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Ci saranno sicuramente altri approfondimenti in materia. Gli argomenti passano accanto alle infinite riflessioni dell'ermeneutica e dell'epistemologia. Non siamo vicini a una conclusione della conversazione, anche perché il fenomeno è in piena evoluzione. Ma un problema, ricorrente, si va chiarendo e riguarda come arrivare alla consapevolezza della specifica qualità delle informazioni pubblicate su Wikipedia, per come emerge dalla complessa relazione tra le dinamiche sociali che si sviluppano nella produzione e valutazione delle voci di Wikipedia, da un lato, e, dall'altro, le regole metodologiche sostenute dall'organizzazione.
Schiff e, in parte, Di Domizio osservano alcune bizzarrie che si stanno sviluppando nel sistema sociale che produce Wikipedia. Come è ben noto, questo sistema sociale non sembra orientato a favorire chi è per curriculum più esperto di una materia quando si tratta di scrivere una voce che la riguarda; il sistema appare più orientato ad appellarsi all'intelligenza collettiva che all'esperienza specialistica dei singoli. C'è il rischio, per Di Domizio, che la voce scritta da uno scienziato possa essere editata da un adepto di una qualunque fede, anche nascosto dall'anonimato, che può avere una sua agenda non scientifica (o anti-scientifica) nella trattazione di un argomento. E Schiff racconta di episodi che fanno pensare alla possibilità che l'originaria società anarchica che produceva Wikipedia si stia trasformando in una società governata addirittura da gang che gestiscono un loro potere su certe aree dell'enciclopedia. Scenari borgesiani. Certo, tutto questo è ancora aneddotico e poco analizzato quantitativamente: gli aneddoti però lasciano il segno.
Codogno ricorda che Wikipedia non è scienza. Casomai è uno sforzo collettivo di divulgazione. E si basa, proprio per questo, volontariamente, su fonti secondarie o terziarie. In effetti, è ovviamente più utile per conoscere la data di qualcosa che per seguire la teorizzazione intorno all'ultimo esperimento sulla velocità dei neutrini. E poiché occorre un metodo anche nella divulgazione, Wikipedia suggerisce di privilegiare i contributi che danno una fonte esistente sul web piuttosto che quelli che si poggiano su un sapere che sta solo nella mente di chi lo conferisce all'enciclopedia.
Non sappiamo se la società che produce Wikipedia evolverà in un sobborgo urbano governato da bande che si spartiscono il territorio o se la collaborazione riuscirà a prevalere. Ma di certo occorre un metodo che sia allo stesso tempo trasparente e facile da comprendere, per coinvolgere tante persone di orientamenti diversi nella produzione di un sapere considerato comune.
La documentabilità di quanto si scrive è certamente il passo fondamentale. Almeno rende possibile ad altri il controllo e il confronto. Creando l'abitudine a considerare il territorio di Wikipedia come un bene comune, da gestire per evitare la classica tragedia del suo ipersfruttamento o del suo degrado vandalistico. Sono anni che questo problema si pone e sono anni che bene o male il sistema regge. Dunque la documentabilità è una forza culturale piuttosto potente.
Ma quali saranno i prossimi sviluppi, visto che i problemi si allargheranno con l'ampiezza dell'enciclopedia stessa? L'anonimato resterà legittimo? La scala gerarchica dei controllori resterà fondamentalmente basata sul numero di edit che essi avranno fatto? E le relazioni tra le voci in diverse lingue tenderanno a convergere o a divergere in base alle culture delle varie popolazioni? Infine, ci sarà una evoluzione del controllo sociale non solo sulle voci ma anche sulle relazioni sociali tra i contributori per ridurre i rischi di formazione di gang e sistemi di potere tali da rallentare l'innnovazione? Gli anticorpi, in Wikipedia, sono presenti quanto i virus e, a giudicare dai risultati, reggono. Ma non sarebbe ora di divulgare anche di più il metodo di produzione, sociale e culturale, dell'enciclopedia per rendere il pubblico maggiormente consapevole di quello che consulta quando consulta Wikipedia? Forse, il pubblico potrà essere maggiormente coinvolto nel governo dell'enciclopedia e nella salvaguardia dei suoi caratteri di bene comune se sarà maggiormente consapevole di quello che accade alla società che edita Wikipedia e al metodo che segue per editarla.
Il compito storico di questo governo è prendere misure fatte come dei binari sui quali viaggeranno anche i prossimi governi. L'agenda digitale è una roadmap, un impegno. Il punto è tradurla in decisioni visionarie e allo stesso tempo concrete.
Perché per favorire la crescita un governo può fare molto se riesce a stabilire alcune linee guida fondamentali abbastanza solide, sia dal punto di vista concettuale che dal punto di vista pratico, da poter diventare davvero un binario dal quale sia difficile deragliare in futuro.
È un libro tutto da scrivere, certo. Ma la prima pagina di questo libro è stata scritta oggi. Secondo me, questa è una buona giornata.
Vedi anche (per la serie "on the roadmap"):
E allora, l'agenda digitale - 20 gennaio 2012
Crescita: i progetti del governo - 8 gennaio 2012
e i precedenti:
Internet, tendenze come opportunità - 20 dicembre 2011
La falsa contraddizione tra rigore e crescita - 19 dicembre 2011
Agenda digitale in ritardo - 13 dicembre 2011
L'occupazione si fa con le start-up - 30 novembre 2011
Agenda digitale e roadmap - 23 novembre 2011
Vicoli e opportunità in Europa - 22 novembre 2011
Il migliore dei Monti possibile - 21 novembre 2011
Downsizing expectations - 19 novembre 2011
Sviluppo è modernizzazione - 16 novembre 2011
On the roadmap - 15 novembre 2011
Dalle macerie alla ricostruzione - 14 novembre 2011
Una roadmap per gli italiani - 10 novembre 2011
Cognitively illiberal state - 3 novembre 2011
Ma nello stesso tempo, i governi intervengono costantemente su casi particolari. Ed è interessante dare un'occhiata al rapporto che Google pubblica in questo senso. Un rapporto esplicitamente incompleto ma comunque significativo. Nella sintesi non mi pare si parli di Wikileaks. Ma si parla di una richiesta americana per rimuovere un video relativo a comportamenti brutali della polizia che Google non ha rimosso. E si parla anche di un caso italiano sull'ex primo ministro. (Transparency Report). Ma c'è anche una mappa più completa.
Per le piccole imprese italiane è una grandissima boccata d'ossigeno. Ora fanno da banca allo stato e alle grandi imprese. In futuro, stato e grandi imprese non potranno imporre la loro forza contrattuale per dilazionare i pagamenti dovuti. E per le piccole imprese significa un aumento della crescita potenziale: ora in molti casi non si possono permettere di fare ulteriore fatturato perché non hanno i soldi per anticipare i pagamenti (fornitori, collaboratori, materiali, iva) in attesa che i clienti paghino. (Vedi: crescita)
Fantastico sarebbe: lavori e ti pagano senza tante storie. Senza dover sollecitare. Perché è giusto e basta. O perché è la legge... Ma il nuovo tribunale delle imprese servirà anche a snellire le pratiche per aiutare chi ha lavorato a farsi pagare se il cliente, eventualmente, non vuole?
ps. In un quadro di ottimismo per queste misure, continuiamo a citare la necessità di discutere l'assurda differenza dell'iva tra i prodotti editoriali cartacei, 4%, e gli stessi prodotti venduti online, 21%. (Vedi: perché?). E restiamo attenti alle misure per favorire l'energia di chi intraprende e l'avvio forte e chiaro dell'agenda digitale.
Un ramo dal quale può partire un pensiero laterale è l'ottavo: "In quanto abilitatore e non causa del cambiamento, i media digitali in quanto tali non sono belli o brutti, giusti o sbagliati, utili o pericolosi. Il tecnodeterminismo (di qualunque segno) è solo un escamotage per guadagnare il palcoscenico."
A proposito di palcoscenico. C'era un canovaccio per la commedia dell'arte che parlava della vicenda di un marito che uccide la moglie e viene portato in tribunale. Il marito si difende dicendo: "Non sono stato io. E' stato il coltello...".
Il tecnodeterminismo fa ridere in quel caso. E in quasi tutti i casi. Ma va ben compreso che cosa questo significhi. Uno può accoltellare con un coltello ma non può sparare. La tecnologia è anche il limite del possibile. L'innovazione, invece, è il superamento dei limiti del possibile.
Anche le piattaforme che si sviluppano su internet sono così. Uno ci può accoltellare la moglie o tagliare una mela. Offrono delle possibilità e dei limiti alle possibilità. In questo, incentivano a dei comportamenti e non ad altri. Questo non è tecnodeterminismo: è alfabetizzazione internettiana che non va riservata, nei limiti del possibile, ai professionisti, ma deve anche diventare un po' consapevolezza comune. Conoscere ciò che ci induce a fare una tecnologia, per come è fatta, è libertà e creatività. Anche perché...
Anche perché il bello di internet è che è una tecnologia in piena ebollizione innovativa quindi nel momento stesso in cui pone dei limiti induce a innovare per superarli.
Le risposte sono quasi 200. Ci sono scienziati, filosofi, letterati, storici, economisti, politologi, matematici. La bellezza della spiegazione si dimostra sfuggente alla teorizzazione, ma molto vivida nella narrazione. C'è chi mostra una figura geometrica e chi ricorda un esperimento, chi ripercorre le filosofie della conoscenza e chi ritrova l'ingegnosità di una dimostrazione logica. C'è di fa notare, al contrario, l'ineleganza di alcune ricostruzioni che si rivelano migliori di altre teorie esteticamente migliori. C'è chi parla del conflitto e chi della soggettività. C'è chi ricostruisce le dinamiche della piacevolezza nel cervello e chi ricorda le mezze verità del realismo... Alcuni titoli sono un invito irresistibile alla lettura: "In principio è la teoria"; "I limiti dell'intuizione"; "Perché ci sono i bachi nel software?"; "La semplicità in sé"; "Avere fiducia nella fiducia"; "Universi paralleli"; "Gruppi più numerosi producono un numero inferiore di risposte"; "Le metafore sono nella mente"; "Siamo schiavi non di ciò che temiamo ma di ciò che amiamo"...
(Per una serie di circostanze difficili da credere è capitato che abbiano rivolto un invito anche a chi vi scrive. E che abbiamo accettato il contributo che rispondeva a quell'invito... Ne sono onorato e... felice. Ho parlato ovviamente di Copernico, ma ci sono arrivato attraverso un percorso scivoloso... Infatti, ero partito dalla domanda: perché la spiegazione di un thriller è sempre in fondo, mentre in altre forme di comunicazione più tecniche è riassunta fin dall'inizio?)
Come diceva Gianni Degli Antoni, i documenti si comprendono nel loro contesto (citazione in fondo al post). Guardando la diretta, specialmente nelle ore pomeridiane, quando ci sono tante macchine e tante persone, ogni secondo c'è una storia. Ma per comprendere quella storia e per lasciarsene affascinare occorre conoscere quello che significa: cioè il contesto culturale e storico che spiega il posto e i comportamenti delle persone.
Da allora, milioni di persone sono andate in quel luogo a fare una foto mentre attraversano il passaggio pedonale. E anche se le righe per terra sono diventate zigzaganti, si divertono ugualmente.
Gli inglesi in automobile si fermano quando vedono uno che vuole attraversare un passaggio pedonale. Ma quelli che attraversano laggiù vogliono fare una foto senza macchine ferme. E non passano. Se lo fanno, mentre non ci sono auto, sono in ansia perché da un momento all'altro ne può arrivare una. E la webcam ritrae tutti quei microthriller. Il divertimento di guardare la scena dimostra che a contare è il medium e il messaggio, ma soprattutto che "context is king" (Futureofcontext).
Stella ha fatto un pezzo di denuncia degli sprechi delle regioni e province autonome. Mettendo a confronto le spese per i servizi e gli stipendi degli eletti in quelle regioni e province con le medie nazionali. Ha fatto notare varie anomalie. Alcune vere distorsioni. Ma in mezzo ci ha ficcato cose che non sono per niente commendevoli, come le alte spese per istruzione, ricerca e sanità del Trentino.
Dellai difende le scelte della sua Provincia facendo osservare prima di tutto che la stragrande maggioranza dei soldi del Trentino sono dei trentini e che dallo Stato non arriva un soldo per istruzione, ricerca e sanità. Quanto agli stipendi degli eletti, se li stanno riducendo.
Il fatto che il Trentino spenda per esempio tanto in istruzione, per la verità, appare solo come una cosa buona e giusta. Stella calcola che un per un italiano medio lo Stato spenda 934 euro per l'istruzione, mentre per un trentino medio la Provincia spende 1.520 euro. E mette questo dato nel calderone delle sue osservazioni critiche. Ma non si capisce proprio perché.
Se i trentini hanno l'autonomia e scelgono di spendere tanto in istruzione, ricerca e sanità, mentre gli italiani spendono tanto in altre poste è solo perché hanno una visione lungimirante e intelligente del loro futuro. Gli italiani dovrebbero ambire ad assomigliare al Trentino sotto questo profilo e non chiedere al Trentino di assomigliare a loro. Mi pare.
In realtà, il Trentino ha scelto una strada da studiare e approfondire, ma non per fermarlo: per vedere se si possa imparare qualcosa e importare alcune sue soluzioni in Italia. Nell'epoca della povertà più estrema, il Trentino ha puntato sulle cooperative. Nell'epoca dell'industrializzazione ha tirato fuori forme di turismo e agricoltura avanzate e di qualità. Nell'epoca della conoscenza ha investito nella ricerca che è diventata il secondo settore economico del territorio ed è pienamente connessa con la ricerca internazionale, ottenendo risultati di tutto rispetto a livello internazionale. E ora anche il Trentino si paga anche la sua università. Mentre il suo Mart è diventato uno dei musei d'arte moderna leader nell'Europa del Sud. E il piano di cablaggio di tutto il territorio, discusso ovviamente, è comunque avviato: tutti i trentini saranno connessi a 100 mega. Si tratta di una politica da ammirare, studiare e se possibile emulare, non certo bloccare demagogicamente. Certo, non mancano i difetti: il principale, a mio modesto avviso, è che da tutto questo investimento partono ancora troppo poche start-up tecnologiche capaci di stare sul mercato internazionale. Si può stare sicuri che anche a questo stanno pensando. Ma lo sviluppo di una cultura imprenditoriale vera richiede tempo. E azioni mirate e pazienti.
(Attraverso il suo polo per la ricerca, la Fondazione Bruno Kessler, il Trentino è la Provincia che ha deciso, tra l'altro, di investire in Ahref, la Fondazione che fa ricerca, educazione e servizi sui civic media e alla quale dò una mano).
La situazione: superato il rischio del disastro, il governo sta lavorando in squadra per la crescita. Senza crescita non si ripagano i debiti. Il mercato non vede ancora i motivi per crederci. Ma spingendo i tassi d'interesse verso l'alto, rende ancora più difficile la crescita stessa. Molto dipende dall'insieme dell'Europa. Che si deve dare una Banca centrale in grado di garantire liquidità e stabilità. Ma molto dipende anche da quello che possiamo fare da noi.
Quello che è stato fatto finora dal governo per la crescita: «A parte l'intervento sulle pensioni, che ha messo sotto controllo la più grande voce di spesa pubblica, nella manovra "salva Italia" ci sono 6 miliardi per le imprese che assumono e investono su se stesse. Ci sono 4 miliardi per le famiglie, che senza il decreto avrebbero avuto minori detrazioni. Ci sono 20 miliardi per il credito alle pmi, grazie al fondo di garanzia. E in queste settimane abbiamo sbloccato 15-20 miliardi per cantieri vari: metropolitane, ferrovie».
Si capisce che non è facilissimo articolare meglio. Perché un piano di sistema tocca ogni aspetto dell'economia. E il giudizio positivo delle persone che ascoltano queste cose dipende dalla difficile comprensione della "visione di sistema" e dal purtroppo facile orientamento a fare confronti tra le categorie. Il riflesso condizionato è nella prospect theory di Daniel Kahneman: valuto per differenza dagli altri più che per i vantaggi o gli svantaggi assoluti che ottengo. Il senso del vantaggio complessivo che si ottiene da un miglioramento delle condizioni di sistema non si riflette immediatamente sul senso del vantaggio particolare che deriva alle singole persone e categorie. Eppure è proprio a livello di sistema e di compatibilità che occorre lavorare. Per questo l'articolazione resta difficile.
Passera va avanti. Che cosa si farà: «Abbiamo un piano per la crescita. Per liberalizzare e favorire i consumatori. Per sostenere le imprese. Per investire nell'istruzione, nella ricerca, nella giustizia». E ancora: «Cose molto concrete. Per favorire l'innovazione, la revisione del sistema degli incentivi. Per stare accanto alle aziende che stanno salvando l'Italia grazie alle esportazioni, già c'è il nuovo Ice (Istituto per il commercio con l'estero), ma aiuteremo in molti altri modi le nostre imprese a stare sui mercati internazionali. Faremo sì che venga saldato lo scaduto dei pagamenti privati e pubblici: 60-80 miliardi di debito forzoso che gravano sulle imprese e stanno diventando un peso insopportabile».
Una cosa che si era discussa anche qui. Termini di pagamento: «In breve tempo adotteremo la direttiva europea per cui tutti i pagamenti devono avvenire entro 60 giorni. Stiamo lavorando su vari modi alternativi per smaltire l'accumulato, senza intaccare gli obiettivi di contenimento di deficit e debito pubblico: servirà probabilmente la collaborazione della Cassa depositi e prestiti e delle banche, ma un modo va trovato velocemente. Compresi i pagamenti in Bot».
E le famose liberalizzazioni? Le liberalizzazioni sono proprio una vicenda di sistema: il vantaggio è complessivo e si vede se effettivamente quelle misure fanno nascere nel tempo nuove iniziative competitive; ma nell'immediato appaiono come misure rischiose per le categorie interessate. Un vantaggio molto distribuito a medio termine contro uno svantaggio molto concentrato a breve termine provoca resistenze fortissime. E allora decreti: «Abbiamo già cominciato, rafforzando l'Antitrust e aprendo ulteriormente il settore del commercio. Andremo avanti. Ogni mese». Un decreto al mese? «Anche più di uno, non solo sulle liberalizzazioni ma su tutti i temi della crescita. Apertura dei mercati, lotta ai blocchi e alle rendite di posizione, aumento della concorrenza. A parole sono tutti d'accordo, tranne quando viene toccato il proprio settore. Per questo procederemo in ogni campo: gas, energia, commercio, trasporti, professioni. Ogni cosa fa parte del progetto per creare crescita sostenibile. Tutti dovranno fare la loro parte».
Su che cosa si punta? Innanzitutto sulle imprese che esportano. L'Italia tripla A: abbigliamento, arredamento, alimentare. Più l'automazione industriale. L'approccio di Passera è chiaro, mi pare. Si devono connettere di più le imprese ai mercati internazionali. Le imprese vincenti trascinano il sistema. Le liberalizzazioni aprono nuove opportunità. La mancanza di liquidità si combatte anche abbreviando i termini di pagamento. Niente ulteriori nuove tasse. E più equità, oltre che flessibilità nel lavoro. Ammodernamento delle telecomunicazioni, anche con il grimaldello dell'asta per le frequenze tv. Manca un accenno all'agenda digitale, ma forse il suo inizio è in queste parole. Anche se il tema a sua volta sarebbe molto più complesso e promettente.
Le misure del successo: creazione di nuovi posti di lavoro, recupero della fiducia nel futuro, imprese più sicure e moderne.
Vedi anche (per la serie "on the roadmap"):
Internet, tendenze come opportunità - 20 dicembre 2011
La falsa contraddizione tra rigore e crescita - 19 dicembre 2011
Agenda digitale in ritardo - 13 dicembre 2011
L'occupazione si fa con le start-up - 30 novembre 2011
Agenda digitale e roadmap - 23 novembre 2011
Vicoli e opportunità in Europa - 22 novembre 2011
Il migliore dei Monti possibile - 21 novembre 2011
Downsizing expectations - 19 novembre 2011
Sviluppo è modernizzazione - 16 novembre 2011
On the roadmap - 15 novembre 2011
Dalle macerie alla ricostruzione - 14 novembre 2011
Una roadmap per gli italiani - 10 novembre 2011
Cognitively illiberal state - 3 novembre 2011
Nella pratica chi vuole sviluppare civilmente il suo contributo all'informazione incontra mille difficoltà:
- innanzitutto, i principi sono appunto ispiratori ma la loro applicazione in buona fede richiede la maturazione di una comune esperienza dei metodi concretamente utilizzabili di volta in volta;
