Iulm 2012 – 4. Contesti

Questi sono appunti. Vanno presi come una sorta di raccolta di temi che sarebbe interessante approfondire. Possono essere visti come una bibliografia ragionevole. Oppure semplicemente come spunti di discussione per il corso:

Information technology e nuove piattaforme culturali – IULM 2012

 

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1. Progetto : informazione, tecnologia, piattaforme, cultura; novità e innovazione

2. Paradigmi , ecosistemi, complessità, economia della conoscenza, reti

3. Internet come tema evolutivo: le connessioni e la specie

4. Internet come tema antropologico: spazio e tempo

5. Internet come design culturale: piattaforme della vita quotidiana

6. Piattaforme culturali, nuovi media sociali, gamification: industrie culturali

7. Piattaforme culturali, educazione, ricerca, informazione: civic media

8. Prospettive : metodi per la visione ed evoluzione della tecnologia

9. Prospettive : economia della conoscenza, copyright e commons

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Il cervello e i contesti (piattaforma dell’antropologia)
In che modo le piattaforme influiscono sul modo in cui pensiamo, decidiamo e agiamo? Quello che sappiamo è frutto di esperienza oltre che di biologia. E gli strumenti con i quali facciamo esperienza insieme agli altri influiscono sui risultati.

Se dall’evoluzione della specie umana passiamo al livello della vita quotidiana ci accorgiamo che quello che le nostre conoscenze sull’interazione dei cervelli servono a interpretare i livelli abituali e meno consapevoli della vita delle persone: livelli che gli antropologi e storici studierebbero dal punto di vista dei miti, dei riti, delle abitudini, delle mentalità e così via. Tratti culturali meno stabili di quelli legati all’evoluzione della specie ma pur sempre molto lenti a mutare. E che sono indispensabili per comprendere il futuro della cultura in relazione agli strumenti sulla base dei quali gestiamo le interazioni che producono cultura.

Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia ma psicologo sociale per formazione, ha scritto molto intorno ai modi di pensare e decidere. E in sintesi ci propone una visione per cui la maggior parte delle decisioni le prendiamo in base a un sistema di pensieri che chiama “intuizione”: la prima cosa che ci viene in mente. Il ragionamento controllato è molto più raro nella nostra vita. Il che innalza enormemente l’importanza dei contesti di senso che non sono espliciti o che sono banali e ripetuti: il non detto governa le azioni forse più di ciò che si dice. Sicché la forma strutturale dei media, delle piattaforme culturali, le loro regole implicite hanno una rilevanza importante. Come ce l’hanno tutte le forme di convincimento per ripetizione, esposizione a immagini, creazione di atmosfere e stati d’animo. Siamo influenzati nelle decisioni da questi e altri condizionamenti.

Nel suo ultimo libro offre una panoramica molto ampia della sua ricerca.

Daniel Kahneman, Thinking, Fast and Slow, Farrar, Straus and Giroux 2011

L’idea che ci si basi su ciò che è facilmente disponibile alla memoria nella maggior parte dei casi si chiama availability heuristic.

Kahneman ha chiesto se la lettera k appare in inglese più spesso nelle parole come prima lettera o come terza lettera. Ha scoperto che la maggior parte delle persone pensa che sia più frequente come prima lettera. Ma in realtà è più frequente come terza. Solo che la prima lettera viene più facilmente in mente.

Quando siamo chiamati a valutare una situazione in condizioni di incertezza le persone pensano con ogni probabilità in base a una serie di scorciatoie mentali, con importanti distorsioni della percezione e del ragionamento, che conducono il più delle volte a sbagliare. Ma la principale innovazione di Kahneman e dei suoi collaboratori è stata nel fatto gli errori sistematici che le persone commettono non sono connessi a una “corruzione del ragionamento causata dalle emozioni” ma al vero e proprio “design of the machinery of cognition”.

«People tend to assess the relative importance of issues by the ease with which they are retrieved from memory – and this is largely determined by the extent of coverage in the media. Frequently mentioned topics populate the mind even as others slip away from awareness. In turn, what the media choose to report corresponds to their view of what is currently on the public’s mind».

