Iulm 2012 – 2. Paradigmi

Questi sono appunti. Vanno presi come una sorta di raccolta di temi che sarebbe interessante approfondire. Possono essere visti come una bibliografia ragionevole. Oppure semplicemente come spunti di discussione per il corso:

Information technology e nuove piattaforme culturali – IULM 2012


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1. Progetto : informazione, tecnologia, piattaforme, cultura; novità e innovazione

2. Paradigmi, ecosistemi, complessità, economia della conoscenza, reti

3. Internet come tema evolutivo: le connessioni e la specie

4. Internet come tema antropologico: spazio e tempo

5. Internet come design culturale: piattaforme della vita quotidiana

6. Piattaforme culturali, nuovi media sociali, gamification: industrie culturali

7. Piattaforme culturali, educazione, ricerca, informazione: civic media

8. Prospettive : metodi per la visione ed evoluzione della tecnologia

9. Prospettive : economia della conoscenza, copyright e commons

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Paradigmi, ecosistemi, complessità, economia della conoscenza, reti – background
Le grandi trasformazioni che avvengono attorno a noi hanno i loro percorsi e le loro motivazioni. Siamo davvero in una fase storica che potremmo chiamare “cambio di paradigma”? Che cosa cambia nella produzione di valore quando nel quadro dell’economia della conoscenza e della felicità? Che cos’è un ecosistema dell’informzione? Perché tutto sembra così complicato e invece ci dicono che è “complesso”? Se c’è un link tra tutto questo e le tecnologie, lo si può trovare nel concetto di rete?
L’evoluzione digitale delle piattaforme culturali
Siamo nell’epoca della conoscenza nella quale il valore economico si concentra sull’immateriale, dalla ricerca all’immagine, dal design allo storytelling, dall’informazione all’entertainment. Il valore è nel senso e nella cultura. E le tecnologie digitali stanno contribuendo a generalizzare, chiarire e accelerare questo passaggio storico paradigmatico.

Per riconoscere le determinanti del valore della cultura nell’economia della conoscenza occorre distinguere due polarità fondamentali nella generazione di valore: i creatori di valore aggiunto e le reti che li connettono.

L’organizzazione delle reti che connettono chi disegna esperienze e chi le vive ha una struttura che influenza ogni movimento, decisione, azione, dinamica intellettuale, relazione personale, consapevolezza ambientale, creazione, innovazione, adozione, interpretazione: il progetto realizzato di quell’organizzazione di rete è una piattaforma. Sulla piattaforma si sviluppano applicazioni che a loro volta diventano strumento di attività creative di ogni genere. Il tema del corso, dunque, è la riflessione delle complesse relazioni tra l’evoluzione delle piattaforme e la dinamica culturale, alla luce dell’accelerazione innovativa avviata dalle tecnologie digitali.

Internet e cultura

David Weinberger, Elogio del disordine, Rizzoli, Milano, 2010

Economia della conoscenza

– Yochai Benkler, La ricchezza della rete, Università Bocconi Editore, 2007

– Luca De Biase, Economia della felicità, Feltrinelli, Milano, 2007

– Enzo Rullani, Economia della conoscenza, Carocci, 2004

– Enzo Rullani, Modernità sostenibile, Marsilio, 2010

Innovazione

– Brian Arthur, La natura della tecnologia, Codice Edizioni, Torino, 2011

– Kevin Kelly, Quello che vuole la tecnologia, Codice Edizioni, Torino, 2011

http://kk.org/

La logica della rete

– Albert-László Barabási, Link, Einaudi, Torino, 2004

– Manuel Castells, Galassia Internet, Feltrinelli, Milano, 2002

– Bernardo Huberman, Le leggi del Web, Il Sole 24 Ore, Milano, 2003

– Malcom Gladwell, The tipping point, Little Brown, London, 2000

Cambi di paradigma

Un cambio di paradigma è una trasformazione radicale del quadro interpretativo fondamentale con il quale si pensa, si vede il mondo e si agisce. L’idea è nata dal lavoro dell’epistemologo Thomas Kuhn autore di La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962) e di La rivoluzione copernicana (1957).

Un cambio di paradigma avviene nella storia prima che nella cultura. La velocità della trasformazione supera la capacità di concettualizzazione. Quindi la società prova il senso dell’apertura di infinite possibilità e, contemporaneamente, uno spiazzamento culturale che induce paura e incomprensione.

