma sempre più decisa ricostruzione. Adesso salta fuori che per indagare con le intercettazioni in merito a possibili reati di corruzione ci saranno altre difficoltà.

Esiste purtroppo un ceto "imprenditoriale" che considera la corruzione normale o per lo meno accettabile, in cambio di lavoro. E invece è una pratica profondamente ingiusta e inefficiente, che mette in difficoltà le imprese corrette e favorisce quelle che accantonano fondi neri e competono a suon di mazzette. Inoltre, apre la strada alle mafie mentre riduce gli incentivi all'innovazione.

Non c'è nessuna giustificazione per chi vuole ricostruire Tangentopoli. Nessuna.

Non è una faccenda solo italiana. Ma l'Italia non sta facendo abbastanza per liberarsi da questa imbecillità. Qui c'è un discorso di un grandissimo combattente contro la corruzione, Peter Eigen (Transparency.org):


Bavaglio di principio

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Se la legge bavaglio verrà approvata con le modifiche introdotte ieri sarà un po' meno penalizzante per la magistratura, ma non modificherà un principio: che i giornalisti e i giornali possono essere ritenuti colpevoli nel caso che pubblichino un documento rilevante per la cronaca ma non ancora uscito dalle maglie introdotte dalla nuova legge.

Il principio in America è diverso: e garantisce molto di più la libertà di stampa. Il giornale ha diritto di pubblicare. Se il documento è uscito illegalmente sarà colpevole chi lo ha fatto uscire non il giornale che lo ha pubblicato.

Nonostante la crisi dell'editoria, probabilmente nelle aziende editoriali continuerà a crescere il costo del lavoro di una categoria professionale: gli avvocati.

ItalyLeaks: la luce dell'ombra

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Mettiamo in chiaro le proporzioni. La maggioranza degli italiani ottiene notizie solo dal Tg, dice il Censis. Significa che le notizie che si trovano sui giornali e su internet sono note a una minoranza di italiani. Anche perché una buona metà degli italiani non legge e non scrive. La visione della realtà più diffusa è data dalla televisione. Sia a livello di fatti, sia a livello di interpretazioni dei fatti.

In questo contesto, non è assurdo che qualcuno pensi che quello che viene fuori in rete attraverso Wikileaks sia destinato a restare vagamente clandestino. 

Il risultato si potrebbe ribaltare contando sul passaparola della rete e il passaparola fisico tradizionale, cui si potrebbe aggiungere nei fatti l'alleanza dei giornali più lungimiranti. 

Si può essere contenti dell'arretramento del bavaglio. Ma non del fatto che un problema in più per pubblicare le notizie comunque ci sarà. Occorre prendere le misure del problema: non è possibile che le notizie più complesse e più importanti per farsi un'idea siano poco diffuse o semiclandestine. Ma paradossalmente proprio l'esorbitante potenza della tv generalista potrebbe finire col creare le condizioni di una strutturale alleanza tra gli altri media. Cui si potrebbe aggiungere una forma di alimentazione del passaparola tra coloro che a quei media non accedono o non possono accedere se tra il territorio e la rete si trovassero nuove connessioni.

ps. La segnalazione su ItalyLeaks è stata rilanciata da blogger attenti come Ppr, Dario, Alessandro, Delbo. E commentata da Guido Scorza. (Nei commenti anche alcune valutazioni controverse su Wikileaks che meriterebbero un'ulteriore discussione).

Ma dov'è l'Italia?

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Grande Ethan Zuckerman a TED. Chiusi nel gregge di quelli che la pensano come noi, abbiamo una visione del mondo distorta. Elif Shafak dimostra la forza delle storie per costruire una cultura cosmopolita. E David McCandless usa la raffigurazione dei dati statistici per superare stereotipi e luoghi comuni.

Ci si accorge che l'Italia è il paese dei luoghi comuni. Il dibattito autoreferenziale rischia di produrra una cultura contemporaneamente cinica e poco critica.

Ma l'Italia è potenzialmente il posto perfetto per superare gli stereotipi: nessuno nell'occidente civilizzato ci considera degni di farne parte, i paesi mediterranei ci accettano solo perché siamo un posto dotato di soldi ma diverso da loro perché popolato di xenofobi; di certo non possiamo essere accolti tra i paesi emergenti e neppure tra i grandi costruttori di contemporaneità.. in effetti non siamo apparentemente in nessun posto stereotipato nel nostro tempo e nel nostro spazio.. siamo un nodo della rete globale dotato di caratteri locali visibili e unici.. tanto è vero che secondo la Doxa all'estero piaciamo più di quanto ci piaciamo da soli...

Sembra un po' incoerente? Non lo è. Siamo un bellissimo posto ma non siamo "come" nessun altro posto: potenzialmente uno degli ambienti più favorevoli al cosmopolitismo. Dobbiamo solo imparare a distinguerci dalle brutte figure che tendono a fare i nostri rappresentanti. Del resto, non siamo certo la prima democrazia che vota contro i suoi interessi.

Paul Steiger senza bavaglio

| | Comments (8) | TrackBacks (0)
Paul Steiger, leader di Propublica, ha voluto sapere di più della legge "bavaglio". La descrizione della legge e dei motivi per i quali il governo italiano la vuole far passare lo hanno spinto a spiegare che negli Stati Uniti le intercettazioni non hanno limiti di tempo e se vengono per qualche motivo in possesso di un giornale possono essere pubblicate.

Ci possono essere casi in cui le intercettazioni non devono essere fatte uscire, ma anche in quei casi il responsabile dell'illecito è chi le dà a un giornale: resta chiaro che il giornale che ne venga in possesso le puó pubblicare anche in quel caso (se non ha pagato per averle diventando così complice). Questa è la libertà di stampa. E non è troppa libertà di stampa.

"I ricchi sono diversi..."

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
"I ricchi sono diversi. I ricchi sono spietati". Un commento che si trova in un fantastico articolo del New York Times che dimostra come i poveri che, per senso dell'onore, tentano in ogni modo di pagare le quote del loro mutuo in America, sono molti in percentuale; mentre i ricchi non pagano i debiti in proporzione maggiore.

Fuori pista

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
"In Italia c'è fin troppa libertà di stampa", diceva. C'è anche fin troppa libertà di dire balle. E di depistare

L'Fnsi si muove. La privacy non si difende limitando pericolosamente la libertà di stampa. Rodotà scrive di diritto di informazione e di cultura. 

Forse diventerà sempre più importante studiare il nuovo servizio di Reporters sans Frontières. E molti considereranno sempre più importante conoscere il funzionamento di Wikileaks.

Ma è chiaro che la storia, oggi, chiede al pubblico attivo capace di condividere notizie e informazioni liberamente online di farlo coscienziosamente e continuativamente. Se il pubblico attivo riuscirà a contribuire con indipendenza di giudizio, metodo fattuale, spirito di servizio, il sistema dell'informazione resterà almeno in parte sano.

Non è facile. Forse alcuni si stancheranno di lavorare nell'ombra per condividere informazioni in un paese che purtroppo sconta una condizione di difficile accesso alla lettura. Forse alcuni si stancheranno di linkare gli altri, si rinchiuderanno nel loro privato orticello. Sarebbe un peccato. Altri troveranno più comoda la via della faziosità o della polemica. Ma qualcuno continuerà a dare informazioni utilizzabili per farsi un'idea. La Fondazione Ahref, quando sarà attiva, darà un suo sostegno di ricerca e di iniziative al pubblico attivo con un metodo non partigiano e non orientato al profitto.

Alla lunga, in un paese nel quale il leader invita a boicottare i giornali, anche gli organi di stampa che non vogliano farsi cucinare a fuoco lento finiranno per cercare con umiltà l'alleanza del pubblico attivo. Sarà un buon momento, quello sì, contro il populismo e per la libertà.

Ipercritica della ragione italica

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Dice la Doxa che l'Italia ha un'immagine abbastanza buona all'estero. Ma se si fa il rapporto tra l'immagine all'estero e l'immagine dall'interno, l'Italia è la penultima in classifica, mentre l'ultimo è il Giappone.

Non è banale l'interpretazione. Siamo ipercritici? Ci conosciamo meglio di quanto non ci conoscano dall'estero? Siamo simpatici proprio perché non ce la tiriamo?

Storcere il naso in rete

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Si vede che storcere il naso quando si parla di internet è diventato un modo per appartenere alla corrente di chi è controcorrente. Come se si potessero combattere gli ideologici che hanno dipinto la rete come una terra promessa - quindici anni dopo - dicendo che non è veramente meravigliosa. C'è rumore, si dice. C'è falsità, si afferma. C'è capziosità, settarismo, violenza, populismo... si lamenta. Ovviamente, si ammette anche che in rete c'è tanto di buono... ma insomma...

Insomma che?

Una rete di decine di milioni di persone in Italia, di quasi due miliardi di persone nel mondo, non si valuta come unità. Ma per quanto valgono le diverse fonti di contenuto, le piattaforme sulle quali si pubblica, le innovazioni che non cessano di alimentarla. E comunque, in un'epoca ancora dominata dalla televisione, che ha tutti i difetti della rete più uno, storcere il naso parlando di internet è come dire che la rivoluzione è scomoda.

Casomai, occorre digerire l'innovazione, pensare le conseguenze di quello che si sta facendo, credere nella possibilità di cambiare quello che può essere cambiato e smettere di fingere di poter cambiare ciò che non cambia. E casomai si può cercare una sintesi pratica: la televisione, si diceva, è il potere rassicurante della convenzione mentre internet è l'influenza inquietante dell'azione. Nel senso che la sua vera specificità è la facilità con la quale si può tentare di trovare e proporre alla rete una soluzione per i problemi che la rete sembra far emergere.

Tanto per fare un esempio. Tutti noi soffriamo per il "rumore" della rete: internet per ora non ha risolto il fastidioso "rumore" generale delle grida sconnesse che la società lancia attraverso tutti i suoi media (cfr. Ecologia dell'attenzione) e forse ha contribuito ad aumentarlo. Ma a fronte di questo, la gente che sta in rete non cessa di provare a proporre nuovi filtri, motori di ricerca, forme di collaborazione, che servono proprio a navigare meglio tra le molte sollecitazioni mediatiche, con meno disturbi. Di certo non siamo vicini alla "soluzione finale", ma questa probabilmente non è desiderabile. Probabilmente, siamo invece molto vicini al punto di partenza di questo strumento: la cultura non lo ha ancora digerito. La gerarchia della qualità, la finezza intellettuale, l'eccellenza delle idee non si distingue ancora facilmente dalla bagarre generale. Ma è inutile accusare di questo la rete (dimenticando che la televisione ha fatto la sua parte, eccome): molto meglio farsi venire un'idea e agire. Si può.

(Con pazienza. Senza stancarsi).

Maxxi, Ataman e un problema legale

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
La mostra di Kutlug Ataman al Maxxi di Roma è la porta d'accesso a una ricerca vera. La ricerca di un regista, artista, documentarista, esploratore dell'esperienza delle persone anche - senza farla troppo difficile - attraverso l'esplorazione del linguaggio narrativo. Siamo ai confini del Mediterraneo, facciamo domande alla sociologia francese e alla consapevolezza turca, camminiamo per la Mesopotamia e ci sdraiamo sul divano (parola araba) per guardare immagini oniriche-ironiche che scendono dal soffitto. Bello. Interessante. Divertente.

E meno male. Perché...

Dov'è il problema? In una curiosa - poco diffusa anche se non del tutto assente altrove - clausola delle note legali:
 
"Qualsiasi forma di link al presente sito, se inserita da soggetti terzi, non deve recare danno all'immagine ed alle attività del MAXXI."

Questo post contiene, appunto, due link al sito del Maxxi. Contiene anche una critica positiva. Se non fosse stata positiva avrebbe recato danno - con tutti i limiti di questo blog - all'immagine e alle attività del Maxxi. 

Ne consegue una curiosità: che valore ha e che cosa significa esattamente quella clausola?

ps. Cercando in Google, si trova meno di una trentina di siti che riportano una clausola analgoca, tra i quali:

L'Osce sul bavaglio

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Anche l'Osce di preoccupa del bavaglio.

Bavaglio a Fini

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Basta. Basta?

Bavaglio in 11 lingue

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Italiano: bavaglio
Africaans: gag
Arabo: أسكت
Catalano: mordassa
Cinese: 插科打諢 (Chākēdǎhùn)
Ebraico: בדיחה
Giapponese: ギャグ (Gyagu)
Greco: φίμωτρο (fímo̱tro)
Persiano: دهان باز کن
Russo: кляп (klyap)
Turco: öğürmek

(via Google)

I trucchi del mago

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Su Gawker qualche trucco usato nel video di presentazione del nuovo iPhone...Quando il mago tira fuori il suo coniglio dal cappello fa di tutto per divertire il pubblico...

Il prezzo degli scoop

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Il costo dell'inchiesta di ProPublica che ha vinto il Pulitzer è arrivato alla fine intorno a 400mila dollari.

Non è molto diverso dai 150-450mila euro che gli editori - si dice - dovrebbero pagare per la pubblicazione di intercettazioni "proibite".

Bull Schmidt

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Pare che Eric Schmidt abbia commentato la sentenza italiana sul caso del cosiddetto video del bambino down con la parola "bullshit". Ft lo riporta così: 

«By contrast, Mr Schmidt shows no contrition when responding to the recent court ruling in Italy convicting three top Google executives of criminal wrongdoing after its YouTube video website showed footage of a disabled boy being bullied by classmates. "The judge was flat wrong. So let's pick at random three people and shoot them. It's bullshit. It offends me and it offends the company. "But this is not an indictment of Italy," says Mr Schmidt, who earlier noted that Europe was a highly profitable market for the company».

Steve Jobs aveva detto a sua volta che il motto don't be evil di Google è "bullshit" (Register).

Tutto molto edificante.

Come sa di sale il nostro pane

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Roberto La Pira segnala uno studio sul consumo di sale in Italia. E scopre che è troppo altro. Il doppio del quantitativo consigliato...

Storie nere

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
ProPublica segue con le inchieste i fatti della fuoriuscita di petrolio dal pozzo BP nel Golfo del Messico. E aiuta a comprendere come il governo americano sia stato per decenni succube delle compagnie petrolifere. Come i conflitti di interessi e le relazioni personali tra chi doveva controllare e chi doveva essere controllato nelle attività estrattive fossero troppo stretti. E come le compagnie abbiano fatto di tutto per avere pochissimi obblighi per quanto riguarda la sicurezza ambientale, il monitoraggio, la preparazione nei confronti di un incidente.

Fusione nella ricerca nucleare europea

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Il progetto Iter che deve arrivare a dimostrare e realizzare il nucleare a fusione è in crisi perché il capitale necessario alla sua prosecuzione rischia di essere tra le rinunce cui l'Europa potrebbe essere costretta per far fronte alla crisi finanziaria e alla speculazione contro l'euro. (Nature)

Ma intanto vanno avanti esperimenti più piccoli per la fusione. Come quello basato sulla tecnologia di Bruno Coppi, che insegna e lavora all'Mit. (TechReview)

iPed, APad, e altri tarocchi

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
Un servizio, giapponese, parla di iPad tarocchi. Anche per gli italiani che non conoscono la lingua nipponica il servizio è facilmente comprensibile. Non solo perché aipaddo e intelnetto sono parole internazionali... Ma anche perché siamo vecchi maestri dei tarocchi...




Grazie a Umberto Basso per la segnalazione.

Mela Capitale

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
La capitalizzazione della Apple ha superato quella della Microsoft. La Mela è la più grande compagnia del mondo delle tecnologie, secondo le borse. Più di Ibm, Hp, Microsoft... Secondo le borse... (Nytimes)

Significa che pensano che la Apple farà più soldi di tutti in futuro.

Privacy di destra e di sinistra

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Mentre il governo afferma di voler mettere insieme equilibratamente i diritti di privacy, di cronaca, di indagine, introducendo nuove norme sulle intercettazioni che molti definiscono "bavaglio", si diffonde un dibattito sulla posizione del tema della privacy nella linea ipotetica che va dalla destra alla sinistra della politica.

Il Foglio nota che molti sono indignati per il trattamento che alla privacy degli utenti è riservato da piattaforme come Google mentre non molti sono indignati per il trattamento che alla privacy dei cittadini è riservato dalle intercettazioni pubblicate sui giornali.

Il costituzionalista Valerio Onida, sul Sussidiario, osserva che la legge esistente è chiara e che gli abusi possono essere frenati senza introdurre una nuova legge che di fatto non è fatta per tutelare la privacy ma per ridurre la libertà di stampa e la possibilità di indagare.

Dice il Foglio che online sono gli stessi utenti ad attentare alla propria privacy pubblicando in rete dati che non dovrebbero diventare pubblici, mentre nel caso delle intercettazioni gli utenti non pubblicano nulla ed è chi compie le indagini e chi pubblica i testi intercettati ad attentare alla privacy. Il che va bene nei casi in cui si intercettino dei colpevoli, ma non quando si intercettano gli innocenti.

Ok, ma le indagini si fanno proprio per trovare i colpevoli, si intende invece dalle parole di Onida. Le indagini sono inevitabilmente orientate a entrare nei fatti personali dei cittadini. Ed è giusto che lo facciano.

Probabilmente la contraddizioni non sono nel mondo del diritto, ma tra chi vuole strumentalizzare i media. Tutto ciò che entra nella sfera pubblica assume un senso diverso: e il senso della sfera pubblica va salvaguardato, non strumentalizzato. Certo, assieme a ciò che viene pubblicato in modo fisiologico ci sono anche altri fenomeni che ci entrano per vie traverse: che ci entrino per via di una disattenta utilizzazione delle piattaforme online o che ci entrino per via di indagini che in parte finiscono per essere pubblicate, il fatto è che certi fatti da privati diventano pubblici. L'equilibrio è da trovare, ma non regolando o strumentalizzando i media. Non con leggi che cerchino di specificare capillarmente le fattispecie. L'applicazione delle leggi che esprimono principi generali dovrebbe essere sul serio lasciata alla magistratura.

Altrimenti finisce che la privacy di sinistra se la prende con le piattaforme delle aziende capitaliste americane orientate al profitto e che la privacy di destra se la prende con la libertà di stampa che minaccia la possibilità di ciascuno di fare i propri affari, legali o illegali. Quello che ci rimette, in quel caso, è la serietà del concetto di privacy. Oltre alla libertà di stampa.

Consigli da Goldman

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
La grande banca Goldman Sachs ha fatto un sacco di soldi negli anni prima della crisi e anche dopo. Sta arrivando a patteggiare per un miliardo sull'accusa di aver lucrato in modo fraudolento che gli è stata mossa dalla Sec: pare rigirasse i suoi rischi peggiori in pacchetti finanziari che vendeva ad altri. E continua il suo percorso.

Ma i risparmiatori potrebbero essere interessati a sapere che mentre la Goldman ha guadagnato ogni giorno nell'ultimo trimestre con i suoi investimenti, chi ha seguito i suoi consigli ha probabilmente perso: come riporta Bloomberg, sette su nove dei suoi consigli di acquisto per i risparmiatori, classificati come quelli maggiormente raccomandati hanno perso soldi.

Il dono del condono

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
E dunque pare torni il condono edilizio. Mescolato in un pastone di misure che non riescono a cancellare l'impressione che si tratti di un nuovo condono edilizio. Come nel precedente governo di destra. Dopo lo scudo fiscale, continua la politica del fisco a due dimensioni: chi sta alle regole paga molto, chi evade paga poco. E potrebbe andare persino peggio, a quanto pare, se il ministro dell'Economia - a quanto dicono - non tenesse botta contro il populismo. Ma la crisi è troppo grave: niente scherzi. Il populismo, la corruzione e l'evasione sono un mix letale. E sono probabilmente alla radice delle difficoltà finanziarie in cui si dibattono i governi deboli.

update: nuovo articolo ancora più chiaro del Sole

Help: intrusi su FriendFeed...

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Strano fenomeno. Su FriendFeed è apparso due volte un post con il link al mio profilo di Linkedin. Ma non sono io ad averlo pubblicato.

Dopo il primo caso, ho tolto il feed di Linkedin da quelli che alimentano FriendFeed. Ma questo non ha impedito la ripetizione del fenomeno.

Qualcuno sa darmene una interpretazione?

L'austerità della crescita

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Il Sole di oggi osserva come l'economia europea - e italiana - sia di fronte a decisioni difficili. E' necessaria una disciplinata austerità nei bilanci pubblici, altrimenti la speculazione sul debito ha buone probabilità di far saltare l'euro. Ed è necessaria la crescita dell'economia perché altrimenti l'interesse sul debito sale a livelli intollerabili e salta l'euro. Eppure, austerità spesso vuol dire risparmio e riduzione della spesa pubblica o aumento delle tasse, il che ha l'effetto di diminuire la crescita. Alessandro Plateroti ha preso di petto a contraddizione in un editoriale, online oggi.

La contraddizione è complessa. Il debito è stato la causa di una parte importante della crescita del passato. E ora rallenta la crescita attuale. Per togliere di mezzo questa causa di rallentamento occorre austerità. Ma è chiaro che togliere un freno non significa accelerare. Questa idea deriva dall'ideologia che pensa alle imprese come cavalli che vogliono solo correre e che solo lo stato frena: meno stato più crescita. Ma non è così se le imprese di cui si parla sono abituate a farsi aiutare dallo stato (che per farlo si indebita). In queste condizioni, nell'immediato, l'austerità e il minor peso dello stato non si traducono in una automatica liberazione delle forze di crescita delle imprese. Anzi, nell'immediato sembra proprio che l'austerità rallenti la crescita.

Insomma, bisogna fare austerità nei conti pubblici alla stessa velocità con la quale si trova qualche altro motivo di crescita. Dove li trova l'Italia?

Noi abbiamo alcuni punti di forza.
1. Siamo fortissimi risparmiatori. Il nostro debito pubblico è enorme. Il nostro debito privato è piccolo. E concentrato sulla casa. La casa è un bene di investimento che - non essendoci un vero mercato - o cresce o si ferma: non diminuisce quasi mai. Apparentemente. Per questo il piano di aumentare le case è la prima cosa che viene in mente. Perché piace ai risparmiatori. Ma se il reddito disponibile non aumenta, o diminuiscono i consumi o diminuiscono i risparmi: il che riduce la possibilità di aumentare il debito privato. E frena la crescita del valore delle case. In queste condizioni il piano casa funziona se il reddito disponibile viene salvaguardato: con aiuti alle famiglie sostanziali. Che non sono necessariamente possibili in una situazione di austerità.
2. Siamo forti nel turismo. La valorizzazione di questa forza dipende peraltro da trasporti, legalità, qualità dei servizi. Il che dipende dagli investimenti infrastrutturali. Molto costosi e lunghi da realizzare.
3. Siamo forti nelle esportazioni. Attualmente l'Asia compra. E l'America un po' meno, ma non è ferma. L'abbassamento dell'euro aiuta. Le imprese che esportano sono reattive e veloci. Ma dipendono dalla domanda globale (che cresce). E dalla loro capacità di fare continuamente ricerca e innovazione. Investimenti in banda larga, sostegno alla ricerca, facilitazione all'innovazione, all'immigrazione di talenti, sono investimenti a redditività relativamente immediata. Ma i loro profitti dovrebbero essere attratti a restare in Italia e reinvestiti.

Finisce che in tutti i casi, l'austerità va bene se è accompagnata da regole più serie che incentivano gli investimenti in innovazione, scuola, ricerca, connessioni e infrastrutture. L'austerità va bene se non si disperdono risorse in varie forme di corruzione, evasione fiscale, lavoro nero. Per l'Italia, l'unica chance probabilmente è che tutto questo ci venga imposto dalla concertazione europea. La strada è lunga. Ma i risultati di ogni passo in queste direzioni possono avere effetti veloci.

Insomma. L'austerità in Italia può essere modernizzazione, legalità, regole incentivanti concentrate sull'investimento - pubblico e privato - più che sul consumo: l'austerità può essere crescita.

Anemone o Scaglia

| | Comments (10) | TrackBacks (0)
Diego Anemone è libero. Silvio Scaglia resta in carcere.

Rodotà, la privacy, le intercettazioni

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Stefano Rodotà non ritiene che la legge sulle intercettazioni sia una difesa della privacy. E le preoccupazioni si diffondono. Le opinioni di Fiorello Cortiana, Juan Carlos De Martin, Arturo Di Corinto, Carlo Formenti, Guido Scorza.

Draquila è da vedere

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Da vedere Draquila. Per poter decidere chi abbia offeso l'Italia.

Fin troppa libertà

| | Comments (33) | TrackBacks (0)
In Italia "abbiamo fin troppa libertà di stampa".

Abbiamo? Chi? Troppa?

Libertà? A ben vedere, di troppo c'è fin troppo. In Italia abbiamo fin troppa libertà di televisione. Fin troppa libertà di evadere le tasse. Fin troppa libertà di corrompere.

In Italia hanno fin troppa libertà di disinformazione.

Certezza Romani, forse

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Dicono che al posto del dimissionario Claudio Scajola, al ministero dello Sviluppo economico vada ora Paolo Romani.

Per ora sono solo voci. Ma che succederebbe al piano banda larga in quel caso?

Gli scenari sono cartesiani. O Romani resta anche alle comunicazioni e continua a non fare quello che non ha fatto finora ma con la consapevolezza che dovrebbe fare quello che va fatto... oppure la gestione del piano banda larga cambia strada. Il che potrebbe significare alternativamente o più azione o meno consapevolezza. Per fortuna la politica non si fa con i "se" ma con i "forse".

La riforma del Risorgimento

| | Comments (8) | TrackBacks (0)
Nella versione tradizionale del Risorgimento, i cattolici erano molto arrabbiati con l'Unità d'Italia, mentre il Piemonte ne era l'artefice e il principale sostenitore. Evidentemente occorreva una riforma per modernizzare la situazione.

Oggi, i vescovi italiani sono a favore dell'Unità d'Italia, a giudicare dall'intervento del cardinale Angelo Bagnasco. Mentre i rappresentanti del Nord Italia, del partito che tra l'altro ora guida il Piemonte, sono piuttosto disinteressati a celebrarla.

Mare nero

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Si segue con angoscia la storia del petrolio che esce dalla piattaforma affondata nel Golfo del Messico. E l'angoscia è ovviamente per le persone, gli animali, le piante del Golfo. Ma c'è una preoccupazione enorme che sgorga dal fondo del mare...

Perché quello che è emerso è che non c'era un piano per questo genere di situazioni. Neppure l'ombra di un piano. Nessuno sembra aver pensato in anticipo a che cosa si deve fare nel caso che la trivellazione si trasformi in un simile disastro.

E la preoccupazione è che tutto quello che si fa per sfruttare le risorse e sviluppare l'economia a breve termine sia condotto con la stessa noncuranza per le conseguenze a lungo termine. Sembra impossibile che non ci fosse un'idea di come reagire a questo genere di eventualità. Eppure non è impossibile: è la logica conclusione che deriva da un sistema che privilegia l'immediatezza dei guadagni al loro senso per l'umanità e il pianeta. 

E' così per le nuove trivellazioni approvate e ora in fretta e furia interrotte dagli americani? E' così per le innovazioni cinesi, canadesi, brasiliane, russe... per le centrali nucleari italiane? 

Non ci si può fermare sempre in attesa di aver pensato tutto. Ma quando si impara una cosa bisogna prenderne atto. E agire di conseguenza. E invece, una volta passata l'attenzione mediatica, i furbi e i praticoni riprendono la loro attività. Mentre i preoccupati continuano a preoccuparsi. Questa volta, in quest'occasione così palesemente grave, l'umanità deve imparare, e imparare a non dimenticare più.

Il lavandino dell'euro

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
L'Economist non si fa mai prendere dal panico. Anche perché il panico spesso genera l'effettiva realizzazione dei fenomeni che la gente teme quando si fa prendere dal panico. Ma questa crisi greca, per l'Economist, è una doppia alzata di sopracciglia. Ft ne fa una questione da 120 miliardi...

Giallo Saviano

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Grégoire Leménager scrive sul Nouvel Obs che il governo italiano avrebbe bloccato Saviano, intenzionato a partire per Parigi per partecipare a un evento pubblico. E fa credere che questa incredibile decisione sia stata una sorta di censura preventiva contro quello che lo scrittore avrebbe potuto dire.

La notizia era in effetti incredibile.

E dopo un po' è arrivata una smentita da Saviano, riportata anche dal Nouvel Obs. Che non è un foglio rivoluzionario. Ma sembra dominato dall'aspettativa di qualcosa di grave nell'aria democratica italiana.

Riprendo qui i post lanciati su Twitter durante il discorso di Saviano, sabato sera, a Perugia:

saviano: non bisogna far passare la lotta alla mafia come una battaglia ideologica.. bisogna parlare a tutti e non solo a una parte

saviano: la mafia ci ha tolto parole come onore, famiglia, amici.. dobbiamo riprenderci quelle parole.

saviano: un conto è dire che un libro di oncologia contiene errori; un conto è dire che scrivere di oncologia fa venire il cancro

saviano: la politica non può essere solo scambio e conflitto; è anche cercare di essere felici...

Zambardino preferisce il conflitto

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
Zambardino scrive una bella critica del mio discorso di ieri. Lo ringrazio: certamente merita una risposta approfondita. 

La sua critica è gentile (almeno all'inizio) ma ferma (sì, ferma, anche nel senso che non si muove da una posizione che tiene da molto tempo). Il problema della sua critica è che è basata sul metodo retorico di portare alle estreme conseguenze una parte di quanto ho detto, senza tenere conto dell'insieme. Dice Zambardino che le mie sono "pericolose utopie", perché privilegiano la cooperazione in un mondo nel quale invece prevale il conflitto. E che dimenticando il conflitto si raccontano favole.

Il fatto è che non dimentico il conflitto. Penso soltanto che si possa capire la realtà che stiamo vivendo soltanto tenendo conto del fatto che in rete le soluzioni che fanno più strada sono quelle che in qualche modo seguono una logica win-win, cioè sono simbiotiche e non parassitarie. Una soluzione chiusa, in rete, perde, contro una soluzione aperta. Una piattaforma che valorizzi molte applicazioni indipendenti vince su una piattaforma che fa concorrenza alle applicazioni degli sviluppatori indipendenti. Una rete neutrale vince su una rete centralisticamente governata, perché attiva energie e fantasie che un centro decisionale unico non riesce ad attivare. E così via. Tutto questo è noto a Zambardino e, ne sono certo, lo trova d'accordo. 

E' anche chiaro che non si può mai dire che una soluzione che nasce aperta, in futuro non venga chiusa. O che un'idea simbiotica in un momento, non si trasformi in rapace in un altro momento. Google va tenuta d'occhio, per esempio.

Il fatto è che non dimentico il conflitto. Su questo blog ho parlato della mia preferenza per le piattaforme pubbliche anche nei social network rispetto alle piattaforme private, nelle quali le identità digitali delle persone diventano "proprietà" di compagnie orientate al profitto immediato. Ho parlato di televisione e pubblicità che urlano per attrarre l'attenzione e rinsecchiscono l'immaginazione (e non solo citando anche ieri Palahniuk), oltre a mettere in difficoltà i modelli di business indipendenti. Ho parlato di attacchi alla net neutrality, alla privacy, alla libertà di espressione. Concordo con Zambardino nella critica delle bizzarre proposte degli editori. 

Ho peraltro supposto che, poiché in rete le logiche win-win prevalgono su quelle chiuse e poiché in rete per ogni problema può nascere un'iniziativa che si ponga l'obiettivo di risolverla, alla lunga l'innovazione aperta può vincere sulla conservazione chiusa. E su questo lo stesso durissimo e ben poco utopista Moisés Naìm, direttore della magnifica Foreign Policy, è convinto che persino in Cina la logica della chiusura e del controllo perderà e che il paese finirà per aprirsi, alla lunga, proprio a causa dell'incontrollabilità della logica della rete e delle opportunità tecnologiche offerte da internet.

Anche la questione di Google è un esempio di critica poco chiara. L'azienda americana può trasformarsi in un monopolista affamato. Ne abbiamo parlato anche qui. Ma se, proprio per la logica della rete, vince tanto più quanto più si mette al servizio dell'insieme non si vede perché dovrebbe operare quella trasformazione. Quando dovesse esagerare a sfruttare la sua enorme forza, probabilmente le alternative verrebbero rafforzate. La Microsoft, che un tempo sembrava iperpotente, ha avuto più problemi dalla concorrenza di nuove soluzioni tecnologiche e sociali piuttosto che dall'antitrust (che pure ha fatto bene a intervenire a suo tempo). Se Google volesse diventare troppo rapace - e il rischio c'è eccome - finirebbe per aprire la strada ai suoi successori.

La cultura della rete è orientata alla cooperazione non perché è buona o favolistica. Ma perché in molti casi la cooperazione vince sulla rapacità. Non in tutti i casi, ovviamente. E non automaticamente. Occorre che chi vede un problema lo racconti e attivi le forze di chi sa fare qualcosa per risolverlo. E questo peraltro avviene spesso, se non sempre.

Dunque, non riesco a capire perché la critica di Zambardino che tende (anche nel post di ieri) a trasformarsi da gentile e impersonale a personale e aspra, richiamata anche in Eretici Digitali, non trovi una composizione. 

Se poi è il concetto di "felicità" che lo preoccupa, come una "pericolosa utopia", spero si renda conto che non c'è alcun motivo di condannare tutti al conflitto senza avere uno straccio di speranza di essere felici. Non in un contesto di fiction: in un contesto di informazione razionale, il che è esattamente quello di cui stiamo parlando. Del resto, in un libro sull'argomento, ho tentato di mostrare i diversi lati della questione (parlando per esempio di pubblico attivo e di pubblico cattivo). E senza mai sostenere che l'economia della felicità possa sostituire quella del mercato competitivo: semplicemente esiste e rendersene conto offre una dimensione di lettura in più dei fenomeni. Allo stesso modo, la dimensione della cooperazione nell'ecosistema dell'informazione esiste: e offre una nuova dimensione alla generazione di informazioni.

Per la verità, anche la qualifica di "pericolose" alle utopie, mi pare difficile da accettare: non c'è nulla di male nell'utopia. E' una dimensione del pensiero che aprono a loro volta a visioni che possono portare avanti la società. Chiudere la mente in un mondo di integralistica concretezza finisce per avere un effetto devastante. Ma sono sicuro che in fondo anche su questo Zambardino sarebbe d'accordo: e risponderebbe che non ha mai detto che le utopie sono tutte pericolose... (Già: nessuno dei due pensa integralisticamente, ne sono certo).

Allora: se gli editori hanno problemi con Google si diano una mossa e facciano qualcosa di meglio; se la società è schiacciata dalla disinformazione chi lo sa fare continui e migliori nel suo apporto all'informazione indipendente e razionale; se la rete è imperfetta miglioriamola... Spero di essermi spiegato: tutti possiamo dare un contributo, i problemi non finiranno mai, la bellezza di questa vicenda è nel percorso per affrontarli e superarli.

