E' anche ragionevole pensare che un governo tecnico sostenuto da quei partiti non avrà vita facile. Ma l'opportunità che si presenta in questo momento è troppo grande per non manifestare una speranza che qualcosa possa essere fatto per dare alla Rai una governance più orientata al servizio pubblico e meno alla propaganda e alla lottizzazione.
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E' anche ragionevole pensare che un governo tecnico sostenuto da quei partiti non avrà vita facile. Ma l'opportunità che si presenta in questo momento è troppo grande per non manifestare una speranza che qualcosa possa essere fatto per dare alla Rai una governance più orientata al servizio pubblico e meno alla propaganda e alla lottizzazione.
Risposta veloce. A un problema che però poteva essere evitato se il rispetto dei diritti degli utenti fosse di default. (vedi la storia).
La notizia è uscita grazie a Arun Thampi. Dave Morin, ceo di Path, ha risposto nei commenti a Thampi assicurando che quei dati si possono far cancellare scrivendo a service@path.com e dichiarando che la sua app passerà alla modalità opt-in molto presto.
Sta di fatto che è inaccettabile che Path facesse questo senza avvertire gli utenti. Credo che molti cancelleranno il loro account. Io ho mandato la mail a service@path.com per vedere come e quando rispondono. Poi ti faccio sapere.
Full disclosure: uso Gmail parecchio. E mi trovo molto bene, per la verità. Mi spiacerebbe scoprire che Google esagera con la raccolta di informazioni su di me. Ma se si parla tanto di privacy su Facebook, è giusto parlarne anche in riferimento a Google.
Stavo giocando a verificare in vari modi la storia della trasformazione di Google in un motore troppo personalizzato della quale si è parlato proprio ieri. La storia secondo la quale se cerchi con il browser con il quale ti sei registrato su Google, i risultati vengono fuori diversi da quelli che emergono se usi un browser con il quale non ti sei registrato. E si scopre che è assolutamente così: se sei registrato i risultati che collegano a Google+ arrivano molto prima di quelli che collegano a Twitter e Facebook. Anche ovviamente cercando Luca De Biase.
In questo caso, però, un risultato era esattamente lo stesso, sia con il browser registrato a Google che con il browser non registrato: la pubblicità. Era la pubblicità di un servizio che propone relatori per eventi. E diceva che un tizio con il mio nome era a disposizione per chi lo volesse. Se quel tizio ero io mi stupisce perché non ho sottoscritto contratti di questo genere. Ricordo che una volta, più di un anno fa mi pare, mi hanno chiamato per chiedermi se ero interessato. Erano anche molto simpatici, al telefono. Ma non se n'era fatto nulla di preciso.
Ho pensato che quello dell'inserzione fosse un omonimo, ma nel sito dell'inserzionista c'ero proprio io. Ed ero proposto a una fascia di prezzo piuttosto bassa... Già... Forse, l'inserzione è una prova di marketing. Nessun problema, in questo caso, naturalmente. Per quanto mi riguarda, un sorriso è sufficiente.
Quintarelli se n'è già occupato. E Paolo Ratto ha analizzato il fenomeno in diverse occasioni.
Google sostiene che l'inserimento delle pagine "social" nel motore di ricerca ne arricchisca i risultati. Ma ne sta anche modificando il senso, almeno se è vero che allo scopo di promuovere Google+, i risultati generati da Facebook o Twitter vengono messi in secondo piano anche quando sono "oggettivamente" più rilevanti.
Yahoo! ha cominciato a perdere quando ha moltiplicato gli sforzi per tenere gli utenti dentro il suo "portale". Altavista ha cominciato a perdere quando è arrivata un'alternativa in grado di dare risultati più rilevanti. Google ha stravinto nei primi dieci anni del nuovo millenno. Ed è riuscita sempre a non lasciarsi intrappolare nella gabbia dell'autoreferizialità commerciale. Un eccesso di sfruttamento del suo fantastico servizio potrebbe ritorcersi contro la stessa Google. Purché ci sia un'alternativa. Qualcuno dice che sarà la coppia Microsoft-Facebook. Sarebbe un bizzarro ritorno al futuro. Altri sperano in nuove soluzioni ancora nella mente dei loro creatori.
Ma un fatto è certo. Se si dovesse implementare una regolazione della net neutrality favorevole ai grandi servizi capaci di spendere molto per ottenere condizioni vantaggiose dagli operatori di rete (vedi un post precedente), l'accoppiata di autoreferenzialità commerciale dei grandi servizi e di maggiori costi per le alternative emergenti potrebbe essere la premessa di una quantità di problemi per gli utenti. Che si potrebbero difendere solo impegnandosi a fondo per informarsi davvero su queste intricate vicende.
Anche per queste strade, la Filter Bubble avanza e si trasforma in qualcosa che rischia di essere vagamente manipolatorio. La consapevolezza, in questo momento, è la strada maestra per le persone che non si lasciano abbagliare. E la sperimentazione di nuove piattaforme si può prendere sempre più concretamente in considerazione. Chissà se nei commenti emergeranno dei consigli in proposito...
C'è una novità. L'introduzione delle reti di nuova generazione potrebbe corrispondere anche all'introduzione di forme di regolazione del traffico finalizzate alla maggiore efficienza dei collegamenti su internet. Si tratta di un tema connesso alla net neutrality. Molto sensibile. Ma che andrebbe compreso meglio. Le novità arrivano dall'Agcom. (Il riassunto di Key4biz. Grazie al tweet di Gianluigi Negro).
Ci sono molti aspetti della questione posta dall'Agcom dopo vasta consultazione. Ma se non sbaglio un elemento di novità è l'accettazione da parte dell'Autorità del ragionamento secondo il quale gli operatori che costruiscono le reti di nuova generazione devono poter essere remunerati in modo speciale per questo e in particolare, tra l'altro, possono chiedere un pagamento maggiorato ai content provider che vogliano avere un servizio premium per raggiungere meglio i loro utenti.
Come dire che Google e Facebook, se pagano qualcosa alle telco, vanno più veloci di molti siti e blog che non pagano, se ho capito bene.
Se ho capito bene, dunque, chi eroga un servizio online e può pagare di più, sarà avvantaggiato in termini di efficienza rispetto a chi eroga un servizio online e non può pagare di più. Come una start up appena nata, non troppo finanziata, per esempio.
Bisogna ammettere che trattare meglio, con un servizio migliore, chi paga di più è parte delle opzioni che una qualunque azienda di solito è libera di fare. Ma in questo modo la rete è meno neutrale: e chi è più uguale degli altri è chi può pagare di più. A fronte di questo, però, gli operatori hanno una remunerazione per gli investimenti nella ngn. Sarebbe meglio avere qualche chiarimento in più:
1. Questa nuova possibilità per gli operatori sarà davvero collegata ai loro investimenti nel miglioramento delle reti? E come sarà collegata? Oppure gli operatori guadagneranno di più anche se non investiranno di più?
2. Quale sarà esattamente il servizio premium che sarà garantito ai content provider che pagano di più?
3. Il servizio per i content provider che non pagheranno di più resterà come adesso, migliorerà o peggiorerà?
Si potrebbe dunque immaginare la nascita di una dimensione super della rete, nella quale tutti pagano di più e tutti ottengono di più, ma senza peggiorare la situazione degli altri che non pagano di più. Sarebbe una soluzione di compromesso ma comprensibile. Se dovesse invece accadere che sulla parte di rete riservata a chi non paga per il servizio premium il servizio cominciasse a decadere per mancanza di investimenti e manutenzione, la novità si tradurrebbe in un peggioramento chiarissimo delle possibilità di emergere per gli innovatori appena nati, per le start-up non abbastanza finanziate, per i cittadini che hanno un blog o altro tipo di attività non commerciale, e così via. Alcune delle dinamiche innovative più importanti della rete sarebbero messe in discussione.
Tutto questo, ripeto, se ho capito bene. E se ne traggo correttamente le conseguenze.
Ecco la richiesta di Linkedin:
LinkedIn may sometimes pair an advertiser's message with social
content from LinkedIn's network in order to make the ad more relevant.
When LinkedIn members recommend people and services, follow companies,
or take other actions, their name/photo may show up in related ads shown
to you. Conversely, when you take these actions on LinkedIn, your
name/photo may show up in related ads shown to LinkedIn members. By
providing social context, we make it easy for our members to learn about
products and services that the LinkedIn network is interacting with.
LinkedIn works with partner websites to show advertisements to LinkedIn members on their sites. This collection of partner sites is called the LinkedIn Audience Network.
Advertisements shown to you on the LinkedIn Audience Network are selected based on non-personally identifiable information. For example, advertisers are allowed to target their products and services based on broad categories such as Industry, Job Function, and Seniority.
Your personal information is not shared with
or sold to any 3rd party. LinkedIn is committed to clarity, consistency,
and member control in all matters related to privacy and data.
Il caso è paradossale. Ma è vero che le aziende convocano talvolta di giornalisti per prepararli a comprendere le informazioni quando diventeranno pubbliche e chiedendo riservatezza. La pratica è diffusa nella scienza, dove l'embargo delle notizie è considerato normale per coordinare le uscite dei giornali che ne sono la "fonte" con la possibilità di comprenderle dei giornalisti e la programmazione dei giornali che le devono riprendere.
Si tratta comunque di cose da discutere, almeno un po'. Aiutano la collaborazione tra i giornali a comprendere i fatti ma almeno in parte riducono la concorrenza. Del resto, coltivare le fonti significa anche concordare con loro i tempi delle uscite. Difficile prendere posizioni nettissime e solo di principio in materia. Ma non si possono neppure abbandonare completamente i principi... Mi domando che cosa ne pensano i commentatori a questo blog...
Ma nello stesso tempo, i governi intervengono costantemente su casi particolari. Ed è interessante dare un'occhiata al rapporto che Google pubblica in questo senso. Un rapporto esplicitamente incompleto ma comunque significativo. Nella sintesi non mi pare si parli di Wikileaks. Ma si parla di una richiesta americana per rimuovere un video relativo a comportamenti brutali della polizia che Google non ha rimosso. E si parla anche di un caso italiano sull'ex primo ministro. (Transparency Report). Ma c'è anche una mappa più completa.
Grazie ai consigli e alla solidarietà dei commentatori:
Da buon utilizzatore di Facebook ancora non mi è apparso quel messaggio. Non credo che il social network utilizzi il numero di telefono per la pubblicità. Molto più verosimile (vera) la sua affermazione che così facendo non si creano nodi "falsi" nel grafo sociale del social network. Inoltre il recapito telefonico può essere utilizzato per autenticare la propria identità in situazioni in cui è necessaria una verifica "sicura", ad esempio durante il reset della password perché la si è dimenticata.
io sono uno dei pochissimi che ha messo volontariamente il suo numero di cellulare nel profilo (numero visibile solo agli amici, ma d'altra parte faccio amica solo gente che conosco di persona quindi non cambia molto la vita). SMS pubblicitari non ne ho mai ricevuti.
Anche Google, nella procedura di creazione di una casella di posta elettronica, chiede un numero di cellulare proprio per ripristinare l'accesso alla casella in caso di dimenticanza della password. Al momento non ho ricevuto sms pubblicitari se non quelli del gestore telefonico, che arrivavano già anche prima della registrazione a GMail.
Non utilizzo molto Facebook, forse per questo non ho ricevuto richieste né del numero di telefono né di riconoscimento delle foto.
Invece, mi è capitato di partecipare "parzialmente" ad un concorso, che per legge deve avere oltre alla pagina FB anche una modalità parallela di accesso.
In questo caso, la quantità di info da inserire nel db di Facebook è sconfortante !
Ho messo il numero di telefono per poter attivare la Timeline, nessun disturbo ricevuto.
Ho la visualizzazione ovviamente bloccata, neanche gli amici lo possono leggere.
Da un certo punto di vista, il telefono può essere effettivamente uno strumento per accertare l'identità dell'utente. Credo che i tuoi dubbi siano leciti Luca ma ritengo che in caso FB inondi di pubblicità i nostri numeri le autorità competenti interverrebbero quanto meno per inserire un opt-out. O, soprattutto, un'informativa adeguata.
Mi sembra troppo sporco farti inserire il numero per proteggerti dallo spam e poi inviarti pubblicità via SMS, che assomiglia terribilmente allo SPAM :)
D'altra parte, il numero è un sistema potente per integrare un giorno una funzionalità di chiamata e videochiamata. Non vedresti bene un bel bottone del tipo: "l'utente è offline, vuoi provare a contattarlo sul telefono?". Magari integrato con Skype o pagabile con i crediti di Facebook. Anche se la seconda via la vedo commercialmente poco attrattiva.
Il numero ormai lo vuole anche Google e spergiurano che nn lo daranno ad altri e non spediranno pubblicita. Tanto, hanno sempre loro il manico in mano. Prova a contestare quando ti cancellano arbitrariamente un video da YouTube.
No, non è affatto uno scambio equo.
Io ho risolto tramite una semplice procedura che, per ora, sembra funzionare:
filippo piredda
Fiamma Petrovich
RT
Wom!
Luigi Cangiano
RT
Gaetano
MartinRua, scrittore
FernandoDuccioSilori
Riccardo Gallarà
Roberto Scano (IWA)














Ma perché un privato qualunque che sente i suoi diritti violati dovrebbe potersi fare giustizia da solo sul web e non in ogni altro ambito delle attività economiche? Vogliono introdurre la legge del west nella legge del web?
Assicuro che non mi riferisco a nessun caso in particolare. Chiunque attribuisca queste parole a un caso particolare ha torto. Del resto, negli ultimi mesi me ne sono capitati molti e diversi.
In rete, con la quantità di cose che circolano e la memoria breve che le ultime piattaforme incentivano, ne succedono spesso di queste cose.
Cerco di armonizzare con alcune cose che si imparano sbagliando:
1. La peggiore delle situazioni è quella in cui tu stai cercando di argomentare su una questione e un altro ti risponde non sull'argomento ma sui motivi per cui parli di quell'argomento. Non c'è nulla da fare se non andare avanti sull'argomento
2. Una situazione tipica è che tu stai cercando di adare avanti con il ragionamento e un altro ti critica perché non ha letto i precedenti della tua argomentazione. Ci vuole pazienza e ricontestualizzare.
3. Un vero problema è quando tu stai dicendo una cosa ma non tieni conto di quello che altri hanno detto. Ma è praticamente impossibile tener conto di tutto. Per questo occorre scrivere con vera apertura nei confronti di ciò che non sai (e non sai di non sapere) o che ti sei dimenticato di citare.
Mi accorgo che la mia prima reazione è quella di domandarmi in che cosa ho sbagliato. E che la sofferenza intellettuale è di non saperlo. Oltre a non sapere se agli altri succeda lo stesso.
Sono solo alcune riflessioni molto pragmatiche. Ma chissà se i commenti svilupperanno qualcosa di meglio.
Domande cui sarebbe bello trovare risposte:
1.Che cosa c'è nei dibattiti dei talk show che trattiene l'attenzione ma impedisce l'emergere, spesso, di argomenti importanti? Ci sono casi memorabili che mostrano il contrario?
2. Che cosa c'è nelle contrapposizioni tra intellettuali che impedisce loro di avvicinarsi e collaborare sul terreno della conoscenza invece che difendere posizioni identitarie? Ci sono casi memorabili che mostrano il contrario?
3. Che cosa cercano i polemisti: notorietà, identità, riconoscimento? Ci sono casi memorabili che mostrano come i polemisti aiutino a comprendere qualcosa di più?
Non è un bene per niente. Questo è frutto di decrescita economica, timore sul reddito disponibile futuro, vera e propria difficoltà a pagare il servizio. E' frutto di un cattivo servizio in tanti luoghi d'Italia. E' frutto di scarsa concorrenza. E di una latente indifferenza da parte di un 40% circa di italiani che non hanno mai usato internet.
I disinteressati sono presenti nelle aree meno abbienti e meno alfabetizzate della popolazione e, più colpevolmente, nelle aree più agiate del ceto dirigente.
Il 2011 è stato un anno importante per l'internet italiana: i connessi hanno superato la metà della popolazione (Censis) e hanno trovato le informazioni sui 4 referendum che li hanno convinti ad andare a votare nonostante i silenzi della televisione. Ma il 2012 si apre con previsioni di decrescita e difficoltà economica.
Eppure la crescita passa - anche - dalla connessione: questa volta non ci sono più scuse. Nessuno si può più permettere di attribuire alla mancanza di domanda il mancato rinnovamento dell'offerta di banda larga. Al contrario, avrà senso discutere su come migliorare l'offerta in modo da interessare la domanda e accrescere le connessioni - che sono una delle precondizioni per alimentare l'attività economica innovativa.
Aveva minacciato il veto, Obama, ma ha accettato di firmare dopo che la legge è stata modificata dando l'ultima parola sulla decisione di arrestare le persone non più ai militari stessi ma al presidente. Ma firmando, Obama ha anche detto di non essere d'accordo con la legge e ha promesso che non la applicherà. Perché dunque ha voluto concedere ai suoi successori questo inaudito potere?
Obama ha fatto scrivere una dichiarazione in materia. Dice che la legge serviva a finanziare le spese militari. Osserva che le oltre 500 pagine della legge contengono provvedimenti essenziali. Ma tra quelle pagine, dice Obama, ci sono alcune righe che lui non approva. E che ha dovuto comunque firmare. Nella pratica, dice ancora Obama, la sua amministrazione garantirà i diritti delle persone. Ma porre il veto alla legge per quelle parti illiberali che contiene avrebbe causato un danno troppo grande all'organizzazione militare nel suo complesso. Insomma: lo hanno costretto a fare una cosa che non approva.
Il presidente degli Stati Uniti, con un congresso controllato dalla parte avversa e un sistema di potere militare gigantesco, non è libero di imporre la sua politica e la sua visione del mondo.
Sulla scorta dell'emergenza anti-terrorismo si sono prese decisioni che hanno fatto arretrare la libertà repubblicana americana. Gli europei che vanno in America sanno che tutte le informazioni su di loro sono ormai comunicate ai funzionari degli Stati Uniti. Gli stranieri in America non hanno da tempo diritti comparabili a quelli che ci si aspetta dal paese della libertà. Ma questa tendenza ormai coinvolge anche i cittadini americani. Il sistema militare americano rischia di andare oltre il controllo democratico. E qualcuno teme che lo stesso sia avvenuto per il potere della finanza, generatrice di altre emergenze di fronte alle quali la gente accetta sostanziali riduzioni dei diritti repubblicani. Il presidente sembra una figura piccola piccola di fronte al sistema militare e a quello finanziario. Senza dimenticare che le grandi reti del crimine internazionale, del terrorismo e del sostegno a traffici più bestiali sono tra i poteri che stanno avanzando più pericolosamente in questa fase.
Saperlo però è la premessa per difendere le conquiste globali a favore dei diritti umani, della sostenibilità planetaria, della giustizia e della pace. Meccanismi spietati stanno avanzando, ma le persone consapevoli sono ancora una grandissima forza costruttiva.
Forse l'Europa ha ancora qualcosa da dire a questo proposito. Certo, il progetto europeo è nella sua fase più difficile e travagliata. Ma il progetto dell'Europa nato dal periodo storico più abietto - culminato col nazismo - può essere una delle poche speranze di avanzamento civile nel pianeta.
In questo contesto si pongono le sofferenze e gli sforzi degli italiani.
Anche le epoche più assurde finiscono.
Si apre una fase storica nella quale la realtà deve riemergere. Per ora la vediamo ritornare in primo piano con la comunicazione austera del nuovo governo. Aspettiamo che riprenda il suo ruolo di protagonista l'economia reale, compressa da quella finanziaria. E cerchiamo ancora di trovare un'informazione più trasparente, meno orientata a sostenere posizioni interessate, più dedita al servizio di far sapere come stanno le cose.
La ricostruzione parte dalla consapevolezza della realtà.
Facebook appariva convinto che il mio computer avesse del marware. Come faceva ad avere questa convinzione? Mi guardava nel computer? Cliccando ancora, potevo escludere che lo avesse fatto, perché come si vede dalla prossima schermata non sa neppure se ho un Mac o un Windows:
Ho cliccato sulla pagina di Apple. Avevo già fatto tutti gli aggiornamenti. La pagina di Apple linkata da Facebook non risultava esistente. (Stasera ho riprovato, mi ha mandato alla pagina corretta, ma non ne avevo bisogno perché avevo già fatto gli aggiornamenti, come dicevo).
Ho detto a Facebook che avevo il computer a posto, segnando il quadratino accanto alla parola "certifico" e ho schiacciato continua. Mi ha risposto che per ora la mia pagina Facebook era bloccata e che se ne riparlava tra 24 ore.
Ho provato con il cellulare. Non mi ha lasciato entrare neppure da lì. Ma non diceva che avevo il cellulare infettato.
Ho pensato: se Facebook sa qualcosa del mio computer, dovrebbe bloccarmi anche se tento di entrare non nella pagina, ma nel mio profilo. Ho tentato di entrare nel profilo. Mi ha lasciato aggiornare tutto liberamente.
Dunque. Se entravo nella pagina, diceva che avevo il computer infetto. Se entravo nel profilo non lo diceva: anzi, evidentemente pensava che il mio computer fosse perfettamente a posto. Se entravo con il cellulare diceva che avevo la pagina bloccata.
Che cosa è successo?
Escludo di avere il computer infetto di malware: primo perché lo stesso Facebook non lo pensa se entro nel profilo, secondo perché ho fatto sempre tutti gli aggiornamenti di sicurezza di Apple, terzo perché il mio Mac è nuovo e non l'ho mai usato se non per fare le solite cose molto sicure.
Escludo anche che Facebook mi entri nel computer dal browser, visto che pensa che il mio computer sia pericoloso se entro nella pagina ma non lo pensa se entro nel profilo. Ma non credo sappia qualcosa leggendo i cookies o altro sul browser, visto che dice le stesse cose sia col Safari (che uso per navigare ovunque) sia col Chrome (che uso solo per Google e Facebook).
E allora che cosa è successo?
L'Italia è forte nella connessione mobile e debolissima nelle connessioni fisse, dice sempre Viola.
Il peggio: il 41% degli italiani non ha mai usato internet, contro il 26% della media europea.
Quanti italiani generano contenuti su internet? Il 22% in europa, il 18,7% in Italia. Uno dei dati più alti. L'Italia è il secondo paese per uso di Facebook al mondo in rapporto alla popolazione.
Gli italiani sono i più alti al mondo per numero di imprese che usano la rete per mandare e ricevere fatture.
Agenda digitale per l'Italia (Viola):
aumentare le famiglie connesse del 20%
aumentare del 50% la velocità di connessione
aumentare del 30% gli utenti internet
aumentare del 15% il fatturato dell'ecommerce
aumentare del 30% l'ebusiness
aumentare del 10% l'epayment
ridurre del 20% l'analfabetismo digitale
diminuire del 5% la bolletta elettrica
diminuire del 3% i costi sanità
diminuire del 2% i costi della pubblica amministrazione
diminuire del 3% i costi della scuola
diminuire del 2% i costi della giustizia
Significherebbe aumentare al 5% del pil il contributo dell'economia che gira intorno a internet entro il 2015. Attualmente è al 2,5%: significa che internet può generare crescita significativa.
Anche grazie al fatto che partiamo da un punto tanto arretrato.
Gentiloni è un po' deluso dell'attenzione dedicata dal governo all'agenda digitale. C'è qualcosa per il sud, ma non abbastanza. Ma è anche una responsabilità del parlamento portare più avanti l'agenda digitale. Che cosa si può fare, dice Gentiloni (riassumo al volo sperando di non sbagliare): aumentare le attività della pubblica amministrazione che funzionano solo con internet, semplificare le regole per gli investimenti in telecomunicazioni, stabilire tavoli di standardizzazione per le attività bancarie e per altri servizi privati, abbassare l'iva sull'ecommerce (abbiamo l'iva al 4% sugli oggetti allegati alle riviste di carta...). Non è un'agenda digitale, ma un insieme di misure che si possono portare avanti in questo periodo di maggioranza allargata e con questo strano governo.
Significa che nelle sue previsioni non si troverebbero stranieri disposti a comprare frequenze in Italia, che le attuali televisioni dominanti non hanno bisogno di pagare quello che in passato hanno avuto gratis, che non c'è business televisivo in Italia visto che il duopolio un poco disturbato da Sky e la7 continua a mangiarsi la gran parte della torta. E visto che la crescita è sul web non sulla televisione.
Oppure significa che l'uomo politico, parlando da proprietario di Mediaset si augura che non sia a pagamento perché in quel caso si scatenerebbe forse una competizione alla quale dovrebbe partecipare per non vedersi erodere la posizione dominante: quindi dovrebbe pagare per quello che spera di avere gratis.
Ma l'interesse dello Stato è fare cassa. E se non è per quest'anno, forse sarà per un altro anno. Perché affrettarsi? Se assegnasse gratuitamente le frequenze non se le potrebbe poi riprendere nel caso si potessero vendere. E del resto, alla fine, non sarebbe impossibile immaginare che se non si vendessero per fare televisione, si potrebbero riconvertire a frequenze telefoniche. Di quelle c'è sicuramente bisogno con l'aumento dell'internet mobile... Imho.
I provider alternativi protestano perché temono che le nuove regole non garantiscano la concorrenza. D'altra parte la Telecom Italia vuole avere qualche garanzia per il ritorno degli investimenti e considera un eccesso di regole favorevole ai concorrenti come una minaccia. Il giusto equilibrio è estremamente difficile da trovare.
Sta di fatto che avendo lasciato l'unica rete fissa in proprietà dell'ex monopolista pubblico, la privatizzazione ha creato - non solo in Italia - una situazione nella quale solo la regolamentazione analitica può garantire la concorrenza. Una rete pubblica disponibile per tutti i provider di servizi avrebbe forse creato meno problemi. Ma la quantità di regole che questa scelta originaria ha reso necessarie è tale che ogni innovazione nel settore si trova impantanata in una guerra di lobby, in un'infinita serie di battaglie tecno-contrattuali, arricchendo gli studi legali più che alimentando il progresso del settore. I consumatori si trovano a subire. E gli osservatori esauriscono le energie nell'analizzare ogni minimo dettaglio regolatorio, immaginandone le conseguenze, ma senza mai poter arrivare a una visione chiara, netta e trasparente che consenta a chi investe e a chi acquista di poter scommettere su uno sviluppo di lungo termine del settore.
L'agenda digitale in questo modo si riempie di appuntamenti meno che importanti per la costruzione di un paese avanzato.
Sarà un'informazione orientata a costruire un terreno comune di conoscenze sui fatti, sul quale si divideranno giustamente le opinioni e le ricette.
La necessità di un cambiamento dell'informazione in questo senso è parallela alla necessità di fare emergere le reali condizioni dell'economia, alla chiarezza sull'urgenza e la direzione delle misure di risanamento e rigore statale, alla credibilità dei principi di equità ai quali si dichiara debbano essere ispirate le nuove regole, all'efficacia delle operazioni orientate alla crescita: l'efficacia di una politica economica non sta solo nei conti ma anche (e alla lunga soprattutto) nelle conseguenze che genera sulle azioni degli operatori economici, dai lavoratori agli imprenditori, dai consumatori ai risparmiatori, e così via.
Un paese reagisce unito di fronte alle difficoltà se ha un modo di informarsi coerente e unificante. Altrimenti ognuno va per la sua strada. In quel caso, i gruppi sociali entrano in conflittualità permanente. Gli operatori economici avviano un'estenuante contrattazione, cercano di evitare le regole che li penalizzano, tentano di massimizzare i propri vantaggi senza tenere in alcun conto la possibilità che le loro azioni possano contemporaneamente penalizzare gli altri. In questo frangente, prevale la giungla, la prepotenza, la violenza, la forza: qualcuno si arricchisce, molti si impoveriscono. I media hanno grandi responsabilità a questo proposito.
Si agisce in base a una visione su come stanno le cose. È chiaro che la visione del mondo dipende in una certa misura dal modo di informarsi, da quello che si apprende informandosi, dalla capacità di comprendere l'informazione. E le azioni che si compiono dipendono in una certa misura dalla visione del mondo. Dunque, si può dire che chi fa informazione influisca sull'azione dei singoli e dei gruppi e, di conseguenza, cambia il contesto stesso del quale fa informazione. Per questo per ricostruire un tessuto sociale decentemente collaborativo, rispettoso dei beni comuni e della pacifica convivenza, può avere molta importanza l'attività di fare informazione con un metodo chiaro, trasparente e condiviso. C'è una sorta di mutuo soccorso tra la crescita del patrimonio condiviso di conoscenze, l'adozione generalizzata di un metodo di ricerca trasparente che legittimi la produzione di informazioni e lo spazio dei beni comuni che arricchiscono la cultura, la società e l'economia di una popolazione.
C'è da chiedersi dove si stia andando a questo proposito. La domanda è importante, proprio oggi, vista l'urgenza di riformare il sistema dell'informazione per accompagnare il cambio di passo richiesto all'Italia.
Ebbene, si osservano novità positive. In un contesto stanco e affaticato da trent'anni di esperienze manipolatorie, superficiali, divisive.
L'epoca della televisione definita dal marketing editoriale, dalla logica dei target pubblicitari, dalla tecnologia top-down, era adeguata alla fase di rilancio dell'economia basata sui consumi e i debiti. Non lo è più nella fase di ricostruzione dell'economia produttiva alla quale dobbiamo dedicarci ora. Oggi si tratta di conoscere e cogliere le opportunità imprenditoriali fondamentali dell'economia sostenibile, della riqualificazione dell'impatto economico delle imprese sociali o socialmente avvertite, della generazione di valore aggiunto a partire dall'intensità culturale e di riceca degli innovatori. tutte opportunità che hanno bisogno di informazione ben fatta, di servizio, non manipolatoria e capace di ispirare con le idee e i fatti ad adottare una nuova prospettiva.
L'esperienza degli ultimi trent'anni, ha lasciato segni profondi. La società si è divisa.
La divisione più dolorosa, certo non dovuta solo ai media, è stata quella che ha separato i destini, i linguaggi e i modi di vedere il mondo dei giovani e degli anziani. Entrambe categorie deboli e tenute insieme solo da quello che resta (e resta molto) della famiglia, si trovano a vivere in modi diversi e senza solidarietà una condizione di difficoltà: entrare nel lavoro, avere prospettive, contribuire costruttivamente alla società, sono bisogni primari che giovani e anziani sembrano costretti a cercare di soddisfare in solitaria, ciascuno per conto proprio, e dunque con poche possibilità di farcela.
Il Censis mostra questa larga fascia di anziani italiani che non hanno altro modo di informarsi che la televisione mentre solo il 15% di loro (65-80 anni) è su internet. E intanto osserva come l'87% abbondante dei giovani si informi su internet. Informazioni diverse.
Ci sono molti dati che danno l'idea di un'Italia come paese di minoranze. Il dato spaventoso del 47% di italiani in condizioni di analfabetismo funzionale (Tullio De Mauro è persino più severo) è un'immagine della distanza tra gli inclusi e gli esclusi dalla circolazione delle conoscenze necessarie a vivere in una società complessa.
E del resto non si scopre ora la incredibile distanza tra ricchi e poveri italiani. Secondo l'Ocse il coefficiente di Gini italiano è prossimo a quello americano e inglese e lontano da quello più egualitario della Germania e della Francia.
Modi di vedere il mondo diversi. Diversa partecipazione. Diversa costruzione di network sociali. Diversa capacità di incidere sul futuro. E di cambiare il percorso che ci porta al futuro. L'informazione conta. Da questo punto di vista internet resta un'opportunità, ma non ancora una risposta. Le tendenze attuali, in questo senso, si innestano sull'esperienza degli ultimi trent'anni e non la possono modificare in poco tempo. Le innovazioni però sono possibili. E ora abbiamo anche un criterio per valutarle: le innovazioni migliori, nell'informazione, servono a unire sulla conoscenza dei fatti e a sostanziare le eventuali differenze di giudizio.
Sono giorni che la sincronizzazione non sincronizza più. Lo faceva, ha smesso. Una quantità di prove, tentativi, correzioni, aggiustamenti. Una perdita di tempo non indifferente. Nessun risultato accettabile. Sicuramente dipende dal fatto che non ho capito qualcosa. Ma anche dal fatto che iCloud non è facile e sicura come ci si potrebbe aspettare sia un servizio della Apple.
Ho chiuso iCloud. E sono tornato alla sincronizzazione diretta tra cellulare e computer. Quando scoprirò che c'è un modo per avere un servizio sicuro e stabile da iCloud tornerò a occuparmene.
Vedi anche:
Yes, I cloud
iCould non è facilissimo
Il passaggio ad iCloud
Il giorno di iCloud
È evidente che al momento in alcuni settori ci sono più probabilità per la nascita di imprese. L'energia è forse uno di questi. La ricerca scientifica è certamente un buon generatore di idee di impresa. L'edilizia lo è sempre, a modo suo. Ma forse la dimensione economica che più probabilmente produce nuove imprese è il digitale: in ogni caso, è piuttosto provato che internet e la digitalizzazione dei settori tradizionali siano occasioni per innovazione anche radicale e dunque per opportunità di far partire nuove aziende.
Se nella roadmap per i prossimi anni non c'è spazio per un'agenda digitale, si tralasciano le migliori occasioni per la creazione di nuova occupazione.
Vedi anche:
Dov'è l'agenda digitale del governo?
I cinque capitalismi e la sfida italiana
Ci sono due possibilità. Nella prima ipotesi, l'agenda digitale è una tale priorità del governo che non viene considerata come una funzione specialistica da affidare a un sottosegretario ma le azioni che richiede vengono assunte dalla collegialità del governo (infrastrutture e banda larga, istruzione e analfabetismo funzionale e tecnologico, sviluppo e facilitazione per l'avvio di nuove imprese, fisco e definizione delle aliquote nell'ecommerce, e così via). Nella seconda ipotesi, internet continua a essere vista come un giochino per amanti di Facebook, vagamente pericoloso per quelli che lavorano sui media tradizionali, poco comprensibile e dunque poco prioritario, e così via.
Eppure, il professor Monti conosce bene la Kroes, la McKinsey, e tutti gli studi che dimostrano come l'investimento nello sviluppo dell'economia digitale sia una delle migliori chance per il rilancio della crescita. Secondo questi studi, compresi quelli citati su Nòva24 domenica scorsa, le misure comprese nell'agenda digitale europea incentivano la nascita di nuove attività imprenditoriale, creano posti di lavoro, alimentano la crescita del Pil, migliorano l'inclusione sociale, diminuiscono l'analfabetismo, migliorano la trasparenza e la qualità delle pubbliche amministrazioni, con un ottimo rapporto tra investimenti e risultati.
Vale la pena di sperare che sia giusta la prima ipotesi.
Il prezzo delle azioni di Groupon è sceso sotto il valore di ipo. (DealBook). L'ennesima raschiata ai risparmiatori gestita da Goldman Sachs e Morgan Stanley (Bloomberg) è avvenuta nonostante che questa volta non mancassero le perplessità nei confronti delle azioni offerte (Economist). Il coro dei suggeritori ha comunque sovrastato le voci critiche.
Ecco il prezzo di ipo e il valore attuale di alcune aziende che si sono quotate recentemente (DealBook):
Demand Media - prezzo ipo: $17 - chiusura di martedì $6.85
Groupon - prezzo ipo: $20 - chiusura di mercoledì: $16.96
LinkedIn - prezzo ipo: $45 - chiusura di mercoledì: $66.00
Pandora - prezzo ipo: $16 - chiusura di mercoledì: $10.51
Renren - prezzo ipo: $14 - chiusura di mercoledì: $3.75
Yandex - prezzo ipo: $25 - chiusura di mercoledì: $20.05
Vedi anche:
Ipo - Groupon e Zynga stanno partendo
Chi si fida di Groupon
Nella foto: il team di Groupon nel 2009 canta in coro: si tratta di Bach BWV 248 No. 2 "Brich An, O Schones Morgenlicht", alla Chicago Lyric Opera (dal sito di Groupon).
Il nodo più difficile
I primi passi del nuovo governo sono stati sostenuti da un largo, apparente, consenso. Ma non sono mancate le critiche preventive. Critiche giustificate ma anche un po' preconcette, fino a che mancano le informazioni. Se il governo Monti ha qualche chance di far passare la sua linea, questa è legata alla sua capacità di informare correttamente e pienamente sull'economia, le ipotesi sottostanti le misure che deciderà, i risultati attesi. Niente fiction per Monti, altrimenti perde. Purtroppo, se c'è un fattore di debolezza fondamentale per il suo governo sta nel fatto che a occhio e croce incontrerà notevoli difficoltà a riformare il sistema dell'informazione, specie televisiva. Ma dovrà trovare il modo di informare correttamente lo stesso. ("L'operazione credibilità passa anche per l'operazione verità" dice un ministro a Repubblica).
Running on the roadmap
Si dice che una strategia di lungo periodo, anche se appoggiata a concetti forti come "agenda digitale" sia troppo lenta. I tagli immediati non possono ridurre il deficit se non sono accompagnati da misure che rilancino la crescita: ma quali misure hanno efficacia immediata? Sulla strada definita dalla roadmap accadono molte cose. Alcune subito altre in seguito. E il punto di avere una roadmap è proprio questo: sapere e far sapere che le azioni urgenti non dimenticano le azioni importanti. Sicché una delle ipotesi è questa. La crescita può essere sostenuta da aumenti di spesa o riduzioni di tasse, ma il bilancio non se li può permettere: in realtà si possono spostare le risorse in modo che producano di più. Sappiamo che ci saranno un poco più risorse per gli investimenti delle imprese e per l'occupazione, mentre si ridurranno le risorse per il consumo. Il che è sano. Ma può funzionare se le imprese possono contare su uno scenario chiaro e stabile, nel quale possono credere di poter giocare a loro volta una partita strategica. E questo è il motivo per cui la roadmap è fondamentale e può avere effetti immediati: se le imprese ci credono agiscono subito.