Le regole delle scelte razionali sono violate costantemente dalle persone. Ma perché? La “Prospect theory” di Kahneman serve a chiarirlo: si pensa per confronto, si aggiustano le conoscenze e le valutazioni non in base a misure assolute di giovamento e utilità ma in base al confronto con gli altri, con il passato, con le aspettative.

La mente pensa in relazione a qualcosa. E questo qualcosa è nella maggior parte dei casi definito dai media, dalle piattaforme culturali, dai modi con i quali interagiamo e ci confrontiamo con gli altri. Le piattaforme culturali hanno un impatto diretto e importante sulla maggior parte delle decisioni delle persone. Che nella maggior parte dei casi non se ne accorgono, non avendo una quantita illimitata di attenzione da spendere (cft: Strategie della disattenzione in blog.debiase.com).

L’intuizione di fronte a situazioni sconosciute va a cercare situazioni simili tra quelle conosciute e decide in base al riconoscimento di ciò che sa già e che è disponibile facilmente alla memoria. Anche per questo allenare le conoscenze, educarsi e imparare le tecniche con l’esperienza, aiuta a prendere decisioni migliori: rende le memorie giuste più disponibili di quelle basate su impressioni momentanee.

Riconoscendo una cosa nuova come simile a una cosa conosciuta, entrano poi in campo le emozioni connesse alla cosa conosciuta: e in questo senso le emozioni entrano in gioco nelle decisioni. Di certo, il ragionamento è tenuto fuori nella maggior parte dei casi. E questo, sottilmente, diventa spesso una sostituzione non dei fatti nuovi con quelli che conosciamo, ma una sostituzione delle domande con le quali interroghiamo i fatti: «This is the essence of intuitive heuristics: when faced with a difficult question, we often answer an easier one instead, usually without noticing the substitution». Tipo quello che fanno molte persone che investono in borsa: la domanda “devo investire nelle azioni della Ford?” diventa “mi piacciono le macchine della Ford?”.

Il ragionamento esiste, ovviamente, ma più raramente: «The spontaneous search for an intuitive solution sometimes fails – neither an expert solution nor a heuristic answer come to mind. In such cases we often find ourselves switching to a slower, more deliberate and effortful form of thinking».

L’immagine che Kahneman offre del modo di pensare delle persone è quella di un dibattito tra il System 1, più intuitivo, veloce e volitivo, e il System 2, più razionale, lento e dubbioso: «In the picture that emerges from recent research, the intuitive System 1 is more influential than your experience tells you, and it is the secret author of many of the choices and judgments you make».

Ci rendiamo conto, insomma, che l’homo œconomicus, calcolatore e razionale, della teoria economica tradizionale è completamente spiazzato da queste scoperte. E che tutti i sistemi che influenzano l’intuizione, facilitano la disponilità certe idee e convinzioni, creano contesti abituali, manipolano le decisioni e i comporamenti in modo molto più importante di quanto non si pensi.

È una forma di difesa nei confronti della difficoltà di scegliere, come dice Barry Schwartz, oppure è semplicemente il modo di funzionare del nostro cervello come osseva Jonah Lehrer, ed è una caratteristica sulla quale possiamo lavorare, alimentando laicamente la nostra predisposizione a scegliere, come propone Sheena Iyengar: «I can’t tell you exactly what and when you should choose, but I would like to encourage you to be choosy about choosing».

Barry Schwartz, The paradox of choice. Why more is less, Harper Collins, 2004

Jonah Lehrer, How we decide, Mariner Books 2009

Sheena Iyengar, The art of choosing, Twelve 2011

Molte decisioni, peraltro, sono prese in base all’empatia con chi ci invita a prenderle. Non per le cose che qualcuno ci vende, ma per le visioni del mondo che qualcuno ci invita a condividere. È l’idea che propone Simon Sinek nel suo speech a TED:

Simon sostiene che non compriamo le cose che gli oggetti acquistati fanno ma le biografie e i valori di chi li propone.

Decisioni individuali, spazio e tempo impliciti: contesti inespressi e inconsapevoli perché dati per scontati. Come le strutture sulle quali si basa la maggior parte delle nostre interazioni.

Le caratteristiche di quelle piattaforme ci conducono in una direzione. E la nostra capacità interpretativa ci conduce a sua volta in una direzione.