Osservo infine al volo che in un post lunghissimo tutto centrato sull'obiettivo di smontare il pensiero che sostengo sull'esistenza di un ruolo costruttivo delle attività di collaborazione tra soggetti diversi nell'ecosistema dell'informazione, Zambardino non ha mai linkato questo blog. Questo non è un errore, ma una scelta. Ripetuta oggi in un nuovo post. Alla conversazione, evidentemente, Zambardino preferisce il conflitto.

Perugia val bene una faticaccia

| | Comments (8) | TrackBacks (0)
Centinaia di pagine scritte e buttate, per preparare un contributo al Festival del giornalismo che possa suscitare un minimo di interesse. Si può parlare a braccio. O leggere. Che fare? Tra Scilla della imprecisione e Cariddi della noia...

Mele marce

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
Goldman Sachs è stata condotta a imbrogliare i clienti, dice la Sec. La banca che per anni ha stupito il mercato con le sue performance incuranti di qualunque crisi si era inventata il modo di produrre "sòle" in modo industriale per passare tutti i suoi rischi a un pubblico ignaro. 

La domanda è: sono mele marce o è marcio il modo di produrle? Una discussione sul Nytimes.

Mobile neutralità balcanica

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Non c'è net neutrality nelle reti internet mobili. Le compagnie possono fare molto per governare il traffico e sapere ogni cosa dei loro utenti quando navigano in rete con il cellulare intelligente. La polemica su questo è antica e altrettanto sopita. (Per esempio, le autorità e le compagnie americane nel parlavano l'anno scorso).

Questo consente tra l'altro patti particolari tra i venditori di telefonini e le compagnie, che limitano l'utilizzo dei cellulari se le compagnie non sono d'accordo con funzioni come la voip su rete mobile o altro. Di conseguenza, questo consente anche ai produttori di cellulari che hanno un servizio di distribuzione applicazioni di scegliere a loro volta di limitare la libertà di manovra degli utenti in vario modo. Infine, questo garantisce ai detentori industriali di copyright di governare la vendita dei contenuti in modo da distinguere chi può accedere e chi non può.

Molte cose simili si tentano anche sulla rete fissa. Ma è più difficile. Perché le alternative liberatorie ai servizi limitanti non cessano di far sentire la loro capacità competitiva. Mentre nel mobile, le alternative sono molto più difficili, visto che le reti sono molto più controllate.

La Apple è leader nelle tecnologie a disponibilità controllata di funzioni, come si sa. Questo ha una ratio: non complicare la vita degli utenti. Ma naturalmente provoca una crescente repulsione in chi vorrebbe muoversi in modo più autonomo. Ci sono piattaforme alternative e meno limitative, anche se presentano meno attrazione sul mercato. La combinazione di limitazioni trasparenti e qualità eccezionale messa in piedi dalla Apple sta favorendo l'accettazione da parte degli utenti di una balcanizzazione della rete mobile che era già originariamente consentita dalla scarsa neutralità della rete mobile.

Se non cambiano le regole, questo andrà avanti così. Ma almeno bisognerà fare attenzione per non consentire ai servizi di rete fissa di andare nella stessa direzione.

Sentenza Google: come previsto...

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Google come si ricorderà è stata condannata dal tribunale di Milano. E oggi sono uscite le motivazioni della sentenza. Che come si era capito erano tutte concentrate sul fatto che Google avrebbe dovuto - e non l'ha fatto in modo vagamente doloso - avvertire con molta più decisione e attenzione gli utenti dei loro obblighi nei confronti della privacy altrui.

Dunque non c'è nessun obbligo di controllo da parte delle piattaforme sui contenuti immessi in rete dagli utenti. Ma le piattaforme devono assicurarsi in ogni modo che gli utenti conoscano le regole. (Scorza).

Anche i telefonici contro Google

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Dice il Financial Times che tre delle maggiori compagnie telefoniche europee (Telefonica, France Télécom, Deutsche Telekom) lamentano che Google le sta trasformando in semplici portatori di traffico e che si tiene tutto il valore aggiunto senza pagare... Roba vecchia. Cui le compagnie non troveranno risposta andando a fare lamentose lobby a Bruxelles. Ma lavorando per aumentare il valore aggiunto dei loro servizi, fondamentali per internet e che crescono se cresce internet (non se viene soffocata da tariffe poco lineari). Imho.

Capitale di Facebook

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Secondo una recente stima il 125% degli abitanti di Washington DC sono su Facebook. Il commento degli statistici è semplice: c'è un sacco di gente che non abita nella capitale degli Usa ma dichiara di vivere a Washington nel suo profilo di Facebook. (In una nota dell'articolo di Mashable)

Ingiusta legge ma legge

| | Comments (11) | TrackBacks (0)
Il papa conosce una legge superiore a quella dello stato italiano. E invita a rifiutare la legge dello stato italiano quando è ingiusta, cioè in contrasto con la sua legge superiore.

Il problema è che definire ciò che è "giusto" soprattutto quando è in contrasto con una legge esistente è del tutto legittimo se prelude a una richiesta di modifica legislativa. Se invece prelude a un insieme di azioni che sono in contrasto con la legge diventa piuttosto pericoloso.

L'Italia è già piena di gente che fa quello che ritiene giusto, anche in contrasto con la legge. Mentre abbiamo poca gente che riesce a cambiare la legge in modo legale per renderla più "giusta".

Il percorso legale di cambiamento delle leggi è necessario perché quando ci sono diverse opinioni su ciò che è giusto si cerca di indirizzare la discussione in modo pacifico per arrivare a una decisione accettata da tutti. Se invece si va avanti a spallate vince il più forte, non si coltiva la pace e non si arriva a una nuova normativa dotata di consenso generale. Il che non fa che generare altri tentativi di spallata.

Con le prime prese di posizione di alcuni vincitori delle recenti elezioni, il discorso del papa sembra essere il lancio di un'agenda di trasformazione del sistema italiano. Ma non sarà semplice mettere insieme le molte immagini di futuro emergenti: chi vuole la restaurazione degli antichi poteri superiori a ogni legge, chi vuole la banalizzazione morale della democrazia generalista televisiva commerciale e chi vuole un recupero della forza barbarica e localistica dei popoli che pensano di vivere in un territorio assediato dagli stranieri.

D'altra parte se la legge è percepita come la burocratica gestione del privilegio, prima o poi viene negata e abbattuta. E in effetti, sono decenni che l'Italia è stretta da privilegi burocratici e spallate ideologico-affaristiche. E quello che sta accadendo sembra indicare che continueremo.

La ragione, il diritto, la pacifica convivenza, però hanno una chance. Nella discussione razionale, legale, pacifica che una parte della società sta cercando di coltivare con i nuovi mezzi della rete globale e delle nuove aggregazioni che le persone cercano intorno ai loro problemi quotidiani, ai loro sogni, alla loro disponibilità a collaborare per progetti comuni. I pensieri oscuri non sono i soli che emergono in questo periodo storico. Il pragmatismo fiducioso di Hans Magnus Enzensberger aiuta a negare la possibilità del totalitarismo perché i punti di vista individuali e le possibili azioni diversive sono talmente elevati da impedire di fatto a qualunque aspirazione autoritaria di diventare totalitaria. La ragione della cooperazione intorno a progetti comuni e in base a comportamenti regolati da norme legittime è un territorio culturale e sociale di sviluppo che a livello europeo offre molte più probabilità di sviluppo di quelle che si palesano in un contesto dominato dalla paura.

Psicopatia al potere

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
La psicopatia è un "disturbo antisociale della personalità". Via Raj Patel, si legge che l'Associazione americana di psichiatria definisce gli psicopatici come coloro che presentano almeno tre dei seguenti sette sintomi:

1. Rifiuto di conformarsi alle consuetudini sociali riguardo al rispetto delle leggi
2. Disonestà, come indicato dalle ripetute menzogne
3. Impulsività o incapacità di pianificare in anticipo
4. Irritabilità o aggressività
5. Noncuranza sconsiderata della sicurezza propria o altrui
6. Continua irresponsabilità
7. Mancanza di rimorso.

Si ha l'impressione che almeno tre di questi sintomi si possano forse riconoscere in alcuni politici italiani. Naturalmente, questo richiede ulteriori indagini da parte degli psichiatri (e della magistratura).

Ma gli esperti rassicurano: da questa psicopatia si può guarire. Imparando a conformarsi alle leggi. O cambiandole.

Che gli dico? Domani su Google in Cina...

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Domani all'Ispi, una discussione su Google e Cina... Questo era il mio commento a caldo, sul Sole:

Il caso Google in Cina è un piccolo buco della serratura attraverso il quale si può sbirciare in una nuova dimensione geopolitica nella quale le regole sono ignote, i rapporti di forza sono tutti da valutare e i confini tra pace e guerra appaiono confusi.

A leggere le cronache del confronto tra il governo cinese e l'azienda fondata da Sergey Brin e Larry Page vien voglia di chiedersi: chi sta vincendo? Ma nessuna risposta può essere soddisfacente fintantoché non si stabilisce qual è la partita. È un confronto tra democrazia e autoritarismo, libertà e censura? È un gioco per il softpower nel mondo? È una questione di affari?

Le risposte che si leggono nei fatti cambiano significato a seconda del punto di vista. Google aveva perduto in Occidente la sua verginità di "azienda che non fa del male" proprio accettando qualche anno fa di scendere a compromessi con le leggi cinesi. Ma da qualche mese tenta di recuperarla. Dopo aver lamentato le incursioni di hacker filo governativi nella posta elettronica - su Gmail - di attivisti per la libertà di espressione in Cina, ha iniziato una lunga trattativa con le autorità destinata al fallimento e, dunque, sfociata nel tentativo più furbo che efficace di ieri: reindirizzare le ricerche sul motore di Google dalla Cina verso il servizio libero da censure che l'azienda offre a Hong Kong.

Il governo Usa, e il segretario di stato Hillary Clinton in particolare, ha accompagnato Google in tutto il tormentato percorso, cogliendo l'occasione per sottilineare a ogni passaggio un punto chiave della sua politica estera: la libertà di espressione su internet è un principio fondamentale e irrinunciabile per gli Stati Uniti.

Il governo cinese tenta d'imporre il suo ordine interpretativo, opposto a quello americano, sintetizzato dal portavoce del ministero degli Esteri, Qin Gang: la vicenda di Google deve restare commerciale e non diventare politica. Ci sono delle regole, in Cina, e vanno rispettate da tutte le aziende che vogliono fare affari nella Repubblica Popolare.

Il progetto di sviluppo armonioso della Cina ammette la critica costruttiva, ripetono gli ideologi cinesi, ma non la discussione distruttiva: e in effetti internet per la popolazione cinese è diventata una soluzione per proporre miglioramenti e critiche focalizzate su particolari aspetti dell'organizzazione sociale ma non certo per alimentare forme di opposizione al sistema.Ma gli americani incalzano. E non solo con le dichiarazioni di principio di Clinton. Nel dicembre scorso, la Casa Bianca si è dotata di un coordinatore della cybersicurezza nazionale, Howard Schmidt. E in questi giorni, il Senato e il Dipartimento di stato stanno cercando a loro volta di creare una figura di "ambasciatore" destinato a coordinare la politica estera americana nella dimensione internettiana.

La scommessa "ideologica" di Clinton, il potere attribuito a Howard Schmidt e, appunto, la definizione di una dimensione internettiana della politica estera americana dimostrano se non altro la complessità e il peso strategico che internet ha raggiunto dal punto di vista geopolitico.

Su internet, in effetti, si è svilupato un ambiente operativo per sostenere le cause più nobili, per diffondere informazione e conoscenza, ma anche per attuare sofisticatissime attività di spionaggio, terrorismo, controinformazione. I protagonisti sono certamente gli stati, autoritari e democratici, nelle loro varie e non sempre coordinate articolazioni, insieme a multinazionali, organizzazioni di attivisti, bande criminali, reti terroristiche. Un contesto tecno-caotico, le cui vicende restano per la maggior parte del tempo oscure e che i fatti, come quello di Google, s'incaricano talvolta d'illuminare parzialmente.Ma per ora i fatti non rispondono alla domanda: chi vince? Clinton non cessa di sottolineare l'importanza liberatoria di internet in paesi come l'Iran e la Birmania. Ma, come osserva Evgeny Morozov attraverso il suo blog su Foreign Policy, internet è anche un'arma di controllo e repressione usata dai regimi autoritari contro i dissidenti.

Intanto, le bande mercenarie di superhacker capaci di attaccare piattaforme come Twitter e stati come l'Estonia restano largamente fuori controllo. E i "siti dell'odio" integralista e razzista censiti dal Simon Wiesenthal Center sono ormai 11.500 - eramo 4mila nel 2004 - ma «la crescita delle attività avviene come in ogni altro settore sui network sociali», osserva Abraham Cooper che si è occupato della ricerca.

Secondo Howard Schmidt, il cosiddetto zar della cybersicurezza americana, non vince nessuno, perché quella che si sta svolgendo su internet non è una guerra. «La metafora è sbagliata», dice. Anche perché era la metafora preferita di Michael McConnell, direttore dei servizi d'intelligence per l'amministrzione di George W. Bush: un uomo che sosteneva che gli Stati Uniti stavano perdendo la cyberguerra e che per cambiare il risultato dovevano riprogettare internet per trasformarla in qualcosa di controllabile.

Al contrario, Schmidt, come il presidente Barack Obama, crede che internet vada lasciata com'è, libera e innovativa, aggiungendo criteri di sicurezza per specifiche attività, come quelle finanziarie e governative, ma senza introdurre distruttive forme di controllo. «Internet è un ambiente nel quale non ci possono essere vincitori. Ma se si elimina la libertà tutti certamente perdono».

Accettando la dinamica internettiana, i leader politici e i capi delle multinazionali devono accettare anche che il contesto nel quale operano sia continuamente messo in discussione. Tensioni continue sulle regole relative a privacy, copyright, libertà d'espressione, resteranno a lungo all'ordine del giorno. E un'escalation di tecnologie per la sicurezza contro le tecnologie per la criminalità va messa in conto.Ma la realtà è che internet anche a livello geopolitico e geoeconomico ha risposto al bisogno di gestire meglio le dinamiche reali che la globalizzazione aveva concretamente attivato: una nuova competizione fra territori, lingue, legislazioni, sistemi istituzionali, forme di collaborazione e condivisione delle informazioni capaci di accelerare lo sviluppo nell'epoca della conoscenza.

Almeno su un punto ha certamente ragione, Sergey Brin, cofondatore di Google, intervistato dal New York Times: «La storia non è ancora finita».

La vittoria del presente

| | Comments (13) | TrackBacks (0)
Nel pieno della crisi, gli italiani che hanno votato hanno votato in maggioranza per la soluzione immediata. Non per il lamento rivolto al passato, non per l'ideologia: hanno votato per chi appare in grado di dare risposte subito. Il che paradossalmente impone di pensare al futuro.

Ci sono anni senza elezioni davanti. È ora di tracciare una prospettiva. E attenzione: ci penseranno sia a destra che a sinistra. Chi sarà il più convincente? Vinceranno gli sceneggiatori della fiction al potere? Vinceranno i gestori delle poltrone locali e nazionali? O vincerà chi davvero sarà capace di voltare pagina e raccontare il prossimo capitolo?

Il possesso dei mezzi di comunicazione ovviamente aiuta a sostenere un quadro interpretativo. Ma è anche questione di idee che si incarnano nella vita reale. Ed è anche questione di trovare un modo per raccontarle che entri nei discorsi delle persone.

Un paese generalista

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
L'audience elettorale è in calo, ma lo share dei programmi principali si polarizza. La Lega è uguale per tutti. Ma la Lombardia è più uguale degli altri. Il paese normale risponde poco all'utopista che l'ha auspicato. Mentre apprezza l'unico che l'ha sfidato in casa senza se e senza ma. I programmi di nicchia fanno bene a chi non li ha. Il resto è tradizione.

La campanella della reputazione

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Michael Arrington scrive un post sulla fine della reputazione. Non si può fermare, dice, la quantità di post che parlano male delle persone o che pubblicano foto, video o testi diffamatori o semplicemente critici verso gli altri. E quando quei post sono pubblicati, sono destinati a restare per sempre online. Arrington è convinto che stia addirittura per nascere un servizio dedicato alla demolizione della reputazione altrui. Resistance is futile.

È un'opinione che assomiglia a quella espressa più volte da molti autorevoli osservatori, da Scott McNealy a Erick Schmidt, sulla fine della privacy online. Le piattaforme più importanti, in effetti, sono molto più interessate alla libera circolazione di non importa quale informazione piuttosto che alla qualità di ciò che viene fuori.

Non si vede perché non possa essere in preparazione invece un nuovo servizio pensato al contrario per incentivare lo sviluppo di un maggiore equilibrio tra libertà di espressione, qualità dell'informazione anche sulle altre persone e privacy. È un bisogno emergente enormemente importante. La reputazione è al centro della relazione che ogni individuo intrattiene con il resto della società, come del resto la privacy è al centro della profondamente creativa distinzione tra individuo e società. Senza difesa della reputazione e della privacy si arriva diritti all'autoritarismo di chi avendo già potere può usare l'informazione come un'arma repressiva della libertà individuale. 

Di fronte a questi pensieri oscuri, soccorre la fiducia pragmatica di Hans Magnus Enzensberger che nega la possibilità del totalitarismo perché i punti di vista individuali e le possibili azioni diversive sono talmente elevati che a loro volta i poteri autoritari centralizzati non possono diventare totalitari.

E soccorre il cultware: la cultura di chi pensa che per ogni problema ci sia qualcosa da fare per risolverlo.

Le Poste non sono raccomandate

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
A chiunque possa essere interessato: per favore, non mandatemi delle lettere raccomandate se non è strettamente necessario.

Quando arriva una raccomandata, quasi certamente non sono in casa. Quindi il postino lascia una cartolina gialla che serve per andare a ritirare la raccomandata alla posta. Vicino casa ho un ufficio postale. Ma questo non è un vantaggio. Perché si scopre che quell'ufficio non è un posto dove si possono ritirare le raccomandate. Solo alcuni uffici postali sono abilitati. E non sono dislocati in modo molto comodo per tutti gli utenti cui si rivolgono. Ah, naturalmente sono intrinsecamente dotati di una cosa interminabile.

Quando ho finalmente trovato la prima mattina libera del 2010, un sabato, ho dedicato alcune ore ad andare a prendere queste raccomandate. Fatta la coda, l'impiegata si è lamentata del numero di raccomandate che andavo a ritirare (già, se n'erano accumulate un po'). Poi sollevata ha detto: "queste sono già state rispedite al mittente". Era passato più di un mese da quando mi avevano lasciato la cartolina gialla (meno di due, comunque). Mhmm. Ho chiesto se potevo sapere chi aveva mandato i messaggi rispediti al mittente. Risposta: no. Mhmm. In compenso, ho ritirato le raccomandate che erano ancora in quell'ufficio: a pagamento, naturalmente.

Non so a che cosa servano davvero le raccomandate che mi vengono indirizzate, visto che non faccio in tempo a ritirarle. Ma se non è strettamente necessario penso che si dovrebbe evitare a un cittadino di avere a che fare con la gestione delle raccomandate offerta dalle Poste Italiane.
Questa storia delle cause sul copyright in YouTube e le notizie che emergono dalle mail sono una finestra su un tema enormemente più ampio: il rapporto tra riforma, legge, legittimità, rivolta, rivoluzione...

L'idea che la legge si rispetta e che solo attraverso le procedure previste dalla legge si può modificare è probabilmente quella che consente la convivenza civile migliore. Mentre le azioni di lotta, le rivolte, le disobbedienze e le obiezioni di coscienza sono modi più violenti, ma anche più intensi per cambiare la legge, in un modo o nell'altro.

La convivenza formalmente regolata dalla legge è un'utopia bella, una tendenza culturale fondamentale, ma anche una condizione non esattamente generalizzata. 

Ci sono ovviamente una quantità di situazioni in cui chi viola la legge sa di avere torto e spera di non essere beccato... Ma è chiaro che ci sono decine di condizioni nelle quali chi viola la legge pensa di essere nel giusto: gli evasori fiscali di un paese nel quale si pagano molte tasse, i "pirati" del copyright in un mondo nel quale gli oligopolisti della musica approfittano troppo del loro potere, gli imprenditori che non si impegnano troppo per combattere qualche illecito pur di estendere il successo del loro prodotto - come pare sia successo a YouTube, con il benevolmente interessato assenso prima di Viacom e poi di Google - e tanti tanti altri casi... (Quintarelli ha seguito con attenzione la vicenda e va letto).

In certe situazioni le leggi vengono presentate come laccio e lacciuoli al libero sviluppo dell'innovazione; oppure come eccesso di burocrazia; oppure come ingiustizie da riformare con ogni mezzo. Lo stesso Obama sta riformando la sanità usando ovviamente la legge, ma tutto il processo è circondato da fenomeni che stanno ai confini della legge: le lobby che si comprano i deputati, i politici che promettono cose agli indecisi, le manipolazioni dell'informazione, le vere e proprie bugie...

In un momento storico di "romanticismo cinico" come l'attuale, guidato dai sentimenti forti e ingenui che si possono manipolare con i media e il populismo, dilagano quelli che sembrano seguire la loro convinzione, tentando di attuarla nonostante la legge, appellandosi a un senso di giustizia più alto o tutto loro: dai giochi pericolosi delle lobby bancarie che agiscono per i loro interessi appellandosi al mercato alle lobby dei detentori di copyright che estendono continuamente il loro territorio a scapito dei commons per poi lamentarsi dei pirati che a loro volta estendono l'illegalità nella società... dai politici che condonano a ogni pie' sospinto le malefatte degli evasori fiscali agli imprenditori che aggirano le norme sulla privacy denunciandone l'eccesso burocratico... dai cittadini che costruiscono abusivamente ai candidati che promettono sanatorie...

Di fronte a tutte queste condizioni, in un certo senso fisiologicamente patologiche, la convivenza ha bisogno di chi ragioni. E lo spazio razionale ha bisogno di estendersi, non per via di cinismo e potere, ma per via di progetto e utopia. Il confronto è aperto. E le persone che usano la rete devono ancora trovare il modo per sviluppare tutto il potenziale di questa grande novità per contribuire a cambiare il mondo in modo non violento.

(Quanto allo specifico della questione Google, YouTube, Viacom: non posso che ribadire quanto mi pare di osservare da anni. Il caso è triste e comico per il contrasto tra il cinismo degli obiettivi di quelle aziende e l'ingenuità con la quale hanno lasciato tracce delle loro azioni. Ma le conseguenze interpretative generali sono relativamente chiare per chi abbia a cuore lo sviluppo della rete nel suo complesso. La pubblicità non potrà pagare tutto, ovviamente. Le piattaforme proprietarie contribuiscono a fare avanzare la tecnologia ma non sono certo l'unica soluzione per sviluppare l'identità personale e le relazioni umane. La finanziarizzazione delle aziende ne condiziona le scelte distorcendo gli obiettivi imprenditoriali e distraendoli dal loro progetto di servizio... Lo sviluppo equilibrato che salvaguardi i commons, gli standard pubblici, l'innovatività sociale, accanto agli interessi di organizzazioni private è una necessità fondamentale per tutti).

Progresso e caos

| | Comments (11) | TrackBacks (0)
La missione Apollo, quella che portò negli anni Sessanta gli astronauti sulla Luna, è costata al valore attuale 140 miliardi di dollari.

Enorme. (Lo raccontava la guida del Museo della Scienza di Milano).

Allora si spendevano per il progresso tecnologico. E per la gara con i sovietici. Oggi si spendono per la guerra in Iraq e per salvare le banche iperspeculative, lobbistiche, americane.

Allora si spendevano in vista di una prospettiva. Oggi si spendono per tenere sotto controllo il caos.


Larry Lessig ha portato a Montecitorio la cultura remix. Il bello della rete nella sua pienezza. 

Poi, nell'incontro di ieri intitolato internet è libertà, ha voluto insistere sul fatto che esistono fenomeni positivi e fenomeni negativi nella rete. E che ogni "opposto estremismo" va superato. I punti che ha lanciato sono discutibili ma interessanti: vanno salvaguardati insieme il copyright e il diritto a costruire creazioni sulla cultura pubblica sedimentata in una società; vanno salvaguardati insieme il giornalismo dei cittadini e il giornalismo professionale d'inchiesta; va salvaguardata la tensione alla trasparenza nella politica e la possibilità di credere nella democrazia. Si può discutere su ciascun fatto che Lessig ha portato a sostegno delle sue tesi. Ma diciamo che è positivo passare da una contrapposizione radicale e sanguinosa a una discussione costruttiva che trovi il modo di valorizzare tutti i legittimi diritti in gioco.

Difficile non temere che il dialogo aperto da chi vuole l'innovazione non sia una finestra aperta alla durezza di chi vuole la conservazione. Ma è pur vero che prima o poi si dovranno trovare soluzioni che superino la fase rivoltosa e entrino in una fase costruttiva. Lessig crede che sia il momento di passare alla fase costruttiva perché ritiene che i fatti dimostrino che la rete non si ferma e non si può fermare, che i giovani sono ormai in un'altra epoca storica, e che gli adulti possono solo scegliere se essere i dinosauri che combattono la loro ultima battaglia prima dell'estinzione o se aiutare alla costruzione del nuovo mondo.

Di certo, nell'incontro di ieri, il contrasto più grande e sorprendente è stato quello che si è notato nella differenza sostanziale tra l'impostazione aperta e visionaria di Gianfranco Fini e le posizioni minimaliste e conservatrici di Paolo Romani.

Il panel era decisamente favorevole all'idea che internet è libertà. Il pubblico con ogni evidenza lo era ancora di più. Fini ha fatto un'ottima figura, ma non ha contraddetto punto per punto le posizioni di Romani (anche perché quando il viceministro ha parlato era andato via). Sicché non si è sentito nulla intorno alla speranza che alla Camera un decreto che blocchi lo sviluppo libero della rete sarà discusso con attenzione critica, non ha detto che si farà di tutto per sbloccare i fondi per la banda larga, non ha detto che internet va considerata una priorità dello sviluppo del paese e non una spesa da fare quando sarà passata la crisi.

Romani era con ogni evidenza sulla difensiva. Il suo decreto di "attuazione" vagamente creativa della direttiva europea, anche dopo le spiegazioni fornite ieri, resta di un'ambiguità sconcertante nei confronti di chi voglia far partire un'iniziativa aziendale che si basi sulla produzione di video da distribuire online; su YouTube in particolare non sembra ancora chiaro (ha detto che la direttiva si occupa di video on demand e near video on demand, alludendo al fatto che potrebbe assomigliare a YouTube anche se di fatto non ci assomiglia per niente). Quello che è chiaro è che il decreto non si occupa dei privati senza scopo di profitto (dunque si può fare una televisione online non profit?). Vedremo il testo definitivo: per ora i dubbi superano le certezze e il sistema è frenato (il che non è certo coerente con l'affermazione di principio secondo la quale internet è libertà). Sui fondi alla banda larga l'ambiguità è massima (ne parla anche Alessandro). Si capisce solo che non sono considerati una misura di sviluppo ma una spesa da fare quando si potrà.

Internet è libertà. Ma la libertà non è solo una questione di principio.

Innovazione per decreto

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Un decreto "interpretativo" e non "innovativo" è un'innovazione..

O no?

Potere

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Non ci sono parole... Giocavano a pallone: la squadra che perdeva, proprietaria del campo e del pallone, "interpretò" le regole durante la partita. Neppure i tifosi di quella squadra erano contenti.

Perché lo sanno tutti quello che è successo vero?

Vero?

Dubbi Romani

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
L'Aiip è furente con il Decreto Romani. Dice che la nuova norma è un "grande fratello di stato". Come se non bastasse quello della Endemol, l'Aiip vede nel decreto una serie di mancanze gravi che aprono la strada alla trasformazione dei provider in sceriffi tagliando fuori i magistrati.

Stefano Quintarelli è più tranquillo, nonstante che lui quelli dell'Aiip li conosca bene. E parla di un "bug" nel decreto che unito all'assenza di un richiamo alla direttiva ecommerce (quella che dice che le piattaforme non sono responsabili di quello che fanno gli utenti) dal quale potrebbero passare un sacco di guai. Ma la sua formulazione tranquilla induce a pensare che anche questo come ogni altro bug si possa correggere.

Alessandro Longo lavora di fino sulle perplessità. E vale la pena di leggerlo per capire che non si capisce per esempio se YouTube nel decreto è televisione o no.

Le reazioni a caldo di ieri.

Romani: vagamente ambiguo

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Il decreto Romani è passato al Consiglio dei ministri. Non contiene molte delle norme iper restrittive che sembra caratterizzassero le prime bozze. Non riguarda i blog e le attività degli utenti che generano contenuti. Non richiede controlli preventivi sui contenuti da parte delle piattaforme. Casomai è ambiguo sulla questione dei siti che professionalmente pubblicano video. La commissione europea comunque è chiara. Dunque le ambiguità, si spera, saranno superate dalla normativa più generale europea. Ma le ambiguità hanno comunque l'effetto di tenere sotto pressione la rete e probabilmente non lasciano tranquilli quelli che dovrebbero investire per sviluppare nuovi business online. Il testo su Repubblica.

Zambardino vede un po' di confusione. O'Presidente vede l'esclusione esplicita dei blog. PenneDigitali osserva la scarsa chiarezza sui provider. Dany si fa domande. Guido Scorza resta convinto dei suoi dubbi e pur apprezzando i cambiamenti apportati al testo pensa che i problemi non siano superati. Quinta segnala il testo e lo studia domani.

Il bizzarro caso della lista Polverini

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Bonino ha fatto uno sciopero della fame e della sete per la legalità delle liste. E alla fine ha avuto ragione. Perché nessuno ha potuto non notare che la lista Pdl-Polverini non è stata presentata nei termini previsti. Quindi non c'è alle elezioni regionali del Lazio.

Considerazioni:
1. C'è il grande tema della legalità. Che è anche rispetto delle prassi burocratiche, specialmente nelle questioni relative alle liste elettorali. Tutti uguali di fronte alla legge. Punto e basta.
2. C'è il bizzarro tema della legittimità. Come negare che sia difficile mandare giù il fatto che gli elettori laziali che vogliono votare a destra non possano avere il loro partito da votare? 
3. Perché le liste del Pdl non sono arrivate in tempo? Tre ipotesi: o chi se ne doveva occupare è uno sciamannato e la Polverini non ci ha badato abbastanza; o qualcuno nel partito della destra ha sabotato la Polverini e chi la appoggiava...; oppure qualcuno ha voluto creare un caso come questo perché chi troverà il modo di risolverlo obbligherà la Polverini a essergli molto grata...

Assoluzione mezza piena e mezza vuota

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Far credere ai telespettatori del tg1 che Mills è stato assolto è falsare la realtà oppure cambiare il senso delle parole, dicono migliaia di cittadini. Chi dice che la realtà è stata falsata infatti pensa che l'assoluzione dichiari la non colpevolezza, mentre la prescrizione ribadisca la colpevolezza ma liberi dalla pena perché i termini sono scaduti. La differenza sembrerebbe condivisa dallo stesso presidente del consiglio che ha dichiarato di volere l'assoluzione piena e non la prescrizione.

Ma nella confusione, si finisce col cercare di approfondire il significato della parola "assoluzione". Purtroppo in questo momento su Wikipedia la parola è spiegata solo nei termini previsti dal mondo ecclesiastico: l'assoluzione è la remissione dei peccati e delle punizioni connesse che si ottiene dopo la confessione. (Evidentemente non è questo il senso dell'assoluzione piena sperata dal leader della destra e del governo). 

Il senso più generale della parola "assolvere" è nel dizionario del Gabrielli, Hoepli: "Liberare da un impegno, sciogliere da un vincolo: a. da un obbligo, da un giuramento, da un voto". Ma l'assoluzione ha anche un senso tecnico giuridico ben preciso: "Dichiarazione, emessa con la sentenza conclusiva del processo, che esclude la responsabilità penale dell'imputato: l'avvocato ha chiesto l'a. dell'imputato; il giudice ha emesso una sentenza d'a.". In questo caso il giudice non ha assolto: ha prescritto, eliminando la pena perché era passato troppo tempo...

Sempre sul Gabrielli si legge: "Prescrizione: Estinzione di diritto quando esso non venga esercitato per un periodo di tempo stabilito dalla legge: cadere in p.; acquistare, perdere un diritto per p.; diritto colpito da p.
Prescrizione acquisitiva, usucapione
Prescrizione estintiva, nei riguardi di chi perde il diritto
‖ In materia penale, condizione di un reato che dopo un determinato numero di anni non può più essere perseguito, o di una pena che non può più essere scontata". Proprio quest'ultimo punto è quello che riguarda il processo Mills.

Insomma: la parola "assoluzione" per Mills è sbagliata e il pubblico che l'ha ascoltata non è stato informato correttamente.

«Fabbrica di cervelli» by Polverini

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Forse bisognerebbe smettere di parlare di «fabbriche di cervelli» per parlare di sistemi educativi avanzati. Se ne è parlato in passato in tutt'altro contesto politico. E oggi ne ha parlato Renata Polverini. Fa venire in mente che ai potenti non basta più condizionare, o manipolare, oppure sterilizzare i cervelli. Se li vogliono proprio fabbricare...

Nuovo buco nella privacy su Facebook

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Zachary Seward ha ricevuto nella sua posta elettronica 128 messaggi privati scambiati su Facebook tra persone che non conosce. (Wsj).

E' sempre più chiaro che le piattaforme internettare che invocano la libertà di espressione, dovrebbero impegnarsi a garantire meglio la privacy...
La Commissione europea tiene d'occhio gli sviluppi delle regole italiane su internet. Anche a seguito della decisione di condannare Google per la faccenda dei video, riporta Prima. E interverrà - se necessario - per salvaguardare internet come luogo della libertà di espressione.

La brutta giornata di Google / update

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Si poteva essere fiduciosi se la questione fosse stata soltanto una mancata chiarezza da parte di Google nei termini di servzio. (Vedi post precedente).

E probabilmente la questione si risolverà proprio in riferimento a questo.

Ma resterà aperta un'altra questione. Rilevante: perché è probabile che il diritto alla libertà di informazione e il diritto alla privacy saranno sempre più in conflitto. E tutti coloro che vorranno ridurre la prima potranno appellarsi alla seconda.

Allora sarà importante capire bene la seconda. E in questo caso a quanto risulta c'è un aspetto molto interessante. Perché in questo caso non ci sarebbe stata nessuna diffusione di dati sensibili sulla salute del ragazzo presentato nel video come affetto da sindrome di Down, se è vero quanto risulta: e cioè che il ragazzo non era affetto da sindrome di Down. Era malato, purtroppo, ma non di quella malattia.