Decisionismo non è verticismo
L'Europa sarà una grande alleata di questo governo. E noi cederemo sovranità all'Europa in cambio di una maggiore influenza sulle decisioni europee. Abbiamo anche qualche bella soddisfazione in tal senso. (Sole). Le manovre da adottare saranno complicate e andranno prese con decisione. Un certo decisionismo sarà necessario, nei confronti della palude del sottobosco politico. Le scelte del governo dovranno apparire ineluttabili come è stata ineluttabile la nomina di Monti, altrimenti si impantaneranno nelle discussioni più inutili. Ma il decisionismo non è verticismo: il meccanismo di ascolto delle istanze sociali, culturali ed economiche della popolazione andrà rilanciato. Anche per sostenere il punto citato sopra: Monti vince solo se informa molto bene sulle compatibilità della situazione economica e delle scelte da operare. Anche per alimentare le energie d'impresa che ci sono in Italia. Da questo punto di vista, per quanto riguarda l'agenda digitale, si ricorda che Antonio Catricalà non ha dato un contributo di chiarezza sostenendo misure contrarie alla net neutrality per aiutare i giganti delle telecomunicazioni a scapito delle piccole imprese e delle start up (Repubblica).
Vedi anche:
Vicoli e opportunità in Europa - 22 novembre 2011
Il migliore dei Monti possibile - 21 novembre 2011
Downsizing expectations - 19 novembre 2011
Sviluppo è modernizzazione - 16 novembre 2011
On the roadmap - 15 novembre 2011
Dalle macerie alla ricostruzione - 14 novembre 2011
Una roadmap per gli italiani - 10 novembre 2011
Cognitively illiberal state - 3 novembre 2011
Il problema semantico-politico del ribaltone è infatti piuttosto complesso: si applica ai casi in cui un governo tecnico succede a un governo di destra, come a inizio 1995 appunto, ma non andrebbe applicato secondo la destra nel caso che deputati dell'opposizione ribaltino le loro posizioni per sostenere un governo di destra, come è avvenuto sul finire del 2010 al termine delle puntate dedicate all'uscita di Fini dalla maggioranza.
Forse il concetto andrebbe sostituito: dall'emotivo "ribaltone" al più semplice "ragione". Ma i precedenti della fiction non mostrano molto spazio per la ragione.
Oggi sono usciti i dati sull'utilizzo di Angry Birds.
La Rovio ha annunciato che sono stati distribuiti 500 milioni di copie di Angry Birds su diverse piattaforme. Le persone ci hanno giocato per 200mila anni in totale e per 300 milioni di minuti al giorno. I giocatori hanno lanciato 400 miliardi di uccelli contro i muri e le costruzioni da abbattere.
Di certo, la vicenda Wikileaks è piena di problemi, interpretazioni e questioni sottili. Che cosa sarebbe successo se Wikileaks fosse restata una piattaforma per anonimizzare i leaks, invece di tendere a diventare un editore? Daniel Domscheit-Berg, ex partner di Julian Assange, sostiene che Wikileaks doveva limitarsi a mettere a disposizione la piattaforma per consentire la pubblicazione sicura - per la fonte - di documenti riservati, invece di assumere un ruolo mediatico tanto importante. Ma N. Ram, direttore di The Hindu che in India ha pubblicato 5.100 documenti provocando una crisi di governo che ha messo in pericolo la coazione guidata dal primo ministro Manmohan Singh, è riuscito a farlo con un accordo preciso con WikiLeaks e il fondatore Assange. Ma Ram osserva che la complessità emersa nella relazione con Wikileaks va compresa fino in fondo. «Wikileaks ha cambiato le regole del gioco. Ha mostrato il potere della tecnologia e soprattutto il potere delle idee di libertà e giustizia. Ha dato ragione ai giornali che hanno preso il rischio di collaborare con gli hacker e i geeks. Ma mi ha anche convinto della necessità per i giornali di dotarsi a loro volta di una piattaforma tecnologica che li renda indipendenti da Wikileaks. Quanto all'idea che Wikileaks sia solo una fonte... Ho chiesto ad Assange che cosa ne pensasse prima di venire qui a Vienna. Ha risposto: "Wikileaks è ed è sempre stato un editore. Quando abbiamo materiale che non possiamo usare noi stessi o che è più rilevante per altri lo diamo per generosità e spirito di collaborazione a chi ne può fare uso". (Più informazioni in due post precedenti).
Ma un fatto è certo, ha detto ieri Morozov. Il modo con il quale il governo americano ha lavorato per contrastare e mettere in difficoltà Wikileaks e Assange ha ricordato i metodi di un paese autoritario non quelli di una democrazia: se si propone agli altri paesi di usare internet per aumentare la libertà di espressione, si cade in contraddizione quando invece in casa propria si contrasta un sito come Wikileaks facendo pressioni sulle aziende che lo appoggiano e isolandolo dalle fonti di finanziamento, screditandolo e non passando per un tribunale nel quale si possa difendere.
L'Economist si è intanto aggiunto al dibattito sul modello di business di Groupon. Il settimanale apprezza l'innovazione introdotta da Groupon ma considera il suo modello troppo facilmente copiabile e comunque troppo legato ai singoli diversi mercati locali, il che rende difficile apprezzare la strategia globale di Groupon. Il costo di acquisizione di nuovi clienti è troppo alto. E questo è il motivo per cui perde. (Notizia che tra l'altro smentisce quella pubblicata da Blodget).
Ma si è trattato di un'improvvisazione. Gli autori hanno minacciato uno sciopero. La critica cerca di tenere su l'attenzione. Ma il pubblico sembra disinteressato.
Secondo un sondaggio, quello che potrebbe innalzare il gradimento non è una dichiarazione ma un fatto. Secondo alcuni si dovrebbe trattare di un nuovo governo. Secondo altri di una decisione precisa che chiuda la lunga incertezza sulle sorti dell'economia. Sta di fatto che la fiction è ormai stanca e andrebbe sostituita nel palinsesto. Uno degli autori che preferisce non essere citato ha dichiarato: «Se quello fa di testa sua, qui andiamo tutti a fondo e io perdo lo stipendio».
Questa volta il premier italiano non se la sta cavando facilmente. È all'angolo. E quelli che gli stanno addosso non sono tipi da mollare. Da lui non vogliono altro che un minimo di decisioni, come se fosse un capo di governo vero. Se pensa di svicolare con una battuta, una frase indignata e l'attribuzione ad altri della responsabilità di decidere (la Lega, Bini Smaghi, la classe dirigente...) probabilmente questa volta si sbaglia.
Gli autori lo hanno messo in chiaro, con una scenetta tra due capi di stato stranieri.
Il problema evidente a tutti gli spettatori, nazionali e internazionali, è che questa volta il premier o decide o si toglie di mezzo. E lui tenta di non fare né l'uno né l'altro.
Nella prossima puntata, occorre una svolta. E gli autori si stanno interrogando su come possono creare qualcosa di credibile. Come fanno a farlo togliere di mezzo? O a farlo decidere? In una pausa per il caffè hanno lasciato le loro ipotesi sul tavolo. E questa intercettazione consente di dare uno sguardo a come potrebbe evolvere la fiction.
1. Togliere di mezzo il premier
a. Un governo che si reggesse sulla compravendita di parlamentari è legale? Se non lo è e questo può essere provato si può sciogliere e sostituire?
b. Un governo che deve prendere una decisione di gravità enorme per la sicurezza nazionale, un governo che non riesce a operare una scelta di fronte a una questione di difesa fondamentale della vita della popolazione italiana, può essere sciolto e sostituito dal responsabile ultimo della difesa?
c. Una quindicina di parlamentari possono abbandonare un governo che non decide di fronte a qualcosa che potrebbe mettere a rischio il sistema per seguire le indicazioni di un'autorità superiore e saggia?
(Già, questa roba è troppo di fantasia...)
2. Costringere il premier a decidere
a. L'opposizione esce con un'ipotesi di manovra per lo sviluppo e il contenimento dei costi della politica tanto sensata che la maggioranza non può non approvare
b. Tremonti esce con un un'ipotesi di manovra per lo sviluppo e il contenimento dei costi della politica tanto sensata che l'opposizione e un po' di maggioranza non può non approvare
c. Un gruppo di tecnici di chiara fama portano al presidente della Repubblica un'ipotesi di manovra per lo sviluppo e il contenimento dei costi della politica tanto sensata che la maggioranza e l'opposizione non possono non approvarla
(A rileggere sembra tutto completamente assurdo)
Una delle scelte dovrebbe avvenire entro tre giorni. Altrimenti? Beh, c'è chi pensa che non ci faranno niente perché non possono distruggere l'euro. Ma una cosa del genere dopo aver creato una simile aspettativa farebbe crollare l'audience. Senza contare che l'euro avrebbe un nuovo tracollo.
(Forse potrebbero minacciare il premier con una di queste ipotesi e vedere se si decide, in un senso o nell'altro. Entrambe le soluzioni farebbero crescere lo share. Probabilmente hanno deciso bevendo il caffè e hanno lasciato perdere tutte queste ipotesi).
E pensare che all'inizio nessuno scommetteva nel successo di questa fiction.
Reuters dice che vuole quotare il 5% delle sue azioni per raccogliere 540 milioni e arrivare a una capitalizzazione intorno ai 10miliardi. La metà di quanto ci si aspettava tempo fa. Ma più di quanto Google era disposta a pagare qualche mese fa. I regolatori hanno messo sotto pressione i contabili dell'azienda il cui capo è cambiato due volte recentemente. Molti considerano la valutazione attuale ancora troppo elevata.
Molti i critici del sistema Groupon. Non i consumatori, ma coloro che valutano la solidità del modello di business. Nel senso che provoca uno scarso vantaggio, se non un danno, ai negozi che accettano di concedere gli sconti. Quindi alla fine potrebbero abbandonare lo schema, rendendo inutile Groupon. Rocky Agrawal in particolare descriveva così lo schema: "Il trucco di Groupon è "indebitare" i negozianti con uno schema che non sembra un debito. E che non funziona se non cresce."
Il più appassionato sostenitore di Groupon è Henry Blodget. Vanta il fatto che Groupon è arrivato quasi - quasi - al profitto come una dimostrazione della validità del suo modello di business e prende in giro i critici senza rispondere sulla questione centrale. Definisce i critici di Groupon come "odiatori" di Groupon (come se non fossero razionali nella loro critica ma condotti da un fattore ideologico assurdo) e sostiene che la perdita attuale è tanto più piccola di quella che aveva il trimestre prima da poter essere definita un sostanziale guadagno (sort of). Nel titolo dice pareggia...
Henry Blodget è diventato famoso all'epoca della bolla di internet, come analista finanziario a Oppenheimer e Merrill Lynch, prevedendo valutazioni da capogiro per le aziende che si quotavano tra il 1998 e il 2000. Disse che Amazon sarebbe arrivata a 400 dollari. E ci arrivò. La bolla sosteneva le sue valutazioni. Lo stesso ceo di Amazon disse che erano valutazioni esagerate. Il crollo successivo allo scoppio della bolla fu una dimostrazione che si trattava di pura speculazione, cui un analista non avrebbe dovuto aderire con tanta appassionata mancanza di critica. Investì 700mila dollari di tasca propria in titoli internet pochi giorni prima dello scoppio della bolla. Li perdette quasi tutti.
Blodget è stato in seguito cacciato dall'industria finanziaria. Ma continua a dare consigli al pubblico sugli investimenti come ceo e direttore di Business Insider.
Henry Blodget si fida di Groupon.
Molti hanno discusso intorno al sospetto che la comunicazione pubblica di quel post non fosse un errore ma una mossa fatta apposta. In realtà, quello che diceva era interessante di per sé.
Quindi anche il suo post di oggi va letto per quello che dice, su Google e su Amazon. Anche se contiene un'assicurazione apparentemente sentita: non ha fatto apposta a pubblicare quel post, è stato un errore. Davvero.
Probabilmente è tutto vero. Troppa gente collegata in un momento solo (c'era peraltro da aspettarselo). Troppe funzionalità tutte da testare. E troppa complessità di comandi da settare.
MobileMe non era stata la migliore delle tecnologie della Apple. iCloud, quando finalmente se ne doma il settaggio appare certamente più utile ed efficiente. Ma per ora il lavoro online della Apple continua a essere migliorabile. Una centralina di controllo per governare i settaggi in modo più semplice, per gli utenti, non sarebbe stata una soluzione impossibile e avrebbe facilitato la vita a molte persone. Meglio peraltro essere riusciti a comprendere lo strumento attraverso un attento lavorio di prove ed errori: chi ci è passato è più consapevole di come funziona lo strumento e può scegliere meglio il suo rapporto con la "nuvola" in versione Apple.
C'è una contiguità storica tra le forme strutturali di illegalità come l'evasione fiscale, l'offerta di lavoro in nero e la criminalità. E se il potere se la prende con la produttività migliorabile del settore statale più di quanto se la prenda con l'economia illegale, come minimo non vede bene le priorità. Perché la scarsa produttività è un freno alla crescita del paese, ma l'illegalità è una sottrazione all'economia del paese, una causa di decrescita.
Le priorità dovrebbero essere ripetute costantemente, in modo che tutti siano allineati. E se non sono efficaci dal punto di vista demagogico, dovrebbero essere ripetute lo stesso.
La leggerezza con la quale troppo spesso si tratta l'economia illegale è un peso intollerabile per la crescita del paese.
In tante occasioni si sente parlare di fatti che dimostrerebbero aneddoticamente quanto detto (non ho particolari o nomi, solo fatti riportati). Insegnano, che il furto indiretto che produce all'economia nel suo complesso il comportamento criminale è anche più forte del furto diretto microeconomico.
Tanto per fare un esempio, un'impresa efficiente è stata battuta in una gara importante da un'altra della quale si dice che non paghi le tasse: l'illegalità è una forma di concorrenza sleale che fa vincere l'inefficiente illegale contro l'efficiente legale, mandando fuori mercato il secondo e rubando qualità e crescita all'insieme del mercato: il furto diretto all'impresa effeciente è inferiore al furto all'efficienza complessiva del nostro sistema e dunque alla sua capacità di crescere.
Nell'economia, non ci sono illegalità di poco conto, soprattutto nelle aree del paese più a rischio, se è vero che il passaggio dall'evasione fiscale alla protezione da parte della criminalità del colpevole è stato definito relativamente facile da magistrati ed esperti della lotta alla camorra in un convegno recentemente tenuto a Napoli sull'economia sommersa.
Se l'innovazione legislativa va nella direzione di favorire l'economia illegale, con la riduzione della gravità del falso in bilancio per esempio, con l'abuso dei condoni per esempio, la mancanza di chiarezza sulle priorità diventa visibile.
Per cui è persino troppo sofisticato osservare come la legislazione europea vada nella direzione di chiedere, per esempio, maggiore tempestività nel pagamento delle fatture: l'Italia non sembra in grado di ascoltare questa indicazione e le grandi organizzazioni italiane, in generale pubbliche e private, tendono ad allungare sempre di più i termini di pagamento delle fatture, facendosi finanziare dai fornitori, spesso piccole imprese che fanno sempre più fatica a trovare liquidità in banca. Questo è un modo non illegale di comportarsi se si guarda all'arretrato sistema legislativo italiano. Ma nella sostanza è una forma di furto alla crescita, alla fiducia e alla capacità innovativa del paese.
Come è persino troppo sofisticato chiedere, come faceva Innocenzo Cipolletta sull'Espresso qualche tempo fa, di condurre una lotta alla corruzione non solo nel settore pubblico ma anche nella grande impresa. La legge non chiama "corruzione" la mazzetta che si prende un manager per decidere di acquistare da un fornitore piuttosto che da un altro. Ma in contesti legislativi più moderni questo sarebbe preso in considerazione. Le regole del mercato vanno protette, altrimenti la funzione generativa della concorrenza viene tradita e il sistema non innova. In queste condizioni la crisi del settore pubblico è doppiata dalla crisi del settore di mercato. E le varie retoriche non hanno più corrispondenza alla realtà e alle priorità fondamentali.
Conclusione. Per valutare un programma politico si dovrebbe vedere in che posizione di priorità viene vista la lotta all'economia illegale rispetto alla richiesta di maggiore efficienza nel settore pubblico. Se la priorità è più alta per la seconda questione, il programma perde punti in maniera piuttosto significativa. Imho.
Insomma, ora iCould funziona.
Ed era colpa sua. Aveva creato da solo una decina di calendari in più che nessuno gli aveva detto di creare. Alcuni veramente assurdi e ripetuti. Che duplicavano i segnali e rendevano impossibile alla cloud di capire quale comando era quello giusto. Li ho eliminati, con sprezzo del pericolo, e magicamente tutto funziona.
È magnifico! Aggiungi un appuntamento e dopo poco arriva anche sul computer. Aggiungi un contatto sul telefono e lo ritrovi quando apri la rubrica del computer. Senza connettere più nulla. I terminali si sono liberati di vincoli che non avevano più senso. Il passaggio è effettivamente epocale. È anche una sfida alla nostra consapevolezza: non possiamo permetterci di non sapere come funziona se vogliamo coltivare anche la nostra privata capacità di elaborare. Se non vogliamo che la frase pragmatica di Steve Jobs quando ha presentato la sua nuvola («la verità sta nella nuvola») diventi una religione.
Può darsi che averci messo una settimana a connettere la mia roba ad iCloud sia servito anche a capirne meglio il funzionamento. In questo senso non è stato solo un male. Di cerco, la lezione è stata interessante pur avendo lasciato qualche ipotesi aperta.
Può darsi che i milioni di persone che si sono collegati tutti insieme siano stati difficili da gestire. Può anche darsi che il mio account si sia trovato in coda e abbia aspettato a propagarsi. Per finire può essere che i miei contatti e appuntamenti fossero veramente molti. Sta di fatto che eliminate le scorie che ha prodotto da solo il sistema ora va.
Ma mi domando: ci voleva molto a mettere sempre sulla cloud una centralina di comando che coordinasse i setting sui terminali, in modo che su questi ultimi ci fossero pochissimi comandi da attivare? E invece che ne sono decine in ogni terminale e diversi in diversi programmi e applicazioni. Questa volta Apple ha deciso di rendere la vita un po' più facile a se stessa e un po' meno facile agli utenti. (Ma ho l'impressione che arriveranno anche alla centralina, prima o poi).
Ora, però, ho connesso un Mac e un telefono. Mi resta da affrontare un altro Mac e un iPad. Ma non ora.
I post precedenti:
Il passaggio su iCloud non è facile
Update: iCloud non è facilissimo
Giustamente, nel 1969, Niel Postman, co-autore di Teaching as a subversive activity (qui un pdf libero), riprendeva la frase di Heminway per spiegare quale fosse il ruolo dell'educazione in un'epoca che non poteva permettersi di non coltivare il pensiero critico: il suo metodo di insegnamento tendeva a indurre all'apprendimento critico i ragazzi attraverso un percorso di lezioni a base soprattutto di domande. Qui un discorso di Postman. (Peraltro non esiste un'epoca in cui ci si possa permettere di non colvitare il pensiero critico e Nathan Gilmour propone una piccola bibliografia storica in materia di crap detection). A TED alcuni speech sono orientati a discutere e sostenere il pensiero critico.
E Howard Rheingold offre una serie di consigli pratici per riconoscere le boiate e alimentare il crap detector quando si consulta quello che è pubblicato in rete. Rheingold è chiaramente un grande sostenitore dell'innovazione provocata dalla rete, ma non si nasconde la quantità di spazzatura culturale che contiene. E anzi, proprio per proteggere la rete da un'involuzione che la renderebbe praticamente inutilizzabile, Rheingold propone di diffondere un sistema di crap detection sempre più diffuso. Che parte da noi e dalla nostra capacità di apprenderne e scambiarne i rudimenti fondamentali. (È bello questo argomento, perché è serio, ma chiunque se ne occupi, Hemingway per primo, scrive con una bella dose di ironia). «L'inquinamento online è enorme, ma risolvibile» dice Rheingold. I principi fondamentali per riconoscere le pagine web credibili e quelle che sono fondamentalmente boiate):
1. Chiediti chi è l'autore (se non c'è autore l'indicatore del crap detector sale molto)
2. Quando trovi l'autore vedi che cosa ha fatto in passato e che cosa ne dicono gli altri (ma cerca di qualificare anche questi altri che dicono qualcosa di lui)
3. Valuta il design del sito (mica deve essere superavanzato, ma se è troppo, troppo amatoriale può indicare un autore troppo solitario per essere davvero attendibile)
4. Vedi se l'autore offre documenti e link per attestare quello che afferma
5. Cerca se altri hanno linkato e citato questa pagina (e se l'hanno condivisa su posti come Delicious)
6. Non sei paranoico se sospetti che qualche sito sia fatto apposta per imbrogliarti
7. La regola generale è: triangola, fai verifiche. Se per esempio ti occupi di questioni di ricerca o scientifiche, prova a cercare l'autore anche nelle pubblicazioni che tengono traccia della conoscenza da lui generata (Rheingold cita: «use the scholarly productivity index that derives a score from the scholar's publications, citations by other scholars, grants, honors, and awards. If you want to get even more serious, download a free copy of Publish or Perish software, which analyzes scientific citations from Google Scholar according to multiple criteria.»)
Rheingold fa molti altri esempi e cita diversi altre letture da fare per sviluppare un buon crap detector. Tra questi: John McManus per identificare il giornalismo affetto da partigianeria; Snopes per riconoscere le leggende metropolitane; e Factchecked.org, di Annenberg.
In italiano, sappiamo naturalmente del grande lavoro che fa Attivissimo. Nel nostro contesto, probabilmente siamo dotati di un termometro del crap detector che segna sempre qualche cosa vicino al massimo: ma il sospetto e la malfidenza sono talmente costanti da diventare scetticismo e cinismo. Finisce che non crediamo a niente, neanche a noi stessi. Sarebbe meglio fare di più per individuare le boiate con metodo e costanza, in modo da distinguere anche le buone idee. E valorizzarle. Per essere autori della nostra vita, dobbiamo riconoscere le boiate. E poi sviluppare le buone idee. Fare migliori servizi di documentazione delle boiate e un'ottima idea. Imho.
La mia esperienza sulla complicatezza del passaggio a iCloud non è solitaria. In questo post riporto i commenti giunti dopo il precedente post. Contengono un po' di consigli e segnalazioni, qualche gesto di solidarietà e alcuni sorrisini di superiorità degli utenti di Google. Ricordo che stiamo parlando solo iCloud by Apple, non di cloud in generale.
Intanto, quello che ho capito
1. La verità sta nella cloud, parola di Jobs. E' L'utopia finale, il sistema cui si tende. Significa che quello che è sul server si impone sui terminali e li coordina. L'ultimo aggiornamento aggiunto su un terminale modifica la cloud e dunque gli altri terminali. In teoria.
2. Attualmente, soprattutto i calendari non vanno a posto facilmente. Gli appuntamenti sul server si scrivono bene, ma sui terminali si sovrappongono e duplicano.
3. Il problema sta nella gestione dei dati che arrivano dai terminali quando non si parte da zero ma si cerca di mettere insieme terminali che sono gia' pieni di dati.
4. Il Mac si trova meglio con la cloud di quanto non si trovi l'iPhone. Eppure dovrebbe essere proprio il contrario
5. Se togli dal cellulare il collegamento al calendario di iCloud, cancelli anche il calendario che avevi da sempre amorevolmente mantenuto sull'iPhone.
Avevo backuppato tutto prima di fare qualunque cosa, ovviamente. Non ho perso dati, solo tempo. E non mi sono avvicinato alla verità che sta nella cloud.
Si e' aggiunto un fatto strano. Aggiornando il cellulare via iTunes con il wifi, il calendario si riempie di dati corretti, ma gli appuntamenti cosi' segnati non si possono modificare dal cellulare.
Se tutto va bene, ok. Se qualcosa si intoppa, sono problemi. Non c'è un unico posto dove mettere in ordine tutti i settaggi. Sicuramente non era facile farlo per la Apple. Ma dalla Apple ci si aspetta che si occupino delle cose difficili per rendere la vita facile a noi.
Imparare come funziona è fondamentale per poter mantenere il controllo dei dati.
Vabbè. Dunque con pazienza si va avanti nella ricerca. Non avendo tanto tempo, la cosa si sta allungando. I colleghi di Nòva sicuramente se ne occuperanno (discolure: collaboro con Nòva).
Ma ecco i contributi dei commentatori. Il post dell'altro giorno. I post che hanno contribuito: Dario Bonacina, Andrea Contino, Mantellini, Gian Maria Brega. Goozo.
Giorgio Sebastiano - Tornando al post, Il passaggio al Cloud è soprattutto mentale. Ho portato al Cloud due società. La prima molto dinamica e con persone tutte molto motivate, ha richiesto 16, e ribadisco 16 ore di lavoro. La seconda, motivata ma più conservatrice, sta passando lentamente. Poi una terza, cui sto provando a cercare di portare la intranet sul cloud, anche a dimostrazione di risparmi pazzeschi e vantaggi sostanziali, sta traccheggiando. Non si fidano, hanno paura. Soprattutto non vogliono spendere per "idee", meglio il buon vecchio "ferro". Ecco, se proprio vuoi scrivere qualcosa sui tuoi articoli, di pure che una società è pronta per il cloud quando è disposta a pagare un'idea per il suo valore effettivo. in un'Italia di palazzinari, la vedo dura»
Francesco Lunelli - Mi pare che il post di Luca non sai così generico sul concetto di cloud quanto sul fatto che iCloud non sia di utilizzo così immediato come si penserebbe per un prodotto Apple. A mio parere iCloud ha una serie di svantaggi rispetto ad altre proposte analoghe sul mercato, l'unico vantaggio che dovrebbe avere sarebbe quello di essere immediata, semplice e plug&play per gli utenti Apple, mi par di capire che non sia così.
Il discorso sulla Cloud generica credo meriti approfondimento molto maggiore.
Ho un telefono, un computer piccolo e uno grande, un tablet. Tutti con la Mela. Ho upgradato al nuovo sistema operativo un computer e un telefono. Ho aperto un account iCloud. Ho sperato che tutto andasse a posto facilmente.
Non è andata così.
Le impostazioni sono molte e si incrociano in modi non intuitivi, probabilmente. Sta di fatto che i contatti sono andati, mi pare, bene. Mentre i calendari e i promemoria...
Gli appuntamenti si sono aggiornati, ma in modo che tutti apparivano due o tre volte (perché talvolta due e talvolta tre è il problema). I promemoria scritti sulla cloud apparivano qualche volta anche sul telefono (il qualche volta è il problema). I nuovi appuntamenti scritti sul telefono non apparivano quasi mai anche sulla cloud (e il quasi è il problema...).
Dopo due mezze giornate passate a tentare di risolvere questi affascinanti problemi, convinto che "la verità sia nella cloud" e l'ignoranza sia in me, ho deciso che sarò anche ignorante, ma quello che la Mela mi chiede non è poi tanto facile.
Ho cancellato i doppi o tripli appuntamenti e risincronizzato tutto con la connessione wi-fi diretta tra telefono e iTunes. Capirò un'altra volta. O forse leggerò dei consigli saggi e competenti qui sotto? Se così fosse sarei davvero grato agli autori...
ps. Se ci vuole consapevolezza per passare i dati in rete senza perdere il proprio controllo individuale sulle informazioni personali (come si diceva), capire come funziona e non solo far funzionare, sarebbe peraltro piuttosto importante...
Al World editors forum ha fatto sensazione tra l'altro il tema dell'analfabetismo funzionale italiano, chiaramente collegato alla scarsa circolazione dei giornali.
Un punto di partenza per questo tema è la definizione offerta dall'Ocse. "A person is functionally illiterate who cannot engage in all those activities in which literacy is required for effective functioning of his group and community and also for enabling him to continue to use reading, writing and calculation for his own and the community's development."
Un dato registrato nello Human Development Report, dell'Onu, segnala una situazione italiana particolarmente grave: in questo rapporto, del 2009, gli italiani che hanno problemi di analfabetismo funzionale arrivano al 47% della popolazione. Si direbbe tra l'altro che la situazione generale italiana sia peggiorata tra il 2009 e il 2010. Il tema generale è enorme e non è collegato solo a povertà o disoccupazione: Bbc, Guardian, Human poverty index. Evidentemente è un problema di sistema educativo e di alternative mediatiche: in un paese che fonda molta parte della sua comunicazione sulla televisione, la sfida a migliorare le proprie capacità di lettura e scrittura è ridotta. Da notare che l'analfabetismo funzionale non è l'analfabetismo tout court: riguarda le capacità di lettura, non il fatto di avere o non avere frequentato una scuola.
At the World editors forum, It made some sensation a figure about functional illiteracy rates in Italy, a subject that is clearly linked to the small circulation of newspapers.
You can start finding information about this subject by looking at the definition of functional illiteracy that is given by the Oecd. "A person is functionally illiterate who cannot engage in all those activities in which literacy is required for effective functioning of his group and community and also for enabling him to continue to use reading, writing and calculation for his own and the community's development."
Figures about the matter are published in the Human Development Report, by the Un: Italians that have problems with funtional illiteracy are the 47% of the population. The subject is huge and it is not linked only to poverty or unemployment: Bbc, Guardian, Human poverty index. It seems that the general Italian situation has worsened between 2009 and 2010. It is more likely a problem linked to the educational system and to media alternatives: in a country with a lot of television, challanges to improve one's ability to read and write are less important than elsewhere. It must be noticed that functional illiteracy is not the same thing as illiteracy tout court: it is about the actual ability to read, it is not about having or not passed some time at school.
«Le notizie sono diventate sociali, nel passato la gente le leggeva sul divano, oggi gli articoli si ricevono mentre si galoppa a cavallo». Sic.
Da un'intervista alla Huffington - che era a Parigi e sarà a Milano - di Federico Cella, su VitaDigitale, il suo blog per il Corriere.
Può essere per questo che se qualcuno si prende la responsabilità di qualcosa noi gli siamo grati. Limita la nostra libertà, ma ci aiuta a scegliere. La libertà non è essere competenti su tutto, ma scegliere nella convinzione di avere fatto tutto il possibile per decidere bene.
Affidarsi a un dittatore non è libertà. Fare tutto da soli non è libertà.
Quale sarà il punto di equilibrio tra troppa scelta e troppo poca? Ovviamente non c'è una risposta generale. Ma, se Schwartz ha ragione, almeno sappiamo che non è la crescita infinita delle opzioni a renderci felici.
Quindi la libertà e la felicità hanno a che fare con:
1. aumentare la conoscenza di come stanno le cose
2. aumentare i motivi consapevoli per cui ci fidiamo degli altri
3. avere un senso del limite che avvicina le aspettative alla realtà
Le politiche contro la libertà e la felicità sono quelle che fanno il contrario:
a. comprimono la cultura e la diffusione della conoscenza
b. spingono ad avere paura degli altri per motivi irrazionali
c. alimentano illimitatamente le aspettative.
Con queste strategie retoriche, quelle politiche fanno aumentare la dipendenza da chi si pensa possa soddisfare tutti i desideri.
La ricerca dell'equilibrio è una strada molto più complicata.
Scuola, conoscenza, pacatezza, costruiscono libertà e felicità. Chiunque presenti tutto questo come una rinuncia e ne parli come una perdita di tempo è un aspirante dittatore.
Per come l'abbiamo conosciuta finora, la televisione è un medium che alimenta le aspettative all'infinito, spinge a considerare il consumo come un elemento di soddisfazione illimitata, raccoglie molta audience quando diffonde la paura, fa credere che si possa scegliere tra tante cose e in realtà chiede semplicemente di continuare a guardare la tv.
La ricerca dell'equilibrio passa da media apparentemente più complicati, come quelli che si sviluppano con internet.
Internet non garantisce l'equilibrio. Anche perché il suo primo effetto è di aumentare la scelta, con il paradosso di Schwartz. Ma crea condizioni meno favorevoli al pensiero unico che fingendo di alimentare la scelta in realtà aumenta la dipendenza.
L'equilibrio non lo daranno i media. Lo troveremo noi.
I conservatori hanno in genere poche idee. Di solito sperano che le cose restino come sono. Lavorano per custodire quello che esiste. Talvolta si dividono tra coloro che vogliono conservare tutto e coloro che vogliono conservare solo quello che c'è di buono tra le cose che esistono.
I dittatori hanno una sola idea. Quella di restare al potere. Tutte le altre idee sono strumentali a questa. Quindi offrono solo un'alternativa: o la dittatura si accetta o si rifiuta.
La struttura del consenso viene influenzata da queste caratteristiche dei soggetti presi in considerazione. Il consenso si divide tra le molte idee degli innovatori, tra le poche idee dei conservatori e tra le due opzioni poste dai dittatori. Semplificando, l'innovazione è una questione di nicchie più o meno vaste. La conservazione aggrega un po' di più. La dittatura è fatta per aggregare tutti. È facile acconsentire a un dittatore e ci vuole molto coraggio per dissentire. È più difficile dimostrare perché adottare un'innovazione ed è ben poco rischioso dichiararsi contrari a un innovatore. La valutazione dell'innovazione richiede una certa attenzione e competenza.
Al massimo gli innovatori riescono ad aggregare un numero di persone superiore all'entità delle nicchie cui si riferiscono le loro innovazioni per motivi di carisma, di biografia, di fascino. E quando le loro innovazioni riescono a soddisfare molti punti di vista contemporanemente. Ma molto raramente quegli sconfinamenti portano a consensi maggioritari sul merito delle loro innovazioni.
La discussione su Steve Jobs è stata un esempio lampante di questa situazione. Grazie al suo carisma e alla qualità della sua biografia ha raccolto un consenso molto più vasto di quello raggiunto dalle sue stesse opere. Ma le sue innovazioni sono discusse e difficilmente maggioritarie (se non per nicchie, come nel caso della musica).
Proprio nel giorno più adatto a celebrare la storia di Steve Jobs non sono mancate le critiche al suo operato. E si può star certi che queste argomentazioni cresceranno nel tempo. Il più duro critico è stato Richard Stallman che ha visto nell'opera di Jobs un effetto maligno sull'informatica, per la chiusura privatistica delle sue architetture. Stallman, il pioniere del movimento per il software libero peraltro viene spesso criticato per il fatto che in fondo tutto quello che ha fatto è stato possibile grazie ai finanziamenti del Pentagono. Alla fine ciascuno dei due è criticabile, ma varia il contesto valoriale dal quale partono le critiche. La moltiplicazione dei punti di vista sull'innovazione e sui modi per valutarla divide il consenso degli innovatori tra molti modelli e molte idee, disaggregando l'opinione generale in nicchie più o meno grandi.
Forse è per questo che in televisione, dove si possono analizzare meglio le questioni semplici, tipo sì o no, vanno meglio coloro che hanno meno idee da discutere. Forse è per questo che su internet c'è più spazio per le interminabili discussioni degli innovatori.
Ma non è detta l'ultima parola. Perché la televisione sta moltiplicando i canali. E internet sta cercando nuove forme per arrivare a soluzioni sintetiche.
Una popolazione abituata da 30 anni a dibattiti fatti solo di "sì" contro "no" dovrà riconfigurare alcuni suoi tratti culturali per poter comprendere i nuovi dibattiti che emergeranno in questa situazione. Questi resteranno minoritari a lungo. Ma faranno apparire sempre più chiaramente i dibattiti apparentemente semplici che prevalgono oggi in tv per quello che sono: banali. Già oggi ci sono dibattiti nei quali i conduttori riescono a superare la gabbia del "sì" contro "no". Ma non sono moltissimi. L'evoluzione dei media potrebbe far ritenere che i programmi un poco più complessi potranno diventare più numerosi.
ps. Dal punto di vista culturale, 30 anni di dibattiti strutturalmente banali, quelli dove si può scegliere solo tra "sì" e "no" hanno lasciato macerie intellettuali e certamente richiederanno una ricostruzione, come un dopoguerra. Chi si vuole impegnare in questo dovrebbe sapere che sarà comunque un'attività di nicchia e che, probabilmente, non genererà dei risultati maggioritari per parecchio tempo. Questo era un contributo alla riflessione di Luca sulla scarsa audience di un programma sull'innovazione.
La legge in discussione si riferisce alla stampa, ai giornali diffusi con qualunque tecnologia ma comunque ufficialmente registrati come testate, come aveva previsto l'avvocato Tomaso Pisapia che avevo sentito prima della novità.
Il testo della legge, via Guido Scorza, è in questo pdf. Il testo del comma era davvero ambiguo: "Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilita` della notizia cui si riferiscono". Secondo l'avvocato Tomaso Pisapia, però, il comma si presentava come modifica alla legge 8 febbraio 1948, quella che contiene le "Disposizioni sulla stampa". Quindi a suo parere restava comunque confinato alla stampa. E dunque tra i siti informatici interessati non avrebbero dovuto esserci Wikipedia, i blog, ma nient'altro che i giornali online registrati come tali.
La protesta era stata enorme, divertente, vigorosa. Impossibile citare tutte le iniziative contro il comma 29. Mi scuso con tutti coloro che non cito. Tra quelli che ho notato ci sono Guido Scorza. ValigiaBlu. Isoladeicassintegrati. Luca Nicotra. StampaLibera. Angelo Ricci. Il magnifico pezzo di bravura di Metilparaben. La divulgazione di Byoblu. La simpatica spiegazione del Disinformatico. L'appoggio di Ethan Zuckerman. E per finire la clamorosa decisione di Wikipedia che aveva fatto notare come, presa alla lettera, la norma impediva all'enciclopedia di lavorare perché aboliva la validità delle informazioni documentate e le sostituiva con le notizie che piacevano ai richiedenti le rettifiche: un paradosso senza precedenti che avrebbe trasformato un tentativo di censura in un vero e proprio sistema per legalizzare e moltiplicare ogni forma di manipolazione della realtà.