BJ Fogg si domanda quali che cosa ci conduce a cambiare i nostri comportamenti, o le nostre idee. Nella maggior parte dei casi abbiamo comportamenti e idee abituali ed è difficile cambiarli. Adottare un nuovo comportamento o una nuova idea è più difficile che espandere un comportamento o adottare un’idea di poco diversa da quelle che abbiamo già. Tutto il modello della persuasione si basa su tre aspetti: motivazioni, abilità e “trigger”, cioè occasioni che ci chiamano a un’azione. La barriera fondamentale è l’abilità: se una novità è facile da adottare, se siamo capaci facilmente ad adottare un comportamento, basta poca motivazione e un “trigger” invitante. Aumentare le motivazioni, nel caso il comportamento sia molto difficile, non è molto persuasivo: è più persuasivo rendere il nuovo comportamento più facile e piazzare dei buoni trigger nel flusso del comportamentoo abituale. Lo studio delle piattaforme di successo, come Twitter e Facebook, insegna proprio questo. Google è partito con una novità molto semplice da interpretare, quella finestrella facile facile del motore di ricerca, e poi a poco a poco ha convinto tutti a fare tante altre cose sulla sua piattaforma. Ogni volta con un piccolo sforzo. La teoria è che i tratti culturali, le abitudini e le mentalità, godono di un’inerzia fortissima e modificarne il tracciato è molto difficile: non bastano forti motivazioni, occorre rendere facile il cambiamento. E creare le occasioni, attraenti, per adottarlo.

BJ Fogg, Stanford, Persuasive Technologies

http://captology.stanford.edu/

http://www.bjfogg.com/

http://captology.stanford.edu/about

New rules of persuasion:

http://www.thersa.org/fellowship/journal/archive/summer-2009/features/new-rules-of-persuasion

Scegli un obiettivo facile da raggiungere, cioè un facile cambio di comportamento

Studia che cosa impedisce quel comportamento (http://www.behaviormodel.org/)

Scegli lo strumento tecnologico giusto

Comincia da qualcosa di piccolo e veloce

Costruisci sui piccoli successi

BJ Fogg, Tecnologia della persuasione. Un’introduzione alla captologia, la disciplina che studia l’uso dei computer per influenzare idee e comportamenti, Apogeo 2005

Ecco un video che spiega molto delle teorie di BJ Fogg sulle tecnologie persuasive

e un articolo in materia con un grafico piuttosto rivelatore

http://lucadebiase.nova100.ilsole24ore.com/2009/09/il-modello-di-fogg.html

Questo schema ricorda vagamente quello che sintetizza in modo piuttosto semplificato il lavoro dello psicologo Mihály Csíkszentmihályi, autore di Flow, Claremont University

http://www.cgu.edu/pages/4751.asp

http://qlrc.cgu.edu/about.htm

Mihály Csíkszentmihályi, Flow. The psychology of optimal experience, Harper 1990


Csíkszentmihályi si chiede: che cosa rende la vita felice da vivere? Niente che possa essere comprato con il denaro. Ci sono momenti di estasi, periodi di soddisfazione così intensa da ricordare l’estasi. Il nostro sistema nervoso non può elaborare coscientemente più di 110 bit di informazione al secondo. Solo per ascoltare una persona che parla si elaborano circa 60 bit per secondo: ecco perché non puoi comprendere più di due persone che parlano. Il che significa che quando stiamo vivendo un’esperienza davvero intensa e soddisfacente che ci prende la maggior parte dell’attenzione dimentichiamo completamente di dedicare attenzione a ogni altro bisogno (fame, sonno e così via). Il suo corpo e la sua identità spariscono e la concentrazione completa è in quello che sta facendo con tanta soddisfazione: un sentimento romantico, artistico, che chiunque prova quando è nel flow. Una specie di azione ipercosciente ma che però avviene nella temporanea sospensione della consapevolezza di se. Quasi che le cose si facessero da sole. Molti musicisti dicono qualcosa del genere. Certo, occorre una grande tecnica (almeno dieci anni di allenamento) altrimenti non sei abbastanza bravo e la sfida supera le tue capacità. E occorre che la sfida sia abbastanza difficile perché altrimenti ti annoi. È il flow.

Un grafico un po’ più accurato sulla ricerca di Csíkszentmihályi mostra alcuni stati d’animo diversi:

Come si vede questo consente di riconoscere molte più situazioni della vita quotidiana di ciascuno.