Internet è parte fondamentale del grande cambio di paradigma attuale.

Video. Ecco come il sociologo Neil Postman parlava del cyberspazio nel 1995.

La sua visione è particolarmente preoccupata. La frattura tra il mondo della comunità fisica e lo spazio virtuale nel quale la coscienza si allarga alla rete digitale è per lui insolubile. La sua visione è in certi casi profondamente lungimirante, come quando discute dell’information overload. In altri casi sembra sovrastimare la distanza tra il “virtuale” e il “reale”. Che cosa ne pensate voi di questo pensiero di Postman?

Alain Touraine ha contribuito a una certa chiarezza concettuale con il suo libro Un nouveau paradigme (2005). Propone una visione secondo la quale, attraverso la globalizzazione e le tecnologie digitali, stiamo passando da un paradigma centrato sull’economia a un paradigma centrato sulla cultura.

Parole come informazione, conoscenza e cultura assumono un ruolo fondamentale. La produzione e lo scambio del valore ne vengono radicalmente trasformati. Alla ricerca di un concetto capace di creare il nuovo quadro interpretativo si è arrivati dopo idee ancorate al passato come post-fordismo e post-industriale all’idea di economia della conoscenza.

Economia della conoscenza

Yochai Benkler è un economista del Berkman Center di Harvard che ha studiato a fondo l’economia della conoscenza. Il suo libro La ricchezza della rete (2006; versione italiana 2007) è un nuovo classico dell’economia. I suoi scritti sono disponibili su http://benkler.org .

«L’informazione, la cultura e la conoscenza sono ingredienti fondamentali della libertà e dello sviluppo umano. Il modo in cui esse vengono prodotte e scambiate all’interno della società influenza fortemente la percezione che abbiamo del mondo com’è e di come dovrebbe essere, e di come noi in quanto società o comunità politica determiniamo ciò che si può o si dovrebbe fare. Da più di centocinquant’anni le democrazie moderne dipendono dall’economia industriale dell’informazione per quel che riguarda queste funzioni basilari. Negli ultimi quindici anni abbiamo però assistito a un cambiamento radicale nell’organizzazione della produzione di informazione. Sull’onda del cambiamento tecnologico, una serie di adattamenti economici, sociali e culturali hanno a loro volta causato una trasformazione radicale nel modo in cui creiamo il nostro ambiente informazionale, sia come individui autonomi e cittadini sia come membri di gruppi sociali e culturali. (…). Il cambiamento causato dall’ambiente dell’informazione in rete è profondo. È strutturale. Cambia alla radice il modo in cui i mercati e le democrazie liberali si sono coevoluti da quasi due secoli a questa parte». (Sono le prime parole de La ricchezza della rete ).

Il confronto attuale è tra le strutture che discendono dall’economia dell’informazione industriale e le nuove strutture nate per l’economia dell’informazione in rete.

Nell’economia dell’informazione industriale il capitale necessario a produrre e distribuire l’informazione era molto elevato e costituiva una barriera insormontabile per la gran parte della popolazione. Ma con la diffusione delle tecnologie digitali in rete questa barriera è drasticamente ridimensionata. Sicché, nell’economia dell’informazione in rete emerge la possibilità di fare cose che prima erano impossibili: per esempio, la diffusione di tecnologie a buon mercato rende possibile produrre informazione e scambiarla senza passare per il mercato ma semplicemente connettendo persone che sono orientate a collaborare. E se è possibile, qualcuno lo fa. I fatti lo dimostrano: da Linux nelle tecnologie alla blogosfera o ai social network nelle notizie e nelle interpretazioni delle notizie.

Questo apre molti discorsi:

1. Se l’economia tradizionale era nata nell’epoca dell’informazione industriale, può essere che l’informazione di rete arrivi a cambiare in parte le regole fondamentali dell’economia? Di certo le cambia per i prodotti costituiti di informazione digitale.

2. Se la rete digitale aumenta la sua importanza nella generazione del valore – e se si vuole intervenire con progetti che possano trovare successo – si deve comprendere: come funzionano i link, quali ruoli giocano i diversi nodi, che cosa limitano e che cosa incentivano le diverse piattaforme, come cambia la soddisfazione individuale e il coordinamento collettivo, quali logiche definiscono il successo e il progresso.