Chissà quale di questi elementi ha convinto i parlamentari. Di certo si sono accorti che la rete si difende e che ha un seguito crescente. Avrebbero dovuto capirlo già all'epoca dei referendum. Forse l'avevano capito tanto bene che tentavano di mettere paura a chi la usa. Forse continueranno in questo stillicidio di norme anti-rete, prima proposte e poi abbandonate, che lasciano la sensazione, in chi non segua attentamente queste vicende, che la rete sia un po' pericolosa e difficile da usare. Un effetto che va assolutamente combattuto. Magari facendo crescere formule di autoconsapevolezza, come quelle proposte su Timu che propone a chi fa informazione online di dichiarare apertamente che crede in un metodo responsabile di produrre notizie e approfondimenti. (Il bollino colorato in fondo a destra in questo blog porta alla semplice presa di coscienza proposta da Timu).
Ora però il complesso della legge sulle intercettazioni andrà avanti. E sarà dura per i giornali. Molti giornalisti hanno appoggiato la rete nella lotta al comma 29. Ora sarà bene che la rete appoggi i giornali nella lotta contro gli aspetti più assurdi del resto della legge. (cfr. Repubblica)
La questione è importantissima: la legge può modificare il modo in cui sono fatte le intercettazioni e i tempi della loro trasformazione in documenti pubblici (si può essere più o meno d'accordo, ma questo è un dibattito che ha un suo senso); ma il principio secondo il quale i giornali possono pubblicare i documenti che trovano è assolutamente fondamentale. Si può anche discutere su quanto sia illegale fare uscire certi documenti dalle segrete stanze dei tribunali - fino a che per legge sono segrete - ma sta di fatto che quando dei documenti veri e verificati sono nelle mani dei giornali questi devono poterli pubblicare. In quelle occasioni, saranno puniti coloro che li hanno fatti uscire, ma non i giornali e i giornalisti che li hanno pubblicati. Altrimenti sarebbe lesa la libertà di stampa in modo molto grave.
Non c'è dubbio che la possibilità di richiedere una rettifica a un sito che consente alle persone di contribuire alla conoscenza pubblica e che è organizzato in modo che le correzioni e i miglioramenti siano autogestiti è ampia. Wikipedia può incontrare sulla sua strada una quantità di occasioni in cui qualcuno può attivare la richiesta di rettifica e spingere l'enciclopedia ad entrare nelle situazioni previste dalla famigerata nuova legge. Con rischi che Wikipedia non potrebbe permettersi di correre. Non solo per timore di sanzioni monetarie ma anche e soprattutto per questioni di metodo e di verità.
È una follia la nuova legge e il suo comma 29. Non ci vuole un giudice per far entrare un sito o un blog nel mirino delle autorità. Basta solo che qualcuno si senta danneggiato da qualche contenuto di quel sito o di quel blog. E a quel punto scatterebbe l'obbligo di sostituire le frasi ritenute lesive con altre frasi giudicate corrette dal supposto danneggiato. Indipendentemente dalla loro corrispondenza a quanto risulta da documenti o basi di informazione relativamente oggettive.
In sostanza, può avvenire che su Wikipedia o su un giornale o su un blog si scrivano informazioni ottenute correttamente, con tanto di prova documentali e dimostrazioni trasparenti; e può avvenire che qualcuno si senta danneggiato dalla diffusione di quelle informazioni; quindi può avvenire che Wikipedia, un giornale, un blog siano costretti a sostituire ciò che hanno trovato e dimostrato con le frasi soggettivamente soddisfacenti per il supposto danneggiato.
È una follia per chi pensi che si debba sapere come stanno le cose. È del tutto normale per chi ragiona come se tutto fosse pubblicità e comunicazione: secondo quel modo di pensare, si fa sapere solo ciò che fa comodo, il resto deve stare sotto silenzio altrimenti danneggia. Più che censura, questa sarebbe manipolazione organizzata.
A forza di comprimere la libertà e impedire la conoscenza dei fatti, si generano reazioni sempre più forti. Perché non esiste potere che riesca a impedire all'informazione di circolare e alle persone di arrabbiarsi. Neppure un potere ipnotico televisivo.
(Da non perdere, sulla questione della latente e inespressa ribellione italiana, la riflessione saggiamente incoraggiante di Ethan Zuckerman. La visione di lungo termine e la tattica d'azione si preparano a convergere, forse. A partire dalla lotta contro il comma 29).
Gli interventi erano concentrati sul racconto di storie analoghe. Chi ha imparato a fare il falegname a San Patrignano, ritrovando un senso e scoprendo a che cosa poteva dedicare l'esistenza. L'energia della comunità che ha riconfigurato la vita quotidiana delle 76 famiglie che stanno nel palazzone Torre19 a Bologna con l'idea della tv di condominio. La scuola di cinema che ha dato un luogo di aggregazione nel quartiere più degradato di Bari....
La dimensione della comunità, accanto a quelle del mercato e dello stato in profonda crisi, è chiamata a fare un salto di qualità. La comunità che parte dalla migliore e più consapevole gestione e valorizzazione dei beni comuni si candida ad affrontare in modo contemporaneo, efficiente e produttivo i temi economico-sociali che non hanno soluzione nel paradigma pagamento-funzione. Le macerie culturali tra le quali viviamo sono i resti di un sistema che non funziona più, insostenibile sul piano finanziario, relazionale, identitario... La comunità non ci esime dalla ristrutturazione di stato e mercato e non ne può fare a meno: ma è una dimensione nella quale i cittadini diventano attivi. E imparano il marketing sociale, la produzione sostenibile, lo scambio di doni, l'efficienza di gestione e la strategia di sviluppo. E i cittadini che fanno innovazione sociale imparano a raccontare le loro storie per migliorare l'informazione e non essere più soli.
Johnny Dotti, Federico Samaden, Marco Musella, Giovanni Vietri, Alex Giordano, Ruggiero Cristallo, Giampaolo Colletti. Fondazione con il Sud. Fondazione Ahref. Timu. (Comunicato per saperne di più).
Una sorta di velo di confusione e rumore impedisce di vedere oltre la crisi. Ribellarsi è un'opzione, ma senza strategia non attrae fino in fondo: e però una strategia trasformerebbe la rivolta in una rivoluzione. Prepararsi al dopo è decisivo, anche per passare all'azione oggi. (Già... La riflessione continua...).
Puntate precedenti - Il tema della ribellione in Italia visto dall'estero
Viaggiando all'estero, dicevo in due post di qualche giorno fa, mi chiedono spesso: «perché gli italiani non si ribellano?». Non voglio riassumere quei post. Solo ricontestualizzare il tema per aggregare i commenti. Per chi si stupisca di questa domanda la spiegazione è semplice.
Le cronache dedicate all'Italia di molti notiziari stranieri danno conto del fatto che l'Italia sta mettendo a rischio la stabilità dell'economia globale e la causa, semplificata ma realistica di molti media internazionali, è l'incapacità del suo governo di gestire la crisi. L'urgenza del momento e la difficoltà del sistema politico a rinnovarsi per via normale, essendo piuttosto bloccato da un gruppo di potere incredibilmente arroccato sulle sue poltrone, fa emergere l'opzione a prima vista stupefacente della ribellione.
Ma lo stupore è meno vivo se si guarda alla situazione con occhi distaccati. Vista dall'estero, l'Italia è un ottimo produttore di merci di qualità, è una meta turistica di prima importanza, è un luogo della cultura antica e tradizionale, è un paese di mafia e spazzatura, certamente conta poco politicamente. Ma in questo momento è al centro dell'attenzione perché il suo debito pubblico fa venire l'acquolina in bocca agli speculatori e mette a rischio la tenuta dell'euro e della finanza globale. Visto dall'estero il governo è guidato da una persona che pare pensare a tutto salvo che a tenere la rotta dell'economia del paese. I suoi comportamenti scandalosi non appaiono perdonabili in molte democrazie occidentali dove i politici si dimettono per infinitamente meno: ma sarebbero affari degli italiani se non fossero collegati con l'incapacità di guidare il paese fuori dalla crisi. Cambiare capo del governo appare dunque una necessità, è l'opinione prevalente per chi accetta quest'analisi, ma se il parlamento non ci riesce, allora la popolazione deve intervenire.
Se gli italiani non fanno nulla, la vergogna per questa situazione non è più solo del capo del governo e diventa anche la vergogna anche dei governati. Certo, i più avvertiti sanno che il sostegno al governo è dovuto anche all'incredibile controllo dei media da parte del capo della forza politica di maggioranza. Questo, però, significa che la democrazia italiana non è compiuta e il sistema si configura come semi-autoritario.
In altri paesi del Mediterraneo a dubbia democrazia, la ribellione popolare è riuscita a cambiare governi autoritari e inefficienti, perché non succede in Italia?
Ovviamente, l'assunzione di partenza, quella secondo la quale l'Italia non è una vera democrazia, appare piuttosto estrema. Molti italiani pensano di essere in una democrazia e sono convinti che la situazione si possa riformare per via elettorale.
La chiara vittoria della visione critica nei confronti della politica attuale che si è realizzata nel caso delle elezioni di Milano, Napoli e Cagliari, e soprattutto nel caso dei referendum, avvalora questa tesi. Anche perché è stata una vittoria che ha dimostrato come la televisione non sia in grado di controllare le coscienze fino al punto di impedire l'espressione della volontà popolare: la televisione ha osteggiato in modo palese i referendum, non dandone conto se non in modo sporadico e qualche volta impreciso, in piena coerenza con la campagna favorevole alla diserzione delle urne, mentre l'informazione che si è prodotta in rete appoggiata da molti giornali cartacei tradizionali è riuscita a mobilitare le persone e a convincerle ad andare a votare. La via democratica al rinnovamento, insomma, appare ancora aperta. E, per chi consideri importante quella vicenda, questo significa che la ribellione può attendere.
Purtroppo però le conseguenze delle elezioni locali e del referendum sono restate limitate a quei casi. Il governo è restato al suo posto e il blocco decisionale che impedisce di affrontare la crisi attuale resta.
Di fronte alla crisi il governo ha prima tentato di negare ancora una volta l'urgenza, poi sulla scorta delle pressioni della Bce ha deciso una manovra, per poi modificarla un'infinità di volte. Attualmente, si è bloccato sulla nomina chiave della guida della Banca d'Italia. In ogni caso, le decisioni sembrano prese in reazione alle pressioni dei mercati e dei partner europei, non c'è strategia di crescita economica, non c'è visione. Il tappo al rinnovamento del paese resta. Con esso resta l'ipotesi della ribellione.
Le spiegazioni storiche della mancata, per ora, ribellione degli italiani
La ribellione, tuttavia, per ora non si vede. Ci sono molti gruppi di protesta, certo, molte aggregazioni critiche nei confronti del governo spesso organizzate online, discussioni infinite sulla casta, la classe politica, l'inadeguatezza dell'opposizione, gli scandali, e quant'altro. Ma certo non c'è niente che si possa chiamare "ribellione" e che abbia la forza di fare l'agenda del paese con qualche possibilità di rinnovare la politica.
Nei post precedenti si sono ricordate alcune radici storiche di questa situazione.
Gli anni Settanta sono ancora presenti nella memoria del paese. Il terrorismo di destra e di sinistra non ha mai raggiunto una capacità di attrazione significativa nel paese e ha invece lasciato il ricordo dell'unico risultato di quel genere di azione: la devastazione inutile e insensata della violenza.
Gli episodi successivi, con i casi delle dimostrazioni di alcuni gruppi di no global, le vetrine rotte e gli scontri con la polizia, hanno lasciato altre terribili immagini nella memoria.
Lo stato non ci ha fatto mai una gran figura, ma di certo non l'hanno fatta neppure i violenti. La ribellione distruttiva non è un'opzione che possa raggiungere una qualche forma di consenso significativo in Italia. Per ora.
D'altra parte, la società italiana è profondamente divisa. C'è una parte importante della popolazione che viene definita dall'Ocse "funzionalmente analfabeta": addirittura un terzo degli italiani non sanno comprendere quello che leggono. Il loro accesso all'informazione è completamente legato alla televisione e corretto solo dal passaparola nel loro entourage. Un decimo della popolazione è ipercollegato, legge e si informa con una dieta mediatica ricchissima, non manca di informazioni dall'estero e ha la capacità critica sufficiente a comprendere la gravità della situazione. Ma non è certo una categoria unitaria. I giovani sono quasi tutti connessi ma spesso non hanno modo di coltivare speranze, in moltissimi casi basano la loro sussistenza sull'aiuto dei genitori, potrebbero essere disposti a rischiare se vedessero qualcosa per cui rischiare: una politica di protesta, un'opzione imprenditoriale, una fuga all'estero, sono possibili ma solo per coloro che vedono come realizzarle. In molti casi, la loro storia è legata alla conquista di un brandello di contratto a breve termine, con pochissime chance di sviluppo che verrebbero annullate se il loro comportamento fosse meno che disciplinato. Poi ci sono i leader dell'innovazione, presenti nelle università, nelle imprese, nelle associazioni e fondazioni, persino nelle amministrazioni pubbliche: ma si tratta di persone apparentemente isolate, che portano avanti il loro senso del dovere e la loro passione rinnovatrice in un contesto che certo non li aiuta. Altri sono criminali: evadono le tasse, costruiscono dove è proibito, fanno attività illegali. Altri hanno fede e aspettano. Altri sono connessi e lavorano per costruire network, ma il loro lavoro è ancora ai primi passi: influiscono sull'agenda sporadicamente e non stabilmente.
Una ribellione è spesso l'iniziativa di una minoranza che riesce però a interpretare una domanda di rinnovamento maggioritaria.
In passato, una ribellione di successo veniva portata avanti dalle élite sociali e culturali oppure dalle avanguardie rivoluzionarie e le sue probabilità di ottenere risultati erano dovute al contesto di una società compatta, nella quale i modelli sociali e i legami organizzativi erano facilmente leggibili. Ceti sociali ben individuati, aristocrazia, borghesia, proletariato: pochi leader potevano far crescere un cambiamento di valenza generale.
Nella società dei media di massa questa condizione si è progressivamente sciolta in una struttura sociale molto meno coesa. I ceti sociali sono in un certo senso spariti, mentre sono cresciute le aggregazioni informali e si sono sviluppati i cosiddetti "target": gruppi di interessi comuni, aggregazioni omogenee per capacità di spesa, età, localizzazione geografica, hobby, professioni e quant'altro. I media hanno cercato di interpretare la popolazione in termini di target e l'hanno raccontata coerentemente, fino a influire sulla realtà e fare emergere davvero dei gruppi separati di persone. Il disorientamento è stato gestito dalle poche centrali emittenti di senso e informazione. Fino a che ha tenuto, questo sistema è servito ad aumentare i consumi e ridurre le tensioni sociali. Ma era troppo artificiale per tenere a lungo. Non tiene più. Non corrisponde alla realtà e all'esperienza. Anche perché i media di massa stanno rifluendo nel passato.
Le persone oggi non si riconoscono in un target, sentono di vivere identità multiple, interessi insieme contrastanti e coerenti, linguaggi e ideologie divisive, senza corrispondenza con le classificazioni tradizionali e con quelle del marketing. Inoltre, la rete consente loro di unirsi in gruppi che possono scegliere di volta in volta, non necessariamente con coerenza, molto spesso però in modo più curioso che strutturato. La società è diventata un insieme di minoranze nessuna delle quali sembra capace di esprimere qualcosa di generale. Ma la stessa rete offre opportunità nuove anche per la riunificazione dei comportamenti. Suggerendo la sperimentazione di soluzioni continuamente nuove. Il cui effetto finale deve ancora essere valutato appieno. Si sta coltivando l'emergere di un nuovo modo di rappresentare la società. Non ne vediamo ancora la forma intera.
Lo spaesamento è evidente. La capacità di leggere le conseguenze delle proprie azioni è scarsissima, almeno per quanto va oltre il quotidiano o poco più. L'ipotesi di rischiare qualcosa per una ribellione non trova il punto di appoggio intellettuale, culturale e politico per dar modo all'azione di svilupparsi. Si direbbe che prima di tutto occorra una ristrutturazione culturale. Un passaggio intellettuale che ricostruisca una visione condivisa. Dalla quale può emergere anche velocemente non una ribellione di breve termine ma una rivoluzione orientata al qualcosa di più lungo termine. E i commenti apparsi dopo i primi due post lo confermano.
I commenti - Le reazioni delle persone che hanno voluto partecipare alla discussione
Cerco di riassumere per punti le posizioni emerse nel corso della discussione sull'opzione della ribellione in Italia.
1. Non è un fatto solo italiano. L'Italia ha le sue specificità. La ribellione non sarà violenta.
Joi Ito, direttore del MediaLab: «I've called for the overthrow of the Japanese government many times and the funny thing is that many government and corporate leaders agree with me. However, rebellion never happens in Japan. There are many differences but many similarities.
It's very interesting to read your post and reflect on these similarities and differences, but I think the Arab Spring shows us that even in very unlikely places, a dash of courage and timing can cause unexpected results.
Good luck in your reform/rebellion. When you finish, come and help me in Japan. ;-)».
John Lloyd, capo del Reuters Institute for the Study of Journalism: «I dont think, like you, Italy needs a rebellion. There is a world of difference between Italy and the Arab states; most of all, in that Italians freely elect governments (it seems, very sadly, that the rebellions there will not achieve anything like democracy, or even better rule: though we should still hope) the issue is perhaps allied most closely to what you write: that many depend more or less completely on TV for news and opinions, and vote accordingly. Thus there must be a crisis - as there now is - to force change. At root is the corruption of the media».
Alex Roe, di ItalyCronicles: «An interesting piece. As a foreigner who has lived in Italy for over 10 years and who has written about this nation since 2005, I'd agree that a bloody revolution is not the answer to Italy's ills.
What Italy badly needs is a credible leader who believes in the country and Italy needs direction - it has none and is going round in ever decreasing circles.
This country has huge potential - but does not realise this, nor is it capable of realising its potential. Perhaps it's because Italians are too small minded.
Look at other nations - see what works and emulate it. Find out what does not work in Italy and make it work. It can be done - where there is a will, there is a way.
And to kick things off, Italians need to trust each other more and not try to rip each other off.
Forza, Italia! You can do it - if you want to...».
Giuliano, psichiatra e psicoterapeuta: «Splendido articolo dai tantissimi meriti:
- innanzitutto la volontà e la capacità di mettersi nei panni di una straniero, meglio se d'oltreoceano, e di guardare all'Italia senza tabù. Solo così è possibile quell'ipotetico raffronto con il Nord-Africa e con le sue rivoluzioni, raffronto che istintivamente ferisce la nostra vanità di europei.
- la riuscita sintesi di un ventennio di storia politica e sociale - e dunque anche massmediale - senza semplificazioni superficiali e/o forzature ideologiche. Certo manca il riferimento all'opera del principale partito di opposizione ma tale assenza è metafora dell'assenza di incisività della sinistra.
- capacità di differenziare gruppi e complesse dinamiche sociali ma di cogliere dietro le differenze quell'atmosfera diffusa di sfiducia in cui viviamo con la terribile quanto veritiera constatazione "And cynism leads to terror or to helplessness. We had terror in the past. Now we are experiencing helplessness".
- l'intuizione di una soluzione in un processo culturale di lunga durata in cui esperire insieme il nuovo, ri-raccontarsi (i traumi passati, i presenti timori, le speranze ma anche le paure future) in una sorta di collettiva terapia della parola, "talking cure" di gruppo, in cui lo spazio "terapeutico" di ripstto e dialogo è dato da nuove regole condivise.
- e soprattutto, quello che più ammiro, il coraggio di mostrare anzichè reprimere una personale contagiosa passione umana e civile senza la quale nessuno sviluppo, nessun rinnovamento culturale è possibile.
Grazie di cuore»
Marcello Barnaba, Sindro-me: «Man,
thank you for writing this. I share your ideas and your analysis, and I feel that we have to overcome the cultural barriers that separate ourselves and inhibit us to think that we're all on the same boat, with the same needs and issues, and by working together for a common goal we can accomplish everything we need.
It's a golden dream, but maybe it's not too far - as long as we keep pushing :).
Peace!»
Carlo Nardone, tecnologo: «Grande! Mi ricorda una considerazione di Umberto Eco riguardo alle domande che gli rivolgono i suoi amici stranieri sull'Italia.
Secondo me la chiave del "conundrum" e' come smuovere quel 55% medio non completamente illiterato e non ultraconnesso.
Attenzione a un paio di "were" che dovrebbero essere "where" e ancora complimenti per aver tratteggiato una perfetta storia dell'Italia recente per chi, nonostante tutto, ci vuole bene all'estero.»
2. Segnaliamo, discutiamo, connettiamo....
Da Twitter:
EthanZ Ethan Zuckerman
The possibility of an Italian revolution, from @lucadebiase, who explains why it hasn't happened yet: bit.ly/py90ID
madroot11 Matteo Radice
yes we need the change u talk about. We only need to learn again who we are as Italians picking up good things of our history.
cleliabrigitta brigitta
Acuta e interessante la tua analisi sull'assenza di ribellione in Italia. Concordo: è necessario un mutamento culturale.
LadyZivago Lady Živago
@newsfromitaly @lucadebiase if the people are not #aware, can not win any battle
newsfromitaly News from Italy
@LadyZivago Seems to be an absence of civil conscience in Italy, alas.
newsfromitaly News from Italy
@LadyZivago Seems to be an absence of civil conscience in Italy, alas. @lucadebiase
LadyZivago Lady Živago
@newsfromitaly @lucadebiase the problem is the #insane stubbornness to always be guided by someone. When the #civil conscience ?
newsfromitaly News from Italy
Many Italians are angry, very angry, but not rebellious bit.ly/oeJTi3 #Italy #comment @lucadebiase
alessiobau Alessio Baù
Su "The case for an Italian ribellion" di @lucadebiase e i desideri di noi giovani per l'Italia e per la rivoluzione goo.gl/AjC3F
eriklumer Erik Lumer
@lucadebiase great post! IMHO, Italians are lacking more than a shared vision. Also shared ethics and contemporary role models.
fedecherubini Federica Cherubini
@lucadebiase The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen. bit.ly/rouyYG
@valedowney and 3 others retweeted you
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...
MagriBellabarba Magrì Bellabarba
Tecnopassioni Daily is out! bit.ly/e1jG6O ▸ Top stories today via @lucadebiase
timetit Tiziana Metitieri
Helplessness. Shared vision. Rebellion. Italy. Mi torna in mente il bel post di @lucadebiase
clovisml Clóvis Montenegro
The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - @LucaDeBiase bit.ly/oewxG4
lucad1 luca dello iacovo
@lucadebiase ricordo bruce sterling a milano: disse che l'Italia era all'avanguardia nell'innovazione politica (risorgimento, fascismo, ecc)
2lifecast 2lifeCast
@lucadebiase The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen bit.ly/oeJTi3
tomcorsan tomcorsan
@lucadebiase The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen bit.ly/oeJTi3
@gattardi and 9 others retweeted you
25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...
baffino_ Gabriele Orsini
@lucadebiase and the italian rebellion goo.gl/tfNU2
@bitforbit and @batty82 retweeted you
26 Sep : while preparing a follow up in Italian to "the case for an Italian rebellion", further comments are very welcome.. blog.debiase.com/2011/09/the-ca...
bitforbit ronniescott
@lucadebiase la ribellione è generata dalla necessità di un cambiamento. Se succederà come in Grecia allora la ribellione sarà sicura
mecoio mecoio
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pescegiallo Luca
@lucadebiase l'unica rivoluzione possibile in Italia: popolo di Facebook vs quello di Twitter. (preferibilmente lun - ven 8:30 - 18:00)
jessima Jessima Timberlake
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lucasofri Luca
@lucadebiase perché in inglese?
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@lucadebiase pls follow me back! ellie goulding, music & fun tweets here!! xD thx, it means a lot to me #TEAMFOLLOWBACK #goulddigger
ruggerotonelli Ruggero Tonelli
The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. http://j.mp/pdI1a8 A worth-reading #Italian #politics #howto by @lucadebiase
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25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...
ProgettoRENA ProgettoRENA
the wind of change _ the case for an italian rebellion _ [ via @lucadebiase ] _ why it doesn't happen. and what... fb.me/1h0qG6FwD
negoziatore Gian Marco Boccanera
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piranology Alessandro Pirani
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Youstitia YouStitia
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"The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen" @lucadebiase http://ow.ly/6EeBN
timetit Tiziana Metitieri
Anche stavolta preferisco Nova con Arduino e @lucadebiase in prima (+ altro ben trattato su neuroscienze) al @24Domenica. Alla prossima!
lawrenceoluyede Lawrence Oluyede
@lucadebiase @alessiobau being in English and on a blog an interesting analysis like this one will be read only by those 10% you mention :-)
HopeTeamBurton Marco Speranza
blog.debiase.com/2011/09/the-ca... /via @lucadebiase
Francesca3176 Francesca Frigeri
molto interessante "@lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. - blog.debiase.com/2011/09/the-ca..." via @tigella
giulicast Giuliano Castigliego
RT @lucadebiase The case for an Italian rebellion. "Un profondo cambiamento culturale è il movimento tl.gd/da2e2k
dettoManzari Max detto Manzari
Interesting "@lucadebiase: The case for an Italian rebellion.Why it doesn't happen.And what could happen blog.debiase.com/2011/09/the-ca..."
gmboccanera Gian Marco Boccanera
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev
IdeaSqueezer Emanuele Capoano
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glipari Giuseppe
@lucadebiase: Ci manca il futuro - goo.gl/juyjq e ci mancano i giovani
Paoloexe paolo eugeni
"@lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca..."
3. I giovani al centro della storia, per la loro presenza, per la loro assenza.
By y.l. on September 27, 2011 3:25 PM
ciao luca, mesi fa sul manifesto uscì questo pezzo:
http://www.micciacorta.it/home/naviga-tra-le-categorie/15-movimenti/3612-i-giovani-e-la-rivoluzione-.html?ml=2&mlt=yoo_phoenix&tmpl=component
è legato essenzialmente alla questione giovanile e con l'eco nelle orecchie dei movimenti spagnoli, ma fornisce buone indicazioni generali a mio avviso. poi il problema è sicuramente molto complesso e stratificato.
Alessio Bau, su SocialMilano
Da Facebook:
Francesco Rigatelli è la questione del momento secondo me. vediamo se all inizio delle università succede qualcosa
Tiziana Metitieri Difatti il silenzio degli studenti è inquietante.
4. Tra cinismo, discordie e preconcetti non se ne esce...
By sara on September 25, 2011 8:28 PM
Non sono d'accordo con l'analisi, che per molti aspetti non è chiaro da che presupposti parta (non è la democrazia sostanziale che abbiamo oggi il problema, ma la cultura democratica che non si è alimentata negli anni... e di questo bisogna tener conto quando si pensa al dopo possibile...), ma ritengo che le conclusioni siano corrette.
Purtroppo oggi mancano i laboratori capaci di costruire/pensare visione per il futuro, ed è questa la grande sofferenza e paura che, almeno io, vivo.
By Vronsky on September 25, 2011 8:45 PM
Foreigners (and Americans specifically) don't see the difference between Italy and Libya because very often they can't tell which is which when they look at the map. In less than two years we will have elections and there's no need of a blood bath in the meanwhile, as you say. However, I think that a vast, peaceful rebellion is rapidly spreading all around the Country. The popularity of the current government is as low as 26%, which means that even illiterate people who spend much time watching at tv are proving able to understand the situation. The rebellion is in every post against the current state of affairs, like this great one, is whenever serious and respectable professionals speak loud in face of our miserable governors, is in every 'no' that honest people say to compromises.
By Roberto on September 25, 2011 10:20 PM
I think that the world does not know very well the Italians!
Who does not know the historical reality of Italy, from 1968 to today can not understand! We have lived for decades in an "excess" of democracy: I mean, in any discussion, in the '70s and '80s, you had to put into question, put yourself constantly in crisis, not to overwhelm the others. A continuous search for what could be more intellectually right
There were a continuous research for the "cultural avant-garde"; to searche a way of being socially useful, and democratic. The trade union movements, the labor rights, were in first place in public discussions. The cultural factors were all in the first place, (for not to be "retreau"! This happened for 20 years and over in Italy, every day...... In these 20 years the prevailing culture was of course left, always and absolutely liberal and democratic left-wing, super-democratic. The expectations of the people were great huge, everyone was expecting major reforms, major changes in the system of government, both central and local levels. Here in Italy we have lived for 20 years as if we were in Berkeley
in the years '67-71! Just like Charlie Brown and friends, in the same way!
I myself was first, in this way,at the high school, at thecollege and when I was professiona! I experienced everything!
At some point (in the 90s) the the reality fell upon Italy!Tthe true economic reality has rained down Italy: there were no more fascists to fight! There were no more perfects men of the labor movement ! Power was also pleasing to the left ! Came to the government
Craxi's Socialists, the opportunists-calculated with the system of bribes to political parties (phase "Clean Hands" 1993-94). Since then, Italian, disappointed by all the political Left, that for 30 years had made promises, began to think only of themselves, only of their interests, their economic affairs ..................=> and here comes Berlusconi, that represents all these things, (we say " like cheese on maccheroini ")!!! . In practice, the Italian says:" If they do not care of nothing and of the people, thinking only of their power, why should not I do it myself?
Even today we live in this condition, which is why the Italians did not rebel anymore! Who taught them for 30 years, being incorruptible, and gave constant cultural-reformist-revolutionary messages, was detected only an opportunist. A whole political class has so much disappointed that the Italian thinks: "In the end it's better as an entrepreneur Berlusconi, who is is not at least double ! It 'done so, think about the women, success in power, as most of the people of the Western world" So is the "disappointment", the disillusionment and disappointment, only the explanation of the behavior of Italian peolple; that's because they are tired of rebelling and they do not care to change this government! Very simple.
By Lampo on September 26, 2011 12:19 AM
Sì, Roberto, poi mi spieghi quando sono stati i 30 anni in cui la sinistra ha fatto promesse ma non ha voluto mantenerle. Forse al governo c'era qualcun altro? Forse nella situazione politica la generale arretratezza culturale, causata anche dalle strutture cattoliche, ha avuto un qualche peso?
La rivolta in Italia non è possibile perché siamo un popolo di pigri invidiosi. Finché c'è da stare dietro ad un monitor siam tutti bravi, ma quando si tratta di fare anche solo le manifestazioni pacifiche ci si ritrova in pochissimi. Figuriamoci cosa succederebbe durante una "ribellione"...
By Barbara Barbieri on September 26, 2011 4:25 AM
I don't agree with this analysis.Firstly because it's centred only on media and I think that focus our attention over the media it was the greatest political mistake in the last twenty years. Moreover in this article nothing has been said about opposition political organisations such as PD and their absence, or better their lack of strenght during these years, gave a great contribute to make vague democracy balance in Italy. I think that opposition parties powerless action gave during these years an extraordinary possibility of growth to the judiciary power and this lack of balance between state powers is the real problem for italian democracy
By Franco on September 26, 2011 7:20 AM
See, dear readers?
The comments in this post explain very well why Italy is in a mess. We are divided.
Everyone in the country knows that if we keep on voting Berlusconi we are fucked. But voting something else would be like acknowledging a cultural defeat for some people. It's like switching football team. A big no,no. No Italian supporter will move from a team to another. At maximum we will just avoid going to the stadium, but supporting another team is not at option, you stick to your team all the way down to the silliest league. We just LOVE to be divided. Burn, Italy, burn!
By Maurizio on September 26, 2011 11:29 AM
Splendido articolo. Davvero complimenti per la lucidissima analisi.
By Canablach on September 26, 2011 2:05 PM
Bel testo, analisi appassionata.
Drammaticamente mi riporta alla mente una discussione di classe, scandalo Lockheed, 1975: la conclusione di alcuni studenti, allora sedicenni, fu che quell'Italia non era democraticamente riformabile.
Quest'Italia? Sono passati più di 30 anni e il paese non sa (mai saputo) distinguere tra melodramma e tragedia.
Un appunto, su una "dinamica" non considerata nell'analisi: il paese è vecchio. Ogni politica, ogni azione, ogni forza al potere, mira a non scontentare una maggioranza, sempre più larga, di anacronistici vecchi.
Old men hate revolutions and want no news.
By Sissi on September 26, 2011 3:54 PM
It's not a matter of right and left. It's the all Italian politics which sucks. And Italians, at least those 55% of them, are totally tired of its caste. I share the analysis and the ideas of this post. And hope we'll find a new creative (arn't we creative?), peaceful but effective way to generate a new one of a kind revolution.
By Francesco on September 26, 2011 3:54 PM
I can't agree with this.The only rebellion italian people have to do is not against politics, but against themselves. Against their own spoiled culture.Unfortunately the 70s and 80s governaments,help by unions have created a certain mentality among people, especially in southern Italy,but not only. According to this mentality we all think that a certain standard of wealth is adequate to our nation.We think having one of the best(and most expansive)health systems of the world,having a welfare comparable to other rich european nations,having all a job which doesn't require working more then 35 hours per week,having a pension for 60 years old people,having cheap public transportation services(cheap trains for instance) is MANDATORY in Italy,it is our own divine right to get all of those things. But do we really deserve being treated that good?Have we italians ever asked ourselves this easy question?
There are nation where those things are not even coceived,and I m not talking about third world countries.We should just understand that we have all lived furher beyond our possibilities and that its time to change this mentality, and to understand that nobody in europe,even nation with far stronger economies than our, have the privileges that we have.I wouldn't say this is just a politics related problem,whereas I d say a cultural related one.
Cheers.
By Canablach on September 26, 2011 4:54 PM
@Francesco It just shows how great this place could be. We sustained these privileges; and might as well have done so in the future, had we not forfeited our wealth in order to keep up the boon
of some parasitic groups.
By Marco on September 26, 2011 6:35 PM
Womderfull, gentlemen, See you on the mountains. Don't forget to carry rifles and ammo. And, no, iPhones aren't useful up there, battling the obscure forces of tiranny. What ? Everyone has another affair downtown ? Ah, the meeting of the LastDaysOfItaly Club... Understand. See you another time. Bye.
By Marco on September 27, 2011 12:04 AM
"A 35% of Italians are... functionally illiterate [who] only rely on television for news."
I'm not 100% sure that the percentage of functionally illiterate Italians is that high. I agree that is not far from that figure, and in any case, even if it were 10% it would still be untolerably high. However, I wanted to point out that, while this is true:
"[Many Italians] sort of live in a TV fiction, which is created by the very power source of the present political leadership. When they vote, they vote accordingly"
it would be a very big mistake to assume that all the Italians who "live in a TV fiction" and base their political decisions on it, eventually vote for the "present political leadership", at least if by leadership you mean "the leadership that constitutes the current cabinet". There are plenty of Italians who vote for the current opposition, or don't vote at all, who only get their "facts" from mainstream TV.
By sgramtius on September 27, 2011 7:31 AM
da dove si comincia?
By Marco on September 27, 2011 11:52 AM
Smettendola di pensare, dire, agire, come se gli italiani fossero sempre gli altri
By romualdo on September 28, 2011 2:55 PM
Signori capisco la vostra preoccupazione e la condivido.
Tuttavia ritengo che i commenti esteri siano corretti evidenziando una naturale mancanza di pianificazione e coesione degli Italiani.
Prendere il potere politico a livello nazionale, è solo una questione di numeri ed un buon piano di Marketing, come sa perfettamente il nostro attuale presidente del Consiglio.
Invece cambiare l'attuale sistema Italia è ben più complesso in quanto prevede una presa di coscienza di ciò che siamo e di dove vogliamo andare.
Se questa presa di coscienza non parte dal dibattito culturale che i giornalisti possono avviare.... come faremo mai a crescere come coscienza collettiva.
Grazie Luca per aver lanciato il sasso nello stagno ;))
Da Google+:




La progenie italiana poi, così votata all'inerzia sarà la prima vittima sacrificale.


Obiettivamente bsogna riconoscere che l'Italia , rispetto agli altri paesi europei, ha fatto negli ultimi 20 anni dei notevoli passi indietro sulla strada della democrazia.







5. E ora?
By Maurizio on September 28, 2011 3:22 AM
Credo che la chiave di lettura migliore sia che, se pur a passi incerti, stiamo andando verso una nuova consapevolezza globale. Che nasce soprattutto nelle giovani generazioni che interagiscono su internet, si informano e capiscono che ci vuole una nuova idea di sviluppo.
Sarebbe bello che l'Italia fosse capace di anticipare questo cambiamento ed esserne il motore. Ci riscatterebbe da 15 anni di Berlusconismo e di incompetenti al governo.
Ho 31 anni, due lauree, e so quello che dico. Molti di noi sanno tutte le cose che non vanno in Italia e tutte le cose che dovrebbero essere fatte. Non mancano le risorse, le capacità umane, le competenze nelle nuove generazioni, che spesso capiscono meglio e prima di questa classe politica ormai obsoleta.
E' evidente come il Paese sia ormai in caduta libera, guidato da una banda di INCOMPETENTI nel senso letterale del termine, a destra e a sinistra (se una tale divisione ormai ha ancora senso), e come l'inazione sia ormai intollerabile.
Io dico che bisogna affrontare la cosa come un problema e cercare una soluzione efficace per risolverlo. Che funzioni e che sia realistica. Prima che sia troppo tardi
Allora cosa vogliamo fare?
Una rivoluzione violenta è assolutamente non percorribile e fuori discussione. Ma questa gente, questi incompetenti (quando non criminali) che pretendono di guidare un paese, non se ne andrà mai da sola. Quindi?
Io dico che è arrivato il momento di agire. Come? Muovendosi in 2 opposte direzioni:
1) Usando La rete come collettore. Far convergere su un unico sito/progetto tutte le idee di sviluppo/operazioni nei vari ambiti, selezionando le migliori e usandole come piattaforma programmatica per un "partito del web". Un soggetto politicamente neutro ma, con strumenti politici e democratici, totalmente trasparenti permetta la presentazione di idee e candidature alle prossime elezioni.
2) Organizzando con una manifestazione unica e prolungata, sulla base di quelle degli indignados, che costringa l'attuale governo alle dimissioni.