- in secondo luogo, il rumore generale rende talvolta difficile distinguere le informazioni orientate alla cittadinanza da quelle orientate all'interesse di chi le mette in giro;
- in terzo luogo, c'è chi approfitta della buona fede degli altri per imbrogliare le carte, cercare attenzione distribuendo rumors, allarmi, sensazionalismi...
Del resto, i punti di vista sono tanto diversi che è difficile mettersi d'accordo su qualunque cosa. C'è chi non cessa di denunciare l'eccessivo ottimismo di chi ritiene che le persone attive in rete possano produrre informazioni utili a sapere come stanno le cose (Riotta, al quale originariamente attribuivo questa opinione, non si riconosce nella mia sintesi; l'update con le precisazioni è in fondo a questo pezzo). Del resto le bufale che ogni giorno circolano in rete non fanno che confortare l'idea che ci sia molta confusione in rete (Massarotto). E d'altra parte, c'è chi ci tiene a ribadire che i blog sono fatti per dare libertà a tutti di affermare le proprie idee personali e che saranno i lettori a scegliere chi leggere (Tagliaerbe).
Evgeny Morozov è spesso citato come critico dell'utopia della rete liberatrice. Evgeny è anche deluso dall'ideologia che induce a credere che la rete sia un generatore autormatico di libertà. E chiama i suoi avversari intellettuali con il doppio appellativo di cyberutopisti e tecnocentrici. (A mia volta, con tutti i miei liimiti e con un piglio per nulla "deluso", avevo contribuito parecchi anni fa a questo genere di argomenti un libro intitolato Edeologia, Critica del fondamentalismo digitale). In realtà, Evgeny se la prende soprattutto con i politici americani che propugnano la "libertà di internet" per sostanziare una diplomazia aggressiva nei confronti dei paesi autoritari: per Evgeny quei politici sono incorenti con questa impostazione quando si tratta della libertà di espressione all'interno della democrazia americana (come nel caso della loro azione contro Wikileaks) e, peggio ancora, si dimostrano incompetenti quando spingono i dissidenti a usare internet per le loro manifestazioni (anche le polizie di alcuni regimi autoritari sanno usarela rete per scoprire e colpire i dissidenti).
Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, a sua volta non nega il rischio connesso al fatto che la credibilità dell'informazione finisca per essere misurata solo dal numero di volte che una certa notiza o fonte è condivisa in rete: in quel caso il servizio pubblico dell'informazione si confonde con il servizio "popolare". In realtà, Spadaro osserva, «per quanto strano possa sembrare, è il "giornalismo partecipativo" ad essere sempre più percepito, specialmente dalle giovani generazioni, come forma di "servizio pubblico". In questo contesto la questione della "credibilità" allora confina e s-confina con quella della "qualità" dell'informazione. La ricchezza quantitativa dell'informazione pone problemi in termini di qualità, infatti. Il rischio è quello di considerare moralisticamente la situazione attuale evidenziando i rischi e dimenticando le opportunità. Ma il rischio è parte integrante dell'innovazione. In ogni caso oggi la qualità non si può più imporre esclusivamente a partire da una autorità culturale predefinita. Il pubblico sta uscendo da una posizione passiva e sta mettendo sotto pressione l'ecosistema mediatico. La credibilità va dunque continuamente verificata e legittimata in un contesto di relazioni, e dunque diviene "affidabilità"; l'autorevolezza "competenza"; e dunque il giornalista un "testimone competente e affidabile"». Nell'ecosistema dell'informazione, dunque, c'è spazio per molte figure. Purché si tenda alla qualità vera e non a quella misurabile dalle varie forme di analisi dei dati del successo internettiano.
Il fatto è che la storia dei nostri giorni non si può comprendere a partire dall'ideologia o dalla disillusione.
Il grande rischio attuale è che la rete, nella velocità delle relazioni che talvolta incentiva, favorisca la tendenza già in atto alla frammentazione della società in una quantità di minoranze separate: scambiandosi idee veloci per trovare riconoscimento e relazioni si rischia di trovarsi soltanto con chi condivide le stesse idee di fondo, gli stessi interessi quotidiani, le stesse curiosità, le stesse ideologie, le stesse paure. Queste minoranze rafforzate dalla sensazione di un forte scambio di informazioni al loro interno possono apparire come mondi che bastano culturalmente a se stessi, mentre invece creano delle distorsioni nella percezione della realtà.
Ma questo rischio non si combatte solo denunciandolo. Occorre creare le condizioni perché sia interessante percorrere in rete anche strade alternative, cercare approfondimenti imprevisti e notizie "impopolari" o "differenti" e potersene fidare. I professionisti possono svolgere una parte di questo lavoro, se ritrovano le ragioni della loro affidabilità. Ma anche i cittadini possono dare una mano, soprattutto se a loro volta maturano la consapevolezza del fatto che la collaborazione con chi non la pensa necessariamente allo stesso modo non è un fatto scontato: ha bisogno di un metodo e di principi orientati a salvaguardare e coltivare quello che i cittadini stessi hanno in comune.
Tutto questo è perfettamente in linea con alcune dinamiche storiche molto importanti del mondo attuale. Mentre stato e mercato non cessano di dimostrare i loro difetti, si sta rivalutando l'importanza sociale, culturale ed economica dei commons della conoscenza. I commons, come ricordava Lessig, sono una ricchezza di tutti. I sostenitori dei commons culturali sono piuttosto anti-statalisti perché pensano che la comunità si possa arrangiare da sola a gestirli e manutenerli (Ostrom). E sono critici dell'approccio capitalistico quando sfrutta i commons fino a impoverirli o li recinta e privatizza impedendone l'uso alla comunità. I commons rischiano la tragedia della loro consunzione se le comunità non sono consapevoli del loro valore e li lasciano senza manutenzione, se non li rispettano, se consentono ai furbi di apppropriarsene e rovinarli. Ma quando ne riconoscono il valore ne traggono una ricchezza immensa.
I commons culturali hanno bisogno di comunità consapevoli. Attive. Colte.
Internet è un grande bene comune. Molte imprese capitalistiche si abbeverano della sua ricchezza e sono sempre al limite di sfruttarla troppo, come molti temono facciano Google o Facebook. Molte organizzazioni non profit al contrario arricchiscono il bene comune della conoscenza che si sviluppa in rete, come secondo molti sta facendo Wikipedia. Milioni di persone violente e ignoranti calpestano internet per trarne un vantaggio immediato, rovinandone la qualità. Milioni di altre persone usano la rete per collaborare e costruire fiducia, conoscenza e cittadianza. Di certo, la consapevolezza e l'orientamento attivo delle comunità che riconoscono quando la rete le arricchisca di conoscenze e di opportunità vanno a loro volta coltivati. Ma un fatto appare piuttosto chiaro: un'internet sana e ricca, aperta e neutrale conviene a tutti per molto tempo, un'internet ipersfruttata e recintata conviene a pochi per poco tempo. Le ragioni per dare un contributo costruttivo non sono dettate dall'ottimismo: ma dal realismo.
update 1: Gianni Riotta, pur comprendendo le necessità della sintesi, ha visto nella frase con la quale lo chiamavo in causa, qui sopra, una deformazione del suo pensiero e lo ha scritto su Twitter: ""Luca capisco sintesi ma deformi quel che dico. Mi spiace" e "Caro Luca deformare il dibattito sul web in Buoni e Cattivi farà ascolti da talk show ma non onore alla tua sapienza digitale".
Non era mia intenzione deformare. La sintesi non dava conto della densità e articolazione del pensiero di Riotta.
L'articolo che ha scritto in materia sul Sole si concludeva così: «La rete è e resterà il nostro futuro. I nostri figli ragioneranno sulla rete. L'informazione dell'opinione pubblica critica passerà sempre più dalla carta alla rete. Dunque non dobbiamo - come ci ammonisce Jaron Lanier - permettere ai teppisti di inquinarla con le loro farneticazioni e garantirne l'informazione, la cultura e l'eccellenza contro l'omogeneizzazione e il qualunquismo.
Google come aggregatore industriale di sapere, Wikipedia come aggregatore volontario di sapere, un'azienda strepitosa e un gruppo sterminato di volontari, non possono continuare a mischiare diamanti e cocci di bottiglia. Chi segue il dibattito su Wikipedia - vedi il Financial Times del 2 gennaio con l'inchiesta di Richard Waters - sa quanto questo riequilibrio sia importante: «È ormai duro controllare la qualità su Wikipedia, e interessi occulti possono fare correzioni con facilità, secondo il loro punto di vista. Andrew Lih dell'University of Southern California ci mette in guardia nel suo saggio «The Wikipedia Revolution»: «Il mio terrore è che poco a poco la verità goccioli tutta via, senza che nessuno se ne accorga».».
Ed ecco il link a una purtroppo interrotta registrazione del suo intervento a "Le grandi lezioni di giornalismo" su YouTube.
Il suo giudizio sul mio pezzo precedente e sull'intervento di Pier Luca Santoro: "C'è troppo ottimismo. Le forze della confusione sono bene organizzate online. Non ci sono Eden virtuali in terra" e "Information online: Eden @antoniospadaro Utopia @lucadebiase o Mondo Reale @evgenymorozov ? E per voi?"
update 2: Il professor Gianni Degli Antoni è intervenuto già ieri sul pezzo precedente:
«By gianni degli antoni on January 5, 2012 5:52 PM
Il nemico profondo della veridicità dei documenti è la loro lunghezza. La stampa..i media.. le discipline frammentano notizie conoscenze ed eventi..in funzione degli obiettivi dello SCRIVENTE.
I lettori oggi debbo deframmentare e ricostruire.. anche con varie mediazioni.. le notizie "originali"..
Un aspetto che caratterizza variamente tutti i documenti è la associazione al loro contesto..(dove quando come chi perchè..)
La associazione al contesto di per se non può caratterizzare la veridicità come ben riconosciuto nei documenti associati ad azioni militari..
Una cultura (ed i relativi supporti tecnologici) per una forma di comunicazione CONTEXT ORIENTED meriterebbe attenzione..
Grazie»
Le più belle storie di lavoro innovativo che esemplificano strade alternative nella scienza (Science). Dal blogging scientifico alla divulgazione attraverso le illustrazioni, dall'arte alla business intelligence...
Gli eventi sulla comunicazione e l'informazione globale organizzati dall'Unesco per il 2012: la Memoria del mondo, la giornata della libertà di stampa, il congresso dedicato alle Open educational resources.
Una lista delle migliori storie pubblicate nel 2011 per informare i cittadini e controllare il potere (ProPublica): le scarse notizie sulle radiazioni in Giappone e gli scandali nello sport giovanile, l'inefficiente gestione delle risorse raccolte per Haiti alle ambigue operazioni anti-terrorismo dell'Fbi.
Tre start-up segnalate da Mashable: un network di tutor, un congliere sociale per i consumi, un braccialetto per leggere i codici QR... Vabbè... Ma ci sono anche le start-up da tenere d'occhio secondo GigaOm: molti servizi per la cloud, compreso un sistema per monitorare i costi, e un po' di crowdsourcing o di nuovi strumenti per l'analisi di grandi moli di dati.
E poi una lista di liste (via Brainpickings): libri di filosofia, libri sul cibo, libri di storia, biografie, arte e design, scienza.
Vien voglia di leggerli tutti... Intanto, si può guardare una lista di video:
Richard Dawkins, The magic of reality - Bbc
Feynman
Nature by numbers
Nature by Numbers from Cristóbal Vila on Vimeo.
Saul Bass
Saul Bass: A Life in Film & Design from Laurence King Publishing on Vimeo.
Mad Magazine
Ieri sera c'erano Antonio Rezza (nella foto tratta da Wikipedia) e Flavia Mastrella.
Hanno mostrato tre storie filmate. Ambientazioni vagamente pasoliniane, mimica peraltro davvero grottesca, vicende che si potrebbero definire allegoriche: raccontano una cultura politica che ha perso i riferimenti tradizionali. E che - a occhio e croce - non sembra molto interessata a ritrovarli...
Facebook appariva convinto che il mio computer avesse del marware. Come faceva ad avere questa convinzione? Mi guardava nel computer? Cliccando ancora, potevo escludere che lo avesse fatto, perché come si vede dalla prossima schermata non sa neppure se ho un Mac o un Windows:
Ho cliccato sulla pagina di Apple. Avevo già fatto tutti gli aggiornamenti. La pagina di Apple linkata da Facebook non risultava esistente. (Stasera ho riprovato, mi ha mandato alla pagina corretta, ma non ne avevo bisogno perché avevo già fatto gli aggiornamenti, come dicevo).
Ho detto a Facebook che avevo il computer a posto, segnando il quadratino accanto alla parola "certifico" e ho schiacciato continua. Mi ha risposto che per ora la mia pagina Facebook era bloccata e che se ne riparlava tra 24 ore.
Ho provato con il cellulare. Non mi ha lasciato entrare neppure da lì. Ma non diceva che avevo il cellulare infettato.
Ho pensato: se Facebook sa qualcosa del mio computer, dovrebbe bloccarmi anche se tento di entrare non nella pagina, ma nel mio profilo. Ho tentato di entrare nel profilo. Mi ha lasciato aggiornare tutto liberamente.
Dunque. Se entravo nella pagina, diceva che avevo il computer infetto. Se entravo nel profilo non lo diceva: anzi, evidentemente pensava che il mio computer fosse perfettamente a posto. Se entravo con il cellulare diceva che avevo la pagina bloccata.
Che cosa è successo?
Escludo di avere il computer infetto di malware: primo perché lo stesso Facebook non lo pensa se entro nel profilo, secondo perché ho fatto sempre tutti gli aggiornamenti di sicurezza di Apple, terzo perché il mio Mac è nuovo e non l'ho mai usato se non per fare le solite cose molto sicure.
Escludo anche che Facebook mi entri nel computer dal browser, visto che pensa che il mio computer sia pericoloso se entro nella pagina ma non lo pensa se entro nel profilo. Ma non credo sappia qualcosa leggendo i cookies o altro sul browser, visto che dice le stesse cose sia col Safari (che uso per navigare ovunque) sia col Chrome (che uso solo per Google e Facebook).
E allora che cosa è successo?
Ma ti conferma nell'idea che la democrazia non sia poi questa meravigliosa macchina per consentire alla società di scegliere i rappresentanti più adatti: nella migliore delle ipotesi è un'altra forma di politica politicante, sembra suggerire il film; nella peggiore delle ipotesi una manipolazione delle coscienze... (A proposito: letto il pezzo dell'Economist su Ernest Dichter?)
Il film ti conferma nell'idea che senza una buona struttura repubblicana (costituzionale), la democrazia non è una grande garanzia di qualità per le decisioni che una società deve prendere collettivamente...
Internet, si è detto spesso, rende più democratica l'informazione. È un modo di esprimersi e compiacersi, anche se quando si vedono i film che descrivono la democrazia come mercato dei voti e manipolazione delle coscienze il compiacimento si attenua. Più rilevante è il fatto che internet accresce e rende più solido il sistema delle regole repubblicane, quelle che garantiscono il valore di ciò che abbiamo in comune, il pubblico dominio... Salvaguardare le regole fondamentali dell'internet, la net neutrality in primo luogo, conta per garantire un senso a ciò che si può trovare di eventualmente democratico nella rete.
Forse questa non è un'epoca di avanzamento della democrazia, ma certamente è un'epoca in cui ci rendiamo conto dell'importanza di ciò che abbiamo in comune. Passaggio necessario per partire con la ricostruzione.
C'è contraddizione l'approccio alla crescita orientato al breve termine e quello orientato al lungo termine. Nel primo prevale la speculazione e il fatturato immediato, nel secondo si pensa alla costruzione di qualità della vita, all'innovazione, al fatturato sostenibile. La mancanza di rigore aiuta l'orientamento al breve termine, il rigore rende obbligatorio un orientamento al lungo termine.
La mancanza di rigore nella gestione della cosa pubblica rende infatti evidente che la strada per far soldi è quella delle scorciatoie, nelle quali si infilano i furbi.
Il rigore implica invece che le scorciatoie non ci sono e dunque i furbi e gli intelligenti sono almeno allo stesso livello.
In un contesto di rigore però c'è anche bisogno di un'agenda condivisa che conduca chi ha iniziativa a scommettere sul lungo termine, l'innovazione, la costruzione di qualità della vita migliore. Questa agenda è compito di chi coordina il paese. Se l'agenda punta all'innovazione, chi fa parte dell'ecosistema dell'innovazione ci scommette e diventa una fonte di energia per realizzarla.
Non è facile. Soprattutto non è facile passare da un contesto tutto orientato al breve termine e alla furbizia a un sistema orientato alla ricerca, al rigore e al lungo termine. Il compito fa tremare i polsi. Ma è probabilmente necessario.
L'esperienza insegna che il consenso si ottiene dichiarando un'agenda credibile e sostenibile. L'agenda digitale europea, con i finanziamenti connessi, ha per esempio una struttura credibile. Inoltre, dicono le statistiche, tendenzialmente si ripaga perché genera una crescita che nel tempo la finanzia. La Commissione europea induce a pensare che, perché non si impantani in mille discussioni interessate a che nulla cambi, la definizione dell'agenda parte da un progetto coerente e compatibile, ambizioso e, appunto, credibile. Viene rafforzata con ampie consultazioni. Ma va lanciata con lo stesso senso di ineluttabilità che è stato riservato all'adozione delle misure di rigore finanziario.
In questo senso non c'è contraddizione tra rigore e crescita. In tutti gli altri sensi, probabilmente, sì. Imho.
(Oggi era l'argomento dell'ottimo programma Tutta la città ne parla, su Rai Radio 3)
Stiamo parlando di una proposta semplice. Se una persona vuole fare informazione in rete può voler dichiarare che intende anche verificare le fonti, tentare di dare notizie accurate e complete per quanto possibile, dichiarare in modo trasparente i suoi eventuali conflitti d'interesse, rispettare la legge. Per dichiarare queste cose può mettere il bollino di Timu. È un altro gesto di generosità nei confronti dei suoi lettori.
Le principali critiche alla proposta di dichiarare una propria unilaterale volontà di seguire un metodo quando si fa informazione in rete sono rilevanti e a loro volta criticabili. Cerco, per quanto ne sono capace di riassumere le critiche e rispondere.
1. Alcuni sostengono che dichiarare queste cose è inutile e che quello che conta è il giudizio del pubblico.
2. Alcuni sostengono che i blogger non sono fatti per fare informazione ma per fare opinione e per questo devono essere non imparziali.
3. Alcuni sostengono che mettere un bollino è la premessa della formazione di una nuova casta.
Ebbene ecco qualche riflessione a commento:
1. Ovviamente chiunque scrive quello che vuole e ci mancherebbe altro! Il punto è che quello che si scrive online e sui blog è evidente a chi lo legge, mentre non è evidente il percorso di ricerca e riflessione che porta a scrivere quello che si scrive. La proposta di cui stiamo parlando è quella di dichiarare esplicitamente qualcosa sul metodo che si segue prima di scrivere. È una semplice questione di trasparenza.
2. Anche chi fa opinione parte dal commento di fatti che ha raccolto personalmente o ha ripreso da altri. L'opinione è tanto più forte quanto più accurata è l'attenzione ai fatti che vengono poi commentati, mi pare. Si può essere parzialissimi e taglienti quando si giudica una circostanza o un'idea, ma vale la pena di osservare che quelle critiche sono più credibili se il giudizio parte da un'accurata e completa considerazione dei fatti o delle idee che si commentano.
3. In una società aperta si può liberamente dichiarare di essere consapevoli della necessità di essere accurati, indipendenti, imparziali e legali nel fare ricerca sui fatti. E per dichiararlo si può usare un simbolo come quello che si trova su Timu. Dunque quel bollino è una scelta e non un privilegio.
Parlando di queste cose non facciamo altro che aumentare la nostra libertà. Ci rendiamo liberi di essere consapevoli della responsabilità che ci prendiamo quando facciamo informazione in rete.
La trasparenza della pubblica amministrazione è un bene chiarissimo. La trasparenza delle aziende è una questione più controversa in un mercato competitivo anche se è un valore destinato a diventare sempre più importante. La trasparenza delle informazioni sulle persone è una questione di complessità enorme. La privacy è un tema aperto e in evoluzione.