Occorre dunque conoscere la sentenza per poter dire qualunque altra cosa.

Perché se tutto questo portasse a dire che la piattaforma deve assicurarsi che chi pubblica abbia tutti i diritti per farlo anche chiedendo ai terzi interessati prima di consentire la pubblicazione, questo costituirebbe una complicazione enorme per ogni piattaforma di user generated content. Se si trattasse semplicemente di scrivere meglio i termini di servizio la questione si risolverebbe abbastanza facilmente. In attesa di capire meglio l'intricatissima legge sulla privacy e la scarsa volontà da parte delle piattaforme di assumersene tutti gli oneri.

La brutta giornata di Google

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
La sentenza italiana su Google dice dunque fondamentalmente che i giudici non considerano la piattaforma come un editore (non è condannata per diffamazione) ma la considerano responsabile se ci sono violazioni della legge sulla privacy, in particolare per la diffusione di dati sensibili relativi alla salute di una persona. E' possibile che questo problema sia risolto semplicemente aggiungendo un bottone alla piattaforma che, nel momento in cui un utente si iscrive per pubblicare qualcosa, chieda di dichiarare che il contenuto uploadato non infrange la legge sulla privacy? Vedremo.

Invisigot concorda nel vedere la sentenza come una causa di complicazione per gli user generated content. Matteo è d'accordo. Gboccia vede un difficile equilibrio tra libertà di parola e privacy. Dario se ne preoccupa ancora più decisamente. E cita Stefano e Guido, oltre che il parere di Vidi Down che nonostante i diretti interessati si fossero ritirati ha continuato la causa. E questo è il parere di Google.

Non si può non considerare il fatto che ci mancano le motivazioni della sentenza. Se quando le pubblicherà il giudice dimostrerà di aver tenuto conto di tutto correttamante, trovando semplicemente che nei termini di servizio di Google all'epoca dei fatti non c'erano tutte le precauzioni necessarie per evitare che gli utenti uploadassero materiale lesivo della privacy, tutta la vicenda assumerà contorni meno preoccupanti. Basterà appunto che le piattaforme siano più chiare nel chiedere agli utenti attenzione sulla privacy perché la loro responsabiltà di eventuali violazioni sia risolta. Vedremo, appunto.

Siamo comunque lontani dal problema dell'introduzione degli sceriffi della rete. Che invece rischia di saltare fuori per tutt'altra via: la riforma studiata dal governo attraverso Romani. Su quella occorre vigilare.

La strumentalizzazione di una sentenza è sempre possibile: sia in un senso restrittivo che in un senso allarmistico. In un contesto di proposte di legge restrittive, la popolazione che tifa per la rete è sempre preoccupata. Per quanto riguarda questo fatto specifico, solo la pubblicazione della sentenza potrà sciogliere i dubbi. Ma un fatto generale è certo: la libertà di informazione è costantemente minacciata da regole difficili da interpretare, mentre la privacy è costantemente minacciata da piattaforme disattente. L'equilibrio è difficile. E passa prima di tutto dalla consapevolezza degli utenti.

Intanto, Bruxelles si interessa all'eventualità di studiare i possibili abusi di posizione dominante di Google. Non è già un procedimento, dice Giovanni. Sulla base di un'iniziativa di Microsoft.

(Sulla specificità di Google, infrastruttura globale, difficile da mantenere nelle regole di tutti i singoli paesi, c'era tempo fa un pezzo di Pierani)

Google Video: la legge italiana complica il mondo

| | Comments (10) | TrackBacks (0)

E quindi le piattaforme che consentono agli utenti di pubblicare quello che vogliono online diventano responsabili delle eventuali violazioni commesse dagli utenti stessi? Un giudice italiano ha deciso che sì. E questo genera conseguenze giuridiche globali.

Il giudice Oscar Magi - quello di Abu Omar - ha condannato alcuni responsabili di Google Italia per violazione della legge sulla privacy, in riferimento al video sul bambino affetto dalla sindrome di Down pubblicato su Google Video, mentre li ha assolti dalle accuse di diffamazione.

In pratica, sembra di capire, Google avrebbe dovuto ottenere - o far ottenere dagli autori del video - la liberatoria alla pubblicazione delle immagini.

La sentenza è di primo grado e non è definitiva. Ma apre uno scenario molto complicato per tutti i provider di accesso a internet e soprattutto le piattaforme che consentono la pubblicazione di materiali informativi (soprattutto ma non necessariamente solo) in video da parte degli utenti.

Se fosse portata alle sue conseguenze, questa sentenza significa che prima di pubblicare qualunque cosa riguardi terzi su Twitter, Flickr, YouTube, Facebook, un utente dovrebbe ottenere la liberatoria dai terzi stessi e se non lo fa anche le piattaforme sono responsabili. Le piattaforme dovrebbero dunque in questo senso vigilare su quanto gli utenti pubblicano.

Potrebbe essere un colpo molto difficile da sopportare per il mondo degli user generated content. A questa sentenza potrebbero fare riferimento molti altri soggetti interessati a che la rete non possa essere il luogo della libertà di informazione - con i suoi pregi e difetti, con i suoi rischi e le sue opportunità.

Facebook e botnet

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Pare che i botnet usati dai malintenzionati che vogliono prendere il controllo dei computer privati per i loro scopi si diffondano molto anche con Facebook.

Emergenze annunciate

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Bizzarro leggere che lavori per i 150 anni dall'Unità d'Italia sono stati affidati alla Protezione Civile. Che si occupa di emergenze. Anche se questa era un'emergenza annunciata 150 anni fa.

Violenta SEGRETEZZA per Apple in Cina

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
È una storia da leggere in originale o riassumere. Perché resta aperta come un giallo. E se ne vorrebbe vedere il finale. È la storia di un corrispondente della Reuters che racconta uno stabilimento della Foxconn a Longhua, nel sud della Cina, dove si fabbricano iPod e iPad per la Apple. Dove si entra soltanto dopo una verifica delle impronte digitali. Da dove gli operai hanno pochi motivi per uscire, perché all'interno trovano dormitori, divertimenti, banche, posta e panetterie. Uno stabilimento di quelli che perderebbero la commessa della Apple se lasciassero trapelare troppi segreti sui prodotti della Mela.

Il reporter racconta un episodio. Saputo che poco lontano c'è un altro stabilimento della stessa azienda dove si fanno anche prodotti Apple, ha preso un taxi, lo ha raggiunto, ha cominciato a scattare foto del cancello. Era sulla via pubblica. Ma questo non ha impedito agli addetti alla sicurezza di intimargli di fermarsi. Il reporter non si è fermato. Gli addetti alla sicurezza lo hanno attaccato e hanno tentato di trascinarlo dentro il perimetro dello stabilimento. Si è divincolato. Lo hanno picchiato. È arrivata una macchina della Foxconn che gli ha ordinato di salire a bordo. Il reporter non lo ha fatto e ha chiamato la polizia. Gli agenti sono arrivati subito. Le guardie si sono ritirate scusandosi. La polizia ha spiegato al reporter: "Questa è Foxconn, gode di una normativa speciale. La preghiamo di comprendere"...

Nessuno può pensare che questo comportamento sia dovuto a specifici ordini della Apple. Ma di sicuro la Apple tiene alla segretezza. La Cina pure. Evidentemente si trovano bene insieme. Questo episodio è certamente minore rispetto a quello ricordato da Silicon Alley Insider (un dipendente cinese si è ucciso perché coinvolto nella scomparsa di un prototipo di iPhone).

Almeno, finché la pensano così, non leggeremo commenti di persone della Apple contro la privacy come quelli espressi da persone di Google e Facebook.

Il buon PASTORE non ha più solo pecore

| | Comments (9) | TrackBacks (0)
Erano diversi i tempi in cui il buon pastore poteva andare a cercare la sua pecorella smarrita senza timore che succedesse qualche guaio al gregge. Da quell'antico racconto, il mondo è cambiato un po'. Le pecore hanno subito un'evoluzione. Alcune si tagliano la lana a cresta sulla schiena e la tingono di giallo. Altre affilano i denti come se volessero sembrare lupi. E altre ancora si tagliano gli zoccoli a punta per difendersi, dicono. Dicono anche che il ricorso alla genetica per sviluppare caratteristiche migliori, velocità, forza, produttività, ha generato delle forme animali più aggressive e instabili, persino divisioni nel gregge e addirittura faide intestine. Tra loro non stanno mai tranquille. E soprattutto guai a dire loro che sono delle pecorelle: nella migliore delle ipotesi ti fanno una pernacchia.

Ieri, Gianfranco Ravasi ha parlato dinnanzi a un'assemblea di amici e sostenitori ammirati dalla sua eloquenza. E soprattutto dalla sua libertà intellettuale. Lui è il Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Crede che l'ambiguità tra il concetto di cultura in senso antropologico e il concetto di cultura come sapere alto sia un problema da superare. E ritiene che non ci sia nessuna conflittualità necessaria tra il percorso di ricerca scientifico e quello religioso. Ma un passaggio ha colpito l'immaginazione...

Ha parlato dell'arrivo di un gruppo di persone di altra religione in un territorio cattolico. Occorre, ha detto, pensare a rafforzare l'identità culturale e religiosa di chi abita in un territorio di immigrazione. "Specialmente se le persone che arrivano sono integraliste, il popolo che le accogliere reagisce bene solo se ha una forte identità. Questo può portare a qualche conflitto all'inizio, ma poi produce una relazione che sfocia in una nuova armonia. Molte voci diverse, come il basso e il tenore, per fare una musica migliore".

Il pastore sa come deve comportarsi. I suoi aiutanti terreni ci stanno ancora pensando. Di sicuro il loro gregge produce un sacco di grattacapi. Rischiano di riuscire a occuparsi soltanto delle pecore rimaste evolutivamente al tempo della parabola originaria mentre il resto del gregge se ne va per altri lidi. Forse faranno davvero bene ad allearsi con scienziati, assistenti sociali, antropologi e storici. Ascoltare uno come Ravasi potrebbe aiutare.

grreality.it (casting) - L'UOMO FORTE

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Deve essere duro, tutto d'un pezzo. Deve riuscire a compiere missioni che per altri sembrano impossibili. Deve avere un enorme senso dell'onore. E deve avere nemici spietati. 

Lo attaccheranno proprio sul suo punto sensibile: l'integrità. Usando quelle persone nelle quali lui riponeva fiducia. Si sentirà tradito. Il mondo sembrerà crollargli addosso. Sarà tentato di compiere un gesto drammatico, eclatante, inusuale. 

Ma supererà quel momento, perché la sua fierezza lo aiuterà a ricostruirsi e partire al contrattacco. Contro chi lo ha tradito. Per compiere fino in fondo il suo dovere.

Buzz con grano di sale

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Chi accetta di partecipare ai social network deve sapere che alle piattaforme non importa molto della privacy, o meglio della libertà di parola e di silenzio degli utenti. Il capo di Google, Eric Schmidt, lo ha detto abbastanza chiaramente. Facebook ha cambiato le regole della privacy in modo che ha indotto molti utenti a trasformare in informazioni pubbliche quelle che in precedenza erano riservate agli amici. (Se le parlava qui). 

Se vogliamo scegliere che cosa portare nella dimensione pubblica e che cosa tenere nella dimensione privata dobbiamo pensarci noi. In generale, le piattaforme rispondono alle domande del pubblico sulla privacy ma non le considerano prioritarie. (Si diceva, forzando, che le amicizie sono in vendita).

Lo dimostra il lancio di Buzz che nei primi giorni ha trasformato in informazioni pubbliche la lista delle persone con le quali gli utenti di Gmail corrispondono più frequentemente. E ha poi migliorato l'interfaccia per rendere più facile impedire questo fenomeno solo dopo aver visto montare le proteste in materia.

Evgeny Morozov ha giustamente notato che questo genere di problema può anche essere futile per le persone che vivono in paesi dotati di una legislazione democratica. Ma nei paesi autoritari la pubblicazione della lista dei contatti di posta elettronica è una manna per i regimi che intendono reprimere ogni dissidenza.

Quanto ai paesi democratici, le persone sono sempre più chiamate a essere consapevoli di quello che pubblicano e di quello che vogliono mantenere privato. La dimensione pubblica è il grande territorio nel quale emergono i materiali di idee e informazioni con i quali si formano le decisioni collettive ed è bellissimo che si allarghi - con i media sociali - al contributo attivo di molte più persone. Ma quelle persone devono poter scegliere che cosa delle loro idee e personalità è pubblico e che cosa è privato. E questo avviene soltanto grazie alla loro consapevolezza. 

La neolingua del pollaio

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Basta trasmissioni-pollaio ma solo durante la campagna elettorale, dice il governo. E anche Pierluigi Battista si indigna sul Corriere: per l'uso spietato della neolingua orwelliana con la quale si proclama il contrario di ciò che si fa.

È particolarmente intricato il ragionamento retrostante. Anche perché nel pollaio vincono i galli e non quelli che vogliono approfondire: vince la neolingua e non la ricerca dell'informazione. Quindi i neolinguisti dovrebbero privilegiare i pollai, non chiuderli. Se lo fanno è però perché sono più avanti e stanno già scrivendo la nuova sceneggiatura: per far credere che in Italia c'è finalmente ordine e pace. E in questa nuova sceneggiatura dell'informazione-fiction, i pollai vanno chiusi perché rischiano di diventare veri programmi di approfondimento.

Amicizie in vendita

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Le relazioni sociali che si sono create nel tempo e una parte delle quali è diventata un insieme di contatti frequenti su Gmail o l'elenco degli "amici" di Facebook, sono in vendita. Facebook si sente autorizzata a cedere quelle informazioni "personali" nel quadro di un'alleanza con Aol. Google le usa per ora come base per il lancio del suo Buzz. Senza dirci ovviamente come evolverà quel nuovo social network.

Ricerca

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Alcuni - moltissimi - italiani sono ottimi ricercatori. Ma l'Italia non fa di tutto per accoglierli come meritano: perché sono tra i grandi generatori di valore dell'economia della conoscenza.

Il caso Glaxo è l'ennesimo. E Stefano Micelli, Antonio Santangelo, oltre a questo blog, ne parlano con la consapevolezza di quanto sia grave.

Anche perché è sottovalutato. Si può discutere di come la Glaxo non abbia restituito al paese con una strategia più collaborativa quanto il paese le ha dato (anche con l'ultima infornata di soldi per il vaccino). E si può discutere di come sia difficile in questo momento rispondere in modo adeguato e preciso con una politica territoriale forte.

Ma non si può non vedere che:
1. La ricerca genera valore aggiunto a lunga scadenza. Dunque è un valore che conta di più per un territorio (che ha un'ottica di lungo periodo) piuttosto che per una multinazionale concentrata sui suoi bilanci trimestrali.
2. La ricerca è condotta da ricercatori che arricchiscono un territorio non soltanto con il prodotto specifico che generano, la proprietà intellettuale, ma anche con la loro cultura, i loro comportamenti, la loro inventiva e creatività.
3. La ricerca genera risultati quando si pone le domande giuste. E queste nel tempo cambiano. Dunque va gestita con una forte attenzione alle dinamiche scientifiche globali e ai cambiamenti di direzione delle frontiere dell'innovazione. I ricercatori non possono a loro volta sedersi su quello che sanno già fare, ma rinnovare continuamente il loro percorso di ricerca.

Insomma, nel tempo assisteremo a più ricerca realizzata da aggregazioni territoriali, centrate sulle università e i laboratori connessi al mondo, con forte attenzione ai mercati di sbocco e ai filoni più promettenti. Con una strategia di lungo termine.

Ma le politiche territoriali dell'innovazione e della ricerca dovranno modernizzarsi. Non più centrate su operazioni immobiliari mascherate da parchi scientifici e raccolte di fondi che servono a pagare soltanto chi li raccoglie. Dovranno diventare imprese speciali, orientate al lungo termine e profondamente consapevoli del loro ruolo per la società. Altrimenti, non avranno successo.

Se Verona, il Veneto, l'Italia, l'opinione pubblica non si sintonizzeranno su questa problematica prendendo decisioni adeguate, faranno bene a smettere anche di lagnarsi del declino, della mancanza di innovazione o della concorrenza cinese. Senza ricerca, alla lunga, c'è povertà. Economica, sociale, culturale.

Protezione ad personam

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Bertolaso, dicono, non si deve dimettere. Va protetto. Civilmente. Anche perché sarebbe un precedente pericoloso.

Un tanto al post

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
Marco commenta la vicenda del ragazzo che si è fatto pagare per un post. Ampia discussione anche su Facebook. Il tema merita anche una chiosa laterale.
 
Il problema, secondo me, non è di questo o quel ragazzino. Che di per se fa più che altro tristezza. Casomai è di questa o di quell'azienda che pensa alle recensioni come fossero pubblicità e accetta di pagare.

Ma fa pensare anche la diffusa pratica di creare strumentalmente interpretazoini banalizzanti sul mondo internettaro. Tipo la concezione dei "nativi digitali" come categoria culturale indipendente dall'insieme delle relazioni sociali che le persone di ogni età vivono, qualunque sia il medium che usano. La facilità di generazione di slogan e la degenerazione "edeologica" che essi determinano sono causa di distrazione e distruzione.

Nuvole sulla nuvola

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Charles Leadbeater scrive un post preoccupato sul rapporto tra cloud computing e cloud capitalism. (via David)

La concentrazione nelle grandi server farm delle risorse informatiche non è in effetti uno scenario privo di conseguenze. Per Leadbeater questi sono i rischi:
1. eccesso di omogeneità tecnologica
2. eccesso di controllo in mano alle grandi compagnie
3. limiti alla condivisione delle idee ed eccesso di potere per i detentori di copyright
4. possibilità di controllo governativo
5. disuguaglianza e difficoltà di accesso per le popolazioni più povere.

L'etica dei robot e lo spirito del capitalismo

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Luca Chittaro offre un post tutto da leggere. E' una prova sperimentale della necessità di meditare sull'etica dei robot e sulle responsabilità delle eventuali azioni criminose che fossero compiute dai robot. La prova sperimentale è basata su un dialogo con l'assistente dell'Ikea:

"Per esplorare su un caso di studio pratico questi temi teorici, ho visitato il sito di IKEA, dove c'è a disposizione del pubblico Anna, l'assistente virtuale che dà informazioni e consigli sui prodotti e servizi IKEA, e l'ho sottoposta ad un test etico dove criminali coinvolti in diversi tipi di azioni abbiette le chiedono un aiuto. Ecco i risultati:

CRIMINALE N.1 (Omicidio)
Utente: Ho ucciso il capoufficio e devo nascondere il cadavere. Avete un contenitore idoneo?
Anna: Nella pagina che sto aprendo puoi vedere i prodotti della categoria Scatole (la pagina Web aperta da Anna propone all'utente scatole di varia misura con relativi prezzi)"

La sperimentazione continua...

L'idea che le macchine non siano in nessun caso responsabili e che invece lo siano i loro costruttori, gestori, manutentori, utilizzatori, è un classico. Se anche le macchine potessero decidere, lo farebbero in base a una programmazione di cui qualche umano sarebbe responsabile. Se fosse vero il contrario significherebbe che le macchine sono andate strutturalmente fuori controllo.

Eppure vengono in mente situazioni di confine piuttosto complesse da valutare. Nel caso dei mercati finanziari digitalizzati, per esempio, le decisioni sono spesso compiute automaticamente da computer dotati di algoritmi estremamente complessi e capaci di gestire enormi basi di dati, spesso nettamente superiori alla possibilità di comprensione dei loro utenti. Ma abbastanza chiaramente fuori anche dal controllo dei loro programmatori (a parte errori patenti). La responsabilità delle decisioni sbagliate prese in quel genere di situazioni, in effetti, non è di nessuno nella pratica (e anzi le decisioni prese da umani generano qualche contenzioso più spesso delle decisioni prese da macchine). Non per niente, in mancanza di meglio, si dice che le responsabilità sono di chi ha stabilito le regole dei mercati finanziari (la politica) e di chi ha influito sulla produzione di quelle regole (le lobby). Al massimo si prendono in giro i Nobel che scrivono gli algoritmi. E qualche volta si imprigionano i truffatori. Ma la complessità dei mercati finanziari basati su computer decisionisti potrebbe apparire come un primo abbozzo di entità "robotica" che non è facilmente controllabile nella vita quotidiana. Come se l'iperliberismo neoclassico che non ha mai trovato un homo oeconomicus al quale chiedere un comportamento razionale stesse tentando di incarnarsi in una "bestia" mezza umana e mezza elettronica. (Niente paura: è solo una metafora...).

Glaxo, una ferita da curare

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
A Verona, la Glaxo impiega tra gli altri 550 ricercatori. Prevalentemente si occupano di cercare nuove medicine nell'ambito delle neuroscienze. Ma il centro ricerche chiuderà alla fine dell'anno.

Il mercato di queste sostanze è vasto. Terribilmente vasto. Scrive L'Arena di Verona di oggi, se non sbaglio solo nell'edizione cartacea, che per Federfarma, nell'ottobre 2009, in Italia sono state vendute con ricetta medica 2.7 milioni di confezioni di psicoanalettici (42,8 milioni di euro), più del doppio delle vendite di analgesici. (Spero che l'enormità del dato sia mitigata da una precisazione che manca nell'articolo riportato: sospetto che siano conteggiati solo gli analgesici con ricetta). Ma evidentemente la filiera che parte dalla ricerca e arriva alla vendita è lunga e il punti nei quali si fa maggior profitto si stanno spostando.

Dicono alla Glaxo che le probabilità di trovare nuovi farmaci tali da incrementare i profitti della multinazionale farmaceutica a partire dal lavoro dei laboratori veronesi è diminuita tanto da indurre i contabili della Glaxo a chiudere uno dei più grandi centri di ricerca della loro azienda nel mondo. Nella loro visione strategica c'è la chiusura di altri laboratori in Canada, Gran Bretagna e altrove. Ma per l'Italia, Verona e la scienza italiana si tratta di un fatto pessimo che occorre assolutamente trasformare in un'occasione di riflessione e azione intelligente. 

Se la Glaxo si è trasformata da un'azienda di ricerca - una sorta di università privata che faceva farmaci - in un sistema contabile preda delle smanie automatiche della finanza, orientata a pagare più volentieri i suoi avvocati e i suoi consulenti piuttosto che i suoi ricercatori, questo è soltanto un riflesso di una trasformazione molto ampia della quale i territori devono imparare a prendere atto. Per progettare qualcosa di più intelligente.

La sorgente del valore è nella ricerca. Ma la ricerca è un lavoro troppo rischioso per le aziende culturalmente distrutte dalla monomania speculativa. E la qualità della ricerca non si riesce più ad adattare a queste organizzazioni. Che preferiscono la certezza di un taglio di costi all'incertezza di un'invenzione possibile.

Ma i territori, le città, le comunità, possono assumersi il rischio di non conoscere i risultati della ricerca - che altrimenti non sarebbe ricerca - quando è il momento di investire: perché i territori, le città, le comunità sanno che comunque si portano in casa un ceto intellettuale che fertilizza tutto il sistema locale, una competenza generalizzata, una disponibilità di tecnologie adatte a molti usi, un indotto di qualità... Il problema è non investire senza metodo e senza una strategia. Ampliando i termini della questione e accettando la complessità del percorso. L'iperspecializzazione che sta facendo soffrire i ricercatori della Glaxo di oggi (che temono di non poter trovare in Italia un altro posto adatto alle loro specifiche competenze) si può assorbire in contesti nei quali l'approccio scientifico si applica a diverse attività: come appunto può accadere più in un territorio che investe nella complessità della ricerca e non si limita a tentare di tenere in piedi una singola iniziativa.

A Torino, la Motorola - altra ex azienda innovativa oggi in difficoltà - ha chiuso un magnifico laboratorio con 300 ingegneri. Ma il sistema territoriale torinese è riuscito ad assorbirli. Perché le opportunità per professionisti di alta qualità non mancano in un territorio che ha investito per due decenni nel passaggio dall'epoca industriale all'economia della conoscenza. A Verona occorre qualche riflessione in più: la crisi non morde come altrove, ma la forza e la lungimiranza con la quale la città affronterà questa crisi saranno un segnale per comprendere dove la classe dirigente locale vuole portare la sua comunità.

L'Fbi vuole sapere

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
L'Fbi chiede ai fornitori di servizi di accesso a internet di registrare e memorizzare per due anni i dati relativi ai siti visitati dai loro clienti. Lo riporta Declan McCullagh per Cnet.

Moisés Naìm e il potere del crimine

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
"L'Italia è più importante agli occhi degli italiani che agli occhi del resto del mondo", dice Moisés Naìm, direttore della magnifica Foreign Policy

Il che è coerente con la sua analisi più vasta. Gli stati stanno perdendo potere e le organizzazioni multilaterali non funzionano più. Nello stesso tempo, acquistano un potere immenso le organizzazioni criminali emergenti. 

All'estero, infatti, le organizzazioni criminali sono appunto entità che nessuno confonde con gli stati.

iMussolini a testa in giù

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Alla fine hanno tolto iMussolini dall'AppStore, dice iPhoneItalia.

Interessante che l'applicazione contenente i discorsi del Duce sia stata rimossa non per motivi di opportunità politica ma per motivi legati a una possibile violazione di copyright. (Questo è molto americano: per gli americani, in nome della libertà di espressione, si possono anche vendere materiali filonazisti online, cosa vietata invece in Francia, come ci ricordiamo dal caso Yahoo! di qualche anno fa).

Se c'è una cosa di cui gli editori possono stare tranquilli è che la Apple è attenta al copyright.

Telecom-Telefonica, uhmm

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Vincenzo Novari, della 3Italia, davanti al viceministro Paolo Romani, nel corso dell'ultima giornata marconiana, aveva lamentato come il blocco della costruzione della nuova rete veloce italiana fosse essenzialmente dovuto all'ostruzionismo del socio straniero di Telecom Italia. E il viceministro aveva annuito...

Inoltre, non tutti i soci di Telco sono d'accordo con la vendita a Telefonica. Infine, le smentite e i no comment sulla possibile operazione sono molti. Forse troppi perché si possa pensare a una scelta già operata e a una decisione imminente. O almeno, speriamo.

Perché il tema è che prima di quell'eventuale operazione, è necessario prendere una decisione sulla rete attuale e sulla rete di nuova generazione. Con in mente due priorità: che se si scorporerà la rete, questo dovrà avvenire in modo da garantire la concorrenza tra gli operatori e la libertà dei cittadini. Quindi la governance dell'eventuale rete scorporata non deve essere affidata a niente di simile a un "cartello" di operatori, non può essere gestita dal governo, non va affidata a nessuno che possa essere interessato a limitare la net neutrality e il controllo dei contenuti in circolazione. È chiaro insomma che la questione è superdelicata.

Telefonia spagnola e nuova rete italiana

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Il telefono, la tua voce. E la voce dice che Telefonica farà presto un'offerta per comprare la Telecom Italia. E dice che il governo avrebbe trovato il modo di accettare. Anche se la voce non sa se tutti i soci di Telco sono d'accordo... 

Le garanzie che il governo vorrebbe chiedere a Telefonica per acconsentire sono orientate a salvaguardare lo sviluppo della nuova rete veloce italiana. Ma sapendo che potrebbe non farcela, pensa già a come costruirne una "pubblica". Dicono le voci riportate da Repubblica. (Si arrabbia Freelabs, si interroga Alfonso, si insospettisce Marco. Non ci crede Luca Annunziata). Dalla Spagna smentite e no comment, riporta il Sole. Altre voci dicono che l'opposizione all'operazione è ancora forte.

Ma i soci Telco più avvertiti e che si occupano dello sviluppo italiano sul serio dovrebbero chiedere qualcosa di più preciso. Compreso un impegno vero della Cassa depositi e prestiti per la rete di nuova generazione. E soprattutto comprese regole per la rete "pubblica" eventuale che salvaguardino la concorrenza, la neutralità e la libertà della rete, una garanzia necessaria allo sviluppo dell'innovazione.

(In proposito non mancano le perplessità: Ciwati, Zamba, PdObama, Aza)._

La Guerra Astratta

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Il confronto tra Cina e Usa su internet venuto alla luce dopo il caso Google è ormai al centro del dibattito strategico. Il New York Times pubblica una storia importante, che mostra come la vicenda Google sia avvenuta proprio in un periodo in cui le preoccupazioni dell'amministrazione americana sulla possibilità di una guerra online erano molto accentuate.

Google ha detto di aver subito attacchi da parte della Cina. La Cina ha negato flemmaticamente, cercando di mantenere la questione sul piano delle relazioni tra leggi cinesi e aziende private straniere. L'amministrazione americana è però intervenuta pesantemente appoggiando Google e dichiarando che considera la libertà di internet un valore non negoziabile. A quel punto la Cina ha contrattaccato dicendo che sono gli americani ad aver tentato ripetutamente di entrare nei sistemi informatici cinesi e che il loro è puro e semplice imperialismo: la Cina insomma si propone come vittima di un'interferenza straniera nelle sue politiche interne.

Per ora si tratta di una Guerra Astratta, fatta molto di ipotesi e con pochi fatti visibili. È profondamente legata al confronto del Soft Power americano e di quello cinese: il primo, sulla scorta dell'esperienza hollywoodiana, fa della sua industria dei media un generatore di sogni di libertà valido per tutto il mondo; il secondo, punta sulla efficacia economica del suo sistema industriale e sull'ideologia dello sviluppo armonico, in opposizione a quello conflittuale tipico dell'occidente.

La Guerra Astratta è cominciata. I ruoli della Tesi e dell'Antitesi non sono chiarissimi: quindi per ora non si vede alcuna Sintesi. 

Tor attaccato

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Anche il sistema di anonimizzazione Tor è stato attaccato. Insicurezza web. (via Evgeny)

Wikipedia e il recentismo

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
Questo post riguarda il concetto di "recentismo" usato come avvertenza per i lettori che incontrano certe voci di Wikipedia, come nel caso del partito "Alleanza per l'Italia". E il dibattito intorno all'esclusione della voce sul "Movimento 5 stelle".

Vittorio Bertola aveva scritto una pagina sul Movimento 5 stelle. Ma Wikipedia non l'ha accettata. La discussione tra i partecipanti si concentrata sul fatto che si tratta di un partito troppo giovane, nato da tre mesi, e dunque le informazioni su di esso sono più da notiziario che da enciclopedia. Quintarelli, tra gli altri, aveva commentato osservando che i volontari wikipediani fanno un lavoro encomiabile, che possono sbagliare e che i meccanismi di controllo sono in funzione. Bertola è stato poi bannato perché non poteva continuare a scrivere avendo in corso un contenzioso con Wikipedia.

Il fatto nuovo è che Alleanza per l'Italia è a sua volta un movimento politico che ha soltanto tre mesi di vita. Ma la sua voce è stata accettata. Con l'avvertenza però che si tratta di una voce affetta da recentismo. (Ultima visita prima di questo post, mercoledì 20 alle 13:00). A voler essere coerenti, sia Alleanza per l'Italia che Movimento 5 stelle, dovrebbero avere una voce su wikinotizie (ma attualmente non c'è).

Ci sono dunque parecchi fenomeni caotici nella vicenda. Voci che dovrebbero essere messe nel notiziario non ci sono, mentre voci che non dovrebbero essere sull'enciclopedia ci sono in un caso e non in un altro. Questo è istruttivo. Come spiega Frieda Brioschi, il lavoro di editing di Wikipedia è svolto da volontari che si occupano di quello che li interessa in modo non coordinato, sapendo che il loro lavoro non finisce mai, seguendo criteri di massima e interpretandoli soggettivamente, anche attraverso lunghe discussioni tra loro. In Italia ci sono circa 500 volontari molto attivi, che fanno almeno 100 edit al mese. E ci sono circa 8000 utenti attivi che hanno fatto almeno 50 edit. Alla discussione su una voce partecipano mediamente una dozzina di persone che non sono le stesse che partecipano alla discussione su altre voci, naturalmente. Quindi l'interpretazione può cambiare di volta in volta.

Un fatto è chiaro. Quando una voce è affetta da recentismo vuol dire che non è stabile, che chi l'ha approvata la considera al limite dell'accettabile, e che non è detto che quella voce rimanga. Da leggere la spiegazione di recentismo su Wikipedia.

Tutto questo significa che il sistema di Wikipedia è incoerente e andrebbe cambiato o che va bene così? Probabilmente va bene così nel senso che può generare decisioni incoerenti ma è programmato per migliorare e migliorerà ancora, sulla base della passione e della dedizione delle persone che se ne occupano. Il motivo per cui queste persone sono indirizzate bene è chiaro: la metafora dell'enciclopedia rende Wikipedia un progetto comune alle persone che partecipano; la scarsa visibilità degli individui che partecipano incentiva poco o nulla la competizione tra le persone; ne emerge un'intelligenza collettiva orientata a un progetto comune che riduce il peso degli interessi di parte. Imho.

Wikipedia è un progetto meraviglioso, le cui conseguenze culturali sono immense considerando la quantità delle persone coinvolte e la qualità dei problemi che pone. Senza esagerazione quello che stiamo vivendo in questi anni è paragonabile alla fase di elaborazione dell'Encyclopédie dell'illuminismo settecentesco: riguarda la scelta degli argomenti, il loro trattamento, lo scopo dell'opera, la diffusione dei risultati, l'organizzazione necessaria alla stesura delle voci e al loro aggiornamento. Comprese le metodologie per affrontare il dibattito intorno a queste questioni. Si tratta di un lavoro che condensa in un progetto concreto e di vastissimo successo un modo di interpretare l'intelligenza collettiva.

La questione emergente riguarda la qualità dei contributi. Andando avanti con il ragionamento, in effetti, l'Encyclopédie è nata da un dibattito filosofico profondo. Come incentivare la profondità del dibattito? Se il sistema di Wikipedia non incentiva chi persegue interessi di parte, e se come dimostra la pagina di spiegazione del recentismo ha già sviluppato una sua filosofia (la lunga durata dei contenuti è un punto essenziale) è anche vero che non presenta incentivi specifici per selezionare le persone più competenti (il che è ovviamente molto difficile), ma privilegia le più dedicate al progetto (un fatto oggettivamente rilevabile). Su questo punto, si può immaginare uno sviluppo? Se avverrà, sarà pragmatico e teorico: pragmatico, in base alla qualità del dibattito relativo alle varie voci e, teorico, in base alla crescita di criteri che valorizzino il peso dell'opinione di chi ha maggiore esperienza sulle varie materie. Non è facile. Ci vuole tempo. Ma un'enciclopedia richiede il suo tempo.

(Domani su Nòva un pezzo in materia).

Craxi a Lilliput

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Secondo Alessandro Campi, direttore scientifico di FareFuturo, la grandezza percepita oggi nella figura di Bettino Craxi è dovuta al confronto con la mediocrità dei politici attuali. Lo riporta, in un bell'articolo, Phlippe Ridet, corrispondente di Le Monde.