Beh. Le idee non mancano. Spero che questo commento avrà tanti reply. E' tempo di muoverci: per i nostri figli e tutti quelli che verranno dopo di noi. Credo che la nostra sfida, come generazione, sia quella di lasciare un paese migliore di quello che abbiamo trovato e in questo tempo dove tutto sembra scuro, abbiamo le capacità e le possiblità (anche se ancora non lo crediamo possibile) di farlo. I referendum c'è lo hanno dimostrato. Questa generazione può farlo. Adesso andiamo a convincere i nostri vecchi che siamo più bravi di loro:)
Il tema della visione come premessa di una rivoluzione: con l'obiettivo della ricostruzione
Gli italiani non sembrano per ora volersi aggregare intorno a una ribellione anche perché non ne vedono lo scopo.
Questo è probabilmente il punto. Perché non è chiaro lo scopo?
In primo luogo lo stato di prostrazione mentale in cui viviamo non aiuta. Una popolazione divisa, che ha visto per trent'anni una continua demolizione di certezze, vive in un paese che sembra in un "dopoguerra culturale". I "barbari" - per dirla alla Baricco - che hanno preso il potere negli ultimi due decenni hanno lavorato costantemente per distruggere le istituzioni senza arrivare a ricostruire nulla. Anzi, dimostrando un certo disinteresse per la ricostruzione. La Banca d'Italia, la magistratura, persino la Corte costituzionale e la Presidenza della Repubblica sono state attaccate. Alcuni nuovi potenti hanno preso in giro la bandiera italiana e invocato la secessione di alcune regioni, avvalorando l'idea di una disunione d'Italia. Gli italiani hanno visto i nuovi potenti alle prese con la demolizione sistematica di ogni comportamento istituzionalmente corretto. Non hanno visto la costruzione di nulla.
Non stupisce che se la ribellione viene percepita come ulteriore distruzione essa non appare come un'ipotesi attraente.
In realtà, ci sarebbe bisogno di costruzione. Come nel Dopoguerra. Purtroppo le macerie di sessant'anni fa erano ben visibili e la fame le rendeva ancora più visibili. Mentre le macerie culturali attuali e la fame di visioni nuove non è visibile. E gli italiani non sanno se e in che misura questo tipo di analisi ed esigenza sono condivise.
Di certo, possiamo dire che la visione non c'è. Che nessuno offre una prospettiva chiara. Un'agenda che aiuti i giovani e gli altri italiani a definire un percorso d'azione che abbia una qualche prevedibile conseguenza positiva. Ci si rinchiude nell'arrangiarsi e nel salvarsi personalmente. Ma la nostalgia di un progetto comune emerge ogni volta che si presenta anche una minima occasione: lo si è visto nelle celebrazioni per l'unità d'Italia che certamente hanno trovato un consenso e un'attenzione superiore alle aspettative. (E non per nulla sono state vagamente boicottate da molti rappresentanti delll'attuale maggioranza).
Una società fatta di tante minoranze non è per questo una società che non ha bisogno di unirsi.
Infatti, questo bisogno è sfruttato dai potenti che lo sottolineano indirizzando l'attenzione solo verso il breve termine: sia quando sono fondate come la questione della crisi finanziaria, sia quando sono infondate come la questione della criminalità. Ma di sole urgenze si muore dal punto di vista progettuale.
Le componenti aggreganti che possono dare forza a un movimento culturale ricostruttivo vanno ancora definite.
Attualmente, sulla scorta delle urgenze, si configurano alcune richieste emergenti che però non sono ancora un'agenda di lungo termine, anche se secondo qualche sondaggio appaiono maggioritarie, come:
1. Cambiare il capo del governo (la sua popolarità è scesa al 25% dunque la maggiornaza è contro di lui)
2. Affrontare la crisi con misure che oltre a ridurre il debito alimentino la crescita (richiesta un po' più difficile da comprendere per tutti ma enorme e montante)
3. Ripulire la classe politica da corruzione e privilegi (difficile trovare una richiesta più ripetuta)
Ma le urgenze non sono sufficienti. Una lista di priorità, della quale purtroppo nessuno conosce la popolarità (non si sa se sono maggioritarie), per ottenere un recupero di democrazia è comunque spesso (non abbastanza) dichiarata:
1. Ristabilire una legge elettorale che consenta ai cittadini di votare i loro rappresentanti e non solo i partiti
2. Sciogliere il conflitto di interessi fondamentale, quello che consente a un concessionario televisivo di fare il capo del governo e controllare la stragrande maggiornanza delle organizzazioni pubbliche e private che producono informazione e programmi televisivi
3. Rilanciare la crescita e la diffusione della banda larga e di internet in tutto il territorio nazionale come premessa di un'ulteriore crescita delle alternative mediatiche.
Il problema è che tutto questo non sembra poter contare su appigli operativi e pratici. A chi ci si rivolge per ottenere queste cose in un contesto nel quale il governo resta saldamente in mano a una maggioranza che pur avendo perduto una sua componente fondamentale è riuscito a rinsaldarsi acquisendo parlamentari eletti dall'opposizione con metodi molto discussi?
L'urgenza è urgente. E occorre far fronte. Chi se ne occupa ha grandi meriti. Ma la popolazione ha bisogno anche di poter pensare al dopo.
Quando fatalmente il sistema di potere attuale cadrà, che cosa ci sarà? Altri approfittatori o persone eticamente più sane e culturalmente più capaci di amministrare? Non dipende dalla soluzione delle urgenze. Dipende dalla crescita di un movimento culturale che aiuti i cittadini - a partire da chi scrive queste righe - a capire la differenza tra quello che è importante e quello che è soltanto interessante.
Le decisioni possono essere classificate per la loro urgenza e importanza. Si sa che le questioni "urgenti e importanti" vanno affrontate subito, certamente prima delle questioni "non urgenti e non importanti". Ma come si sceglie nella lista di priorità tra le questioni "urgenti e non importanti" e le questioni "importanti e non urgenti"? Come si fa vincere la priorità di ciò che è importante?
Il movimento culturale che riconquista ai cittadini la capacità di distinguere ciò che è importante ha un compito fondamentale. È una sorta di nuovo illuminismo che aumenti lo spazio del ragionamento nel dibattito (contro il metodo ideologico che prevale attualmente): l'illuminismo ha preceduto le rivoluzioni americana e francese. È una sorta di nuovo empirismo che aumenti lo spazio dei fatti sui quali tutti concordano prima di prendere decisioni (contro la distruzione sistematica dei fatti e della credibilità delle fonti di analisi che prevale attualmente): l'empirismo ha reso possibile la rivoluzione scientifica e quella industriale. È un pensiero nuovo, oltre il modernismo delle grandi narrazioni tradizionali e oltre il postmodernismo nell'ipersperimentazione: la costruzione di una nuova socialità ha bisogno di un terreno culturale fondato su un metodo e valori comuni. Il patrimonio culturale di un popolo è un bene comune che non può essere inquinato e distrutto senza tutti ci perdano in modo drammatico.
Questo non è un concetto astratto, ma concreto. Perché indica dove andare a cercare gli appigli operativi per passare all'azione.
Si scopre, pensando in questo modo, che i mondi del breve termine e della manipolazione delle idee - la politica iperelettoralizzata, la finanza spersonalizzata, le narrazioni mediatiche autoreferenziali - non sono luoghi nei quali i giovani e i cittadini che cercano risposte possono trovare una prospettiva capace di aiutarli a decidere a che cosa dedicare la propria vita.
I mondi che possono fare movimento culturale sono quelli orientati al lungo termine o almeno un po' meno bloccati dal breve. Ricostruire associazionismo, lanciare progetti di media sociali e civili, fare volontariato, studiare e fare ricerca, leggere e comunicare con un metodo condiviso quello che si impara, dedicarsi all'ambiente, alle relazioni sociali, ai beni culturali, alla formazione, allo scambio internazionale di idee ed esperienze, sono dimensioni della vita nelle quali quello che si fa ha una valenza di ricostruzione culturale. Da quei mondi emergono comportamenti più civili e pensieri più costruttivi. Che cosa possiamo fare per aiutarli a emergere, a trovare più mezzi, a crescere nell'attenzione della società, a dare conforto ai giovani e ai cittadini che non ne possono più di sentirsti spaesati e soli di fronte a un futuro che vorrebbero costruire ma non sanno come?
Questo è il tema. Non stiamo parlando di limitarci a "pensare". Stiamo parlando di "fare" cose che alimentino il "pensiero", generando contemporaneamente pratiche e soluzioni di vita. Le autorità morali e culturali che emergeranno sono biografie sensate e capaci di dare senso. Le persone le riconosceranno. E su queste pratiche, forse, si potranno sviluppare anche azioni di lotta non-violenta, le uniche che possono avere un senso pratico e un consenso vero da parte di una popolazione che non vuole più distruzione. Vuole costuire il suo paese.
Questo è quello che possono fare, subito, le persone che non vogliono più immedesimarsi passivamente nelle storie degli altri: vogliono scrivere la propria storia. Imho.
La risposta di Amazon.
Giustamente gli organizzatori segnalano l'idea corrente che la nostra sia una società senza vergogna e meno permeabile al senso di colpa, sostituito casomai da problemi di inadeguatezza cui si fa fronte con una continua ricerca di successi che ne placano il dilagare, senza peraltro risolverli. Se i modelli di riferimento sono tutti orientati al successo economicamente definito o alla prevalenza nella esistenziale gara competitiva, il senso dell'inadeguatezza è latente, in ogni momento in cui la prestazione individuale è meno che vincente. L'idea interpretativa è che mentre a fronte della conquista della soddisfazione si dimentica ogni istanza etica, ne consegue un oblio anche della colpa e della vergogna. Ma è davvero così?
La vergogna non è una parola semplice. Si prova vergogna, considerandola un sentimento. Si coprono le vergogne, considerandole parti del corpo da nascondere. Ma in certe parti d'Italia si fa di più. In Puglia si dice "vergognati la faccia" a chi ha commesso qualcosa di indecente. La vergogna è talvolta l'oggetto da coprire e talaltra lo strumento che copre ciò che puô far sentire in colpa. E questa ambiguità corrisponde al fatto che forse non ci si può vergognare da soli: occorre un contesto che induca a sentire insieme la colpa che genera il tema della vergogna. La vergogna è una maschera, come nel libro di Wurmser, nel senso che è una forma di interconnessione tra persone che provano con ruoli diversi lo stesso disagio. Questo può avvenire se si condivide lo stesso senso dell'etica, dell'onore, del pudore, del rispetto, delle regole. Tra amici e tra avversari ci si può vergognare (nel gioco leale, nella competizione del mercato regolato, nella società meritocratica o solidaristica). Non ci si vergogna nella lotta per la sopravvivenza. Non ci si vergogna in una società del familismo amorale. Non ci si vergogna nell'ipercapitalismo e nella politica corrotta dove vale tutto per ottenere la prevalenza sul nemico.
La salvezza dal disastro in cui vive una società senza vergogna non è nel richiamo agli antichi sensi di colpa poiché in essa nulla è condiviso, ma nella conquista di un nuovo consenso sulla necessità civile di un sistema di regole, in nume di una prospettiva di progresso meno ineguale. Imho.
Ma il vento sta cambiando...
Se però la crisi della politica è ampiamente dibattuta, con passione, la crisi dell'informazione resta vagamente più specialistica. Eppure le loro storie si intrecciano continuamente.
Sono riflessioni emerse durante la presentazione a Pesaro di Cambiare pagina nel mezzo di un evento dedicato alla politica.
Forse è la crisi dei punti di vista di cui parlava McLuhan. Che in questo caso si traduce in una sorta di conflittualità infinita tra i poteri nazionali, gli utenti delle tecnologie sovranazionali, i delusi del consumismo degli altri, le autorità immorali che hanno innalzato assurdamente le aspettative, i dissidenti e gli autoritari di ogni parte...
Intanto, però, abbiamo la necessità e l'obbligo intellettuale di cercare prospettive comuni nella qualità dell'ambiente, delle relazioni, delle identità culturali. Contesti che si impongono, perché si concretizzano nell'attenzione di chi cerca i segni della realtà al di là dell'autoreferenzialità mediatica.
(Vedi Phastidio)
La Destra ha aumentato la spesa pubblica del 50% circa negli ultimi dieci anni e finisce per alzare le tasse. Non è stata una Destra liberale. Imho.
Resta una domanda: perché il segreto?
L''entrata nell'euro è stata una speranza unificante in Italia, dopo la crisi del 1992 e un ventennio di ipeinflazione e svalutazioni. E dopo la corruzione degli anni craxiani. Eravamo europeisti perché sapevamo che l'euro ci avrebbe restituito un'amministrazione decente, che da soli non potevamo darci.
in effetti, la stabilità ha avuto molti pro e contro, ma chi vorrebbe davvero indietro la lira? Dopo esserci riempiti la testa di aspettative assurde, anche gli anni del post-craxismo sono arrivati alla fine. Come l'altra volta con una crisi finanziaria. Dalla quale usciamo avendo ceduto altra sovranità. La modernizzazione può passare anche da questi eventi.
Non è l'unico processo possibile. Trento intanto è Tripla A: e Trento se l'è ripresa la sovranità man mano che l'Italia la perdeva. Ha ridotto le spese per gestire la crisi ma non ha diminuito gli investimenti nella ricerca.
Ci sono sovrani che si indebitano per fermare la storia: e ci sono sovrani che sanno che il loro vero debito è verso le generazioni future. Solo questi sono veri sovrani.
Fonte: Ocse e Globe and Mail
Kevin Slavin segnala: la media Usa è bassa soprattutto perché le tasse sui super-ricchi sono state abbassate drasticamente.
Sono iscritta ad Airbnb da tempo, ma ieri ho ricevuto questa mail e ho scoperto un po' di cose che non mi piacciono troppo. Diciamo che fino ad ora hanno "overlooked" alcuni aspetti basici come la sicurezza?
Hi Serena,Last month, the home of a San Francisco host named EJ was tragically vandalized by a guest. The damage was so bad that her life was turned upside down. When we learned of this our hearts sank. We felt paralyzed, and over the last four weeks, we have really screwed things up. Earlier this week, I wrote a blog post trying to explain the situation, but it didn't reflect my true feelings. So here we go.
There have been a lot of questions swirling around, and I would like to apologize and set the record straight in my own words. In the last few days we have had a crash course in crisis management. I hope this can be a valuable lesson to other businesses about what not to do in a time of crisis, and why you should always uphold your values and trust your instincts.
With regards to EJ, we let her down, and for that we are very sorry. We should have responded faster, communicated more sensitively, and taken more decisive action to make sure she felt safe and secure. But we weren't prepared for the crisis and we dropped the ball. Now we're dealing with the consequences. In working with the San Francisco Police Department, we are happy to say a suspect is now in custody. Even so, we realize that we have disappointed the community. To EJ, and all the other hosts who have had bad experiences, we know you deserve better from us.
We want to make it right. On August 15th, we will be implementing a $50,000 Airbnb Guarantee, protecting the property of hosts from damage by Airbnb guests who book reservations through our website. We will extend this program to EJ and any other hosts who may have reported such property damage while renting on Airbnb in the past.
We've built this company by listening to our community. Guided by your feedback, we have iterated to become safer and more secure. Our job's not done yet; we're still evolving. In the wake of these recent events, we've heard an uproar from people, both inside and outside our community. Know that we were closely listening.
[segue un elenco delle nuove features "per la sicurezza"...lodevole sforzo, anche se un po' tardivo..bastera'?]
1. Most people will believe a batshit crazy customer over a nice businessman. I'm sure at AirBnb they think this lady is batshit. But if you are working at a company, remember this, that batshit crazy customer is far more believeable than anything I've seen come out of AirBnb all week.
2. Have a single point of contact: the CEO. Part of this crisis got worse because numerous people have been speaking to the press. The first thing you should do if you are in a crisis is appoint ONE PERSON to speak to the press and represent the company. That person should be the CEO. Not Paul Graham. Not the PR team. Not some VP. Not friends. Not off the record sources. Not anyone else except the CEO. Fire anyone INSTANTLY who does not listen to the CEO and stop talking to the press. Stop everyone from Twittering, Google+'ing, Facebooking on the topic EXCEPT to point everyone to the CEO.
3. The CEO should NOT use exclusively use press to argue out his case. Why not? The press has goals that might not align with cleaning up the crisis. Instead, the CEO should USE VIDEO! Why video, instead of text? We can tell whether you are lying or not. When I see text I can't tell, but video is far more convincing. Look at how Domino's CEO responded to a crisis: http://youtu.be/s-gvs2Y2368 AirBnb should have done this. They still should do this.
4. Fix the freaking problem. Make it completely go away. If you don't understand what this means, completely means, well, completely. Does it cost a million dollars to make this customer whole? Do it. Your business will live to see another day. Don't argue about it. Do it. Look again at Dominos Pizza's video: http://youtu.be/s-gvs2Y2368
(La segnalazione è frutto di un estremo tentativo di sorridere bonariamente. Ma contemporaneamente ci si accorge che il sorriso è troppo amaro. Verrebbe voglia di satira se non fosse che del fango non se ne può più. E neppure se ne può più dei motivi per i quali tanta gente ci sguazza, nel fango.)
Sappiamo che la richiesta di boicottaggio contro PayPal appare legale, anche se produce un'ideologizzazione delle relazioni funzionali sul web, che è peraltro conseguenza delle precedenti azioni. Il tizio che ha dato a Wikileaks i documenti si direbbe abbia commesso un'azione illegale, ma la pubblicazione di documenti giunti in possesso di organi di stampa non è illegale. La richiesta di blocco del servizio a Wikileaks che il governo avrebbe rivolto alle compagnie private non sarebbe stata particolarmente legale. Il governo avrebbe fatto meglio ad aspettare il processo a Wikileaks. E forse PayPal avrebbe potuto chiedere al governo di aspettare l'esito di quel processo.
Insomma, l'illegalità e l'ideologizzazione come sempre si alimentano a vicenda. La legalità almeno consente di ragionare. L'ideologia e l'illegalità generano labirinti inestricabili.
L'Italia non è sull'onda del cambiamento. Non lo asseconda. Non lo guida in nessun modo. Non si vede perché ci si dovrebbe interessare all'Italia se non risponde a nessuna domanda tra quelle che importano oggi: "Dove stiamo andando? Che prospettiva stiamo costruendo?" (Non è solo questione di leader, anche se quelli contano: un precedente post).
L'Italia senza prospettiva però è un assurdo. E' un'Italia senza la sua storia. Prima o poi riemergerà. Ma si devono riannodare molti fili che sono stati spezzati.
Da decenni si sta svolgendo sotto i nostri occhi una storia sbagliata. Ormai nessun politico può dichiarare di voler alzare le tasse perché viene messo in croce immediatamente. Ma i cittadini vengono riempiti anche di promesse sulla qualità del servizio della pubblica amministrazione che puntualmente vengono disattese. Aspettative crescenti a fronte di una riduzione delle risorse disponibili per la pubblica amministrazione, nel lungo termine, significano delusione e aumento del debito pubblico. Imho.
La cattiveria con la quale Fox gioca con la pancia della gente anti-statalista è uno degli elementi che rendono difficile salvare il salvabile del bilancio pubblico americano. Forse c'è stata un'epoca in cui quel tipo di approccio era necessario: quando si dovevano mettere in discussione i privilegi degli statalisti. Oggi è un disastro culturale, civile ed economico. E bisogna ammettere che i privilegi statalisti non sono neppure molto diminuiti...
La lotta per rimpicciolire lo stato è fallita, finora. Il mercato non ha saputo rispondere, per ora, ai fallimenti dello stato. L'ineguaglianza è cresciuta a dismisura. Fox ha fatto il suo tempo.
Ma ripeto, è soltanto il mio parere.
Per questo la scoperta che negli ultimi dieci anni la spesa pubblica è comunque aumentata del 50% è un'amara sorpresa.
La notizia è nelle pieghe di un'intervista a Prodi di oggi sul Sole: "La spesa pubblica nell'ultimo decennio è scappata di mano, e bisogna metterci sul serio rimedio. È noto a pochi che in dieci anni la spesa pubblica complessiva al netto degli interessi è cresciuta di oltre il 50%, passando da 479 miliardi del 2000 a 723 del 2010!".
Dopo tutti questi anni di austerità per i servizi fondamentali, non c'è stato un contenimento della spesa pubblica al netto degli interessi, ma addirittura un aumento drammatico. L'allegria dei governi che si sono succeduti al potere - prevalentemente di "destra" ma evidentemente non "liberali" - alla faccia dei cittadini, è un nuovo motivo di tristezza.
In sostanza sono esplicitamente esclusi dal provvedimento i siti di informazione e quelli non commerciali. La procedura amministrativa si interrompe se una delle parti si rivolge alla magistratura. Non si oscurano i siti esteri. E ci sono 60 giorni per discutere.
Il rischio? Che vada a finire che tutti siano un po' scontenti. Salvo gli avvocati.
Da leggere Quinta.
Molti si domandano se alla fine Murdoch la pagherà.
L'ipercompetitività dei giornali scandalistici inglesi è un carattere tipico di quel medium. Ma non per questo tutti i giornalisti si comportano in quel modo. E nessuno si preoccupa di pensare all'insieme dei giornali scandalistici come a un sistema che merita delle leggi speciali.
Anche internet è un sistema sul quale si fa informazione. La maggior parte della gente la fa in modo corretto. Qualcuno invece approfitta della sua posizione per far del male agli altri. Alcuni di costoro sono perseguiti e pagano, altri la fanno franca. Ma in questo caso, a differenza di quando parlano dei giornali scandalistici, molti si preoccupano di internet come di un'entità unitaria e propongono leggi speciali. Perché mai?
È vero che i responsabili dell'editoria tradizionali sono formalmente noti e che è qualche volta possibile che i responsabili dell'informazione online si nascondano dietro l'anonimato. Ma è anche vero che - come è successo ieri - gli anonimi possono essere talvolta comunque scoperti e perseguiti, come è vero che i non anonimi editori, pur colpevoli di malefatte, possono essere talvolta non perseguiti perché difesi da logiche complesse legate al loro grande potere...
Le differenze sono più teoriche che pratiche, si direbbe. E poi ci sono differenze nell'abitudine sociale ai diversi media. C'è evidentemente bisogno di una maturazione culturale nei confronti di internet, strumento molto giovane e dunque per qualcuno più temibile. In tutti i casi, non sono le leggi speciali a risolvere i problemi: la prima difesa è la capacità del pubblico di riconoscere i portatori di bufale e i malfattori dai produttori corretti di informazione affidabile. Sia sui mezzi tradizionali, sia sui nuovi mezzi. Imho.
L'argomento è solo vagamente tangente la questione in discussione oggi all'AGCOM, ovviamente. Si tratta di questioni di merito profondamente diverse. Ma un punto è comune: internet è un mezzo da comprendere prima di regolarlo con leggi speciali, non va intesa come un'entità unitaria ma come un insieme di casi di persone e organizzazioni che la usano a modo loro, nell'illegalità o nella piena correttezza, non è un luogo di crisi ma una grande opportunità civile. Che va compresa. Per questo dalla riunione di oggi deve uscire la decisione di una lunga e ampia consultazione.
Stefano Rodotà diceva che per lui occorre integrare il concetto di copyright con nuovi riferimenti. Pensa al "futuro delle idee" di Lessig e alla "conoscenza come bene comune" di Elinor Ostrom. E l'accesso è sempre più autorevolmente considerato un diritto. D'altra parte, dice sempre Rodotà, all'autore conviene far circolare le sue idee: se vende 10mila copie, guadagna 10mila euro; ma se mette online il suo libro e l'opera è vista 400mila volte, può fare addirittura più soldi come conferenziere. Gli usi rivali dei beni sono spesso superati nel mondo digitale, ma gli usi non rivali possono essere molto più ricchi per la società. E dunque, la delibera AGCOM? Vale la pena, dice Rodotà, di dare un'occhiata al caso Adopi in Francia, abbattuto perché incostituzionale: non c'era diritto alla difesa. Attenzione: in generale, se creiamo normative criminogene siamo responsabili di quello che ne consegue...
Italy is again at a crossroads about freedom and quality of its media. On July 6, Italy's telecommunication regulator, AGCOM, will decide how long will let the public debate about the new enforcement tools to fight copyright infringement the Agency is introducing. The law, introduced by the present government, generally requires AGCOM to adopt anti-piracy tools, but the AGCOM proposal gives the Authority itself the power to remove content from Italian websites or to block access to foreign websites accused by copyright holders to break their rights. There will be no need to go through a regular trial, no judge will be involved in the decision making. Accused sites will have only 5 days to explain their position and their right to defend themselves will be quite limited.
The issue has generated very polarized reactions.
Strong approvers have been some publishers associations such as TV producers (APT), film (ANICA), music (FIMI). But they limit their support to new rules that are able to suppress only those sites that do business selling intellectual property that they don't own, while explicitly excluding from the desired effects of the new regulations all private blogs, sites, platforms, search engines and other operators whose business is not piracy.
Critics include groups like Agora Digitale and Altroconsumo, personalities such as Stefano Rodotà - former European data protection commissioner and very respected jurist - and scholars such as Juan Carlos De Martin - one of Nexa founders and fellow at Harvard's Berkman Center - and many others. They think that the AGCOM proposal is worded in a way that enables the Authority to shut down any site, including those that are not in the piracy business and are focused on gathering and analysing the news, without granting a real right to defense.
In many past cases, copyright trials have shown different controversial interpretations about, for example, the freedom of the press and the fair use of some copyrighted content. For sure, copyright is not always a matter that can be decided through simple administrative solutions. Without recourse to the courts in these matters, unilateral decisions are likely.
In a country that has allowed some of the weirdest irregularities in the media system for a western democracy, with a Prime Minister personally owning three of the seven major national television networks and controlling the three public networks through his political power, the regulation of the internet seems to be a fundamental subject for any local democratic development. The Economist has covered some of the consequences, while showing how television was used by the government to silence the issues at stake in the recent referendums. As a matter of fact, the government has lost those referendums and many experts considered this setback as a victory for new social media and the internet.
There are not many news about this subject in English. Who reads Italian can take a look at Juan Carlos De Martin piece published by la Stampa. AGCOM's head Calabrò's answer. And many other links at the end of previous posts. Vocal opposition to the AGCOM decision is growing on the Italian network: LatoSinistro, EsserePrimisuGoogle, IsolaCassintegrati, ValigiaBlu, DoppioCieco, MatteoPlatone, Ciwati, LucaNicotra, YesPolitica, Semioblog, Gilioli, Nichilista, DamianoZito, Avaaz, MinimaAcademica, PiccoloSocrate, Ilmiopaesealtrove, Pozzallo, Pasteris, Perdukistan, GuidoVetere. And many more...
FIMI (association of music publishers) has circulated a mail about Obama's administration support to AGCOM, quoting this Us document: "The United States encourages Italy to ensure that the AGCOM regulations are swiftly promulgated and implemented, that these regulations create an effective mechanism against copyright piracy over the Internet, and that they address all types of piracy that takes place online."
Juan Carlos De Martin segnala uno studio del GAO dell'aprile 2010 dedicato alla ricerca sugli effetti complessivi sull'economia della contraffazione e della pirateria. Il GAO conclude dicendo che è impossibile valutare l'insieme delle conseguenze economiche della pirateria. Perché gli effetti sono molteplici e di segno diverso. (cfr. Peter Menell di Berckeley)
Allo stesso modo, sarà difficile calcolare gli effetti complessivi delle azioni antipirateria. Compresa la decisione che sarà presa dall'Agcom il 6 luglio.
Quello che sappiamo è che l'insieme del patrimonio culturale, la ricchezza di idee che circolano in una società, la capacità di elaborarle, scambiarle e costruire nuove idee sull'esperienza precedente è un valore immenso per l'insieme dei cittadini, anche se ciascun cittadino non riesce a metterlo chiaramente nel suo personale attivo di bilancio. E invece sappiamo che per pochi grandi editori la pirateria è sentita come una minaccia di importanza vitale - così come il continuo allargamento dello spazio culturale coperto da copyright è un'opportunità di grandissima rilevanza - sicché le loro lobby combattono con una forza e una violenza inaudita per affermare il loro punto di vista.
La percezione dell'importanza della pirateria discende dall'attenzione alla materia di pochi superinteressati. Ma le decisioni politiche dovrebbero tener conto dell'interesse di tutti. Il GAO aiuta a comprendere che per lo meno non è chiarissimo che i superinteressati siano anche superinformati.
Detto questo, vendere materiali altrui senza permesso è sbagliato. E imperdonabile. Se, come chiedono alla stessa Fimi, si riuscisse a fare una regola che riguarda soltanto chi commercia illegalmente in prodotti soggetti a copyright senza mettere in difficoltà chi fa siti normali la nuova regola non potrebbe essere che benvenuta. Il che significa che ci vuole un diritto alla difesa e che dalla discussione sulla questione occorre che esca una decisione giusta. Coraggio: non è impossibile.
Da lettere Guido Vetere. Alcune tappe della discussione, prevalentemente seguita sulla Stampa: De Martin, Calabrò, Aria. Sul Sole. Corriere Comunicazioni. Mello. E poi: Gilioli, Post, Zamba, Isoladeicassintegrati, Pierani, Riccini, Zorro, e molti, moltissimi altri, come si fa a citarli tutti?
Se ne può discutere, ovviamente. Ma un fatto è certo: quel regolamento stabilisce che l'Agcom può rimuvere contenuti dai server italiani senza passare dalla magistratura e dunque senza consentire a chi li ha pubblicati di difendersi.
Ci sono molte argomentazioni che girano in rete. E vale la pena di leggerne un po' per farsi un'idea. Ne parla Scorza, AgoràDigitale, LucaNicotra, e molti altri citati qui. Le posizioni dell'Agcom sono quelle ufficiali.
Intanto, i governi dei paesi ricchi si incontrano a Parigi, all'Ocse, per discutere di come tenere aperta e innovativa la rete, senza frenarne la capacità di generare crescita e senza farsi prendere la mano da esigenze importanti ma molto meno generali.
E all'Itu fanno i conti su quanto cresce il Pil in funzione di quanto cresce l'accesso a internet in banda larga.
Le regole che frenano l'apertura della rete in Italia sono una delle cause della mancata crescita dell'economia italiana.
Chi ci difende dall'Agcom? Perché ci vuole sempre una mobilitazione e non basta il buon senso?
ps. Il fatto che ci sia Carlos Slim nella commissione Itu non è una garanzia, ma i dati sono solidi e confermati da molte fonti...La McKinsey per esempio.
Anche perché l'attenzione critica su organizzazioni come la Goldman Sachs non cessa di essere elevata. Nytimes. ProPublica.
In attesa delle notizie è divertente rileggere la storia di Scamville, scritta da TechCrunch nel 2009. E alcuni sviluppi:
Scamville
Scamville 2
Scamville 3
Una difesa
Precisazioni
Dirty money
Transparenza
Da allora è passata molta acqua sotto i ponti.
Questa è una foto di una foto da Time, pubblicata da moltissimi giornali. Riprende la gente che era nella situation room della Casa Bianca, durante l'operazione che porta all'uccisione di OBL. L'unico che non guarda quello che guardano gli altri si chiama Marshall Webb.
Krugman fa notare che un giornale ortodosso ha tolto la Clinton e cita la foto pubblicata da Slate - dove si vede un gatto...
Dice Carfagna: "Chiedo scusa a Paola Concia a nome degli italiani perbene, che sono la stragrande maggioranza, e del governo".
Gli italiani perbene. Virgola. E del governo. Due concetti chiaramente distinti e separati.
Prima o poi se ne parlerà sul serio. Forse però sarà in un altro paese.
Un paese che non sappia comprendere il valore della cultura e degli investimenti in educazione, ricerca, cultura perde la sua competitività, attrattività, sviluppo. Non pensa alla sua prospettiva di lungo termine. Dunque non cresce, ma rischia di autodistruggersi. Sacco: "In Italia sulla cultura abbiamo spento il cervello".
Tra poco parla Jack Lang... Un modello un po' antico di politico della cultura. Ma il suo valore è di simbolo: il simbolo della possibilità che un politico sappia guardare al lungo termine. Poco fa ha parlato, molto bene bisogna dire, l'assessore regionale Pietro Marcolini.
L'idea di Arrow è quella di rendere facile e il più possibile "automatico" il collegamento tra i titoli dei libri e l'attribuzione dei diritti d'autore. Questo è un passaggio intelligente, perché elimina una obiezione forte, al sistema della tutela del copyright: quella secondo la quale la tecnologia va troppo veloce per stare dietro alla burocrazia con la quale si protegge una vecchia legge. Ora in effetti la tecnologia consente di accelerare la tutela del copyright a una velocità più simile a quella della rete nel suo complesso. Sempre che Arrow funzioni davvero.
Ma se funziona, Google può passare all'opt-in in modo abbastanza facile, senza bloccare l'impresa.
Arrow nasce dal lavoro di Piero Attanasio. E' finanziata dalla Commissione. E diventa uno strumento di attuazione della politica europea sui diritti nei libri piuttosto importante. (Il pdf con la presentazione di Attanasio, la visione della Kroes, e un progetto da seguire).
Non per niente, verrebbe da commentare, i governi vanno lenti e le aziende veloci. Ma i partiti, che sono a metà tra i governi e le aziende, cercano dati veloci nei sondaggi. E più si basano sui sondaggi, più sembrano aziende...
Vabbè. Ma il tentativo di Varian è più alto. Come si fa a dare ai governi delle basi di dati che si aggiornano più velocemente? Con internet, effettivamente, si può.
Resterà il tema di come coltivare una visione di lungo periodo, basandosi su dati veloci. Forse, per riuscire, dovranno essere velocissimi. Un esempio? Se le aziende lavorano concentrate solo sul prossimo bilancio trimestrale, saranno incentivate a fare un lavoro di breve termine. Se però le aziende facessero (e in teoria potrebbero farlo) comunicazione quotidiana dei dati, allora non avrebbero (sempre in teoria) quelle finte scadenze trimestrali e potrebbero persino cominciare a pensare al futuro come un continuum: breve e lungo termine, infatti, sono molto più collegati di quanto sembri.
E' una necessità. La critica è sempre importante. Ma se diventa un'ossessione complottista non fa bene, né alla ricerca, né alla politica, né alla convivenza. Può paralizzare. Ma come si può trovare la strada per pensare tutto questo correttamente?
Il principio di precauzione è sacrosanto. Studiare tutto ciò che si può sapere prima di prendere una decisione che comporta dei rischi è fondamentalmente sano. E bloccare le decisioni troppo rischiose deve essere una pratica normale, anche se comporta rinunce. Sul nucleare, finalmente, larga parte dei territori si stanno orientando in questa direzione.
Quando si prendono decisioni che vanno contro ogni ragionevole precauzione si può legittimamente pensare che ci sia un complotto di corrotti e corruttori intenzionati a fare un investimento (e a ottenerne il guadagno conseguente) costi quel che costi. La speculazione edilizia può essere un obiettivo che spinge a non dichiarare sismica una zona che lo è. La speculazione sugli appalti può essere un obiettivo che spinge a decidere certe spese pubbliche anche per realizzare opere molto rischiose o a grave impatto ambientale.
Ma da qui a cercare sempre e comunque un colpevole c'è uno spazio da tener presente. Tanto per fare un esempio, non è vero, a quanto pare, che un terremoto si può prevedere. E non è vero che le centrali giapponesi non tenevano conto della possibilità di tzunami: ne tenevano conto, ma la difesa era basata sulla potenza degli tzunami degli ultimi tre secoli, e questo è stato purtroppo ancora superiore. Pensare che si sia sempre un colpevole può essere paralizzante.
Esiste purtroppo anche uno spazio nel quale le condizioni, naturali e non, vanno oltre il possibile intervento umano. Il limite del possibile si sposta con la ricerca e la tecnologia. Ma non scompare. E' una lezione per una società che sembra voler rimuovere il pensiero della morte e che rimuovendolo si impoverisce di cultura, senso della realtà, e persino di vitalità.
Ma l'approccio ideologico non porta da nessuna parte: rifiutare il nucleare senza ragionare non è certo il modo per evitare un errore storico; ma imporre una centrale a un territorio senza una discussione razionale provocherà proteste, rischierà di favorire la corruzione, genererà allarme e poca trasparenza nell'informazione. Aumentando i rischi: perché, per esempio, senza trasparenza non ci sarà un'adeguata partecipazione ai piani di evacuazione cui una popolazione con la centrale dovrà allenarsi. Senza trasparenza, poi, qualche addetto agli impianti potrà sempre essere tentato di coprire un incidente, per evitare grane. Insomma, meglio la trasparenza. E la trasparenza si fa parlando dei fatti.
E invece, a giudicare da qualche commento al precedente post, che raccoglieva un po' di notizie sull'incidente alla centrale nucleare di Fukushima, qualche sostenitore del "sì assolutamente" aggiungerebbe anche: non parliamone neppure. Altrimenti si fa campagna per il referendum.
Su questo non sono d'accordo. Io sono per parlarne. E non mi importa se questo può avere conseguenze sul referendum. Il sistema del quorum ha trasformato il referendum in una battaglia tra i "sì" e i "non voto" (invece che tra i "sì" e i "no"). Quindi parlare di un argomento legato a un referendum è fare campagna per il "io voto" (che viene letto dai "non voto" come "sì"). E' uno dei tanti labirinti del dibattito pubblico italiano. Che si scioglierebbe solo abbassando o abolendo il quorum. Ma poiché il quorum c'è, l'ambiguità resta: peggio per noi. Perché invece di questa scelta bisogna parlare. Non per il referendum o per la politica: ma per noi che viviamo in questo territorio.
C'è chi difende la strategia nuclearista italiana sostenendo che le centrali sono sicure e osservando che sono strategicamente necessarie per avere il giusto mix di energia (Veronesi sulla Stampa).