Ci si domanda che cosa ne pensino i teenager. Di fronte alle ambiguità delle risposte, ci si domanda addirittura se non sia un termine da ripensare. Assolutamente da leggere il paper di Danah Boyd e Alice Marwick suggerito da Fabio Giglietto e Gio Boccia Artieri. Ecco alcune risposte raccolte in rete.
Un nuovo nome per la privacy? Rispondete a @lucadebiase bit.ly/ulg9a2
.@diritto2punto0 @lucadebiase è un concetto che evolve nel tempo assieme alla società, serve un nuovo nome o nuova comprensione? #newprivacy
@markingegno @diritto2punto0 @lucadebiase alla privacy si affianca la gestione della propria identità digitale, i teen di oggi lo sanno
@100tek @markingegno @diritto2punto0 @lucadebiase credo che l'identità digitale superi l'idea "restrittiva" intrinseca nel termine #privacy
@jacopopaoletti io ho comunque l'idea che la privacy rimanga nella vita privata "non digitale", e che anche i nativi digitali la vogliano...
Su Fab404 si trovano le pagine di errore 404 più creative del web. Questa qui sopra è di Mark Dijkstra. Un sito da sfogliare sorridendo. (via @dottavi)
Gli anziani e le famiglie che lavorano tengono botta e questi ragazzi neet possono sopravvivere. Ma la mancanza di prospettive che riserva loro la vita in questo momento è una condanna per tutta la società. Anche perché rende estremamente onerosa la riduzione di risorse per anziani e famiglie che devono mantenere i ragazzi che non lavorano. Una crisi potrebbe essere affrontata in modo da ridurre l'ingiustizia: in questo caso, pare proprio che non sarà colta in chiave di redistribuzione orientata alla giustizia sociale; occorre che almeno sia orientata alla giustizia intergenerazionale. Il che è un po' più possibile.
Le misure del governo per ridurre il debito potranno essere accettate da una popolazione aizzata a respingerle solo se appariranno in grado di:
1. dimostrare che la sicurezza delle risorse che restano è più importante della quantità di risorse che si sono perse;
2. dimostrare il più presto possibile che le misure per il contenimento del debito saranno accompagnate da importanti misure per il rilancio delle attività produttive;
3. dimostrare che se ci sono spostamenti di risorse da un gruppo sociale a un altro questi vanno almeno nella direzione di aiutare i giovani (che sono senza ombra di dubbio i più penalizzati dal debito fatto dalle generazioni precedenti).
Indubbiamente queste esigenze sono difficili da soddisfare. E proprio perché sono così difficili, il fatto che a decidere siano le persone preparatissime che abbiamo al governo è confortante. Ma secondo me devono spiegare meglio, ancora meglio, quello che stanno facendo.
Non può riuscire senza che la popolazione a sua volta cominci a raccontare senza la mediazione interessata dei partiti. I partiti si stanno comportando in modo ovviamente ambiguo, tentando di accreditarsi come i migliori difensori dei loro rispettivi elettorati a difesa delle decisioni di un governo che sostengono ma dipingono come altro da loro. E l'informazione che offrono e orientata come al solito a fare paura, a fare arrabbiare e a rassicurare chi sta con loro.
Ma un'informazione corretta in questo contesto non può prescindere dall'apporto della popolazione. Se si avviasse un programma che riesca a coinvolgere i neet, per raccontare la condizione nella quale si trovano, per cercare le storie di quelli che riescono a uscire dalla loro palude, per innescare incentivi a educarsi o a sperimentare attività che li emancipino dalla tutela amorevole, necessaria eppure inibente che è loro riservata dalle famiglie, forse si avvierebbe per qualcuno di loro un percorso costruttivo. Il design del servizio va fatto al più presto. Nella speranza che possa arrivare a un livello di attenzione elevato nell'agenda collettiva che stiamo costruendo.
(Sulla scuola abbandonata ei lavoro si possono seguire e si può partecipare al lavoro che si svolge su Timu. Forse un'iniziativa disegnata proprio per i neet su Timu andrebbe lanciata. Un po' game, un po' stage, un po' lavoro: in vista della creazione di nuove imprese sociali giovanili, per esempio. Vedremo).
Non sarebbe la prima volta che avviene. TheBureau ha investigato sugli interventi in Wikipedia operati dalla Bell Pottinger a favore dei suoi clienti.
La grande enciclopedia ha bisogno di persone in buona fede che lavorino in modo documentato e che controllino le trasformazioni alle voci provenienti da strutture interessate a dare informazioni non neutrali. Finora è riuscita nell'intento. Ma è chiaro che le mosse delle pr diventeranno sempre più sottili e capillari. Il lavoro sulla qualità e la neutralità dell'enciclopedia non sarà mai facile.
Vediamo lo schema che questo governo, alla luce dei fatti, si propone di seguire.
Il governo disegna la strategia e le regole fondamentali della gestione della cosa pubblica in relazione alle compatibilità economiche del paese. Il che corrisponde ai vincoli imposti dall'appartenenza a un sistema internazionale più ampio del quale fanno parte l'Europa e la finanza globale.
Il parlamento decide se la strategia va bene o non va bene come sintesi di tutte le esigenze che rappresenta. Se non accetta la strategia proposta dal governo si prende la sua responsabilità nei confronti delle strutture internazionali delle quali fa parte il paese. Se l'accetta si prende la sua responsabilità nei confronti delle strutture sociali e degli interessi che rappresenta.
Le parti sociali e i movimenti fanno sentire la propria voce. Normalmente il governo annuncia l'avvio di consultazioni: fa conoscere le proprie intenzioni pubblicamente e in modo trasparente, avvia un periodo prefissato di discussione durante il quale le parti sociali e i movimenti possono entrare nel merito e fare le proprie proposte. Alla fine il governo aggiusta il tiro e disegna la sua strategia. A quel punto riparte il processo per la nuova fase decisionale.
Questo sistema consente di decidere. E garantisce trasparenza al processo, oltre che dare il giusto peso alla rappresentanza parlamentare delle forze sociali.
In passato, la concertazione poco trasparente e preventiva con un governo che rappresentava e non disegnava strategie e un parlamento che non rappresentava e faceva da semplice operatore tecnico delle decisioni concertate, tendeva a bloccare ogni decisione coraggiosa e complicata.
Non è detto che l'applicazione attuale di questo processo sia la migliore.
Nel caso delle decisioni di ieri, le consultazioni trasparenti non sono certo state realizzate per intero. Anzi. In 18 giorni si è fatta una strategia che non ha precedenti in Italia. Per sapere se è giusta ed equa e se attiva la crescita dovremo vedere come viene compresa dalle imprese, come viene accettata o respinta dalle forze politiche, come viene discussa dalle parti sociali e dai movimenti. Il processo è partito da un punto non pienamente corretto, visto che non c'è stato tempo per le consultazioni vere e proprie. Ma bisogna ammettere che il tempo a disposizione per rimettere in linea il paese con i vincoli internazionali non era molto.
Non è possibile entrare nel merito della strategia che è giustamente spiegata nelle sue linee generali dal governo ma che è poi davvero raccontata dalle singole analitiche decisioni. Le pensioni vengono ristrutturate drasticamente e non pesano più sull'incertezza degli impegni futuri dell'amministrazione. Le pubbliche amministrazioni cominciano a essere tagliate. Le tasse aumentano soprattutto nei settori che meno le avevano pagate in passato. Le imprese che assuono e investono sono premiate (o meglio vengono eliminate alcune penalizzazioni assurde alle imprese che assumono e investono). Sulla carta è un disegno piuttosto ragionevole. Nella pratica occorre studiare sul serio le decisioni, analiticamente e sinteticamente. Qui non si sta discutendo del merito, insomma, ma del metodo.
Il problema è che per comprendere tutto questo interamente ci vuole un po' di applicazione. Mentre tutti quelli che hanno parlato di politica negli ultimi trent'anni lo hanno fatto per dichiarazioni veloci sulla base di riflessioni minimali. Per loro l'importante era esserci: al tavolo delle trattative preventive, al talk show che costituiva il principale sistema di informazione ma anche di manipolazione dell'informazione, al momento dell'occupazione delle poltrone.
Il problema è che l'informazione sulla strategia comunicata dal governo ieri deve essere completa e diffusa. E si può scommettere che se lo fosse, gli italiani potrebbero anche comprendere quella strategia e persino approvarla. Confidando che le prossime decisioni siano ancora più chiaramente orientate alla crescita.
Ma il problema è che è possibile che nei prossimi giorni assisteremo a un fuoco di sbarramento condotto a suon di dichiarazioni veloci e poco basate sulla riflessione di merito, ma piuttosto basate sulla nostalgia per il processo che garantiva a tutti più visibilità, presenza e capacità di interdizione. È possibile insomma che il vecchio sistema reagisca malamente, ma è anche possibile che la consapevolezza dell'ineluttabilità di queste decisioni, conduca alla fine i vecchi poteri a rinunciare alla loro tattica confusionaria.
Il pallino passa al senso di responsabilità dei politici, alla reale capacità di riflessione delle parti sociali, al sistema dell'informazione: tutti questi soggetti sono chiamati a decidere e a prendersi delle responsabilità.
Se questo avverrà e se il governo riuscirà per le prossime decisioni a partire con il processo dall'inizio, cioè dalle consultazioni trasparenti, gli italiani potrebbero presto imparare a riconoscere il metodo. E si può scommettere che si sentirebbero più partecipi del sistema. Prima i bizantinismi decisionali rendevano ogni decisione politica oscura e distaccavano il paese nel suo insieme dalla politica.
Il ponte reale tra politica e società, alla fine, è l'informazione. È la qualità dell'informazione che distingue una democrazia da un sistema autoritario. Il governo attuale, in materia, deve ancora dimostrare di saper operare dei significativi miglioramenti.
Il tempo dirà se le decisioni del governo erano quelle giuste. E se i politici o le parti sociali avranno la capacità di sostenerle. E se il sistema dell'informazione migliorerà. Ma un fatto è certo e positivo: ora possiamo discutere di qualcosa di concreto e non delle fumose guerre di posizione alle quali eravamo abituati.
È il momento dell'informazione. E dunque, oggi, è anche il momento dei media civili, il momento dell'informazione come servizio pubblico, il momento dell'informazione basata su un sano metodo di raccolta e verifica delle notizie. È il momento dell'informazione come bene comune. È il momento della rivolta nonviolenta contro la finta informazione fatta solo per garantire la presenza dei potenti e consentire loro di controllare l'attenzione dei cittadini, deviandola dalla conoscenza di come stanno le cose. Come cambia il metodo con il quale il governo prende le sue decisioni e le forze politiche e sociali fanno sentire la propria voce, e come cambia il merito delle decisioni per avvicinarsi a operare sulla realtà dei fatti, così deve cambiare il metodo con il quale viene generata l'informazione per consentire ai cittadini di sapere quello che sta succedendo fino in fondo. E i cittadini sono a loro volta responsabili: di riconoscere chi genera informazione con un metodo trasparente, di alimentarsi di informazione, di produrla a loro volta. Gli strumenti ormai ci sono e sono alla portata di tutti. Ciscuno, secondo le sue capacità, può dare una scossa anche al sistema dell'informazione. Che alimenta la conoscenza di ciò che abbiamo in comune. Per poter sapere da che parte ricominciare a costruire.
Un contributo si può dare usando i civic media. Per questo c'è Timu.
Ci si chiedeva:
1. quali dovrebbero essere gli argomenti più sensibili e importanti per i teenager in rapporto alla loro privacy?
2. che cosa bisogna assolutamente scoprire sulla conoscenza che i teenager hanno attualmente in tema di privacy?
3. che cosa sospettiamo che non sappiano per niente? che cosa sospettiamo che sappiano persino meglio del resto della popolazione?
Ecco le segnalazioni arrivate finora.
dai commenti
Forse potresti tenere d'occhio questo progetto avviato in una scuola mediahttp://www.progettovaleo.blogspot.com/
e rispettivo gruppo Facebook
https://www.facebook.com/groups/312677265428549/
Io proporrei queste domande:
- Significato del termine privacy nel loro immaginario
- A cosa associano la parola privacy? Solo a facebook?
- Per loro è un problema o un'opportunità?
- Anagrafica, lavoro, orientamento sessuale, religioso, politico,problemi di salute o situazione sanitaria, dove ci si trova e cosa si fa, foto e immagini. Dove e in quale grado il "dato pubblico" li spaventa? Per quali usi? Se il dato fosse aggregato e anonimo?
- Come usano i "dati" degli altri?
E risponderei alle tue così:
2) Vorrei assolutamente sapere quale significato e valore ha per loro, e quale sia il grado di consapevolezza con con cui la conoscono.
3) Secondo me la sanno gestire meglio rispetto agli altri, ma è solo una mia teoria, sanno "spegnere" e "accendere" le informazioni che vogliono nei tempi e nei modi utili per raggiungere uno scopo. Ma con quanta consapevolezza, quanto è invece dovuto a istinto e abitudine?
Cosa non sanno? I problemi e i rischi correlati.
Forse è già noto, segnalo comunque Dana Boyd @zephoria
http://www.zephoria.org/thoughts/
ed il lavoro svolto sul tema privacy/adolescenti
Io farei partire la ricerca direttamente da FB e lo userei anche come esempio. Per le tue domande:
1)da chi volete essere visti e da chi no, lo sapete che se nel tempo cambiate idea quanto fatto rimane registrato e consultabile lo stesso ad anni di distanza da genitori, fidanzati, professori, datori di lavoro (una sorta di tatuaggio)
2) se si comportano cos' perché mancano loro informazioni o se danno un senso diverso alla privacy perché sono loro i cittadini del futuro per i quali andranno aggiustate le norme del comune sentire
3)per niente che col tempo non tutto scompare nel rumore di fondo visto che internet logga tutto o quasi, a metà sulla possibilità di consultare ed interpretare in modo abbastanza preciso quanto postano tracciandone attitudini e consumi, del tutto che non si fidano delle fonti informative tradizionali anzi in molti casi le rigettano come corrotte e per questo rischiamo d'incappare in informazioni poco o niente affidabili
CCC Strozzina a Firenze ha fatto un bel programma con le scuole sul tema, io l'ho in parte ripreso in forma artistica lavorando sull'autoritratto nell'era dell'identià digitale. www.digiarte.info (ma nn ci troverai molto).
Se ti interessa.
Lorenzo
per niente che col tempo non tutto scompare nel rumore di fondo visto che internet logga tutto o quasi, a metà sulla possibilità di consultare ed interpretare in modo abbastanza preciso quanto postano tracciandone attitudini e consumi,
ciao luca,
secondo me al teenager manca la percezione di quelle che possono essere le conseguenze di un dato reso pubblico, ed ancora prima anche solo di un dato digitalizzato. i ragazzini hanno menti plasmabili che si formano da un lato annegando nella disattenzione figlia della società dello spettacolo e del grande fratello, dall'altro permeate di tecnologie sempre più persuasive e ricche di trigger pronti ad accogliere immediatamente ogni pulsione esibizionistica tipica di quell'età (e non solo, certo, ma questo è il focus ora:) così capita che "in tutta innocenza", come se fosse normale, i ragazzini si postino sul web con foto di nudi "artistici" o con spinelli in mano o video di situazioni border line come l'atto sessuale ripreso per gioco o il compagno vessato in aula e via dicendo. indagherei se sono consapevoli sul fatto che un dato digitale rimarrà per sempre, e da qui se hanno una vaga idea di come "tutelarlo" da terzi, non tanto sul momento-share ma a debita distanza, quando per te è una condivisione obsoleta o un'hard disk finito chissà dove ma che prima o poi qualcuno potrebbe (la showgirl belen ne è forse l'esempio più recente e diffuso) ripescare dal dimenticatoio.
imho è dunque una questione di educazione indotta dalla società che cambia.. se questi ragazzini nati e cresciuti in mezzo a web e palmari possono lasciarci indietro anni luce e costruire in una notte un social network che rivoluziona il mondo, dovremmo noi chiederci se ad oggi non abbiano già una diffusa visione del quotidiano talmente vicina a quella di uno Zuckerberg (andiamo verso un mondo dove la privacy non esisterà più --> e quindi chìssene) da rendere del tutto inutile, nel giro di altre 3/4 generazioni, il tema privacy? consapevole certo che questo comporterebbe i rischi che in tanti ben conosciamo, approcci sui minori, furti d'identità, carte clonate, stalking e chi più ne ha più ne metta, ma a loro davvero importerà un domani o scopriranno come tutelarsi ed adattarsi a quel loro ambiente sociale?
ho spaziato ma cercavo di mettere assieme un po' di concetti differenti, ad ogni modo per la ricerca avvicinerei ovviamente i quesiti alla loro 'social mind' perchè probabilmente il teenager trova più interessante rendersi conto che privacy è anche gestire i rapporti con i docenti della scuola (un domani datori di lavoro) o come far sì che se posta le foto del suo nuovo motorino fiammante e fa check-in ogni volta che entra o esce di casa/scuola/discoteca/bagno possa stare tranquillo e non spiegare a terzi come e quando passare a rubarglielo.....
spero di aver contribuito con qualche spunto :)
Costantino
Ciao a tutti,
io ho incontrato circa 3000 ragazzi/e (età 10-15 anni) negli ultimi 5 anni sul tema "uso consapevole dei nuovi media".
Ecco aspetti su cui ho tante impressioni, ma che vorrei approfondire:
1. Il rapporto tra come loro si vedono e come appaiono online (c'è corrispondenza? è quello che vorrebbero comunicare?)
2. La privacy non è più solo una questione personale, tante info personali sono postate da altri. Come gestiscono questo aspetto? Lo controllano?
3. A prescindere dal livello di conoscenza della privacy che hanno, ci sono situazioni/meccanismi che fanno sì che "dimentichino" le normali prudenze. Quali sono queste situazioni?
4. Qual è (se c'è) la percezione del rischio in relazione alle informazioni/immagini che condividono?
Ci saranno anche approfondimenti qualitativi, oltre ai dati quantitativi?
Buon Week End,
Mauro
da Twitter
da Facebook
Nicola Silvestri Approfondendo, non potrai evitare di dedurre (e citare, per spiegare davvero) i valori da cui deriva il senso della privacy in ciascuno di noi umani, intesi come esseri sociali. E scoprirai cose che avresti preferito non scoprire, ma che ti chiariranno perchè il futuro sarà inevitabilmente complicato. Bellissimo progetto, grandeur attesa di già da parte mia :)23 ore fa ·
Ivan Marino Buongiorno Luca, il Comitato Consultivo per la Sicurezza in Rete ha svolto diverse ricerche su minori e teenager, potrebbero sicuramente tornarti utili.Ieri alle ore 11.06 ·
Gabriele Rossi Di Giulianova potresti chiedere a michele crudele http://www.crudele.it/Ieri alle ore 11.06 · ·
Anna Cossetta sì, c'è anche una bella ricerca fatta recentemente dalla london school. Ne abbiamo discusso con la società italiana di pediatria. Se avete bisogno ho un po' di materiale.Ieri alle ore 11.08 ·
Giuseppe Lucido A livello italiano non saprei, ma forse un buon punto di partenza potrebbe essere Mimi Ito e il digital youth project http://digitalyouth.ischool.berkel Forse un po' datato ma Mimi Ito continua il suo lavoro.ey.edu/
digitalyouth.ischool.berkeley.edu "Kids' Informal Learning with Digital Media: An Ethnographic Investigation of I...Visualizza altroIeri alle ore 11.31 · ·
Riccardo Russo Si potrebbero anche proprorre dei questionari nelle scuole, ad esempio so che c'è gente che l'ha fatto sul bullismo per motivi di ricerca scientifica.Ieri alle ore 11.34 ·
Stefano Bon Chiedi alla Polizia Postale. Hanno un sacco di denunce a carico di minori che violano la privacy senza accorgersene ed organizzano anche incontri nelle scuole proprio sull'argomento (almeno qui da noi...)Ieri alle ore 11.47 ·
Anna Masera comincerei con i dati del rapporto Censis pubblicati proprio oggi, e con i dati dell'autorità garante della privacy che su questo tema è molto attivo...Ieri alle ore 11.54 ·
Nadia Antoci ciao Luca faccio parte del gruppo di lavoro di Clic. Nell'ultimo incontro Mauro Cristofoletti di Save the Children ha affrontato proprio questo tema. Esistono anche pubblicazioni al riguardo predotte da Save the Children. Non so se il nostro sito sia già stato aggiornato da Codici.11 ore fa ·
da Google+
Ovviamente i suoi genitori l'hanno dissuasa dal caricare foto. Ma immagino che imparerà in fretta ad aggirarli.