Ecco anche per Mihály Csíkszentmihályi una lezione per TED (video)

http://www.ted.com/talks/mihaly_csikszentmihalyi_on_flow.html
Csíkszentmihályi sostiene in base ai suoi studi che la condizione di “apatia” è molto, troppo diffusa (e che molto spesso si manifesta guardando la televisione). È molto chiaro che alcune piattaforme digitali, da Facebook ad alcuni tra i migliori videogiochi, sono più adatte a generare una situazione di flow.

Il disegno delle piattaforme, liberatorio o costrittivo, influisce sullo sviluppo della diversità, della creatività, del conformismo e della piattezza comportamentale: imitiamo, ci ispiriamo agli altri, troviamo momenti di euforica capacità di espressione personale, tutto questo avviene nel corso di una vita.

Spesso gli architetti si dimostrano in grado di pensare alla responsabilità della loro attività nei confronti del benessere della popolazione. Molto spesso sanno che il loro lavoro sarà una piattaforma per lo sviluppo culturale, mentale, pratico delle persone.

Renzo Piano, intervistato per un fortunato libro da Renzo Cassigoli, spiega la sua visione della professione. Costruire per lui è forse una ricerca contemporaneamente artistica e scientifica ma contaminata da un’etica dei risultati molto precisa e consistente. Sicché alla fine si traduce in una sorta di artigianato tecnologicamente avanzato che si pone molte regole e accetta molti vincoli sociali per poter a sua volta generare spazi che siano davvero adottati e vissuti dalle persone. È il problema di chi costruisce piattaforme culturali (che sono sempre anche sociali, economiche, quotidiane). Anche per Renzo Piano l’innovazione è una ricombinazione di tecniche conosciute in modi mai visti precedentemente. Il che lo conduce a sostenere in modo molto chiaro che l’edificio è una macchina. Non dissente da Umberto Galimberti quando dice che la tecnica non è neutra perché genera un ambiente che condiziona la vita delle persone. E arriva a dire che la città possibile è lo specchio dei suoi abitanti ma allo stesso tempo il mondo nel quale i suoi abitanti si trovano a specchiarsi.

Renzo Piano, La responsabilità dell’architetto, Passigli Editori 2010 (nuova edizione)

Umberto Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli 1999

Ignacy Sachs, Quelles villes pour quel développement?, Puf 1996

Greg Clark, Cosa succede in città. Olimpiadi, expo e grandi eventi: occasioni per lo sviluppo urbano, Il Sole 24 Ore 2010

Charles Landry, City making. L’arte di fare la città, Codice 2009

Joseph Rykwert, La seduzione del luogo. Storia e futuro della città, Einaudi 2008 (originale 2000)

E alla fine Piano osserva che quel mondo nel quale gli abitanti si specchiano, quell’ambiente che ne condiziona le vite, è adottato se racconta la storia giusta. Il che non significa né che racconta la storia ovvia, né che racconta una storia incomprensibile. Questo genera la cultura: perché la cultura si vive. È l’esperienza.

«L’architettura è un racconto di storie» è una frase, di Piano, che sconfina con l’altra dimensione costruttiva fondamentale dell’esperienza culturale. Anch’essa tanto importante per definire le possibilità e le impossibilità, le innovazioni e le frustrazioni, le creazioni, i momenti di benessere, le spirali emulative che alimentano la ricchezza culturale: il tempo.

La responsabilità degli architetti che contribuiscono a costruire lo spazio, con gli edifici e tutto il resto, e la responsabilità dei narratori che contribuiscono a costruire il tempo, con le storie. La responsabilità dei gruppi che vivono in certi ambienti e si uniscono attorno a storie comuni che costruiscono mondi di senso, a loro volta capaci di diventare liberatòri o vincolanti, come le piattaforme sulle quali si esplicano e si sviluppano.