3. Se si considera che le istituzioni fondamentali siano il mercato, lo stato e la società, è chiaro che questo cambiamento favorisce la società, dotandola di risorse più ampie e rivalutando i commons. L’ampliamento delle possibilità significa una fioritura di varietà sociali, politiche ed economiche che l’industria di massa semplicemente non consentiva.

Benkler ci aiuta sia sul primo che su terzo punto.

Ma attenzione, i suoi presupposti sono ottimistici. Il fatto incontrovertibile che la rete abbia aperto a molte molte nuove possibilità, fa venire in mente a Benkler che saranno colte soprattutto creando nuovi spazi di libertà individuale e di creatività collettiva. Mentre non manca chi pur condividendo l’osservazione della moltiplicazione delle possibilità è convinto che saranno colte per ridurre la libertà individuale e ammorbare la creatività collettiva con un eccesso di rumore e di cattiva informazione. Ne vedremo esempi. Ma un punto a favore di Benkler resta chiaro: se la rete apre mille nuove opportunità, chi vuole migliorare le cose può intervenire e battersi per aumentare la libertà individuale e la qualità dell’esperienza collettiva. E qui stiamo lavorando proprio per questo.

Comunque. Benkler che come dicevamo ha distribuito gratuitamente il suo libro online sostiene cose ormai chiarissime:

1. L’economia dell’informazione industriale era basata su alti costi di produzione iniziali, bassi costi marginali di distribuzione, controllo dei contenitori fisici delle informazioni, alti costi di capitale, prodotti di massa. L’economia dell’informazione di rete è – quasi – tutto il contrario: produzioni di nicchia o personali, decentramento dei costi di capitale, bassi costi di produzione e distribuzione. Nell’economia dell’informazione industriale la tecnologia dell’emittente è profondamente diversa da quella del ricevente, nell’economia dell’informazione di rete la tecnologia di chi riceve e di chi produce è quasi uguale. L’immagine di società che ne emerge è profondamente diversa.

2. La tecnologia allarga i limiti del possibile. E in questi limiti si ampliano le attività diverse che le persone svolgono. In generale, dalla produzione di oggetti fisici di massa per la distribuzione di contenuti, siamo passati a una produzione di oggetti digitali di nicchia che viaggiano su piattaforme aperte o standard o gratuite, il che abbatte il controllo delle poche centrali emittenti invertendo i trend invalsi nell’epoca industriale verso la concentrazione e la commercializzazione della cultura. La barriera all’ingresso è caduta e non protegge più le grandi organizzazionni che una volta dominavano l’ambiente dell’informazione. Come dalla tecnologia è emerso il precedente sistema industriale dell’editoria industriale, così dalla tecnologia potrebbe emergere il prossimo sistema editoriale.

3. La sfera pubblica emergente come soggetto attivo della produzione culturale sulle nuove piattaforme sta imparando a svolgere compiti che un tempo erano tipicamente editoriali, come il filtro all’information overload e la verifica dell’attendibilità delle informazioni. Anche questi valori sono parte della produzione di informazione. La verifica e l’attendibilità avvengono attraverso pratiche diffuse di scambio di informazioni, link reciproci, condivisione dei giudizi, nelle quali la collaborazione prevale e funziona. Inoltre, non c’è una ingestibile cacofonia ma una certa gerarchia che emerge dalla rete e che è costantemente rimessa in discussione nella rete – per la sua continua ebollizione di innovazioni – ma in ogni momento la rete ha una struttura di nodi più importanti e meno importanti. Una gerarchia mobile.

Tutto questo cambia la produzione più importante nell’epoca del cambio di paradigma verso la centralità della cultura e nell’economia della conoscenza: la produzione di significato.

L’informazione può avvenire al di fuori del mercato. E quindi avviene anche fuori del mercato. Perché l’informazione è un bene pubblico, più che un bene puro o bene standard. Perché è un bene non rivale. «Quando gli economisti parlano di informazione di solito dicono che è “non rivale”. Un bene si definisce come non rivale quando una persona può farne uso senza ridurne la disponibilità per un’altra. Una volta che un bene non rivale è stato prodotto, non è necessario investire altre risorse sociali per crearne di più e soddisfare il consumatore successivo. Le mele sono invece beni rivali. Se io mangio questa mela, tu non puoi mangiarla. Se vuoi lo stesso mangiare una mela, alcune risorse devono essere sottratte per esempio alla costruzione di sedie e impiegate per far crescere una mela e accontentarti». Inoltre, poiché una volta prodotta l’informazione la si può consumare infinitamente senza produrla ancora: quindi il suo costo marginale è zero. Per questo gli economisti chiamano questi beni pubblici: perché avendo un costo marginale zero, il mercato non li può produrre se vengono venduti al prezzo che uguaglia il costo marginale (come avviene in condizioni di concorrenza nella teoria economica neoclassica) ed è per questo che per far funzionare il mercato delle informazioni industriali si devono introdurre barriere alla concorrenza come il copyright, in aggiunta alle barriere fisiche dei supporti che servono a trasportare e fruire l’informazione.