se già non lo conosci è un punto di partenza interessante.


http://googleitalia.blogspot.com/2011/12/lavoriamo-insieme-per-trasformare-il.html




1. quali dovrebbero essere gli argomenti più sensibili e importanti per i teenager in rapporto alla loro privacy?
2. che cosa bisogna assolutamente scoprire sulla conoscenza che i teenager hanno attualmente in tema di privacy?
3. che cosa sospettiamo che non sappiano per niente? che cosa sospettiamo che sappiano persino meglio del resto della popolazione?
Vabbè: se qualche lettore di questo blog ha dei consigli da condividere sarà davvero prezioso.
Dal Berkman Center arriva Herdict, un'iniziativa del professor Jonathan Zittrain per condividere le esperienze sull'accessibilità dei vari servizi online in ogni parte del mondo. L'analisi della censura può essere in qualche modo effettuata centralmente dalle università, ma uno scambio delle notizie generate dagli utenti che incontrano difficoltà di accesso ai servizi web può risultare più facile e vantaggioso.
Se un utente incontra difficoltà ad accedere a un servizio può guardare Herdict e scoprire se altri utenti hanno la stessa esperienza, magari trovando anche qualche spiegazione.
1. L'obbligo di filtrare i contenuti per trovare chi infrange il copyright non può essere imposto in modo generalizzato ai provider ("because the copyright is important but not inviolable")
2. Quindi la protezione del copyright non può ridurre altri diritti come il diritto dei provider di non monitorare i casi di violazione del copyright, il diritto di privacy di terze parti, la libertà di espressione e di parola, il principio di proporzionalità
La sentenza sembra sostenere la posizione che si sta sviluppando alla Commissione e portata avanti in modo coraggioso da Neelie Kroes.
Vedi anche:
Kroes fa un salto di qualità sul copyright - 21 novembre 2011
Io editore tu rete - 21 novembre 2011
L'arte fuori di sé - 18 novembre 2011
Brevetti e copyright - 7 novembre 2011
Il buono dell'editore - 7 novembre 2011
Occupy museums - 25 ottobre 2011
In realtà, il software non distingue tra verità e menzogna. Semplicemente evidenzia le frasi dubbie. Confrontandole con il database di frasi contenuto su PolitiFact. Il progetto sarà completato in un anno e sarà rilasciato con licenza open source. (TheNextWeb)
Il tema del crap detector è stato posto da Hemingway come una capacità da coltivare per poter scrivere romanzi sensati. Ed è stato ripreso da molti osservatori. Howard Rheingold l'ha applicato al web.
Vedi anche:
Affidabilità dell'informazione
Sensore di boiate
Principi metodologici (via Timu)
Il nodo più difficile
I primi passi del nuovo governo sono stati sostenuti da un largo, apparente, consenso. Ma non sono mancate le critiche preventive. Critiche giustificate ma anche un po' preconcette, fino a che mancano le informazioni. Se il governo Monti ha qualche chance di far passare la sua linea, questa è legata alla sua capacità di informare correttamente e pienamente sull'economia, le ipotesi sottostanti le misure che deciderà, i risultati attesi. Niente fiction per Monti, altrimenti perde. Purtroppo, se c'è un fattore di debolezza fondamentale per il suo governo sta nel fatto che a occhio e croce incontrerà notevoli difficoltà a riformare il sistema dell'informazione, specie televisiva. Ma dovrà trovare il modo di informare correttamente lo stesso. ("L'operazione credibilità passa anche per l'operazione verità" dice un ministro a Repubblica).
Running on the roadmap
Si dice che una strategia di lungo periodo, anche se appoggiata a concetti forti come "agenda digitale" sia troppo lenta. I tagli immediati non possono ridurre il deficit se non sono accompagnati da misure che rilancino la crescita: ma quali misure hanno efficacia immediata? Sulla strada definita dalla roadmap accadono molte cose. Alcune subito altre in seguito. E il punto di avere una roadmap è proprio questo: sapere e far sapere che le azioni urgenti non dimenticano le azioni importanti. Sicché una delle ipotesi è questa. La crescita può essere sostenuta da aumenti di spesa o riduzioni di tasse, ma il bilancio non se li può permettere: in realtà si possono spostare le risorse in modo che producano di più. Sappiamo che ci saranno un poco più risorse per gli investimenti delle imprese e per l'occupazione, mentre si ridurranno le risorse per il consumo. Il che è sano. Ma può funzionare se le imprese possono contare su uno scenario chiaro e stabile, nel quale possono credere di poter giocare a loro volta una partita strategica. E questo è il motivo per cui la roadmap è fondamentale e può avere effetti immediati: se le imprese ci credono agiscono subito.
Decisionismo non è verticismo
L'Europa sarà una grande alleata di questo governo. E noi cederemo sovranità all'Europa in cambio di una maggiore influenza sulle decisioni europee. Abbiamo anche qualche bella soddisfazione in tal senso. (Sole). Le manovre da adottare saranno complicate e andranno prese con decisione. Un certo decisionismo sarà necessario, nei confronti della palude del sottobosco politico. Le scelte del governo dovranno apparire ineluttabili come è stata ineluttabile la nomina di Monti, altrimenti si impantaneranno nelle discussioni più inutili. Ma il decisionismo non è verticismo: il meccanismo di ascolto delle istanze sociali, culturali ed economiche della popolazione andrà rilanciato. Anche per sostenere il punto citato sopra: Monti vince solo se informa molto bene sulle compatibilità della situazione economica e delle scelte da operare. Anche per alimentare le energie d'impresa che ci sono in Italia. Da questo punto di vista, per quanto riguarda l'agenda digitale, si ricorda che Antonio Catricalà non ha dato un contributo di chiarezza sostenendo misure contrarie alla net neutrality per aiutare i giganti delle telecomunicazioni a scapito delle piccole imprese e delle start up (Repubblica).
Vedi anche:
Vicoli e opportunità in Europa - 22 novembre 2011
Il migliore dei Monti possibile - 21 novembre 2011
Downsizing expectations - 19 novembre 2011
Sviluppo è modernizzazione - 16 novembre 2011
On the roadmap - 15 novembre 2011
Dalle macerie alla ricostruzione - 14 novembre 2011
Una roadmap per gli italiani - 10 novembre 2011
Cognitively illiberal state - 3 novembre 2011
Non c'è dubbio che lo sia. Perché, da Itu a McKinsey, gli osservatori concordano sull'idea che l'investimento nelle infrastrutture e nei servizi digitali sia un fattore di crescita del Pil dotato di un moltiplicatore molto elevato: spesa limitata effetti potenzialmente molto grandi, grazie all'effetto network, alla dinamica "palla di neve", alla logica non lineare e sostanzialmente esponenziale tipica della rete digitale. In quest'ambito, si danno parecchi insuccessi, ma alcuni successi tanto grandi da trascinare importanti accelerazioni economiche. Anche perché ogni digitalizzazione di successo ha effetti collaterali significativi sull'ecosistema a cui si riferisce, calizzando spiriti innovativi, migliorando la trasparenza dei mercati, rendendo più efficiente la collaborazione, abbassando i costi transazionali, moltiplicando le iniziative di imprenditoria sociale e di mercato. E così via. L'ottica è probabilistica, non deterministica. Ragionata, non meccanicamente burocratica.
Questa è l'ipotesi. La verifica si può operare solo agendo. Ma l'esperienza di altri paesi, dalla Corea alla Svezia e al Regno Unito, tanto per fare pochi esempi, dimostra che il risultato atteso non è irreale.
Il problema è che l'agenda digitale è spesso confusa con la spesa informatica della pubblica amministrazione locale e nazionale. Cioè appare come una qualunque delle forme di opportunità di potere, una tentazione per la corruzione, una pratica che rischia di alimentare lo spreco e comunque una delle questioni intorno alle quali si faranno fatalmente i tagli.
Invece, l'agenda digitale è un capitolo della roadmap. Tagli e investimenti, insieme: purché la ricchezza generata dagli investimenti sia superiore a quella sottratta con i tagli. L'agenda digitale si riferisce a un contesto tecnologico, economico, sociale e culturale dalle conseguenze così pervasive e ampie - e i suoi costi sono tanto orientati a diminuire nel tempo - che il suo risultato potrebbe essere proprio questo: crescita e tagli insieme.
Le azioni previste dall'agenda digitale non dipendono necessariamente solo da grandi azioni di concertazione o da ampi tavoli di discussione e governo dei diversi livelli dell'amministrazione. Forse dovrebbe essere anche una raccolta di idee di costo inferiore al risultato, una sorta di "imprenditorialità pubblica", sostenuta e interpretata alla luce della roadmap. Non una programmazione, ma una forma di incentivazione economica, sociale e culturale, fondata su un quadro interpretativo capace di valutare le azioni che hanno le maggiori probabilità di essere più produttive. Sapendo che si può sbagliare.
Il roadshow europeo del governo italiano sarà tanto più forte quanto più riuscirà a tenere insieme i tagli e il sostegno alla crescita. Il piano di uscita dalla crisi dipende da entrambi i lati della contabilità nazionale. Dopo anni di inadempienze, anni in cui i rappresentanti italiani mancavano di partecipare ai tavoli di discussione sull'allocazione delle risorse europee per lo sviluppo, anni in cui abbiamo dimostrato disattenzione ai nostri conti e alle opportunità che l'Europa puà costituire (non solo ai limiti che pone), ora dobbiamo cambiare registro: sia sui vincoli sia sulle opportunità europee.
Del resto la stessa Commissione europea ha bisogno di interlocutori più qualificati per implementare l'agenda digitale nei vari paesi. Uno dei suoi programmi, il Cef (Connecting Europe Facility), è un piano da 50 miliardi di euro per il miglioramento delle reti e dei servizi di rete digitale. Perché, dice Neelie Kroes, possono produrre mille miliardi di valore economico aggiuntivo in dieci anni.
Dove trovare notizie? Ecco un elenco non esaustivo, mi scuso per tutti i servizi che non riesco a citare, ma spero che nei commenti l'elenco si arricchisca:
Agenda Digitale. Ottimo sito dell'Unione Europea con gli argomenti fondamentali dell'agenda digitale e un sistema di comparazione di dati semplice ed efficace che consente di provare le correlazioni principali tra le variabili e i fenomeni connessi.
Going local. Sempre l'Europa lancia una serie di iniziative adattate ai territori dell'Unione e orientate a comprenderne la validità. Se ne parla a Palermo oggi in un ottimo convegno organizzato all'Albergo delle Povere dalla Commissione Europea, la presidenza del Consiglio dei Ministri, la Regione Sicilia, Provincia e Comune di Palermo, con rappresentanti locali, della commissione dell'imprenditorialità sociale ed economica.
Agenda digitale per l'Italia. Un'iniziativa di persone che dedicano una parte del loro tempo a sostenere l'importanza del tema in Italia. Dopo una forte pressione qualche mese fa, che ha potuto far salire l'attenzione sul tema ma è anche stata sovrastata dalla crisi finanziaria dell'estate, ora mantiene un blog e alcune iniziative aperte. Il suo tema sta tornando all'attenzione per i motivi citati in questo post.
Igf Italia 2011. Tappa trentina del grande sistema multistakeholder che custodisce la qualità del sistema con il quale la rete si autogoverna, discute di come migliorarla, si connette con le altre strutture che si occupano del tema.
Dati.gov. Una sorta di portale che serve a trovare le iniziative orientate ai dati aperti e alla trasparenza dell'informazione di base della pubblica amministrazione italiana.
Digital Advisory Group. Una trentina di organizzazioni, imprese e università che collaborano per aliementare la crescita dell'economia digitale in Italia.
Vedi anche:
Il migliore dei Monti possibile - 21 novembre 2011
Downsizing expectations - 19 novembre 2011
Sviluppo è modernizzazione - 16 novembre 2011
On the roadmap - 15 novembre 2011
Dalle macerie alla ricostruzione - 14 novembre 2011
Una roadmap per gli italiani - 10 novembre 2011
Cognitively illiberal state - 3 novembre 2011
Da quello che si è capito finora, ci saranno sostanziali cambiamenti di politica economica:
1. Le azioni orientate al contenimento del debito saranno bilanciate da azioni orientate alla crescita
2. L'aumento della tassazione dei consumi e dei patrimoni sarà bilanciato da un alleggerimento della tassazione sul lavoro e l'impresa
3. L'accettazione dei vincoli europei alla sovranità italiana sulla politica economica sarà bilanciato da una riconquistata capacità di influenza italiana nella costruzione delle nuove istituzioni europee per la politica economica comune
Il problema casomai sarà quello di vedere se il bilanciamento sarà davvero equilibrato (mi scuso per il gioco di parole, ma è voluto: ed è dedicato al linguaggio, apprezzabilissimo, del professore primo ministro).
Se funziona avremo binari istituzionali più chiari che imporranno una roadmap ai governi futuri, dalla quale non potranno né vorranno troppo deviare i professionisti delle competizioni elettorali che arriveranno in seguito a governare. I giochi demagogici dei professionisti delle competizioni elettorali, senza vincoli istituzionali, si vincono promettendo di più, urlando di più, affasciando di più: è un'escalation che rischia di demolire pezzo per pezzo la qualità dell'amministrazione e che va contenuta con il consenso razionale dei partecipanti. Un consenso che si può sedimentare in regole che a nessuno conviene rompere: il problema è scrivere quelle regole. E l'Europa in un certo senso ci sta aiutando. Quando una sterzata razionale si è fatta, forse può tornare in gioco l'emozione della competizione elettorale. Questa è probabilmente l'ipotesi di fondo di questa fase politica.
Ed è anche la risposta ai molti, compreso Davide che ha commentato un precedente post su questo blog, che si domandano se il nuovo governo tecnico non sia una sconfitta della politica. Il punto è, secondo me, che in realtà è una rivincita delle istituzioni sulla demagogia. La repubblica e la democrazia si bilanciano: la repubblica è ciò che abbiamo in comune, la democrazia è un processo nonviolento di composizione dei conflitti e sintesi degli interessi diversi. Entrambi aspetti di una sana convivenza civile. Una democrazia assoluta che provochi una dittatura della maggioranza e trasformi ogni territorio comune in un campo di battaglia ideologica o d'interessi divergenti non funziona e implode: la salvaguardia della repubblica, di ciò che abbiamo tutti in comune, di ciò che unisce anche chi ha idee e interessi completamente differenti, è altrettanto sacrosanta. Imho.
Detto questo, le decisioni concrete saranno tanto più forti quanto più appariranno bilanciate e razionali. Le idee emergenti sembrano andare in questa direzione. Privatizzazioni infrastrutturali bilanciate da investimenti nella loro modernizzazione, con una forte e vera centralità delle infrastrutture digitali, fisse e mobili. Diminuzione della tassazione sulle imprese e il lavoro e accelerazione dei termini di pagamento dello Stato, bilanciata da un aumento della tassazione sui consumi e il patrimonio e negoziata in cambio di un aumento dell'occupazione giovanile. Aumento degli investimenti in ricerca e istruzione, nel quadro di un nuovo ecosistema dell'innovazione che ne valorizzi i risultati in termini di nuove imprese e dunque di nuove entrate fiscali. Si tratta di approcci al problema che sottolineano la nuova centralità della produzione rispetto al consumo ma che si inquadrano in un metodo orientato a ricercare costantemente le compatibilità economiche.
Per qualche tempo, la demagogia dovrà fare un passo indietro. E sarà un tempo almeno un po' pacificante. Ragionare per ipotesi, però, imporrà anche al governo una continua disponibilità alla verifica. E la sua più grande forza, probabilmente, sarà data dalla sua trasparenza nella spiegazione delle scelte: con la fine della demagogia deve finire anche il periodo delle scelte non spiegate, manipolatorie nei confronti dell'informazione offerta all'opinione pubblica. Su questo, un tema centrale resterà quello della modernizzazione del sistema dell'informazione televisiva. E purtroppo non molti da questo punto di vista sono ottimisti sulle capacità del governo di incidere. In questo senso, anche l'idea del "migliore dei Monti possibile" sarà messa a dura prova.
Vedi anche:
Downsizing expectations - 19 novembre 2011
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Cognitively illiberal state - 3 novembre 2011
Il tono del discorso, nel corso della gran parte del primo decennio del terzo millennio, almeno in Italia, è stato orientato a innalzare costantemente le aspettative, a mantenerle alte con una quantità di frasi dense di promesse di benessere materiale, a solleticare i più bassi istinti le più immediate voglie, sollecitando la convinzione che si potessero soddisfare facilmente. Oppure era la costruzione di problemi esagerati, la generazione di paure fittizie, con annessa promessa di soluzione: il caso dell'induzione alla paura dello straniero e della violenza con annessa promessa di maggiore sicurezza, è stato provato da Ilvo Diamanti (citato anche da Michele Polo in Notizie Spa) e ha avuto una straordinaria efficacia. Era la logica della pubblicità. E si rivolgeva ai cittadini come se fossero consumatori.
In tutto questo, era strategico il controllo dell'informazione. Se l'informazione avvalorava una descrizione della realtà corrispondente all'analisi implicita nella "pubblicità" politica, manteneva credibile chi formulava le promesse e sollecitava le aspettative.
Chi vive male, ma ha grandi aspettative e le connette alla presenza di un certo politico, sopporta e crede. La fiction dell'informazione era la storia fittizia in cui la gente viveva. Il sistema di potere restava saldo.
Ma quando la distanza tra aspettative e realtà diventa troppo grande, si genera un'insoddisfazione e una disperazione insopportabile.
L'informazione sulla realtà è arrivata attraverso canali che non erano sotto il controllo del potere. I mercati finanziari. L'Europa. Le reali esperienze quotidiane di milioni di italiani preoccupati da una realtà economica del tutto diversa da quella dipinta dall'informazione ufficiale voluta dal potere.
Il nuovo governo e lo stile del nuovo premier, Mario Monti, hanno prima di tutto avuto l'effetto di abbassare le aspettative rivolgendosi a un pubblico che a quelle aspettative non credeva ormai più. La sua credibilità è stata generata dalla corrispondenza tra la realtà e le aspettative che si potevano ritenere realistiche. L'insoddisfazione per la situazione si è sciolta, almeno un poco e per un poco, nella soddisfazione di veder riconosciute le reali condizioni nelle quali le persone vivono. Le nuove aspettative sono ora più vicine alla possibilità di raggiungerle.
Si guarda improvvisamente alla condizione precedente come si guarda a un sogno, o a un incubo: emozionante ma finito. E si apre una nuova giornata: il primo sentimento è l'emozione che si prova riconoscendo la realtà intorno a noi e le concrete cose da fare subito. Tra poco ci saranno anche le noie, le preoccupazioni e i drammi della vita vera. Si affronteranno con uno spirito più vivo e una mente più lucida. L'ipnosi è finita.
Ma manca ancora una prospettiva. Se non sappiamo bene che cosa faremo domani, perché lo faremo, rischiamo di riaddormentarci e riascoltare sirene e ipnotizzatori.
Bene il downsizing delle aspettative. Ora la roadmap.
Vedi anche:
Sviluppo è modernizzazione
On the roadmap
Dalle macerie alla ricostruzione
Una roadmap per gli italiani
Ci sarà Paolo Rosa, del mitico Studio Azzurro, Patrick Ohnewein, responsabile del centro tecnologico Free Software & Open Technologies del TIS Innovation Park di Bolzano e Antonella Sbrilli, storica dell'arte alla Sapienza di Roma.
Antonella Sbrilli ha pubblicato da poco su Engramma un breve saggio sul Google Art Project.
Non si potrà limitare a tamponare i guasti lasciati da chi lo ha preceduto. Non sarebbe efficace. Trovare il modo di immettere liquidità nel sistema, abbassare le spese dello stato, razionalizzare e aumentare le entrate del fisco non sarebbe sufficiente a rimettere a posto i conti pubblici se a fronte di tutto questo il paese non imboccasse anche una strada di progresso capace di ripagare quella liquidità, di migliorare i servizi pubblici e di legittimare le pressanti richieste fiscali. Senza una parte costruttiva, il suo programma si accartoccerebbe su se stesso, portando il volo del paese allo stallo e all'avvitamento.
Ieri a Falling Walls Angela Merkel ha detto che la Germania si sente coinvolta e responsabile anche per ciò che avviene negli altri paesi europei. Merkel ha detto - in sintesi - che servono istituzioni e costituzioni che salvino le democrazie dalla trappola del breve termine in cui sono tentate di chiudersi. E Liu Olin della China International Capital Corporation ha trovato le due parole che servono a porre bene il problema del debito pubblico dei paesi europei in crisi: road map. Una prospettiva condivisa, da perseguire con determinazione e fiducia. Ricorderebbe la ricostruzione dei tempi di Einaudi e la modernizzazione europeista dei tempi di Ciampi. Nei nuovi termini del 2011.
Oggi, le macerie sono culturali e la ricostruzione è morale, intellettuale, solidale. Quindi prima di tutto occorre riconoscerla, uscendo dalla fiction. Poi va definita una strada credibile e fondata empiricamente, con informazione trasparente perché si veda la ricostruzione. Infine si deve vedere una forma di progresso, che non sarà probabilmente solo quantitativo, ma soprattutto qualitativo: ambiente, relazioni sociali, profondità e opportunità culturali. Le nuove regole saranno legittimate da questa progettazione. Monti non sarà solo di fronte a un programma così vasto. Perché gli italiani quando capiscono come stanno le cose e vedono una strada anche impegnativa da prendere per i loro figli, per le persone che amano, per se stessi, riescono a unirsi e a superare difficoltà incredibili. Purtroppo queste fasi durano poco in Italia. Ma questa volta, in quelo poco tempo, dovranno impostare una prospettiva di lunga durata. L'Europa, in questo, sarà di grande aiuto. È tempo di conoscerla e riconoscerla. Imho.
Il Sole su Monti
L'insuccesso della fiction
Merkel a Falling Walls
Ma è chiaro che siamo abituati a pensare che il concetto di qualità sia piuttosto soggettivo. Spesso, si pensa che se moltissime persone gradiscono un programma o un servizio che produce informazioni, allora quel programma o servizio ha una qualità largamente condivisa. Ma è una forma di condivisione che non facilita il giudizio sulle forme di informazione innovative, che pochi conoscono e che possono effettivamente avere un impatto sul futuro dell'informazione. E poi esistono informazioni di varia natura, alcune delle quali hanno la capacità di interessare nicchie ristrette di persone che pure le considerano di qualità. Infine, spesso, l'accesso a una fonte di informazione maggioritaria è diffuso proprio perché tutti gli altri vi accedono: non sapere che cosa sanno gli altri esclude da una certa forma di appartenenza alla società. Ma quell'informazione maggioritaria può benissimo essere di qualità limitata e massificata, o addirittura essere di bassa qualità. Infine ci sono gli inganni molto diffusi.
Una serie di post sono stati dedicati agli inganni diffusi e alle forme possibili di autodifesa come il crap detector di Rheingold.
Non si arriverà probabilmente mai ad avere un consenso generalizzato sulla qualità dell'informazione. Ma la strada è altrettanto probabilmente quella di riflettere e costruire un pensiero più diffuso intorno al metodo con il quale si costruisce l'informazione.
Un buon servizio di informazione aiuta a sapere come stanno le cose, genera identità e nello stesso tempo connette e costruisce comunità. Non può essere solo gratificante, deve stupire. Non può essere solo di servizio, deve ispirare. Non può essere solo numericamente diffuso, deve consentire di passare all'azione con consapevolezza.
Domani c'è un'edizione di TEDx a Como. Questo è il programma.
COMUNICATO STAMPA;
TEDxLakeComo 2011 - Il Buon uso del Mondo
Sabato 5 novembre 2011, ore 11-17.45; Auditorium del Politecnico di Milano, Polo di Como, via Castelnuovo, 7,Como.
Sabato 5 novembre 2011, dalle 11.00 alle 17.45, si svolgerà presso l'Auditorium della Sede di Como del Politecnico di Milano, la terza edizione di TEDxLakeComo con la partecipazione di speaker selezionati e autorevoli che presenteranno le loro idee e le loro esperienze su scienza, tecnologia e società.
Una giornata in compagnia di scienziati, attivisti, filosofi, imprenditori, tecnologi, artisti, per aprire la mente a idee ed esperienze che meritano di essere condivise. Undici presentazioni dal vivo e video tratti dai TEDTalks. Un'opportunità per conoscere, conoscersi e confrontarsi su temi, proposte e racconti che vogliono contribuire a migliorare il mondo in cui viviamo.I temi che verranno trattati in questa terza edizione di TEDxLakecomo 2011 sono: il bello della cooperazione nella rete, la biologia e la memoria, cambiare il mondo con la macchina fotografica, cosa ci insegna l'evoluzione, il design italiano nell'era digitale, noi e gli altri, la medicina su misura, catturare l'energia in alta quota, collegare il sistema nervoso a protesi elettroniche, come migliorare la qualità dell'informazione su internet, creatività nell'impresa sociale. A questo si aggiungeranno sorprendenti e inspiring talks tratti dall'archivio di TED e altre sorprese.