Karl Gustav Jung ha lavorato a lungo sulla relazione tra miti, archetipi, inconscio collettivo e contesto culturale della psicologia personale e sociale. E la costruzione di mondi narrati è da sempre una sorta di arredamento della mente collettiva, pari in termini di visione del possibile e dell’impossibile alla situazione ambientale generata dal paesaggio costruito dall’umanità. Anche il futuro ne è segnato, come del resto dimostra la straordinaria stagione della fantascienza che ha per un certo periodo anticipato la ricerca scientifica costruendone in un certo senso il tracciato evolutivo attraverso la costruzione della visione. I grandi innovatori, i creatori di svolte epocali nella tecnologia come nell’economia, sono spesso visionari: sanno vedere quello che non c’è e sanno raccontarlo in modo che anche gli altri lo vedano e scommettano che si possa realizzare. La vicenda di Steve Jobs, narratore sopraffino, artista della tecnologia, lo ha dimostrato in più occasioni: i suoi racconti, fatti sempre contemporaneamente di oggetti e di parole, hanno emozionato e coinvolto gli utenti in una corsa innovativa con pochi paragoni.

Christian Salmon, saggista e ricercatore al CNRS, già assistente di Milan Kundera, ha fondato il Parlamento internazionale degli scrittori, ha pubblicato diversi saggi tra i quali Storytelling. Un fenomeno per lui sostanzialmente preoccupante.

«Lo storytelling, a lungo considerato come una forma di comunicazione riservata ai bambini, praticata esclusivamente nelle ore di svago e analizzata solo da studi letterari (linguistica, retorica, grammatica testuale, narratologia ecc), sta conoscendo in effetti negli Stati Uniti, dalla metà degli anni Novanta, un successo soprendente, che è stato definito come un trionfo, una rinascita o ancora un revival. È una forma di discorso che si impone in tutti i settori della società e trascende i confini politici, culturali o prefessionali, realizzando quello che i sociologi hanno chiamato il narrative turn, poi paragonato all’ingresso in una nuova epoca, l'”epoca narrativa”».

«Il successo dell’approccio narrativo si è manifestato innanzitutto nel campo delle scienze umane: un’evoluzione che è stata definita, a partire dal 1995, “the narrative turn”, una svolta narartiva che ha rapidamente conquistato le scienze sociali. Già negli anni Ottanta l’economista Deirdre McCloskey difendeva l’idea che l’economia fosse essenzialmente una disciplina narrativa. “Non è un caso” scriveva “se l’ecoomia scientifica e il romanzo sono nati contemporaneamente”. E il fisico Steven Weinberg sosteneva che i racconti convincenti premettono di orientare milioni di dollari verso la ricerca. “Il diritto vive di narrazione” afferma dal canto suo Jerome Bruner e il professore di diritto Anthony Amsterdam osserva che “la presentazione narrativa degli avvenimenti invade le motivazini delle sentenze”».

Si è parlato di approccio narrativo nella psicologia dell’educazione, nelle scienze sociali e politiche, nella ricerca medica e nella giurisprudenza, nella teologia e nelle scienze cognitive. Si è parlado di “imperialismo narrativo”.

«È attraverso questa deviazione che lo storytelling è potuto apparire come una tecnica di comunicazione, di controllo e di potere».

«Alla metà degli anni Novanta, in effetti, la svolta narrativa delle scienze sociali ha coinciso con l’esplosione di interne e i progressi delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione che hanno creato le condizioni dello storytelling revival e gli hanno permesso una diffusione così rapida».

«Reso popolare da un lobbismo molto efficace di nuovi guru, lo storytelling management è ormai considerato indispensabile a chi svolge un ruolo decisionale in politica, in economia, nelle nuove tecnologie, nell’università o in diplomazia».

Che cosa c’è di nuovo? Non il tema del racconto, ovviamente. Roland Barthes ha scritto in “Introduzione all’analisi strutturale dei racconti”: «Innumerevoli sono i racconti del mondo. Sotto queste forme quasi infinite, il racconto è presente in tutti i tempi, in tutti i luoghi, in tutte le società; il racconto comincia con la storia stessa dell’umanità; non esiste, non è mai esistito in alcun luogo un popolo senza racconti; tutte le classi, tutti i gruppi umani hanno i loro racconti e spesso questi racconti sono fruiti in comune da uomni di culture diverse, talora opposte; il racconto si fa gioco della buona e della cattiva letteratura; internazionale, trans-storico, transculturale, il racconto è là come la vita».