La questione della convenienza economica e della necessità strategica è un tema enorme e interessantissimo: se si incentivano le fonti alternative fino a farle diventare davvero convenienti, il nucleare serve meno; se si bloccano gli incentivi, mandando in rovina la filiera solare nascente, il nucleare serve di più; se la Libia va in tilt e aumenta il petrolio, il nucleare serve di più; se c'è pace in Medio Oriente, il nucleare serve di meno; e così via. La questione è strategica, ma la soluzione è complessa. E complessa non vuol dire sbagliata: può essere che alla fine, data quella complessità, la soluzione migliore sia "avere il nucleare è meglio perché non si sa mai". Purché questo non significhi "bloccare il solare".
Quanto ai rischi, la questione è meno difficile da affrontare. L'incidente giapponese mostra che i rischi ci sono e negarli è sciocco, ma ogni generazione tecnologica li abbassa. Il che non chiude il discorso. In generale, i rischi maggiori sono quelli legati ai fattori umani, come osserva giustamente Veronesi: i tecnici, i manager, i fornitori, la disciplina della popolazione, la pubblica sicurezza, i servizi antiterrorismo. Il fatto è che questi rischi sono strani: riguardano eventi estremamente gravi ma estremamente rari. E con questo genere di rischi molti convivono: alle pendici del Vesuvio, per esempio. I rischi nucleari, però, sono una scelta di sistema. Un processo di decisione democratico non può che essere tale da coinvolgere chi vive in un territorio e si assume quei rischi. Abbandonare una strada per evitare i rischi è altrettanto sciocco che negarli: e, a questo proposito, vale l'argomento di chi dice che intorno a noi gli altri paesi hanno le centrali, dunque i rischi non li possiamo evitare.
Il punto centrale, secondo me, è come si arriva a decidere di mettere una centrale in un posto. Veneto e Lombardia, guidate attualmente da governi vicini all'attuale governo centrale, rifiutano le centrali nucleari. Che significa? Hanno già fatto un'analisi e visto che non ne hanno bisogno? Non vogliono affrontare una discussione impopolare? Non sono chiamate anche loro a contribuire alla strategia energetica nazionale? Non c'è stata discussione in Veneto e in Lombardia, c'è stato un rifiuto e basta. Che cosa succederebbe se un'azienda fornitrice di energia nucleare volesse comunque costruire? A chi si rivolgerebbe? Dovrebbe andare in un'altra regione? Perché l'altra regione dovrebbe accettare la centrale?
Manca un pezzo al ragionamento sulle centrali. Come si discute la loro localizzazione? Ci sono tre possibili modi:
1. la centrale si impone senza se e senza ma
2. la centrale si discute con un percorso razionale
3. la centrale si discute in modo fazioso e poi si sceglie a caso o in modo irrazionale
Di solito in Italia si opta per la terza possibilità. La prima riesce solo in pochi casi, quando una forza davvero enorme si mette in gioco (l'alta velocità può essere stata un esempio?). La seconda è piuttosto rara: si direbbe che un esempio sia stato il passante di Mestre. Ma perché non possiamo migliorare?
Se volessimo migliorare potremmo inventare un sistema decisionale razionale. Del tipo. A quali condizioni una popolazione accetta il rischio di una nuova centrale nucleare? In cambio di investimenti? In cambio di un sostegno fiscale ai consumi? Se si fanno investimenti, in quali settori vuole crescere il territorio? Ricerca, infrastrutture, nascita di nuove imprese... Sarebbe un percorso interessante per ogni scelta che riguardi il destino di un territorio che gestisce le sue scarse risorse pubbliche, compreso quando si decide di lasciar aprire un nuovo centro commerciale o quando si riconverte un'area industriale o quando si fa un aeroporto... Non si tratta di fare un'assemblea: si tratta di fare un piano di sviluppo e di affinarlo fino a quando è sentito dalla popolazione come proprio.
Il terribile evento che ha colpito il Giappone è una tragedia epocale. L'incidente alla centrale ha rischiato di renderlo ancora più terribile e per questo se n'è parlato tanto. Le decine di migliaia di persone evacuate dalle zone circostanti la centrale colpita si sono aggiunte ai senza tetto determinati dal terremoto e dallo tzunami. Le conseguenze sul dibattito italiano non possono essere taciute: la qualità, la compostezza e la disciplina del popolo giapponese sono un esempio per noi. Il loro dolore è il nostro.
Ma la questione è come destra/sinistra, pessimismo/ottimismo, realismo/idealismo...
Queste differenze sono comode. Ma talvolta diventano troppo comode. Vogliamo dire che l'idealismo non ha nulla a che fare con la capacità di spingere la realtà oltre il limite del possibile? Vogliamo dire che l'ottimismo e il pessimismo sono veramente delle categorie interpretative utili in un mondo nel quale tutto è interdipendente e le conseguenze sono intricatissime? E quanto a destra e sinistra se ne parlava ieri... innovazione, progresso, adattamento sociale alle trasformazioni globali sono questioni storiche che vanno oltre gli schieramenti partitici: e sebbene viste le vicende italiane tutto si può dire salvo che destra e sinistra siano uguali, di fronte alle chiamate della storia effettivamente di potrebbero entrambe svegliare un po' di più...
Alcuni concetti pratici come mercato, merito, stato di diritto, sono stati spesso considerati di destra. E sono stati assunti dalla sinistra, proprio negli ultimi trent'anni, che li ha trasformati in elementi di un sistema di valori e in un'etica che spesso si confonde con un'ideologia.
Nell'utilitarismo pragmatico ogni valore si trasforma in uno strumento destinato a servire per scopi immediati e vagamente animaleschi. Quando prevale l'ideologia ogni strumento si trasforma in una dichiarazione di principio destinata a fossilizzarsi.
L'innovazione della quale c'è bisogno è diversa da tutto questo. Non ha paura di cambiare la legge, anche spingendola con ogni mezzo a cambiare, ma non ha questo come scopo: e in ogni caso se è frutto di un processo costituzionale democratico in un contesto che salvaguarda le minoranze, il cambiamento legislativo è il fisiologico sistema con il quale la società si adatta alle trasformazioni del contesto. Altri temi hanno bisogno di un riequilibrio: come se dovessimo digerire i cambiamenti passati. Il tema dell'individualismo e della riconnessione sociale, il mercato e le regole che lo salvaguardano (soprattutto dal capitalismo monopolista), la laicità che bilancia con il rispetto la libertà di esprimere credenze diverse, sono temi da riqualificare in rapporto a un recupero di cultura e di terreno intellettuale comune. Destra e sinistra non possono continuare in una involuzione che li porta a essere sistemi totalizzanti e infinitamente contrapposti: dovrebbero evolvere in interpretazioni diverse di un obiettivo comune, cioè la pacifica convivenza di una società che impara, si sa adattare e sa evolvere di fronte alle trasformazioni del mondo. Questo è il senso, tra l'altro, dell'alternanza: perché una volta al potere un'idea non diventi privilegio, ma sia costretta a migliorarsi costantemente.
Le cose stanno andando invece piuttosto diversamente. Ma, poiché andando in questo modo non funzionano, la tendenza potrebbe cambiare. Imho.
Ma quali sono le differenze tra le due situazioni?
1998-2000---------------------------------------2011-2013
pochi utenti-------------------------------------molti utenti
utenti web fissa in crescita---------------utenti web mobile in crescita
modelli di business imprecisi------------modelli di business più chiari (almeno pubblicità)
non c'erano precedenti---------------------il precedente è nella memoria di tutti
molta finanza B2C---------------------------molta finanza B2B
contesto discesa inflazione--------------contesto ascesa inflazione
contesto di crescita in occidente------contesto di crescita in oriente
appena finita un'altra crisi finanziaria--ancora presenti gli effetti della precedente crisi
E le analogie?
1998-2000---------------------------------------2011-2013
le banche gonfiano i titoli------------------le banche gonfiano i titoli
scarsi parametri di valutazione----------scarsi parametri di valutazione
Non sono certo un analista, ma, insomma, le differenze sembrano più numerose delle analogie. Se la bolla se ne sta nelle valutazioni di compravendita tra aziende non genera problemi diretti ai risparmiatori e all'economia particolari. Ma il pericolo non è certo scomparso. La cura: è la memoria, prima di tutto.
Se ne parlava in:
Bolla internet 2.0
Dopo Demand Media
Intanto, Dario ricordava le osservazioni di Schmidt e altri.
JESS3 x Economist: Women's Economic Opportunity from JESS3 on Vimeo.
Se non si è visto bene, qui sotto, c'è una carta che fissa i colori. E la pagina dove si trova tutto è su Jess3.

Quel giornale arriva a titolare che a Jobs restano sei settimane perché qualche medico, di dubbio gusto, pensa di poter diagnosticare una cosa del genere a partire dalle foto. (vedi MailOnline e MacRumors)Di certo, il gossip non è necessariamente cattivo giornalismo.
Ma il gossip sulla salute di una persona, basato su impressioni e fotografie, non dovrebbe permettersi di arrivare a dare a una persona sei settimane di vita.
Una notizia non è una notizia se è basata sul nulla o sulla dichiarazione di un medico che fa una diagnosi sul nulla. Imho.
Si sa intanto che Jobs sarà tra quelli che Obama incontrerà a San Francisco. (AbcNews)
BubbleWatch, al San Francisco Chronicle, è già da tempo in allarme. Businessinsider scherza, per scherzo. Segni di bolla sono nell'aria.
Una bolla internet è una bolla finanziaria (internet è la scusa non la sostanza). Si forma su un'ideologia che abbaglia, impedisce l'osservazione della realtà dei fatti e costruisce una storia nella quale trascinare gli investitori. Fintantoché riguarda le aziende che si comprano tra loro, anche a suon di miliardi, sono relativamente fatti loro. Ma quando comincia la ricerca dei soldi dei risparmiatori, cioè quando parte la bolla vera e propria, sono guai. Sia per le famiglie coinvolte che per le aziende che perdono focalizzazione sul business e si mettono alla caccia di soldi facili.
In quei casi, non si riesce più a distinguere le buone idee dalle cattive. Tutte le valutazioni convergono sui risultati (fittizi) che le operazioni di pubbliche relazioni riescono a far passare.
Le persone vanno avanti per la loro strada. Il valore d'uso è più importante del valore finanziario e ne costituisce la vera essenza. Il resto è perdita di tempo
Ma uno dei commenti non desiderati andava letto, prima che lo cancellassi:
"Lovely blog. A little too spammy, though"... Lo spam dell'ironia.
Qui ci sono i link alle persone che si sono interessate all'argomento e sotto i commenti al post precedente. La consapevolezza del fenomeno è un risultato importante. Ma ora si tratta, come suggerisce Dario di andare oltre. Che cosa si può fare, in rete, per includere le persone che si trovano in una condizione di analfabetismo funzionale? Oppure la rete si deve mettere al servizio di qualcosa che stia fuori dalla rete e vada a includere le persone che faticano a leggere?
Orpolina, 3n0m15, Roberta, Ladri di marmellate, Angelo, Massimo.
Albafetizzante mi procura un'idea deviata del problema ma credo che De Mauro abbia proprio ragione. ll vero problema è che questo accesso agli strumenti di lettura ha diminuito notevolmente il livello di qualità della rete. E' un dazio da pagare. Fortunatamente la rete è (quasi) abbastanza grande per tutti.
L'esistenza di ognuno è legata più che mai al modo in cui le informazioni passano. Per molti italiani un tentativo di imitazione e di trasmissione di valori non definiti, un costante tentativo di imitazione della pseudo-realtà mediatica "iniettata" giorno su giorno. Più riesco a tenerti ancorato ad aspetti legati al breve -con una visione contingente e limitata alla sopravvivenza del tuo vivere- più si perde l'esigenza di appartenere a un sistema di relazioni che accrescono e nutrono la consapevolezza del vivere e quindi ricercare stimoli e crescere come individuo. Facile andare alla deriva sociale se non in grado di percepire il sitema come ambiguo e chiudente.
Dunque la funzione educativa è passata dalla tv ad internet. Non sappiamo se sia un bene o un male ma da tempo discutiamo di analfabetismo dul tuo blog Luca. E cosa ne è uscito fuori se non dati allarmanti? Dare una NGN a questo Paese ci tirerà fuori dalla segregazione culturale?
Mi piacerebbe ci fosse una discussione unitamente all'analfabetismo sui dati raccolti dall'ISTAT che ho segnalato qui. Mi pare che nessuno ne abbia parlato. http://www.dariosalvelli.com/2011/01/se-togliamo-internet-risparmiamo-9-euro-al-mese
Questo argomento mi sta particolarmente a cuore.
A mio avviso il problema è molto più radicale, non necessariamente collegato a internet o alla cultura digitale (lo dico da appassionata della materia). Qui stiamo parlando di un livello di cultura diffusa che permetta al normale cittadino di conoscere ed esercitare i propri diritti, sapere quali siano i propri doveri, comprendere i contenuti di un atto amministrativo che lo riguardi, firmare o no un documento che lo impegni a fare qualcosa, oppure semplicemente aprire una pratica perché interpretare la cartellonistica non è un problema (vi sembra incredibile? Provate a girare per uffici pubblici: al di là della disponibilità di fare una cosa da solo/a, per alcune persone l'indipendenza è un problema per oggettiva mancanza di strumenti, e sto parlando di italiani anche GIOVANI).
Il livello base è questo, su questo si costruisce: dallo studio del sanscrito alla ricerca scientifica più innovativa.
In altre parole: a mio parere internet può servire, e ai più ricettivi serve già senz'altro, ma per raggiungere e CONSOLIDARE i grandi numeri - ovvero ciò di cui un paese moderno ha bisogno - serve una qualità sempre più elevata del sistema di istruzione.
Poi leggi notizie come questa e ti cascano le braccia
http://www.oua.it/NotizieOUA/scheda_notizia.asp?ID=4073
Aldilà di possibili riferimenti politici (non mi pare la sede opportuna), penso che l'azione costante della televisione abbia operato in 30 anni un cambiamento evidente. Dall'impegno degli anni '70 - un impegno in generale ideologico e quindi riferito a modelli culturali, di qualsiasi colore - si è passati a modelli di disimpegno. Il che sarebbe anche naturale, non fosse però che l'azione disgregante della televisione, sempre più povera e sempre più banalizzata, ha allargato il gap e distanziato ancora di più la popolazione dalla cultura/lettura. Insieme, il ruolo impoverito della scuola, la crescita di modelli sociali vincenti impostati su valori differenti e denigranti rispetto alla cultura tradizionale, oltre all'incapacità italiana di capire il cambiamento, hanno determinato la situazione attuale. Che dire? E' desolante. Che non se ne parli, sopratutto.
Scusate se torno sull'argomento.
Secondo me le osservazioni di De Mauro hanno molto (tutto) a che vedere con questa frase pronunciata ieri da Obama durante il suo discorso sullo stato dell'Unione:
"Nei prossimi dieci anni, la metà dei nuovi posti di lavoro
richiederà un'istruzione che va oltre un diploma di scuola superiore. E
intanto oltre un quarto dei nostri studenti non finisce nemmeno quella."
http://www.ilpost.it/2011/01/26/obama-discorso-stato-unione/
Venendo a noi, Internet ormai è il combustibile che tiene acceso il fuoco, ma l'istruzione è la scintilla che lo accende.
(Vabbè, per chi non ha tempo di leggerlo tutto, finisce così: "And the people of Italy will then have to decide if they've been made love to or merely fucked.")
Solo i clienti non americani potranno comprare nel mercato grigio attraverso Goldman perché "c'è stata troppa copertura mediatica" della vicenda... (via Wsj):
"Goldman Sachs concluded the level of media attention might not be consistent with the proper completion of a U.S. private placement under U.S. law. [We] regret the consequences of this decision, but we believe this is the most prudent path to take," the statement reads."
Puntate precedenti:
Facebook: giallo finanziario
Controversa finanza Facebook
Dalle tabelle di JPMorgan non emergono performance brillanti di Facebook rispetto ad altri attori tra le Tech Companies.
Qui i dati che cito:
http://periodistas21.blogspot.com/2011/01/la-atencion-de-facebook-vale-37500.html
Quando una impresa, com'è il caso di Goldman Sachs ha gravissimi problemi di immagine e di relazione con il grande pubblico viene spontaneo chiedersi se non si tratti di una operazione tesa solo a controllare a proprio beneficio il social network più popoloso del mondo.
Un abbraccio.
PL
Julian Assange vs Mark Zuckerberg : Who is the real Man of the Year?
Anche se non è quotata, e perciò non un pericolo diretto per i risparmiatori, un'azienda con un brand molto pompato dai media e senza un modello di business sostenibile è comunque un pericolo per il mondo finanziario, basti pensare alla capacità di grandi operatori all'ingrosso - come può essere definita GS - di costruire prodotti strutturati che poi finiscono ai fondi venduti al pubblico di fessacchiotti alla ricerca del guadagno facile e senza lavorare.
Un altro interessante commento, del 4 gennaio
http://opinionator.blogs.nytimes.com/2011/01/04/friends-with-benefits/?scp=1&sq=%20cohan&st=cse
Ma questo è quello che forse interpreta meglio
Umair Haque traccia un paragone tra l'IPO di Google e quella di Facebook
http://www.bubblegeneration.com/2011/01/tale-of-two-ipos.html
Da leggere
Goldman Sachs ha comprato azioni di Facebook, che non è un'azienda quotata, per 450 milioni di dollari, più altri 50 milioni per i russi di Dst che avevano già preso una quota tempo fa. E tutti hanno pensato alla capitalizzazione virtuale che questo acquisto significava: 50 miliardi di dollari sarebbe stato il valore di Facebook se fosse stata comprata tutta a quel prezzo. La spiegazione ufficiale: alcuni venture capitalist volevano uscire e hanno venduto guadagnandoci alla Goldman che avrebbe poi guadagnando portando in borsa Facebook (evidentemente pensando che la borsa avrebbe valutato ancora di più la società).
Il dato ideologico di questa spiegazione era semplice: un'azienda non vede l'ora di andare in borsa, trovare nuovi soci, investire il ricavato in innovazione, espansione e acquisizioni; perché la finanza è strumento della crescita reale delle aziende e la abilita trovando i mezzi per realizzarla. Purtroppo, molto spesso la finanza si rivela invece autoreferenziale, ben poco attenta all'economia reale, orientata a considerare l'economia reale come un suo strumento (non il contrario). E quando si muove Goldman, vista la storia, si può spesso sospettare che questa sia l'interpretazione giusta.
Ora vengono fuori un po' di dettagli che sembrano mettere in discussione la lettura idelogico-finanziaria dell'operazione Goldman-Facebook:
1. Facebook sta facendo tutto salvo che quello che serve per prepararsi ad andare in borsa
2. Goldman sta facendo tutto salvo che quello che serve per vendere le azioni comprate da poco in Facebook e aspettare a rivenderle quando ci sarà la quotazione
3. Una marea di investitori stanno cercando di comprare le azioni Facebook comprate da Goldman adesso, in un mercato grigio che preoccupa la Sec.
La regola è che un'azienda non quotata non ha obblighi di informare il mercato sul suo andamento aziendale. Oggi sappiamo solo che Facebook ha un fatturato stimato di 1,5-2 miliardi di dollari e non si sa quanto faccia di utili (i numeri che si trovano in giro vanno da più di qualche decina di milioni di dollari meno di 200 milioni di dollari). Significa che fattura meno di 30 centesimi di dollaro al mese per utente (meno di 4 dollari all'anno). E' un business di volumi alti e profitti bassi e se cresce molto è essenzialmente attraverso il numero di utenti (dovesse superare, come pare, la fase iperespansiva della sua curva a "esse" e dovesse scoprire che il numero di utenti crescerà più lentamente in futuro, anche il suo valore finanziario futuro andrebbe rivisto).
La regola è anche che se hai più di 500 soci non sei più un'azienda privata normale e devi dare informazioni sul tuo business. E Facebook sta facendo di tutto per restare sotto i 500 soci: il che significa che non è pronta a dare informazioni sul suo business.
Ma il mercato delle sue azioni c'è già, anche in mancanza di informazioni. E Goldman ne approfitta. La Sec investiga. E per fortuna i risparmiatori privati sono fuori dal gioco, perché allora ci sarebbe da preoccuparsi per loro.
Facebook sta ottenendo tutto quello che le serve dalla finanza senza dare in cambio trasparenza dei suoi conti. Non ha a quanto pare bisogno dei soldi dei risparmiatori perché le basta già la sua capacità di genera cassa per ora. La mecca della borsa - con le regole che impone - non è un sogno.
Ma tutto questo è un incompetente riassunto di molto materiale informativo che sta uscendo:
Inchiesta su Facebook-Goldman
Goldman vende azioni Facebook
Commento Fortune
Commento TechCrunch
Commento Reuters
Perché non comprare Facebook, Fortune
Régis Debray analyse la crise de la gauche
Caricato da prince_de_conde. - Video notizie dal mondo.
E Caleari. E Cesari. E Scilipoti.
Forse è andare troppo per il sottile. Ma se si dice che quelli che sono stati votati per una coalizione non possono abbandonarla durante la legislatura, questo dovrebbe valere sia per chi dalla maggioranza passa all'opposizione, sia per chi dall'opposizione passa alla maggioranza. In realtà, le regole del Parlamento consentono ai deputati e senatori di fare politica come ritengono giusto. Non sono vincolati dal voto al loro partito, ma solo al loro elettorato. Sono più o meno pubblici ufficiali. Che si possono corrompere. O trasformare. O adescare. O ricattare. O convincere con gli argomenti dell'etica. (Sì: forse non tutti sanno che l'ultima possibilità citata non è vietata).
Verrebbe da lasciar perdere con questi commenti. Poi sorge il senso del dovere. Perché gli esami non finiscono mai. Quindi meglio fare un po' di ripetizioni. Anche senza il Cepu.
Amazon e PayPal, Mastercard, Visa, il sistema bancario svizzero e il sistema giudiziario svedese si sono schierati contro di lui.
Noam Chomsky difende Wikileaks. Dan Gillmor dice che se si accetta la chiusura di Wikileaks si perde la libertà di espressione. Mark Lee Hunter dice che se Assange è una spia allora lo sono tutti i giornali che danno notizie. Facebook e Twitter non chiudono a Wikileaks. Centinaia di siti adesso ospitano la piattaforma di Assange.
La strada della reazione sembra la preferita in alcuni circoli della politica americana e britannica. Mitch McConnell, repubblicano, dice che Julian Assange, di Wikileaks, è un terrorista high tech. E che va fermato. «Se si dimostrerà che Assange non ha violato la legge, allora bisognerà cambiare la legge».
Condoleezza Rice è fondamentalmente d'accordo con McConnell, a giudicare dalle sue risposte in questa intervista. E Joseph Lieberman propone una nuova legge che renderebbe vietato fare quello che fa Wikileaks.
Pare però indubitabile che questo genere di reazioni avrebbe conseguenze non solo su Wikileaks ma anche sui giornali. Sarebbe una vera contraddizione del sistema americano e britannico. Probabilmente, a quel punto, si farebbe più fatica a comprendere l'esatta definizione di libertà di espressione.
Clay Shirky scrive un intervento equilibrato. Si rende conto che bloccare Wikileaks sarebbe un attentato alla libertà di espressione. E si rende conto che la totale trasparenza non è possibile e forse neppure augurabile. La sua idea è che mentre si studia come riequilibrare il sistema dei poteri che si devono bilanciare per poter funzionare, Wikileaks deve restare aperta, non chiusa. E d'altra parte, se si chiude Wikileaks non si ferma comunque il processo avviato dalla rete. A meno che non si voglia bloccare la rete...
Il fatto è che, almeno nei paesi anglosassoni più "evoluti", esiste il reato di svelare segreti dello stato: ma i colpevoli di quel reato sono coloro che hanno i documenti e li consegnano a un sistema che fa informazione. I giornali che li pubblicano non commettono alcun reato. Non si vede perché questo dovrebbe cambiare: gli americani e i britannici che vogliono impedire la pubblicazione dei documenti segreti dovrebbero concentrarsi sulle indagini necessarie a capire chi ha consegnato i file, non sul tentativo di bloccare Wikileaks.
D'altra parte i grandi giornali che hanno pubblicato i file di Wikileaks non sono rivoluzionari. Avendo pubblicato i documenti di Wikileaks hanno anche dimostrato che si tratta di notizie. Che altrimenti non sarebbero uscite. Il che significa che Wikileaks può anche essere interpratata come una piattaforma che crea condizioni tali da migliorare i giornali. E ora che sono uscite, il fatto dimostra che anche i diplomatici possono migliorare il modo in cui comunicano. I guai che Wikileaks fa emergere non sono colpa di Wikileaks, e al massimo dimostrano che ci sono dimensioni - giornalistiche o politiche - che possono essere migliorate.
Se si va avanti con posizioni ideologiche o ingenue ci sarà una stupida guerra. Tra poteri che contrastano l'azione di Wikileaks e programmatori che moltiplicheranno i siti sui quali si potranno pubblicare documenti segreti, che difenderanno Wikileaks, che attaccheranno chi attacca Wikileaks. Una confusione crescente, invece di una maturazione del sistema dell'informazione.
Non è però vero che il tema delle scelte sul progetto di migliorare la qualità della vita sia insensato perchè in materia è impossibile mettersi d'accordo: lo si fa già oggi, per esempio quando si vara una finanziaria.
La finanziaria approvata alla Camera e in attesa di approvazione al Senato fa scelte che sono orientate alla crescita? Oppure a frenare la decrescita? Oppure fa scelte orientate a definire un miglioramento della qualità della vita? Di sicuro ha un impatto tanto importante sule possibilità della crescita quanto sulle possibilità di miglioramento della qualità della vita. Più energia pulita o meno, più aiuti alle università statali e private o meno, più cassa integrazione o meno, più aiuti agli autotrasportatori o meno, e così via: tutte scelte che riguardano anche la qualità della vita. Perchè mai non possiamo discuterle anche in chiave di economia della qualità e perchè mai dobbiamo lasciare questo aspetto del dibattito solo ai gusti e agli orientamenti consapevoli e inconsapevoli dei politici più o meno esposti alle pressioni delle lobby? (post precedente)
Ne sono contento. Conosco Paola. Ero colpevolmente restato all'oscuro di questa storia. L'ho letta solo oggi. Ma non mi sembra giusto lasciarla passare senza un commento.
Che storia è stata quella di Paola? Tra la sofferenza del precariato, commentata da Gianluca e la triste bellezza di queste veloci solidarietà che si manifestano in rete, descritta da Massimo, si sono visti altri fenomeni come l'aggressività della vittima, lo stupore della burocrazia, la spietatezza della bilancia.
Ho conosciuto Paola, svelta e decisa, molto affezionata all'opportunità che le offriva il lavoro al Corriere e incuriosita dall'idea di aprire un blog su Nòva100. Forse ha perso affezione da allora per un posto che oggi le sembra un'eterna lista d'attesa (spero sinceramente di no). E forse - il che sarebbe certamente meno grave - può aver perso curiosità per Nòva100: un anno di cambiamenti tecnologici, economici e grafici sul web del Sole hanno rallentato molto i processi (spero che si riattivino presto).
Lo sappiamo. Il tempo degli editori è oggi il tempo dei tagli. E domani delle sperimentazioni a basso costo. E dell'innovazione senza scialare. Del resto, in generale, tutte le aziende in tutti i settori preferiscono offrire contratti molto "flessibili". Ma il Fatto dimostra che c'è una possibilità di espansione economica nell'editoria giornalistica italiana basata sulla carta. Ci sono diverse iniziative che nascono e tentano di trovare il loro spazio. Ci sono molti nuovi mestieri: senza sicurezze, senza conforto. Leggerli come opportunità significa leggerli in una prospettiva storica avvertita. E non è facile mentre fai fatica a vivere la vita quotidiana.
Oltre all'immensa difficoltà economica, questo schiacciamento sul presente, senza passato senza futuro, è il male culturale più grave del precariato. Che impedisce di interpretarlo come andrebbe interpretato: in modo professionale, cercando di diversificare i "clienti" per trovare nella moltiplicazione delle fonti di reddito una sicurezza che nessuna di esse sembra in grado di garantire.
Ora che Paola è uscita dallo sciopero, con la solidarietà di chi ha vissuto anni da freelance, condivido la speranza che possa valorizzare la notorietà che ha ottenuto puntando non solo all'assunzione ma anche alla più razionale gestione della sua professionalità: allargare le fonti di reddito, moltiplicare i giornali con i quali lavora, razionalizzare la ricerca e la produzione... la speranza che la sua vita diventi quella di una freelance orgogliosa, non più quella di una precaria arrabbiata. La speranza che arrivi a una condizione per cui, di fronte a una proposta di assunzione si troverebbe costretta a calcolare la convenienza di accettare o rifiutare. La speranza, almeno quella, non deve fare sciopero!
Quanto ai giornalisti assunti... Beh, solo questo mi sento di dire: non è una colpa avere un contratto migliore di quello che hanno gli altri, ma può essere una grave responsabilità non pensare alla condizione del lavoro di tutti quelli che fanno i giornali e privilegiare nelle richieste agli editori soltanto l'interesse dei dipendenti. I giornali si fanno tutti insieme. E solo insieme si fanno bene. E solo facendoli bene potranno restare in piedi. A ben vedere, in una crisi come questa, siamo tutti precari.
Ciao Paola. Guarda quanti hanno pensato a te. Adesso basta, però! ok?
Tra i paesi che sembrano meno corrotti dell'Italia ci sono Rwanda, Croazia, Tunisia, Turchia, Polonia, Spagna e, appunto, 66 altri paesi.
Sarebbe molto interessante conoscere anche la percezione delle forme di "corruzione" privata: intendiamoci, tecnicamente la corruzione è solo dei funzionari pubblici. Ma come la chiamiamo la pratica di passare mazzette ai manager delle aziende private che hanno il potere di acquistare servizi e prodotti da altre aziende private?
ps. JC segnala anche questo Seymour Hersh...
Temo che la risposta non sia ancora arrivata.
Certo, vuol dire attentato al pubblico, ai professionisti, alla Rai, persino agli inserzionisti... Ma dire «attentato alla televisione» ha un sapore strano. Santoro, è chiaro, ci crede alla televisione. Lui ci crede.
Update: Abbiamo frainteso! Il testo corretto del discorso è questo (grazie a Camillo):
"Saranno triplicati gli interventi sul Mezzogiorno nei prossimi anni con investimenti per 21 miliardi di euro pari al 40 per cento di quelli attuali, raggiungendo nel 2013 alcuni risultati importanti come il completamento del Salerno-Reggio Calabria. Entro dicembre sarà pronto il progetto esecutivo del ponte sullo stretto su Messina".

(La foto è di Ivo Spadone, pubblicata su Flickr il 7 agosto scorso).
Austin Heap ha fatto un software che dovevano consentire ai dissidenti in Iran di parlarsi senza farsi trovare. E prima che si scoprisse che era un pericoloso buco nell'acqua, il segretario di stato americano l'ha applaudito. (Economist, Newsweek)
Skype è un software che le autorità americane non riescono a intercettare e quindi pensano che sia usato dai terroristi. Che probabilmente lo applaudono. (New York Times, Repubblica).
Non è facile fare un software che non si riesce a controllare. Se qualcuno ci riesce, da qualche parte nel mondo ci sarà di sicuro un governo che tenta di controllarlo. Appena un governo ci riesce, da qualche parte del mondo nasce un software che non si riesce a controllare....
La neutralità della rete consente anche questo gioco a "guardie e ladri". Molte entità - pubbliche e private - sono contrarie alla stessa neutralità. Se riusciranno a vincere, erodendo o limitando la neutralità, non faranno che fare affondare il gioco delle guardie e dei ladri in un territorio ancora più oscuro ed esoterico di quanto non sia già oggi.
Concentrandosi sul punto di vista americano, sorge una domanda: gli americani sono più forti o più deboli se lasciano la rete libera di svilupparsi come ha fatto finora? Sono più deboli perché non contrastano i terroristi che usano la rete senza problemi per organizzarsi; o sono più forti perché da loro arriva l'innovazione che governa il percorso della tecnologia in tutto il mondo? Meglio fare molti buchi nell'acqua ma tenere in mano l'agenda dell'innovazione? O meglio chiudere la porta all'innovazione ma prendere il controllo di quanto si è fatto finora?
Ma gli americani non avevano Echelon?
Si parlerà anche di questo all'StsForum di Kyoto. E questi sono appunti in vista di quella riunione. Tutti i suggerimenti sono graditi.
Potrebbero trarre qualche esperienza studiando l'Italia che si può considerare un "near past laboratory" che vive in uno storytelling immaginato in base alla fiction di un progetto. Uhmm.
Jonah Lehrer spiega che nel Dictator lo sperimentatore dà una somma di denaro al giocatore A e gli chiede di dividerla con il giocatore B. Fatta la scelta, A e B si tengono la loro parte. La teoria dell'homo oeconomicus prevederebbe che il giocatore A dia a B una quota molto bassa della somma. Ma in realtà, avviene che le persone tendano a fare parti molto più eque. Infatti, nella realtà il giocatore A pensa sia alla propria convenienza che all'effetto emotivo della sua scelta sul giocatore B. E per evitare di essere giudicato male, decide di dividere il regalo in parti uguali o piuttosto eque. La qualità della relazione con l'altra persona è più importante della quantità di denaro che ci si intasca in una condizione come questa.
Profumo si è dimostrato invece un poco più simile a un homo oeconomicus. Almeno stando alla cronaca fatta dai giornali, ha preso una liquidazione da circa 40 milioni e ha dato in beneficienza 2 milioni. E' stato certamente un bel gesto, visto che poteva tenersi tutta la somma e che comunque dovrà pagare le sue tasse. Ma non tutti hanno considerato equa la ripartizione: con quel giudizio, certamente emotivo, i critici si sono comportati come il giocatore A teme che si comporterebbe il giocatore B se la sua decisione non fosse equa.
Da notare che non solo i soldi alle banche sono stati decisi dall'amminsitrazione precedente, ma anche la legislazione che ha consentito alle banche di fare quello che volevano è stata decisa dalle amministrazioni precedenti. Con danni che restano tutti da rimediare.
Si direbbe che l'errore di percezione sia stato costruito ad arte. La disinformazione genera gravissime ingiustizie. E prepara i prossimi errori.
(Dice Pew: "Yet the public continues to struggle in identifying political figures, foreign leaders and even knowing facts about key government policies. Only about a third of Americans (34%) know that the government's bailout of banks and financial institutions was enacted under the Bush administration. Nearly half (47%) incorrectly say that the Troubled Asset Relief Program - widely known as TARP - was signed into law by President Obama.")
(Il titolo è simile a un titolo usato qualche anno fa dall'Economist)
Per quanto mi riguarda ho solo da imparare. E scrivevo - più tempestivamente :) - che le scelte su Cosmo andranno prese da chi sa valutare.
Più importante, secondo me, la critica sulla relazione tra internet e tv. Dice Dipollina che Cosmo aveva tentato di portare internet in tv e che questo non è riuscito. Si deve intendere "lo stile internet" oppure "la materia internet" o ancora il contenuto di internet, il suo valore e la sua sostanza? In ogni caso, sarebbe un tentativo destinato a vita difficile. Internet si vive in prima persona, la televisione no. Persino chi si trova davanti alla telecamera rischia in ogni momento una sorta di spersonalizzazione che lo trasforma in personaggio. Di certo, se dovesse continuare, Cosmo dovrebbe coltivare una relazione molto profonda con le opportunità offerte da internet. Ma dubito che "portare internet in tv" possa avere senso.
Intanto, chi deve decidere se Cosmo continuerà sta decidendo. Probabilmente. Per ora, non ci sono notizie.
Correttamente Boschi dice che il problema è chiaro: si sa quali sono le zone a rischio e quindi si deve cominciare seriamente a costruire in modo adeguato al rischio, adeguando le case già fatte e regolando la maniera con la quale sono fatte quelle nuove.
Ma la decisione di non pubblicare i dati è assurda:
1. Se qualcuno lancia allarmi ingiustificati per interesse troverà il modo di continuare a farlo, perché sappiamo che i dati vengono comunque rilevati sicché qualcuno li potrà sempre far trapelare in modo legale o illegale; e se non avrà dati concreti li inventerà.
2. E' probabile che ci saranno sempre diverse interpretazioni dei dati; mettere a tacere questa discussione non abolisce la sostanza del problema.
3. La sola strada possibile è far conoscere i dati, dimostrare quali sono i modi con i quali vanno interpretati correttamente, in questo modo educare la popolazione a distinguere tra gli allarmi ingiustificati e le informazioni relativamente corrette.
Se si pensa che impedendo la pubblicazione dei dati si fermino i "profeti di sventura" si commette un errore. Si ottiene solo lo scopo di rendere quei dati un mistero - creando una casta privilegiata di persone che li conoscono, davvero o per finta, legalmente o illegalmente - e di aumentare l'incertezza.
L'unica strada è costruire un'edilizia responsabile. Coprire le notizie non fa bene. Genera ancora più allarmismo e casomai alimenta la diseducazione, proteggendo nel breve periodo chi costruisce male.
Notizie su La Stampa, l'Ansa, il Giornale, Rainews24, Primadanoi, Giornalettismo...
Il partito è un participio passato.
(Il partito del futuro tecnicamente non c'è ancora).
Raffaele Mastrolonardo segnala che l'Economist esce domani con una copertina dedicata ai rischi che corre la struttura aperta del web. Dagli attacchi alla net neutrality alla sua assenza completa nel mondo dell'internet mobile, dalla Cina alla intromissione censoria di molti altri governi, dalla crescita di nuove piattaforme chiuse alle conseguenze di una domanda montante di difese contro l'utilizzo spregiudicato che alcune aziende fanno della tecnologia per conoscere i comportamenti degli utenti invadendone la privacy...
Contro le muraglie che rischiano di dividere il web, abolendone la tradizionale apertura e frenandone la straordinaria innovatività, non vincono le posizioni integraliste, ma quelle che riescono a dimostrare come la qualità culturale, economica e pratica di un ecosistema ricco di diversità è più elevata di quella che si determina in un mondo fatto di piccoli giardinetti chiusi.