I protagonisti di TedxLakeComo 2011 sono: Frieda Brioschi, crowdsourcer, Cristina Alberini, neuroscienziata, Antonio Amendola, fotografo, Telmo Pievani, filosofo evoluzionista, Roberto Carraro, new media designer, Chiara Somajni, attivista, giornalista, Diego Fornasari, farmaco-genetista, Stefano Milanese, ingegnere del vento, Luca De Biase, editor, giornalista, blogger, Silvia Bossi, ricercatrice, imprenditrice, Luciana Delle Donne, innovatrice, imprenditrice sociale. Organizzatori: Gerolamo Saibene, François de Brabant e Teresa Saibene, appassionati cultori di TED.
Si segnalavano alcune esperienze. I commenti hanno mostrato altre iniziative da segnalare:
- Fiorella Buzzi conosco più di un progetto online, ma tutti in area anglofona. Questo significa che conoscere l'inglese a un buon livello è una precondizione. Per quanto ne so, in italiano c'è poco, a parte l'eccezione meritoria di Oilproject, che migliora ogni giorno di più
http://www.oilproject.org/index.php
Fiorella Buzzi Inglese
webinar gratuiti dell'Università di Stanford
http://scpd.stanford.edu/coursesSeminars/seminarsAnd Webinars.jsp
corsi gestiti da una piattaforma del New York Times (non sono gratuiti)
http://www.nytimesknownow.com/
Tedesco
Deutsche Welle (gratuito, materiale di ogni tipo, ottimo per esercitare il tedesco)
http://www.dw-world.de/
Francese
TV5Monde (gratuito, per esercitare il francese)
http://www.tv5.org/TV5Site/enseigner-apprendre-franc ais/accueil_apprendre.php
Se me ne vengono in mente altri te li segnalo.
Fiorella Buzzi Dimenticavo il portale Dienneti (molto valito ma più che altro è una banca dati per addetti ai lavori)
http://www.dienneti.it/index.htm
"Genera cittadinanza, coltiva identità culturale,
costruisce network sociali, allena il cervello, diffonde informazione":
mi piace questa definizione di educazione!
Nel nostro piccolo, io e alcuni amici, cerchiamo di fare informazione
per ragazzi con il sito www.ilmacaone.it. E' un'impresa ambiziosa,
delicata e sdrucciolevole ma molto affascinante...
Caro Luca, anche io, come sai, mi occupo di educazione e
come te, la scorsa settimana ho partecipato a un workshop presso Digital
Accademia sui nuovi profili di Facebook con Luca Bianchi. Alla
International School of Brescia abbiamo attivato da questo anno
scolastico un progetto di Digital Education che coinvolge tutti i
bambini dai 4 anni in su. Dispongono tutti di un iPad e i docenti sono
stati formati dagli Apple Education Mentor. Se ti interessasse
approfondire la nostra pedagogia, sarei lieto di ospitarti qui da noi.
Ti segnalo inoltre alcuni miei articoli sul tema che puoi trovare sul
blog della scuola: www.isbrescia.com/category/blog/ in particolare
quelli pubblicati nelle seguenti date:
1 agosto 2011: VERSO UNA CULTURA GLOBALE
2 agosto 2011: SINGAPORE EDUCATION: L'ECCELLENZA EDUCATIVA ORIENTALE
4 agosto 2011: INCONTRO CON DAN PINK E STEVE WOZNIAK
4 agosto 2011: AL VIA LA PRIMA EDIZIONE DELMDIGITAL NATIVE SUMMER CAMP
7 agosto 2011: DA MARC PRENSKY...A MARK PRENSKY
2 ottobre 2011: MEDIA EDUCATION: COME SUPERARE IL GAP
GENERAZIONALE.
A presto
stefano.anzuinelli@isbrescia.com
A presto
stefano.anzuinelli@isbrescia.com
Parlando di trasformazione dell'educazione non si può non
citare a mio parere www.oilproject.org che francamente è uno dei
progetti educativi e di accesso alla conoscenza più belli e e più
interessanti oltre che benemeriti.
"Oilproject è una scuola virtuale gestita da studenti, gratuita ed
aperta a tutti, in cui si discute di attualità, economia, letteratura,
filosofia, Internet e politica. Le lezioni avvengono online (sia in
diretta, sia in differita) e sono tenute da volontari che condividono le
loro conoscenze senza altro fine che la divulgazione libera
dell'informazione. Chiunque può registrare una lezione e proporla alla
community. Con oltre 9000 studenti, Oilproject è la più grande scuola
online in Italia."
Un altro settore molto interessante e utilissimo che vorrei
segnanalare è quello dell'apprendimento delle lingue attraverso il
metodo collaborativo di Busuu
www.busuu.com/
"busuu.com is a free online community for learning languages. Connect
for free with native speakers worldwide. Enhance your language learning
with our online"
Molti stanno cercando di sviluppare opportunità in questo settore. E credo che le iniziative siano attualmente più in mano all'offerta, spesso derivante da start up. La Digital Accademia è una di queste. E cerco di dare una mano.
Intanto, la Kahn Academy sta guadagnando terreno con i suoi supporti educativi, concentrati per ora sulla matematica, che divertono e insegnano, costruendo relazioni tra i bambini in modo piuttosto efficace. È un esempio.
Top Hat Monocle mette a disposizione degli insegnanti un sostegno per le lezioni che si dimostra abbastanza divertente, comprende domande e risposte, dimostrazioni interattive e presentazioni preconfezionate. L'azienda, a quanto pare, ha già raggiunto il pareggio dopo meno di un anno di attività.
Ohanarama punta a divertire la famiglia con giochi educativi che possono nello stesso tempo sviluppare le relazioni tra generazioni.
Stickery produce apps per smartphone che i genitori possono dare ai bambini in età prescolare per farli giocare e nello stesso tempo per prepararli al curriculum scolastico. Le statistiche sui risultatti ottenuti dai bambini sono a disposizione dei genitori che possono così controllare il divertente lavoro fatto dai ragazzi.
Ci sono molte cose da fare in questo spazio. Dobbiamo rendere contemporaneamente divertente, importante e affascinante un qualsiasi percorso educativo. Ce la possiamo fare. Non c'è investimento più rilevante.
I programmatori di questo genere di giochi, di solito, sono obbligati a prevedere moltissime situazioni e impiegano tantissimo tempo per realizzare il prodotto. Con Robotany, sono gli utenti stessi a inserire le situazioni e i comportamenti che i robottini che coltivano il bosco devono tenere. Da questo vengono fuori gli algoritmi del comportamento degli oggetti del gioco e il risultato si produce più in fretta e in modo più divertente.
Ieri c'era una nuova puntata di Liberamente, International Youth Meeting. Gli ospiti internazionali erano Yassine Ayari (censurato prima della rivoluzione), blogger tunisino, e Samir Allioui, esponente del partito dei pirati olandese ed europeo. Esperienze forti e interessanti per i giovani che hanno ascoltato rapiti le parole di Yassine e hanno seguito divertiti o complici gli argomenti di Samir.
Uno scambio ha fatto riflettere, tra i molti. Samir, da hacker, diceva che bisogna entrare nel sistema e cambiarlo. Yassine diceva che se entri nel sistema è lui che ti cambia: se il sistema è sbagliato bisogna rovesciarlo.
Samir ha parlato di riformare la democrazia, per andare verso una "democrazia liquida", più vicina ai cittadini, più adatta alla società dell'informazione. Yassine ha parlato con orgoglio di un paese moderno che non ha fatto una ribellione, ma una rivoluzione.
Internet è strumento adatto a questi cambiamenti. Non è sufficiente, ovviamente. Tanto che i pirati si fanno eleggere negli organi amministrativi e politici, dove - dice Samir - lavorano con i colleghi per il bene della comunità che li ha eletti). E tanto che i tunisini non si sono certo fermati alla rete: internet serve a parlare, dice Yassine, ma per fare la rivoluzione serve la strada e la piazza. I paragoni con l'Italia sono ovviamente molto interessanti. Se n'è parlato. E se ne parlerà. Al centro del problema democratico italiano, è difficile non vedere il problema del sistema dei media e le sue conseguenze sulla qualità del dibattito.
Dovremo parlare di internet e democrazia, liberazione delle energie giovanili e innovazione, il tutto con un saggio senso critico e senza slogan e frase fatte. Pensare bene senza perdere di entusiasmo sembra difficile, ma è l'unico modo per coltivare l'entusiasmo di lunga durata.
Di certo, un angolo interessante è il passaggio dalla spinta rivoluzionaria e piratesca alla fase di istituzionalizzazione che fatalmente succede all'introduzione delle novità. Riuscire a mantenere vivo lo spirito innovatore una volta che i suoi iniziatori hanno raggiunto il potere è sempre molto difficile.
Viene in mente il messicano Partito rivoluzionario istituzionale, che nel suo nome conteneva esplicitamente le due tensioni opposte. Viene in mente il periodo di passaggio dalla rivoluzione russa alla costruzione della dittatura staliniana. Un pezzo sull'Independent racconta di come l'architettura del periodo rivoluzionario russo abbia avuto un'influenza molto oltre il territorio e il tempo della rivoluzione. Di certo, lo stesso non è avvenuto se non per imposizione con l'architettura generata dal sistema sovietico dopo la fine della spinta rivoluzionaria.
Come farà, per esempio, il partito dei pirati a restare se stesso una volta che i suoi esponenti abbiano conquistato dei posti nelle istituzioni rappresentative dei paesi nei quali si presentano alle elezioni? Le regole che seguono i pirati sono in un codice di onore non scritto, ma andare in parlamento significa voler scrivere delle leggi. Ma in fondo non è un problema strano: le innovazioni nascono spesso da atti di ribellione, ma se e quando vengono adottate cominciano a diventare quacosa di accettato e approvato nei codici di comportamento normali. L'innovazione è un processo complesso e non lineare. Anche in questo genere di cose.
Serve dedicare molta attenzione anche alle conseguenze di lungo termine delle innovazioni. Il che è, appunto, un modo per alimentare l'energia orientata alla lunga durata che serve per ralizzare innovazioni che contano.
Il rito costeggia le due possibilità che l'iTeam, la squadra costruita da Steve Jobs, può cogliere ora. Una è sbagliata. Una è giusta.
La prima è vivere nel ricordo di Steve. Pensare di continuare la sua opera. E costruire una sorta di religione laica intorno all'eredità del pensiero, dei valori e delle opere di Steve Jobs.
La seconda è assorbire profondamente l'esperienza di Steve Jobs, interpretarla, e andare avanti. Move on.
Il rito continua a dichiarare con i gesti e le emozioni che per la Apple questa è la scelta. Quello che stanno facendo ora costruisce quello che sarà. Il pericolo è che scelgano la prima strada. Sarebbero affari loro, in fondo, se non fosse che l'insegnamento è per tutti.
Steve Jobs, campione di empatia, lo aveva previsto, questo momento. E disse a Tim Cook poco prima di morire: «Adesso non vivere cercando di immaginare quello che avrei fatto io. Invece, sii te stesso: fai quello che è giusto fare».
Tutto di Jobs insegna che non si può vivere tentando di essere Jobs, o chiunque altro. La sua meravigliosa frase resta: «Il tempo che avete è limitato. Quindi non sprecatelo vivendo una vita scritta da altri. Siate gli autori della vostra vita». Ecco, per questo possiamo non dirci jobsiani. E una volta detto, move on.
L'economia della conscenza è il nuovo contesto di generazione di valore nel mercato che si sta aprendo. Laboratori, fabbriche e commercio non sono parte di una filiera lineare; i laboratori non vanno pensati come input produttivo della fabbrica; sono elementi di un sistema complesso dal quale emerge il possibile sviluppo.
1. In Against the machine, Lee Siegel se la prende con le imprecisioni e le bufale che si trovano online. Ma a sua volta ne è stato autore. Una presentazione critica del suo libro, con qualche fatto su cui riflettere, si trova in Su macchine e umani.
2. Il sensore di boiate è un'invenzione di Hemingway. Ma la sua applicazione al web è di Howard Rheingold. E un riassunto di consigli si trova in questo blog (vedi il post).
3. In Italia ci sono diversi tentativi di caccia alle bufale, ma certamente il più noto, fecondo e caparbio è il lavoro di Attivissimo. Da seguire l'evoluzione del FactCheck di Sergio Maistrello.
4. Su Wikileaks e il metodo giornalistico si è discusso a Vienna pochi giorni fa. E qui c'è un riassunto. Se n'è scritto molto su questo blog, ovviamente, e questo post contiene diversi link che possono essere utili. Il tema è: Wikileaks è un giornale o una tecnologia anonimizzante?
5. La discussione sul metodo che definisce l'informazione e la differenzia dalla comunicazione è su Ahref (una fondazione cui dò una mano per quanto sono capace) e un esempio di dichiarazione di metodo è su Timu.
La qualità deriva anche dalla rete sociale nella quale è proposta e circola l'informazione. L'accuratezza, la trasparenza, l'indipendenza, lo spirito di servizio, sono contagiosi. Come è contagiosa la voglia di polemizzare e di sparare per fatti delle mezze verità. TedConversations, Quora, lo stesso Timu, si spera siano luoghi nei quali il contesto induce a lavorare con spirito di servizio. Un esplicito, condiviso metodo di lavoro è forse un aiuto in tal senso: un paper approfondito di Jacopo Barigazzi si trova appunto su Ahref.
Update. La mattinata è stata energia pura. Cinquecento ragazzi e ragazze partecipavano alla presentazione di queste idee. E hanno dimostrato una qualità e un interesse straordinari. Li ringrazio. Se hanno voglia di approfondire sono qui. E la sintesi delle sintesi (da come è venuta fuori nella conversazione) è qui:
1. Sapere chi ha prodotto l'informazione (dice il suo nome, altri lo conoscono, altri lo apprezzano)
2. Verificare con fonti indipendenti (un ambiente intellettuale omogeneo può essere fatto di gente che si cita e si accredita a vicenda; per sapere come stanno le cose occorre avere una verifica che non dipende dalla prima persona che ha tirato fuori un'informazione)
3. Molte cose non vanno in rete ma la rete permette e invita tutti coloro che sanno come funziona a contribuire e a cambiarla (implica, appunto, imparare un po' a capire come funziona).
Si scopre che molte edicole che si trovano davanti alle entrate delle metropolitane, quelle che stanno nel sottosuolo prima dei tornelli, possono distribuire i moduli della richiesta della tessera e mandarli all'Atm. Senza code.
A me è andata bene all'edicola di Moscova.
La strada per fare bene un servizio online, in modo che serva davvero, è sempre lunga. Sei mesi per scrivere Timu (tutto open source e Python d.o.c...) in fondo sono stati anche pochi. Bravi gli sviluppatori. Ma ora è partita la logica del miglioramento continuo. E tra un po' arriveranno anche altri pezzi di piattaforma: per migliorare i modi con i quali si leggono i risultati del lavoro dei cittadini che informano e per facilitare il compito di chi voglia lanciare iniziative di ricerca d'informazione in rete. Ovviamente con un metodo...
Il prossimo 9 novembre, come ogni anno in occasione dell'anniversario della caduta del Muro di Berlino, si tiene nella città tedesca Falling Walls: quali altri muri devono cadere? Rispondono scienziati e visionari di grande valore.
L'idea è fantastica. E quest'anno tutte le persone possono mandare a loro volta una storia per descrivere un muro che deve ancora cadere e documentare i motivi. Sappiamo quante barriere dovremmo poter abbattere per camminare più creativi e solidali nel mondo! Ma al di là delle impressioni, i fatti da scambiare e i documenti che li dimostrano possono essere raccolti partecipando all'iniziativa: "A Muro Duro". C'è persino la possibilità di essere ospitati a Berlino...
Come?
A Ricucire l'Italia, oggi all'Arco della Pace, a Milano, non hanno parlato molto di soluzioni ma di metodo. E probabilmente è il contenuto più importante al momento. Per ricostruire a partire dalla Costituzione e da ogni possibile terreno comune tra i cittadini italiani.
Certo, le soluzioni e le azioni devono venire fuori. Guzzanti ha parlato di dell'occupazione di un teatro a San Lorenzo, dove volevano fare un casinò, e nel quale la cittadinanza ha creato un'atmosfera attiva di spettacoli, dibattiti, forme di lotta. Ricucendo il quartiere come lei pensava inimmaginabile ("prima, mi sentivo una sopravvissuta in un quartiere di zombie"). Pisapia ha parlato del vento nuovo che lo ha portato alla carica di sindaco di Milano. Le soluzioni probabilmente verranno fuori da queste piccole-grandi situazioni. Ma in fondo è ancora una questione di metodo.
Anche Timu è un metodo: per i cittadini che vogliono fare sentire la loro informazione e la vogliono diffondere in modo credibile e significativo. Speriamo serva per diffondere la pratica dei civic media. (cfr. da un forum del 2007 all'istituto di Ethan del 2011)
In entrambe le occasioni, l'eco di una domanda si è sentito forte e chiaro: ma perché gli italiani non si ribellano? Una voce diffusa all'estero e che si va diffondendo anche da noi, con la sua conseguenza: se ci teniamo questa situazione siamo conniventi? Dov'è l'Italia per bene, che lavora per bene, che rispetta le leggi e gli impegni? L'impressione che in entrambe le occasioni, l'analisi sia stata che il tema si svolge in tre passi: 1. rendiamoci conto delle nostre macerie culturali, 2. ristabiliamo un metodo sul quale siamo tutti d'accordo, 3. procediamo con l'azione in una prospettiva più chiara, oltre la nebbia del presente.
Non basta il metodo. Certo. Occorre che il metodo e l'azione comincino a generare fatti. A ritmo sostenuto.
Mentre questa questione matura, molta gente di buona volontà continua a lavorare per tutti. Si vede seguendo per esempio la vicenda della legge-bavaglio, ennesimo tentativo di ridurre lo spazio e la certezza del diritto di chi fa informazione (cfr. Per esempio, ValigiaBlu).
Da non perdere, sulla questine della latente e inespressa ribellione italiana, la riflessione saggiamente incoraggiante di Ethan Zuckerman. La visione di lungo termine e la tattica d'azione si preparano a convergere, forse.
Si tratta di cercare e trovare strumenti per rafforzare i cittadini che vogliono fare informazione con impegno civile e metodo condiviso. Anche cogliendo le occasioni di inchiesta collettiva che vengono lanciate e sostenute da organizzazioni (fondazioni, associazioni, imprese, amministrazioni e così via) interessate a fare emergere notizie e informazioni su argomenti che ritengono vadano approfonditi. Timu cerca di aumentare la notorietà delle persone che fanno informazione, tenta di farle conoscere ai giornali, cerca per loro un sostegno economico, propone occasioni educative e soluzioni metodologiche e pratiche. (Ansa).
Il bollino colorato in fondo a destra in questa pagina è un link al metodo di lavoro in comune che si propone su Timu, come inizio di una riflessione più ampia e condivisa. Se ritieni di voler fare informazione con accuratezza, imparzialità, indipendenza e legalità, puoi metterlo anche tu sul tuo blog...
Timu è un progetto della Fondazione Ahref.
Puntate precedenti - Il tema della ribellione in Italia visto dall'estero
Viaggiando all'estero, dicevo in due post di qualche giorno fa, mi chiedono spesso: «perché gli italiani non si ribellano?». Non voglio riassumere quei post. Solo ricontestualizzare il tema per aggregare i commenti. Per chi si stupisca di questa domanda la spiegazione è semplice.
Le cronache dedicate all'Italia di molti notiziari stranieri danno conto del fatto che l'Italia sta mettendo a rischio la stabilità dell'economia globale e la causa, semplificata ma realistica di molti media internazionali, è l'incapacità del suo governo di gestire la crisi. L'urgenza del momento e la difficoltà del sistema politico a rinnovarsi per via normale, essendo piuttosto bloccato da un gruppo di potere incredibilmente arroccato sulle sue poltrone, fa emergere l'opzione a prima vista stupefacente della ribellione.
Ma lo stupore è meno vivo se si guarda alla situazione con occhi distaccati. Vista dall'estero, l'Italia è un ottimo produttore di merci di qualità, è una meta turistica di prima importanza, è un luogo della cultura antica e tradizionale, è un paese di mafia e spazzatura, certamente conta poco politicamente. Ma in questo momento è al centro dell'attenzione perché il suo debito pubblico fa venire l'acquolina in bocca agli speculatori e mette a rischio la tenuta dell'euro e della finanza globale. Visto dall'estero il governo è guidato da una persona che pare pensare a tutto salvo che a tenere la rotta dell'economia del paese. I suoi comportamenti scandalosi non appaiono perdonabili in molte democrazie occidentali dove i politici si dimettono per infinitamente meno: ma sarebbero affari degli italiani se non fossero collegati con l'incapacità di guidare il paese fuori dalla crisi. Cambiare capo del governo appare dunque una necessità, è l'opinione prevalente per chi accetta quest'analisi, ma se il parlamento non ci riesce, allora la popolazione deve intervenire.
Se gli italiani non fanno nulla, la vergogna per questa situazione non è più solo del capo del governo e diventa anche la vergogna anche dei governati. Certo, i più avvertiti sanno che il sostegno al governo è dovuto anche all'incredibile controllo dei media da parte del capo della forza politica di maggioranza. Questo, però, significa che la democrazia italiana non è compiuta e il sistema si configura come semi-autoritario.
In altri paesi del Mediterraneo a dubbia democrazia, la ribellione popolare è riuscita a cambiare governi autoritari e inefficienti, perché non succede in Italia?
Ovviamente, l'assunzione di partenza, quella secondo la quale l'Italia non è una vera democrazia, appare piuttosto estrema. Molti italiani pensano di essere in una democrazia e sono convinti che la situazione si possa riformare per via elettorale.
La chiara vittoria della visione critica nei confronti della politica attuale che si è realizzata nel caso delle elezioni di Milano, Napoli e Cagliari, e soprattutto nel caso dei referendum, avvalora questa tesi. Anche perché è stata una vittoria che ha dimostrato come la televisione non sia in grado di controllare le coscienze fino al punto di impedire l'espressione della volontà popolare: la televisione ha osteggiato in modo palese i referendum, non dandone conto se non in modo sporadico e qualche volta impreciso, in piena coerenza con la campagna favorevole alla diserzione delle urne, mentre l'informazione che si è prodotta in rete appoggiata da molti giornali cartacei tradizionali è riuscita a mobilitare le persone e a convincerle ad andare a votare. La via democratica al rinnovamento, insomma, appare ancora aperta. E, per chi consideri importante quella vicenda, questo significa che la ribellione può attendere.
Purtroppo però le conseguenze delle elezioni locali e del referendum sono restate limitate a quei casi. Il governo è restato al suo posto e il blocco decisionale che impedisce di affrontare la crisi attuale resta.
Di fronte alla crisi il governo ha prima tentato di negare ancora una volta l'urgenza, poi sulla scorta delle pressioni della Bce ha deciso una manovra, per poi modificarla un'infinità di volte. Attualmente, si è bloccato sulla nomina chiave della guida della Banca d'Italia. In ogni caso, le decisioni sembrano prese in reazione alle pressioni dei mercati e dei partner europei, non c'è strategia di crescita economica, non c'è visione. Il tappo al rinnovamento del paese resta. Con esso resta l'ipotesi della ribellione.
Le spiegazioni storiche della mancata, per ora, ribellione degli italiani
La ribellione, tuttavia, per ora non si vede. Ci sono molti gruppi di protesta, certo, molte aggregazioni critiche nei confronti del governo spesso organizzate online, discussioni infinite sulla casta, la classe politica, l'inadeguatezza dell'opposizione, gli scandali, e quant'altro. Ma certo non c'è niente che si possa chiamare "ribellione" e che abbia la forza di fare l'agenda del paese con qualche possibilità di rinnovare la politica.
Nei post precedenti si sono ricordate alcune radici storiche di questa situazione.
Gli anni Settanta sono ancora presenti nella memoria del paese. Il terrorismo di destra e di sinistra non ha mai raggiunto una capacità di attrazione significativa nel paese e ha invece lasciato il ricordo dell'unico risultato di quel genere di azione: la devastazione inutile e insensata della violenza.
Gli episodi successivi, con i casi delle dimostrazioni di alcuni gruppi di no global, le vetrine rotte e gli scontri con la polizia, hanno lasciato altre terribili immagini nella memoria.
Lo stato non ci ha fatto mai una gran figura, ma di certo non l'hanno fatta neppure i violenti. La ribellione distruttiva non è un'opzione che possa raggiungere una qualche forma di consenso significativo in Italia. Per ora.
D'altra parte, la società italiana è profondamente divisa. C'è una parte importante della popolazione che viene definita dall'Ocse "funzionalmente analfabeta": addirittura un terzo degli italiani non sanno comprendere quello che leggono. Il loro accesso all'informazione è completamente legato alla televisione e corretto solo dal passaparola nel loro entourage. Un decimo della popolazione è ipercollegato, legge e si informa con una dieta mediatica ricchissima, non manca di informazioni dall'estero e ha la capacità critica sufficiente a comprendere la gravità della situazione. Ma non è certo una categoria unitaria. I giovani sono quasi tutti connessi ma spesso non hanno modo di coltivare speranze, in moltissimi casi basano la loro sussistenza sull'aiuto dei genitori, potrebbero essere disposti a rischiare se vedessero qualcosa per cui rischiare: una politica di protesta, un'opzione imprenditoriale, una fuga all'estero, sono possibili ma solo per coloro che vedono come realizzarle. In molti casi, la loro storia è legata alla conquista di un brandello di contratto a breve termine, con pochissime chance di sviluppo che verrebbero annullate se il loro comportamento fosse meno che disciplinato. Poi ci sono i leader dell'innovazione, presenti nelle università, nelle imprese, nelle associazioni e fondazioni, persino nelle amministrazioni pubbliche: ma si tratta di persone apparentemente isolate, che portano avanti il loro senso del dovere e la loro passione rinnovatrice in un contesto che certo non li aiuta. Altri sono criminali: evadono le tasse, costruiscono dove è proibito, fanno attività illegali. Altri hanno fede e aspettano. Altri sono connessi e lavorano per costruire network, ma il loro lavoro è ancora ai primi passi: influiscono sull'agenda sporadicamente e non stabilmente.