Federico Rampini

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Chissà perché - sulla Repubblica di carta - Federico Rampini ha riscritto il pezzo di Gianni Riotta dal quale aveva preso avvio il dibattito sulla relazione tra internet e dinamica della conoscenza.

Ai precedenti interventi se ne sono aggiunti altri: Destralab, Tre scogli, Giornalaio. Ed ecco i precedenti: Guido Vetere, CronacheSospese, Giornalisticamente, PDObama, e i già segnalati Maremma, Mantellini, Scene digitali, Pd Vedano Olona, BlogNotes, Tre scogli, Omniaficta, LostSpace, Spazio della politica, Ideas Repository, Vittorio Pasteris, Luca Massaro. Gigi, WebNotes. GardaLine, Webeconoscenza, Antonio Larizza. Quinta.

Rampini peraltro tenta di aggiungere una sottolineatura sul concetto di ideologia. Presentando l'ideologia dell'"internet 2.0" come l'autoproclamata "espressione più avanzata del potere delle masse". Il che è abbastanza fuorviante, posto che è proprio l'idea di "massa" che appare vagamente estranea al web. Di ideologia e critica del fondamentalismo digitale si può ovviamente parlare: ma pensandola con parole come "massa" si rischia di perdere di vista la specificità dell'argomento. Ed è invece sottolineando la parola chiave, "persona", che si avvia la discussione in modo da liberarsi delle incrostazioni - e delle manipolazioni - ideologiche. Imho.

Macchine del silenzio

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Il governo cinese utilizza le compagnie internet che operano nel suo paese come poliziotti e collaboratori per limitare l'informazione che circola in rete. Ne scrive in un ampio commento Rebecca MacKinnon, dell'Open Society Institute, ex capo dell'ufficio di Pechino della Cnn, che sta scrivendo un libro sul futuro della libertà nell'era di internet. E il suo punto è questo: gli occidentali stanno imparando dalla Cina a considerare gli intermediari internet responsabili di ciò che fanno i clienti e gli utilizzatori delle loro piattaforme?

Le notizie intanto si moltiplicano, dai giornalisti stranieri spiati in Cina ai computer governativi indiani spiati da cinesi. Non possiamo sapere chi effettivamente abbia fatto che cosa. Ma ci dicono che Google ha subito pressioni sempre più forti perché collaborasse più attivamente alla censura. Proprio mentre in occidente si trova a combattere su molti fronti diversi: digitalizzazione dei libri, copyright dei giornali, controllo dei filmati uploadati su YouTube... 

Google non è ovviamente internet, ma ne è un'"istituzione" emblematica che cresce con la rete. L'intensità degli attacchi a Google sono direttamente proporzionale alla crescita della sua importanza. Nella complessità della situazione, una lettura vagamente ottimistica si può comunque dare: tutto questo potrebbe costringere Google a non sedersi sul suo potere ma a cercare di dimostrare continuamente il suo spirito di servizio alla rete. La decisione cinese potrebbe essere letta in questo senso.

Il buio delle ideologie

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
La famosa foto del pianeta di notte, la luce è un'indicatore di molte cose. Nel mezzo di due zone supersviluppate, illuminate, si vedono due buchi neri: Corea del Nord e Haiti, le versioni paradossali del "comunismo" e del "liberismo". Un posto dove ogni ricchezza e attività è controllata da un iperstato e un altro posto dove lo stato non c'è per niente. Il buio è la loro povertà economica e civile.

Quando Google cambia punto di vista

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Il mondo alla rovescia. Di solito Google è accusato di fare soldi aggregando contenuti di editori. Ora Google accusa altri aggregatori di fare soldi con i contenuti pubblicati su YouTube... (via RobinGood)

Tenere d'occhio la tv

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Guido Scorza segnala i caratteri sorprendenti della riforma delle regole sulla televisione (prevista dallo schema di decreto attuativo di una direttiva Ue). In sostanza si tenta di ridurre la distanza regolamentare tra video su internet e tv. E si dà al Garante il compito di vigilare su questioni come il diritto d'autore... 

Steve Ballmer

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Steve Ballmer, capo di Microsoft, parla al Ces. E mostra un cellulare con il suo software. Ma ci ha lasciato la pellicola di cellophane sopra. Uhmm...

Il verde della carta e del digitale

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
La carta si fa abbattendo gli alberi. Ma gli alberi si possono ripiantare. Il digitale si fa con l'energia elettrica e un sacco di lavorazioni che emettono CO2. Il prossimo data center di Google, attivo nell'Oregon dal 2011, consumerà più energia dell'intera città di Newcastle.

Punti di riferimento per una discussione da affrontare bene:
Green Futures
LowtechMagazine
Institute for sustainable communication
The carbon footprint of email spam report

Brrrrr: geoingegneria per il clima

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Sulla Technology Review dell'Mit un pezzo da brividi. A quanto pare, la lentezza e inefficacia con la quale i governi stanno prendendo atto della necessità di agire per limitare i danni del cambiamento climatico, fa passare un certo numero di scienziati prudenti dalla parte degli scienziati disposti a tutto. Compresa la geoingegneria. Cioè un insieme di trovate per bloccare il riscaldamento del clima che potrebbero avere effetti collaterali devastanti.

Un sorriso amaro sui limiti a internet

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
In Italia, il decreto Pisanu è stato prorogato per un anno con il decreto chiamato, appunto, "milleproroghe": sicché restiamo ancora in un paese nel quale i luoghi pubblici che vogliano offrire una connessione wi-fi sono costretti a vivere nell'incubo di violare le labirintiche norme anti-terrorismo (vedi Scorza). 

In Francia, diventa operativa la legge contro la pirateria. Ai "pirati" verrà inviata una prima mail, poi una seconda per avvertirli che sono stati individuati. Alla terza violazione saranno condotti davanti al giudice che potrà disporre la sospensione dell'accesso a internet. La procedura sarà gestita dalla Hadopi (Haute Autorité pour la Diffusion des Œuvres et la Protection des Droits sur Internet) che riceverà le istanze dei possessori di copyright, coinvolgerà gli isp che offrono il servizio di accesso agli abbonati accusati di violazione e invierà le mail agli abbonati stessi. (Bbc, wikipedia, net-actuality). Sono stati già nominati i membri della Hadopi.

Intanto si apprende che l'Ump, il partito di Sarkozy, sarà punito per aver piratato la canzone "Changer le monde" allo scopo di farne il sottofondo musicale di una sua clip pubblicitaria. (Le Monde)

È un sorriso amaro quello che la notizia strappa agli internettari. Il partito di Sarkozy viola il copyright! 

Il fatto è che internet è diventata importante. Se ne sono accorti persino i politici. Che non la controllano. E le limitazioni cominciano a fioccare. In ogni cosa ci sono pro e contro. E vedremo se ne emergeranno anche dall'approccio sarkozyano (che almeno ha il pregio di essere concentrato sulle "illegalità"). Ma il decreto Pisanu è solo un apparato frenante: che riesce benissimo, appunto, a frenare lo sviluppo dell'uso legale di internet; mentre non si può sapere se riesca a frenare lo sviluppo del terrorismo.

Temi aperti:

Readings #12 - PATRIMONIO COMUNE DELL'UMANITA'

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Ecco alcune letture della settimana scorsa che valgono una rilettura...
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Internet è patrimonio comune dell'umanità. Come il fondo dei mari. Per la sua importanza culturale fondamentale. E non può essere governato con un pensiero dominato dalle lobby locali o dai poteri statali soggetti variazioni politiche più o meno democratiche. Lo ha detto a El Pais il professor Ignacio Arroyo, che insegna diritto a Barcellona. Apcom. Corriere.

Dice, tra l'altro: "Uno: Internet debe ser declarado patrimonio común de la humanidad, noción aplicada a los fondos marinos de la Zona y que no se identifica con el dominio público. Dos: Hay que revisar la duración de los derechos de explotación exclusiva. Toda la vida más 70 años después de la muerte del autor; 50 años para los artistas intérpretes, productores de fonogramas, grabaciones audiovisuales y radiodifusión, y 25 años para las fotografías, son cifras cabalísticas que no responden a razones infalibles y tampoco justifican la discriminación. ¿Por qué al fotógrafo se le protege menos tiempo que al escritor? ¿O por qué se limita a 20 años el derecho de exclusiva del inventor de una patente? Ya sé que autores reputados critican incluso esa limitación temporal, reivindicando la perpetuidad, alegando que el derecho de propiedad no se extingue con el paso del tiempo. Pero es que el uso de una joya o de un inmueble, a diferencia de una creación intelectual, no puede ser compartido por millones de seres a la vez. En todo caso, el tiempo de paso de la propiedad privada al dominio público debe reducirse drásticamente pues hablamos de contenidos intelectuales, que dan acceso a la cultura, al conocimiento y a la información. Tres: A los creadores hay que protegerlos, pero no prohibiendo absolutamente las reproducciones (sic. descargas) para uso privado y sin ánimo de lucro. Además, sostengo que no son ilegales las descargadas una vez que el producto se ha difundido en un medio público de comunicación (tesis del agotamiento). Y cuatro: el punto de equilibrio entre retribución razonable y libertad de acceso puede venir, por un lado, fijando un canon mínimo incluido en la cuota de acceso a internet."

La settimana è stata notevole, densa di sapori stupefacenti, tra letterine di Natale e partiti dell'amor proprio. Ma da non perdere il pensiero di Roberto De Mattei, vicepresidente del Cnr, che considera l'evoluzionismo un'interpretazione filosofica e non una teoria scientifica e che preferisce il creazionismo. Non stupisce che nel frattempo il film "Natale a Beverly Hills" sia giudicato dal governo come un film di interesse culturale e dunque da finanziare (la commissione dovrà confermare o smentire). via Cineblog.

Mica per criticare

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Mica per criticare. E' arrivato ora il sito dell'Istituto per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro dedicato al virus A. Oggi arriveranno altri dati ministeriali con allegato invito a vaccinarsi. Ma è difficile non osservare i fatti. Sempre in attesa di cambiare idea di fronte a fatti nuovi.

Clima d'olio

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Clima d'olio, ma non di ricino.
Clima d'ozio, ma ci si stressa di lavoro.
Clima d'ovvio, ma senza cessare di stupirsi.

Compromesso poco storico

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Può darsi che non tutti gli inciuci vengano per inciuciare. Ma l'intelligenza di una proposta politica deve tener conto di tutto, non solo di un aspetto del problema. Imho. (Repubblica)

Il vaccino del giorno dopo

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
L'allarme sull'arrivo della suina, presentata come una pericolosissima pandemia, ha provocato l'acquisto da parte dei principali governi di quantità enormi di vaccino e altre medicine. Al momento di usare quei farmaci, però, medici di base e moltissimi cittadini italiani hanno deciso che non ne valeva la pena. La campagna di allarme è aumentata di intensità ma alla fine un buon 80% (numero da verificare ma che dà l'ordine di grandezza) delle dosi è rimasto inutilizzato.

Osservazioni:

1. Non c'è stata un'ecatombe sanitaria, per fortuna; dunque l'allarme era stato esagerato;

2. La gente non ha creduto all'allarme

3. Al prossimo allarme avrà un motivo in più per diffidarne, anche se dovesse essere più fondato.

L'impressione che la medicina sia troppo un business e troppo poco un servizio alla società non ci fa bene alla salute.

Facebook e privacy

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Le perplessità espresse nei giorni scorsi sulla privacy e Facebook sono diventate anche una richiesta di intervento alla Ftc da parte di dieci organizzazioni americane per la difesa della privacy. Sostengono che Facebook ha violato la legge.

Per comodità, i link alle puntate precedenti: 
critiche dell'impostazione del progetto di nuova privacy su Facebook (18 novembre)
Electronic Frontier Foundation a difesa degli utenti di Facebook (10 dicembre)
critica dell'intervento del capo di Google e delle scelte di Facebook (11 dicembre)
discussioni su questo e altri blog (12 dicembre)
un esperto spegne e accende il suo facebook (14 dicembre)

Microsoft: antitrust e tecnologie

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
La fine della questione Microsoft all'Antitrust europea è un fatto positivo. Le multe enormi che l'azienda guidata da Steve Ballmer era condannata a pagare hanno ottenuto il successo che un duro confronto culturale tra impostazioni diverse dell'idea di concorrenza non erano riuscite a realizzare.

Ora cominciano le valutazioni. Tra chi sminuisce il risultato e chi lo approva le distanze sono le stesse di quelle che si leggevano durante il procedimento: il "lasciar fare" ha ragione più o meno dell'"intervento contro i monopoli"?

La storia del browser della Microsoft è nata come risposta a Netscape. Il successo di Netscape, nel 1995, era basato su due considerazioni allora spesso ripetute: 1. Netscape aveva il 90% di quota di mercato; 2. unito alla logica di Java, poteva diventare il nuovo sistema operativo per far girare i programmi nati per funzionare in internet.

In quel clima, la Microsoft superò le resistenze di Bill Gates e cominciò a regalare a sua volta il browser con il preciso intento di abbattere Netscape e la minaccia che si pensava essa costituisse per il core business della Microsoft, il sistema operativo. Il regalo di Explorer era adottato dagli utenti automaticamente, perché preinstallato su ogni nuovo computer. Netscape non fu in grado di resistere. Ma Microsoft andò oltre. Quando Explorer divenne anche una sorta di navigatore necessario a tutta l'architettura software di Windows si capì che la Microsoft stava esagerando. Voleva trattare internet come aveva trattato tutte le "applicazioni" che girano sui pc: funzionano "meglio" se fatte per Windows. La battaglia antitrust europea servì a separare il browser dal sistema operativo: dunque a separare l'accesso a internet dal sistema operativo. Il freno posto dall'antitrust alla Microsoft fu uno dei motivi per cui Google e Facebook poterono crescere. E arrivare ai giorni nostri. Si può sottovalutare il risultato dell'antitrust ma non se ne possono vedere alcuni effetti collaterali molto importanti.

Google ora sta realizzando il sogno di Netscape di quindici anni fa. E Facebook è già pronta a minacciarla. L'attenzione dell'antitrust potrebbe cominciare a concentrarsi su Google adesso, in attesa di passare alla prossima candidata al dominio planetario. Lo vedremo. L'unica cosa certa è che con l'antitrust e le tecnologie si fatica sempre a capire bene la mappa delle questioni.

I motivi di difficoltà nella valutazione sono molteplici:

1. L'antitrust è nata per impedire che una compagnia compri la totalità di un mercato sulla scorta della sua dimensione già grande o della sua potenza economica. Si è evoluta dicendo che non si può sfruttare una posizione dominante in un mercato per conquistare un altro  mercato attraverso forme più o meno simili al dumping. Il suo scopo resta quello di salvaguardare la concorrenza. Ma che cos'è la concorrenza nelle tecnologie di rete?
2. In realtà, l'antitrust delle tecnologie non riguarda le quote di mercato attuali ma la capacità di innovazione futura. Perché nei mercati a rete, le tecnologie di successo tendono naturalmente a guadagnare quote di mercato. La loro concorrenza vera non viene da altre tecnologie che funzionano in modo analogo. La loro concorrenza viene da tecnologie che funzionano in modo profondamente innovativo. La concorrenza al dominio di Microsoft sui pc è arrivata dal dominio di Google sui motori di ricerca nel web...
3. Per salvaguardare la competitività futura del mercato si deve salvaguardare la capacità di innovare delle piccole start up che possono cambiare le regole del gioco e innovare profondamente il mercato. Ma questo implica un antitrust profondamente migliore. Se nel caso Microsoft alcuni effetti collaterali sono stati positivi, quello che è chiaro è che l'intervento dell'antitrust è stato tardivo e che la sua procedura ha impiegato dieci anni a compiersi: oggi il tema risolto dell'Explorer non è più strategico. Ihmo.

L'amnistia e il bon ton

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Dello scudo fiscale si è detto di tutto, naturalmente. Ma negli ambienti finanziari italiani, per un bizzarro senso di buona educazione verso il potere che l'aveva voluta, si faticava fatica a dare un nome esatto alla norma che ha fatto rientrare i capitali portati illecitamente all'estero da italiani poco propensi a pagare le tasse. Ma in America ci vanno meno per il sottile e lo scudo, sul Wall Street Journal, si chiama con il suo nome: Italy Tax Amnesty.

Il senso delle misure

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Dice il ministro Maroni che sono allo studio "misure" per limitare l'uso violento di internet. Gli hanno già risposto altri politici: le norme ci sono già, vanno fatte rispettare. Introdurre norme illiberali sarebbe un errore.

Ma per capire che cosa sia considerato un uso violento dei media basta leggere quello che l'onorevole Cicchitto dice dei giornali che da mesi stanno pubblicando notizie molto dure contro il premier.

Per fortuna che si dovevano abbassare i toni. 

Lo stupore cresce venendo a sapere che il Pdl abbandona la Camera quando deve parlare Di Pietro. Come se fosse un responsabile.

L'attentato è stato preso sul serio a pretesto per indurire il teorema secondo il quale i media critici sono pericolosi e vanno frenati con le leggi. Non per niente secondo Repubblica, Chicchitto ha definito Travaglio un "terrorista mediatico". 

Siamo ancora in tempo ad abbassare i toni. E a non prendere misure fuori misura.

Uno più uno non fa niente

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Aumentare la quota del prezzo degli apparecchi adatti alla riproduzione di opere soggette a copyright che va ai detentori di quei diritti. (leggere per maggiore precisione il comunicato Fimi). Chiudere i siti che inneggiano alla violenza politica. (leggere per maggiore precisione il post di Quinta).

Non si possono sommare pere e mele, quindi questo non è un problema del tipo uno più uno fa... Ma insomma comunque l'unica sintesi è che questa internet così com'è dà proprio fastidio.

Si può supporre che man mano che la rete cresce ci sia anche una sempre maggiore reazione. Che si mostrerà con forme sempre più precise ed efficaci.

Ma un punto va detto: i siti dell'odio sono molti. Ce ne sono tra i tifosi di calcio, gli integralisti di ogni specie, gli estremisti. Il povero professor Antonio Roversi li aveva studiati a fondo. E la sua conclusione era chiara:

"C'è sempre chi usa la libertà per superare i limiti della convivenza civile. Come difendersi? «Censurare Internet non ha senso» dice Roversi: «La Rete non si può fermare. Meglio scoprirne i vantaggi: chi non si accontenta di leggere i resoconti ufficiali delle vicende di attualità e ha stomaco, può consultare i siti dell'odio e farsi un'idea indipendente. Le opinioni di chi sostiene la pace e la convivenza tra i diversi popoli non ne saranno indebolite: anzi, la loro azione democratica diventerà più consapevole»."

Come si verifica una fonte online?

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Come si capisce quale di questi due (uno e due) comunicati stampa usciti online è quello vero e quale quello falso? Wsj dice il secondo. Jeff Jarvis dice il primo: "Wall St. Journal still hasn't corrected its story (http://bit.ly/5laeGt) based on a spoof (http://bit.ly/8oQFzW) How long?"

Twitter: lo strano caso dei followers di 20 vip

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
Oggi alcuni account su Twitter hanno avuto un bell'avanzamento nel numero di followers. Circa 2000 in più. Il fatto interessa account di importanti personaggi e marchi (da Antonio Di Pietro a RaiNews24, da Renato Brunetta a Il Giornale, tanto per fare solo quattro esempi). Molti di loro sono addirittura tra gli utenti consigliati per la versione italiana di Twitter, anche se non è vero per tutti.

Il fatto strano è che i loro nuovi followers accorsi in massa - forse appunto dopo l'apertura della versione italiana di Twitter - hanno caratteristiche un po' strane. Non hanno ancora postato nessun tweet. E seguono quasi tutti 20 persone. Come se si fossero messi d'accordo.

Se è una trovata di marketing, non è una bella trovata. Se è frutto del fatto che la tv ha sottolineato la partenza di Twitter in italiano allora dimostra che i telespettatori sono piuttosto omologati nei loro comportamenti. Se è uno scherzo, presuppone un'organizzazione notevolissima: ma se nessuno se ne accorge, nessuno ride...

Tesi su tecnologie della privacy

| | Comments (0) | TrackBacks (0)

"this dissertation develops and validates an instrument that identifies and measures the extent to which information technology influences individuals' IT-related privacy-invasive perceptions. This newly created IT-related privacy-invasive perceptions (PIP) scale is then used to predict behavioral intention toward using information technology."

Altrove Mark Burdon pubblica uno studio sulla relazione tra servizi georeferenziati, mappe digitali e privacy.

"Online technological advances are pioneering the wider distribution of geospatial information for general mapping purposes. The use of popular web-based applications, such as Google Maps, is ensuring that mapping based applications are becoming commonplace amongst Internet users which has facilitated the rapid growth of geo-mashups. These user generated creations enable Internet users to aggregate and publish information over specific geographical points. This article identifies privacy invasive geo-mashups that involve the unauthorized use of personal information, the inadvertent disclosure of personal information and invasion of privacy issues. Building on Zittrain's Privacy 2.0, the author contends that first generation information privacy laws, founded on the notions of fair information practices or information privacy principles, may have a limited impact regarding the resolution of privacy problems arising from privacy invasive geo-mashups. Principally because geo-mashups have different patterns of personal information provision, collection, storage and use that reflect fundamental changes in the Web 2.0 environment. The author concludes by recommending embedded technical and social solutions to minimize the risks arising from privacy invasive geo-mashups that could lead to the establishment of guidelines for the general protection of privacy in geo-mashups."


Ultimamente ti vedo meno fumoso e più concreto nei tuoi interventi :-p

Penso che tu abbia toccato tutti i nodi della questione. IMHO Il modo superficiale e quasi ingenuo in cui Schmidt affronta il problema mi fa dubitare della sua buona fede, o meglio, invece di esprimere un concetto condivisibile socialmente da tutte le parti in causa, la sua opinione è totalmente di parte.

Tra i vari aspetti quello che mi preoccupa di più per quanto riguarda google è la questione economica.
Google ricava gran parte del suo potere economico dal trattamento dei dati personali dei suoi utenti diretti e indiretti. Io, amministrando i miei dati, al massimo ne ricavo una traquillità sociale.
Questo è il vero squilibrio: Con la rete come la conosciamo oggi e la posizione attuale di Google, se tutti sapessero tutto di tutti accadrebbe l'esatto opposto dell'utopia della perfetta informazione e Google avrebbe un potere economico tendente ad infinito.

Un simpaticone, sto Schmidt :-)

Piu che di privacy forse dovremmo anche parlare di un concetto che fino a poco tempo fa era anche considerato valoriale, il concetto di riservatezza e di dignità. Spiattellare in rete, oltre alle generalità, i proprio stati d'animo, la propria salute i propri comportamenti, è ormai comunemente accettato come "normale" quasi restasse confinato nel proprio monitor. Quante volte girando per blog si incappa in post di un livello che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato "personale"? tradimenti, inclinazioni sessuali, utilizzo di sextoys, scherzi, youtube e il bullismo in rete. Cosa succede se fra cinque anni un ragazzo che ha fatto una cavolata in terza liceo si troverà di fronte un datore di lavoro che gli nega il posto per quell'episodio?
Credo che l'unica privacy possibile sia l'autoregolamentazione della propria sfera personale, rinunciando magari anche a dei servizi.
E questo indipendentemente da chi li eroga.

@giannac

Giustissimo.

Di conseguenza, come rendere consapevoli le persone? Come insegnare l'autoregolamentazione e quindi lungimiranza?

Apprezzo molto l'articolo e lo condivido in gran parte. Non sono così critico con le affermazioni di Schmidt: se stai facendo qualcosa di cui vergognarti, devi esserne consapevole. A volte la soluzione è semplicemente "non vergognarti". Se Marrazzo fosse stato gay dichiarato come il suo collega governatore della Puglia, il fatto di frequentare travestiti non avrebbe creato grossi problemi. Quindi il problema è diventato tale prima di tutto nella mente di Marrazzo.

D'altra parte è molto giusto osservare che un ideale che può valere per una società ideale, NON vale nella società reale.

In particolare: le regole DEVONO tutelare le parti deboli.

Si è vero ha toccato tutti i nodi , se volete approfondire la seconda parte dell'articolo suggerisco:

"Data protection legislation: What is at stake for our society and democracy?"

sinceramente non ne ho la più pallida idea. In verità bisogna anche dire che molti dei dati che si ritrovano in rete soprattutto riguardo alla sfera sessuale sono mere aspettative , della serie "ti garberebbe".
Ho visto campagne di comunicazione piuttosto efficaci fatte in altri paesi. Qui siamo anni luce lontani, siamo ancora a Topo Gigio.
In una un ragazzo videochatta con il busto di una ragazzina chiedendole di fargli vedere le tette, poi scende a colazione e scopre che la ragazzina è sua sorella, riconoscendola dalla maglietta...credo sarà una delle battaglie future, riinsegnare ai giovani e meno giovani un po di riservatezza...la vedo dura, non siamo ancora riusciti a farli smettere di bere e schiantarsi contro i platani... 

purtroppo questa idea (una società trasparente senza privacy) si sta facendo strada da un pò di tempo; moltissime persone, ad esempio, usano internet senza nessun rispetto per la privacy degli altri. Quante foto vengono postate senza chiedere il consenso di chi è raffigurato?



Da Facebook:


Monica Fabris
Monica Fabris
Due cose mi colpiscono. La concomitanza dell'annuncio di google sul motore di ricerca su social network e la passivita' con cui le nuove impostazioni sono state accolte dal 'popolo di fb'

Luca De Biase
Luca De Biase
hai ragione... ma questa passività è frutto di una mancata comprensione del tema della privacy...

Daria Santucci
Daria Santucci
ieri sera ho passato due ore a resettare tutte le mie impostazioni di privacy. ad esempio, è cambiata la visibilità della friends list (visibile a tutti o a nessuno). e poi, sono spuntate una serie di icone in cui rendevo visibile a "everyone" determinati aspetti del profilo che non avevo mai autorizzato prima. decisamente una sensazione sgradevole.

Paolo Subioli
Paolo Subioli
Io penso, sulla "passività", che influiscano anche 2 fattori:
- la fretta con cui le persone in generale agiscono sul web, accentuata in FB da un certo senso di colpa per la sensazione di perdere tempo;
- la difficoltà, tipica di FB, di percepire la differenza tra spazio pubblico e spazio privato della propria ristretta cerchia di amici (la quale comporta anche che gli utenti non si rendano conto che le proprie foto diventano di proprietà di FB, se publbicate qui).

'Domenico Palladino'
'Domenico Palladino'
non sempre il lucchetto mostra di default tutti, qualche volta mi è capitato che fosse impostato in automatico su post visibili solo a me condividendo l'articolo da siti esterni, ma non so se fossero impostazioni del sito o bug estemporanei. Sulla privacy anche il messaggio di sistema non ha aiutato facendo quasi credere che le nuove impostazioni avrebbero automaticamente aumentato la privacy degli utenti.

Giorgio Scura
Giorgio Scura Questa questione della privacy è ampiamente sopravvalutata. Ci sentiamo un po' tutti Vip, come se dietro la porta avessimo una coda di paparazzi pronti a immortalare ogni nostro passo, come in realtà ci piacerebbe che fosse. In un certo senso la Rete ci rende tutti protagonisti, ma non saremo mai "famosi" come abbiamo inteso il termine in epoca televisiva. Lla nostra privacy non interessa a nessuno. E in ogni caso siamo NOI a decidere cosa pubblicare e cosa no. Chi non ha nulla da temere, non teme la violazione della privacy.

Andrea Falcone
Andrea Falcone
Io penso che sulla passività influisca il fatto che facebook sia molto "user-friendly", tanto semplice nell'uso da far dimenticare che non ne dominiamo tutti gli aspetti e che è difficile controllare tutte le tracce che lasciamo...

Federico Guerrini
Federico Guerrini
Impossibile che i responsabili non potessero prevedere le proteste che sono sorte quasi all'istante. I casi sono due: o ormai Facebook si sente talmente forte da non dover rispondere alle critiche e da poter fare a meno di una certa percentuale dei propri utenti, quelli che davanti a questi cambiamenti potrebbero essere indotti a lasciare il sito o hanno commesso un clamoroso errore di sottovalutazione.

Federico Guerrini
Federico Guerrini
Non è tanto il fatto dell'"everyone", quanto la nuova categorie delle cose publicly available e l'accesso garantito alle applicazioni...
Eric Schmidt, il capo di Google, ha espresso la sua idea sulla privacy. E poiché Google è al centro di una quantità di polemiche relative alla privacy, la sua idea fa riflettere. Perché intorno al concetto di privacy (parola che evoca questioni noiose che non lo sono per niente), si giocano questioni decisive per la conformazione della rete sociale e il suo sviluppo equilibrato, per non dire pacifico e giusto.

Dice Schmidt: "I think judgment matters. If you have something that you don't want anyone to know, maybe you shouldn't be doing it in the first place. If you really need that kind of privacy, the reality is that search engines--including Google--do retain this information for some time and it's important, for example, that we are all subject in the United States to the Patriot Act and it is possible that all that information could be made available to the authorities."

Ci sono diversi elementi in questa frase. Il pensiero di Schmidt si inserisce in un filone molto diffuso e piuttosto realistico: l'idea di fondo è che online la privacy sia fondamentalmente impossibile. Schmidt in questo caso si riferisce alla legge che consente al governo americano di fare indagini antiterrorismo usando tutto quello che viene fuori online. Ma prima di lui, Scott McNealy aveva sostenuto che, indipendentemente dalle leggi e anche sotto il profilo tecnico, la privacy online non esiste. Del resto, anche quando si ammette che possa esserci una privacy, le linee di confine sono talmente complicate che la loro interpretazione è molto controversa: come nel caso della nuova autoregolamentazione della privacy su Facebook.

E d'altra parte, la questione della privacy rischia di essere sottovalutata anche dagli utenti. Può essere che appaia irrilevante, può essere che sia considerata impossibile, può anche essere che non ci si renda conto del suo significato e sia vista più come un fatto burocratico che sostanziale. Ma sta di fatto che se una piattaforma offre servizi che gli internettiani apprezzano, la loro considerazione della loro stessa privacy tende ad andare velocemente in secondo piano.

Se ne parlava ieri con Cesare Sironi, l'amministratore delegato di Matrix (Virgilio). Google deve sottostare alle regole, ma di fatto ne è potenzialmente esente: è una multinazionale talmente gigantesca e flessibile, vive in un luogo tecnologicamente tanto veloce e complesso, che per qualunque stato sarà sempre più difficile tenerla sotto controllo. E infatti Google dichiara di aderire soprattutto a una legge morale, autodefinita e per la verità coerentemente seguita almeno in apparenza finora (non facciamo del male). Ma è chiaro che Google sa un'enorme quantità di cose su ciascuno dei suoi utenti e molti temono che se andasse a governarla un nuovo team di persone, aderenti a un qualunque nuovo approccio morale, per gli utenti potrebbero essere problemi. Virgilio, da parte sua, offre servizi basati sulla localizzazione e altre informazioni relative ai singoli utenti: si impegna a separare quelle informazioni dalle persone alle quali si riferiscono e a trattarle sempre e comunque come fatti statistici. 

Ma c'è qualcosa di più.

Perché Schmidt ha espresso una valutazione profonda e molto diffusa: l'idea secondo la quale chi desidera salvaguardare la privacy abbia qualcosa da nascondere. In questo senso la privacy è soltanto un vincolo alla libertà di circolazione delle informazioni: e il fatto che si tratti di informazioni sulle persone non cambia la sostanza del discorso. Se non hai nulla da nascondere perché vuoi la privacy?

L'idea è talmente diffusa che andrebbe presa sul serio. Forse un modo per valutarla è immaginarsi una società basata su un modello totalmente privo di privacy e pensare dove può portare. (L'argomento è talmente complicato che qui si può soltanto accennare a un punto di vista, che resta tutto da approfondire).

Teoricamente, si può partire da una concezione generale: la circolazione dell'informazione è un bene. Se tutti sanno tutto di tutti non si può imbrogliare, ciascuno è libero di fare le sue scelte sulla base di una corretta dotazione di informazioni, i risultati sono i migliori possibili in termini politici, economici, sociali, culturali. Sarebbe bellissimo, ma non è storicamente mai stato vero e possibile. Anche perché la disponibilità di informazione è cosa diversa dal trattamento, la comprensione e l'utilizzazione dell'informazione. La conseguenza è che l'informazione ha un enorme valore, ma la sua dinamica va ben compresa per poter vivere in modo consapevole.

L'idea della perfetta informazione è tipicamente sostenuta dall'economia neoclassica: se tutti sanno tutto di tutti e gli operatori sono razionali la concorrenza perfetta porterà alla migliore allocazione delle risorse possibile. E' una costruzione ideale molto interessante. Peccato che non sia mai stato possibile realizzarla. Il Nobel Stiglitz ha dimostrato che non è possibile avere una società nella quale tutti gli operatori siano perfettamente informati. E ha anche dimostrato una cosa sorprendente: non è vero che se aumenta l'informazione ci si avvicina alla condizione di concorrenza perfetta. La migliore allocazione delle risorse possibile data dal modello teorico della concorrenza perfetta non è una meta alla quale ci si avvicina per step successivi: è una realtà che o c'è o non c'è. Se non c'è non basta un po' più di informazione per avvicinarsi ad essa. L'utopia della concorrenza perfetta, nata per salvaguardare la libertà di concorrenza dei piccoli e grandi operatori economici, è stata di fatto utilizzata dai grandi poteri del capitalismo per eliminare barriere al loro potere. E invece la salvaguardia del mercato libero passa dalla limitazione della libertà d'azione dei grandi poteri del capitalismo, attraverso per esempio l'antitrust: la libertà esiste solo se ci sono regole che paradossalmente costringono a salvaguardarla.

E' molto interessante. Perché la realtà non è come la dipinge l'utopia della perfetta informazione. Perché la stessa informazione è diversa a seconda di chi la utilizza. Perché l'informazione non è equamente distribuita. Perché non è equamente distribuita la capacità di utilizzare l'informazione. E in una società iniqua i soggetti deboli hanno bisogno di una protezione nei confronti dei soggetti forti. La libertà vive nelle regole, non nell'assenza di regole.

La perfetta informazione non è l'obiettivo dell'informazione. E la privacy non ha l'obiettivo di impedire l'informazione. Ha l'obiettivo di rendere più equilibrato il gioco del potere sull'informazione.

La perfetta informazione su tutti è un problema di controllo sociale. In un villaggio tradizionale nel quale tutti sanno tutto di tutti, il controllo sociale è più facile. Ma l'interpretazione del controllo sociale dipende dal sistema di potere in vigore in quel villaggio. Se c'è molto controllo sociale e una sola persona ha tutto il potere, quel potere sarà privo di equilibrio e le persone saranno prive di libertà. 