Lo standard pubblico aperto e neutrale è la sola garanzia per una struttura talmente innovativa che può continuamente generare soluzioni ai problemi che incontra, oltre che dare spazio a grandi visioni e concorrenziali implementazioni. All'interno di un mondo così aperto, non c'è nulla di male che qualcuno scelga di ritagliarsi dei mondi chiusi. Perché accanto a questi ci sarà sempre la possiblità di svilupparne altri più aperti.
Le funzioni in più non sono sempre necessarie. Ma generano, si direbbe, uno straordinario rallentamento dell'interazione. Scrivendo velocemente il sistema non riesce a stare al passo e le battute si perdono tra la tastiera e la cloud.
Google ha sempre avuto una grande attenzione all'essenzialità dei suoi servizi. Se vuole aggiungere funzionalità lo potrebbe fare in modo da attivarle quando servono. Quando non servono dovrebbero starsene in disparte e non intralciare il lavoro. Imho.
E ci possono essere anche i flop.
Se per esempio le puntate di agosto finissero con un accordo che riporta dentro la maggioranza il gruppo di Casini con un grande accordo anche con la Lega, o se finissero con l'approvazione delle leggi più desiderate dai politici che hanno guai con la giustizia, o se finissero con l'annacquamento delle ragioni sulle quali si sono visti gli scontri dello scorso mese, il risultato sarebbe una perdita di ascolti. Generalizzata.
Inutile tentare di spiegarlo agli stranieri. Sarebbe interessante capire se tutto questo è una fiction o se è la realtà.
Come fiction non sarebbe male. La maggioranza si spacca ma non perde il controllo del governo, casomai va a fare concorrenza ai partiti di minoranza. Il nuovo gruppo finiano in effetti potrebbe portare via voti alla maggioranza, ma potrebbe anche portarne via all'opposizione. Nel dubbio, per ora, evita di andare alle elezioni. Tanto il problema è conquistare spazio nei titoli dei giornali. E da questo punto di vista è riuscita alla perfezione. Come in una fiction.
Come realtà è piuttosto esoterica. Ma forse è il riflesso di una realtà più profonda che in effetti si conferma a ogni passaggio politico. Non è il gioco elettorale a generare la politica italiana. E' il gioco della spartizione dei ruoli e dell'interdizione del potere altrui. Le due cose vanno insieme. Non ci sarebbe niente di strano adesso a pensare che anche al gruppo finiano andrà una quota di potere in Rai, una quota di potere nelle aziende pubbliche, una quota di potere nel territorio, una quota di potere nell'agenda delle leggi da approvare...
L'Italia si sta sciogliendo in una serie di minoranze. Le minoranze territoriali: Nord, Sicilia, Roma, localisti vari, ecc... Le minoranze di interessi: grandi aziende, piccole aziende, partite iva, impiegati pubblici, ecc... Le minoranze di ideali: individualisti, collettivisti, cosmopoliti, ecc... Le minoranze di metodo: costituzionalisti, opportunisti, riformisti, ecc... Le minoranze di link: vaticanisti, americanisti, europeisti, gli-affari-sono-affaristi, ecc...
Piacerebbe piuttosto vedere una strategia per il dopo. L'attuale regime non è eterno. E prima o poi si dovranno creare le condizioni per costruirne un altro. Chi ci pensa? Per il dopo, probabilmente, ci vuole: 1. una nuova legge elettorale; 2. un nuovo equilibrio di poteri tra governo, parlamento, magistratura e, volendo, informazione (compreso il tema della concentrazione di potere nell'informazione televisiva); 3. una nuova narrazione del progetto di società da perseguire. Imho.
Ho l'impressione che non si riesca a farsi un'idea compiuta della situazione se non si riescono a distinguere i temi relativi ai dati di fatto, da quelli relativi alle motivazioni di chi li ha pubblicati e da quelli relativi alla credibilità di chi li discute. Distinguere questi argomenti farebbe bene alla comprensione di quello che succede.
Domande:
1. che cosa succede in Afghanistan?
2. come deve proseguire la guerra?
3. chi fa uscire le notizie aiuta o non aiuta l'Occidente?
4. chi dice qualcosa sull'argomento è credibile?
Vediamo.
1. A quanto pare in Afghanistan la guerra va male, si commettono errori e si ammazzano troppi civili, mentre i pakistani fanno il triplo gioco. Fatti che gli esperti conoscevano. Ma che il resto del mondo ha capito meglio dopo le "rivelazioni". Nel frattempo si è saputo che alcuni informatori del governo afghano sono stati resi noti dai documenti pubblicati da Wikileaks e dunque messi in pericolo. Ma pare che la Casa Bianca non abbia voluto partecipare alla valutazione dei documenti prima della pubblicazione.
2. La guerra prosegue verso il progressivo disimpegno americano. I documenti però non aiutano molto a capire nulla di quello che succederà. Ma questo significa che torneranno i talebani? O il governo filo-occidentale resisterà? Perché Cina e India non sembrano in gioco? L'oppio è la spiegazione di tutto? Certamente, i documenti possono spingere i "moralisti" che sono contro i crimini di guerra o gli errori micidiali compiuti dagli occidentali ai danni dei civili a sostenere che è giunto il momento di lasciare l'Afghanistan. Ma questo non sarà certamente sufficiente a convincere coloro che - di fronte alle domande poste - hanno un atteggiamento più "politico". Inoltre, i "moralisti" saranno di nuovo affranti vedendo le conseguenze di un'eventuale sconfitta in Afghanistan (vedi pezzo di Time)
3. I dati usciti con Wikileaks fanno sapere meglio come funziona la guerra in Afghanistan. E se la guerra è per la democrazia deve tener conto anche dell'opinione pubblica. Un sistema che sappia affrontare il rischio di gestire un'opinione pubblica informata è abilitato a fare una guerra in nome della democrazia. Un sistema che non accetti questo rischio non può presentarsi come democratico. Qualche dato pubbilcato da Wikileaks può essere pericoloso per la condotta della guerra? Può darsi. Ma come ci sono rischi per la popolazione civile quando i soldati "democratici" vanno in giro col fucile in paesi diversi dal loro, ci sono anche rischi per la strategia militare quando gente che fa informazione va in giro a pubblicare notizie. La valutazione non può essere assoluta: non si può accettare che tutto debba discendere dalla logica della guerra; altrimenti la democrazia cesserebbe di essere tale; e con essa cadrebbero le motivazioni per fare una guerra contro un regime autoritario, violento e dotato di una strategia imperialista a base terrorista (in pratica si ridurrebbe tutto a una lotta tra "opposti imperialismi").
4. Di Wikileaks si sa troppo poco dicono i critici. Logico, dicono i difensori, altrimenti i nemici di Wikileaks avrebbero buon gioco a eliminare l'avversario. (vedi il pezzo di Huffington). E allora? La credibilità di Wikileaks si dovrebbe giudicare sulla base dei fatti e di ciò che si può sapere delle sue motivazioni. Il famoso articolo del New Yorker su Assange resta un riferimento fondamentale. Di sicuro, gli avversari di Wikileaks sono molti: ma quando sono i governi occidentali, anche la loro credibilità è discutibile. E ovviamente molto discussa.
Forse è meglio considerare un nuovo scenario. E' fallita, sta fallendo, la strategia di tenere sotto controllo tutta l'informazione: manipolandola, embeddandola, riempiendola di ciancie, come ha fatto per esempio oggettivamente l'amministrazione guerrafondaia presieduta da GW Bush. Sta fallendo anche il buonismo attuale se non si decide a una strategia più chiara: l'amministrazione attuale non si può aspettare di poter controllare l'informazione solo sperando che chi fa informazione sia dalla parte dei "buoni". E non può indirizzarla se non ha a sua volta un indirizzo politico chiaro. Lo scenario secondo il quale il governo sa quello che si deve fare e per questo governa l'informazione sta finendo e deve finire. Allora c'è un nuovo scenario. Uno scenario nel quale una quantità incontrollabile di fonti di informazione e di canali di trasmissione è in gioco, liberamente, per i motivi più diversi, compresi quelli "buoni"; e nel quale se un governo davvero ritiene di fare le cose giuste, riesce a fare uscire informazioni coerenti perché i fatti sono coerenti e soprattutto le sue persone sono davvero motivate. L'informazione, per via bizzarra, tornerebbe a servire da watchdog, o almeno a equilibrare il potere politico.
L'equilibrio dei poteri è un bene. Anche se per ciascuno dei poteri, lasciarsi equilibrare sembra una limitazione inaccettabile, è proprio quello che il principio vuole ottenere. Nessun potere assoluto. Ogni potere relativo. E' più complesso per un sistema che si confronta con regimi autoritari ben più banali. Ma almeno serve a sapere da che parte stare.
Eppure dicono che la legge contro le intercettazioni è intesa a salvaguardare la privacy dei cittadini.
Ok. Abbiamo capito che il deserto dello Utah non vuole più essere una pattumiera nucleare del mondo. Non sapevamo, però, che nei costi del nucleare italiano era compreso, ipoteticamente, anche il trasporto di 20mila tonnellate di materiale radioattivo nello Utah.
Gli esperti probabilmente non si stupiranno quanto me. Ma i costi del nucleare saranno mai trasparenti?
In altre occasioni si sarebbe vista una quantità di commenti sul perché di quell'attacco, ecc ecc. Ma questa volta, dice Hooper, no. Perché? C'è probabilmente un retroscena da rivelare...
Esiste purtroppo un ceto "imprenditoriale" che considera la corruzione normale o per lo meno accettabile, in cambio di lavoro. E invece è una pratica profondamente ingiusta e inefficiente, che mette in difficoltà le imprese corrette e favorisce quelle che accantonano fondi neri e competono a suon di mazzette. Inoltre, apre la strada alle mafie mentre riduce gli incentivi all'innovazione.
Non c'è nessuna giustificazione per chi vuole ricostruire Tangentopoli. Nessuna.
Non è una faccenda solo italiana. Ma l'Italia non sta facendo abbastanza per liberarsi da questa imbecillità. Qui c'è un discorso di un grandissimo combattente contro la corruzione, Peter Eigen (Transparency.org):
Ci si accorge che l'Italia è il paese dei luoghi comuni. Il dibattito autoreferenziale rischia di produrra una cultura contemporaneamente cinica e poco critica.
Ma l'Italia è potenzialmente il posto perfetto per superare gli stereotipi: nessuno nell'occidente civilizzato ci considera degni di farne parte, i paesi mediterranei ci accettano solo perché siamo un posto dotato di soldi ma diverso da loro perché popolato di xenofobi; di certo non possiamo essere accolti tra i paesi emergenti e neppure tra i grandi costruttori di contemporaneità.. in effetti non siamo apparentemente in nessun posto stereotipato nel nostro tempo e nel nostro spazio.. siamo un nodo della rete globale dotato di caratteri locali visibili e unici.. tanto è vero che secondo la Doxa all'estero piaciamo più di quanto ci piaciamo da soli...
Sembra un po' incoerente? Non lo è. Siamo un bellissimo posto ma non siamo "come" nessun altro posto: potenzialmente uno degli ambienti più favorevoli al cosmopolitismo. Dobbiamo solo imparare a distinguerci dalle brutte figure che tendono a fare i nostri rappresentanti. Del resto, non siamo certo la prima democrazia che vota contro i suoi interessi.
Ci possono essere casi in cui le intercettazioni non devono essere fatte uscire, ma anche in quei casi il responsabile dell'illecito è chi le dà a un giornale: resta chiaro che il giornale che ne venga in possesso le puó pubblicare anche in quel caso (se non ha pagato per averle diventando così complice). Questa è la libertà di stampa. E non è troppa libertà di stampa.
Non è banale l'interpretazione. Siamo ipercritici? Ci conosciamo meglio di quanto non ci conoscano dall'estero? Siamo simpatici proprio perché non ce la tiriamo?
Insomma che?
Una rete di decine di milioni di persone in Italia, di quasi due miliardi di persone nel mondo, non si valuta come unità. Ma per quanto valgono le diverse fonti di contenuto, le piattaforme sulle quali si pubblica, le innovazioni che non cessano di alimentarla. E comunque, in un'epoca ancora dominata dalla televisione, che ha tutti i difetti della rete più uno, storcere il naso parlando di internet è come dire che la rivoluzione è scomoda.
Casomai, occorre digerire l'innovazione, pensare le conseguenze di quello che si sta facendo, credere nella possibilità di cambiare quello che può essere cambiato e smettere di fingere di poter cambiare ciò che non cambia. E casomai si può cercare una sintesi pratica: la televisione, si diceva, è il potere rassicurante della convenzione mentre internet è l'influenza inquietante dell'azione. Nel senso che la sua vera specificità è la facilità con la quale si può tentare di trovare e proporre alla rete una soluzione per i problemi che la rete sembra far emergere.
Tanto per fare un esempio. Tutti noi soffriamo per il "rumore" della rete: internet per ora non ha risolto il fastidioso "rumore" generale delle grida sconnesse che la società lancia attraverso tutti i suoi media (cfr. Ecologia dell'attenzione) e forse ha contribuito ad aumentarlo. Ma a fronte di questo, la gente che sta in rete non cessa di provare a proporre nuovi filtri, motori di ricerca, forme di collaborazione, che servono proprio a navigare meglio tra le molte sollecitazioni mediatiche, con meno disturbi. Di certo non siamo vicini alla "soluzione finale", ma questa probabilmente non è desiderabile. Probabilmente, siamo invece molto vicini al punto di partenza di questo strumento: la cultura non lo ha ancora digerito. La gerarchia della qualità, la finezza intellettuale, l'eccellenza delle idee non si distingue ancora facilmente dalla bagarre generale. Ma è inutile accusare di questo la rete (dimenticando che la televisione ha fatto la sua parte, eccome): molto meglio farsi venire un'idea e agire. Si può.
(Con pazienza. Senza stancarsi).
Africaans: gag
Arabo: أسكت
Catalano: mordassa
Cinese: 插科打諢 (Chākēdǎhùn)
Ebraico: בדיחה
Giapponese: ギャグ (Gyagu)
Greco: φίμωτρο (fímo̱tro)
Persiano: دهان باز کن
Russo: кляп (klyap)
Turco: öğürmek
(via Google)
Non è molto diverso dai 150-450mila euro che gli editori - si dice - dovrebbero pagare per la pubblicazione di intercettazioni "proibite".
Ma intanto vanno avanti esperimenti più piccoli per la fusione. Come quello basato sulla tecnologia di Bruno Coppi, che insegna e lavora all'Mit. (TechReview)
Grazie a Umberto Basso per la segnalazione.
Il Foglio nota che molti sono indignati per il trattamento che alla privacy degli utenti è riservato da piattaforme come Google mentre non molti sono indignati per il trattamento che alla privacy dei cittadini è riservato dalle intercettazioni pubblicate sui giornali.
Il costituzionalista Valerio Onida, sul Sussidiario, osserva che la legge esistente è chiara e che gli abusi possono essere frenati senza introdurre una nuova legge che di fatto non è fatta per tutelare la privacy ma per ridurre la libertà di stampa e la possibilità di indagare.
Dice il Foglio che online sono gli stessi utenti ad attentare alla propria privacy pubblicando in rete dati che non dovrebbero diventare pubblici, mentre nel caso delle intercettazioni gli utenti non pubblicano nulla ed è chi compie le indagini e chi pubblica i testi intercettati ad attentare alla privacy. Il che va bene nei casi in cui si intercettino dei colpevoli, ma non quando si intercettano gli innocenti.
Ok, ma le indagini si fanno proprio per trovare i colpevoli, si intende invece dalle parole di Onida. Le indagini sono inevitabilmente orientate a entrare nei fatti personali dei cittadini. Ed è giusto che lo facciano.
Probabilmente la contraddizioni non sono nel mondo del diritto, ma tra chi vuole strumentalizzare i media. Tutto ciò che entra nella sfera pubblica assume un senso diverso: e il senso della sfera pubblica va salvaguardato, non strumentalizzato. Certo, assieme a ciò che viene pubblicato in modo fisiologico ci sono anche altri fenomeni che ci entrano per vie traverse: che ci entrino per via di una disattenta utilizzazione delle piattaforme online o che ci entrino per via di indagini che in parte finiscono per essere pubblicate, il fatto è che certi fatti da privati diventano pubblici. L'equilibrio è da trovare, ma non regolando o strumentalizzando i media. Non con leggi che cerchino di specificare capillarmente le fattispecie. L'applicazione delle leggi che esprimono principi generali dovrebbe essere sul serio lasciata alla magistratura.
Altrimenti finisce che la privacy di sinistra se la prende con le piattaforme delle aziende capitaliste americane orientate al profitto e che la privacy di destra se la prende con la libertà di stampa che minaccia la possibilità di ciascuno di fare i propri affari, legali o illegali. Quello che ci rimette, in quel caso, è la serietà del concetto di privacy. Oltre alla libertà di stampa.
Ma i risparmiatori potrebbero essere interessati a sapere che mentre la Goldman ha guadagnato ogni giorno nell'ultimo trimestre con i suoi investimenti, chi ha seguito i suoi consigli ha probabilmente perso: come riporta Bloomberg, sette su nove dei suoi consigli di acquisto per i risparmiatori, classificati come quelli maggiormente raccomandati hanno perso soldi.
Dopo il primo caso, ho tolto il feed di Linkedin da quelli che alimentano FriendFeed. Ma questo non ha impedito la ripetizione del fenomeno.
Qualcuno sa darmene una interpretazione?
La contraddizione è complessa. Il debito è stato la causa di una parte importante della crescita del passato. E ora rallenta la crescita attuale. Per togliere di mezzo questa causa di rallentamento occorre austerità. Ma è chiaro che togliere un freno non significa accelerare. Questa idea deriva dall'ideologia che pensa alle imprese come cavalli che vogliono solo correre e che solo lo stato frena: meno stato più crescita. Ma non è così se le imprese di cui si parla sono abituate a farsi aiutare dallo stato (che per farlo si indebita). In queste condizioni, nell'immediato, l'austerità e il minor peso dello stato non si traducono in una automatica liberazione delle forze di crescita delle imprese. Anzi, nell'immediato sembra proprio che l'austerità rallenti la crescita.
Insomma, bisogna fare austerità nei conti pubblici alla stessa velocità con la quale si trova qualche altro motivo di crescita. Dove li trova l'Italia?
Noi abbiamo alcuni punti di forza.
1. Siamo fortissimi risparmiatori. Il nostro debito pubblico è enorme. Il nostro debito privato è piccolo. E concentrato sulla casa. La casa è un bene di investimento che - non essendoci un vero mercato - o cresce o si ferma: non diminuisce quasi mai. Apparentemente. Per questo il piano di aumentare le case è la prima cosa che viene in mente. Perché piace ai risparmiatori. Ma se il reddito disponibile non aumenta, o diminuiscono i consumi o diminuiscono i risparmi: il che riduce la possibilità di aumentare il debito privato. E frena la crescita del valore delle case. In queste condizioni il piano casa funziona se il reddito disponibile viene salvaguardato: con aiuti alle famiglie sostanziali. Che non sono necessariamente possibili in una situazione di austerità.
2. Siamo forti nel turismo. La valorizzazione di questa forza dipende peraltro da trasporti, legalità, qualità dei servizi. Il che dipende dagli investimenti infrastrutturali. Molto costosi e lunghi da realizzare.
3. Siamo forti nelle esportazioni. Attualmente l'Asia compra. E l'America un po' meno, ma non è ferma. L'abbassamento dell'euro aiuta. Le imprese che esportano sono reattive e veloci. Ma dipendono dalla domanda globale (che cresce). E dalla loro capacità di fare continuamente ricerca e innovazione. Investimenti in banda larga, sostegno alla ricerca, facilitazione all'innovazione, all'immigrazione di talenti, sono investimenti a redditività relativamente immediata. Ma i loro profitti dovrebbero essere attratti a restare in Italia e reinvestiti.
Finisce che in tutti i casi, l'austerità va bene se è accompagnata da regole più serie che incentivano gli investimenti in innovazione, scuola, ricerca, connessioni e infrastrutture. L'austerità va bene se non si disperdono risorse in varie forme di corruzione, evasione fiscale, lavoro nero. Per l'Italia, l'unica chance probabilmente è che tutto questo ci venga imposto dalla concertazione europea. La strada è lunga. Ma i risultati di ogni passo in queste direzioni possono avere effetti veloci.
Insomma. L'austerità in Italia può essere modernizzazione, legalità, regole incentivanti concentrate sull'investimento - pubblico e privato - più che sul consumo: l'austerità può essere crescita.
Abbiamo? Chi? Troppa?
Libertà? A ben vedere, di troppo c'è fin troppo. In Italia abbiamo fin troppa libertà di televisione. Fin troppa libertà di evadere le tasse. Fin troppa libertà di corrompere.
In Italia hanno fin troppa libertà di disinformazione.
Per ora sono solo voci. Ma che succederebbe al piano banda larga in quel caso?
Gli scenari sono cartesiani. O Romani resta anche alle comunicazioni e continua a non fare quello che non ha fatto finora ma con la consapevolezza che dovrebbe fare quello che va fatto... oppure la gestione del piano banda larga cambia strada. Il che potrebbe significare alternativamente o più azione o meno consapevolezza. Per fortuna la politica non si fa con i "se" ma con i "forse".
Oggi, i vescovi italiani sono a favore dell'Unità d'Italia, a giudicare dall'intervento del cardinale Angelo Bagnasco. Mentre i rappresentanti del Nord Italia, del partito che tra l'altro ora guida il Piemonte, sono piuttosto disinteressati a celebrarla.
La notizia era in effetti incredibile.
E dopo un po' è arrivata una smentita da Saviano, riportata anche dal Nouvel Obs. Che non è un foglio rivoluzionario. Ma sembra dominato dall'aspettativa di qualcosa di grave nell'aria democratica italiana.
Riprendo qui i post lanciati su Twitter durante il discorso di Saviano, sabato sera, a Perugia:
saviano: non bisogna far passare la lotta alla mafia come una battaglia ideologica.. bisogna parlare a tutti e non solo a una parte
saviano: la mafia ci ha tolto parole come onore, famiglia, amici.. dobbiamo riprenderci quelle parole.
saviano: un conto è dire che un libro di oncologia contiene errori; un conto è dire che scrivere di oncologia fa venire il cancro
saviano: la politica non può essere solo scambio e conflitto; è anche cercare di essere felici...
Dunque non c'è nessun obbligo di controllo da parte delle piattaforme sui contenuti immessi in rete dagli utenti. Ma le piattaforme devono assicurarsi in ogni modo che gli utenti conoscano le regole. (Scorza).
Il problema è che definire ciò che è "giusto" soprattutto quando è in contrasto con una legge esistente è del tutto legittimo se prelude a una richiesta di modifica legislativa. Se invece prelude a un insieme di azioni che sono in contrasto con la legge diventa piuttosto pericoloso.
L'Italia è già piena di gente che fa quello che ritiene giusto, anche in contrasto con la legge. Mentre abbiamo poca gente che riesce a cambiare la legge in modo legale per renderla più "giusta".
Il percorso legale di cambiamento delle leggi è necessario perché quando ci sono diverse opinioni su ciò che è giusto si cerca di indirizzare la discussione in modo pacifico per arrivare a una decisione accettata da tutti. Se invece si va avanti a spallate vince il più forte, non si coltiva la pace e non si arriva a una nuova normativa dotata di consenso generale. Il che non fa che generare altri tentativi di spallata.
Con le prime prese di posizione di alcuni vincitori delle recenti elezioni, il discorso del papa sembra essere il lancio di un'agenda di trasformazione del sistema italiano. Ma non sarà semplice mettere insieme le molte immagini di futuro emergenti: chi vuole la restaurazione degli antichi poteri superiori a ogni legge, chi vuole la banalizzazione morale della democrazia generalista televisiva commerciale e chi vuole un recupero della forza barbarica e localistica dei popoli che pensano di vivere in un territorio assediato dagli stranieri.
D'altra parte se la legge è percepita come la burocratica gestione del privilegio, prima o poi viene negata e abbattuta. E in effetti, sono decenni che l'Italia è stretta da privilegi burocratici e spallate ideologico-affaristiche. E quello che sta accadendo sembra indicare che continueremo.
La ragione, il diritto, la pacifica convivenza, però hanno una chance. Nella discussione razionale, legale, pacifica che una parte della società sta cercando di coltivare con i nuovi mezzi della rete globale e delle nuove aggregazioni che le persone cercano intorno ai loro problemi quotidiani, ai loro sogni, alla loro disponibilità a collaborare per progetti comuni. I pensieri oscuri non sono i soli che emergono in questo periodo storico. Il pragmatismo fiducioso di Hans Magnus Enzensberger aiuta a negare la possibilità del totalitarismo perché i punti di vista individuali e le possibili azioni diversive sono talmente elevati da impedire di fatto a qualunque aspirazione autoritaria di diventare totalitaria. La ragione della cooperazione intorno a progetti comuni e in base a comportamenti regolati da norme legittime è un territorio culturale e sociale di sviluppo che a livello europeo offre molte più probabilità di sviluppo di quelle che si palesano in un contesto dominato dalla paura.
1. Rifiuto di conformarsi alle consuetudini sociali riguardo al rispetto delle leggi
2. Disonestà, come indicato dalle ripetute menzogne
3. Impulsività o incapacità di pianificare in anticipo
4. Irritabilità o aggressività
5. Noncuranza sconsiderata della sicurezza propria o altrui
6. Continua irresponsabilità
7. Mancanza di rimorso.
Si ha l'impressione che almeno tre di questi sintomi si possano forse riconoscere in alcuni politici italiani. Naturalmente, questo richiede ulteriori indagini da parte degli psichiatri (e della magistratura).
Ma gli esperti rassicurano: da questa psicopatia si può guarire. Imparando a conformarsi alle leggi. O cambiandole.
Il caso Google in Cina è un piccolo buco della serratura attraverso il quale si può sbirciare in una nuova dimensione geopolitica nella quale
le regole sono ignote, i rapporti di forza sono tutti da valutare e i
confini tra pace e guerra appaiono confusi.
A leggere le cronache
del confronto tra il governo cinese e l'azienda fondata da Sergey Brin
e Larry Page vien voglia di chiedersi: chi sta vincendo? Ma nessuna
risposta può essere soddisfacente fintantoché non si stabilisce qual è
la partita. È un confronto tra democrazia e autoritarismo, libertà e
censura? È un gioco per il softpower nel mondo? È una questione di
affari?
Le risposte che si leggono nei fatti cambiano significato
a seconda del punto di vista. Google aveva perduto in Occidente la sua
verginità di "azienda che non fa del male" proprio accettando qualche
anno fa di scendere a compromessi con le leggi cinesi. Ma da qualche
mese tenta di recuperarla. Dopo aver lamentato le incursioni di hacker
filo governativi nella posta elettronica - su Gmail - di attivisti per
la libertà di espressione in Cina, ha iniziato una lunga trattativa con
le autorità destinata al fallimento e, dunque, sfociata nel tentativo
più furbo che efficace di ieri: reindirizzare le ricerche sul motore di
Google dalla Cina verso il servizio libero da censure che l'azienda
offre a Hong Kong.
Il governo Usa, e il segretario di stato Hillary Clinton in
particolare, ha accompagnato Google in tutto il tormentato percorso,
cogliendo l'occasione per sottilineare a ogni passaggio un punto chiave
della sua politica estera: la libertà di espressione su internet è un
principio fondamentale e irrinunciabile per gli Stati Uniti.
Il
governo cinese tenta d'imporre il suo ordine interpretativo, opposto a
quello americano, sintetizzato dal portavoce del ministero degli
Esteri, Qin Gang: la vicenda di Google deve restare commerciale e non
diventare politica. Ci sono delle regole, in Cina, e vanno rispettate
da tutte le aziende che vogliono fare affari nella Repubblica Popolare.
Il progetto di sviluppo armonioso della Cina ammette la critica
costruttiva, ripetono gli ideologi cinesi, ma non la discussione
distruttiva: e in effetti internet per la popolazione cinese è
diventata una soluzione per proporre miglioramenti e critiche
focalizzate su particolari aspetti dell'organizzazione sociale ma non
certo per alimentare forme di opposizione al sistema.Ma gli
americani incalzano. E non solo con le dichiarazioni di principio di
Clinton. Nel dicembre scorso, la Casa Bianca si è dotata di un
coordinatore della cybersicurezza nazionale, Howard Schmidt. E in
questi giorni, il Senato e il Dipartimento di stato stanno cercando a
loro volta di creare una figura di "ambasciatore" destinato a
coordinare la politica estera americana nella dimensione internettiana.
La scommessa "ideologica" di Clinton, il potere attribuito a Howard
Schmidt e, appunto, la definizione di una dimensione internettiana
della politica estera americana dimostrano se non altro la complessità
e il peso strategico che internet ha raggiunto dal punto di vista
geopolitico.
Su internet, in effetti, si è svilupato un ambiente
operativo per sostenere le cause più nobili, per diffondere
informazione e conoscenza, ma anche per attuare sofisticatissime
attività di spionaggio, terrorismo, controinformazione. I protagonisti
sono certamente gli stati, autoritari e democratici, nelle loro varie e
non sempre coordinate articolazioni, insieme a multinazionali,
organizzazioni di attivisti, bande criminali, reti terroristiche. Un
contesto tecno-caotico, le cui vicende restano per la maggior parte del
tempo oscure e che i fatti, come quello di Google, s'incaricano
talvolta d'illuminare parzialmente.Ma per ora i fatti non
rispondono alla domanda: chi vince? Clinton non cessa di sottolineare
l'importanza liberatoria di internet in paesi come l'Iran e la
Birmania. Ma, come osserva Evgeny Morozov attraverso il suo blog su
Foreign Policy, internet è anche un'arma di controllo e repressione
usata dai regimi autoritari contro i dissidenti.
Intanto, le bande
mercenarie di superhacker capaci di attaccare piattaforme come Twitter
e stati come l'Estonia restano largamente fuori controllo. E i "siti
dell'odio" integralista e razzista censiti dal Simon Wiesenthal Center
sono ormai 11.500 - eramo 4mila nel 2004 - ma «la crescita delle
attività avviene come in ogni altro settore sui network sociali»,
osserva Abraham Cooper che si è occupato della ricerca.
Secondo Howard Schmidt, il cosiddetto zar della cybersicurezza
americana, non vince nessuno, perché quella che si sta svolgendo su
internet non è una guerra. «La metafora è sbagliata», dice. Anche
perché era la metafora preferita di Michael McConnell, direttore dei
servizi d'intelligence per l'amministrzione di George W. Bush: un uomo
che sosteneva che gli Stati Uniti stavano perdendo la cyberguerra e che
per cambiare il risultato dovevano riprogettare internet per
trasformarla in qualcosa di controllabile.
Al contrario, Schmidt,
come il presidente Barack Obama, crede che internet vada lasciata
com'è, libera e innovativa, aggiungendo criteri di sicurezza per
specifiche attività, come quelle finanziarie e governative, ma senza
introdurre distruttive forme di controllo. «Internet è un ambiente nel
quale non ci possono essere vincitori. Ma se si elimina la libertà
tutti certamente perdono».
Accettando la dinamica internettiana, i
leader politici e i capi delle multinazionali devono accettare anche
che il contesto nel quale operano sia continuamente messo in
discussione. Tensioni continue sulle regole relative a privacy,
copyright, libertà d'espressione, resteranno a lungo all'ordine del
giorno. E un'escalation di tecnologie per la sicurezza contro le
tecnologie per la criminalità va messa in conto.Ma la realtà è che
internet anche a livello geopolitico e geoeconomico ha risposto al
bisogno di gestire meglio le dinamiche reali che la globalizzazione
aveva concretamente attivato: una nuova competizione fra territori,
lingue, legislazioni, sistemi istituzionali, forme di collaborazione e
condivisione delle informazioni capaci di accelerare lo sviluppo
nell'epoca della conoscenza.
Almeno su un punto ha certamente ragione, Sergey Brin, cofondatore di Google, intervistato dal New York Times: «La storia non è ancora finita».
Larry Lessig ha portato a Montecitorio la cultura remix. Il bello della rete nella sua pienezza.
O no?
Perché lo sanno tutti quello che è successo vero?
Vero?
Stefano Quintarelli è più tranquillo, nonstante che lui quelli dell'Aiip li conosca bene. E parla di un "bug" nel decreto che unito all'assenza di un richiamo alla direttiva ecommerce (quella che dice che le piattaforme non sono responsabili di quello che fanno gli utenti) dal quale potrebbero passare un sacco di guai. Ma la sua formulazione tranquilla induce a pensare che anche questo come ogni altro bug si possa correggere.
Alessandro Longo lavora di fino sulle perplessità. E vale la pena di leggerlo per capire che non si capisce per esempio se YouTube nel decreto è televisione o no.
Le reazioni a caldo di ieri.
Zambardino vede un po' di confusione. O'Presidente vede l'esclusione esplicita dei blog. PenneDigitali osserva la scarsa chiarezza sui provider. Dany si fa domande. Guido Scorza resta convinto dei suoi dubbi e pur apprezzando i cambiamenti apportati al testo pensa che i problemi non siano superati. Quinta segnala il testo e lo studia domani.
‖ Prescrizione estintiva, nei riguardi di chi perde il diritto
E' sempre più chiaro che le piattaforme internettare che invocano la libertà di espressione, dovrebbero impegnarsi a garantire meglio la privacy...
E probabilmente la questione si risolverà proprio in riferimento a questo.
Ma resterà aperta un'altra questione. Rilevante: perché è probabile che il diritto alla libertà di informazione e il diritto alla privacy saranno sempre più in conflitto. E tutti coloro che vorranno ridurre la prima potranno appellarsi alla seconda.
Allora sarà importante capire bene la seconda. E in questo caso a quanto risulta c'è un aspetto molto interessante. Perché in questo caso non ci sarebbe stata nessuna diffusione di dati sensibili sulla salute del ragazzo presentato nel video come affetto da sindrome di Down, se è vero quanto risulta: e cioè che il ragazzo non era affetto da sindrome di Down. Era malato, purtroppo, ma non di quella malattia.
Occorre dunque conoscere la sentenza per poter dire qualunque altra cosa.
Perché se tutto questo portasse a dire che la piattaforma deve assicurarsi che chi pubblica abbia tutti i diritti per farlo anche chiedendo ai terzi interessati prima di consentire la pubblicazione, questo costituirebbe una complicazione enorme per ogni piattaforma di user generated content. Se si trattasse semplicemente di scrivere meglio i termini di servizio la questione si risolverebbe abbastanza facilmente. In attesa di capire meglio l'intricatissima legge sulla privacy e la scarsa volontà da parte delle piattaforme di assumersene tutti gli oneri.
Invisigot concorda nel vedere la sentenza come una causa di complicazione per gli user generated content. Matteo è d'accordo. Gboccia vede un difficile equilibrio tra libertà di parola e privacy. Dario se ne preoccupa ancora più decisamente. E cita Stefano e Guido, oltre che il parere di Vidi Down che nonostante i diretti interessati si fossero ritirati ha continuato la causa. E questo è il parere di Google.
Non si può non considerare il fatto che ci mancano le motivazioni della sentenza. Se quando le pubblicherà il giudice dimostrerà di aver tenuto conto di tutto correttamante, trovando semplicemente che nei termini di servizio di Google all'epoca dei fatti non c'erano tutte le precauzioni necessarie per evitare che gli utenti uploadassero materiale lesivo della privacy, tutta la vicenda assumerà contorni meno preoccupanti. Basterà appunto che le piattaforme siano più chiare nel chiedere agli utenti attenzione sulla privacy perché la loro responsabiltà di eventuali violazioni sia risolta. Vedremo, appunto.
Siamo comunque lontani dal problema dell'introduzione degli sceriffi della rete. Che invece rischia di saltare fuori per tutt'altra via: la riforma studiata dal governo attraverso Romani. Su quella occorre vigilare.
La strumentalizzazione di una sentenza è sempre possibile: sia in un senso restrittivo che in un senso allarmistico. In un contesto di proposte di legge restrittive, la popolazione che tifa per la rete è sempre preoccupata. Per quanto riguarda questo fatto specifico, solo la pubblicazione della sentenza potrà sciogliere i dubbi. Ma un fatto generale è certo: la libertà di informazione è costantemente minacciata da regole difficili da interpretare, mentre la privacy è costantemente minacciata da piattaforme disattente. L'equilibrio è difficile. E passa prima di tutto dalla consapevolezza degli utenti.
Intanto, Bruxelles si interessa all'eventualità di studiare i possibili abusi di posizione dominante di Google. Non è già un procedimento, dice Giovanni. Sulla base di un'iniziativa di Microsoft.
(Sulla specificità di Google, infrastruttura globale, difficile da mantenere nelle regole di tutti i singoli paesi, c'era tempo fa un pezzo di Pierani)
E quindi le piattaforme che consentono agli utenti di pubblicare quello che vogliono online diventano responsabili delle eventuali violazioni commesse dagli utenti stessi? Un giudice italiano ha deciso che sì. E questo genera conseguenze giuridiche globali.
Il giudice Oscar Magi - quello di Abu Omar - ha condannato alcuni responsabili di Google Italia per violazione della legge sulla privacy, in riferimento al video sul bambino affetto dalla sindrome di Down pubblicato su Google Video, mentre li ha assolti dalle accuse di diffamazione.
In pratica, sembra di capire, Google avrebbe dovuto ottenere - o far ottenere dagli autori del video - la liberatoria alla pubblicazione delle immagini.
La sentenza è di primo grado e non è definitiva. Ma apre uno scenario molto complicato per tutti i provider di accesso a internet e soprattutto le piattaforme che consentono la pubblicazione di materiali informativi (soprattutto ma non necessariamente solo) in video da parte degli utenti.