Una ribellione è spesso l'iniziativa di una minoranza che riesce però a interpretare una domanda di rinnovamento maggioritaria.
In passato, una ribellione di successo veniva portata avanti dalle élite sociali e culturali oppure dalle avanguardie rivoluzionarie e le sue probabilità di ottenere risultati erano dovute al contesto di una società compatta, nella quale i modelli sociali e i legami organizzativi erano facilmente leggibili. Ceti sociali ben individuati, aristocrazia, borghesia, proletariato: pochi leader potevano far crescere un cambiamento di valenza generale.
Nella società dei media di massa questa condizione si è progressivamente sciolta in una struttura sociale molto meno coesa. I ceti sociali sono in un certo senso spariti, mentre sono cresciute le aggregazioni informali e si sono sviluppati i cosiddetti "target": gruppi di interessi comuni, aggregazioni omogenee per capacità di spesa, età, localizzazione geografica, hobby, professioni e quant'altro. I media hanno cercato di interpretare la popolazione in termini di target e l'hanno raccontata coerentemente, fino a influire sulla realtà e fare emergere davvero dei gruppi separati di persone. Il disorientamento è stato gestito dalle poche centrali emittenti di senso e informazione. Fino a che ha tenuto, questo sistema è servito ad aumentare i consumi e ridurre le tensioni sociali. Ma era troppo artificiale per tenere a lungo. Non tiene più. Non corrisponde alla realtà e all'esperienza. Anche perché i media di massa stanno rifluendo nel passato.
Le persone oggi non si riconoscono in un target, sentono di vivere identità multiple, interessi insieme contrastanti e coerenti, linguaggi e ideologie divisive, senza corrispondenza con le classificazioni tradizionali e con quelle del marketing. Inoltre, la rete consente loro di unirsi in gruppi che possono scegliere di volta in volta, non necessariamente con coerenza, molto spesso però in modo più curioso che strutturato. La società è diventata un insieme di minoranze nessuna delle quali sembra capace di esprimere qualcosa di generale. Ma la stessa rete offre opportunità nuove anche per la riunificazione dei comportamenti. Suggerendo la sperimentazione di soluzioni continuamente nuove. Il cui effetto finale deve ancora essere valutato appieno. Si sta coltivando l'emergere di un nuovo modo di rappresentare la società. Non ne vediamo ancora la forma intera.
Lo spaesamento è evidente. La capacità di leggere le conseguenze delle proprie azioni è scarsissima, almeno per quanto va oltre il quotidiano o poco più. L'ipotesi di rischiare qualcosa per una ribellione non trova il punto di appoggio intellettuale, culturale e politico per dar modo all'azione di svilupparsi. Si direbbe che prima di tutto occorra una ristrutturazione culturale. Un passaggio intellettuale che ricostruisca una visione condivisa. Dalla quale può emergere anche velocemente non una ribellione di breve termine ma una rivoluzione orientata al qualcosa di più lungo termine. E i commenti apparsi dopo i primi due post lo confermano.
I commenti - Le reazioni delle persone che hanno voluto partecipare alla discussione
Cerco di riassumere per punti le posizioni emerse nel corso della discussione sull'opzione della ribellione in Italia.
1. Non è un fatto solo italiano. L'Italia ha le sue specificità. La ribellione non sarà violenta.
Joi Ito, direttore del MediaLab: «I've called for the overthrow of the Japanese government many times and the funny thing is that many government and corporate leaders agree with me. However, rebellion never happens in Japan. There are many differences but many similarities.
It's very interesting to read your post and reflect on these similarities and differences, but I think the Arab Spring shows us that even in very unlikely places, a dash of courage and timing can cause unexpected results.
Good luck in your reform/rebellion. When you finish, come and help me in Japan. ;-)».
John Lloyd, capo del Reuters Institute for the Study of Journalism: «I dont think, like you, Italy needs a rebellion. There is a world of difference between Italy and the Arab states; most of all, in that Italians freely elect governments (it seems, very sadly, that the rebellions there will not achieve anything like democracy, or even better rule: though we should still hope) the issue is perhaps allied most closely to what you write: that many depend more or less completely on TV for news and opinions, and vote accordingly. Thus there must be a crisis - as there now is - to force change. At root is the corruption of the media».
Alex Roe, di ItalyCronicles: «An interesting piece. As a foreigner who has lived in Italy for over 10 years and who has written about this nation since 2005, I'd agree that a bloody revolution is not the answer to Italy's ills.
What Italy badly needs is a credible leader who believes in the country and Italy needs direction - it has none and is going round in ever decreasing circles.
This country has huge potential - but does not realise this, nor is it capable of realising its potential. Perhaps it's because Italians are too small minded.
Look at other nations - see what works and emulate it. Find out what does not work in Italy and make it work. It can be done - where there is a will, there is a way.
And to kick things off, Italians need to trust each other more and not try to rip each other off.
Forza, Italia! You can do it - if you want to...».
Giuliano, psichiatra e psicoterapeuta: «Splendido articolo dai tantissimi meriti:
- innanzitutto la volontà e la capacità di mettersi nei panni di una straniero, meglio se d'oltreoceano, e di guardare all'Italia senza tabù. Solo così è possibile quell'ipotetico raffronto con il Nord-Africa e con le sue rivoluzioni, raffronto che istintivamente ferisce la nostra vanità di europei.
- la riuscita sintesi di un ventennio di storia politica e sociale - e dunque anche massmediale - senza semplificazioni superficiali e/o forzature ideologiche. Certo manca il riferimento all'opera del principale partito di opposizione ma tale assenza è metafora dell'assenza di incisività della sinistra.
- capacità di differenziare gruppi e complesse dinamiche sociali ma di cogliere dietro le differenze quell'atmosfera diffusa di sfiducia in cui viviamo con la terribile quanto veritiera constatazione "And cynism leads to terror or to helplessness. We had terror in the past. Now we are experiencing helplessness".
- l'intuizione di una soluzione in un processo culturale di lunga durata in cui esperire insieme il nuovo, ri-raccontarsi (i traumi passati, i presenti timori, le speranze ma anche le paure future) in una sorta di collettiva terapia della parola, "talking cure" di gruppo, in cui lo spazio "terapeutico" di ripstto e dialogo è dato da nuove regole condivise.
- e soprattutto, quello che più ammiro, il coraggio di mostrare anzichè reprimere una personale contagiosa passione umana e civile senza la quale nessuno sviluppo, nessun rinnovamento culturale è possibile.
Grazie di cuore»
Marcello Barnaba, Sindro-me: «Man,
thank you for writing this. I share your ideas and your analysis, and I feel that we have to overcome the cultural barriers that separate ourselves and inhibit us to think that we're all on the same boat, with the same needs and issues, and by working together for a common goal we can accomplish everything we need.
It's a golden dream, but maybe it's not too far - as long as we keep pushing :).
Peace!»
Carlo Nardone, tecnologo: «Grande! Mi ricorda una considerazione di Umberto Eco riguardo alle domande che gli rivolgono i suoi amici stranieri sull'Italia.
Secondo me la chiave del "conundrum" e' come smuovere quel 55% medio non completamente illiterato e non ultraconnesso.
Attenzione a un paio di "were" che dovrebbero essere "where" e ancora complimenti per aver tratteggiato una perfetta storia dell'Italia recente per chi, nonostante tutto, ci vuole bene all'estero.»
2. Segnaliamo, discutiamo, connettiamo....
Da Twitter:
EthanZ Ethan Zuckerman
The possibility of an Italian revolution, from @lucadebiase, who explains why it hasn't happened yet: bit.ly/py90ID
madroot11 Matteo Radice
yes we need the change u talk about. We only need to learn again who we are as Italians picking up good things of our history.
cleliabrigitta brigitta
Acuta e interessante la tua analisi sull'assenza di ribellione in Italia. Concordo: è necessario un mutamento culturale.
LadyZivago Lady Živago
@newsfromitaly @lucadebiase if the people are not #aware, can not win any battle
newsfromitaly News from Italy
@LadyZivago Seems to be an absence of civil conscience in Italy, alas.
newsfromitaly News from Italy
@LadyZivago Seems to be an absence of civil conscience in Italy, alas. @lucadebiase
LadyZivago Lady Živago
@newsfromitaly @lucadebiase the problem is the #insane stubbornness to always be guided by someone. When the #civil conscience ?
newsfromitaly News from Italy
Many Italians are angry, very angry, but not rebellious bit.ly/oeJTi3 #Italy #comment @lucadebiase
alessiobau Alessio Baù
Su "The case for an Italian ribellion" di @lucadebiase e i desideri di noi giovani per l'Italia e per la rivoluzione goo.gl/AjC3F
eriklumer Erik Lumer
@lucadebiase great post! IMHO, Italians are lacking more than a shared vision. Also shared ethics and contemporary role models.
fedecherubini Federica Cherubini
@lucadebiase The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen. bit.ly/rouyYG
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MagriBellabarba Magrì Bellabarba
Tecnopassioni Daily is out! bit.ly/e1jG6O ▸ Top stories today via @lucadebiase
timetit Tiziana Metitieri
Helplessness. Shared vision. Rebellion. Italy. Mi torna in mente il bel post di @lucadebiase
clovisml Clóvis Montenegro
The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - @LucaDeBiase bit.ly/oewxG4
lucad1 luca dello iacovo
@lucadebiase ricordo bruce sterling a milano: disse che l'Italia era all'avanguardia nell'innovazione politica (risorgimento, fascismo, ecc)
2lifecast 2lifeCast
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tomcorsan tomcorsan
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baffino_ Gabriele Orsini
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26 Sep : while preparing a follow up in Italian to "the case for an Italian rebellion", further comments are very welcome.. blog.debiase.com/2011/09/the-ca...
bitforbit ronniescott
@lucadebiase la ribellione è generata dalla necessità di un cambiamento. Se succederà come in Grecia allora la ribellione sarà sicura
mecoio mecoio
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YOUrgent YoUrgent
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pescegiallo Luca
@lucadebiase l'unica rivoluzione possibile in Italia: popolo di Facebook vs quello di Twitter. (preferibilmente lun - ven 8:30 - 18:00)
jessima Jessima Timberlake
Mostly agree RT @lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...
lucasofri Luca
@lucadebiase perché in inglese?
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TheGouldingMan #1EllieGouldingFan
@lucadebiase pls follow me back! ellie goulding, music & fun tweets here!! xD thx, it means a lot to me #TEAMFOLLOWBACK #goulddigger
ruggerotonelli Ruggero Tonelli
The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. http://j.mp/pdI1a8 A worth-reading #Italian #politics #howto by @lucadebiase
mediatoro Mediatoro
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ProgettoRENA ProgettoRENA
the wind of change _ the case for an italian rebellion _ [ via @lucadebiase ] _ why it doesn't happen. and what... fb.me/1h0qG6FwD
negoziatore Gian Marco Boccanera
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piranology Alessandro Pirani
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Youstitia YouStitia
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev
fondazioneahref Fondazione ahref
"The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen" @lucadebiase http://ow.ly/6EeBN
timetit Tiziana Metitieri
Anche stavolta preferisco Nova con Arduino e @lucadebiase in prima (+ altro ben trattato su neuroscienze) al @24Domenica. Alla prossima!
lawrenceoluyede Lawrence Oluyede
@lucadebiase @alessiobau being in English and on a blog an interesting analysis like this one will be read only by those 10% you mention :-)
HopeTeamBurton Marco Speranza
blog.debiase.com/2011/09/the-ca... /via @lucadebiase
Francesca3176 Francesca Frigeri
molto interessante "@lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. - blog.debiase.com/2011/09/the-ca..." via @tigella
giulicast Giuliano Castigliego
RT @lucadebiase The case for an Italian rebellion. "Un profondo cambiamento culturale è il movimento tl.gd/da2e2k
dettoManzari Max detto Manzari
Interesting "@lucadebiase: The case for an Italian rebellion.Why it doesn't happen.And what could happen blog.debiase.com/2011/09/the-ca..."
gmboccanera Gian Marco Boccanera
RT @lucadebiase The case for an Italian #rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca... #ItalyRev
IdeaSqueezer Emanuele Capoano
@beppesevergnini @twitt_and_shout @francescocosta @lucadebiase @dissapore @Tatarella TUTTI I VINI ORMAI SANNO DI TAPPO? #colpadifiniecasini
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25 Sep : The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca...
glipari Giuseppe
@lucadebiase: Ci manca il futuro - goo.gl/juyjq e ci mancano i giovani
Paoloexe paolo eugeni
"@lucadebiase: The case for an Italian rebellion. Why it doesn't happen. And what could happen - blog.debiase.com/2011/09/the-ca..."
3. I giovani al centro della storia, per la loro presenza, per la loro assenza.
By y.l. on September 27, 2011 3:25 PM
ciao luca, mesi fa sul manifesto uscì questo pezzo:
http://www.micciacorta.it/home/naviga-tra-le-categorie/15-movimenti/3612-i-giovani-e-la-rivoluzione-.html?ml=2&mlt=yoo_phoenix&tmpl=component
è legato essenzialmente alla questione giovanile e con l'eco nelle orecchie dei movimenti spagnoli, ma fornisce buone indicazioni generali a mio avviso. poi il problema è sicuramente molto complesso e stratificato.
Alessio Bau, su SocialMilano
Da Facebook:
Francesco Rigatelli è la questione del momento secondo me. vediamo se all inizio delle università succede qualcosa
Tiziana Metitieri Difatti il silenzio degli studenti è inquietante.
4. Tra cinismo, discordie e preconcetti non se ne esce...
By sara on September 25, 2011 8:28 PM
Non sono d'accordo con l'analisi, che per molti aspetti non è chiaro da che presupposti parta (non è la democrazia sostanziale che abbiamo oggi il problema, ma la cultura democratica che non si è alimentata negli anni... e di questo bisogna tener conto quando si pensa al dopo possibile...), ma ritengo che le conclusioni siano corrette.
Purtroppo oggi mancano i laboratori capaci di costruire/pensare visione per il futuro, ed è questa la grande sofferenza e paura che, almeno io, vivo.
By Vronsky on September 25, 2011 8:45 PM
Foreigners (and Americans specifically) don't see the difference between Italy and Libya because very often they can't tell which is which when they look at the map. In less than two years we will have elections and there's no need of a blood bath in the meanwhile, as you say. However, I think that a vast, peaceful rebellion is rapidly spreading all around the Country. The popularity of the current government is as low as 26%, which means that even illiterate people who spend much time watching at tv are proving able to understand the situation. The rebellion is in every post against the current state of affairs, like this great one, is whenever serious and respectable professionals speak loud in face of our miserable governors, is in every 'no' that honest people say to compromises.
By Roberto on September 25, 2011 10:20 PM
I think that the world does not know very well the Italians!
Who does not know the historical reality of Italy, from 1968 to today can not understand! We have lived for decades in an "excess" of democracy: I mean, in any discussion, in the '70s and '80s, you had to put into question, put yourself constantly in crisis, not to overwhelm the others. A continuous search for what could be more intellectually right
There were a continuous research for the "cultural avant-garde"; to searche a way of being socially useful, and democratic. The trade union movements, the labor rights, were in first place in public discussions. The cultural factors were all in the first place, (for not to be "retreau"! This happened for 20 years and over in Italy, every day...... In these 20 years the prevailing culture was of course left, always and absolutely liberal and democratic left-wing, super-democratic. The expectations of the people were great huge, everyone was expecting major reforms, major changes in the system of government, both central and local levels. Here in Italy we have lived for 20 years as if we were in Berkeley
in the years '67-71! Just like Charlie Brown and friends, in the same way!
I myself was first, in this way,at the high school, at thecollege and when I was professiona! I experienced everything!
At some point (in the 90s) the the reality fell upon Italy!Tthe true economic reality has rained down Italy: there were no more fascists to fight! There were no more perfects men of the labor movement ! Power was also pleasing to the left ! Came to the government
Craxi's Socialists, the opportunists-calculated with the system of bribes to political parties (phase "Clean Hands" 1993-94). Since then, Italian, disappointed by all the political Left, that for 30 years had made promises, began to think only of themselves, only of their interests, their economic affairs ..................=> and here comes Berlusconi, that represents all these things, (we say " like cheese on maccheroini ")!!! . In practice, the Italian says:" If they do not care of nothing and of the people, thinking only of their power, why should not I do it myself?
Even today we live in this condition, which is why the Italians did not rebel anymore! Who taught them for 30 years, being incorruptible, and gave constant cultural-reformist-revolutionary messages, was detected only an opportunist. A whole political class has so much disappointed that the Italian thinks: "In the end it's better as an entrepreneur Berlusconi, who is is not at least double ! It 'done so, think about the women, success in power, as most of the people of the Western world" So is the "disappointment", the disillusionment and disappointment, only the explanation of the behavior of Italian peolple; that's because they are tired of rebelling and they do not care to change this government! Very simple.
By Lampo on September 26, 2011 12:19 AM
Sì, Roberto, poi mi spieghi quando sono stati i 30 anni in cui la sinistra ha fatto promesse ma non ha voluto mantenerle. Forse al governo c'era qualcun altro? Forse nella situazione politica la generale arretratezza culturale, causata anche dalle strutture cattoliche, ha avuto un qualche peso?
La rivolta in Italia non è possibile perché siamo un popolo di pigri invidiosi. Finché c'è da stare dietro ad un monitor siam tutti bravi, ma quando si tratta di fare anche solo le manifestazioni pacifiche ci si ritrova in pochissimi. Figuriamoci cosa succederebbe durante una "ribellione"...
By Barbara Barbieri on September 26, 2011 4:25 AM
I don't agree with this analysis.Firstly because it's centred only on media and I think that focus our attention over the media it was the greatest political mistake in the last twenty years. Moreover in this article nothing has been said about opposition political organisations such as PD and their absence, or better their lack of strenght during these years, gave a great contribute to make vague democracy balance in Italy. I think that opposition parties powerless action gave during these years an extraordinary possibility of growth to the judiciary power and this lack of balance between state powers is the real problem for italian democracy
By Franco on September 26, 2011 7:20 AM
See, dear readers?
The comments in this post explain very well why Italy is in a mess. We are divided.
Everyone in the country knows that if we keep on voting Berlusconi we are fucked. But voting something else would be like acknowledging a cultural defeat for some people. It's like switching football team. A big no,no. No Italian supporter will move from a team to another. At maximum we will just avoid going to the stadium, but supporting another team is not at option, you stick to your team all the way down to the silliest league. We just LOVE to be divided. Burn, Italy, burn!
By Maurizio on September 26, 2011 11:29 AM
Splendido articolo. Davvero complimenti per la lucidissima analisi.
By Canablach on September 26, 2011 2:05 PM
Bel testo, analisi appassionata.
Drammaticamente mi riporta alla mente una discussione di classe, scandalo Lockheed, 1975: la conclusione di alcuni studenti, allora sedicenni, fu che quell'Italia non era democraticamente riformabile.
Quest'Italia? Sono passati più di 30 anni e il paese non sa (mai saputo) distinguere tra melodramma e tragedia.
Un appunto, su una "dinamica" non considerata nell'analisi: il paese è vecchio. Ogni politica, ogni azione, ogni forza al potere, mira a non scontentare una maggioranza, sempre più larga, di anacronistici vecchi.
Old men hate revolutions and want no news.
By Sissi on September 26, 2011 3:54 PM
It's not a matter of right and left. It's the all Italian politics which sucks. And Italians, at least those 55% of them, are totally tired of its caste. I share the analysis and the ideas of this post. And hope we'll find a new creative (arn't we creative?), peaceful but effective way to generate a new one of a kind revolution.
By Francesco on September 26, 2011 3:54 PM
I can't agree with this.The only rebellion italian people have to do is not against politics, but against themselves. Against their own spoiled culture.Unfortunately the 70s and 80s governaments,help by unions have created a certain mentality among people, especially in southern Italy,but not only. According to this mentality we all think that a certain standard of wealth is adequate to our nation.We think having one of the best(and most expansive)health systems of the world,having a welfare comparable to other rich european nations,having all a job which doesn't require working more then 35 hours per week,having a pension for 60 years old people,having cheap public transportation services(cheap trains for instance) is MANDATORY in Italy,it is our own divine right to get all of those things. But do we really deserve being treated that good?Have we italians ever asked ourselves this easy question?
There are nation where those things are not even coceived,and I m not talking about third world countries.We should just understand that we have all lived furher beyond our possibilities and that its time to change this mentality, and to understand that nobody in europe,even nation with far stronger economies than our, have the privileges that we have.I wouldn't say this is just a politics related problem,whereas I d say a cultural related one.
Cheers.
By Canablach on September 26, 2011 4:54 PM
@Francesco It just shows how great this place could be. We sustained these privileges; and might as well have done so in the future, had we not forfeited our wealth in order to keep up the boon
of some parasitic groups.
By Marco on September 26, 2011 6:35 PM
Womderfull, gentlemen, See you on the mountains. Don't forget to carry rifles and ammo. And, no, iPhones aren't useful up there, battling the obscure forces of tiranny. What ? Everyone has another affair downtown ? Ah, the meeting of the LastDaysOfItaly Club... Understand. See you another time. Bye.
By Marco on September 27, 2011 12:04 AM
"A 35% of Italians are... functionally illiterate [who] only rely on television for news."
I'm not 100% sure that the percentage of functionally illiterate Italians is that high. I agree that is not far from that figure, and in any case, even if it were 10% it would still be untolerably high. However, I wanted to point out that, while this is true:
"[Many Italians] sort of live in a TV fiction, which is created by the very power source of the present political leadership. When they vote, they vote accordingly"
it would be a very big mistake to assume that all the Italians who "live in a TV fiction" and base their political decisions on it, eventually vote for the "present political leadership", at least if by leadership you mean "the leadership that constitutes the current cabinet". There are plenty of Italians who vote for the current opposition, or don't vote at all, who only get their "facts" from mainstream TV.
By sgramtius on September 27, 2011 7:31 AM
da dove si comincia?
By Marco on September 27, 2011 11:52 AM
Smettendola di pensare, dire, agire, come se gli italiani fossero sempre gli altri
By romualdo on September 28, 2011 2:55 PM
Signori capisco la vostra preoccupazione e la condivido.
Tuttavia ritengo che i commenti esteri siano corretti evidenziando una naturale mancanza di pianificazione e coesione degli Italiani.
Prendere il potere politico a livello nazionale, è solo una questione di numeri ed un buon piano di Marketing, come sa perfettamente il nostro attuale presidente del Consiglio.
Invece cambiare l'attuale sistema Italia è ben più complesso in quanto prevede una presa di coscienza di ciò che siamo e di dove vogliamo andare.
Se questa presa di coscienza non parte dal dibattito culturale che i giornalisti possono avviare.... come faremo mai a crescere come coscienza collettiva.
Grazie Luca per aver lanciato il sasso nello stagno ;))
Da Google+:




La progenie italiana poi, così votata all'inerzia sarà la prima vittima sacrificale.


Obiettivamente bsogna riconoscere che l'Italia , rispetto agli altri paesi europei, ha fatto negli ultimi 20 anni dei notevoli passi indietro sulla strada della democrazia.







5. E ora?
By Maurizio on September 28, 2011 3:22 AM
Credo che la chiave di lettura migliore sia che, se pur a passi incerti, stiamo andando verso una nuova consapevolezza globale. Che nasce soprattutto nelle giovani generazioni che interagiscono su internet, si informano e capiscono che ci vuole una nuova idea di sviluppo.
Sarebbe bello che l'Italia fosse capace di anticipare questo cambiamento ed esserne il motore. Ci riscatterebbe da 15 anni di Berlusconismo e di incompetenti al governo.
Ho 31 anni, due lauree, e so quello che dico. Molti di noi sanno tutte le cose che non vanno in Italia e tutte le cose che dovrebbero essere fatte. Non mancano le risorse, le capacità umane, le competenze nelle nuove generazioni, che spesso capiscono meglio e prima di questa classe politica ormai obsoleta.
E' evidente come il Paese sia ormai in caduta libera, guidato da una banda di INCOMPETENTI nel senso letterale del termine, a destra e a sinistra (se una tale divisione ormai ha ancora senso), e come l'inazione sia ormai intollerabile.
Io dico che bisogna affrontare la cosa come un problema e cercare una soluzione efficace per risolverlo. Che funzioni e che sia realistica. Prima che sia troppo tardi
Allora cosa vogliamo fare?
Una rivoluzione violenta è assolutamente non percorribile e fuori discussione. Ma questa gente, questi incompetenti (quando non criminali) che pretendono di guidare un paese, non se ne andrà mai da sola. Quindi?
Io dico che è arrivato il momento di agire. Come? Muovendosi in 2 opposte direzioni:
1) Usando La rete come collettore. Far convergere su un unico sito/progetto tutte le idee di sviluppo/operazioni nei vari ambiti, selezionando le migliori e usandole come piattaforma programmatica per un "partito del web". Un soggetto politicamente neutro ma, con strumenti politici e democratici, totalmente trasparenti permetta la presentazione di idee e candidature alle prossime elezioni.
2) Organizzando con una manifestazione unica e prolungata, sulla base di quelle degli indignados, che costringa l'attuale governo alle dimissioni.
Beh. Le idee non mancano. Spero che questo commento avrà tanti reply. E' tempo di muoverci: per i nostri figli e tutti quelli che verranno dopo di noi. Credo che la nostra sfida, come generazione, sia quella di lasciare un paese migliore di quello che abbiamo trovato e in questo tempo dove tutto sembra scuro, abbiamo le capacità e le possiblità (anche se ancora non lo crediamo possibile) di farlo. I referendum c'è lo hanno dimostrato. Questa generazione può farlo. Adesso andiamo a convincere i nostri vecchi che siamo più bravi di loro:)
Il tema della visione come premessa di una rivoluzione: con l'obiettivo della ricostruzione
Gli italiani non sembrano per ora volersi aggregare intorno a una ribellione anche perché non ne vedono lo scopo.
Questo è probabilmente il punto. Perché non è chiaro lo scopo?
In primo luogo lo stato di prostrazione mentale in cui viviamo non aiuta. Una popolazione divisa, che ha visto per trent'anni una continua demolizione di certezze, vive in un paese che sembra in un "dopoguerra culturale". I "barbari" - per dirla alla Baricco - che hanno preso il potere negli ultimi due decenni hanno lavorato costantemente per distruggere le istituzioni senza arrivare a ricostruire nulla. Anzi, dimostrando un certo disinteresse per la ricostruzione. La Banca d'Italia, la magistratura, persino la Corte costituzionale e la Presidenza della Repubblica sono state attaccate. Alcuni nuovi potenti hanno preso in giro la bandiera italiana e invocato la secessione di alcune regioni, avvalorando l'idea di una disunione d'Italia. Gli italiani hanno visto i nuovi potenti alle prese con la demolizione sistematica di ogni comportamento istituzionalmente corretto. Non hanno visto la costruzione di nulla.
Non stupisce che se la ribellione viene percepita come ulteriore distruzione essa non appare come un'ipotesi attraente.
In realtà, ci sarebbe bisogno di costruzione. Come nel Dopoguerra. Purtroppo le macerie di sessant'anni fa erano ben visibili e la fame le rendeva ancora più visibili. Mentre le macerie culturali attuali e la fame di visioni nuove non è visibile. E gli italiani non sanno se e in che misura questo tipo di analisi ed esigenza sono condivise.
Di certo, possiamo dire che la visione non c'è. Che nessuno offre una prospettiva chiara. Un'agenda che aiuti i giovani e gli altri italiani a definire un percorso d'azione che abbia una qualche prevedibile conseguenza positiva. Ci si rinchiude nell'arrangiarsi e nel salvarsi personalmente. Ma la nostalgia di un progetto comune emerge ogni volta che si presenta anche una minima occasione: lo si è visto nelle celebrazioni per l'unità d'Italia che certamente hanno trovato un consenso e un'attenzione superiore alle aspettative. (E non per nulla sono state vagamente boicottate da molti rappresentanti delll'attuale maggioranza).
Una società fatta di tante minoranze non è per questo una società che non ha bisogno di unirsi.
Infatti, questo bisogno è sfruttato dai potenti che lo sottolineano indirizzando l'attenzione solo verso il breve termine: sia quando sono fondate come la questione della crisi finanziaria, sia quando sono infondate come la questione della criminalità. Ma di sole urgenze si muore dal punto di vista progettuale.
Le componenti aggreganti che possono dare forza a un movimento culturale ricostruttivo vanno ancora definite.
Attualmente, sulla scorta delle urgenze, si configurano alcune richieste emergenti che però non sono ancora un'agenda di lungo termine, anche se secondo qualche sondaggio appaiono maggioritarie, come:
1. Cambiare il capo del governo (la sua popolarità è scesa al 25% dunque la maggiornaza è contro di lui)
2. Affrontare la crisi con misure che oltre a ridurre il debito alimentino la crescita (richiesta un po' più difficile da comprendere per tutti ma enorme e montante)
3. Ripulire la classe politica da corruzione e privilegi (difficile trovare una richiesta più ripetuta)
Ma le urgenze non sono sufficienti. Una lista di priorità, della quale purtroppo nessuno conosce la popolarità (non si sa se sono maggioritarie), per ottenere un recupero di democrazia è comunque spesso (non abbastanza) dichiarata:
1. Ristabilire una legge elettorale che consenta ai cittadini di votare i loro rappresentanti e non solo i partiti
2. Sciogliere il conflitto di interessi fondamentale, quello che consente a un concessionario televisivo di fare il capo del governo e controllare la stragrande maggiornanza delle organizzazioni pubbliche e private che producono informazione e programmi televisivi
3. Rilanciare la crescita e la diffusione della banda larga e di internet in tutto il territorio nazionale come premessa di un'ulteriore crescita delle alternative mediatiche.
Il problema è che tutto questo non sembra poter contare su appigli operativi e pratici. A chi ci si rivolge per ottenere queste cose in un contesto nel quale il governo resta saldamente in mano a una maggioranza che pur avendo perduto una sua componente fondamentale è riuscito a rinsaldarsi acquisendo parlamentari eletti dall'opposizione con metodi molto discussi?
L'urgenza è urgente. E occorre far fronte. Chi se ne occupa ha grandi meriti. Ma la popolazione ha bisogno anche di poter pensare al dopo.
Quando fatalmente il sistema di potere attuale cadrà, che cosa ci sarà? Altri approfittatori o persone eticamente più sane e culturalmente più capaci di amministrare? Non dipende dalla soluzione delle urgenze. Dipende dalla crescita di un movimento culturale che aiuti i cittadini - a partire da chi scrive queste righe - a capire la differenza tra quello che è importante e quello che è soltanto interessante.
Le decisioni possono essere classificate per la loro urgenza e importanza. Si sa che le questioni "urgenti e importanti" vanno affrontate subito, certamente prima delle questioni "non urgenti e non importanti". Ma come si sceglie nella lista di priorità tra le questioni "urgenti e non importanti" e le questioni "importanti e non urgenti"? Come si fa vincere la priorità di ciò che è importante?
Il movimento culturale che riconquista ai cittadini la capacità di distinguere ciò che è importante ha un compito fondamentale. È una sorta di nuovo illuminismo che aumenti lo spazio del ragionamento nel dibattito (contro il metodo ideologico che prevale attualmente): l'illuminismo ha preceduto le rivoluzioni americana e francese. È una sorta di nuovo empirismo che aumenti lo spazio dei fatti sui quali tutti concordano prima di prendere decisioni (contro la distruzione sistematica dei fatti e della credibilità delle fonti di analisi che prevale attualmente): l'empirismo ha reso possibile la rivoluzione scientifica e quella industriale. È un pensiero nuovo, oltre il modernismo delle grandi narrazioni tradizionali e oltre il postmodernismo nell'ipersperimentazione: la costruzione di una nuova socialità ha bisogno di un terreno culturale fondato su un metodo e valori comuni. Il patrimonio culturale di un popolo è un bene comune che non può essere inquinato e distrutto senza tutti ci perdano in modo drammatico.
Questo non è un concetto astratto, ma concreto. Perché indica dove andare a cercare gli appigli operativi per passare all'azione.
Si scopre, pensando in questo modo, che i mondi del breve termine e della manipolazione delle idee - la politica iperelettoralizzata, la finanza spersonalizzata, le narrazioni mediatiche autoreferenziali - non sono luoghi nei quali i giovani e i cittadini che cercano risposte possono trovare una prospettiva capace di aiutarli a decidere a che cosa dedicare la propria vita.
I mondi che possono fare movimento culturale sono quelli orientati al lungo termine o almeno un po' meno bloccati dal breve. Ricostruire associazionismo, lanciare progetti di media sociali e civili, fare volontariato, studiare e fare ricerca, leggere e comunicare con un metodo condiviso quello che si impara, dedicarsi all'ambiente, alle relazioni sociali, ai beni culturali, alla formazione, allo scambio internazionale di idee ed esperienze, sono dimensioni della vita nelle quali quello che si fa ha una valenza di ricostruzione culturale. Da quei mondi emergono comportamenti più civili e pensieri più costruttivi. Che cosa possiamo fare per aiutarli a emergere, a trovare più mezzi, a crescere nell'attenzione della società, a dare conforto ai giovani e ai cittadini che non ne possono più di sentirsti spaesati e soli di fronte a un futuro che vorrebbero costruire ma non sanno come?
Questo è il tema. Non stiamo parlando di limitarci a "pensare". Stiamo parlando di "fare" cose che alimentino il "pensiero", generando contemporaneamente pratiche e soluzioni di vita. Le autorità morali e culturali che emergeranno sono biografie sensate e capaci di dare senso. Le persone le riconosceranno. E su queste pratiche, forse, si potranno sviluppare anche azioni di lotta non-violenta, le uniche che possono avere un senso pratico e un consenso vero da parte di una popolazione che non vuole più distruzione. Vuole costuire il suo paese.
Questo è quello che possono fare, subito, le persone che non vogliono più immedesimarsi passivamente nelle storie degli altri: vogliono scrivere la propria storia. Imho.
La domanda può stupire, qualcuno. Certo, i motivi di ribellione non mancherebbero - gli scandali, la mancanza di decisioni adeguate a rispondere alla crisi finanziaria, l'immagine degli italiani in crollo - e del resto è più facile formularla all'estero, perché la visione dall'estero della situazione italiana tende a semplificare.
Il testo è scritto in inglese (con molti difetti espressivi e grammaticali, purtroppo, dovuti alle mie limitate capacità) perché era rivolto a quelle persone e alla loro domanda. Probabilmente chi avrà la pazienza di leggerlo scoprirà che non vi si sostiene niente di violento. Di certo, non è il suo scopo: non stiamo parlando di vetrine rotte e altre assurdità. Stiamo parlando di un'opzione politica: se il sistema politico non riesce a rinnovarsi, i cittadini possono fare qualcosa di più che non sia semplicemente aspettare le prossime elezioni? E che cosa potrebbe interessare ai cittadini italiani che apparentemente stanno coltivando una sorda rabbia e una forte preoccupazione - entrambe in genere non partisan - ma non sembrano ancora orientati a esprimersi in modo vagamente organizzato intorno a questi sentimenti? Nel post si parla dell'esperienza, orribile, degli italiani con il terrorismo e della loro attuale apparente passività. Si ammette che gli italiani non resteranno necessariamente passivi. Ma si presuppone che sentano il bisogno di qualcosa di più profondo che di una fiammata rivoltosa. Una visione, una maturazione e modernizzazione culturale, una ricostruzione: non una ribellione distruttiva, ma casomai una rivoluzione costruttiva, preceduta da un salto di qualità culturale.
Si tratta di dare contemporaneamente un segno di rinnovamento e di civiltà.
Il caso dei referendum, vinti grazie anche alla comunicazione online e nonostante il generale silenzio della televisione, ha dimostrato che qualcosa sta cambiando. Ma ancora non stiamo riuscendo a dare un nome a quel cambiamento e a costruire un'agenda dei cittadini intorno a quel cambiamento.
La discussione sorta intorno a quel post è stata varia e appassionata. I commenti al post e le reazioni su Google+, Facebook, Twitter, sono stati piuttosto importanti. Ma per arrivare a un nuovo post, questa volta non rivolto all'estero ma all'Italia, occorre ancora una fase di riflessione. Spero che altri consigli e punti di vista arrivino per poterne tener conto. Comunque tornerò presto sull'argomento se avvertirò la possibilità di dare un contributo costruttivo.
La domanda, latente, rimane: perché gli italiani non si ribellano? Stiamo vivendo una storia importante. La stiamo anche scrivendo?
My contribution, it seems, has helped them to open their views in a weird way: they needed, it seems, to get over the cutting edge problems that they face in their day to day life, and to go back to where part of the rest of the world is, or where at least Italy is: somewhere in the past.
Why should such a contribution be in any way interesting? History is done by leading, innovative contexts, such as the MediaLab, but it is also done by the laggards. Italy, as I have been saying, is a laboratory of how some media decisions can go very wrong. But there is hope and, most important, responsibility to be taken.
Two messages in one: where traditional television is still very important, the social and civic media space is even more strategic. In a place such as Italy, civic media is fundamental to generate a more equilibrated media landscape. And the year 2011 will be remembered because: 1. for the first time, internet users in Italy were more than 50% of the population; 2. three national and very important referenda were won by those that campaigned online, while television was almost completely silent (id.e. adverse) about the matter.
Hope should be linked to responsibility.
The MediaLab folks showed a fantastic knowledge of what Italians have been able to contribute in terms of politically innovative usages of the media, from Antonio Gramsci to the "radio libere" movement and to Beppe Grillo's blog. But I have also stressed that those wonderful examples were also "minoritarian by design". And I sort of proposed to find some more responsible ideas, in terms of possibilities to involve a more substantial part of the population or even the majority. Civic and social media are not condemned to stay minoritarian. They are made for everybody. But what do we need to get there?
I proposed a very simple - maybe naif - approach:
1. the television age has grown illiteracy, but we need to reduce funcional and digital illiteracy to make the most of civic media;
2. following Ethan, the media space is more like an ecosystem than an industry, and the positive relationship that can be developed between professional newspapers and citizens contributing to information is going to be instrumental to the success of the whole innovative process that we are facing and living;
3. the civic media space needs a sort of practical "epistemology of information", some sort of common methodology to enlarge the space of agreement about some shared and sharable knowledge; a sort of balkanization of the civic media space would make it weaker in comparison with old-traditional-powerful media (and the danger is real).
Ahref, with Timu, is trying to propose such an approach. We will see how it is received. It is a simple approach. But just telling everybody that you follow some simple methodological principles when you generate and share information, could make a difference. A more transparent behavioural code could be embedded in a platform code to create incentives that could help grow a common space of information.
But we also added, during the discussion at the MediaLab, that participation will not be motivated by that sort of common methological pattern. It is much more likely that participation comes if there is something cool, or important, or revolutionary to do.
New formats, new initiatives, new editorial presentations for civic media project are as much important as the methodology: they motivate people, they make their ideas more noticed, they make big media more interested in reporting, they are more fun. The common methodological grownd is good for a long term objective. Formats are good for taking action.
The MediaLab folks asked me what's new in Italy about this matter. They were impressed by the lack of protests and revolutionary movements in Italy at the moment. I don't know why that happens, but it is clear that what Italians see as "cultural innovation", today, is more about finding a common space for knowledge. A common sense of what is the important information that we can share and from which we can build something new would be a revolution, for Italians: any antagonist action, while damned to lose, has also become part of the distraction strategy that has been created by the powerful media of the present.
These are some examples of what's interesting in Italy now. We can share them here as well. But it is a work in progress.
Now, how are Italians developing on that opportunity? I asked friends online to share some of the best examples they knew about civic media in Italy (thanks to all of them!!!). Here are some examples:
- shoot4change
photography as social change tool
- critical city
creative ideas about getting together in town for learning and having fun
- suedstern
german speaking community in the North developing its culture and social impact
- kapipal
crowdfunding
- percorsi emotivi
tell stories about emotions that you link to places in Bologna
- blog sarzano (e altri quartieri genova)
bottom up social service design
- openpolis
adopting a politician to record all her/his decisions and movements
- procivibus (kublai)
civil protection withe the help of citizens
- Continuum innovation
a platform to organize discussions while drinking something together
- Rollsquare
where places are better accessible to everybody
- Decoro urbano
citizens share information about the quality of urban services
- Progetto e21
information and quality discussion about local administrative decisions
- Km01
linking green economy and digital agenda (slides)
- Raeeporter
informing to help the environment
- Milano abbandonata
where are wasted spaces in Milan
- Cleanap
clean the city
Ethan Zuckerman, head of the Mit Center for Civic Media, invited me to share some experiences about civic media and professional media in Italy. Here I took some notes before the speech. Here is a sort of live wiki taken during the meeting.
I must confess that I was really flattered but I was also quite worried, because I didn't think that Italy could be such an interesting subject at the MediaLab...
How did I sort out of that? With a set of questions in two steps:
First step - I sort of forced myself to think what I could say after a title like the following:
Why the Italian civic media landscape matters to you? I mean: why the Italian civic media should be a subject of interest for you, people, who don't leave in Italy?
Second step - I thought about some questions that I would really like to ask someone who is so lucky to be doing a research at the Mit Center for Civic Media.
At the end I came out with a compromise.
Yes, I know: I could entertain some people by talking about our bizarre media system, with a strange tycoon acting as political leader. But I must admit that it is such a sad subject... A much happier subject is the possible interpretation of the civic media space as a possible reaction to the same situation that made that kind of political leader possible. So maybe I should be asking both global and local questions.
I thought that some questions are global (and quite complicated): is it possible to think an epistemology of the news that emerge in the civic media context? What kind of incentives are leading the use of social media platforms? What does it mean to change that "social media" into a "civic media"? Is it true that civic media initiatives can grow their importance only by growing their ability to be both creative in format and reliable in content? Is there any kind of common methodology that can be developed to improve the efficiency of civic media initiatives?
Those are questions that are useful in Italy, too. But, to apply to Italy, they should be sort of simplified. Italy has an important percentage of functional illiterates and digital illiterates, while it is investing less and less in public education. But education in digital media is always some sort of learnig by doing. Thus, civic media initiatives in Italy could be both important to achieve their results and to spread a sort of general incentive to media literacy.
That said, here are some short ideas.
Italy matters for the media studies because it is a laboratory for testing lots of hypothesis about the consequences of some crucial decisions that shape media structures.
In particular, the Italian media landscape is a lab for testing many ideas that we share about the emergence of a new media landscape, while being an historical example of a rich set of mistakes that other countries still can avoid. On the other hand, Italy needs more than others a new media landscape, thus it may be getting some interesting thoughts about the "civic" in "civic media".
Italy is not well known for innovation. But it has invented the first law that allows one man to personally own three national television chains out of seven; and has forgot to include a norm stating at least that he should not try and become prime minister. That was a mistake, because now as premier he is owning his three channels and three more through the state controlled public broadcaster. Thus, political action in Italy is more about his agenda than the country's agenda.
Since 30 years, Italy has entered the Thatcher-Reagan age. By watching Dallas in tv. It was a shock for a catholic country to see a bad guy loaded with money and power to become a popular hero. People called their children Jayar and Sue Ellen. Tons of tabus were demolished. Since then, television became a central part of Italian life. And influenced policy making maybe even more than in other countries.
There are some consequences:
1. growing percentage of functional illiterate
2. diminishing social activities
3. paranoid political agenda
4. diminishing investment in public shools
5. growing importance of social media as a balancing force to a weird media situation.
Referendums in 2011 demonstrated that the social media world can influence an important political decision more than television.
Now, how are Italians developing on that opportunity? I asked friends online to share some of the best examples they knew about civic media in Italy. Here are some examples:
- shoot4change
photography as social change tool
- critical city
creative ideas about getting together in town for learning and having fun
- suedstern
german speaking community in the North developing its culture and social impact
- kapipal
crowdfunding
- percorsi emotivi
tell stories about emotions that you link to places in Bologna
- blog sarzano (e altri quartieri genova)
bottom up social service design
- openpolis
adopting a politician to record all her/his decisions and movements
- procivibus (kublai)
civil protection withe the help of citizens
- Continuum innovation
a platform to organize discussions while drinking something together
- Rollsquare
where places are better accessible to everybody
- Decoro urbano
citizens share information about the quality of urban services
The new media landscape is a set of hypothesis:
1. the top-down, television based, industrial age, mediasphere is to be balanced by a new bottom-up, internet based, knowledge age, social media ecosystem: sharing and creating ideas and information is as important as learning in the knowledge age; it is the foundation for the energy and the freedom needed to innovate.
2. globalization is the competition between territories which can only win if they find their own special meaning in the global arena; this special meaning starts from their cultural history and is developed by investing in education and media, to end up issuing products, services and ideas that have a perceived value in the world.
3. the new social media ecosystem is very new and has not developed its own conscious epistemology; which means that the social network can risk a possible balkanization in the sense that everybody can be tempted to stick with the people that shares not only information but also values and political ideas, thus weakening the differences that make a cultural context less generative.
The social media context is innovative for its capability to energize the media system with the views and the values of people other than those that are professionally dedicated to the industry of content and those that have a top-down political agenda. But how can this contribution to knowledge and freedom become more important in terms of credibility, ability to influence the political agenda, quality of information that it generates? Incentives are different and competitive rules, personal roles are not the same. Is there anything that we can do to improve the system and the life of people at the same time?
Timu, by Fondazione Ahref, is a sort of platform that should help citizens who want to contribute with quality information. It does so by proposing social information games and learning opportunities, while asking to disclose the sort of methodology that citizens use to research and publish their information.
These where just some notes, for those that want to find the links at what was quoted during my short presentation at the Mit Center for Civic Media.
Chi ha visto esempi analoghi potrebbe segnalarli. Perché per fare innovazione sui media sociali occorrono anche nuovi format.
Di che si tratta?
I media sociali sono una grande occasione di rinnovamento del modo di informarsi e fare informazione. E il bello dei media sociali è che a loro volta non cessano di rinnovarsi. Fanno venire voglia di contribuire, magari di partecipare al processo dell'innovazione. Fanno venire in mente: "posso farlo anch'io?". Di solito la risposta è "sì".
Prima di tutto, sono le persone che li usano a creare le maggiori novità. Anche in Italia. La vicenda dei recenti referendum ha dimostrato che la rete riesce a informare e contare molto nel panorame dell'informazione: il quorum è stato raggiunto per il grande lavoro che è stato fatto da tantissime persone in rete, con l'appoggio di alcuni importanti giornali, ma non certo per l'informazione proposta dalla televisione.
In secondo luogo, il rinnovamento viene dalle piattaforme. Che a loro volta non cessano di innovare. Se ne dibatte spesso. E ce n'è bisogno. Perché si possono usare un po' meglio se si comprende come funzionano. E perché ci sono un sacco di cose che si possono migliorare.
Si parla molto di privacy, di modelli di business, di strategie delle grandi aziende e di opportunità per le piccole aziende o per i professionisti. C'è un tema che resta meno discusso di altri: gli incentivi impliciti nelle piattaforme.
Le piattaforme, proprio per come sono disegnate, contengono un insieme di incentivi, cioè favoriscono certi comportamenti piuttosto che altri. Si direbbe che, per esempio, Wikipedia sia disegnata in modo da favorire la collaborazione alla realizzazione di un progetto comune; mentre, per esempio, Facebook sia disegnata in modo da favorire l'incontro e il riconoscimento tra le singole persone, sottolineando i loro progetti e le loro curiosità personali più che un progetto comune. Quora e Ted Conversations sono disegnate in modo da favorire comportamenti seri e collaborativi, anche se non dichiarano un progetto specifico come quello di Wikipedia. Twitter sembra soprattutto orientata (e orientante) allo scambio di link di attualità, anche se non è certo solo questo.
Questi incentivi impliciti nel loro design funzionano anche quando le piattaforme sono usate per fare informazione. Il che ha delle conseguenze. Il metodo Wikipedia non ha funzionato tantissimo per l'attualità. Facebook ha un grandissimo impatto sul traffico dei giornali online, ma non sembra orientata a fare emergere un'agenda comune: piuttosto sembra favorire la moltiplicazione delle proposte di agenda. O sbaglio? Twitter va veloce e sembra fantastica per l'immediatezza dei messaggi, ma ovviamente non è fatta per gli approfondimenti che richiedono spazio e tempo: di solito ci si trova la novità ma poi si va a cercare di capire di più sui siti e i blog di informazione.
Molti temono che nella fretta delle attività che si svolgono sui social network si perda di vista la distinzione tra ciò che è informazione e ciò che è comunicazione. E soprattutto che si tenda a stare nei luoghi della rete più facilmente comprensibili, nei quali le persone la pensano in modo omogeneo. E che quindi si formino gruppi di interessi separati. Qualche volta persino ideologicamente separati. Ovviamente ciascuno può interpretare l'opportunità della rete come vuole e secondo le sue sensibilità. Ma sarebbe un'occasione sprecata non tentare di costruire qualcosa che invece incentivi a incontrare le altre persone e a collaborare con loro non in base agli interessi e alle ideologie ma a piccoli o grandi progetti di informazione da mettere in comune per obiettivi civili.
La rete è nata da un insieme di culture orientate alla collaborazione. Si sa che i militari l'hanno finanziata all'inizio, ma si sa anche che le prime applicazioni vere sono state portate avanti dagli scienziati. E gli scienziati partono - quasi sempre - da quella meravigliosa cultura della condivisione, da quell'idea che la ricerca vada avanti correttamente e creativamente solo se ci si scambiano i risultati degli esperimenti, solo se ci si critica in base a un metodo comune. Senza farne una questione personale, perché in fondo si lavora - si dovrebbe lavorare - per l'avanzamento della conoscenza di tutti.
Alla cultura degli scienziati si è unita fin dalle origini della rete la cultura degli hacker orientati a comprendere e innovare le macchine in modo da favorire la collaborazione e lo scambio di risorse. Inoltre, in quella cultura si è sviluppato il valore di "fare qualcosa" senza subire passivamente l'andazzo generale. Infine, la pratica del lavoro nell'open source è riuscita a far crescere un insieme di tecniche per il miglioramento della qualità complessiva dei prodotti che emergevano dalla collaborazione.
Gli economisti dei beni comuni, i giuristi dei creative commons, hanno poi aggiunto consapevolezza sulle forme con le quali il diritto d'autore e le altre nozioni collegate alla produzioni di contenuti possono essere orientate verso la collaborazione.
Quelle culture originarie hanno influenzato molto anche i modi con i quali gli utenti hanno lavorato all'informazione. I blogger hanno imparato subito a citarsi vicendevolmente per riconoscere il lavoro fatto dagli altri, in nome della crescita dell'informazione di tutti.
Certo, l'impetuosa crescita dell'uso della rete, ha qualche volta messo in secondo piano queste istanze, a favore di altre finalità perfettamente legittime: il successo commeciale, la notorietà, la promozione di movimenti, l'aggregazione di comunità di interessi, e così via. Di certo, non è passato di moda il senso della collaborazione, ma vale la pena, ogni tanto di ribadirlo.
La collaborazione nella produzione di informazione si può basare soltanto su un metodo condiviso. E anche questo metodo va ogni tanto ribadito. Soprattutto nell'ambito dei civic media usati dai cittadini.
Non occorre molto, probabilmente. Il metodo che distingue l'informazione dalla comunicazione generica, in fondo, può avere una formulazione relativamente semplice: chi vuole che la sua informazione serva con una certa qualità verificabile in nome della collaborazione tenta di solito di produrla con accuratezza, indipendenza, imparzialità e legalità.
Perché non dichiararlo esplicitamente? Per farlo si può anche pubblicare un'icona tipo quella che si trova anche in questo blog in basso a sinistra, vicino all'icona di Creative Commons. È una delle possibilità che si aprono usando Timu. Che è una beta. E ha bisogno di feedback. (L'icona stessa è in elaborazione...).
Il 15 settembre ne parlo al MediaLab con il gruppo Civic Media col magico Ethan Zuckerman. Spero di andarci con un bagaglio di esperienza, reazioni, consigli...
Ma il digitale, in particolare nella vesione tablet, sembra un'occasione per ridefinire la filiera della sperimentazione e dello sviluppo dei nuovi percorsi fumettari.
È uno degli spunti che si trovano sulla Vita Nòva. Che contiene anche un gioco di collaborazione creativa: storie mute da riempire online. Si sperimentano le tecnologie, provando il modo di generare senso. Chissà se piacerà.
Il libro si rivela un percorso di suggestioni sui media che si trasformano, un po' difficile da apprezzare senza condividere una profonda empatia per chi vive il mondo raccontato nella prospettiva costruita dai media, subendoli o partecipando. Mi rendo conto che questo è un difetto. Quasi.
E quindi grazie a chi ha la pazienza di leggerlo.
Probabilmente il web ha aumentato il peso, accelerato l'evoluzione e concentrato il dibattito sul lato collettivo delle dinamiche sociali. Il che è avvenuto nell'ambito di una quantità di fenomeni storicamente coerenti: dalla moltiplicazione degli umani sulla Terra alla globalizzazione della loro organizzazione economica, la storia si è incaricata di rendere sempre più necessario un insieme di strumenti per il coordinamento tra le persone.
La nozione di intelligenza collettiva è in fondo un'ipotesi difficilmente verificabile alla cui formulazione si arriva per intuizione. Si può supporre che esista un'intelligenza collettiva ogni volta che si vede un gruppo di individui perfettamente coordinati da una sorta di pensiero cui ciascuno si adegua e sul quale nessuno di loro sembra in grado di individualmente influire. L'esempio della finanza è il più evidente. Ma non ne mancano altri, come dice David Lane, studioso della complessità.
Thomas Malone, all'Mit, si occupa di vedere se l'intelligenza collettiva si può migliorare. Di certo, quando parliamo di "pensieri collettivi", supponendone l'esistenza, non possiamo non vedere quanto arretrato e arcaico possa essere, e in generale sia, il comportamento collettivo che ne discende. Ezio Manzini vorrebbe influire su questo con il design dei servizi. Avviene che gli strumenti per la connessione degli individui siano sempre più sofisticati alimentando l'importanza delle riflessioni di Albert-László Barabási, Alex Pentland, Carlo Ratti e altri, che usano i telefonini e i sensori per studiare il comportamento delle persone nei loro spostamenti e nelle loro relazioni. Giacomo Rizzolatti e il suo gruppo hanno aperto la strada allo studio della dimensione collettiva del cervello individuale, con la scoperta dei neuroni specchio.
E del resto l'evoluzione delle previsioni del tempo è un chiaro progresso del coordinamento affidato alle macchine. Come l'evoluzione delle strategie di memorizzazione è un chiaro motivo di preoccupazione che invita alla riflessione in vista di un necessario adattamento.
Sono tante e tali le discussioni sul "progresso" del lato collettivo che forse è un motivo di sofferenza per l'individuo e il pensiero individuale. Dal quale, in fondo, sono uscite finora alcune delle cose migliori che il genere umano è riuscito a generare.
Istituzioni, meccanismi collettivi, piattaforme sociali, tradizioni, legami di amicizia, di vicinato e parentela, sembrano grandi vincoli alla libertà individuale e alla sua creatività.
Forse dobbiamo dedicare più tempo e attenzione al progresso del pensiero individuale. E una "terapia" può essere quella di concentrare l'attenzione e la pratica quotidiana su alcune dimensioni intellettuali che uniscono il collettivo e l'individuale ma lasciano ampio spazio al contributo del pensiero delle singole persone.
1. il racconto delle storie
2. il pensiero progettuale
3. il metodo scientifico
In ogni caso, nelle diverse fasi storiche si accentua l'individuale o il collettivo. E la ricerca dell'equilibrio è infinita. Albert Camus vede una sorta di storia dell'accentuazione tra il collettivo e l'individuale e la descrive con il linguaggio che si usa nelle diverse condizioni.
Albert Camus discute la sua Peste osservando che pochi hanno notato come il suo linguaggio cambi nelle cinque sezioni delle quali è composta quell'opera. Camus ha scritto in modo da fare emergere le storie individuali nella prima parte. Poi progressivamente, mentre avanza la peste, scrive in modo tale da dare l'impressione dell'aggregazione della comunità di fronte al fatto che la sta colpendo. E torna a usare un linguaggio individualistico quando la peste progressivamente passa.
La parola costruisce comunità. O racconta individualità. Possiamo scegliere come parlare. Una società ha bisogno di essere consapevole di come parla.
È un regalo del primo dell'anno questa lezione nella quale Camus racconta questi suoi pensieri (e spero proprio che nessuno vorrà contestarne la condivisione, in mp4, qui): AlbertCamus-LaPeste.m4a.
Alcuni link su questo blog:
per la verità c'è molto da fare
chi retwitta i rumors e la qualità dell'intelligenza collettiva
essere stati è ancora una condizione per essere
Ho aggiunto una pagina di appuntamenti per ricordarmi dove devo andare prossimamente...
E ho cambiato l'intestazione per metterci meno parole...
Se ne dovrebbe parlare anche al prossimo Igf italiano di Trento.
"Ciao Luca, occhio che mi pare ci sia molta e forse troppa confusione sul tema HTML5=standard.
Non è ancora del tutto standard, e sicuramente sarà una tecnologia chiave del futuro e del presente, ma diamo le giuste misure. E' un processo in corso, e questo tenerlo presente è fondamentale.
Nell'articolo che citi si dice: "HTML5′s projected growth is all the more impressive considering that the actual standard is not officially expected to be completed until 2020, according to the World Wide Web Consortium (W3C) standards body. But that won't stop companies and independent engineers from developing and deploying HTML5 features, ABI said."
E' errato, lo standard sarà confermato nel 2014, ma ben prima sarà allo stato praticamente finale. Teniamo d'occhio il gruppo di lavoro del W3C per capire a che punto siamo.
E questa presentazione
Questo è il processo della creazione della raccomandazione nel W3C, giusto per dare l'idea.
Una vera e propria sfida di creazione collettiva e condivisa di un bene comune vero e proprio. Il processo è affascinante".
Si direbbe che il senso della governance di internet si stia allargando: dalla forma della tecnologia alle regole implicite nel codice informatico e giuridico che generano conseguenze importanti sull'ecosistema dell'innovazione (economia, società, cultura, ambiente e, persino, politica).
Ci vuole molta partecipazione nella definizione dei temi e degli interventi. Anche i commenti a questo blog sono benvenuti.
Il fatto è che i difetti sono problemi e i problemi hanno soluzioni, che qualcuno troverà. Grazie alla quantità di persone coinvolte, è probabile che qualcuno la troverà. Prima o poi.
E' una questione di probabilità anche il pregio: la quantità di persone che partecipano aumenta le probabilità che tra loro ci sia anche chi ha davvero informazioni importanti.
Si tratta di smettere con la critica - vagamente snobbish - alla crescente partecipazione, ma di rimboccarsi le maniche e contribuire con opportunità, piattaforme, abitudini, incoraggiamento, attenzione, per aiutare le forme di partecipazione di elevata qualità e contenere quelle di scarsa qualità. Imho.