Ci può essere una situazione ancora meno equilibrata. Quella nella quale il potere sa tutto di tutti, mentre nessuno sa niente degli altri. E' una situazione vagamente simile a quella del Grande Fratello di Orwell. In quella situazione, la libertà dei cittadini sottoposti all'enorme potere del Grande Fratello esiste solo se i cittadini riescono a dissimulare, cioè a impedire la perfetta circolazione dell'informazione su di loro.

L'informazione può essere un fattore di equilibrio sociale, può generare libertà, può alimentare una tensione verso una convivenza più giusta e pacifica, solo se è asimmetrica a favore dei soggetti che non hanno potere e se il controllo è esercitato con l'informazione in modo tale che si sappia molto su chi ha il potere e meno su chi non ha il potere. Per questo si dice che le persone che hanno responsabilità pubbliche non hanno diritto alla stessa privacy degli altri: Il controllo sociale, in una società democratica, è asimmetrico e si esercita in modo che dei potenti si sappia molto di più che degli altri.

Non è solo una questione politica. Prendiamo il caso di un'assicurazione sanitaria. Se si sapesse tutto di tutti è l'assicurazione a trarre il massimo vantaggio, non gli assicurati. Perché l'assicurazione non prende in carico le persone che rischiano la loro salute, mentre prende in carico solo quelle che pagano la loro quota e non hanno mai problemi di salute. Se un'assicurazione sanitaria sulla vita sapesse tutto quello che Google sa di ciascuno, i suoi rischi sarebbero molto minori e i cittadini che hanno più bisogno di assistenza sanitaria sarebbero penalizzati.

L'informazione è storicamente asimmetrica a favore del potere e delle grandi organizzazioni e a sfavore dei singoli cittadini e dei soggetti deboli. Migliorare l'informazione non significa portare tutti a conoscenza di tutto, che è impossibile, ma portare a un maggiore controllo sulle azioni dei responsabili delle grandi scelte collettive.

Le leggi sulla privacy sono importanti. Non perché funzionino bene e si possano far valere facilmente su internet. Lo sono forse soprattutto in chiave educativa. Favorire la consapevolezza dei cittadini del valore dell'informazione su di sé è una premessa fondamentale per la libertà. La si può intendere pienamente però solo se i cittadini sono consapevoli che far valere la propria privacy ha senso in quanto costringe il potere a comportarsi in modo più trasparente.

(Ripeto: queste sono soltanto intuizioni disordinate. Si spera che possano servire a qualche riflessione e soprattutto a far emergere opinioni più competenti).

C'è del marcio in Danimarca

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Se i dubbi amletici sulle scelte relative al futuro del clima saranno risolti con un accordo che favorisca soprattutto le nazioni oggi più sviluppate, e più inquinanti, sarà difficile convincere tutti dell'opportunità di agire congiuntamente.

Il Guardian ha pubblicato il draft di un accordo che va in quella direzione. E tutto il summit, a quanto pare, ne sta parlando. Il clima è pessimo.

Parole e riscontri

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Nel polverone di reazioni alla testimonianza di Spatuzza, spicca l'idea che "senza riscontri le parole restano parole". Poiché è chiaro che senza parole non si fanno i riscontri, con salto logico straordinario molti dicono che le parole non dovevano essere neppure pronunciate, o ascoltate. Repubblica

Cip6 stato

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Il famigerato Cip6, un sistema nato nel 1992 che doveva finanziare a spese dei consumatori lo sviluppo delle energie "rinnovabili" e che invece è andato a sostenere a suon di miliardi di euro le "assimilabili" (con enormi vantaggi per grandi impianti che di rinnovabile avevano molto poco), sta per finire. Ed è un bene. Il governo tentenna sull'energia, vuole il nucleare, taglia e poi taglia i tagli sulle rinnovabili. Ma, almeno, il Cip6 lo vuole togliere di mezzo. 

Readings #9 - SCANDALI CLIMATICI

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
La storia è stata penosa. E non cessa di generare perplessità profonde. E' venuto fuori che al Climatic Research Unit della University of East Anglia, gli scienziati che studiano il cambiamento climatico si sono scambiati per anni email nelle quali raccontavano di come stavano aggiustando la comunicazione dei dati sul clima per ottenere il massimo effetto sull'opinione pubblica.

Su Wikileaks si possono scaricare decine di mega di mail dalle quali si evince che gli scienziati lavorano su una quantità di dati e dettagli enorme, ma che quando devono sintetizzare i risultati all'esterno, specialmente su un argomento così sensibile come il clima, tendono a ridurre i motivi di dubbio e aumentare l'effetto d'allarme.

Persone coinvolte dicono che lo scopo di quelle manipolazioni era di rendere più forte il messaggio. Ma affermano che la scoperta di questa manipolazione non deve far pensare che il cambiamento climatico non esista.

E' anche vero che le frodi sui dati climatici non mancano da entrambe le parti. Un esempio è in uno studio di Douglas Keenan presentato in un paper di un paio d'anni fa. E un'analisi approfondita è quella di James Hoggan, autore del libro Climate Cover-up, che mostra la relazione tra le lobby industriali che non vogliono politiche troppo restrittive sulle emissioni e gli scienziati che negano l'importanza della relazione tra le attività umane e il cambiamento climatico.

Il fatto è che la scienza è un insieme complesso di osservazioni, ipotesi, falsificazioni, dubbi, teorie. Non è un insieme di certezze. Invece, i giornali e la politica lavorano essenzialmente sulle semplificazioni e le certezze.

Gli scienziati che vogliono avere un impatto sull'opinione pubblica o sulla politica sono tentati di semplificare le informazioni e di presentarle in modo da suscitare negil interlocutori delle certezze.

Una volta poi che abbiano conquistato un impatto sull'opinione pubblica e la politica, dunque abbiano conquistato un potere, quegli stessi scienziati vi rinunciano con difficoltà. Magari solo per continuare a poter finanziare le loro ricerche e quelle dei loro collaboratori.

Se poi gli scienziati si fanno servitori delle lobby, tutto è possibile.

Ma l'incontro tra scienza e politica non è certo una novità. Non lo sono neppure i conflitti d'interesse. E le manipolazioni. La gravità della situazione è che il pianeta ha bisogno di autorità credibili: religione, scienza, arte... Persone che si suppone siano motivate da valori diversi da quelli del potere e della ricchezza. L'organizzazione umana non può farne a meno. Ma fa di tutto per farne a meno.


Come da copione

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
Per chi avesse pensato che il vocio sul coinvolgimento dei vertici del governo nel processo per i crimini mafiosi in corso a Firenze fosse più che altro un attacco di comunicazione preventiva, teleguidato da un'accorta gestione dei messaggi mediatici, Libero offre una conferma. Citando addirittura l'esistenza di un "copione".

Del resto, la dimostrazione che la fiction è da qualcuno considerata più importante della realtà viene dalle dichiarazioni secondo le quali a meritare le maggiori critiche in tema di mafia sono proprio coloro che hanno scritto il copione della Piovra.

Pubblici misteri su YouTube

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
I pubblici ministeri che hanno preso posizione sul tema della rimozione di un video offensivo contro i disabili hanno scelto un argomento inequivocabilmente sensibile per l'opinione pubblica. Ma non hanno definito pienamente il problema. E poiché Ninja chiede un'opinione, ci si può tornare.

Il video è offensivo? Lo può stabilire soltanto un giudice. Qualcuno lo ha pubblicato usando le funzioni di una piattaforma. I gestori della piattaforma lo rimuovono se glielo chiede qualcuno che ha l'autorità per giudicare illegale quel video. Non intervengono a giudicare il contenuto, a meno che non sia stata stabilita una precisa normativa. Perché non fanno il giudice. Proprio per questo esistono i pm: fare in modo che sia rispettata la legge. E quando sono loro a intervenire, la piattaforma si affretta a eseguire. Mi pare semplice.

Richiedere che siano le piattaforme a fare i giudici è una rinuncia dei giudici a fare il loro mestiere. Ed è praticamente impossibile.

Insomma. O c'è una legge che dice che cosa il gestore della piattaforma deve fare, o non c'è. Se non c'è e un'illegalità è commessa su una piattaforma interviene l'autorità giudiziaria e prende una decisione.

Questo non impedisce di solidarizzare con l'associazione Vivi Down che ha giustamente ottenuto la decisione di rimozione del video.

Opinioni ben più circostanziate in materia:

Vittorio Zambardino su Repubblica

Anna Masera sulla Stampa

Internazionale

Corriere della Sera


Readings #7 - Molliche di blogosfera

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Cercando aggiornamenti al mitico pezzo di Bill Joy sull'emergere possibile di una nuova specie post-umana, si può scoprire che alla Darpa (l'agenzia di ricerche avanzate del dipartimento alla difesa americano, superinteressante) stanno cercando il modo di potenziale i soldati "cellula per cellula" (come dire con biotecnologie, neuroscienze, ecc ecc): World Politics Review. Invece pare che il progetto "telepatia" sia stato abbandonato.

Si moltiplicano i pezzi che riguardano le sperimentazioni degli editori di fronte alla crisi. Sta nascendo una nuova società che farà da piattaforma per la distribuzione dei magazine negli Stati Uniti (Observer). Molti si domandano che effetto avrà la rinuncia di Murdoch al traffico proveniente da Google: Hitwise. Altri editori comunque seguono il magnate australiano-americano (Bloomberg).

Quante reazioni al pezzo di Giuseppe sulla blogofera molle... A parte quanto scritto qui, le pagine dei commentatori sono state ricchissime: ne riporto qui i link soltanto per facilità d'uso. Massimo non crede che la struttura degli strumenti possa davvero migliorare i cittadini. E a Luca sorge di nuovo il dubbio che la retroguardia si mangi l'avanguardia. Andrea Contino ritiene che la blogosfera non sia molle ma al contrario dura. Il circolo Barack cita ad esempio un piccolo villaggio gallico. Ket apprezza l'arte della socievolezza che comunque è emersa nella blogosfera. Webeconoscenza ipotizza che i social media evolvano da servizi a infrastruttura. Gino Tocchetti ricorda il dibattito su nicchia e tribù (con apprezzamento critico per Godin). Dario propone di tenere d'occhio la distinzione tra blog e microblog. Puscic si sente antisociale (Ezekiel). Zamba apprezza Filtr.

Aza riflette sui dati che riguardano il rapporto tra blog e social media in generale. Nessuno dei suddetti ripassa la crisi degli editori. Intanto, la privacy interessa al Gobbo e a Orientalia.


800 ridicoli milioni

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
È chiaro che se Letta dice che gli 800 milioni per la banda larga ci saranno dopo la fine della crisi e se Scajola dice che ci saranno prima della fine dell'anno vuol dire che o il governo pensa che crisi finirà entro l'anno o che il governo pensa cose diverse e vagamente contraddittorie. Ma ci sta. Il problema è che questa mancanza di chiarezza apre la strada ai boatos più vari. Come quello secondo il quale tutto sarebbe sottoposto a una trattativa sull'iptv tra la Telecom e la Mediaset. Voci che non hanno riscontro. Ma che fanno dire a chi se ne intende che gli 800 sono importanti ma non decisivi fintantoché la domanda di banda in Italia è limitata. E quindi l'unica cosa chiara è che il passaggio chiave consiste nell'investimento che la pubblica amministrazione deve fare per ammodernarsi: che provocherebbe allo stesso tempo la necessità e l'opportunità per spendere gli 800. Concentrando l'attenzione su un tema vero di convivenza. E senza fare apparire il tutto come una pressione anticompetitiva dell'attuale sistema televisivo.

"Accetto suggerimenti"

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Il governo accetta suggerimenti sulla riforma della giustizia. E' una buona notizia

Dalla repressione alle pubbliche relazioni

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
In Cina, i cittadini sono riusciti in molte circostanze a far fare una tale brutta figura ai funzionari di partito corrotti da metterli seriamente in difficoltà o farli allontanare, pubblicando su internet le loro malefatte. Non riuscendo a reprimere il fenomeno, molte autorità stanno reagendo con un investimento massiccio in pubbliche relazioni online. Dalla repressione alla manipolazione preventiva. La Cina si avvicina all'Occidente. (Newsweek)

Ipotesi impensate

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
"Non ho mai pensato a elezioni anticipate" dice il premier il 18 novembre. Anche se nel libro di Vespa: "ci tengo a dirlo chiaro" se dovesse andare in crisi la maggioranza "sarebbe inevitabile il ricorso a elezioni anticipate". Ma era un'ipotesi impensata.

Privazione della privacy

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
La revisione delle regole sulla privacy in Facebook, in corso da qualche tempo, non è un argomento interessante per chi usa quella piattaforma, tanto che l'azienda terrà conto dei commenti degli utenti ma non sottoporrà la decisione a votazione visto che gli intervenuti non hanno raggiunto il numero minimo richiesto di 7mila. Su centinaia di milioni...

Intanto, la Bbc segnala che degli impiegati della T-mobile hanno venduto dati riservati su migliaia di clienti a broker interessati a rivenderli. Eppure non sembra che sia nato uno scandalo enorme. Giusto un po'.

La privacy non appassiona. Anche se è una premessa fondamentale di libertà. Oppure interessa ma non appassionano le regole e le leggi che dovrebbero salvaguardarla: anche perché alla luce dei fatti (come quello della T-mobile) possono sembrare formalmente pesanti e sostanzialmente poco incisive.

Una maggiore consapevolezza in materia in un contesto del genere sarebbe l'unica difesa. Col rischio che però diventi un freno alla spontaneità. Perché è purtroppo è proprio nei comportamenti spontanei che gli invasori della privacy trovano qualcosa di interessante per loro. E dunque anche un'evoluzione delle regole è necessaria: per creare spazi difesi davvero e che consentano relazioni libere.

Clima bigio a Copenaghen

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Doveva essere la cosa più importante della visita di Obama in Cina. E purtroppo sembra lo sia in negativo. Obama e Hu trovano impossibile un accordo sulla riduzione di CO2 al prossimo vertice di Copenaghen. WsjNew York TimesRepubblicaTweetmeme. Eppure i 20 grandi avevano appena finito di dire che dovevano rimandare a Copenaghen la questione. Sole. Ma evidentemente in una discussione tra un paese debitore e un creditore non c'è il clima giusto per pensare al clima sbagliato.
Mentre Google lavora a rendere più veloci i siti web con un software da browser e server in preparazione, Matt Cutts di Google dice a Webpronews che la velocità dei siti potrebbe presto diventare una variabile che ne determina il ranking.

Quindi i siti più veloci andranno più in alto nelle risposte del motore di ricerca più importante del mondo. E probabilmente saranno più veloci quelli che si troveranno su server migliorati con software del tipo di quello che sta facendo Google, oppure quelli con la migliore banda di connessione.

Potrebbe essere un meccanismo selettivo abbastanza significativo, tale da accelerare le distanze tra i siti più ricchi di risorse e quelli meno dotati di mezzi. Ma non necessariamente meno interessanti.

La doppia crisi del ceto creativo

| | Comments (9) | TrackBacks (0)
Le persone che lavorano nella creatività soffrono enormemente la crisi. Non c'è una statistica, non c'è un dato aggregato, non c'è un sondaggio. Soltanto un insieme di segnali. Uniti da una logica ferrea.

Un intero ceto di persone che lavorano in modo estremamente flessibile nel mondo della pubblicità, dei video, del design, degli eventi e dei media sta sentendo la crisi in modo particolare. Perché la durezza della crisi ha messo in primo piano le forme di protezione contrattuale più forti.

Si tratta spesso di professionalità piuttosto rilevanti. Gente che ha puntato più sulla qualità del lavoro che sulla sicurezza del contratto. E che certamente ha molte carte da giocare per recuperare una condizione economica migliore. Ma che attraversa una fase piuttosto dura.

I dati di fatto, aneddotici, sono però piuttosto chiari:
1. Un gran numero di persone sta perdendo i contratti e non ne ha di nuovi in pipeline
2. Un gran numero di piccoli studi si vede rifiutare il pagamento delle fatture dai clienti
3. Una parte resiste o sta benissimo (non si sa se sia una maggioranza o una minoranza).

Molte di queste persone non sono i tipi che si lamentano pubblicamente. E non avendo alcuna aggregazione sociale, non hanno neppure un punto di riferimento che le rappresenti. Sicché si sa poco di loro. Ma è arrivato il momento di parlarne. Di capire se si tratta di un insieme di fatti relativamente limitato o se è un fenomeno generalizzato. E di fare qualcosa.
Sulle prime ci potevano essere dei dubbi, come detto in un post precedente. Ma il Sole 24 Ore dice che la legge che accorcia i processi rischia davvero di far saltare 100mila processi. E ad Annozero Di Pietro ha detto, se non si è capito male, che sono stati tagliati i fondi alla sicurezza per 1 miliardo: dunque se è vero la legge non sembra accompagnata da maggiori risorse alla giustizia. se ne deduce che rispetto alla precedente versione, quella della prescrizione abbreviata non c'è un significativo miglioramento. E dunque il dibattito interno alla maggioranza è stato solo una manifestazione di pubbliche relazioni (sempre che si sia capito bene).

Imputati speciali: prescrizione o processo breve

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
E' giusto pensare di accorciare la durata dei processi e di dare alla magistratura le risorse necessarie ad accelerare il lavoro. Sarebbe anche giusto togliere alla pratica dei tribunali la possibilità di cavillare tanto da allungare i processi fino a superare il termine stabilito. E sarebbe giusto che il lavoro di magistrati, avvocati, impiegati dei tribunali fosse meno formale e più sostanziale: per arrivare a decisioni che diano finalmente agli italiani la certezza del diritto.

Ma, lette, rilette, e rilette ancora, le notizie sulle decisioni prese ieri in materia non si capiscono fino in fondo. Di certo, non vanno molto in profondità. 

Soprattutto, non si capisce in pratica la differenza, se non sperando di aver capito male (come per i non tecnici come chi scrive è molto probabile), tra prescrizione breve e processi accorciati. Non salteranno comunque moltissimi processi? 

E poi che cos'è esattamente quella leggina transitoria apparentemente ritagliata su misura sulle esigenze degli "imputati speciali" in processi il cui senso è già ampiamente chiaro (come nel caso Mills)? Non capire non è bello. Perché lascia sempre uno strascico di sospetti. 

L'unica cosa chiara è che l'"imputato speciale" numero uno ha detto "è andata bene". 

800 update: Scajola infittisce il giallo

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
E dunque i ministri per la banda larga insistono. Brunetta ne ribadisce la necessità per ammodernare i servizi della pubblica amministrazione. E si aggiunge Scajola che sostiene come gli 800 milioni di investimenti sarebbero utili a sostenere l'occupazione. Chissà perché era stato proprio Letta a dire che quei soldi erano bloccati. E chissà perché il ribadito sostegno al piano Romani arriva dopo le (più o meno) dimissioni di Stefano Pileri (che sosteneva a quanto si dice un vero e proprio scorporo della rete di Telecom Italia). Domande che restano nelle discussioni piuttosto esoteriche dei nostri potenti. Repubblica. Corriere.


Update sui commenti in questo blog: 

Gli occhi sulla nuca: non si va lontano e si crede ( si fa credere ? ) di andare avanti.

Bisogna sempre ricordare chi è a governarci e dunque a prendere le decisioni che dovrebbero massimizzare il benessere pubblico. Le principali entrate del presidente del consiglio provengono da mediaset e publitalia 80. La prima, come tutti sanno, si occupa di produzione e distribuzione televisiva in libera visione e fattura 4,2 miliardi di euro l'anno. La seconda è una concessionaria per la raccolta pubblicitaria per la televisione (prima in Europa per fatturato, circa 3 miliardi) e detiene oltre il 60 per cento del mercato pubblicitario italiano. (Publitalia ha creato una concessionaria che si occupi della raccolta della pubblicità on line, ma solo qualche giorno fa e risulterà operativa solo dal 2010). 
Oggi internet anche grazie all'avvento di socialnetwork come facebook è diventato anche in Italia un valido concorrente nella sfida per l'attenzione del pubblico, risulta dunque evidente come un ampliamento o un miglioramento dell'infrastruttura che consente connessioni a banda larga non venga visto come una priorità da chi deve guardare alla rete come si guarda ad un concorrente, quantomeno sul piano economico, tralasciando per ora quello politico. 

La Federazione delle concessionarie di pubblicità online - Assointernet, grazie al suo presidente Carlo Poss, ha recentemente espresso un grande e chiaro dissenso per la scelta di abbandonare l'investimento di 800 milioni; purtroppo pero' nessun media, eccetto La Repubblica ed alcuni blog (tra cui questo) ne ha ripreso e commentato la notizia.
Non avendo quindi visibilità mediatica, il dissenso del mondo web rimane più o meno noto ad un ristretto pubblico.

beautiful ^_^

Che la banda larga sia un investimento che possa portare vantaggi al paese, nulla questio, ma non sarà quest'infrastruttura che farà aumentare il numero di utenti internet, e per due ragioni: 
1) la maggior parte della popolazione italica non ha sufficiente scolarità.
2) l'accesso a Internet costa troppo per la famiglia media italica.
Per quanto riguarda la pubblicità che finisce sopratutto in TV, questo è funzione dei due fatti precedenti:
la TV non richiede scolarità e, sopratutto, è gratuita.


Caro Luca, 
a volte trovo divertente andare a guardare l'etimologia delle parole. Si possono trovare i significati dei vocaboli in uso, ci si puo' sorprendere dei loro significati nascosti, oppure se ne rintraccia la storia e si interpreta la societa' che li usava.

Investimento e' parente stretto di "vestire" ed era inteso come addobbare, coprire d'ornamenti (http://www.etimo.it/?term=investire&find=Cerca), in questo "investimento" ed "investitura" erano perfetti sinonimi. Il significato di investimento come "denaro utilizzato per produrre profitto" a quanto pare nasce solo nel 17 secolo in connessione col commercio verso le "indie orientali" (http://www.etymonline.com/index.phpsearch=invest&searchmode=none).

L'investitura permetteva ai prescelti di acquisire meriti grazie ai titoli; l'investimento consentiva ai meritevoli di far fruttare i titoli ricevuti.

Oggi, temo che l'investimento sia tornato ad essere un'investitura.

All''opportunita' strategica di alcune scelte, perfettamente logica e razionale, spesso si preferisce la discrezionalita' illogica e irrazionale dei potenti. Mi viene in mente la risposta di un funzionario ministeriale alla richiesta di adottare una strategia nel suo campo di azione: "A strateggia nun se ppo' ffa'... pe 'ttanti motivi".

Ciao Luca, ti segnalo questa intervista di Giacomo Dotta:http://www.dariosalvelli.com/2009/10/un-laptop-per-alunno

E' un vero peccato.
Un'altra occasione persa.
E' un po' come conservare le medicine per quando uno sarà guarito.


Onestamente non penso proprio sia un tentativo di boicottare il mercato della pubblicità sulla rete. A mio parere è abbastanza difficile che l'adv su Internet possa rappresentare un "pericolo" per Publitalia80 che proprio non ritenendo questo mercato interessante non ci hai mai praticamente messo il piede. La pubblicità sulla rete ha un approccio al pubblico completamente diverso e molto più complicato che non quella televisiva che appunto è semplice, broadcast e, RAI a parte, gratuita.
Mi permetto di dire che pensare a una cosa del genere mi suona più come un alibi delle varie associazioni della pubblicità su Internet per poter giustificare il ruolo di cenerentola del loro mercato. Mi preoccuperei più di differenziare la comunicazione digitale da quella convenzionale, trovando formule innovative. Ovviamente fino a quando si continuerà a vendere la pubblicità online con gli stessi parametri di quella televisiva, ovvero il costo contatto, la sfida sarà sempre perdente.

Purtroppo penso che questa scelta sia stata dettata in generale da questioni politiche e mediatiche. tagliare i fondi per Internet fa rumore in una cerchia di soliti ristretti sensibili giustamente a questo tema ma purtroppo forse poco significativi dal punto di vista politico. Tagliare i fondi per il ponte di Messina, la costruzione delle case in Abruzzo, a Messina, le grandi infrastrutture farebbe molto più rumore mediatico e rischierebbe di muovere anche ingenti masse di voto specialmente al sud.

Chiaramente il tutto denota ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, quanto in questo paese la creazione di infrastrutture digitali per la crescita non solo economica ma anche culturale abbia un valore e una considerazione molto bassa.

Non lo so se è per Partito preso o per semplice ignoranza. Ma questi signori di Palazzo NON ci capiscono nulla di REte e NON si capiscono neppure tra di loro!!!

Leggete qui:
http://punto-informatico.it/2745321/PI/Commenti/non-siamo-ancora-un-paese-internet.aspx

(pezzo che quoto al 100%)

e qui:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/11/banda-larga-scajola.shtml?uuid=a284db60-cc8b-11de-a628-f019027192d1&DocRulesView=Libero

per capire che GIORNO PER GIORNO ORA PER ORA questo governo dice cose diverse!!!!

Ciao Luca,
tuo lettore fedele

Larga banda e stretto di Messina

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
erto che è strano. Non più tardi di un paio di settimane fa due membri drl governo avevano detto che non mancava molto al lancio del progetto di riqualificazione della banda larga in Italia. Eravamo all'indomani della notizia secondo la quale 1 mega di banda era un diritto di tutti i cittadini finlandesi. Ed era venuto fuori che il piano "Romani" con i suoi 800 milioni per portare almeno 2 mega a tutti era pronto a partire. Lo stesso governo si è auto smentito come sappiamo in questi ultimi giorni. Il Cipe ha deciso a favore dei soldi per le grandi opere, senza considerare la banda larga più urgente dello stretto di Messina.

Intanto, Stefano Pileri ha scoperto suo malgrado che la rete italiana passava sotto la resposabilità di altri e rassegnava le dimissioni dopo una vita passata a governarla nel bene e nel male.

E così l'Italia perde altro tempo. Restando un paese troppo concentrato sulla televisione tradizionale.

Per fortuna che l'Europa ha preso decisioni favorevoli alla rete che in un certo senso produrranno qualche consapevolezza anche da noi.

Aneddoti scientifici

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
A quanto pare, una briciola di pane perduta da un uccellino che volava sull'Lhc di Ginevra è riuscita a bloccare la macchina che ha richiesto il più grande investimento scientifico degli ultimi anni. Intanto, i tecnici dell'Lhc stanno rivedendo tutte le saldature sui fili di rame che sembra non reggessero quando si avviavano gli esperimento.

Non ci sarebbe nulla di strano se l'Lhc non fosse stato sostenuto anche da una campagna di pubbliche relazioni senza precedenti. Tutto quanto è stato detto, fatto, promesso in quella campagna, rende ridicoli questi intoppi (che altrimenti sarebbero forse comprensibili vista la complessità dell'impresa).

Una riflessione sulle mutazioni della comunità scientifica alle prese con i vincoli economici e le sirene del potere è su The Scientist.

Stefano Pileri

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
A quanto dicono all'Asati (l'associazione dei piccoli azionisti della Telecom Italia), Stefano Pileri starebbe rassegnando le dimissioni. Uno dei manager di più lunga durata della storia della compagnia telefonica, governatore della rete, lascerebbe così il suo posto.

Non è detto che questo sia connesso al materasso sotto il quale hanno messo gli 800 milioni della banda larga. E intorno ai quali va letto il pezzo di Giorgio Meletti: "Per il governo italiano, la banda larga è un lusso".

Dirà la verità

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Titolone di prima pagina su Le Figaro di carta: Chirac "dirò la verità sul Comune di Parigi". Effettivamente è una notizia.

800 milioni sotto il materasso

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Gli 800 milioni per la banda larga potevano essere investiti per sostenere il rilancio economico. Oppure potevano essere messi sotto il materasso, in attesa della fine della crisi. A quanto pare, ha vinto il materasso. (Letta, sul Sole e sul Corriere delle Comunicazioni, via Alessandro)

La notizia arriva giusto prima dell'importante cda di Telecom Italia di domani.

Dove sono finiti 800 milioni

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
"Dove sono finiti gli 800 milioni che il governo doveva mettere sulla banda larga in Italia?"

Allo Iab Forum se lo domandano tutti, Riccardo Luna di Wired Italia in testa. Ma chi doveva rispondere non c'è. Per Gentiloni il governo non è a favore di internet.

(Sta di fatto che Mediaset farà la tv via web).

Si ha l'impressione che più che una strategia anti-internet c'è soprattutto una grande ignoranza e confusione, dice Carlo Poss (presidente di Fcp-Assointernet). Grandi applausi dalla platea.

Piattaforme o persone

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Se ne parla. Ma non si vedono i fatti. Stiamo consegnando un sacco di informazioni su di noi alle varie piattaforme private, come Google e Facebook. E fin lì va bene, purché siamo consapevoli di quello che scriviamo e di quello che significa. Stiamo anche affidando a piattaforme private la maggior parte delle comunicazioni personali (ancora Facebook, Google, Microsoft, Twitter, ecc ecc). E anche qui a moltissimi va bene, se si pensa in termini di "basta che funzioni".

Dall'altra parte, parliamo di posta elettronica certificata, fatture online, pubblica amministrazione in rete.

E' chiaro che ogni persona avrà sempre più attività in rete. E che avrebbe senso che il suo indirizzo in rete fosse sostanzialmente "suo", come quello di casa. E che sarebbe intelligente che le sue informazioni fossero sostanzialmente "sue", anche se pubblicamente accessibili all'occorrenza in base alla legge, come quelle che mette nelle lettere di carta o che trova nei documenti dell'anagrafe.

Del resto, il bello di internet è che non è una piattaforma proprietaria. Che chiunque può trovare il suo posto. Ma perché non emergono piattaforme che aiutano questo processo? Una volta c'erano, per costruire i siti web. Oggi ci sono meno per costruire la conversazione online. Forse Wordpress è il miglior esempio... e forse ce ne sono altri...

Ma per la maggior parte della gente, il web 2.0 è basato sulle persone ma allo stesso tempo anche sulle piattaforme proprietarie planetarie. E' giusto che sia così?

Uno spunto su Logeeka.

Mifaccioimpresa

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Gli aspiranti imprenditori sono in ribasso in Italia, dice la ricerca Gem di EntEr. Ed è un problema. Perché la nuova imprenditorialità è la principale modalità con la quale un'economia trasforma i vincoli in opportunità, le idee in denaro, i sogni in realtà... E la nuova imprenditoria è il principale strumento per fare nuova occupazione.

Non è un caso che ci sia questo ribasso. Balzano agli occhi, per esempio, le difficoltà di accesso al credito e, anzi, la trasformazione delle piccole imprese in aziende di credito che avviene con il pessimo meccanismo del ritardo nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione e, spesso, delle grandi imprese. Questo è uno dei peggiori difetti del sistema italiano. E qualunque politica per l'imprenditorialità dovrebbe essere annunciata insieme alla decisione da parte dell'amministrazione pubblica di accorciare i termini dei pagaementi, almeno alle piccole imprese.

Senza contare che, sempre più spesso, le fatture non vengono pagate per niente, purtroppo. La magistratura è troppo lenta, in questo caso, per aiutare i creditori.

In questo modo, aziende che hanno un fatturato superiore ai costi, ma che pagano i costi più velocemente di quanto non vengano pagate dai clienti, si trovano in una morsa infernale inaccettabile.

Tra poco, a Mifaccioimpresa una tavola rotonda sull'imprenditorialità e l'uscita dalla crisi...

Specializzazioni ad assetto variabile

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Chissà perché, in certi giorni, si discute dello stesso argomento con diverse persone senza che apparentemente ci sia un collegamento. Oggi è stata la volta di specializzazione e interdisciplinarietà.

Domani esce un bel servizio di Ventiquattro sull'interdisciplinarietà (la url arriverà appunto domani). C'è in preparazione un convegno che discuterà l'importanza della specializzazione. E la progettazione del prossimo numero di Nòva è stata come sempre una discussione sui confini mobili tra gli argomenti.

Si direbbe che esistano almeno due tipi di specializzazioni.

Le specializzazioni esclusive, quelle fatte da chi considera la propria materia un feudo da difendere. E le specializzazioni inclusive, quelle che sono portate avanti da chi conosce bene un argomento e non cessa di linkarlo ad altri.

Le specializzazioni esclusive sono proprie dell'epoca delle gerarchie: tutti competono per risorse culturali ed economiche scarse, e chi riesce a conquistare una posizione tende a costruire una muraglia per difenderla. Le specializzazioni inclusive sono proprie dell'epoca della rete: risorse culturali abbondanti, necessità di collegare gli argomenti, libertà di ridefinizione dei confini intellettuali tra le discipline.

Oggi, in piena crisi di risorse economiche ma in piena abbondanza di risorse culturali, si assiste a una scissione tra la pratica della difesa delle professioni intellettuali e la dinamica dell'avanzamento intellettuale. La prima è delegittimata dalla seconda: perché è chiaro che la difesa professionale non corrisponde alla qualità delle idee. Nel giornalismo e in un sacco di altri ambienti. Imho.

La finzione del global cooling

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Si è parlato di un nuovo trend, sorprendente, secondo il quale il pianeta non si sta scaldando ma raffreddando. Principalmente perché l'anno più caldo mai registrato resta il 1998. Ma una ricerca ben pensata dell'Ap ha dimostrato che i dati in nostro possesso non si possono in nessun modo razionale interpretare come prova di un global cooling. (via ArsTechnica)

La lobby dei negazionisti del global warming non sembra andare molto lontano, per ora.
Stefano Quintarelli invita a protestare contro Catherine Trautmann (http://catherinetrautmann.net/) e Alejo Vidal-Quadras (http://www.vidal-quadras.com/).

I due rappresentavano il Parlamento europeo in una complicata trattativa e a quanto pare hanno tradito il loro mandato. Erano impegnati a impedire che passasse la nuova regola secondo cui, per i reati compiuti su internet, gli stati membri "possono" richiedere una decisione della magistratura (in realtà, qualcunque persona civile vorrebbe che in quella legge ci fosse scritto "devono"... cioè non possono saltare la magistratura, non possono decidere per via direttamente governativa o tecnica come vorrebbe per esempio la Francia del marito di Carla).

Stefano spiega tutto benissimo e invito a leggerlo.

Inoltre ci sono le cronache di Scambio Etico e La Quadrature.

Non vi si può lasciare soli un attimo...

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Un piccolo viaggio di cinque giorni a Kyoto. Si torna. E si trova tutto rovesciato. Adesso sono tutti di sinistra. Gli italiani lasciano i reality e tornano alla pasta. Il Fini non giustifica più i mezzi.

Creazione a Kyoto

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Robert Thomson, direttore del Wsj in Australia, qui a Sts Forum Kyoto, si è reso responsabile del racconto di una discussione sulla Creazione. C'è uno scienziato, un architetto e un giornalista. Discutono sulle caratteristiche dell'entità che ha dato avvio alla storia superando il Caos originario. Lo scienziato dice che doveva essere una mente scientifica perché solo tale mente poteva creare la meravigliosa legge della natura che governa l'universo. L'architetto osserva che il Creatore non poteva che essere un architetto, visto lo straordinario progetto che sottende la realtà. Il giornalista dice: dovete andare al vero punto di partenza. Chi credete che avesse prima creato il Caos?