Luca De Biase, Economia della felicità, Feltrinelli, Milano, 2007

Enrico Grazzini, L’economia della conoscenza oltre il capitalismo, Codice 2008

Enzo Rullani, Economia della conoscenza, Carocci, 2004

Enzo Rullani, Modernità sostenibile, Marsilio, 2010

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Complessità

Nell’economia della conoscenza le relazioni causa-effetto e i sistemi di equazioni lineari hanno meno spazio che nell’economia immaginata dalle teorie neoclassiche. Non che non ci siano tentativi di razionalizzare le relazioni tra gli elementi del gioco economico, ma di certo in questo contesto si “racconta” molto più che “calcolare”. Proprio perché sono i significati ad avere valore mentre la moneta è misura e risultato di operazioni che avvengono in una dimensione più qualitativa.

L’approccio suggerito dalla teoria della complessità parte dalla constatazione che ogni elemento del sistema è connesso con ogni altro e le relazioni generano coevoluzioni in molte direzioni piuttosto che cambiamenti lineari di un elemento su un altro. La metafora prevalente è quella dell’ecosistema. Dalle complesse relazioni tra gli elementi di un ecosistema emergono le regolarità vincenti. E la competizione per la sopravvivenza, delle idee come degli oggetti, avviene attraverso un adattamento che porta eventualmente all’adozione di un elemento da parte degli altri elementi del sistema.

La bibliografia in materia è sterminata. Anche perché porta a una connessione interdisciplinare tra teorie: teoria della complessità, teoria delle reti, economia della cultura e della conoscenza, scienze cognitive, ecologia, e così via.

Réda Benkirane, La teoria della complessità, Bollati Boringhieri 2007 (originale 2002)

Mark Taylor, Il momento della complessità. L’emergere di una cultura a rete, Codice 2005 (originale 2001)

Stuart Kauffman, At home in the universe, Oxford University Press 1995

James Cleick, La théorie du chaos. Vers une nouvelle science, Flammarion 1991 (originale 1987)

Alberto De Toni, Luca Comello, Viaggio nella complessità, Marsilio 2007

Philip Kotler, John Caslione, Chaotics. Gestione e marketing nell’era della turbolenza, Sperling & Kupfer 2009

Alberto De Toni, Luca Comello, Lorenzo Ioan, Auto-organizzazioni. Il mistero dell’emergenza nei sistemi fisici, biologici e sociali, Marsilio 2011

Da non dimenticare comunque in materia l’approccio radicale di Nassim Taleb. Quello che conta non è ciò che è prevedibile, ma il Cigno nero, il fenomeno imprevebile con le abituali forme di analisi. E quello che si può fare in proposito non è soltanto affinare le tecniche di “previsione” (che con i Cigni neri sono per definizione fallaci), ma costruire sistemi più robusti, in grado di adattarsi ai grandi cambiamenti.

Nassim Nicholas Taleb, Il cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita, Il Saggiatore 2008 (originale 2007)

Nassim Nicholas Taleb, Robustezza e fragilità. Che fare? Il Cigno nero tre anni dopo, Il Saggiatore 2010

Ecco i suoi principi pe runa società robusta:

1. Quel che è fragile dovrebbe rompersi presto, finché è ancora piccolo

2. No alla socializzazione delle perdite e alla privatizzazione dei guadagni

3. A coloro che hanno guidato uno scuolabus a occhi bendati (e lo hanno distrutto) non si dovrebbe mai affidare un altro autobus

4. Non lasciare che una persona che si assicura un bonus di incentivazione possa gestire una centrale nucleare, e nemmeno i tuoi rischi finanziari