E dunque che cosa c’è di nuovo? Dice Salmon: «Le grandi narrazioni che hanno segnato la storia dell’umanità, da Omero a Tolstoj e da Sofocle a Shakespeare, raccontavano miti universali e trasmettevano le lezioni delle generazioni passate, lezioni di saggezza, frutto dell’esperienza accumulata. Lo storytelling percorre il cammino in senso inverso: incolla sulla realtà racconti artificiali, blocca gli scambi, satura lo spazio simbolico di sceneggiati e di stories. Non racconta l’esperienza del passato, ma disegna i comportamenti, orienta i flussi di emozioni, sincronizza la loro circolazione. Lontano da questi “percorsi del riconoscimento” che Paul Ricœur decifrava nell’attività narrativa, lo storytelling costruisce ingranaggi narrativi seguendo i quali gli individui sono portati a identificarsi in certi modelli e a conformarsi a determinati standard».

Christian Salmon, Storytelling. La fabbrica delle storie, Fazi 2008

Si rischia l’asservimento delle persone alle tecnologie persuasive e ai racconti fittizi dello storytelling. Ma non si assiste anche all’immunizzazione delle persone che ricominciano a liberarsi appena si rendono conto dell’eccessiva distanza tra le esperienze che subiscono quando sono manipolati e l’esperienza di vita più completa che attivamente possono realizzare quando le loro capacità crescono all’unisono con le sfide che la vita pone di fronte a loro?

Si direbbe che dopo una trentina d’anni di storytelling vincente, capace di arrivare a confondere i reality con la realtà, il pubblico abbia cominciato ad abbandonare il Grande Fratello, prima nel Nord Europa e poi persino in Italia. Il bagno di austerità, conseguente all’esplosione della contraddizione tra economia reale ed economia irreale, iperfinanziaria o consumistica, ha condotto l’esperienza vissuta troppo lontano dall’esperienza raccontata sui media commerciali.

Federico di Chio ha scritto un bel libro intorno alla dimensione dell’illusione e della disillusione. Cerca il valore del viaggio narrativo equilibrato, di Chio, studioso e manager del gruppo Mediaset: «”Dobbiamo andare nel mondo congiuntivo dei mostri, dei demoni e dei clown, della crudeltà e della poesia, per dare un senso alle nostre vite di ogni giorno, guadagnando il nostro pane quotidiano”. Così Victor Turner conclude una delle sue opere più belle, rimarcando la necessità, per l’uomo, di abitare uno spazio potenziale, congiuntivo appunto, sospeso tra realtà e immaginazione, oggettività e soggettività, azione e riflessione, in cui potersi sottrarre al fluire incessante degli eventi, per rigenerarsi e dare un senso all’esistenza di tutti i giorni. Un mondo interstiziale, di creatività e di ristrutturazione, di perdita e di riappropriazione, in cui fare in conti con se stesso, la propria collettività e il proprio destino».

«La fantasia, la narrazione, il mito, l’espressine artistica, il rito… sono tutte forme di accesso a questa dimensione intermedia, che segna profondamente i modi dell’esperienza umana, fin dai primi passi».

«È il luogo della possibilità, della simbolizzazione, del gioco; e diventa un po’ alla volta il terreno di costruzione della nostra identità».

«Lo spettacolo – ponendosi porprio al crocevia tra espressione artistica, rito, racconto, mito, performance scenica, gioco – è sempre stato una delle più fertili “terre di mezzo” tra vita vissuta e vita pensata, tra partecipazione diretta e riflessione. Un tempo e un luogo di sospensione della realtà, e tuttavia sempre a ridosso di questa, in cui e attraverso cui dar senso alle cose. Un’esperienza intermedia tra la condizione in cui siamo e quella in cui dobbiamo essere (le necessità della vita: le regole sociali, i valori della comunità, ma soprattutto gli accidenti dell’esistenza, il dolore, la morte…). Uno spazio in cui, anche, possiamo essere, provando senza sperimentare davvero, simulando senza vivere in prima persona; spazio potenziale in cui rinfrancarci ma anche prepararci all’azione, farci una ragione di ciò che sembra non averla. Il tutto con leggerezza, misura. Con piacere, anche».