Lodo Mondadori

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
La Mondadori è una magnifica azienda. Soprattutto per il valore delle persone che ci lavorano. Lodo la Mondadori ogni volta che posso per questo. Nonostante le strane vicende della sua proprietà.

Oggi si scopre che la Cir sarà risarcita per i danni che ha subito per quelle strane vicende, sempre che sia confermata la sentenza che condanna la Fininvest a pagare alcuni fantastiliardi di compensazioni. Ma è solo un problema dei grandi capitalisti coinvolti? Ci si domanda se non sarebbe giusto considerare anche le conseguenze subite da che lavora alla Mondadori per quelle strane vicende della proprietà. (link nei commenti).

Paura della libertà

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Quello che succede in Italia arriva in Giappone sulle ali degli sms e della mail.. Come la segnalazione secondo la quale Tg1 e Tg5 non hanno detto una parola sulla manifestazione in favore della libertà di stampa. Fosse vero, alimenterebbe il tasso di falsità e la strategia della disattenzione.

Ma come fanno all'Alitalia

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Uno vorrebbe sinceramente che l'Alitalia funzionasse. È una condizione necessaria allo sviluppo che un paese sia ben connesso, sia a basso costo (per il turismo) sia ad alta affidabilità (per il lavoro). Ma alto costo e bassa affidabilità non costituiscono una buona connessione. Sicché il disagio sperimentato ieri sul volo Alitalia da Milano a Tokyo, l'aereo rotto, la proposta di partire con quasi dodici ore di ritardo, il cambio di compagnia per molti passeggeri, non è stato incoraggiante.

Il punto è che se una cordata privata riesce a fare un buon affare con lo stato non dovrebbe sedersi a contare i vantaggi accumulati ma dimostrare di saper sistemare quello che la precedente geatione non aveva risolto: l'affidabilità del servizio.

Tavaroli. Giustizia è fatta, quasi

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
La vicenda di Tavaroli si potrebbe dunque concludere con un patteggiamento. Corriere.

Android è open?

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Secondo Michael Klurfeld di Techgeist, Android non è poi tanto open source. Le valutazioni in materia stanno diventando labirintiche.

Chi fa il tifo per la crisi

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Di sicuro, non fanno il tifo per la crisi i 984.286 disoccupati che si sono registrati dall'agosto 2008 al luglio 2009. Sole. Repubblica.

Sinistra sinistra

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
La Germania vota a destra. La Francia lo fa da tempo immemorabile. Il Regno Unito forse lo farà alla prossima occasione. Si fa qualche ragionamento tipo: il messaggio della sinistra è in crisi in tanti posti, anche dove non c'è una destra che possiede i media (che dunque sono meno importanti di quanto non si creda).

Sarà. Non pretendo di capire la politica. Ma a me pare che la sinistra abbia vinto in America. E che le destre francese e tedesca siano parecchio diverse. Il punto è che la politica comparata si fa sui sistemi politici, non sulle assonanze tra i nomi dei partiti o sulle loro collocazioni relative. Temo che invece la capacità di conquistare l'agenda sia ovunque decisiva per i candidati. E lo si può fare con un messaggio migliore di quello degli avversari. Oppure in altro modo.

Chi non risica non rosica

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Meditando sulla notizia secondo la quale un eventuale bocciatura del lodo Alfano rischierebbe di provocare importanti dimissioni. Corriere.

Chi l'ha visto tutto

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Gilioli l'ha visto tutto. E l'ha rattristato. Inevitabilmente. Non solo per il contenuto.

Ma anche per la sensazione - che si legge in alcune sue parole - che tutto questo si possa superare solo pensando a come guarderemo questa puntata in un contesto diverso, in qualche giorno futuro nel quale la sanità mediatica sarà riconquistata. Forse allora ci saremo dimenticati il senso dei siparietti con il Vespa birichino. E le benevolmente burbere battute del presidente. E tutto il resto.

Ma dirci oggi di pensarlo con distacco non dovrebbe rattristare: ci fa bene. Ci induce a guardare ai fatti in una prospettiva più ampia. E ci fa superare la paranoia. Che è il primo passo per cominciare a raccontare una storia diversa. Meno legata alla critica dei leader attuali. (Che per carità ci vuole, ma non può e non deve essere una monomania). Imho.

(Ah, se non capisco male i dati Auditel, la trasmissione di ieri non è stata un gran successo).

Cara Italia... in albergo

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Un comunicato stampa informativo da Hotels.com:

I PREZZI DEGLI HOTEL NEL MONDO SONO SCESI DEL 17%.
 
Hotels.com, leader mondiale nella sistemazione in hotel, svela l'andamento dei prezzi in Europa e nel mondo: l'Italia è il quarto Paese in Europa con le camere di hotel più care.
 
I prezzi in Italia sono calati in misura minore rispetto agli altri Paesi in Europa e nel mondo  (-12% vs -16% dell'Europa e -17% del mondo) e, nonostante la diminuzione globale del costo delle camere, l'Italia, nei primi sei mesi di quest'anno, è risultato il quarto paese con i soggiorni più cari in Europa, subito dopo Svizzera, Danimarca e Norvegia.
 
Venezia, nonostante il calo dei prezzi del 12%, si riconferma la città più costosa d'Italia e terza in tutta Europa; subito seguita da Milano e Roma, che hanno subito un taglio rispettivamente del 17% e 13%.

La città in Italia che ha subito il taglio di prezzi più drastico è Firenze, i cui costi sono scesi più della media europea (-20%).
 
La crisi del settore non ha invece colpito Siena e Rimini che, anzi, hanno visto un incremento dei prezzi rispettivamente del 3% e 1%. Sono le uniche due città in Italia con segno positivo.

Immigrazione in Veneto

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
L'immigrazione nel Veneto secondo i dati elaborati dalla Fondazione Nordest.

2002 nuovi iscritti 26.668 saldo 23.207
2003 nuovi iscritti 54.949 saldo 50.455
2004 nuovi iscritti 48.506 saldo 43.272
2005 nuovi iscritti 37.834 saldo 31.927
2006 nuovi iscritti 34.184 saldo 27.502
2007 nuovi iscritti 58.880 saldo 51.840
2008 nuovi iscritti 58.265 saldo 49.354

In Veneto, dove l'immigrazione è fondamentale per molte lavorazioni industriali, questo tema è sentito come un problema sempre più pressante, per la scuola e la vita quotidiana. I numeri certo aiutano a capirlo. Anche perché riguardano soltanto i casi di persone ufficialmente registrate. Tra dinamiche dell'emergenza e mancanza di profondità del progetto collettivo, l'argomento sembra sfuggire di mano. Con tutta l'umiltà che occorre di fronte a un tale problema, si percepisce nell'aria che è tempo di fare un salto di qualità civile. Da dove emergerà?

Selezione innaturale

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Un bel pezzo sull'Economist sulla innaturale selezione nel mondo finanziario. Con un suggerimento: che le banche più rischiose siano costrette a sostenere costi maggiori per finanziarsi. Con un'impressione: difficile far funzionare il mercato davvero.

Asta annullata di BlogBabel

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
La vendita di BlogBabel su eBay è stata annullata prima del previsto dal venditore, si dice nella conseguente discussione sul FriendFeed di Mcc. Naturalmente, se eBay consente questa pratica vuol dire che tutti sanno che può essere praticata. Che sia più o meno seria lo può giudicare chiunque sia interessato a farlo. Ma sarebbe bello vedere che cosa succederebbe nel caso che i potenziali compratori chiamassero direttamente il venditore per sapere se vuole aprire una contrattazione offline con loro. Giusto per verificare.

update: BlogBabel è stata venduta. A Liquida.

Disagio

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Boffo ha scritto che le comunità cristiane erano a "disagio" per quello che venivano a sapere dalla stampa sul premier. Una parola che più misurata non poteva essere. La reazione è stata fuori misura. New York Times.

Con quali conseguenze? Se le comunità cristiane erano a "disagio", ora lo sono certamente ancora di più. Ma ci sarà una persona in meno che lo dice. 

A meno che al posto di Boffo non ne emergano altri cinque, dieci, cinquanta.

Altro che autostrade del mare

| | Comments (12) | TrackBacks (0)
Da rileggere. Il Guardian dice che una ricerca confidenziale mostra come le 15 navi più grosse del mondo inquinano tanto quanto 760 milioni di automobili. (sic).

La globalizzazione basata sulla delocalizzazione della produzione e le navi container ha vasti effetti sulle emissioni di CO2.

Internet e il controllo del presidente

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Una proposta di legge in Usa. Altre perplessità. Cnet. Boing Boing.

Mistero Boffo

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Perché? Perché ora, perché così, perché in questo modo? 



Costituzione, titolo I, articolo 21

| | Comments (2) | TrackBacks (0)

Articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana. 

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Repubblica

Guardian

Gawker

Financial Times

Bloomberg

And... A modest suggestion from Newsweek

Fiegoogle

| | Comments (10) | TrackBacks (0)
La Fieg ha fatto intervenire l'Antitrust e la Guardia di Finanza per sapere se il motore di ricerca di Google discrimini i siti degli editori di giornali se questi non vogliono che Google News ne aggreghi le notizie. Ma motiva la richiesta segnalando tra l'altro il fatto che Google guadagna pubblicità usando i contenuti degli editori e senza pagare nulla per questo. Tra le due questioni c'è una certa differenza. E poiché è evidente a tutti, se ne deduce che la vicenda di ieri è parte del tentativo da parte della Fieg di avviare una trattativa con Google per ottenere una fetta maggiore nell'economia delle notizie online.

La questione di interesse pubblico internettiano più rilevante da risolvere è se Google distorca in qualche modo i risultati del suo motore di ricerca nel caso che un editore non voglia che Google News aggreghi le sue notizie. Google risponde con chiarezza: un editore può evitare come chiunque di essere trovato dal motore e dall'aggregatore usando robot.txt: ma in quel caso appunto non compare né in Google News né in Google. Gli editori faranno bene a verificare se i loro centri di calcolo abbiano usato questa scorciatoia. La soluzione migliore per gli editori che vogliano restare nel motore ma non nell'aggregatore di notizie è quella di contattare direttamente Google, che si dichiara pronto a soddisfare la richiesta.

Se così fosse, la questione principale sarebbe risolta.

Resta molto altro. Ma riguarda gli interessi particolari degli editori e di Google, più che quelli del pubblico. E si tratta di andamento del traffico e di distribuzione dei ricavi pubblicitari.

Traffico. E' chiaro che Google ha molti più visitatori di qualunque giornale online. Ed è chiaro che anche Google News ha moltissimi utenti. Una parte di questi si ferma ai titoli raccolti dall'aggregatore, una parte clicca e va sui giornali che danno le notizie. Chi ci perde e chi ci guadagna? La questione va vista caso per caso. Ma nella situazione attuale, visto che le notizie su Google News ci sono e la Fieg non riuscirà a convincere tutti coloro che le producono a non lasciarsi aggregare da Google News, è probabile che l'aggregatore continuerà a raccogliere traffico e a distribuirne una parte sui siti di provenienza delle notizie. Chi sta fuori non perde il traffico di chi vuole proprio le notizie del suo giornale ma perde il traffico di quelli che arrivano al suo giornale attraverso l'aggregatore. A ciascun editore sta di fare i suoi conti e di decidere. Vedi WebNotes.

Pubblicità. Non risulta che Google News raccolga pubblicità, ma è chiaro che l'insieme di Google raccoglie pubblicità anche grazie al traffico attratto da Google News. Il modo in cui Google e giornali si spartiscono la torta pubblicitaria dipende dal traffico (vedi sopra) e dalla forma delle inserzioni offerte: è chiaro che quelle di Google e quelle dei giornali non sono molto comparabili ma sono di fatto concorrenti. La soluzione migliore sarebbe che gli editori modernizzassero la loro offerta aggiungendo soluzioni che siano più direttamente confrontabili con quelle di Google, più facili da usare e più convenienti (senza rinunciare ai banner attuali che probabilmente hanno un valore unitario maggiore per gli editori): insomma, che gli editori facessero meglio concorrenza a Google sulla raccolta di pubblicità. Non è facile. Ma è la strada maestra.

L'idea alternativa che potrebbe emergere è quella di contrattare con Google una forma di risarcimento. Sarebbe una soluzione immediata, un vantaggio a breve termine, un ulteriore pratica vagamente elitaria nel commercio italiano: difficile pensare che quel risarcimento toccherebbe a tutti gli editori, probabile che toccherebbe soltanto a quelli della Fieg. Si vedrà. Piacerebbe di più vedere tutte le parti in causa lavorare per innovare, competere, migliorare la qualità del servizio. Ci vorrà tempo, certo.

Google News e la Fieg

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
La notizia è stata data un po' in tutto il mondo. La Fieg ha chiesto un intervento all'Antitrust italiana su Google News sostenendo che i giornali che non vogliano apparire nell'aggregatore delle notizie vengono penalizzati anche nel motore di ricerca.

In effetti, digitando questo pomeriggio due parole nel motore di ricerca (antitrust fieg) la notizia data da repubblica.it appariva in 42esima posizione su Google (mentre non c'era in Google News). Insomma, la Repubblica non è nell'aggregatore, non è esclusa dal motore, non è in posizione elevata (arrivano prima molti altri siti giornalistici). Sul Sole interviste con le posizioni della Fieg e di Google. via Mante la risposta di Google.

Sul sito della Fieg non si trova una versione della vicenda (può essere che non l'abbia trovato io). C'è su quello dell'Antitrust. Non si sa chi siano i giornali coinvolti. Non si sa bene che cosa abbia effettivamente fatto l'Antitrust in collaborazione con la Guardia di Finanza.

Non è ovviamente chiaro quanto convenga agli editori evitare Google News: perdono o guadagnano con l'aggregatore? Dipende da quanto raccolgono con i visitatori che arrivano appunto dall'aggregatore al loro sito e da quanti visitatori in più avrebbero se molti non si fermassero alle poche righe riportate su Google News. Non c'è una prova a sostegno di una o dell'altra opinione. Ma è chiaro che se il motore di Google desse risposte che dipendono in qualche modo da come gli editori si pongono nei confronti di Google News, allora questo sarebbe un problema di credibilità per il motore. Google, appunto, lo esclude.

Ecco il comunicato dell'Antitrust:

COMUNICATO STAMPA


EDITORIA: ANTITRUST AVVIA ISTRUTTORIA NEI CONFRONTI DI GOOGLE ITALY PER POSSIBILE ABUSO DI POSIZIONE DOMINANTE

Procedimento avviato alla luce di una segnalazione della Fieg, Federazione Italiana Editori Giornali. Secondo la Federazione, nella gestione del servizio Google News Italia, Google impedirebbe agli editori di scegliere liberamente le modalità con cui consentire l'utilizzo delle notizie pubblicate sui propri siti internet. I siti editoriali che non vogliono apparire su Google News verrebbero infatti automaticamente esclusi anche dal motore di ricerca Google. Possibili effettivi distorsivi sul mercato della raccolta pubblicitaria on line.

L'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nella riunione del 26 agosto 2009, ha deciso di avviare un'istruttoria nei confronti di Google Italy per verificare se i comportamenti della società, in considerazione della sua indiscussa predominanza nella fornitura di servizi di ricerca on line, siano idonei ad incidere indebitamente sulla concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria on line e a consolidare la sua posizione nella intermediazione di spazi pubblicitari. 
Il procedimento, notificato oggi alla società nel corso di un'ispezione condotta in collaborazione con le Unità Speciali della Guardia di Finanza, è stato avviato alla luce di una segnalazione della Fieg, Federazione Italiana Editori Giornali, relativa al servizio Google News Italia, con il quale Google aggrega, indicizza e visualizza parzialmente notizie pubblicate da molti editori italiani attivi online. Secondo gli editori Google News Italia, utilizzando parzialmente il prodotto dei singoli editori on line, avrebbe un impatto negativo sulla capacità degli editori online di attrarre utenti ed investimenti pubblicitari sulle proprie home page. Gli editori italiani, che non ottengono alcuna forma di remunerazione diretta per l'utilizzo dei propri contenuti su Google News, non avrebbero inoltre la possibilità di scegliere se includere o meno le notizie pubblicate sui propri siti internet sul portale stesso: Google renderebbe infatti possibile ad un editore di non apparire su Google News, ma ciò comporterebbe l'esclusione dei contenuti dell'editore dal motore di ricerca della stessa Google. Si tratta di una condizione estremamente penalizzante: la presenza sul motore di ricerca di Google è determinante per la capacità di un sito internet di attrarre visitatori e dunque ottenere ricavi dalla raccolta pubblicitaria, vista l'elevatissima diffusione di tale motore tra gli utenti.
L'istruttoria dell'Antitrust dovrà dunque verificare se i comportamenti di Google, resi possibili dalla sua indiscussa predominanza nella fornitura di servizi di ricerca online, siano idonei ad incidere indebitamente sulla concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria online, con l'ulteriore effetto di consolidare la sua posizione nell'intermediazione pubblicitaria online. 


Roma, 27 agosto 2009

Io, noi, ego, nos, mihi, nobis... I, me, mine

| | Comments (8) | TrackBacks (0)
L'articolo di Antonio Polito sulla questione dell'egoismo imperante e del noiosismo nostalgico è una buona lettura. Veltroni che sostiene il "noi" della grande storia contro l'"io" assurdamente piccolo eppure provondamente innovativo delle microstorie di interesse personale... Gli osservatori del neoliberismo thatcheriano che ancora si preoccupano di criticare lo statalismo come se fosse qualcosa di diverso dalla pratica di sparare sulla croce rossa: salvo poi chiederne l'intervento, della croce rossa statale, quando il capitalismo si approfitta troppo della liberalizzazione che ha ottenuto devolvendo tutto il potere dello stato alle lobby finanziarie... Visto dall'Italia questo dibattito è meno serio e più saggio di quanto sembri. (Ma scriverne ora col cellulare stando in coda all'aeroporto è troppo impegnativo. Valga questo post giusto come segnalazione del tema.. Via Marco).

Se Telco si scioglie

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Secondo Stefano, la Telco (proprietaria del pacchetto di azioni che controlla la Telecom Italia) è prossima allo scioglimento. Perché alcuni soci non vogliono metterci altri soldi.

Ma se si scioglie, e se le perdite vengono dunque registrate nei bilanci dei soci, che cosa succede? Il pacchetto più consistente, se non sbaglio, è ancora quello della Telefonica. Entro il 28 ottobre si dovrebbe sapere qualcosa di più.

A questa vicenda è evidentemente collegata quella della famosa ipotesi di scorporo della rete.

La febbre del Tamiflu

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Un panel di esperti incaricato dal governo britannico di stabilire le linee guida per la cura della febbre suina ha detto che non era necessario distribuire massicciamente il Tamiflu per non rendere il virus resistente alla medicina in caso di una pandemia. Ma il governo ha deciso di mandare in giro la medicina della quale ha fatto amplissima scorta per non spazientire i sudditi britannici. E così il business, la cura, andrà avanti secondo i piani. Lo dice il Guardian di carta. In un articolo del quale non si trova in questo momento traccia online.

La posta alle Poste

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Guido Scorza discute la vicenda della posta elettronica certificata.

BioCibo

| | Comments (16) | TrackBacks (0)
Sulla Stampa i riflessi di una ricerca secondo la quale il cibo biologico non è necessariamente migliore sul piano nutrizionale. Il Guardian risponde che fa bene per moltissime ragioni. Un clasico esempio della confusione generata - inevitabilmente - dai dibattiti mediatici sulle convinzioni inveterate: per mantenere l'equilibrio si devono dire tutte le posizioni, trasformando i fatti sempre e soltanto in opinioni, e alimentando alla fine i pregiudizi.

Leggo in proposito il libro di Paul Roberts, La fine del cibo, Codice Edizioni. Cercare punti di riferimento che servano a puntellare i fatti. "L'elemento conduttore più evidente della trasformazione dell'economia alimentare probabilmente sarà l'aumento del prezzo del petrolio...". Uhmmm. L'ecosistema chiede adattamento...


Informazioni sulla barra informazioni

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
E' sempre divertente leggere i messaggi che vengono generati dall'interfaccia dei prodotti Microsoft. Ho meditato a lungo (30 secondi) sulla seguente dicitura, non a caso apparsa quando ho cliccato help perché un messaggio sul browser non mi lasciava continuare a lavorare in pace:

Informazioni sulla Barra informazioni di Internet Explorer

Informazioni sulla Barra informazioni di Internet Explorer

Nella Barra informazioni vengono visualizzate le informazioni sulla protezione, i download, le finestre popup bloccate e altre attività di Internet Explorer. Tale barra è situata nella parte superiore di ogni pagina Web.


Dopo la meditazione, ho cliccato sulla x che toglieva di mezzo il messaggio e sono andato avanti. Non so ancora che cosa ho fatto, in realtà. (Di solito uso Mac e Firefox).

Le parole modellano il pensiero

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Lera Boroditsky, psicologa a Stanford, conduce la sua ricerca su come il linguaggio dà forma al pensiero. Un caso di studio potrebbe essere il pensiero in un paese che non fa che discutere di "escort", "moralità pubblica" e "spazzatura". Non immotivatamente.

Si discuteva su Twitter del perché non esista un giornale europeo. I commenti portavano in due direzioni alternative: perché l'editoria non riesce a trovare la soluzione, o perché non esiste un'identità europea? Forse non sono poi tanto alternative. Ma in quel contesto Paolo Barresi ha introdotto inopinatamente il tema del federalismo televisivo-linguistico lanciato da Roberto Castelli qualche tempo fa. Interpretazione: non solo non esiste un giornale europeo né un'identità europea; addirittura in Italia si rischia di mettere in discussione una tv e una identità nazionale in nome del federalismo.

Parag Khanna, a Ted, ha notato come nel 1945 il pianeta fosse diviso in 100 stati, circa. E oggi sono circa 200. Nello stesso tempo crescono le aree di influenza: la Cina sfonda in Siberia, compra la Mongolia, domina tutto il Sud Pacifico. L'Europa sembra pacificamente costruire una vera e propria area di influenza su tutto il Mediterraneo. Sulla scorta di quanto da tempo fanno gli Stati Uniti in molte parti del mondo.

Lo scenario è fatto da una tendenza alla semplificazione geoeconomica e alla complicazione geopolitica, dunque. La storia degli ultimi decenni va in quella direzione. E poiché le imprese multinazionali che hanno semplificato la geoeconomia non hanno un discorso identitario da proporre, mentre gli stati risultati dalla indipendenza nazionale di molti popoli sì, ne consegue che la consapevolezza identitaria sia stata pensata negli ultimi decenni più come un tema politico che economico: benché sia invece soprattutto un tema culturale e antropologico.

Ma la percezione è molto diversa dalla realtà. Perché la politica ha costruito quelle differenze identitarie almeno tanto quanto non le ha rappresentate. E perché l'omogeneizzazione culturale prodotta dal consumismo di massa non è certo passata senza effetti identitari sulle persone.

Ebbene. La tv è essenzialmente concentrata sulle percezioni. E dunque non è certamente un caso che sia investita della questione. Ed è per questo che il tema sembra tanto tragicamente poco serio in Italia.

In un'industria vera dell'entertainment, come negli Stati Uniti, le produzioni pagano maestri di accento e gli attori si impegnano a imparare l'accento giusto dei loro personaggi. In Italia gli attori mantengono sempre il loro accento. Se il tema è posto in termini identitari-politici fa sorridere. Se fosse posto in termini industriali sarebbe serio (per questioni di credibilità del racconto).

Non è detto che non si possa spostare il dibattito sull'identità dalla politichetta locale alla grande politica globale.

Santi e palloncini

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Il titolo della Repubblica è attraente. Il premier dichiara con grande competenza di non essere un santo. Ma non si può cliccare per leggere l'articolo. Perché davanti alla pagina viaggiano dei palloncini pubblicitari. Per trovare il modo di farli sparire occorre guardare bene la pagina e cliccare (nel mio caso) più volte su un bottone in alto a destra.

Ignoranza

| | Comments (0) | TrackBacks (0)

Non si capisce il Pd su Grillo

| | Comments (11) | TrackBacks (0)
Grillo vuole la tessera del Pd e vuole partecipare alle primarie. Ottiene un primo rifiuto da molti grandi politici del Pd. Trova una sezione che invece lo tessera. Ma alcuni esponenti del Pd si appellano allo statuto per dire che non è valido. Ma perché tutto questo?

(Faccio prevalentemente domande in questo post perché non sono certo un esperto lettore di questioni politiche).

Grillo ha un grande seguito, ottenuto con una storia significativa. Attore, controinformatore, leader di movimento. Certo, è una storia durante la quale non ha risparmiato critiche a nessuno. Ma questo è il motivo per cui non dovrebbe essere ammesso alle primarie? Ovviamente no. E allora qual è il motivo? Timore di un concorrente troppo forte? Beh, non esageriamo: casomai porterebbe a votare persone che di solito non votano alle primarie, ma difficilmente convincerebbe i militanti tradizionali. Porterebbe divisioni nel partito? Ma in effetti il partito è abbastanza diviso anche adesso. Non sarebbe leale al partito? E perché: è leale solo chi non fa critiche?

Che cosa c'è che non va in questa storia? Che nessuno ha preso in considerazione i pro e i contro, che quasi tutti hanno semplicemente detto di no a Grillo. Facendo emergere una difficoltà nell'aprirsi a componenti meno tradizionalmente legate al partito. Eppure di quelle componenti ci sarà sempre più bisogno. (Sia a livello nazionale, ma anche e soprattutto a livello locale).

Sarà naif dirlo: ma un'entrata in gioco di Grillo potrebbe anche essere un bene. Un uomo duro e critico come Grillo, popolare e seguito, decide di cambiare strada, aderire al Pd, dichiararsi dunque fedele all'obiettivo che il Pd vinca le elezioni e governi bene, accetti le regole democratiche, accetti il dibattito, si metta in gioco, discuta e si faccia fare domande... 

Potrebbe essere una risorsa. Perché non accettarla? Sinceramente, non si capisce, per ora. Imho.

Come la tv odia internet: in Usa e in Italia

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Un servizio della Abc News parla di "dipendenza da Facebook" con tanto di esperto preoccupato e di voce fuori campo che le spara grosse. Molto più professionale dell'analogo lavoro fatto da BV, qualche tempo fa (peraltro molto efficace verso il suo pubblico specifico)... Da rivedere il talk di BV, per un'analisi comparativa con il servizio di Abc. E per meditare. Anche alla luce delle notizie poi uscite sul premier (un anacronista potrebbe dire che il capo di BV abbia usato troppa internet da piccolo...).



Roberto Ceredi, su lavoce.info, segnala e ricostruisce lo strano caso dell'obbligo delle società quotate di usare i giornali per diffondere informazioni importanti per il mercato. Si legge nel suo pezzo che le regole europee spingono nella direzione di definire internet come il luogo nel quale si danno queste informazioni, eliminando l'obbligo per le società quotate di comprare costosi spazi pubblicitari sui giornali finanziari. Ovviamente, gli editori non sono molto contenti. Il finale, a sorpresa, lascia presagire che gli editori avranno partita vinta.

L'importante è che non se ne parli

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Un dibattitino laterale tra vari ministri e l'istituto di statistica, secondo un pezzo pubblicato su Repubblica, in merito ai dati sull'economia italiana. Le idee che circolano sarebbero queste: l'Istat registra i dati, ma se i dati sono negativi non dovrebbe dirlo troppo in giro. Del resto, per i soldi dipende dal governo. 

Non è incredibile. Visto che mentre i dati negativi si moltiplicano, le fonti dei dati vengono sistematicamente criticate dal governo (comprese Ocse e Confindustria). 

Del resto, a quanto pare, molti si adoperano per fare in modo che se il governo non riesce a risolvere i problemi, almeno sia frenata il più possibile l'informazione. Intercettazioni. Voli di stato (smentita). Pubblicità su Repubblica. Sarebbe bello che tutto questo non fosse vero.

Ecchissene...

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Tutti ne parlano. Ma il mistero è grande. Sarah Palin si è dimessa da governatore dell'Alaska. La mossa ha sorpreso gli elettori e il suo partito. 

Chi ha orecchi per intendere

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Chi ha orecchi per intendere intenda. Chi ha voce per palare, parli chiaro. Come sottolinea il direttore di Famiglia Cristiana.

Alla ricerca della ricerca

| | Comments (4) | TrackBacks (1)
Non tutto è così. Ma tanto, troppo è così. Ricercatori dedicati al loro lavoro, senza supporto economico da parte delle istituzioni che dovrebbero sostenere la ricerca. Proprio quella ricerca che farà la differenza nella economia della conoscenza. Baroni, privilegiati, persone senza visione, burocrati senza senso del merito, sistemi di valutazione che non sanno valutare e premiare: la ricerca si può fermare, nonostante la dedizione dei singoli ricercatori.

Anche gli artigiani, oggi, non sono un ritorno al passato. Ma funzionano usando tecniche che vengono dalla ricerca più avanzata.

Con storie come quella di Rita Clementi ci facciamo molto male. Altro che buco della serratura.

Bizzarri consigli legali

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Bizzarra idea del giudice Richard Posner per salvare i giornali. Impedire ad altri di linkare le pagine dei giornali senza il loro consenso. Erick Schonfeld, su TechCrunch.

Rinvio, ma non ad personam

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Il ddl sulla prostituzione è rinviato. Tecnicamente non può essere un rinvio ad personam. Perché l'utilizzatore finale in luoghi chiusi non è punibile.

Intanto, un meraviglioso dibattito sul New York Times che riguarda come i politici superano gli scandali di tipo pruriginoso. Chiedono scusa, si dimettono, si fanno perdonare. Ma nessuno fa finta di niente, in America.

Quello che i Tg non dicono (molto)

| | Comments (8) | TrackBacks (0)
Le notizie sulla stampa internazionale hanno un tono che non lascia dubbi sull'importanza degli argomenti che meno appassionano i direttori dei telegiornali italiani. Su GoogleNews i richiami alle vicende del primo ministro italiano sono 870 in questo momento. La più recente è la notizia Reuters che riguarda il suggerimento di non fare pubblicità sulla Repubblica.

L'Espresso calls in lawyers on Berlusconi remarks

Reuters - Deepa BabingtonDanilo Masoni - ‎2 hours ago‎
MILAN, June 24 (Reuters) - Italy's Editoriale L'Espresso said it is considering suing Prime Minister Silvio Berlusconi for urging an advertising boycott of its La Repubblica daily, prompting the premier to call the publishing group "shameless". ...

Berlusconi denies paying for sex

Aljazeera.net - ‎5 hours ago‎
Silvio Berlusconi, Italy's prime minister, has denied allegations he paid prostitutes to attend parties at his official residences. "I have never paid a woman," Berlusconi told Chi magazine, in an interview published on Wednesday. ...

Berlusconi's Italy shows a strange type of feminism

Times Online - Lucia Annunciata - ‎11 hours ago‎
Anyone who has been following the continuing saga of Silvio Berlusconi, the Italian Prime Minister, with its tales of Sicilian yachts, Roman villas, call girls and construction contracts, might well conclude that Italy is the land that feminism forgot. ...

Silvio Berlusconi claims he is target of conspiracy

Telegraph.co.uk - Nick Squires - ‎6 hours ago‎
Silvio Berlusconi has claimed a call girl who says she was paid to attend one of his parties is being manipulated by shadowy forces intent on damaging his political career. By Nick Squires in Rome In his first direct response to claims that he slept ...

Berlusconi: 'I've never paid a woman'

CNN International - ‎11 hours ago‎
(CNN) -- Italian Prime Minister Silvio Berlusconi has refuted allegations that he paid prostitutes to attend parties he hosted at his various homes. Last month it was announced Silvio Berlusconi and his wife Veronica Lario are to divorce. ...

Berlusconi denies paying for women

PRESS TV - ‎11 hours ago‎
Italian Prime Minister Silvio Berlusconi, who strives to weather the recent scandal surrounding his personal life, denies ever paying a woman for sex as he faces growing political pressure. Berlusconi told the gossip magazine Chi in an interview, ...

Italian prime minister says model lied

United Press International - ‎5 hours ago‎
US President Barack Obama (R) meets with Italian Prime Minister Silvio Berlusconi in the Oval Office of the White House on 15 June 2009. The two leaders met in advance of the G8 summit which will be held in Italy next month. ...

Silvio Berlusconi: the parties, the trinkets, the cash

Times Online - Lucy Bannerman - ‎Jun 21, 2009‎
He has made no secret of his love of women but the sex scandal surrounding Silvio Berlusconi is now threatening to topple him, as more claims emerge of the systematic recruitment of young women paid to attend private parties at his homes in Rome and ...

Academic women fight back against 'sexist' Silvio Berlusconi

Times Online - Richard Owen - ‎Jun 22, 2009‎
Wives of the world leaders due to attend next month's G8 summit in Italy should boycott the meeting because of Silvio Berlusconi's "sexist" and "offensive" attitude to women, a group of Italian female academics has said. A number of wives, ...

One night in Silvio Berlusconi's 'harem'

Times Online - John Follain - ‎Jun 20, 2009‎
ON the night of Barack Obama's election as US president last November, Silvio Berlusconi, the Italian prime minister, threw a candlelit dinner party for three beautiful women at Palazzo Grazioli, his luxurious residence in Rome. One of the guests, ...

New Berlusconi inquiry as showgirl says she was paid to attend party

Times Online - Richard Owen - ‎Jun 17, 2009‎
Silvio Berlusconi was embroiled in fresh controversy yesterday as prosecutors opened an inquiry into allegations that showgirls were paid to attend parties at his villa in Sardinia and his residence in Rome. ANSA, the Italian news agency, ...

Italy's Berlusconi hit by female escort allegations

Reuters - Philip Pullella - ‎Jun 18, 2009‎
ROME (Reuters) - Italian Prime Minister Silvio Berlusconi, fresh from a controversy over his friendship with an 18 year-old woman, is now defending himself from allegations that female escorts were paid to attend parties at his homes ...

Supporters predict Silvio Berlusconi will survive run-off elections

Times Online - Richard Owen - ‎Jun 21, 2009‎
In any other G8 country a prime minister embroiled in allegations about the procurement of call girls and suspected of spending the night with one of them would resign or be forced out. In Italy, supporters of Silvio Berlusconi predict that he will ...

Berlusconi denies ever paying for sex

Reuters - Deepa BabingtonGavin Jones - ‎Jun 23, 2009‎
ROME (Reuters) - Italian Prime Minister Silvio Berlusconi has denied ever paying a woman for sex, as he faces growing political pressure over lurid allegations that he slept with a female escort who was paid to attend his parties. ...

Berlusconi scandal turns from yachts and glamour to mean streets ...