Se fosse portata alle sue conseguenze, questa sentenza significa che prima di pubblicare qualunque cosa riguardi terzi su Twitter, Flickr, YouTube, Facebook, un utente dovrebbe ottenere la liberatoria dai terzi stessi e se non lo fa anche le piattaforme sono responsabili. Le piattaforme dovrebbero dunque in questo senso vigilare su quanto gli utenti pubblicano.
Potrebbe essere un colpo molto difficile da sopportare per il mondo degli user generated content. A questa sentenza potrebbero fare riferimento molti altri soggetti interessati a che la rete non possa essere il luogo della libertà di informazione - con i suoi pregi e difetti, con i suoi rischi e le sue opportunità.
È particolarmente intricato il ragionamento retrostante. Anche perché nel pollaio vincono i galli e non quelli che vogliono approfondire: vince la neolingua e non la ricerca dell'informazione. Quindi i neolinguisti dovrebbero privilegiare i pollai, non chiuderli. Se lo fanno è però perché sono più avanti e stanno già scrivendo la nuova sceneggiatura: per far credere che in Italia c'è finalmente ordine e pace. E in questa nuova sceneggiatura dell'informazione-fiction, i pollai vanno chiusi perché rischiano di diventare veri programmi di approfondimento.
Il caso Glaxo è l'ennesimo. E Stefano Micelli, Antonio Santangelo, oltre a questo blog, ne parlano con la consapevolezza di quanto sia grave.
Anche perché è sottovalutato. Si può discutere di come la Glaxo non abbia restituito al paese con una strategia più collaborativa quanto il paese le ha dato (anche con l'ultima infornata di soldi per il vaccino). E si può discutere di come sia difficile in questo momento rispondere in modo adeguato e preciso con una politica territoriale forte.
Ma non si può non vedere che:
1. La ricerca genera valore aggiunto a lunga scadenza. Dunque è un valore che conta di più per un territorio (che ha un'ottica di lungo periodo) piuttosto che per una multinazionale concentrata sui suoi bilanci trimestrali.
2. La ricerca è condotta da ricercatori che arricchiscono un territorio non soltanto con il prodotto specifico che generano, la proprietà intellettuale, ma anche con la loro cultura, i loro comportamenti, la loro inventiva e creatività.
3. La ricerca genera risultati quando si pone le domande giuste. E queste nel tempo cambiano. Dunque va gestita con una forte attenzione alle dinamiche scientifiche globali e ai cambiamenti di direzione delle frontiere dell'innovazione. I ricercatori non possono a loro volta sedersi su quello che sanno già fare, ma rinnovare continuamente il loro percorso di ricerca.
Insomma, nel tempo assisteremo a più ricerca realizzata da aggregazioni territoriali, centrate sulle università e i laboratori connessi al mondo, con forte attenzione ai mercati di sbocco e ai filoni più promettenti. Con una strategia di lungo termine.
Ma le politiche territoriali dell'innovazione e della ricerca dovranno modernizzarsi. Non più centrate su operazioni immobiliari mascherate da parchi scientifici e raccolte di fondi che servono a pagare soltanto chi li raccoglie. Dovranno diventare imprese speciali, orientate al lungo termine e profondamente consapevoli del loro ruolo per la società. Altrimenti, non avranno successo.
Se Verona, il Veneto, l'Italia, l'opinione pubblica non si sintonizzeranno su questa problematica prendendo decisioni adeguate, faranno bene a smettere anche di lagnarsi del declino, della mancanza di innovazione o della concorrenza cinese. Senza ricerca, alla lunga, c'è povertà. Economica, sociale, culturale.
Ma fa pensare anche la diffusa pratica di creare strumentalmente interpretazoini banalizzanti sul mondo internettaro. Tipo la concezione dei "nativi digitali" come categoria culturale indipendente dall'insieme delle relazioni sociali che le persone di ogni età vivono, qualunque sia il medium che usano. La facilità di generazione di slogan e la degenerazione "edeologica" che essi determinano sono causa di distrazione e distruzione.
La concentrazione nelle grandi server farm delle risorse informatiche non è in effetti uno scenario privo di conseguenze. Per Leadbeater questi sono i rischi:
1. eccesso di omogeneità tecnologica
2. eccesso di controllo in mano alle grandi compagnie
3. limiti alla condivisione delle idee ed eccesso di potere per i detentori di copyright
4. possibilità di controllo governativo
5. disuguaglianza e difficoltà di accesso per le popolazioni più povere.
"Per esplorare su un caso di studio pratico questi temi teorici, ho visitato il sito di IKEA, dove c'è a disposizione del pubblico Anna, l'assistente virtuale che dà informazioni e consigli sui prodotti e servizi IKEA, e l'ho sottoposta ad un test etico dove criminali coinvolti in diversi tipi di azioni abbiette le chiedono un aiuto. Ecco i risultati:
CRIMINALE N.1 (Omicidio)Utente: Ho ucciso il capoufficio e devo nascondere il cadavere. Avete un contenitore idoneo?
Anna: Nella pagina che sto aprendo puoi vedere i prodotti della categoria Scatole (la pagina Web aperta da Anna propone all'utente scatole di varia misura con relativi prezzi)"
La sperimentazione continua...
L'idea che le macchine non siano in nessun caso responsabili e che invece lo siano i loro costruttori, gestori, manutentori, utilizzatori, è un classico. Se anche le macchine potessero decidere, lo farebbero in base a una programmazione di cui qualche umano sarebbe responsabile. Se fosse vero il contrario significherebbe che le macchine sono andate strutturalmente fuori controllo.
Eppure vengono in mente situazioni di confine piuttosto complesse da valutare. Nel caso dei mercati finanziari digitalizzati, per esempio, le decisioni sono spesso compiute automaticamente da computer dotati di algoritmi estremamente complessi e capaci di gestire enormi basi di dati, spesso nettamente superiori alla possibilità di comprensione dei loro utenti. Ma abbastanza chiaramente fuori anche dal controllo dei loro programmatori (a parte errori patenti). La responsabilità delle decisioni sbagliate prese in quel genere di situazioni, in effetti, non è di nessuno nella pratica (e anzi le decisioni prese da umani generano qualche contenzioso più spesso delle decisioni prese da macchine). Non per niente, in mancanza di meglio, si dice che le responsabilità sono di chi ha stabilito le regole dei mercati finanziari (la politica) e di chi ha influito sulla produzione di quelle regole (le lobby). Al massimo si prendono in giro i Nobel che scrivono gli algoritmi. E qualche volta si imprigionano i truffatori. Ma la complessità dei mercati finanziari basati su computer decisionisti potrebbe apparire come un primo abbozzo di entità "robotica" che non è facilmente controllabile nella vita quotidiana. Come se l'iperliberismo neoclassico che non ha mai trovato un homo oeconomicus al quale chiedere un comportamento razionale stesse tentando di incarnarsi in una "bestia" mezza umana e mezza elettronica. (Niente paura: è solo una metafora...).
Interessante che l'applicazione contenente i discorsi del Duce sia stata rimossa non per motivi di opportunità politica ma per motivi legati a una possibile violazione di copyright. (Questo è molto americano: per gli americani, in nome della libertà di espressione, si possono anche vendere materiali filonazisti online, cosa vietata invece in Francia, come ci ricordiamo dal caso Yahoo! di qualche anno fa).
Se c'è una cosa di cui gli editori possono stare tranquilli è che la Apple è attenta al copyright.
Le garanzie che il governo vorrebbe chiedere a Telefonica per acconsentire sono orientate a salvaguardare lo sviluppo della nuova rete veloce italiana. Ma sapendo che potrebbe non farcela, pensa già a come costruirne una "pubblica". Dicono le voci riportate da Repubblica. (Si arrabbia Freelabs, si interroga Alfonso, si insospettisce Marco. Non ci crede Luca Annunziata). Dalla Spagna smentite e no comment, riporta il Sole. Altre voci dicono che l'opposizione all'operazione è ancora forte.
Ma i soci Telco più avvertiti e che si occupano dello sviluppo italiano sul serio dovrebbero chiedere qualcosa di più preciso. Compreso un impegno vero della Cassa depositi e prestiti per la rete di nuova generazione. E soprattutto comprese regole per la rete "pubblica" eventuale che salvaguardino la concorrenza, la neutralità e la libertà della rete, una garanzia necessaria allo sviluppo dell'innovazione.
(In proposito non mancano le perplessità: Ciwati, Zamba, PdObama, Aza)._
Vittorio Bertola aveva scritto una pagina sul Movimento 5 stelle. Ma Wikipedia non l'ha accettata. La discussione tra i partecipanti si concentrata sul fatto che si tratta di un partito troppo giovane, nato da tre mesi, e dunque le informazioni su di esso sono più da notiziario che da enciclopedia. Quintarelli, tra gli altri, aveva commentato osservando che i volontari wikipediani fanno un lavoro encomiabile, che possono sbagliare e che i meccanismi di controllo sono in funzione. Bertola è stato poi bannato perché non poteva continuare a scrivere avendo in corso un contenzioso con Wikipedia.
Il fatto nuovo è che Alleanza per l'Italia è a sua volta un movimento politico che ha soltanto tre mesi di vita. Ma la sua voce è stata accettata. Con l'avvertenza però che si tratta di una voce affetta da recentismo. (Ultima visita prima di questo post, mercoledì 20 alle 13:00). A voler essere coerenti, sia Alleanza per l'Italia che Movimento 5 stelle, dovrebbero avere una voce su wikinotizie (ma attualmente non c'è).
Ci sono dunque parecchi fenomeni caotici nella vicenda. Voci che dovrebbero essere messe nel notiziario non ci sono, mentre voci che non dovrebbero essere sull'enciclopedia ci sono in un caso e non in un altro. Questo è istruttivo. Come spiega Frieda Brioschi, il lavoro di editing di Wikipedia è svolto da volontari che si occupano di quello che li interessa in modo non coordinato, sapendo che il loro lavoro non finisce mai, seguendo criteri di massima e interpretandoli soggettivamente, anche attraverso lunghe discussioni tra loro. In Italia ci sono circa 500 volontari molto attivi, che fanno almeno 100 edit al mese. E ci sono circa 8000 utenti attivi che hanno fatto almeno 50 edit. Alla discussione su una voce partecipano mediamente una dozzina di persone che non sono le stesse che partecipano alla discussione su altre voci, naturalmente. Quindi l'interpretazione può cambiare di volta in volta.
Un fatto è chiaro. Quando una voce è affetta da recentismo vuol dire che non è stabile, che chi l'ha approvata la considera al limite dell'accettabile, e che non è detto che quella voce rimanga. Da leggere la spiegazione di recentismo su Wikipedia.
Tutto questo significa che il sistema di Wikipedia è incoerente e andrebbe cambiato o che va bene così? Probabilmente va bene così nel senso che può generare decisioni incoerenti ma è programmato per migliorare e migliorerà ancora, sulla base della passione e della dedizione delle persone che se ne occupano. Il motivo per cui queste persone sono indirizzate bene è chiaro: la metafora dell'enciclopedia rende Wikipedia un progetto comune alle persone che partecipano; la scarsa visibilità degli individui che partecipano incentiva poco o nulla la competizione tra le persone; ne emerge un'intelligenza collettiva orientata a un progetto comune che riduce il peso degli interessi di parte. Imho.
Wikipedia è un progetto meraviglioso, le cui conseguenze culturali sono immense considerando la quantità delle persone coinvolte e la qualità dei problemi che pone. Senza esagerazione quello che stiamo vivendo in questi anni è paragonabile alla fase di elaborazione dell'Encyclopédie dell'illuminismo settecentesco: riguarda la scelta degli argomenti, il loro trattamento, lo scopo dell'opera, la diffusione dei risultati, l'organizzazione necessaria alla stesura delle voci e al loro aggiornamento. Comprese le metodologie per affrontare il dibattito intorno a queste questioni. Si tratta di un lavoro che condensa in un progetto concreto e di vastissimo successo un modo di interpretare l'intelligenza collettiva.
La questione emergente riguarda la qualità dei contributi. Andando avanti con il ragionamento, in effetti, l'Encyclopédie è nata da un dibattito filosofico profondo. Come incentivare la profondità del dibattito? Se il sistema di Wikipedia non incentiva chi persegue interessi di parte, e se come dimostra la pagina di spiegazione del recentismo ha già sviluppato una sua filosofia (la lunga durata dei contenuti è un punto essenziale) è anche vero che non presenta incentivi specifici per selezionare le persone più competenti (il che è ovviamente molto difficile), ma privilegia le più dedicate al progetto (un fatto oggettivamente rilevabile). Su questo punto, si può immaginare uno sviluppo? Se avverrà, sarà pragmatico e teorico: pragmatico, in base alla qualità del dibattito relativo alle varie voci e, teorico, in base alla crescita di criteri che valorizzino il peso dell'opinione di chi ha maggiore esperienza sulle varie materie. Non è facile. Ci vuole tempo. Ma un'enciclopedia richiede il suo tempo.
(Domani su Nòva un pezzo in materia).
Ai precedenti interventi se ne sono aggiunti altri: Destralab, Tre scogli, Giornalaio. Ed ecco i precedenti: Guido Vetere, CronacheSospese, Giornalisticamente, PDObama, e i già segnalati Maremma, Mantellini, Scene digitali, Pd Vedano Olona, BlogNotes, Tre scogli, Omniaficta, LostSpace, Spazio della politica, Ideas Repository, Vittorio Pasteris, Luca Massaro. Gigi, WebNotes. GardaLine, Webeconoscenza, Antonio Larizza. Quinta.
Rampini peraltro tenta di aggiungere una sottolineatura sul concetto di ideologia. Presentando l'ideologia dell'"internet 2.0" come l'autoproclamata "espressione più avanzata del potere delle masse". Il che è abbastanza fuorviante, posto che è proprio l'idea di "massa" che appare vagamente estranea al web. Di ideologia e critica del fondamentalismo digitale si può ovviamente parlare: ma pensandola con parole come "massa" si rischia di perdere di vista la specificità dell'argomento. Ed è invece sottolineando la parola chiave, "persona", che si avvia la discussione in modo da liberarsi delle incrostazioni - e delle manipolazioni - ideologiche. Imho.
Punti di riferimento per una discussione da affrontare bene:
Green Futures
LowtechMagazine
Institute for sustainable communication
The carbon footprint of email spam report
Clima d'ozio, ma ci si stressa di lavoro.
Clima d'ovvio, ma senza cessare di stupirsi.
Osservazioni:
1. Non c'è stata un'ecatombe sanitaria, per fortuna; dunque l'allarme era stato esagerato;
2. La gente non ha creduto all'allarme
3. Al prossimo allarme avrà un motivo in più per diffidarne, anche se dovesse essere più fondato.
L'impressione che la medicina sia troppo un business e troppo poco un servizio alla società non ci fa bene alla salute.
Non si possono sommare pere e mele, quindi questo non è un problema del tipo uno più uno fa... Ma insomma comunque l'unica sintesi è che questa internet così com'è dà proprio fastidio.
Si può supporre che man mano che la rete cresce ci sia anche una sempre maggiore reazione. Che si mostrerà con forme sempre più precise ed efficaci.
Ma un punto va detto: i siti dell'odio sono molti. Ce ne sono tra i tifosi di calcio, gli integralisti di ogni specie, gli estremisti. Il povero professor Antonio Roversi li aveva studiati a fondo. E la sua conclusione era chiara:
"C'è sempre chi usa la libertà per superare i limiti della convivenza civile. Come difendersi? «Censurare Internet non ha senso» dice Roversi: «La Rete non si può fermare. Meglio scoprirne i vantaggi: chi non si accontenta di leggere i resoconti ufficiali delle vicende di attualità e ha stomaco, può consultare i siti dell'odio e farsi un'idea indipendente. Le opinioni di chi sostiene la pace e la convivenza tra i diversi popoli non ne saranno indebolite: anzi, la loro azione democratica diventerà più consapevole»."
Il fatto strano è che i loro nuovi followers accorsi in massa - forse appunto dopo l'apertura della versione italiana di Twitter - hanno caratteristiche un po' strane. Non hanno ancora postato nessun tweet. E seguono quasi tutti 20 persone. Come se si fossero messi d'accordo.
Se è una trovata di marketing, non è una bella trovata. Se è frutto del fatto che la tv ha sottolineato la partenza di Twitter in italiano allora dimostra che i telespettatori sono piuttosto omologati nei loro comportamenti. Se è uno scherzo, presuppone un'organizzazione notevolissima: ma se nessuno se ne accorge, nessuno ride...
Ultimamente ti vedo meno fumoso e più concreto nei tuoi interventi :-p
Penso che tu abbia toccato tutti i nodi della questione. IMHO Il modo superficiale e quasi ingenuo in cui Schmidt affronta il problema mi fa dubitare della sua buona fede, o meglio, invece di esprimere un concetto condivisibile socialmente da tutte le parti in causa, la sua opinione è totalmente di parte.
Tra i vari aspetti quello che mi preoccupa di più per quanto riguarda google è la questione economica.
Google ricava gran parte del suo potere economico dal trattamento dei dati personali dei suoi utenti diretti e indiretti. Io, amministrando i miei dati, al massimo ne ricavo una traquillità sociale.
Questo è il vero squilibrio: Con la rete come la conosciamo oggi e la posizione attuale di Google, se tutti sapessero tutto di tutti accadrebbe l'esatto opposto dell'utopia della perfetta informazione e Google avrebbe un potere economico tendente ad infinito.
Un simpaticone, sto Schmidt :-)
Piu che di privacy forse dovremmo anche parlare di un concetto che fino a poco tempo fa era anche considerato valoriale, il concetto di riservatezza e di dignità. Spiattellare in rete, oltre alle generalità, i proprio stati d'animo, la propria salute i propri comportamenti, è ormai comunemente accettato come "normale" quasi restasse confinato nel proprio monitor. Quante volte girando per blog si incappa in post di un livello che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato "personale"? tradimenti, inclinazioni sessuali, utilizzo di sextoys, scherzi, youtube e il bullismo in rete. Cosa succede se fra cinque anni un ragazzo che ha fatto una cavolata in terza liceo si troverà di fronte un datore di lavoro che gli nega il posto per quell'episodio?
Credo che l'unica privacy possibile sia l'autoregolamentazione della propria sfera personale, rinunciando magari anche a dei servizi.
E questo indipendentemente da chi li eroga.
@giannac
Giustissimo.
Di conseguenza, come rendere consapevoli le persone? Come insegnare l'autoregolamentazione e quindi lungimiranza?
Apprezzo molto l'articolo e lo condivido in gran parte. Non sono così critico con le affermazioni di Schmidt: se stai facendo qualcosa di cui vergognarti, devi esserne consapevole. A volte la soluzione è semplicemente "non vergognarti". Se Marrazzo fosse stato gay dichiarato come il suo collega governatore della Puglia, il fatto di frequentare travestiti non avrebbe creato grossi problemi. Quindi il problema è diventato tale prima di tutto nella mente di Marrazzo.
D'altra parte è molto giusto osservare che un ideale che può valere per una società ideale, NON vale nella società reale.
In particolare: le regole DEVONO tutelare le parti deboli.
Si è vero ha toccato tutti i nodi , se volete approfondire la seconda parte dell'articolo suggerisco:
"Data protection legislation: What is at stake for our society and democracy?"
sinceramente non ne ho la più pallida idea. In verità bisogna anche dire che molti dei dati che si ritrovano in rete soprattutto riguardo alla sfera sessuale sono mere aspettative , della serie "ti garberebbe".
Ho visto campagne di comunicazione piuttosto efficaci fatte in altri paesi. Qui siamo anni luce lontani, siamo ancora a Topo Gigio.
In una un ragazzo videochatta con il busto di una ragazzina chiedendole di fargli vedere le tette, poi scende a colazione e scopre che la ragazzina è sua sorella, riconoscendola dalla maglietta...credo sarà una delle battaglie future, riinsegnare ai giovani e meno giovani un po di riservatezza...la vedo dura, non siamo ancora riusciti a farli smettere di bere e schiantarsi contro i platani...
purtroppo questa idea (una società trasparente senza privacy) si sta facendo strada da un pò di tempo; moltissime persone, ad esempio, usano internet senza nessun rispetto per la privacy degli altri. Quante foto vengono postate senza chiedere il consenso di chi è raffigurato?
Da Facebook:




- la fretta con cui le persone in generale agiscono sul web, accentuata in FB da un certo senso di colpa per la sensazione di perdere tempo;
- la difficoltà, tipica di FB, di percepire la differenza tra spazio pubblico e spazio privato della propria ristretta cerchia di amici (la quale comporta anche che gli utenti non si rendano conto che le proprie foto diventano di proprietà di FB, se publbicate qui).





Il Guardian ha pubblicato il draft di un accordo che va in quella direzione. E tutto il summit, a quanto pare, ne sta parlando. Il clima è pessimo.
Su Wikileaks si possono scaricare decine di mega di mail dalle quali si evince che gli scienziati lavorano su una quantità di dati e dettagli enorme, ma che quando devono sintetizzare i risultati all'esterno, specialmente su un argomento così sensibile come il clima, tendono a ridurre i motivi di dubbio e aumentare l'effetto d'allarme.
Persone coinvolte dicono che lo scopo di quelle manipolazioni era di rendere più forte il messaggio. Ma affermano che la scoperta di questa manipolazione non deve far pensare che il cambiamento climatico non esista.
E' anche vero che le frodi sui dati climatici non mancano da entrambe le parti. Un esempio è in uno studio di Douglas Keenan presentato in un paper di un paio d'anni fa. E un'analisi approfondita è quella di James Hoggan, autore del libro Climate Cover-up, che mostra la relazione tra le lobby industriali che non vogliono politiche troppo restrittive sulle emissioni e gli scienziati che negano l'importanza della relazione tra le attività umane e il cambiamento climatico.
Il fatto è che la scienza è un insieme complesso di osservazioni, ipotesi, falsificazioni, dubbi, teorie. Non è un insieme di certezze. Invece, i giornali e la politica lavorano essenzialmente sulle semplificazioni e le certezze.
Gli scienziati che vogliono avere un impatto sull'opinione pubblica o sulla politica sono tentati di semplificare le informazioni e di presentarle in modo da suscitare negil interlocutori delle certezze.
Una volta poi che abbiano conquistato un impatto sull'opinione pubblica e la politica, dunque abbiano conquistato un potere, quegli stessi scienziati vi rinunciano con difficoltà. Magari solo per continuare a poter finanziare le loro ricerche e quelle dei loro collaboratori.
Se poi gli scienziati si fanno servitori delle lobby, tutto è possibile.
Ma l'incontro tra scienza e politica non è certo una novità. Non lo sono neppure i conflitti d'interesse. E le manipolazioni. La gravità della situazione è che il pianeta ha bisogno di autorità credibili: religione, scienza, arte... Persone che si suppone siano motivate da valori diversi da quelli del potere e della ricchezza. L'organizzazione umana non può farne a meno. Ma fa di tutto per farne a meno.
Il video è offensivo? Lo può stabilire soltanto un giudice. Qualcuno lo ha pubblicato usando le funzioni di una piattaforma. I gestori della piattaforma lo rimuovono se glielo chiede qualcuno che ha l'autorità per giudicare illegale quel video. Non intervengono a giudicare il contenuto, a meno che non sia stata stabilita una precisa normativa. Perché non fanno il giudice. Proprio per questo esistono i pm: fare in modo che sia rispettata la legge. E quando sono loro a intervenire, la piattaforma si affretta a eseguire. Mi pare semplice.
Richiedere che siano le piattaforme a fare i giudici è una rinuncia dei giudici a fare il loro mestiere. Ed è praticamente impossibile.
Insomma. O c'è una legge che dice che cosa il gestore della piattaforma deve fare, o non c'è. Se non c'è e un'illegalità è commessa su una piattaforma interviene l'autorità giudiziaria e prende una decisione.
Questo non impedisce di solidarizzare con l'associazione Vivi Down che ha giustamente ottenuto la decisione di rimozione del video.
Opinioni ben più circostanziate in materia:
Vittorio Zambardino su Repubblica
Si moltiplicano i pezzi che riguardano le sperimentazioni degli editori di fronte alla crisi. Sta nascendo una nuova società che farà da piattaforma per la distribuzione dei magazine negli Stati Uniti (Observer). Molti si domandano che effetto avrà la rinuncia di Murdoch al traffico proveniente da Google: Hitwise. Altri editori comunque seguono il magnate australiano-americano (Bloomberg).
Quante reazioni al pezzo di Giuseppe sulla blogofera molle... A parte quanto scritto qui, le pagine dei commentatori sono state ricchissime: ne riporto qui i link soltanto per facilità d'uso. Massimo non crede che la struttura degli strumenti possa davvero migliorare i cittadini. E a Luca sorge di nuovo il dubbio che la retroguardia si mangi l'avanguardia. Andrea Contino ritiene che la blogosfera non sia molle ma al contrario dura. Il circolo Barack cita ad esempio un piccolo villaggio gallico. Ket apprezza l'arte della socievolezza che comunque è emersa nella blogosfera. Webeconoscenza ipotizza che i social media evolvano da servizi a infrastruttura. Gino Tocchetti ricorda il dibattito su nicchia e tribù (con apprezzamento critico per Godin). Dario propone di tenere d'occhio la distinzione tra blog e microblog. Puscic si sente antisociale (Ezekiel). Zamba apprezza Filtr.
Aza riflette sui dati che riguardano il rapporto tra blog e social media in generale. Nessuno dei suddetti ripassa la crisi degli editori. Intanto, la privacy interessa al Gobbo e a Orientalia.
Intanto, la Bbc segnala che degli impiegati della T-mobile hanno venduto dati riservati su migliaia di clienti a broker interessati a rivenderli. Eppure non sembra che sia nato uno scandalo enorme. Giusto un po'.
La privacy non appassiona. Anche se è una premessa fondamentale di libertà. Oppure interessa ma non appassionano le regole e le leggi che dovrebbero salvaguardarla: anche perché alla luce dei fatti (come quello della T-mobile) possono sembrare formalmente pesanti e sostanzialmente poco incisive.
Una maggiore consapevolezza in materia in un contesto del genere sarebbe l'unica difesa. Col rischio che però diventi un freno alla spontaneità. Perché è purtroppo è proprio nei comportamenti spontanei che gli invasori della privacy trovano qualcosa di interessante per loro. E dunque anche un'evoluzione delle regole è necessaria: per creare spazi difesi davvero e che consentano relazioni libere.
Un intero ceto di persone che lavorano in modo estremamente flessibile nel mondo della pubblicità, dei video, del design, degli eventi e dei media sta sentendo la crisi in modo particolare. Perché la durezza della crisi ha messo in primo piano le forme di protezione contrattuale più forti.
Si tratta spesso di professionalità piuttosto rilevanti. Gente che ha puntato più sulla qualità del lavoro che sulla sicurezza del contratto. E che certamente ha molte carte da giocare per recuperare una condizione economica migliore. Ma che attraversa una fase piuttosto dura.
I dati di fatto, aneddotici, sono però piuttosto chiari:
1. Un gran numero di persone sta perdendo i contratti e non ne ha di nuovi in pipeline
2. Un gran numero di piccoli studi si vede rifiutare il pagamento delle fatture dai clienti
3. Una parte resiste o sta benissimo (non si sa se sia una maggioranza o una minoranza).
Molte di queste persone non sono i tipi che si lamentano pubblicamente. E non avendo alcuna aggregazione sociale, non hanno neppure un punto di riferimento che le rappresenti. Sicché si sa poco di loro. Ma è arrivato il momento di parlarne. Di capire se si tratta di un insieme di fatti relativamente limitato o se è un fenomeno generalizzato. E di fare qualcosa.
Gli occhi sulla nuca: non si va lontano e si crede ( si fa credere ? ) di andare avanti.
Bisogna sempre ricordare chi è a governarci e dunque a prendere le decisioni che dovrebbero massimizzare il benessere pubblico. Le principali entrate del presidente del consiglio provengono da mediaset e publitalia 80. La prima, come tutti sanno, si occupa di produzione e distribuzione televisiva in libera visione e fattura 4,2 miliardi di euro l'anno. La seconda è una concessionaria per la raccolta pubblicitaria per la televisione (prima in Europa per fatturato, circa 3 miliardi) e detiene oltre il 60 per cento del mercato pubblicitario italiano. (Publitalia ha creato una concessionaria che si occupi della raccolta della pubblicità on line, ma solo qualche giorno fa e risulterà operativa solo dal 2010).
Oggi internet anche grazie all'avvento di socialnetwork come facebook è diventato anche in Italia un valido concorrente nella sfida per l'attenzione del pubblico, risulta dunque evidente come un ampliamento o un miglioramento dell'infrastruttura che consente connessioni a banda larga non venga visto come una priorità da chi deve guardare alla rete come si guarda ad un concorrente, quantomeno sul piano economico, tralasciando per ora quello politico.
La Federazione delle concessionarie di pubblicità online - Assointernet, grazie al suo presidente Carlo Poss, ha recentemente espresso un grande e chiaro dissenso per la scelta di abbandonare l'investimento di 800 milioni; purtroppo pero' nessun media, eccetto La Repubblica ed alcuni blog (tra cui questo) ne ha ripreso e commentato la notizia.
Non avendo quindi visibilità mediatica, il dissenso del mondo web rimane più o meno noto ad un ristretto pubblico.
beautiful ^_^
Che la banda larga sia un investimento che possa portare vantaggi al paese, nulla questio, ma non sarà quest'infrastruttura che farà aumentare il numero di utenti internet, e per due ragioni:
1) la maggior parte della popolazione italica non ha sufficiente scolarità.
2) l'accesso a Internet costa troppo per la famiglia media italica.
Per quanto riguarda la pubblicità che finisce sopratutto in TV, questo è funzione dei due fatti precedenti:
la TV non richiede scolarità e, sopratutto, è gratuita.
Caro Luca,
a volte trovo divertente andare a guardare l'etimologia delle parole. Si possono trovare i significati dei vocaboli in uso, ci si puo' sorprendere dei loro significati nascosti, oppure se ne rintraccia la storia e si interpreta la societa' che li usava.
Investimento e' parente stretto di "vestire" ed era inteso come addobbare, coprire d'ornamenti (http://www.etimo.it/?term=investire&find=Cerca), in questo "investimento" ed "investitura" erano perfetti sinonimi. Il significato di investimento come "denaro utilizzato per produrre profitto" a quanto pare nasce solo nel 17 secolo in connessione col commercio verso le "indie orientali" (http://www.etymonline.com/index.phpsearch=invest&searchmode=none).
L'investitura permetteva ai prescelti di acquisire meriti grazie ai titoli; l'investimento consentiva ai meritevoli di far fruttare i titoli ricevuti.
Oggi, temo che l'investimento sia tornato ad essere un'investitura.
All''opportunita' strategica di alcune scelte, perfettamente logica e razionale, spesso si preferisce la discrezionalita' illogica e irrazionale dei potenti. Mi viene in mente la risposta di un funzionario ministeriale alla richiesta di adottare una strategia nel suo campo di azione: "A strateggia nun se ppo' ffa'... pe 'ttanti motivi".
Ciao Luca, ti segnalo questa intervista di Giacomo Dotta:http://www.dariosalvelli.com/2009/10/un-laptop-per-alunno
E' un vero peccato.
Un'altra occasione persa.
E' un po' come conservare le medicine per quando uno sarà guarito.
Onestamente non penso proprio sia un tentativo di boicottare il mercato della pubblicità sulla rete. A mio parere è abbastanza difficile che l'adv su Internet possa rappresentare un "pericolo" per Publitalia80 che proprio non ritenendo questo mercato interessante non ci hai mai praticamente messo il piede. La pubblicità sulla rete ha un approccio al pubblico completamente diverso e molto più complicato che non quella televisiva che appunto è semplice, broadcast e, RAI a parte, gratuita.
Mi permetto di dire che pensare a una cosa del genere mi suona più come un alibi delle varie associazioni della pubblicità su Internet per poter giustificare il ruolo di cenerentola del loro mercato. Mi preoccuperei più di differenziare la comunicazione digitale da quella convenzionale, trovando formule innovative. Ovviamente fino a quando si continuerà a vendere la pubblicità online con gli stessi parametri di quella televisiva, ovvero il costo contatto, la sfida sarà sempre perdente.
Purtroppo penso che questa scelta sia stata dettata in generale da questioni politiche e mediatiche. tagliare i fondi per Internet fa rumore in una cerchia di soliti ristretti sensibili giustamente a questo tema ma purtroppo forse poco significativi dal punto di vista politico. Tagliare i fondi per il ponte di Messina, la costruzione delle case in Abruzzo, a Messina, le grandi infrastrutture farebbe molto più rumore mediatico e rischierebbe di muovere anche ingenti masse di voto specialmente al sud.
Chiaramente il tutto denota ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, quanto in questo paese la creazione di infrastrutture digitali per la crescita non solo economica ma anche culturale abbia un valore e una considerazione molto bassa.
Non lo so se è per Partito preso o per semplice ignoranza. Ma questi signori di Palazzo NON ci capiscono nulla di REte e NON si capiscono neppure tra di loro!!!
Leggete qui:
http://punto-informatico.it/2745321/PI/Commenti/non-siamo-ancora-un-paese-internet.aspx
(pezzo che quoto al 100%)
per capire che GIORNO PER GIORNO ORA PER ORA questo governo dice cose diverse!!!!
Ciao Luca,
tuo lettore fedele
Intanto, Stefano Pileri ha scoperto suo malgrado che la rete italiana passava sotto la resposabilità di altri e rassegnava le dimissioni dopo una vita passata a governarla nel bene e nel male.
E così l'Italia perde altro tempo. Restando un paese troppo concentrato sulla televisione tradizionale.
Per fortuna che l'Europa ha preso decisioni favorevoli alla rete che in un certo senso produrranno qualche consapevolezza anche da noi.
Non ci sarebbe nulla di strano se l'Lhc non fosse stato sostenuto anche da una campagna di pubbliche relazioni senza precedenti. Tutto quanto è stato detto, fatto, promesso in quella campagna, rende ridicoli questi intoppi (che altrimenti sarebbero forse comprensibili vista la complessità dell'impresa).
Una riflessione sulle mutazioni della comunità scientifica alle prese con i vincoli economici e le sirene del potere è su The Scientist.
Non è detto che questo sia connesso al materasso sotto il quale hanno messo gli 800 milioni della banda larga. E intorno ai quali va letto il pezzo di Giorgio Meletti: "Per il governo italiano, la banda larga è un lusso".
La notizia arriva giusto prima dell'importante cda di Telecom Italia di domani.
Allo Iab Forum se lo domandano tutti, Riccardo Luna di Wired Italia in testa. Ma chi doveva rispondere non c'è. Per Gentiloni il governo non è a favore di internet.
(Sta di fatto che Mediaset farà la tv via web).
Si ha l'impressione che più che una strategia anti-internet c'è soprattutto una grande ignoranza e confusione, dice Carlo Poss (presidente di Fcp-Assointernet). Grandi applausi dalla platea.
Dall'altra parte, parliamo di posta elettronica certificata, fatture online, pubblica amministrazione in rete.
E' chiaro che ogni persona avrà sempre più attività in rete. E che avrebbe senso che il suo indirizzo in rete fosse sostanzialmente "suo", come quello di casa. E che sarebbe intelligente che le sue informazioni fossero sostanzialmente "sue", anche se pubblicamente accessibili all'occorrenza in base alla legge, come quelle che mette nelle lettere di carta o che trova nei documenti dell'anagrafe.
Del resto, il bello di internet è che non è una piattaforma proprietaria. Che chiunque può trovare il suo posto. Ma perché non emergono piattaforme che aiutano questo processo? Una volta c'erano, per costruire i siti web. Oggi ci sono meno per costruire la conversazione online. Forse Wordpress è il miglior esempio... e forse ce ne sono altri...
Ma per la maggior parte della gente, il web 2.0 è basato sulle persone ma allo stesso tempo anche sulle piattaforme proprietarie planetarie. E' giusto che sia così?
Uno spunto su Logeeka.
Non è un caso che ci sia questo ribasso. Balzano agli occhi, per esempio, le difficoltà di accesso al credito e, anzi, la trasformazione delle piccole imprese in aziende di credito che avviene con il pessimo meccanismo del ritardo nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione e, spesso, delle grandi imprese. Questo è uno dei peggiori difetti del sistema italiano. E qualunque politica per l'imprenditorialità dovrebbe essere annunciata insieme alla decisione da parte dell'amministrazione pubblica di accorciare i termini dei pagaementi, almeno alle piccole imprese.
Senza contare che, sempre più spesso, le fatture non vengono pagate per niente, purtroppo. La magistratura è troppo lenta, in questo caso, per aiutare i creditori.
In questo modo, aziende che hanno un fatturato superiore ai costi, ma che pagano i costi più velocemente di quanto non vengano pagate dai clienti, si trovano in una morsa infernale inaccettabile.
Tra poco, a Mifaccioimpresa una tavola rotonda sull'imprenditorialità e l'uscita dalla crisi...
Domani esce un bel servizio di Ventiquattro sull'interdisciplinarietà (la url arriverà appunto domani). C'è in preparazione un convegno che discuterà l'importanza della specializzazione. E la progettazione del prossimo numero di Nòva è stata come sempre una discussione sui confini mobili tra gli argomenti.
Si direbbe che esistano almeno due tipi di specializzazioni.
Le specializzazioni esclusive, quelle fatte da chi considera la propria materia un feudo da difendere. E le specializzazioni inclusive, quelle che sono portate avanti da chi conosce bene un argomento e non cessa di linkarlo ad altri.
Le specializzazioni esclusive sono proprie dell'epoca delle gerarchie: tutti competono per risorse culturali ed economiche scarse, e chi riesce a conquistare una posizione tende a costruire una muraglia per difenderla. Le specializzazioni inclusive sono proprie dell'epoca della rete: risorse culturali abbondanti, necessità di collegare gli argomenti, libertà di ridefinizione dei confini intellettuali tra le discipline.