«Tantissime e diverse le forme che questa esperienza intermedia ha assunto, nel tempo, nello spazio, nei vari ambiti espressivi. Ma il denominatore comune è sempre stato lo stabilirsi di una “giusta distanza” dalla vita: non troppo lontani, perché diversamente non si hanno ingaggio, riconoscimento, coinvolgimento; ma neanche troppo vicini, perché altrimenti non scatta la sospensione e pertanto la possibilità di critica, di elaborazione, ri-creazione. Le radici etimologiche di molti termini appartenenti all’area semantica dello spettacolo rivelano bene gli estremi di questa forma di esperienza, dal “vedere” al “fare”, delimitando un territorio complesso in cui non c’è visione senza partecipazione, né – di contro – trasporto senza presa d’atto. Questo è l’incrocio fertilizzante che fa dello spettacolo non una semplice occasione di svago, ma anche, e soprattutto, una straordinaria macchina di produzione e di appropriazione collettiva di senso».

Certo, quando tutta la vicenda dello spettacolo viene assorbita dal centro di gravità infinitamente attraente del buco nero della televisione commerciale, quando lo spettacolo nelle sue varie forme si omogeneizza di fronte alla necessità di fare audience e creare gli stati mentali più adatti a vendere i prodotti pubblicizzati, prima o poi la sua preteza di generare senso diventa insensata. Ed è quello che sta succedendo alla vecchia padrona dello spettacolo.

Certo, il bisogno di recuperare la ricchezza del senso dello spettacolo della quale parla di Chio non si soddisfa solo con il passaggio a nuovi mezzi di comunicazione. Ma questi, insieme alle necessarie innovazioni che sta tentando la televisione, sono premessa di qualcos’altro. Una nuova fase. Per ora rischiamo e attraversiamo il cambiamento. Ma cerchiamo anche di farci un’idea di come sarà il mondo dopo…

Federico di Chio, L’illusione difficile. Cinema e serie tv nell’età della disillusione, Bompiani 2011

Il contesto è spesso inconsapevole. È fatto di cose ovvie, pregiudizi, saperi incoscienti. Si incarna nelle forme dello spazio umanizzato e nelle storie dai miti fondativi che accomunano le società. Conduce anche al cambiamento e all’adattamento ma per piccoli passi facili, sul sentiero del possibile, stretto tra la noia e l’ansia. Talvolta porta avanti l’innovazione in modo discreto, per grandi salti, quando però tutto intorno sembra accompagnare il cambiamento. Il contesto è un mondo di senso del quale non c’è bisogno di essere sempre costantemente consapevoli per vivere la vita quotidiana. Eppure si rinnova. E l’adozione avviene nel rispecchiamento tra le storie che il nuovo contesto propone di abilitare e le storie che gli abitanti ritengono di poter scrivere. La cultura vive di quelle continuità e di quei salti. La creatività e lo sviluppo hanno bisogno di quei salti. La società ne ha bisogno con loro in certe fasi della sua storia. Questa è certamente una di quelle fasi.

E le nuove piattaforme culturali, i media digitali, fanno a pieno titolo parte di quei generatori di ambienti che la società adotta per evolvere. A partire dalla cultura.

Il problema è questo: le persone sono abbastanza consapevoli di quello che sta succedendo o sono passivi spettatori della vicenda in atto? Entrambe le risposte sono in parte vere. Ma la sostenibilità del passaggio epocale che viviamo richiede che ci sia equilibrio tra il cambiamento collettivo e la libertà consapevole individuale. Come contibuire? Possiamo evitare la completa manipolazione delle persone? La dimensione culturale può superare la dinamica dell’ovvio e aiutarci ad alzare lo sguardo prendendo in mano il nostro destino. Anche perché nella vicenda delle piattaforme culturali digitali ci sono elementi che sembrano costantemente riportare in condizione attiva i partecipanti: la condizione passiva dell’epoca della televisione non sembra replicarsi con le stesse caratteristiche nel nuovo contesto delle piattaforme culturali digitali. C’è un elemento immunitario nella nuova cultura emergente sulle piattaforme digitali? Forse si tratta della facilità con la quale si può partecipare a modificarle. Forse si tratta della circostanza per la quale il valore di quelle piattaforme è determinato essenzialmente dalla partecipazione attiva degli utenti. Forse hanno effetti educativi specifici che conducono costantemente a collegare il contesto alla storia, la storia alla prospettiva, la prospettiva all’azione.

Social network, Massively multiplayer online games, civic media, e così via.