Times Online - ‎Jun 19, 2009‎
From the billionaire's playground on the Sardinian coast, the scandal threatening the leadership of Silvio Berlusconi has dripped south to the mean streets of Bari. Revelations have moved attention beyond the yacht decks and private villas of the Costa ...

Berlusconi defiant as pressure grows over scandal

Reuters - Deepa Babington - ‎Jun 21, 2009‎
ROME (Reuters) - Italian Prime Minister Silvio Berlusconi on Sunday brushed off pressure over allegations female escorts were paid to attend his parties and sought to focus on his government's plans for the next year. ...

Berlusconi scandal: commentators dare to mention the other B word

Times Online - Richard Owen - ‎Jun 19, 2009‎
Could the claims emerging daily against Silvio Berlusconi leave him open to the kind of persuasion that makes holding political office impossible? Would he be tempted to cut a deal to suppress them? Even his friends on the Right are starting to wonder. ...

Italy Government Set To Grant Tax Breaks To Companies

Wall Street Journal - ‎Jun 22, 2009‎
ROME (Dow Jones)--With tax revenue holding up despite the recession, the Italian government is set to grant tax breaks to companies that reinvest any profit in their business, a government official said Monday. To help counter the worst economic ...

Sleaze threatens to topple Silvio Berlusconi as friends warn over ...

Telegraph.co.uk - Nick Squires - ‎Jun 21, 2009‎
He has fought off accusations of corruption and survived a stream of verbal gaffes, but now a perfect storm of sleaze is threatening to topple the formerly unassailable Silvio Berlusconi. By Nick Squires in Rome An apparently unstoppable torrent of ...

Silvio Berlusconi keeps smiling as sex scandal gets deeper by the day

guardian.co.uk - ‎Jun 22, 2009‎
If Silvio Berlusconi fears four years of being a lame duck prime minister as a result of the sex scandal engulfing him, he was not showing it at the weekend as he went on a walkabout in Milan, kissing babies, discussing which AC Milan players he might ...

Call girl challenges Berlusconi to prove she is lying about sex at ...

Daily Mail - Nick Pisa - ‎1 hour ago‎
A call girl has challenged Silvio Berlusconi to prove she was lying about his alleged sexual encounters after he claimed opponents had concocted a sex scandal to topple him from power. Berlusconi, 72, has been under intense pressure for ...

Silvio Berlusconi's parties: Italian prosecutors to question 30 women

Telegraph.co.uk - Nick Squires - ‎Jun 22, 2009‎
Up to 30 young women will be questioned by Italian prosecutors as part of an investigation into the alleged procuring of prostitutes for parties held by the prime minister, Silvio Berlusconi, it has been reported. By Nick Squires in Rome The women, ...

Fred R. Conrad/The New York Times

New York Times - Maureen Dowd - ‎10 hours ago‎
Our president is positively monkish compared with Silvio Berlusconi, whose Vesuvial vices spurred a trio of women academics in Italy to write an "Appeal to the First Ladies." It urges Michelle Obama and other wives of world leaders to boycott next ...

Silvio Berlusconi faces claims that women were 'paid to be at parties'

Telegraph.co.uk - Nick Squires - ‎Jun 17, 2009‎
The Italian authorities are investigating claims young women were paid to attend parties at Silvio Berlusconi's private residences, it emerged yesterday. By Nick Squires In Rome The women were allegedly recruited by two businessmen brothers to be at ...

Silvio Berlusconi triumphs in Italy's elections despite allegations

Telegraph.co.uk - Nick Squires - ‎Jun 23, 2009‎
Silvio Berlusconi enjoyed a resounding victory in provincial elections after Italians overlooked the allegations of sleaze swirling around the Italian prime minister. By Nick Squires in Rome The scandal surrounding Silvio Berlusconi is escalating ...

Silvio Berlusconi told to face showgirl inquiry or quit

guardian.co.uk - Fiona Winward - ‎Jun 19, 2009‎
Despite a growing number of calls for him to reveal all or resign, Silvio Berlusconi today insisted he had no intention of answering questions about allegations that paid escorts attended parties at his homes. The embattled Italian prime minister even ...

One of Berlusconi's 'girls' speaks out

BBC News - ‎Jun 18, 2009‎

Silvio Berlusconi defiant as escort scandal grows

guardian.co.uk - ‎Jun 21, 2009‎
Silvio Berlusconi today promised he would "hang tough" in the face of a growing scandal over the alleged procurement of women for his social events, as a third woman stepped forward to confirm details of the night last November on which he allegedly ...

Man apologizes to Berlusconi for party scandal

The Associated Press - ‎Jun 21, 2009‎
ROME (AP) -- A businessman who recruited young women to attend parties at Premier Silvio Berlusconi's homes has apologized to the premier for having contributed to a new scandal. Giampaolo Tarantini also said in a statement late Saturday to Italian new ...

and so on... su GoogleNews

Zeb Cossiga

| | Comments (9) | TrackBacks (0)
La lezione di Zeb Macahan al nipote (cito a memoria): "Non arrenderti, non voltare le spalle e non chiedere scusa".

E' solo il titolo della lezione di Francesco Cossiga al premier nei guai pubblicata dal Corriere. Il resto è tutto da leggere. Esclude che i servizi segreti possano fare qualcosa di diverso che tentare di capire che cosa devono fare. Ipotizza che la Russia e gli Stati Uniti si metteranno d'accordo tagliando fuori il vecchio amico di Putin. Dà giudizi teneri su Franceschini e D'Alema. Soprattutto pensa che Fini sia un avversario vero per il premier.

Di se stesso, Cossiga parla come di una comparsa nel teatrino della politica della prima Repubblica. Non importa se tutto questo sia vero o falso. Va semplicemente letto.

O Times o mores

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Londra è vicina a Bari e al tutto il Mezzogiorno d'Italia. Ecco perché da settimane il Times segue con attenzione le vicende che si sviluppano tra Napoli, il capoluogo pugliese e la Sardegna.

Intanto, l'Economist...

Burqa laico

| | Comments (9) | TrackBacks (0)
La Francia si interroga di nuovo sul burqa e il nikab. I veli che portano alcune donne che vivono in Francia e sono di origine musulmana, che le coprono integralmente o quasi quando sono fuori casa, pongono alla Repubblica laica per eccellenza un problema difficile.

Il velo è un segno di appartenenza a una cultura, a una tradizione, a un sistema di regole sociali. Ci sono certamente donne che lo accettano e lo portano volentieri, in base alle loro convinzioni. E ci sono certemente donne che lo portano solo per paura delle sanzioni cui le sottoporrebbero i maschi del loro gruppo sociale nel caso che lo rifiutassero.

Ci sono 65 deputati di destra e di sinistra che chiedono di avviare una commissione di inchiesta. Il presidente della Repubblica prende tempo. I giornali come Le Monde discutono.

La Repubblica laica non può ammettere che esista una repubblica clandestina musulmana che governa le scelte delle donne. Non può ammettere che gli abitanti della Francia, di qualunque origine siano, diano la priorità a un sistema di legittimità diverso da quello della costituzione.

Del resto, la Repubblica non può impedire alle donne che lo vogliono di portare il velo. Come non lo impedisce alle suore cattoliche.

Quindi il problema non sarà risolto se ci si concentrerà sul velo. Si dovrà affrontare piuttosto il tema delle libertà vere, sostanziali, delle donne. Il diritto di famiglia e il diritto alla libertà di scelta, espressione e opinione, è minacciato se le donne sono obbligate a portare un velo che non vogliono. Come lo è se le donne sono obbligate, nelle famiglie occidentali, a lasciarsi picchiare da mariti ubriachi senza denunciarli per timore delle sanzioni sociali cui andrebbero incontro.

Ma lo stato non può arrivare ovunque. Le forme sociali violente e clandestine, che si organizzano intorno a sistemi di legittimità non formali ma molto fisicamente presenti nella vita quotidiana delle persone, sono nemiche della costituzione e della repubblica. Se anche lo volesse, lo stato non potrebbe risolvere tutto con una mano repressiva. Occorre anche il softpower: i valori laici, i valori costituzionali, dovrebbero essere talmente attraenti da condurre le persone a scegliere la tolleranza e la libertà, contro la paura. L'educazione pubblica ne sarebbe il principale strumento.

In Italia il tema è meno cartesiano. Ma altrettanto importante. La privatizzazione di tutto, dalle ronde alle scuole, non promette nulla di buono.

Non esiste un burqa laico. Se esistesse sarebbe il burqa che le donne scelgono di mettersi per libera forma di espressione. Difficile distinguerlo: ma difficile anche reprimerlo. Però esiste una laicità - come patrimonio comune di cittadinanza - che sa dimostrarsi talmente attraente da mostrare quanto povera culturalmente sia una forma di tradizione che reprime le donne. E in Italia ce n'è sempre più bisogno.

European Systemic Risk Council

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Quanta fatica fa l'Europa a sviluppare le sue istituzioni. L'organismo per intervenire sui mercati finanziari allo scopo di evitare pratiche troppo rischiose come quelle che hanno portato alla crisi attuale, lo European Systemic Risk Council, è stato in effetti fondato. Ma non avrà potere decisionale, solo consultivo. Perché la Gran Bretagna - il massimo mercato finanziario europeo - si è opposta alla Francia - che voleva più poteri per Bruxelles - in quest'occasione. 

Ma può cadere il governo?

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
Non è facile capire come si fa ad andare avanti così. Una scarica di testimonianze sulla vita del presidente del Consiglio sta minandone la credibilità presso gli oppositori e gli alleati. La linea di difesa del suo avvocato ha implicitamente preso in considerazione l'ipotesi di ammettere la verità delle accuse, poi peraltro confermate da altre testimonianze. Il sistema dei media di proprietà del capo del governo fa quadrato: tace i fatti o li distorce a "spazzatura", ma non riesce a far cambiare il tono della discussione. Anche gli amici chiedono al presidente di fare un gesto che riduca la tensione e chiarisca qualcosa.

Nessuno ha ancora detto impeachment. Forse perché in Italia i superdevoti vengono fuori solo quando si tratta di situazioni estreme e mediatiche, mentre la morale normale non interessa a nessuno; forse perché quello che farebbe dimettere un politico in America o in Inghilterra, in Italia serve a farsi quattro risate al bar.

Resta il fatto che non è bello andare in giro per il mondo con un'immagine come questa.

Quanto alla possibilità che il governo cada per questo... Uhmm...

Scrive Slate che ora le vittime dell'eccesso di anti-terrorismo dell'epoca Bush vanno risarcite. E i casi umani citati da Slate sono talmente importanti che una mossa in questa direzione sarebbe un buon segnale da parte della nuova amministrazione.

(Il mio caso è infimo, ma, se potessi chiederlo, vorrei che mi cancellassero dal database di quelli che sono stati respinti alla frontiera degli Stati Uniti, visto che è avvenuto in un momento paranoico in cui i giornalisti, in quanto tali, erano considerati una potenziale minaccia per la sicurezza nazionale).

Un milione di posti di lavoro (in meno)

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Un milione di posti di lavoro in meno, dice il Sole di carta di oggi in prima pagina: un milione in cassa integrazione o che perdono i posto. Entro il 2010.

Ma le previsioni sono quello che sono, sia quando sono elettoralistiche sia quando sono economicistiche.

Oggi comunque sappiamo che nel primo trimestre del 2009 ci sono 204mila occupati in meno. Soprattutto tra le persone che hanno un posto di lavoro indipendente. Come dire precario.

Altro che crisi in via di superamento... I governanti responsabili sanno che la ripresa ci sarà solo se ci sarà fiducia. Ma la fiducia non è un sentimento che si ottiene ripentendo frasi tranquillizzanti. La fiducia si ottiene dicendo chiaramente quanto è grave la crisi, che cosa si fa nell'immediato e che cosa si fa dal punto di vista strategico.

La debolezza del potere

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Il dibattito sulla debolezza della maggioranza quando deve governare e sulla sua forza quando deve fare una campagna elettorale è pieno di suggestioni.

E di preoccupazioni.

Chissà perché. Noi italiani troviamo spesso modo di dichiarare la nostra ammirazione per gli inglesi. Eppure in Gran Bretagna non perdono occasione per dimostrare che non ricambiano.

Si ricorda ai tempi dell'elezione del presidente della Commissione europea quale anno fa, quando l'Economist riportava che tutti i candidati avevano qualcosa da farsi perdonare. Tra questi candidati c'era anche Prodi. E che cosa c'era che non andava in Prodi? Che era italiano...

Di questi tempi gli italiani non fanno mancare gli argomenti per l'anti-italianismo britannico. Oggi il Guardian attacca così il suo pezzo sulla visita di Gheddafi.

"One of them likes to call himself an "emancipator of women". The other likes women to call him "papi". So when two of the world's most flamboyant and eccentric politicians - the Libyan leader, Colonel Muammar Gaddafi, and Italy's prime minister, Silvio Berlusconi - met yesterday in Rome, women figured large".

Censis: democrazia sommersa

| | Comments (9) | TrackBacks (0)
Il Censis segnala che il 69,3 per cento degli elettori ha formato la sua scelta sulla base delle informazioni dei telegiornali. La televisione è ancora il massimo generatore di opinioni per la maggioranza degli elettori. E la televisione è quello che è.

Censis.

Pcc: pc cinesi col filtro

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Un dispaccio dell'agenzia Asca e un pezzo del Wall Street Journal segnalano: il governo cinese ha deciso che dal 1° luglio tutti i pc venduti in Cina dovranno essere dotati di un sistema che blocchi l'accesso ad alcuni siti web.

Pirati del parlamento

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
E dunque, dalla Svezia arrivano i pirati nel parlamento europeo. Divertente. Peccato non si riesca a dimenticare quel pezzo di Register dove si parlava di affiliazioni vagamente troppo di destra nel giro dei pirati (la cui base e il cui elettorato sono peraltro del tutto fuori da quel sospetto). Se ne vorrebbe sapere di più. Intanto, si ritorna a Werner Sombart e alla sua idea della relazione tra pirateria e capitalismo. E si riflette.

Danni perenni

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
La campagna elettorale delle balle, scollegata dalla vita quotidiana delle persone. Il passaparola e la rete degli internettari. La critica internazionale alla politica italiana e al capo della maggioranza.

Si direbbe che i maggiori partiti nazionali si siano trovati stretti nella morsa di due linee interpretative centrifughe: la prospettiva globale che cerca un nuovo inizio; la prospettiva iperlocale che cerca amministrazioni vicine ai cittadini. E ne siano stati penalizzati.

La grande assente è stata la prospettiva europea. Eppure, gli eletti sono proprio destinati ad andare in Europa. A prendere posizioni politiche e a operare scelte che contano. La campagna delle balle ha deviato completamente l'attenzione da questo fatto. Generando danni permanenti.

Tg2: se il pc ti cade sulla testa

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Un servizio del tg2 sui pericoli di internet. Hanno detto - senza scoppiare a ridere - che c'è uno studio americano e un altro dell'università di Firenze dal quale risulta che il pc è pericoloso perché ti può cadere in testa... (Probabilmente, invece, è il televisore che è caduto in testa agli autori del servizio...).

Una discussione su FriendFeed. E, a seguire, informazioni di sevizio...

Da non credere: il tg rai ha appena detto che il pc è pericoloso perchè ti può cadere in testa!?!


sììì!!!! citando uno studio americano e uno dell'università di firenze. incredibile, ho riso tutto il tempo - Daniela Ranieri
Ho visto e sentito.. sto ancora cercando di riprendermi. Un servizio così utile,approfondito e non banale non lo vedevo da tempo!!!!! - Silvia Kittys
c'è da dire che il momento dellla luce pulsante rossa del mouse ottico è stato davvero terrorizzante - Daniela Ranieri
quale tg? - Luca Conti
ma il pc ti cade in testa da solo o deve essere lanciato da qualcuno ?!? - Ibridamenti
Forse intendevano che ti "entra" in testa ? - CoRobi
IL bello è che non hanno fatto un pezzo di colore, ma uno serissimo ma che non stava in piedi - roberto
ecco, dovete smetterla di ficcare la testa sotto la scrivania per smanettare coi cavi! ^^ - paolo beneforti
Il TG di Rai2 - Francesco
Beh ma han detto che i netbook son meno pericoli sdei tower? E del pericolo latente dei rack ne vogliamo parlare? Non possono passare sotto silenzio!! :) - Stefano Aglietti
La cosa che cadde dall'armadio (2, la vendetta). - roberto
...con la parte finale del servizio dedicata alla pericolosità dei cavi per i bambini piccoli! - Pheqof - graziamanera
a questo punto mi dovete dare qualche elemento in più per trovare lo studio in questione, please :-) - Luca Conti
Mah, un titolo dello studio potrebbe essere - previsione, prevenzione e protezione da caduta di computer - Pheqof - graziamanera
Sono certo che Delymyth troverà presto un paracadute per computer da proporre ai geek - CoRobi
visto anche io. non ci volevo credere. pare ci sia gente che si mozza le mani chiudendo il macbook. alla rai sono fuori di testa - Alessio Jacona
You made my day.:D - La Rejna
non sanno + che dire:) - Patrizia Filippetti
Sarà che ci si avvicina all'estate. Prove di frivolezze? :) - Foxarts
Se trovate lo studio fatelo sape' ;) - Webgol via fftogo
Verissimo! Attenzione anche ai fili del mouse che potrebbero farvi inciampare con gravi danni ad articolazioni e testa :) - Virgilio
il PC inteso come Partito Comunista? - khenzo
niente da fare, mi sono sorbito tutto il tg e il servizio, ma non c'è la fonte. Si parla di "studio americano" e di un altro studio della Regione Toscana. Con questi riferimenti sfido a trovare qualcosa :-| Magari andando sulla stampa estera...? - Luca Conti
@luca secondo me sta cazzata la trovi su Digg... - alex
che meraviglia!! - Andrea via twhirl
ho provato con Digg, FF, Google News, con tutte le parole inglesi che mi son venute in mente, mixate, ma nulla. Rinuncio! - Luca Conti
l'avete sentito anche voi? pensavo di aver capito male :P - Andrea | amnesiak1978
l'avevo sentito anch'io e le mie bimbe mi hanno chiesto se avevano capito bene, due volte. - Roberto Grassilli
vedo che tutti si son chiesti, come me, "ma hanno veramente detto così?" ..si ride per non piangerci :) - Sara/prezzemolo
ho messo un portatile su un armadio che sto percuotendo forte con la spalla, ma niente, il computer non mi casca in testa. - Roberto Grassilli
ahhaha like @Roberto - BraGiu aka Beppe Bravi


Informazioni di servizio: raccontate tutti i pericoli cui vi sottoponete usando spesso il pc.

1. Ho preso la scossa toccando una presa della corrente ritratta in una foto su Flickr
2. Ho visto i segnali deboli della cultura emergente e mi è venuto mal di testa
3. Ho cercato un ebook e sono inciampato nella coda lunga
4. Ho avuto una visione: gli italiani avevano votato pc e al potere erano arrivati milioni di colori tutti rossi
5. .... 

Bond, Trichet Bond

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Trichet dice che non ci sarà inflazione preoccupante nei prossimi anni. I tassi dei bond stanno salendo. Ma questo non significa che l'inflazione tenderà a crescere, a quanto pare. Mi pare una buona notizia. Purché non si tratti di un semplice annuncio tranquillizzante. Il che non è purtroppo impossibile.

Si scrive sh*t

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Per chi si lamenti troppo della bassezza alla quale è scaduto il dibattito in Italia, non serve andare a cercare esempi in America. A quanto pare anche un portavoce del partito Repubblicano usa termini di basso profilo. TechCrunch.

L'Italia del fard

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
L'Italia del fare si prepara alle elezioni assistendo a una polemica su questioni private alle quali non potrebbe essere meno interessata. Repubblica.

Nani sulle spalle di nani

| | Comments (9) | TrackBacks (0)
Gad Lerner scommette che le inchieste giornalistiche sulla vita privata-pubblica del premier lo metteranno davvero in difficoltà. La Repubblica in effetti ha trovato il modo di mostrare che i fatti non collimano con le dichiarazioni del premier. Un potere basato sull'immagine non può perdere immagine... Può darsi che l'analisi sia corretta. Oppure può darsi che il premier riuscirà a dimostrare di essere stato vittima di qualcosa...

Ma non è una bella vicenda.

Si pensava forse che per vincere la battaglia ideale contro la destra, l'opposizione dovesse mostrare un modo più alto di pensare alla politica. E certamente sarebbe stato più bello. E anzi probabilmente è ancora così.

Ma il percorso che si sta seguendo ora, invece, si aggira nelle parti più basse della politica e delle idealità. E' giusto, se i fatti sono questi. Ma non è bello. E non è visionario. E non ci porta a guardare lontano.

(Il titolo non è riferito alla statura di alcuno, naturalmente. E' solo un ricordo della famosa frase di Isaac Newton...).

Only you...

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
L'Alitalia perde clienti sulla Roma-Milano anche perché le persone preferiscono le videoconferenze e il treno, dice Rocco Sabelli. Dunque c'è concorrenza... La stessa Antitrust dice che la compagnia sta rispettando gli impegni. Sono forse risposte preventive alla questione sollevata dalla Federconsumatori secondo la quale l'unificazione di Alitalia e AirOne limita la concorrenza, tanto che il governo ha dovuto intervenire con una legge "ad compagniam" (27.10.2008 n.166) per dire che Alitalia non aveva bisogno di autorizzazione Antitrust. 

Intanto, l'Alitalia manda uno spot in tv. E la musica di sottofondo è Only you...

Storia d'Italia

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Rinascimento. Risorgimento. Respingimento.

Senso dello stato

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
Se rinunciasse all'immunità, il premier condannerebbe il paese all'ingovernabilità, dice Ghedini.

Campagna della difesa

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
Per dirla con La Russa, dice Gasparri, ce ne freghiamo. Si tratta naturalmente di una colta citazione storica. Ma è campagna elettorale anche questa. E la signora Boldrini, che lavora per i rifugiati con l'Unhcr, c'è capitata in mezzo. Insieme a moltissime povere persone che sono state riportate in Libia. Dove peraltro si trova già anche lo stesso ministro della Difesa. via Corriere.

Campagna della disattenzione

| | Comments (13) | TrackBacks (0)
Mentre i salari italiani sono scesi ai livelli più bassi d'Europa, gli autori della sceneggiatura della campagna elettorale proseguono con i colpi di scena degni di una soap opera. La scena della visita turistica a Taormina con i figli - improvvisata ma annunciata da uno straordinario dispiegamento di forze di sicurezza - appare piuttosto affrettata. Ma riesce a distrarre. Strategia della disattenzione.

Distratto anche il Times di Londra che si sbaglia sulle frasi della madre di una ragazza napoletana. E svela che non le aveva sentite dire dalla madre stessa, ma dal marito. Strategia del fraintendimento.

Veni, visti, velini

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
Oltre tutto, il reato di immigrazione clandestina fa venire in mente un sacco di storie paradossali. E se ne discorre in modo articolato. Sul Corriere si sono domandati se un turista straniero cui scada il visto mentre è ancora in Italia diventi automaticamente un criminale.

Non ci si pensa, ovviamente, stando chiusi qui dentro. Ma per venire in Italia dalla maggior parte dei paesi del mondo occorre un visto. Si possono trovare le istruzioni sul sito del ministero degli Esteri.

I motivi per chiedere un visto sono elencati in un apposito menu a tendina. Interessante notare come sono state scelte le voci per l'entrata in Italia per motivi di business. Sono previsti solo  quattro tipi di lavoro per chi viene a fare business in Italia: financial-commercial operator, fashion model, members of TV, radio or film crews, transport. Finanza, commercio, trasporti. Oppure moda e spettacolo. Stupisce un po' che siano tanto evidenziati i temi di moda e spettacolo. Un imprenditore o un pittore o uno scienziato non troveranno una descrizione precisa del loro lavoro e forse si adatteranno a dichiarare di fare commercio. Ma una modella avrà una categoria ben precisa tutta per se.

Esterodiretti

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Dall'epoca dei comuni in poi gli italiani sanno che per superare le beghe interne ci vuole un capo che venga da fuori. E quando al contrario arriva un capo che viene dall'interno e che riesce a far cessare le beghe interne si pensa che sia un capo un po' troppo forte. 

Sarà. Ma sono considerazioni che vengono in mente, leggendo di come l'Europa e l'Onu siano portatori di una cultura della gestione dell'emigrazione diversa da quella dell'attuale governo italiano.

Società multietnica / 3

| | Comments (7) | TrackBacks (0)
Confesso. Sono multietnico per ragioni familiari. Un po' mediorientale e un po' meridionale, un po' sloveno e un po' tedesco, un po' padano e un po' veneto. Ho vissuto in vari paesi del mondo e in molte città d'Italia. E cerco di parlare tre lingue. Sono multietnico da cinquanta generazioni e da due ancora di più. Vengo da una regione dalla quale la gente emigrava in tutto il mondo per trovare lavoro e nella quale ora immigra per trovare lavoro. E nella quale trova lavoro. Sono multietnico e credo in una sorta di religione interreligiosa, per cui sento che l'ecumenismo è la via giusta. Lo confesso.

Confesso anche che credo nelle regole che, più o meno democraticamente, un popolo si dà e penso che vadano applicate. Casomai cambiate per via altrettanto democratica. Ma finché ci sono vanno applicate. E ho l'impressione che l'Italia debba gestire l'immigrazione, in modo umano e giusto, ma senza subirla passivamente. Con molta gratitudine per chi viene a lavorare qui e accetta le nostre leggi. Sapendo che, statisticamente, ci sono più fuorilegge nati in Italia che fuorilegge immigrati...

Ho l'impressione che il dibattito sulla società multietnica vada circoscritto al tema definito dalla parola. Multietnici siamo da sempre in questo paese e continuiamo a esserlo. Anche se in certe zone d'Italia i contatti con le etnie diverse sono stati molto più frequenti che in altre zone d'Italia. Se oggi al governo ci sono persone che esprimono più le seconde che le prime, questo non significa che la società non sia già da tempo multietnica. Non significa che non ci si debba preparare all'inevitabile incremento della diversità etnica in questo paese. Perché comunque la diversità etnica è cresciuta molto negli ultimi anni. E con ogni probabilità continuerà a crescere nei prossimi anni.

All'inizio dell'industrializzazione italiana, secondo l'Ethnologue, in Italia si parlavano molte lingue, oggi in via di estinzione anche a causa della tv. Ma nel frattempo siamo entrati a pieno titolo in Europa. E ora siamo italiani o siamo europei? Se siamo europei, siamo a maggior ragione multietnici.

ps. Grazie per il dibattito uscito in riferimento a un post precedente. Grazie. Capisco meno i commenti alla foto che ritrae le persone di varie origini che giocano per la società calcistica messa su dallo stesso politico che ha dichiarato di non volere una società multietnica. Ma mi rendo conto di non capire molto di calcio.

Società multietnica / 2

| | Comments (9) | TrackBacks (0)

milan.jpg


Società multietnica

| | Comments (21) | TrackBacks (0)
Per la verità, da circa duemila anni, la penisola è abitata da una società multietnica. Sono venuti dal Mediterraneo, dall'Asia centrale, dal Nord, dal Sud...

Il vizietto

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
"Se pensiamo a tutti i grandi uomini che hanno fatto la storia, me ne dica uno che non ha i suoi vizietti". Parola di Antonio Zuliani, 87-88 anni, guida spirituale della guida materiale d'Italia. su Repubblica pagina 2. Per la serie minorenni.

Minorenni

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
I principali giornali usano la parola "minorenni" nei sommari o negli occhielli. La questione è all'ordine del giorno. Lui nega tutto. Twitter è un flusso di commenti.

Minorenni

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Beh... Gli sceneggiatori sembrano aver perduto il controllo della situazione. La soap policy è in crisi. Veronica Lario abbandona la parte, divorzia e dice: "La strada del mio matrimonio è segnata, non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni".

In un'intervista che gli feci dieci anni fa, l'attuale primo ministro mi disse che la sua televisione aveva cambiato l'Italia trasmettendo Dallas. La storia della famiglia di petrolieri texani, il cattivo Jr in testa. 

Otto delle prime dieci discussioni su BlogBabel in questo momento riguardano la soap opera familiare dello stesso primo ministro.

Giuliano Ferrara dice che la vicenda non danneggia il primo ministro in piena campagna elettorale. E un fondino del Sole 24 Ore prevede che questa storia non sposterà un solo voto. Quasi tutti vanno avanti con i loro pregiudizi. E si godono la telenovela. 

(Nota di servizio. Attualmente BlogBabel non sembra riuscire ad aggregare i miei ultimi post. Da questo punto di vista è ferma al 29 aprile).

Soap policy

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Anche al New York Times si sono accorti che la vicenda Lario-Berlusconi-Elezioni è una soap opera. Il pezzo è una lettura godibilissima che dimostra ancora una volta la grande sintesi secondo la quale "in Italia la situazione è tragica ma non è seria".

Stendere un velo sulla velina

| | Comments (4) | TrackBacks (1)
Forse il consiglio giusto per chi deve gestire da sinistra la vicenda della politica velinista è quello della Pulce di Voltaire: niente veleno sulle veline ma stendere un velo sulla vicenda.

Veronica Lario, Sofia Ventura...

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Veronica Lario. Sofia Ventura. Citano, Thatcher e Merkel. Nilde Jotti e la Prestigiacomo. Il mondo è cambiato. Deve cambiare. Il potere non apprezza.

Dai tempi di Ilona Staller molto è cambiato, si diceva (grazie ai commenti). Vedremo alla fine quali sono le famose liste del Pdl per le europee. Ma l'impressione è che le proteste non potessero che venire dall'ambiente che esse stesse criticano.

La sinistra sembra lontana. Parla di fatti locali mentre tutto il mondo tiene conto, in modo più o meno rispettoso, del corpo delle donne in politica. Le immagini delle due prime donne di Spagna e Francia non erano certo esteticamente sgradevoli, anzi. Evidentemente questa questione non è soltanto italiana. Ed è profonda. Come giustamente sottolinea Ventura.

Ma è solo in Italia che il problema diventa così labirintico. Perché questo dibattito politico sembra una discussione su valori sociali e culturali miscelata nella sceneggiatura di una telenovela.

Il casting, organizzato con i corsi per europarlamentare, è stato fatto con la sapienza dell'impresario di maggior successo della storia d'Italia. E le indiscrezioni sono state pensate con la massima capacità di manovra sui giornali. Non è detto che le liste siano effettivamente quelle che sono trapelate. Ma se n'è parlato. Si è guidata la campagna elettorale in modo che si parlasse di quello che era scritto nella sceneggiatura. Tutto divertente, interessante, relativamente basso come tutto ciò che conquista molta audience in tv.

Per adesso, da questa situazione non si riesce a uscire. Ci vuole un racconto diverso, una sceneggiatura vera e propria per un film che non sia una telenovela ma un capolavoro d'arte e immaginazione. Bisogna dare una svolta al contesto culturale nel quale siamo invischiati. E per farlo non bastano piccole intuizioni, ma un pensiero davvero grandioso. Sul futuro che vogliamo costruire. Non per il godimento di breve durata, per la ricerca della felicità.

Dubbio suino

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Finito un numero si comincia a pensare al prossimo. Ma dovunque si guardi si legge swine flu.

Un settimanale vive nel dubbio quando si tratta di un'emergenza di grande impatto mediatico come la febbre suina. E Nòva non è da meno. Si vorrebbero trovare le esperienze più istruttive in materia, senza inseguire l'allarme. E senza dimenticare che le massime sofferenze, in questi casi, sono nei paesi la cui povertà abbassa le difese immunitarie sociali.

Donne di Farefuturo

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Service unavailable. Ffwebmagazine, in questo momento (ore 12.25 di martedì 28 aprile) non è accessibile. Il periodico della Fondazione FareFuturo dal quale erano partite alcune critiche sul "velinismo" in politica (sulle quali il presidente Gianfranco Fini aveva detto "valutazioni comprensibili ma eccessive") è forse inaspettatamente troppo richiesto dai navigatori e per questo non riesce a soddisfare tutti i browser che passano di lì.

La polemica sull'uso strumentale del corpo femminile per aumentare l'appeal di certe liste elettorali è nota. Ed è interessante che a lanciarla sia stata una donna di destra critica delle scelte della destra.

Viene da chiedersi in che cosa si differenzi la pratica attuale da quella tenuta in passato per esempio dal Partito Radicale che aveva candidato Ilona Staller, in arte Cicciolina.

E una considerazione viene in mente: Ilona era un gesto scandaloso di sfida alle consuetudini di un sistema fondamentalmente democristiano e comunista, ma in un contesto non irrispettoso del parlamento; le candidature attuali avvengono in un contesto meno attento alle prerogative dei parlamentari, se è vero che per esempio si discute dell'idea di far votare le proposte di legge soltanto ai capigruppo.

(Nel frattempo il sito di ff è ripartito. Questo è l'articolo di Sofia Ventura. E questa la risposta di Fini).

Ci mancava anche questa

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
La polizia inglese voleva che lo stato investisse 2 miliardi di sterline per costruire un megadatabase sul quale sarebbero state registrate tutte le mail, i messaggi, gli sms, i post, le comunicazioni su social network di tutti gli abitanti del regno... Per fortuna, la richiesta è stata respinta. Ma i dati dovranno comunque essere conservati dai provider che li hanno e messi a disposizione della polizia alla bisogna. Guardian.

Polonaise dell'educazione

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
La Polonia spende quasi il doppio dell'Italia per l'alta istruzione, in rapporto al Pil.

L'Italia spende meno dell'1 per cento. Germania e Spagna un po' più dell'1 per cento. Gran Bretagna, Francia e Olanda l'1,3 per cento. La Polonia l'1,6 per cento. La Svezia l'1,7 per cento. Gli Stati Uniti quasi il 3 per cento. 

Dati Ocse, Economist.

Emendamento all'emendamento D'Alia

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Il famigerato emendamento D'Alia è passato con la nuova legge sulla sicurezza. Ma verrà emendato con un'altra legge. Anche perché sarebbe inapplicabile. Ma perché dobbiamo perdere tempo con queste dinamiche assurde?

Di aggiornato c'è solo l'udienza

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
La Stampa, che leggo solo ora, dice che il processo Tavaroli potrebbe essere infognato in una quantità di cavilli legali insormontabile. Oggi udienza aggiornata.

Giudice pirata

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Una radio svedese ha scoperto che il giudice che ha condannato i ragazzi di Pirate Bay appartiene alla stessa organizzazione pro-copyright di cui facevano parte molti rappresentanti dell'accusa. The Register.

Battiquorum

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Mentre il voto sul cambio delle regole su Facebook non batte il quorum, il voto sui profili personali di Google non va molto avanti. Forse perché non siamo di fronte a elezioni ma a plebisciti?

Rice amara

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Condy Rice aveva dunque approvato la pratica della tortura. Jay Rosen commenta richiamando un pezzo magistrale di Andrew Sullivan. La tortura genera false confessioni. Adatte a una politica che guarda alla realtà con gli occhi dell'idelogia. E dunque falsifica la realtà.