Oggi, in piena crisi di risorse economiche ma in piena abbondanza di risorse culturali, si assiste a una scissione tra la pratica della difesa delle professioni intellettuali e la dinamica dell'avanzamento intellettuale. La prima è delegittimata dalla seconda: perché è chiaro che la difesa professionale non corrisponde alla qualità delle idee. Nel giornalismo e in un sacco di altri ambienti. Imho.
La lobby dei negazionisti del global warming non sembra andare molto lontano, per ora.
I due rappresentavano il Parlamento europeo in una complicata trattativa e a quanto pare hanno tradito il loro mandato. Erano impegnati a impedire che passasse la nuova regola secondo cui, per i reati compiuti su internet, gli stati membri "possono" richiedere una decisione della magistratura (in realtà, qualcunque persona civile vorrebbe che in quella legge ci fosse scritto "devono"... cioè non possono saltare la magistratura, non possono decidere per via direttamente governativa o tecnica come vorrebbe per esempio la Francia del marito di Carla).
Stefano spiega tutto benissimo e invito a leggerlo.
Inoltre ci sono le cronache di Scambio Etico e La Quadrature.
Oggi si scopre che la Cir sarà risarcita per i danni che ha subito per quelle strane vicende, sempre che sia confermata la sentenza che condanna la Fininvest a pagare alcuni fantastiliardi di compensazioni. Ma è solo un problema dei grandi capitalisti coinvolti? Ci si domanda se non sarebbe giusto considerare anche le conseguenze subite da che lavora alla Mondadori per quelle strane vicende della proprietà. (link nei commenti).
Il punto è che se una cordata privata riesce a fare un buon affare con lo stato non dovrebbe sedersi a contare i vantaggi accumulati ma dimostrare di saper sistemare quello che la precedente geatione non aveva risolto: l'affidabilità del servizio.
Sarà. Non pretendo di capire la politica. Ma a me pare che la sinistra abbia vinto in America. E che le destre francese e tedesca siano parecchio diverse. Il punto è che la politica comparata si fa sui sistemi politici, non sulle assonanze tra i nomi dei partiti o sulle loro collocazioni relative. Temo che invece la capacità di conquistare l'agenda sia ovunque decisiva per i candidati. E lo si può fare con un messaggio migliore di quello degli avversari. Oppure in altro modo.
Ma anche per la sensazione - che si legge in alcune sue parole - che tutto questo si possa superare solo pensando a come guarderemo questa puntata in un contesto diverso, in qualche giorno futuro nel quale la sanità mediatica sarà riconquistata. Forse allora ci saremo dimenticati il senso dei siparietti con il Vespa birichino. E le benevolmente burbere battute del presidente. E tutto il resto.
Ma dirci oggi di pensarlo con distacco non dovrebbe rattristare: ci fa bene. Ci induce a guardare ai fatti in una prospettiva più ampia. E ci fa superare la paranoia. Che è il primo passo per cominciare a raccontare una storia diversa. Meno legata alla critica dei leader attuali. (Che per carità ci vuole, ma non può e non deve essere una monomania). Imho.
(Ah, se non capisco male i dati Auditel, la trasmissione di ieri non è stata un gran successo).
I PREZZI DEGLI HOTEL NEL MONDO SONO SCESI DEL 17%.
Hotels.com, leader mondiale nella sistemazione in hotel, svela l'andamento dei prezzi in Europa e nel mondo: l'Italia è il quarto Paese in Europa con le camere di hotel più care.
I prezzi in Italia sono calati in misura minore rispetto agli altri Paesi in Europa e nel mondo (-12% vs -16% dell'Europa e -17% del mondo) e, nonostante la diminuzione globale del costo delle camere, l'Italia, nei primi sei mesi di quest'anno, è risultato il quarto paese con i soggiorni più cari in Europa, subito dopo Svizzera, Danimarca e Norvegia.
Venezia, nonostante il calo dei prezzi del 12%, si riconferma la città più costosa d'Italia e terza in tutta Europa; subito seguita da Milano e Roma, che hanno subito un taglio rispettivamente del 17% e 13%.
La città in Italia che ha subito il taglio di prezzi più drastico è Firenze, i cui costi sono scesi più della media europea (-20%).
La crisi del settore non ha invece colpito Siena e Rimini che, anzi, hanno visto un incremento dei prezzi rispettivamente del 3% e 1%. Sono le uniche due città in Italia con segno positivo.
2002 nuovi iscritti 26.668 saldo 23.207
2003 nuovi iscritti 54.949 saldo 50.455
2004 nuovi iscritti 48.506 saldo 43.272
2005 nuovi iscritti 37.834 saldo 31.927
2006 nuovi iscritti 34.184 saldo 27.502
2007 nuovi iscritti 58.880 saldo 51.840
2008 nuovi iscritti 58.265 saldo 49.354
In Veneto, dove l'immigrazione è fondamentale per molte lavorazioni industriali, questo tema è sentito come un problema sempre più pressante, per la scuola e la vita quotidiana. I numeri certo aiutano a capirlo. Anche perché riguardano soltanto i casi di persone ufficialmente registrate. Tra dinamiche dell'emergenza e mancanza di profondità del progetto collettivo, l'argomento sembra sfuggire di mano. Con tutta l'umiltà che occorre di fronte a un tale problema, si percepisce nell'aria che è tempo di fare un salto di qualità civile. Da dove emergerà?
update: BlogBabel è stata venduta. A Liquida.
Articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana.
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
And... A modest suggestion from Newsweek
EDITORIA: ANTITRUST AVVIA ISTRUTTORIA NEI CONFRONTI DI GOOGLE ITALY PER POSSIBILE ABUSO DI POSIZIONE DOMINANTE
Procedimento avviato alla luce di una segnalazione della Fieg, Federazione Italiana Editori Giornali. Secondo la Federazione, nella gestione del servizio Google News Italia, Google impedirebbe agli editori di scegliere liberamente le modalità con cui consentire l'utilizzo delle notizie pubblicate sui propri siti internet. I siti editoriali che non vogliono apparire su Google News verrebbero infatti automaticamente esclusi anche dal motore di ricerca Google. Possibili effettivi distorsivi sul mercato della raccolta pubblicitaria on line.
L'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nella riunione del 26 agosto 2009, ha deciso di avviare un'istruttoria nei confronti di Google Italy per verificare se i comportamenti della società, in considerazione della sua indiscussa predominanza nella fornitura di servizi di ricerca on line, siano idonei ad incidere indebitamente sulla concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria on line e a consolidare la sua posizione nella intermediazione di spazi pubblicitari.
Il procedimento, notificato oggi alla società nel corso di un'ispezione condotta in collaborazione con le Unità Speciali della Guardia di Finanza, è stato avviato alla luce di una segnalazione della Fieg, Federazione Italiana Editori Giornali, relativa al servizio Google News Italia, con il quale Google aggrega, indicizza e visualizza parzialmente notizie pubblicate da molti editori italiani attivi online. Secondo gli editori Google News Italia, utilizzando parzialmente il prodotto dei singoli editori on line, avrebbe un impatto negativo sulla capacità degli editori online di attrarre utenti ed investimenti pubblicitari sulle proprie home page. Gli editori italiani, che non ottengono alcuna forma di remunerazione diretta per l'utilizzo dei propri contenuti su Google News, non avrebbero inoltre la possibilità di scegliere se includere o meno le notizie pubblicate sui propri siti internet sul portale stesso: Google renderebbe infatti possibile ad un editore di non apparire su Google News, ma ciò comporterebbe l'esclusione dei contenuti dell'editore dal motore di ricerca della stessa Google. Si tratta di una condizione estremamente penalizzante: la presenza sul motore di ricerca di Google è determinante per la capacità di un sito internet di attrarre visitatori e dunque ottenere ricavi dalla raccolta pubblicitaria, vista l'elevatissima diffusione di tale motore tra gli utenti.
L'istruttoria dell'Antitrust dovrà dunque verificare se i comportamenti di Google, resi possibili dalla sua indiscussa predominanza nella fornitura di servizi di ricerca online, siano idonei ad incidere indebitamente sulla concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria online, con l'ulteriore effetto di consolidare la sua posizione nell'intermediazione pubblicitaria online.
Roma, 27 agosto 2009
Ma se si scioglie, e se le perdite vengono dunque registrate nei bilanci dei soci, che cosa succede? Il pacchetto più consistente, se non sbaglio, è ancora quello della Telefonica. Entro il 28 ottobre si dovrebbe sapere qualcosa di più.
A questa vicenda è evidentemente collegata quella della famosa ipotesi di scorporo della rete.
Leggo in proposito il libro di Paul Roberts, La fine del cibo, Codice Edizioni. Cercare punti di riferimento che servano a puntellare i fatti. "L'elemento conduttore più evidente della trasformazione dell'economia alimentare probabilmente sarà l'aumento del prezzo del petrolio...". Uhmmm. L'ecosistema chiede adattamento...
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Dopo la meditazione, ho cliccato sulla x che toglieva di mezzo il messaggio e sono andato avanti. Non so ancora che cosa ho fatto, in realtà. (Di solito uso Mac e Firefox).
Parag Khanna, a Ted, ha notato come nel 1945 il pianeta fosse diviso in 100 stati, circa. E oggi sono circa 200. Nello stesso tempo crescono le aree di influenza: la Cina sfonda in Siberia, compra la Mongolia, domina tutto il Sud Pacifico. L'Europa sembra pacificamente costruire una vera e propria area di influenza su tutto il Mediterraneo. Sulla scorta di quanto da tempo fanno gli Stati Uniti in molte parti del mondo.
Lo scenario è fatto da una tendenza alla semplificazione geoeconomica e alla complicazione geopolitica, dunque. La storia degli ultimi decenni va in quella direzione. E poiché le imprese multinazionali che hanno semplificato la geoeconomia non hanno un discorso identitario da proporre, mentre gli stati risultati dalla indipendenza nazionale di molti popoli sì, ne consegue che la consapevolezza identitaria sia stata pensata negli ultimi decenni più come un tema politico che economico: benché sia invece soprattutto un tema culturale e antropologico.
Ma la percezione è molto diversa dalla realtà. Perché la politica ha costruito quelle differenze identitarie almeno tanto quanto non le ha rappresentate. E perché l'omogeneizzazione culturale prodotta dal consumismo di massa non è certo passata senza effetti identitari sulle persone.
Ebbene. La tv è essenzialmente concentrata sulle percezioni. E dunque non è certamente un caso che sia investita della questione. Ed è per questo che il tema sembra tanto tragicamente poco serio in Italia.
In un'industria vera dell'entertainment, come negli Stati Uniti, le produzioni pagano maestri di accento e gli attori si impegnano a imparare l'accento giusto dei loro personaggi. In Italia gli attori mantengono sempre il loro accento. Se il tema è posto in termini identitari-politici fa sorridere. Se fosse posto in termini industriali sarebbe serio (per questioni di credibilità del racconto).
Non è detto che non si possa spostare il dibattito sull'identità dalla politichetta locale alla grande politica globale.
Anche gli artigiani, oggi, non sono un ritorno al passato. Ma funzionano usando tecniche che vengono dalla ricerca più avanzata.
Con storie come quella di Rita Clementi ci facciamo molto male. Altro che buco della serratura.
L'Espresso calls in lawyers on Berlusconi remarks
Berlusconi denies paying for sex
Berlusconi's Italy shows a strange type of feminism
Silvio Berlusconi claims he is target of conspiracy
Berlusconi: 'I've never paid a woman'
Berlusconi denies paying for women
Italian prime minister says model lied
Silvio Berlusconi: the parties, the trinkets, the cash
Academic women fight back against 'sexist' Silvio Berlusconi
One night in Silvio Berlusconi's 'harem'
New Berlusconi inquiry as showgirl says she was paid to attend party
Italy's Berlusconi hit by female escort allegations
Supporters predict Silvio Berlusconi will survive run-off elections
Berlusconi denies ever paying for sex
Berlusconi scandal turns from yachts and glamour to mean streets ...
Berlusconi defiant as pressure grows over scandal
Berlusconi scandal: commentators dare to mention the other B word
Italy Government Set To Grant Tax Breaks To Companies
Sleaze threatens to topple Silvio Berlusconi as friends warn over ...
Silvio Berlusconi keeps smiling as sex scandal gets deeper by the day
Call girl challenges Berlusconi to prove she is lying about sex at ...
Silvio Berlusconi's parties: Italian prosecutors to question 30 women
Fred R. Conrad/The New York Times
Silvio Berlusconi faces claims that women were 'paid to be at parties'
Silvio Berlusconi triumphs in Italy's elections despite allegations
Silvio Berlusconi told to face showgirl inquiry or quit
Silvio Berlusconi defiant as escort scandal grows
Man apologizes to Berlusconi for party scandal
and so on... su GoogleNews
Il velo è un segno di appartenenza a una cultura, a una tradizione, a un sistema di regole sociali. Ci sono certamente donne che lo accettano e lo portano volentieri, in base alle loro convinzioni. E ci sono certemente donne che lo portano solo per paura delle sanzioni cui le sottoporrebbero i maschi del loro gruppo sociale nel caso che lo rifiutassero.
Ci sono 65 deputati di destra e di sinistra che chiedono di avviare una commissione di inchiesta. Il presidente della Repubblica prende tempo. I giornali come Le Monde discutono.
La Repubblica laica non può ammettere che esista una repubblica clandestina musulmana che governa le scelte delle donne. Non può ammettere che gli abitanti della Francia, di qualunque origine siano, diano la priorità a un sistema di legittimità diverso da quello della costituzione.
Del resto, la Repubblica non può impedire alle donne che lo vogliono di portare il velo. Come non lo impedisce alle suore cattoliche.
Quindi il problema non sarà risolto se ci si concentrerà sul velo. Si dovrà affrontare piuttosto il tema delle libertà vere, sostanziali, delle donne. Il diritto di famiglia e il diritto alla libertà di scelta, espressione e opinione, è minacciato se le donne sono obbligate a portare un velo che non vogliono. Come lo è se le donne sono obbligate, nelle famiglie occidentali, a lasciarsi picchiare da mariti ubriachi senza denunciarli per timore delle sanzioni sociali cui andrebbero incontro.
Ma lo stato non può arrivare ovunque. Le forme sociali violente e clandestine, che si organizzano intorno a sistemi di legittimità non formali ma molto fisicamente presenti nella vita quotidiana delle persone, sono nemiche della costituzione e della repubblica. Se anche lo volesse, lo stato non potrebbe risolvere tutto con una mano repressiva. Occorre anche il softpower: i valori laici, i valori costituzionali, dovrebbero essere talmente attraenti da condurre le persone a scegliere la tolleranza e la libertà, contro la paura. L'educazione pubblica ne sarebbe il principale strumento.
In Italia il tema è meno cartesiano. Ma altrettanto importante. La privatizzazione di tutto, dalle ronde alle scuole, non promette nulla di buono.
Non esiste un burqa laico. Se esistesse sarebbe il burqa che le donne scelgono di mettersi per libera forma di espressione. Difficile distinguerlo: ma difficile anche reprimerlo. Però esiste una laicità - come patrimonio comune di cittadinanza - che sa dimostrarsi talmente attraente da mostrare quanto povera culturalmente sia una forma di tradizione che reprime le donne. E in Italia ce n'è sempre più bisogno.
Ma le previsioni sono quello che sono, sia quando sono elettoralistiche sia quando sono economicistiche.
Oggi comunque sappiamo che nel primo trimestre del 2009 ci sono 204mila occupati in meno. Soprattutto tra le persone che hanno un posto di lavoro indipendente. Come dire precario.
Altro che crisi in via di superamento... I governanti responsabili sanno che la ripresa ci sarà solo se ci sarà fiducia. Ma la fiducia non è un sentimento che si ottiene ripentendo frasi tranquillizzanti. La fiducia si ottiene dicendo chiaramente quanto è grave la crisi, che cosa si fa nell'immediato e che cosa si fa dal punto di vista strategico.
Si ricorda ai tempi dell'elezione del presidente della Commissione europea quale anno fa, quando l'Economist riportava che tutti i candidati avevano qualcosa da farsi perdonare. Tra questi candidati c'era anche Prodi. E che cosa c'era che non andava in Prodi? Che era italiano...
Di questi tempi gli italiani non fanno mancare gli argomenti per l'anti-italianismo britannico. Oggi il Guardian attacca così il suo pezzo sulla visita di Gheddafi.
"One of them likes to call himself an "emancipator of women". The other likes women to call him "papi". So when two of the world's most flamboyant and eccentric politicians - the Libyan leader, Colonel Muammar Gaddafi, and Italy's prime minister, Silvio Berlusconi - met yesterday in Rome, women figured large".
Censis.
Si direbbe che i maggiori partiti nazionali si siano trovati stretti nella morsa di due linee interpretative centrifughe: la prospettiva globale che cerca un nuovo inizio; la prospettiva iperlocale che cerca amministrazioni vicine ai cittadini. E ne siano stati penalizzati.
La grande assente è stata la prospettiva europea. Eppure, gli eletti sono proprio destinati ad andare in Europa. A prendere posizioni politiche e a operare scelte che contano. La campagna delle balle ha deviato completamente l'attenzione da questo fatto. Generando danni permanenti.
Una discussione su FriendFeed. E, a seguire, informazioni di sevizio...
Confesso anche che credo nelle regole che, più o meno democraticamente, un popolo si dà e penso che vadano applicate. Casomai cambiate per via altrettanto democratica. Ma finché ci sono vanno applicate. E ho l'impressione che l'Italia debba gestire l'immigrazione, in modo umano e giusto, ma senza subirla passivamente. Con molta gratitudine per chi viene a lavorare qui e accetta le nostre leggi. Sapendo che, statisticamente, ci sono più fuorilegge nati in Italia che fuorilegge immigrati...
Ho l'impressione che il dibattito sulla società multietnica vada circoscritto al tema definito dalla parola. Multietnici siamo da sempre in questo paese e continuiamo a esserlo. Anche se in certe zone d'Italia i contatti con le etnie diverse sono stati molto più frequenti che in altre zone d'Italia. Se oggi al governo ci sono persone che esprimono più le seconde che le prime, questo non significa che la società non sia già da tempo multietnica. Non significa che non ci si debba preparare all'inevitabile incremento della diversità etnica in questo paese. Perché comunque la diversità etnica è cresciuta molto negli ultimi anni. E con ogni probabilità continuerà a crescere nei prossimi anni.
All'inizio dell'industrializzazione italiana, secondo l'Ethnologue, in Italia si parlavano molte lingue, oggi in via di estinzione anche a causa della tv. Ma nel frattempo siamo entrati a pieno titolo in Europa. E ora siamo italiani o siamo europei? Se siamo europei, siamo a maggior ragione multietnici.
ps. Grazie per il dibattito uscito in riferimento a un post precedente. Grazie. Capisco meno i commenti alla foto che ritrae le persone di varie origini che giocano per la società calcistica messa su dallo stesso politico che ha dichiarato di non volere una società multietnica. Ma mi rendo conto di non capire molto di calcio.
Dai tempi di Ilona Staller molto è cambiato, si diceva (grazie ai commenti). Vedremo alla fine quali sono le famose liste del Pdl per le europee. Ma l'impressione è che le proteste non potessero che venire dall'ambiente che esse stesse criticano.
La sinistra sembra lontana. Parla di fatti locali mentre tutto il mondo tiene conto, in modo più o meno rispettoso, del corpo delle donne in politica. Le immagini delle due prime donne di Spagna e Francia non erano certo esteticamente sgradevoli, anzi. Evidentemente questa questione non è soltanto italiana. Ed è profonda. Come giustamente sottolinea Ventura.
Ma è solo in Italia che il problema diventa così labirintico. Perché questo dibattito politico sembra una discussione su valori sociali e culturali miscelata nella sceneggiatura di una telenovela.
Il casting, organizzato con i corsi per europarlamentare, è stato fatto con la sapienza dell'impresario di maggior successo della storia d'Italia. E le indiscrezioni sono state pensate con la massima capacità di manovra sui giornali. Non è detto che le liste siano effettivamente quelle che sono trapelate. Ma se n'è parlato. Si è guidata la campagna elettorale in modo che si parlasse di quello che era scritto nella sceneggiatura. Tutto divertente, interessante, relativamente basso come tutto ciò che conquista molta audience in tv.
Per adesso, da questa situazione non si riesce a uscire. Ci vuole un racconto diverso, una sceneggiatura vera e propria per un film che non sia una telenovela ma un capolavoro d'arte e immaginazione. Bisogna dare una svolta al contesto culturale nel quale siamo invischiati. E per farlo non bastano piccole intuizioni, ma un pensiero davvero grandioso. Sul futuro che vogliamo costruire. Non per il godimento di breve durata, per la ricerca della felicità.
Un settimanale vive nel dubbio quando si tratta di un'emergenza di grande impatto mediatico come la febbre suina. E Nòva non è da meno. Si vorrebbero trovare le esperienze più istruttive in materia, senza inseguire l'allarme. E senza dimenticare che le massime sofferenze, in questi casi, sono nei paesi la cui povertà abbassa le difese immunitarie sociali.
La polemica sull'uso strumentale del corpo femminile per aumentare l'appeal di certe liste elettorali è nota. Ed è interessante che a lanciarla sia stata una donna di destra critica delle scelte della destra.
Viene da chiedersi in che cosa si differenzi la pratica attuale da quella tenuta in passato per esempio dal Partito Radicale che aveva candidato Ilona Staller, in arte Cicciolina.
E una considerazione viene in mente: Ilona era un gesto scandaloso di sfida alle consuetudini di un sistema fondamentalmente democristiano e comunista, ma in un contesto non irrispettoso del parlamento; le candidature attuali avvengono in un contesto meno attento alle prerogative dei parlamentari, se è vero che per esempio si discute dell'idea di far votare le proposte di legge soltanto ai capigruppo.
(Nel frattempo il sito di ff è ripartito. Questo è l'articolo di Sofia Ventura. E questa la risposta di Fini).
Il suo gruppo di neuroscienziati sostiene - in un paper firmato da Mary Helen Immordino-Yang e altri - che Twitter può generare una forma patologica di amoralità. Perché gli esseri umani hanno bisogno di tempo per prendere decisioni moralmente consapevoli e la velocità delle relazioni che si intrattengono su Twitter non riserva alle persone quel tempo.
Gli esperimenti del gruppo hanno dimostrato che le persone rispondono correttamente a stimoli che richiedono un po' di senso morale in 6-8 secondi. Ma su Twitter, sul nuovo FriendFeed, persino in tv, quel tempo è troppo. (via Sarah Perez).
Può sembrare antiscientifico, ma leggendo questo resoconto non si può fare a meno di ridere. In effetti, viene in mente che l'umanità non ha atteso l'avvento di Twitter per dimostrarsi capace di gesti immorali.
ps: Un aggiornamento doveroso dopo il post da leggere assolutamente di Federico Bo. Damasio non è stato certamente tanto naif quanto appariva dal pezzo di Sarah Perez.
La Stampa riporta qualche particolare strano. Vendiamo alla Serbia apparecchiature elettroniche e al Kosovo "agenti tossici, chimici o biologici, gas lacrimogeni, materiali radioattivi" (pagina 11 dell'edizione cartacea di oggi).
La fonte principale il Rapporto annuale sui lineamenti di politica del Governo in materia di controllo dell'esportazione, dell'importazione e del transito dei materiali d'armamento, presentato il 31 marzo 2009 dal Presidente del Consiglio dei Ministri.
Generalizzando il concetto:
1. gli albergatori dovrebbero predetendere dai loro avvocati una previsione sull'esito della causa e far loro causa se quella previsione si rivelasse sbagliata
2. i turisti dovrebbero fare causa ai meteorologi quando questi prevedono tempo bello e invece si beccano pioggia in versilia (gli albergatori dovrebbero peraltro unirsi alla causa perché tutto sommato anche a loro la pioggia dà fastidio)
3. già che ci siamo, i risparmiatori dovrebbero fare causa agli analisti che non hanno previsto il crack finanziario e gli albergatori potrebbero in questo unirsi ai risparmiatori, visto che alcuni turisti non hanno rinunciato per il tempo ma per mancanza di soldi
Da tempo si parla di crisi delle previsioni. E chiunque prendesse decisioni sulla base di quanto qui scritto lo fa a suo rischio e pericolo: il tenutario del presente blog non è responsabile di decisioni sbagliate.
"Maniche tirate su da uomo del fare, il premier operaio mostra una cartina (...)".
"Il presidente del Consiglio indossa un casco rosso dei vigili del fuoco, s'informa sulle crepe più gravi, quelle a forma di X, già dialoga tecnico tra i tecnici".
Nel suo libro, Massimo Gaggi riporta una stima delle perdite: tra settembre 2007 e novembre 2008 sono spariti 9mila miliardi di dollari, secondo le stime della Global Insight, una cifra quasi pari ai Pil di Francia, Italia, Germania e Gran Bretagna messi insieme! Il 63 per cento del Pil degli Stati Uniti... (Anche se è sempre sbagliato confrontare un patrimonio scomparso con il reddito generato in un anno...).
Zampaglione sulla Repubblica di oggi dice che il Fondo Monetario Internazionale stima 4 miliardi in titoli tossici ancora in possesso delle banche.
Sull'Ft, oggi, si dice che secondo TriOptima il valore del settore dei derivati è più che dimezzato in 18 mesi scendendo ora a 30mila miliardi di dollari. Come dire, parrebbe, che sono spariti 30mila miliardi.
E per le parole che girano sul territorio devastato, piene delle più pericolose buone intenzioni. Uhe, si fa una bella new town... Lasciate perdere il vecchio centro. Facciamo una città tutta nuova... Il sindaco dice di no. Il senso della nostra vita è qui dove siamo sempre stati.
C'è un tempo per piangere e un tempo per ricostruire. Ma è sempre il tempo per riflettere.
Dicono che ci stanno lavorando.
Cominciano dalle cose che fanno paura. Come la pedopornografia, il punto di attacco in Germania. Ecco l'Ansa di poco fa:
PREVISTO BLOCCO DI MILIONI DI PAGINE CON SISTEMA NORVEGESE
(ANSA) - BERLINO, 25 MAR - Il governo tedesco ha approvato
oggi misure più rigide nella lotta alla pedopornografia via
Internet, con un piano che promette di bloccare migliaia di siti
illegali - per milioni di pagine web - attraverso una stretta
collaborazione tra autorità e provider.
Le iniziative approvate oggi dall'Esecutivo della cancelliera
Angela Merkel, erano state proposte dalla ministra per la
Famiglia, Ursula von Der Leyen, che ha sette figli. Nell'ambito
del progetto, i provider non sono saranno obbligati a
collaborare con la polizia, ma dovranno chiudere eventuali siti
ritenuti illegali.
In Germania, questo fenomeno assume dimensioni sempre più
grandi, tanto da coinvolgere anche i membri del Parlamento, e il
governo ha deciso così di mettere in campo tutte le sue forze
per arginarlo.
Il sei marzo scorso, un deputato socialdemocratico indagato
per pedopornografia si è dimesso dalla carica di portavoce
della Spd per la formazione, i media e la ricerca dopo che la
polizia aveva trovato nella sua abitazione materiale
compromettente. Non più tardi dello scorso gennaio, inoltre, la
polizia ha lanciato una tra le più grandi operazioni nella
lotta a questo crimine con centinaia di perquisizioni a livello
nazionale che hanno portato al sequestro di decine di migliaia
tra computer, telefoni cellulari, Dvd, Cd e periferiche per la
trasmissione dei dati.
«Non tollereremo più il fatto che lo stupro di bambini sia
visibile su Internet in modo così diffuso in Germania», ha
detto la Leyen. Da parte sua, il capo dell'Europol, Max-Peter
Ratzel, ha detto che finora solo cinque dei paesi dei 27 hanno
messo a punto liste nazionali di siti Internet bloccati.
Tuttavia, ha detto, l'iniziativa di un Paese come la Germania,
darà una forte spinta a tutta l'Europa per intervenire.
Molti provider, inclusi Deutsche Telekom, Vodafone e Arcor,
hanno già accettato di partecipare al programma, che utilizza
il sofisticato sistema 'Circamp', sviluppato in Norvegia nel
2004, per bloccare l'ingresso degli utenti a questi siti. Il
sistema, già adottato da nove paesi - tra cui Olanda, Belgio e
Regno Unito - invia uno 'Stop' rosso accompagnato da un
messaggio quando si cerca di accedere al sito illegale. (ANSA).
CB
25-MAR-09 17:19 NNN
Difficile opporsi a una politica del genere. L'opinione pubblica non può che essere favorevole. Perché il tema è tanto orribile che risolve ogni controversia. E lo dimostra anche il fatto che tutti si sono dichiarati disponibili a collaborare.
Altrove le strategie sono più difficili da far approvare. In Francia, il governo si batte contro la pirateria e per il diritto d'autore. Forse l'Europa si opporrà a Sarkozy. In Italia stanno entrando in molti modi, come sappiamo. Dall'emendamento D'Alia al disegno Carlucci. Se dovessero malauguratamente passare non sarà certo perché sono stati presentati con l'intelligenza del governo tedesco, ma casomai perché nessuno dedica abbastanza attenzione alla questione.
Quello che colpisce è che in molti casi le soluzioni proposte dai governi non sono applicabili tecnicamente. Ma bisogna ammettere che l'attivismo dei governi può riuscire nell'intento di controllare le persone facendo loro paura.
La questione, che per esempio riguarda i dati catastali, è fondamentale in un contesto nel quale la politica anti-crisi è tutta basata sull'edilizia.
Ma si può anche osservare che non a tutte le istanze che vengono dall'Europa si dà altrettanta importanza di quella che a suo tempo di è attribuita alla richiesta di armonizzazione dell'Iva sulle televisioni satellitari...
Ma una politica coerentemente di destra va presa in considerazione seriamente. Le sue conseguenze sono vantaggiose solo per una parte. I ceti esclusi dal potere non ne traggono vantaggio e se l'appoggiano lo fanno soprattutto per mancanza di speranze alternative: meglio un'ideologia gratificante oggi che un programma serio domani (specialmente se il programma serio alternativo a quello della destra non si vede all'orizzonte). Se la sinistra vuole farsi notare e farsi prendere in considerazione deve fare emergere una capacità di innovazione orientata a valorizzare le capacità di chi lavora, di chi non appoggia la sua forza sul potere ma sulle capacità, di chi crede nella cittadinanza e nello stato di diritto, di chi dà valore al pubblico e non solo al privato, di chi crede che la felicità di ognuno dipenda almeno un po' anche da quella degli altri...
La serie di misure che la destra sta decidendo è frutto di un programma coerente. Non prende in considerazione le conseguenze. Ma solo le tappe di una demolizione anche ragionevole di alcuni blocchi all'innovazione legati a sistemi di diritti che erano diventati sistemi di potere, appoggiati a tabù. Ma i tabù non sono difese solide per la cittadinanza.
Scorriamo la Repubblica di oggi:
1. Lo sciopero virtuale, lo sciopero che si fa solo se il 50% dei lavoratori è d'accordo... Appellarsi ai tabù non è la risposta.
2. Le ronde con lo sponsor, la privatizzazione della sicurezza, sono un pericolo pubblico, possono degenerare. Non si fermano scandalizzandosi.
3. Il nucleare deciso senza tener conto in modo serio delle energie alternative, dello smaltimento delle scorie, delle reazioni delle popolazioni locali, è un fatto affaristico-ideologico più che un'ìinnovazione nel sistema dell'energia. Ma non si ferma pensando che il referendum valga per l'eternità.
4. Il blocco alle intercettazioni e alla loro pubblicazione con la minaccia della galera per i giornalisti non è un fatto solo privato degli intercettati arrabbiati. Ha conseguenze sul sistema della giustizia e dell'informazione. Non si ferma lanciando alti lamenti.
5. La questione del testamento biologico non può essere decisa da uno stato straniero e imposta all'Italia. Ma non si affronta senza una profonda riflessione, umanamente responsabile.
La sinistra non difende la cittadinanza e un modello sociale soltanto dicendo che quello che fa la destra è scandaloso e infrange tabù intoccabili. Occorre cominciare a costruire un modello innovativo di convivenza. Che a sua volta infranga dei tabù. (La storia di questi giorni ha infranto il tabù del capitalismo finanziario come decisore ultimo di ogni scelta economica, ma non ha costruito una nuova credibilità dello stato). Il pensiero del pubblico, nel senso del pensiero di ciò che è di tutti, non emerge dal dibattito. Ci sono innovazioni che possono essere fatte, per esempio, a favore della cooperazione, della solidarietà e del non profit che possono diventare la bandiera un un nuovo modello sociale ed economico. Possibile che nessuno racconti una storia alternativa a quella della destra e che si presenti coerente e innovativa?
La difesa dei tabù non è un racconto di innovazione, ma di conservazione. Se la sinistra si ferma alla conservazione, tradisce sé stessa.
E' il momento di prendere coraggio. Di coltivare una maggiore libertà intellettuale. Di cominciare a raccontare un progetto nuovo e alternativo a quello dilagante della destra. Non è facile. Ci vorrà molta pazienza. Molta resistenza.
In una società come quella italiana, nella quale qualunque pregiudizio rischia di diventare un fatto, questo problema è ancora più sottile.
Ma vale la pena di segnalare che leggendo i giornali i motivi di preoccupazione si moltiplicano:
- I provider sarebbero obbligati a introdurre software in grado di bloccare la pubblicazione di materiale illecito online (legge passata al Senato e che si spera sia modificata alla Camera)
- I medici dovrebbero denunciare i clandestini che tentano di farsi curare nelle strutture sanitarie pubbliche
- Tutti sarebbero obbligati a farsi curare all'infinito anche nel caso si trovassero in situazione di vita vegetativa e anche se avessero espresso preventivamente e chiaramente la loro volontà contraria
- La rete Telecom Italia passerebbe sotto il controllo di una nuova società a sua volta partecipata da Mediaset (repubblica di carta di oggi)
- Chi pubblicasse gli atti delle indagini con le intercettazioni sarebbe perseguito in modo molto pesante
- Meno chiari gli incentivi e gli obblighi per la sostenibilità delle abitazioni (via verdi)
Il tutto dopo aver visto, secondo Roberto Ippolito, il governo abbassare la guardia contro l'evasione fiscale. E proprio in un momento di crisi che richiederebbe la raccolta di tutte le risorse possibili per tenere in piedi il bilancio statale.
Preoccupazioni fondate o infondate?









....mi fa piacere! pensavo di essere l'unico imbranato.
Io, per ora, ho accantonato il tutto anche se penso che molte cose, avendo in parte settato e seguito le informazioni che mi sono state richieste, saranno automatiche!
Silvano
Anche io pensavo di aver fatto casino, registrando un account iCloud prima di capire che potevo far migrare l'account mobileme esistente e pagato.
In effetti poi migrando l'account mobileme ho disponibili 25gb invece di 5 e... Attenzione a chi è nella mia condizione: credo davvvero che la sottoscrizione si rinnoverà automaticamente.
In seguito ho notato diversi problemi, dalle disconnessioni del client web, alla mancata sincronizzazione dei promemoria, qualche incertezza nella sincronizzazione dei contatti e un po' di confusione con le immagini collegate ad essi.
Email, calendari e note sembrano a posto.
Penso non si tratti solo di sovraccarico dei server, IMHO.
Ho 3 Mac, 1 iphone e 1 Samsung Galaxy S2. Per lavoro uso il Samsung e il cloud di Google. Nessun problema di sincronizzazione con Big G. A ogni azienda il suo... ;-)
Concordo. Sono anni che sincronizzo senza problemi Outlook su PC con cellulari e smartphone vari (compreso l'iPhone4) ma l'attivazione di iCloud mi ha generato in vero casino. A parte le dupli-triplicazioni... mi ha cancellato tutti tutti gli elementi dai contenitori locali (ma chi gli ha detto di farlo???) per spostarli in iCloud.
Quindi, a parte il terrore iniziale (quando ho aperto outlook non avevo piu' ne' un appuntamento ne' un'attivita' in vista, poi per fortuna ho scoperto che esistevano le voci "Attivita' in iCloud" e "Calendario in iCloud"... c'e' una cosa che mi infastidisce: non posso mettere i promemoria alle attivita' perche' Outlook mi dice che la cartella in cui si trovano non le supporta. E quindi? Devo rinunciare ai promemoria d'ora in poi?
Io faccio le stesse cose da anni con i servizi di Google senza il minimo problema...
bob
io invece non ho avuto problemi.
1 iPhone 4
1 Mac Book AIR
1 PC aziendale con windows & outlook.
ho letto le guide prima di impostare ed è funzionato tutto a meraviglia. è una goduria scattare le foto quando si è in giro e appena seduti davanti al pc trovarle già lì! per il resto si è sincronizzato tutto (ma ci ha messo qualche ora). Chiedo : non è che i vostri problemi o mancanze, siano dovuti al tempo? IMHO i nostri upload verso internet (e quindi iCloud) non sono propriamente "fulmini"....
@gegiskhan: riesci a mettere anche i promemoria in Outlook nei tuoi nuovi appuntamenti? Te li accetta senza fare storie?
@lucadebiase: ho capito: il passaggio su iCloud non è poi tanto facile - blog.debiase.com/2011/10/ok-ho-..." to cloud or not to cloud?@lucadebiase use Google! Io Ho tutto su gcalendar(Tel desktop a casa e lavoro, con Google music Ho la musica, con Google dica i documenti@lucadebiase: ho capito: il passaggio su iCloud non è poi tanto facile" - dopo una nottata intera di tentativi, stessa conclusione@lucadebiase stessi problemi... Tutto meno che intuitivo...@lucadebiase: ho capito: il passaggio su iCloud non è poi tanto facile - blog.debiase.com/2011/10/ok-ho-..." Credevo di essere l'unico ignorante Conforto@lucadebiase forse l'inghippo sta qui ow.ly/1yIMGy@lucadebiase ci ho meso 2 ore a configurare tutto, con un po' di perseveranza ne uscirai vincitore!http://www.dottorsalute.in
Se ci sono novita' ci aggiorniamo... Commenti e consigli benvenuti