5. Bilancia la complessità con la semplicità

6. Non dare ai bambini candelotti di dinamite, anche se hanno un’etichetta di garanzia

7. Soltanto gli schemi di Ponzi dovrebbero dipendere dalla fiducia. I governi non dovrebbero mai avere bisogno di “ripristinare la fiducia”

8. Non dare a un tossicodipendente altre droghe se ha crisi di astinenza

9. I cittadini non dovrebbero dipendere da risorse finanziarie come depositi di valori e non dovrebbero fare affidamento sui consigli di “esperti fallibili” per il loro pensionamento

10. Fai un’omelette con le uova rotte

http://www.fooledbyrandomness.com/

Il passaggio dalla filiera lineare industriale all’economia dell’informazione in rete impone attenzione alle nuove possibilità offerte dal nuovo contesto. E non si comprende quali tra queste nuove possibilità avrà successo senza discutere di come funzionano le reti.

Nell’economia industriale si produce per la massa. Dunque per la media. Fabbricando prodotti in serie, si fabbricano molti prodotti uguali, che devono andare bene per grandi quantità di individui indifferenziati. Le scelte collettive così organizzate favoriscono un’interpretazione del mercato a forma di gaussiana, nella quale gli individui considerati nell’insieme distribuiscono casualmente le loro preferenze, concentrandosi sulla media. (Sull’asse delle x sono distribuiti i diversi prodotti e sull’asse delle y ci sono le quantità vendute).


In questo caso la maggior parte dei comportamenti si accumula vicino alla media, mentre i comportamenti di nicchia restano ai margini. La produzione e i limiti fisici della distribuzione, in un contesto che accetta il conformismo della produzione di massa, dispongono la distribuzione dei prodotti come in una gaussiana.

La distribuzione delle informazioni in un contesto definito dalle tecnologie digitali di rete, invece, ha una forma molto diversa, popolarizzata da Chris Anderson con il nomignolo di “long tail”, la coda lunga.


Anche in questo caso, pochissimi prodotti hanno la massima distribuzione, ma non sono i prodotti medi. Inoltre, la gran parte dei prodotti venduti non è intorno alla media e ai prodotti venduti, ma è lontana: la somma delle nicchie è più grande della quantità distribuita dei prodotti più popolari.

Che cosa significa tutto questo? Dal punto di vista pratico è abbastanza facile immaginare che cosa succede. In una libreria fisica, spiegano ad Amazon, l’80/90% del fatturato si fa con i primi cento libri più venduti, anche perché i limiti fisici posti dallo spazio negli scaffali limita la varietà delle scelte possibili; su Amazon, invece, i primi cento libri fanno il 40% del fatturato, mentre il resto si distribuisce su una quantità enorme di alternative.

Questo non è soltanto un modo per vedere la distribuzione dei prodotti ma serve a dare un’idea della diversa dinamica dell’economia dell’informazione in rete, rispetto all’economia dell’informazione industriale. Per comprendere le conseguenze di tutto questo occorre conoscere qualche nozione di teoria delle reti.

Tra i testi di riferimento ci sono quelli di Albert-László Barabási : Link (2002, traduzione 2004) e Lampi (2010, traduzione 2011).

Barabási mostra come sia emersa la scienza delle reti. E come tutto sia partito dall’invenzione dei grafi di Eulero e dalla matematica delle reti casuali di Paul Erdős e Alfréd Rényi.

Anche la struttura del mercato dell’informazione di massa e industriale si può mostrare come una rete, nella quale però tutti i nodi sono collegati in modo casuale con gli altri. Se c’è solo una cosa da fare si farà quella. Una struttura come emerge se i casi sono abbastanza numerosi (a furia di aumentare i link tutti sono connessi, con una distribuzione casuale dei link) e resta in funzione se i soggetti più potenti acquistano ancora più potere e controllano gerarchiamente il gioco, perché lo possiedono: questo corrisponde alla dinamica della concentrazione nei mercati maturi. (Nei casi in cui non ci sono abbastanza link la rete si spezza in molte isole: corrisponde a mercati strutturati come quelli di massa ma divisi in “target” molto diversi tra loro).

Ma con l’innovazione si aprono nuove possibilità. E i mercati innovativi sono per definizione non maturi: sicché la concentrazione non è la strada maestra.