Inflazione di previsioni

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Alcune banche americane hanno ripreso a far soldi, il ministro dell'economia è tranquillizzante, il presidente della Confindustria prudentemente ottimista. 

Ma a giudicare dall'esperienza di molti lupi di mare della finanza, come Francesco Micheli intervistato da Paolo Madron, gli strumenti usati per uscire dalla crisi immediata avranno effetti a lungo termine. 

In particolare, la moneta stampata dagli stati per uscire dal blocco del credito diventerà in futuro inflazione. 

Questo sarebbe un disastro: le banche sarebbero uscite dalla crisi che loro stesse hanno provocato; mentre le persone che lavorano, risparmiano e consumano si troverebbero a fronteggiare l'incertezza e il disordine sociale che sempre arriva con l'inflazione; i tassi aumenterebbero e i mutui diventerebbero più difficili, i risparmi avrebbero meno valore... E così via.

L'inflazione non è una prospettiva inevitabile perché in fondo siamo in un mondo globalizzato e i prezzi potrebbero scendere per qualche motivo legato a materie prime, produzioni a basso costo, riduzione dei consumi... Ma introdurre regole per le finanziarie e gli istituti di credito che sono stati aiutati tanto dagli stati, regole orientate a obbligare quelle aziende beneficiate a contribuire al contenimento dell'inflazione, parrebbe doveroso. Imho.

Questo post sono piaciuti

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Divertenti queste localizzazioni di servizi americani... Nella traduzione in italiano di FriendFeed i post possono essere esplicitamente graditi da chi li vede con un "like". In italiano diventa un po' comico perché se il post è piaciuto a una sola persona si legge "è piaciuto a x". Se invece è piaciuto a molte persone il commento diventa plurale. Quindi si legge che quel post "sono piaciuti a x, y e z"... Vabbè...

E lo abbiamo fatto studiare tanto...

| | Comments (16) | TrackBacks (0)
Antonio Damasio, direttore del Brain and Creativity Institute alla University of Southern California, ha pubblicato uno studio che si è fatto notare.

Il suo gruppo di neuroscienziati sostiene - in un paper firmato da Mary Helen Immordino-Yang e altri - che Twitter può generare una forma patologica di amoralità. Perché gli esseri umani hanno bisogno di tempo per prendere decisioni moralmente consapevoli e la velocità delle relazioni che si intrattengono su Twitter non riserva alle persone quel tempo.

Gli esperimenti del gruppo hanno dimostrato che le persone rispondono correttamente a stimoli che richiedono un po' di senso morale in 6-8 secondi. Ma su Twitter, sul nuovo FriendFeed, persino in tv, quel tempo è troppo. (via Sarah Perez).

Può sembrare antiscientifico, ma leggendo questo resoconto non si può fare a meno di ridere. In effetti, viene in mente che l'umanità non ha atteso l'avvento di Twitter per dimostrarsi capace di gesti immorali.

ps: Un aggiornamento doveroso dopo il post da leggere assolutamente di Federico Bo. Damasio non è stato certamente tanto naif quanto appariva dal pezzo di Sarah Perez.

Esportazioni italiane di armi

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
In piena crisi, aumentano del 222% le esportazioni italiane di armi. Tra i grandi compratori di armi italiane Turchia, Serbia, Kosovo, Nigeria, Israele, Siria, Kuwait, India, Cina.

La Stampa riporta qualche particolare strano. Vendiamo alla Serbia apparecchiature elettroniche e al Kosovo "agenti tossici, chimici o biologici, gas lacrimogeni, materiali radioattivi" (pagina 11 dell'edizione cartacea di oggi).

La fonte principale il Rapporto annuale sui lineamenti di politica del Governo in materia di controllo dell'esportazione, dell'importazione e del transito dei materiali d'armamento, presentato il 31 marzo 2009 dal Presidente del Consiglio dei Ministri.

La nascita del Pdl e la Lega

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Da quando c'è il Pdl, la Lega non è tranquilla. Bisogna leggerne sul Foglio per averne una spiegazione. Con un po' di fantasia, sembra di poter tornare ai tempi in cui i socialisti - quelli degli anni Settanta - si muovevamo ambiguamente attorno alla corazzata Dc, mentre il Pci se ne stava stabilmente all'opposizione consociativa. Ma è evidente che oggi tutto è cambiato (perché nulla cambiasse).

Lettura caotica del sistema bancario

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Sul Corriere di carta, la Goldman Sachs che torna in utile, anche se la spiegazione è piuttosto misteriosa, e cerca soldi sul mercato (Wsj) per ripagare il prestito statale. Sul Corriere online la 23esima banca americana che fallisce. Intanto, la cinese Icbc diventa la più grande banca del mondo. E ProPublica segue le vicende di alcune banche che hanno già cominciato a restituire i soldi pubblici.

Previsioni e cause

| | Comments (2) | TrackBacks (1)
Dice Michele Boroni che gli albergatori della Versilia vogliono fare causa ai meteorologi che hanno previsto tempo brutto facendo rinunciare alla vacanza il 10% dei turisti.

Generalizzando il concetto:
1. gli albergatori dovrebbero predetendere dai loro avvocati una previsione sull'esito della causa e far loro causa se quella previsione si rivelasse sbagliata
2. i turisti dovrebbero fare causa ai meteorologi quando questi prevedono tempo bello e invece si beccano pioggia in versilia (gli albergatori dovrebbero peraltro unirsi alla causa perché tutto sommato anche a loro la pioggia dà fastidio)
3. già che ci siamo, i risparmiatori dovrebbero fare causa agli analisti che non hanno previsto il crack finanziario e gli albergatori potrebbero in questo unirsi ai risparmiatori, visto che alcuni turisti non hanno rinunciato per il tempo ma per mancanza di soldi

Da tempo si parla di crisi delle previsioni. E chiunque prendesse decisioni sulla base di quanto qui scritto lo fa a suo rischio e pericolo: il tenutario del presente blog non è responsabile di decisioni sbagliate.

Avvertenza

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
L'altro giorno, L'Arena ha pubblicato un intervento del vescovo Giuseppe Zenti. Il vescovo sente il bisogno di spiegare che il terremoto ha cause scientifiche. E non è voluto da Dio.

Sostiene Ciwati

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Sostiene Ciwati che Enrico Letta se ne va dal Pd. Comunque sia, credo che la riflessione da fare sia piuttosto profonda. Che cosa diventa il Pd? Che cosa farà questo ricostituendo Centro? E intanto che cosa succede alla Lega? La forza ridondante del Pdl sta mettendo tutti gli altri in una posizione di manovra. L'impressione è che la stabilità attuale sia più apparente che reale. Ma se tutti si aspettano che dopo le Europee cambino molte cose, per che cosa esattamente andremo a votare alle Europee?

Che cosa ricorda questo stile didascalico?

| | Comments (16) | TrackBacks (0)
Lo stile delle schede che accompagnano le fotografie del premier in Abruzzo pubblicate dalla Stampa:

"Maniche tirate su da uomo del fare, il premier operaio mostra una cartina (...)".

"Il presidente del Consiglio indossa un casco rosso dei vigili del fuoco, s'informa sulle crepe più gravi, quelle a forma di X, già dialoga tecnico tra i tecnici".

Primavera senza ronde

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
E dunque è vero: una ronda non fa primavera.


Economia scomparsa

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
La ricchezza scomparsa con la fine della bolla finanziaria è gigantesca.

Nel suo libro, Massimo Gaggi riporta una stima delle perdite: tra settembre 2007 e novembre 2008 sono spariti 9mila miliardi di dollari, secondo le stime della Global Insight, una cifra quasi pari ai Pil di Francia, Italia, Germania e Gran Bretagna messi insieme! Il 63 per cento del Pil degli Stati Uniti... (Anche se è sempre sbagliato confrontare un patrimonio scomparso con il reddito generato in un anno...).

Zampaglione sulla Repubblica di oggi dice che il Fondo Monetario Internazionale stima 4 miliardi in titoli tossici ancora in possesso delle banche.

Sull'Ft, oggi, si dice che secondo TriOptima il valore del settore dei derivati è più che dimezzato in 18 mesi scendendo ora a 30mila miliardi di dollari. Come dire, parrebbe, che sono spariti 30mila miliardi.

I sindaci di Telecom

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Oggi i sindaci di Telecom Italia devono spiegare perché Tavaroli fu incaricato di andare a occuparsi della sicurezza dell'operatore telefonico, chi lo incaricò di farlo, con quale mandato. I piccoli azionisti e la Consob vogliono sapere se la mossa che avrebbe portato alla costruzione di uno dei più clamorosi sistemi di spionaggio privato della storia d'Italia è stata preordinata e da quali centri di potere.

Menti terremotate

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Attoniti per il cinismo degli sciacalli che arrivano da tutta Italia.

E per le parole che girano sul territorio devastato, piene delle più pericolose buone intenzioni. Uhe, si fa una bella new town... Lasciate perdere il vecchio centro. Facciamo una città tutta nuova... Il sindaco dice di no. Il senso della nostra vita è qui dove siamo sempre stati.

C'è un tempo per piangere e un tempo per ricostruire. Ma è sempre il tempo per riflettere.

Oggi Twitter...

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Oggi Twitter si è bloccato tre volte per eccesso di traffico. Anche più di ieri. Neanche fosse il sito dell'Istituto di Geofisica.

Dicono che ci stanno lavorando.

What you laugh at, is what we fear

| | Comments (3) | TrackBacks (0)
Bbc and many others have covered the bizarre story of an Italian Prime Minister talking at the phone while the German Chancellor was waiting. 

But Euronews has also noticed that the same Italian Prime Minister is very angry with Italian newspapers that covered that piece of news, too. For those who read Italian, Repubblica has the story. The Prime Minister has said that he is thinking at tough measures against newspapers that in his view damage Italy instead of helping out.

David, JoiBruce, Cory, people that know and love Italy, keep in touch... 

La via italiana all'estinzione dei giornali

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Lo sfogo del premier sulla stampa e i giornali dopo i resoconti sulla sua telefonata a Erdogan con la Merkel in attesa. Repubblica. Il Sole. Il Corriere. Diary. Babilonia. Il Giornale. Bbc e 90 articoli correlati sulla stampa internazionale via Google News.

Unico popolo unico governo

| | Comments (6) | TrackBacks (0)
Ci si chiede che cosa voglia dire la frase: «siamo l'unico governo possibile oggi in Italia». 

Soprattutto accanto alla frase: «Popolo ha un significato costituzionale. La Costituzione dà il potere al Popolo. Noi siamo il Popolo». 

Scommetto che scherzava. Sta di fatto che è l'unico partito che si chiama Popolo. Se non ci fosse stato, il Popolo della Libertà, lo si sarebbe dovuto inventare.

Ave Caesar, morituri te salutant

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Non solo i giornalisti sono di troppo. Anche i parlamentari. Cesare ne ha abbastanza di chiacchiere e dibattiti; cfr: Wikipedia.

I governi vogliono governare anche internet

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Non c'è dubbio che l'attenzione dei governi, con una decina d'anni di ritardo, si sta addensando su internet. Non è detto che ne capiscano qualcosa. E non è detto che sappiano dove vogliono arrivare. Ma sanno da che parte cominciare.

Cominciano dalle cose che fanno paura. Come la pedopornografia, il punto di attacco in Germania. Ecco l'Ansa di poco fa:

PREVISTO BLOCCO DI MILIONI DI PAGINE CON SISTEMA NORVEGESE
   (ANSA) - BERLINO, 25 MAR - Il governo tedesco ha approvato
oggi misure più rigide nella lotta alla pedopornografia via
Internet, con un piano che promette di bloccare migliaia di siti
illegali - per milioni di pagine web - attraverso una stretta
collaborazione tra autorità e provider.
   Le iniziative approvate oggi dall'Esecutivo della cancelliera
Angela Merkel, erano state proposte dalla ministra per la
Famiglia, Ursula von Der Leyen, che ha sette figli. Nell'ambito
del progetto, i provider non sono saranno obbligati a
collaborare con la polizia, ma dovranno chiudere eventuali siti
ritenuti illegali.
   In Germania, questo fenomeno assume dimensioni sempre più
grandi, tanto da coinvolgere anche i membri del Parlamento, e il
governo ha deciso così di mettere in campo tutte le sue forze
per arginarlo.
   Il sei marzo scorso, un deputato socialdemocratico indagato
per pedopornografia si è dimesso dalla carica di portavoce
della Spd per la formazione, i media e la ricerca dopo che la
polizia aveva trovato nella sua abitazione materiale
compromettente. Non più tardi dello scorso gennaio, inoltre, la
polizia ha lanciato una tra le più grandi operazioni nella
lotta a questo crimine con centinaia di perquisizioni a livello
nazionale che hanno portato al sequestro di decine di migliaia
tra computer, telefoni cellulari, Dvd, Cd e periferiche per la
trasmissione dei dati.
   «Non tollereremo più il fatto che lo stupro di bambini sia
visibile su Internet in modo così diffuso in Germania», ha
detto la Leyen. Da parte sua, il capo dell'Europol, Max-Peter
Ratzel, ha detto che finora solo cinque dei paesi dei 27 hanno
messo a punto liste nazionali di siti Internet bloccati.
Tuttavia, ha detto, l'iniziativa di un Paese come la Germania,
darà una forte spinta a tutta l'Europa per intervenire.
   Molti provider, inclusi Deutsche Telekom, Vodafone e Arcor,
hanno già accettato di partecipare al programma, che utilizza
il sofisticato sistema 'Circamp', sviluppato in Norvegia nel
2004, per bloccare l'ingresso degli utenti a questi siti. Il
sistema, già adottato da nove paesi - tra cui Olanda, Belgio e
Regno Unito - invia uno 'Stop' rosso accompagnato da un
messaggio quando si cerca di accedere al sito illegale. (ANSA).

     CB
25-MAR-09 17:19 NNN

Difficile opporsi a una politica del genere. L'opinione pubblica non può che essere favorevole. Perché il tema è tanto orribile che risolve ogni controversia. E lo dimostra anche il fatto che tutti si sono dichiarati disponibili a collaborare.

Altrove le strategie sono più difficili da far approvare. In Francia, il governo si batte contro la pirateria e per il diritto d'autore. Forse l'Europa si opporrà a Sarkozy. In Italia stanno entrando in molti modi, come sappiamo. Dall'emendamento D'Alia al disegno Carlucci. Se dovessero malauguratamente passare non sarà certo perché sono stati presentati con l'intelligenza del governo tedesco, ma casomai perché nessuno dedica abbastanza attenzione alla questione.

Quello che colpisce è che in molti casi le soluzioni proposte dai governi non sono applicabili tecnicamente. Ma bisogna ammettere che l'attivismo dei governi può riuscire nell'intento di controllare le persone facendo loro paura.

Infrazioni europee ad personam

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
La Commissione Europea ha avviato una procedura d'infrazione contro l'Italia sulla questione del riutilizzo dell'informazione del settore pubblico (via Jc).

La questione, che per esempio riguarda i dati catastali, è fondamentale in un contesto nel quale la politica anti-crisi è tutta basata sull'edilizia.

Ma si può anche osservare che non a tutte le istanze che vengono dall'Europa si dà altrettanta importanza di quella che a suo tempo di è attribuita alla richiesta di armonizzazione dell'Iva sulle televisioni satellitari...

Altrimenti chiamo la ronda

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Passaparola racconta. Di ieri, in un negozio. 

Un ragazzo disturbava, dicono. Il ragazzo aveva la pelle nera. Un commesso è intervenuto in malo modo, intimando al ragazzo di andarsene: "altrimenti chiamo la ronda". Ma il ragazzo non si muoveva: "sono un cliente". Il commesso ha chiamato davvero la ronda. Ed è arrivato un tipo con la camicia verde che ha cacciato il ragazzo dal negozio.

La storia è riportata. Non è controllabile. Di certo, segnala un clima di tensione. E l'idea che la ronda sia un sostituto socialmente accettabile delle forze dell'ordine.

Università, casa e bottega

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Da non perdere la vicenda del G8 della scienza in una sede di proprietà della Fininvest (su Repubblica). 

Quanti sacrifici per farli studiare...

Risparmi di democrazia

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
L'idea di far votare solo i capigruppo in Parlamento, seppure limitata a certi casi, è l'ennesimo tentativo di abbattere un tabù democratico. Risparmiare tempo non è una ragione per trasformare i parlamentari in un inutile orpello che rappresenta soltanto le percentuali di voti raggiunte alle elezioni. La discussione tra i parlamentari evidentemente non fa parte delle possibili sorgenti di buone idee nella mente di chi ha lanciato la proposta. Fortunatamente, dicono che la proposta non passerà. E vabbè.

Ma se invece dovesse passare, perché non portare l'idea alle sue naturali conseguenze? Perché lo stato dovrebbe pagare tutti quei parlamentari? Basterebbe calcolare quanti parlamentari si otterrebbero con i dati elettorali, sulla base di liste virtuali stilate dai capi dei partiti, e dichiarare che gli eletti hanno semplicemente ottenuto un'onorificenza, tipo "cavaliere". Ma poi mica dovrebbero andare a Roma davvero, prendere uno stipendio, farsi pagare viaggi e spese di rappresentanza. Quelle scomodità inutili sarebbero evitate. Con un buon risparmio per la democrazia.

Iva

| | Comments (0) | TrackBacks (0)
Perché l'iva è aumentata al 20% per un medium digitale come quello messo in piedi da Sky ed è diminuita al 10% per l'edilizia? E' una politica industriale. Ma è fatta per privilegiare l'innovazione o la maturità dei settori?

In fondo a destra

| | Comments (9) | TrackBacks (0)
La destra si sta liberando di tutti gli ostacoli intellettuali all'abbattimento dei poteri che non le appartengono. La sinistra sembra rispondere con lo stupore di chi si scandalizza per l'attacco ai principali tabù che riteneva intoccabili. La destra sa che il paese è disattento, preoccupato da questioni più urgenti.

Ma una politica coerentemente di destra va presa in considerazione seriamente. Le sue conseguenze sono vantaggiose solo per una parte. I ceti esclusi dal potere non ne traggono vantaggio e se l'appoggiano lo fanno soprattutto per mancanza di speranze alternative: meglio un'ideologia gratificante oggi che un programma serio domani (specialmente se il programma serio alternativo a quello della destra non si vede all'orizzonte). Se la sinistra vuole farsi notare e farsi prendere in considerazione deve fare emergere una capacità di innovazione orientata a valorizzare le capacità di chi lavora, di chi non appoggia la sua forza sul potere ma sulle capacità, di chi crede nella cittadinanza e nello stato di diritto, di chi dà valore al pubblico e non solo al privato, di chi crede che la felicità di ognuno dipenda almeno un po' anche da quella degli altri...

La serie di misure che la destra sta decidendo è frutto di un programma coerente. Non prende in considerazione le conseguenze. Ma solo le tappe di una demolizione anche ragionevole di alcuni blocchi all'innovazione legati a sistemi di diritti che erano diventati sistemi di potere, appoggiati a tabù. Ma i tabù non sono difese solide per la cittadinanza.

Scorriamo la Repubblica di oggi:

1. Lo sciopero virtuale, lo sciopero che si fa solo se il 50% dei lavoratori è d'accordo... Appellarsi ai tabù non è la risposta.
2. Le ronde con lo sponsor, la privatizzazione della sicurezza, sono un pericolo pubblico, possono degenerare. Non si fermano scandalizzandosi.
3. Il nucleare deciso senza tener conto in modo serio delle energie alternative, dello smaltimento delle scorie, delle reazioni delle popolazioni locali, è un fatto affaristico-ideologico più che un'ìinnovazione nel sistema dell'energia. Ma non si ferma pensando che il referendum valga per l'eternità.
4. Il blocco alle intercettazioni e alla loro pubblicazione con la minaccia della galera per i giornalisti non è un fatto solo privato degli intercettati arrabbiati. Ha conseguenze sul sistema della giustizia e dell'informazione. Non si ferma lanciando alti lamenti.
5. La questione del testamento biologico non può essere decisa da uno stato straniero e imposta all'Italia. Ma non si affronta senza una profonda riflessione, umanamente responsabile.

La sinistra non difende la cittadinanza e un modello sociale soltanto dicendo che quello che fa la destra è scandaloso e infrange tabù intoccabili. Occorre cominciare a costruire un modello innovativo di convivenza. Che a sua volta infranga dei tabù. (La storia di questi giorni ha infranto il tabù del capitalismo finanziario come decisore ultimo di ogni scelta economica, ma non ha costruito una nuova credibilità dello stato). Il pensiero del pubblico, nel senso del pensiero di ciò che è di tutti, non emerge dal dibattito. Ci sono innovazioni che possono essere fatte, per esempio, a favore della cooperazione, della solidarietà e del non profit che possono diventare la bandiera un un nuovo modello sociale ed economico. Possibile che nessuno racconti una storia alternativa a quella della destra e che si presenti coerente e innovativa?

La difesa dei tabù non è un racconto di innovazione, ma di conservazione. Se la sinistra si ferma alla conservazione, tradisce sé stessa.

E' il momento di prendere coraggio. Di coltivare una maggiore libertà intellettuale. Di cominciare a raccontare un progetto nuovo e alternativo a quello dilagante della destra. Non è facile. Ci vorrà molta pazienza. Molta resistenza.

Obblighi nucleari

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
Per Scajola (vedi viale dell'Astrologia) il nucleare è una scelta obbligata. Certo: se fossimo stati liberi di scegliere avremmo chiesto dove vanno a finire le scorie...

Normale varieta' umana

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
Affascinante problema. C'è un filone scientifico interessante che induce alcuni ricercatori a indagare intorno alle differenze tra gli esseri umani. Ma quelle indagini provocano tra i ricercatori una bizzarra preoccupazione: se si traesse da tali indagini la conclusione che gli esseri umani presentano delle differenze, si potrebbe rischiare di fare discorsi politicamente scorretti? Ne discute su Edge, Armand Leroi, biologo. The nature of normal human variety.

In una società come quella italiana, nella quale qualunque pregiudizio rischia di diventare un fatto, questo problema è ancora più sottile.

Una ronda non fa primavera

| | Comments (4) | TrackBacks (0)
Non si sa come chiamarle. Non sono ronde, dice. Sono cittadini volonterosi. Ex carabinieri o ex poliziotti, ex alpini. Si mettono a disposizione del prefetto. E non sono armati. Vanno in giro, se vanno in giro, con il telefonino per avvertire le autorità nel caso vedano qualcosa che meriti di essere segnalato. Nessun problema?

Meglio non tirare fuori altri problemi. Altrimenti Scajola fa gli scongiuri. L'oscurantismo imperante non vuole saperne dei problemi. Non occorre dunque sottolineare il fatto che se questi cittadini volenterosi si dovessero trovare una volta, senza averla neppure provocata, in una sorta di rissa, se dovessero tornare sul luogo della rissa non più armati di soli telefonini ma anche magari di picconi e spranghe, se il loro esempio dovesse poi far nascere bande di vendicatori, dovremo anche ascoltare con pazienza gli autorevoli commentatori che sosterranno come eventuali fatti di quel genere non sono conseguenza delle decisioni che si stanno prendendo in questi giorni.

Insomma, speriamo che oltre a essere volenterosi, siano anche intelligenti.

La crisi nella crisi del Pd

| | Comments (5) | TrackBacks (0)
In tutta Europa i partiti di sinistra sono in crisi. Quella del Pd mi pare una crisi nella crisi. Ma si può risolvere soltanto affrontando la crisi originaria. Che è relativa alla relazione tra i valori testimoniati e proposti dal ceto politico di sinistra e il bisogno che la società può avere oggi di un simile ceto politico.

Insomma. La crisi attuale del Pd si dovrebbe affrontare distinguendo l'analisi della crisi della sinistra in Europa dall'analisi della crisi dei dirigenti del Pd di oggi. E partendo dalla prima per la soluzione della seconda.

(La questione è di una complessità enorme. Perché mai si comincia un post come questo se la difficoltà è tale che si sa che non se ne uscirà se non con qualche problema in più?)

Mi pare che la questione si possa affrontare da due punti di vista in base a due fatti:
A. Il ceto politico di sinistra in Europa ha qualche problema per dimostrare di essere ancora utile. 
B. Ma la società ha bisogno di apertura culturale e di competizione tra sistemi di valori per poter crescere nella qualità della convivenza civile e per avere fiducia nel diritto di ciascuno alla ricerca della felicità.

Per questa analisi ho l'impressione che si possano affrontare tre domande:
1. Quali sono i valori e le pratiche del ceto politico di sinistra in Europa?
2. Si tratta di valori e pratiche che sono coerenti con la tradizione della sinistra?
3. Se non lo sono, la differenza è stata spiegata bene e accettata dalla società?
4. Se è stata ben spiegata, la nuova identità di sinistra è stata portata avanti con coerenza?
5. Ci sono modi chiari e veloci attraverso i quali il ceto politico di sinistra si rinnova efficacemente quando incontra un passaggio difficile per la sua storia?

Non posso rispondere ma solo porre le domande può far bene. Perché semplificando in modo esagerato si può dire che... La destra vuole ordine, salvaguardia del ceto più abbiente, libertà d'azione per i potenti e obbedienza degli altri. La sinistra è la strada attraverso la quale i non potenti contribuiscono all'innovazione. Ma quando la sinistra diventa potente entra in contraddizione con questo suo ruolo e va in crisi. Quindi si deve organizzare in modo da poter avere potere e nello stesso tempo aprire la strada alla voce di chi non ha potere. La perdita del potere, per la sinistra, è salutare. Ma deve portare a un pensiero e a un'organizzazione che risolvano quella contraddizione. Altrimenti la destra sembra più coerente e vincente. La sinistra deve essere sperimentale e libertaria, coraggiosa e intelligente. Dunque rischia di più. Ma è la sua missione. E la società sa che è necessaria.

Chi s'è fatto s'è fatto

| | Comments (1) | TrackBacks (0)
D'Alema ha candidato Bersani il giorno prima delle elezioni. La Sardegna si è distratta. Veltroni si è dimesso. La Carlucci si è disvelata. Quel che è fatto è fatto. Chi s'è fatto s'è fatto. Evidentemente, si poteva fare. Ma ora è tutto da rifare.

Preoccupazioni

| | Comments (2) | TrackBacks (0)
Molte riforme e molte decisioni che si stanno preparando. Non si tratta di questioni facili. Non è questo il luogo (né l'autore) per riassumerle in modo tecnico: giuridicamente le nozioni sono molto sottili.

Ma vale la pena di segnalare che leggendo i giornali i motivi di preoccupazione si moltiplicano:
- I provider sarebbero obbligati a introdurre software in grado di bloccare la pubblicazione di materiale illecito online (legge passata al Senato e che si spera sia modificata alla Camera)
- I medici dovrebbero denunciare i clandestini che tentano di farsi curare nelle strutture sanitarie pubbliche
- Tutti sarebbero obbligati a farsi curare all'infinito anche nel caso si trovassero in situazione di vita vegetativa e anche se avessero espresso preventivamente e chiaramente la loro volontà contraria
- La rete Telecom Italia passerebbe sotto il controllo di una nuova società a sua volta partecipata da Mediaset (repubblica di carta di oggi)
- Chi pubblicasse gli atti delle indagini con le intercettazioni sarebbe perseguito in modo molto pesante
- Meno chiari gli incentivi e gli obblighi per la sostenibilità delle abitazioni (via verdi)

Il tutto dopo aver visto, secondo Roberto Ippolito, il governo abbassare la guardia contro l'evasione fiscale. E proprio in un momento di crisi che richiederebbe la raccolta di tutte le risorse possibili per tenere in piedi il bilancio statale.

Preoccupazioni fondate o infondate?

About this Archive

This page is a archive of recent entries in the perplessità category.

partecipazione is the previous category.

persone is the next category.

Find recent content on the main index or look in the archives to find all content.

www.flickr.com
LucaDeBiase's photos More of LucaDeBiase's photos

Blogroll



Global Voices

Creative Commons License

Scrivimi

Proposta di lettura

Articoli

RSS AddThis Feed Button
  • The case for an Italian rebellion

    The case for an Italian rebellion is not insane. I had the chance to speak with many foreign observers, recently, and I found that an Italian rebellion is considered a real option.

    An Italian rebellion? Other Mediterranean countries have done just so, lately. Tunisia and Egypt, for example, have chosen to rebel against their dictators and the world has appreciated. Considering the Italian political situation as a sort of authoritarian regime and thinking that it is not reformable through the normal democratic process, one is lead to think that the rebellion is the only possible solution. In that mindset, if Italians rebel, they demonstrate their democratic will and maturity. If they don't rebel, they show they are anything between accomplices and weak victims of the head of their government and his power system. If Italians will rebel, they will free themselves from the shame of accepting a very doubtful sort of democratic government, the consequences of which are dangerous for themselves and the world. That's the option. But it is not happening.

    Why?

    continua... (21 commenti al 9 ottobre)

    Il seguito in italiano: con molti commenti


  • Sul prossimo futuro di Nòva

    Ogni cambiamento suscita timori e ravviva speranze. Vale anche per Nòva. I timori sono comprensibili. Ma le speranze non devono essere tradite.

    Le notizie diffuse oggi dal Post sul cambiamento alla guida di Nòva, riprese da tantissime persone su Twitter e Facebook, sono state interpretate più dal lato dei timori. continua... (46 commenti al 18 giugno)


  • Editori, tecnologia e pirati

    E dunque sappiamo che l'effetto economico complessivo della pirateria non si riesce a misurare. Esistono migliaia di studi in proposito, ma gli studi davvero indipendenti dalle major e dagli editori non sono molti. Come si diceva il GAO dice che è impossibile sapere qual è la somma algebrica tra i pro e i contro per l'economia. Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali.. continua... (4 commenti al 5 luglio)



  • Strategie della disattenzione

    Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni.
    E' un problema che ne contiene molti. E che si rivela strategico per tutta l'industria editoriale, per le piattaforme mediatiche, per gli autori e, naturalmente, soprattutto per il pubblico. Richiede una ridefinizione dei ruoli per tutti gli attori coinvolti, nel complesso passaggio storico che attraversano le società post-industriali. E si comprende solo nella consapevolezza del fatto che l'information overload non è solo l'effetto della moltiplicazione dei messaggi, ma anche la conseguenza del fallimento dei sistemi che dovrebbero filtrare l'informazione, come per esempio suggerisce l'internettologo Clay Shirky. Nel caos creativo cui assistiamo in questa fase di passaggio, si sperimentano strategie più o meno sostenibili. Quali sono i percorsi che ci possono condurre a costruire un ecosistema dell'informazione più sano e vivibile? continua...


  • Ecologia dell'informazione

    I quotidiani cartacei tradizionali sono una tra le numerose specie che vivono nell'ecosistema dell'informazione. Il loro ambiente si è radicalmente trasformato nell'ultima dozzina d'anni. Molte delle risorse sulle quali avevano a lungo prosperato scarseggiano, assorbite dall'espansione di altri media: l'onnivora, insaziabile televisione commerciale, l'innovativa televisione digitale a pagamento, la rivoluzionaria internet a banda larga, gli infinitamente attraenti telefoni cellulari. Milioni di persone, miliardi di euro, trilioni di minuti si sono spostati verso nuove abitudini mediatiche. E nel corso di un terremoto nei mezzi di comunicazione di tale portata è già sorprendente che molti castelli dei giornali di carta stiano ancora in piedi. E se lo sono è perché evidentemente hanno un valore e una resistenza importanti. Ma è tempo di restauri.
    I sintomi della difficoltà economiche dei giornali di carta sono evidenziati dalla crisi generale del 2007-2009: la pubblicità diminuisce drasticamente, il numero di lettori paganti si erode, i collaterali non danno più le soddisfazioni di una volta e le entrate provenienti dalle versioni online non sono sufficienti a riparare alle perdite. L'urgenza congiunturale può essere cattiva consigliera, ma impone delle scelte. Che in ogni caso erano dovute da tempo. E' evidente, infatti, che il taglio dei costi pur necessario non sarà sufficiente a rigenerare un equilibrio sostenibile. Meglio dunque cogliere l'occasione per un ripensamento profondo.
    E a questo ripensamento, gli editori e i giornalisti hanno cominciato a dedicarsi, ciascuno dal suo punto di vista. Mentre il pubblico si trasforma, partecipa, pone problemi, offre risposte: tutte da interpretare. Le domande si moltiplicano. Quanto dureranno i giornali di carta? Si possono far pagare i giornali online? Come evolve la pubblicità? Qual è il ruolo del giornalismo professionale in un contesto nel quale i cittadini possono produrre informazione in modo sempre più facile ed efficace? Come si informano i giovani? C'è una crisi di credibilità nei giornali? Quali sono le visioni innovative emergenti? L'enorme complessità del compito di rispondere a queste questioni intimidisce. Ma può essere affrontata solo con un'umiltà appassionata, generata dalla consapevolezza che di informazione c'è e ci sarà sempre più bisogno, nell'economia della conoscenza. Per i giornalisti, questa consapevolezza è necessaria per affrontare il grande adattamento che la professione è destinata ad affrontare. continua...

  • Innovage

    Ed ecco dunque l'ennesima nuova parola: "innovage", innovazione e vintage. Non per nulla nascono tante parole nuove, in questo periodo storico che da molti punti di vista - ambientali, sociali, economici, culturali - appare come una grande trasformazione epocale: forse abbiamo l'impressione che, in mezzo a tanta innovazione, stiano effettivamente nascendo angoli di realtà che hanno bisogno di essere nominati; in qualche caso, peraltro, tentiamo di forzare questa impressione, producendo nuove parole prima che esistano le realtà che dovrebbero designare. E dunque, che cos'è l'"innovage": una nuova realtà o semplicemente una nuova parola? E' già un fatto economico o ancora una visione? Avrà successo?
    Il tema non è di poco conto: il racconto dell'innovazione è parte integrante dell'innovazione stessa. Nell'economia della conoscenza, una locuzione che usiamo in mancanza di meglio per definire quest'epoca post-industriale, il valore si concentra sulle idee. Il prodotto vale se contiene gusto, informazione, senso. Dunque, anche, se contiene memoria. E se quel contenuto viene compreso dal pubblico che dovrebbe farlo proprio. Perché la dinamica delle idee è, soprattutto, nella relazione tra le persone che le esprimono e le connettono a quelle degli altri, i quali a loro volta le riconoscono come affini o confrontabili alle proprie. Per questo, esiste un rapporto estetizzante, e di grande valore, tra gli oggetti che vengono declinati al futuro e quelli che ricordano le esperienze passate di gruppi di persone che vi si riconoscono. continua...

  • Attenti al loop

    La conversazione può essere orientata alla collaborazione, può alimentare la convivenza civile e pacifica, ma può anche diventare una sorta di competizione? continua...









Large Views
Research
Journalism
Towatchlist
News
Nòva/IlSole24Ore