In generale, se si ampliano le possibilità, la rete casuale si spezza in molte componenti. Una rete funziona in quel caso se tra i nodi se ne formano alcuni che accumulano link e fungono da hub. Al servizio della rete, senza avere la possibilità di controllare le varianti. La funzione degli hub in quel caso non è quella di controllare il gioco, ma quella di servire il gioco degli altri link.

Questo genere di dinamica si corrisponde alla realtà osservata da Vilfredo Pareto: in molte situazioni la distribuzione delle relazioni tra due fenomeni si organizza in base alla proporzione 80/20. Tipo: l’80% dei link punta al 15% delle pagine web. E’ uno dei molti casi di applicazione della cosiddetta “legge di scala” o “legge di potenza”.

In natura la maggior parte delle grandezze segue una curva a campana, ossia un andamento simile alla distribuzione a picco che caratterizza le reti casuali. Tipo la distribuzione della statura della popolazione. Ma alcuni fenomeni (si direbbe più spesso i fenomeni culturali) sono diversi: in essi coesistono moltissimi casi molto diversi tra loro, come se la popolazione avesse tante persone molto basse e alcune alte duemila metri. E’ quello che succede con il web. Qui, le persone non linkano a caso, ma scelgono: e tendono a scegliere in modo che pochissimi siti siano connessi con tantissimi altri siti. Quando non si sceglie a caso, come avviene in una rete complessa, spesso emergono comportamenti prevalenti che assumono la forma dettata dalla “legge di potenza” (con la curva della coda lunga e non della campana). E’ il caso, come sappiamo, del cervello: pochissimi neuroni sono connessi con tantissimi altri neuroni…

E’ il caso in cui non è interessante il caso medio, perché le differenze tra i casi sono troppo grandi.

“Le leggi di potenza esprimono in termini matematici il fatto che nelle reti del mondo reale la maggioranza dei nodi ha solo pochi link, e questi innumerevoli piccoli nodi coesistono con pochi grandi hub, dotati invece di un numero eccezionalmente alto di link. I pochi link che connettono fra loro i nodi più piccoli non sono sufficienti a garantire la piena interconnessione della rete. Questa funzione è assicurata dalla sporadica presenza di hub, che impediscono alla rete di frammentarsi. In una rete casuale il picco di distribuzione indica che i nodi hanno  quasi tutti lo stesso numero di link, e quelli che deviano dalla media sono molto rari. Di conseguenza, per ciò che concerne la connettività dei nodi, una rete casuale ha una tipica scala, rappresentata dal nodo medio e fissata dal picco del grado di distribuzione. Nella distribuzione regolata da una legge di potenza, invece, l’assenza di un picco indica che nelle reti del mondo reale non esiste nulla come un nodo caratteristico. Ciò che si osserva è invece una gerarchia continua di nodi, che va dai poco diffusi hub agli innumerevoli piccoli nodi. Subito dopo lo hub più grande ne vengono due o tre più piccoli, seguiti a loro volta da decine di hub ancora più piccoli e così via, per finire con una moltitudine di nodi piccolissimi”.

E’ un genere di osservazione che ha condotto Bernardo Huberman a dire che sul web “il vincitore prende tutta la posta”, nel senso che il primo in classifica in una categoria di sito ha davvero la maggior parte dei link (Le leggi del web, Il Sole 24 Ore, Milano, 2003).

Nelle reti che riguardano fenomeni culturali, spesso le reti seguono la legge di potenza. E una spiegazione è nel libro di Malcom Gladwell: The tipping point (Little, Brown, 2000).

Gladwell è riuscito a mostrare come il passaggio di idee in una rete di persone tende a essere tanto più efficiente e diffuso quanto più quelle idee incontrano un raro nodo molto interconnesso (una persona che conosce tante persone, un connector), quanto più quelle idee incontrano un raro nodo molto attivo (una persona che si interessa molto a un’idea, un maven) e quanto più incontrano un raro nodo molto empatico (una persona che “vende” bene le idee, un salesman). Inoltre, le idee durano se si appiccicano alla memoria e inducono a passare all’azione (stickiness factor). Ed entrano in funzione in modo profondo in una società se il contesto le valorizza e le comprende. E’ una dinamica virale.

Ovviamente, i media sociali funzionano come la società nel suo complesso. E la forma delle reti di blog o di amici sui social network è regolata dalla legge di potenza. Si veda ad esempio, la forma della blogosfera italiana studiata da Vincenzo Cosenza.