- se il tuo client di posta invece che essere via Web fosse stato stand alone sul tuo PC o Mac ci si sarebbe ugualmente posti il problema?
- sono sul sito della mia banca e sto facendo un bonifico. Durante l'operazione mi apapre una finestra che dice "attenzione! Effettuando qesta operazione il tuo saldo corrente non sarà sufficiente per coprire le operazioni RID preimpostate per questo mese, salvo ulteriori versamenti. Confermi che vuoi procedere?" La banca ha invaso la mia privacy?









Mi sembra evidente che il motore di ricerca ha questa primaria funzione: indicizzare ciò che può coincidere con tag impostati in AdWords.





Io sono un po' inquieto: sono tantissimi i dati, ormai, che possono incrociare per "profilarci" sotto diversi punti di vista. E ciò aumenta esponenzialmente col mobile.


Google, Facebook, Apple, Microsoft, hanno tutti una visione imperiale della rete e lottano per diventarne il sistema operativo dominante.
Oggi siamo qui su Google+ a guardare il social network e a dire quanto più bello è della concorrenza, e siamo solo dei Troiani che ammirano il cavallo ideato da Ulisse.
Non potremo fare a meno di Gmail, di Android, di Google+ (ammesso che abbia successo) e di altro ancora a venire, plasmando vite e modelli di business preordinati e senza fantasia (e concorrenza) -:)


Ma se si tratta di privacy, il mouse o il touch screen gli utilizzo come mi pare 3-)









anche solo latitude, che per condividere la posizione con gli amici consente a BigG di tracciare tutti i nostri spostamenti. ormai si direbbe ci abbiamo fatto il callo =)





Sembra che il correttore ortografico di Google Docs, certamente comodo, raccolga i dati relativi agli errori di grammatica di ciascun utente, po li quantifica in uno "scholastic index" che indica qual è il nostro livello medio di ignoranza e li associa a dei profili segreti che vengono venduti ai potenziali datori di lavoro, insieme al numero medio di occorrenze di "PD" e "PDL" per generare un "poltical index" che denota, con una certa probabilità, le nostre tendenze politiche. Google starebbe inoltre lavorando inoltre ad un "sexual index" in base alla frequenza e contesto delle parole "gay" "lesbian", "straight", "Luisa Corna" etc nelle email che inviamo.



A me sembra che il risultato più interessante della ricerca sia che con la Rete diventa più importante "saper cercare" piuttosto che "sapere", una sorta di affermazione del modello "search-engine" anche per il nostro cervello.
vero che per l'individuo è importante saper cercare, ma per la collettività è tassativo saper organizzare le informazioni per farle trovare quando servono al singolo individuo

La cultura ha anche la missione di cambiare i bisogni della gente.


Le religioni offrono, rispetto alla cultura, alcune forme che ormai sono plurimillenarie, come i riti, che la cultura non sa proporre o addirittura finisce per disdegnare.





Però il rito, in senso stretto, è danzare intorno al fuoco, cioè agire una dimensione atemporale (scusa se scrivo così); e paradossalmente nel ripetere ha come obiettivo la negazione del tempo.
Credo che i nostri riti culturali siano invece immersi nel tempo.




Ricordo di aver sentito un programma su Radio 24 (c'era Giannino) il quale sosteneva che gli aumenti più significativi della spesa pubblica provengano dalle Regioni; e all'interno delle Regioni le spese che riguardano la sanità; e all'interno della sanità la spesa che è aumentata in maniera incontrollata sono i materiali come lenzuola, siringhe ecc...
si trova conferma da qualche parte? occorrerebbe recuperare il podcast..
Gli ultimi dieci anni sono stati quelli delle "missioni di pace", a cui l'Italia ha partecipato cospicuamente a suon di 2 miliardi di euro l'anno di spesa (minimo, perché questi sono quelli "certificati", ma in Italia, si sa, c'è da aggiungere il resto, che viene tenuto nascosto ai più). Provi Prodi e suoi sodali, oltre a Berlusconi e i suoi complici, a cercarli lì i soldi che mancano (vedo che anche gli USA, in questo senso, non stanno messi meglio...).
Come si dice, prima o poi tutti i nodi vengono al pettine; si sono tolti o fortemente ridotti servizi essenziali per insabbiarci in Iraq e in Afghanistan.
Penso che questi "statisti" prima o poi dovranno rendere conto dei loro misfatti che, nel frattempo, pagheremo amaramente noi cittadini.
Se Prodi con "spesa pubblica" pensa alla spesa pubblica aggregata, compresa quella previdenziale,le cifre sono spiegabili: CIG, pensioni, stipendi pubblici, sono tutte spese non discrezionali, ossia aumentano da sole. Dire che le missioni all'estero hanno rovinato il bilancio fa ridere. Basta fare un po' di conti, e considerare che il bilancio della difesa continua a scendere, più che compensando le maggiori spese per le missioni all'estero. Idem per gli Stati Uniti, basta guardare le cifre dell'incremento delle spese non discrezionali (assistenza medica agli anzioni, previdenza sociale pubblica, sussidi automatici, ossia tutta la Big Society di Johnson).
La Ragioneria Centrale dello Stato, indirizzata da una legge voluta da Tremonti nel 2009, ha messo online il bilancio dello Satto (prima non c'era mai stato): si trova qui: http://dwrgsweb-lb.rgs.mef.gov.it/DWRGSXL/pages/lb/index.jsp
E' complicato ma si può fare. BTW, il Ministero della Difesa "pesa" sul totale delle uscite per ben il 2,77 per cento (e ci sono dentro i Carabinieri)....
In questo articolo Galimberti spiega che la spesa pubblica al netto di previdenza ed interessi è più bassa in Italia che nei Paesi vicini. Purtroppo non si vede il grafico a cui fa riferimento.http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-06-29/spendiamo-troppo-spendiamo-male-064024.shtml?uuid=AafiArjD
Tema fondamentale, sul quale fare un po' di sano data journalism.
I dati citati credo siano visibili in questo grafico:
http://www.openspending.org/dataset/italyregionalaccounts#timeseries
Dati sempre basati sulla Ragioneria dello Stato e preparati durante il convegno del 19 aprile a Roma, con l'aiuto di Open Knowledge Foundation, tra gli altri.
Serve più data journalism e maggiore partecipazione della cosa pubblica, per comprendere queste dinamiche, e renderle più chiare alle persone.
Famòlo ! La verità è rivoluzionaria.
Come tagliare ? Ecco la ricetta di Zingales & Co, sul Sole di oggi: commenti ?
http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-07-13/ecco-come-arrivare-subito-082038_PRN.shtml
Scommettiamo che ci sarà una sollevazione ?
P.S. Per me i proventi delle privatizzazioni sono MOLTO ottimistici.
Per essere precisi il maggior aumento di spesa pubblica è avvenuto nel decennio 1980-1990.
1980-1989: 75.1mld - 271.2mld (+361%)
1990-1999: 302.7mld - 468.1mld (+54,6%)
2000-2009: 474.8mld - 727.5mld (+53,2%)
Tutti i dati dell'intervento precedente sono al netto di interessi.
fonte: http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20100628_00/testointegrale20100628.pdf --- pagina 5.
Quello che sappiamo è che la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali. Ha reso possibile lo scambio gratuito di contenuti. E ha creato un nuovo settore della pirateria: prima era basata sulla copia di cd falsi, ora va online alla velocità della rete.
I pirati sono quelli che fanno commercio di materiale sotto copyright altrui; e comunque sono la preoccupazione dichiarata delle associazioni come la FIMI: "Non si sta parlando di comprimere le libertà digitali. Qui lo snodo è bloccare l'illegalità diffusa ed aiutare il mercato legittimo. Inibire quindi quelle (poche) piattaforme web palesemente pirata. Non blog, forum, motori di ricerca, siti personali e quant'altro. Ma pirate-bay, btjunkie, dduniverse, roja-directa, ecc!!"
Ma a livello macro, la tecnologia ha spiazzato gli editori tradizionali anche senza l'illegalità. Questi editori stanno perdendo la competizione per il controllo del mercato anche contro le piattaforme tecnologiche perfettamente legali, come Apple, Google e Amazon.
Gli editori tradizionali avevano due grandi colonne: il controllo della tecnologia e il controllo degli autori. Il primo era definito dalla struttura analogica della tecnologia. Il secondo era definito dal copyright. Perdendo per una parte importante il controllo della tecnologia, gli editori si sono trovati schiacciati nella funzione di gestori dei diritti d'autore. E hanno cominciato ad abbarbicarsi su questo punto di forza in modo sempre più agitato.
Il fatto è che alcuni autori hanno preso la strada di andare direttamente alla tecnologia per la distribuzione e il modello di business. John Locke e la Rowling hanno recentemente dimostrato che sulle nuove piattaforme si possono vendere contenuti anche indipendentemente dagli editori. John Locke ha venduto un milione di copie del suo libretto per ereader che è riuscito a far conoscere usando bene i social network. La Rowling, già uberfamosa, è riuscita a sfruttare da sola i diritti digitali creando Pottermore.
Se andasse avanti così, gli editori rischierebbero di perdere sia la tecnologia che gli autori. Non è corretto proiettare il presente sul futuro. Ma di certo qualche segnale tutto questo lo offre.
La risposta non può essere soltanto quella di combattere per lasciare tutto come sta. Non può essere tutta legata ai tribunali, alle lobby e alle decisioni che rischiano di frenare lo sviluppo della rete.
La risposta è in un mix di innovazione tecnologica e innovazione nella gestione degli autori. Non si può fermare la tecnologia, ma si può innovare alla velocità della tecnologia. E non si vede perché anche gli editori non possano farlo. Non basta. Gli editori possono innovare anche nella gestione degli autori: dando loro di più per non lasciarli andare da soli alla ricerca del loro personale mercato.
Il caso Sony è interessante. Lavora sia nella tecnologia che nella produzione di contenuti. Non è riuscita a imporre le sue innovazioni tecnologiche e questo è un bel problema per gli altri editori che hanno una vocazione ancora meno tecnologica della sua. Ma non ha pensato di cambiare il sistema di gestione degli autori. O meglio, lo aveva fatto con i produttori di videogiochi all'epoca in cui la sua PlayStation superava la Nintendo: ma non ha generalizzato l'esperienza.
Si possono pensare diverse innovazioni in proposito. Autori più liberi, idee di marketing rinnovate, attenzione alle performance fisiche oltre che alla riproduzione dei contenuti, maggiore attenzione alla qualità, formati innovativi: già oggi si vede molto di tutto questo. Perché non dovrebbero riuscire anche gli editori ha cambiare le loro abitudini? Per la verità, ci devono riscire. Altrimenti sono strategicamente in difficoltà.
Se le autorità non vogliono semplicemente frenare l'innovazione in nome di norme legate a condizioni tecnologiche un po' superate, se vogliono salvaguardare i giusti diritti di tutti gli interessati al mondo dell'editoria (editori, pubblico, autori, ecc), se vogliono guidare senza essere determinate dall'urgenza, devono trovare la giusta misura. L'AGCOM in particolare è chiamata a farlo. Dopodomani.

Con questa tattica, di fatto, distruggono una delle caratteristiche fondamentali della democrazia: il segreto del voto. Perché di fatto, chi va a votare dichiara di andare a votare sì. Chi non va a votare è sostanzialmente identificabile come contrario al quesito referendario. In questo modo, il voto si vede: è palese. E il segreto del voto è abrogato.
La soluzione è chiara: eliminare la norma che annulla il referendum se non si raggiunge il quorum e casomai aumentare il numero delle firme necessarie a indire un referendum.
Sarà un percorso lungo.
Ma intanto si può fare un'altra cosa: contestare chi fa propaganda a favore dell'astensione. Chi sostiene il "no" e invita gli elettori a non andare a votare, di fatto, impedisce agli elettori di votare in segreto.
Questa settimana, in vista dei referendum di domenica 12 e lunedì 13 giugno, si paleseranno i comportamenti dei politici democratici e quelli dei politici non democratici. I primi inviteranno ad andare a votare, "sì" o "no", ma a votare. I non democratici inviteranno a non andare a votare.
Come darle torto? Eppure bisogna anche poter apprezzare i piccoli passi nella direzione giusta. Il paese nella sua dimensione pubblica si ricostruisce metro per metro, come del resto è stato eroso metro per metro per interessi privati. Vanno bene anche i centimetri. Ma ha ragione Napoleoni a esigere una visione e un'utopia importante e grande. Il senso della discussione è che l'utopia e la prassi non vanno più considerate come dimensioni contrapposte: l'una è l'energia umana, culturale e organizzativa dell'altra.

Linkedin è in piena evoluzione e sta cercando di arrivare alla quotazione in borsa. (Una visione critica)
Ogni piattaforma privata tiene il suo ecosistema in scacco. E può cambiare politica quando vuole. La sola piattaforma che garantisce a chi sviluppa la libertà di creare in base a una propria idea e di stabilire la propria strategia è internet, fino a che sarà mantenuta la neutralità della rete.
Ecco il commento di Dave Winer. "The [wide open] Internet," writes epoch-defining innovator Dave Winer about the news, "remains the best place to develop because it is the Platform With No Platform Vendor. Every generation of developers learns this value for themselves."
Nic Marks
Can we become happier? Do others make us happy? Or unhappy for that matter? Is it in our control? Or are we victims of circumstance?
Is happiness like romantic love - in that if we try too hard and want it too much it escapes us? Is Dan Gilbert right in that we stumble upon it - or Srikumar Rao in suggesting it just a revealing process? Or maybe they both are?
Petra Carrington
Life is a journey and our addiction to happiness may leave us very disappointed if we fail to recognize and appreciate the harmony and peace of mind that constitute the glimpse of perfection until we proceed in our futile search.
Happiness is a frail state of mind and I don't think anybody can make us happy, but others/their actions can trigger moments of happiness, as anything we truly appreciate for whatever reason can. We also don't know happiness without appreciating despair. Happiness and sadness are fleeting, whereas contentment and depression arguably impact us to a greater degree.
If we are overly content we are at risk to become complacent, self-righteous, and stagnate, failing to learn and grow. If we are depressed we become small and weak. Deriving value from both experiences does not make me necessarily happier, but I like to think that I am more aware.
Jon Yeo
I believe happiness comes from a DECISION inside. However, there are many palpable influences each individual to the experiencer. Surely something so individual must come from inside
Yubal Masalker
The factors you specify in the questions, below your main question, have various degrees of impact on our happiness - depending on the very nature of each one of us separately. But I think, any such factor you named, or others, can bring only temporary happiness. They cannot bring ever-lasting happiness.Before I write what I think can truly bring more lasting happiness, I shall specify one more mistake which many make when searching for happiness. The mistake is actually the very SEARCH itself. Because true happiness is not an object to be searched. By embarking for such a search, one gets finally obsessive for finding it, and this fundamentally undermines the possibility to become happy. It's the same with Love. So many people are in quest after Love, but true Love seems to evade them. Because, Love like Happiness, are not objects which can be searched and found and kept in our lockers.
It's like searching for other feelings like anger, sadness, etc. These feelings are authentic and pure when they rise due to the "Right" event. If we consider sadness, it's truly authentic, suppose, when we lose somebody of our own close family. But if one of our colleagues at work loses someone of his own family, we sympathize him and go to visit him and console him, but we don't feel as much sad as we feel when we lose somebody of our own family. Sometimes we even feel a kind of guilt when we don't feel sad enough when one of our friends lose someone close to him. Then we try to create (to search) some more inner sadness inside us for our friend, but usually it's a futile attempt. So what can be seen here is that there's a need for a truly "Right" thing to happen to create authentic feelings inside us. The other important thing to be noticed here is that these feelings do not exist independently by their own, but they come as side effects to certain events or things.
It's the same principle with Happiness. So the question is what's the "Right" thing that should occur for having prolonged & authentic happiness ??
I think the only thing that can bring authentic and ever-lasting happiness, is approaching as close as possible to truth. Now, many might say that truth can be subjective, culture-bound, indefinable, multiple, etc. That's right. So each one can begin to try approaching the truth as one sees it. The final test is how happy one begins to feel and if ones happiness is permanent or temporary. But it's not either-or question. Meaning one does not require to absolutely touching the very truth in order to feel true happiness. The degree of ones happiness and its quality depend upon the degree of ones closeness to the truth. Any single & genuine step towards the truth is also one step higher in the feeling of true happiness. The impact is directly proportional and immediate.
If this is an accurate analysis, then it's clear that happiness is also a side effect of the truth - a very high-class side effect. But this also explains why the search for happiness as a stand-alone, independent entity is wrong and can never succeed. What should be searched is the truth, not happiness. Happiness will emerge spontaneously as soon as one really comes closer to truth. Happiness is an inevitable side effect of truth.
Exactly in the same manner also Love should not be searched as a stand-alone, independent entity. What should be searched is a suitable, matching partner for each individually, as Love is a side effect of the interaction with such a matching partner.
James Cullumber
We control how we feel. We are people that run on "Bio-Energy" an electric form of energy that runs the body. We as people are able to feel happy whenever we are around certain people while we generate other kinds of emotions around different kinds of people.Sarina Hannon
I think we can steer our thoughts so that we create the circumstances of happiness.The happiest person I ever knew had absolutely no reason to be. His outlook still fascinates me.
Like you say, if we can create this happiness consciously and authentically... wow.
It sounds kind of silly, but search wikipedia for a subject you hate, one that bores you to tears. You will find evidence of a group of people entirely enthralled and passionate. It seems normal, (to each his own, right?) but its rather incredible when you think that that drastic difference in emotion is simply due to perspective(a perspective you can gain!). You may know every fact on that page, but you are still missing something they understand, right? :)
I like to imagine a way to translate that appreciation. That is the next revolution in social networking :) Across time, across language: translate perspective so people really understand. I think the world would change socially in a flash. all for the happier and more respectful ;)
Debra Smith
Research indicates that a least a shot at happiness emerges from socio economic status. Poverty is the best predictor of every negative outcome.Revett Eldred
Happiness, surely, is a spectrum from micro-happiness ("I am so happy to see you!") to macro-happiness ("I am really happy with my life"). Does being happy in the macro sense comes about as the sum of a lot of micro-happiness experiences, or is it something qualitatively different? I know that in my life I have always been generally happy, but I am never happy about everything. Right now I am happy, but I'm not happy about too much government intrusion in my life, and I am not happy about what is going on in LIbya, and I am not happy about the way we are polluting our world, and I am not happy about the fact that my business has not been doing well for the past two years, and I am not.... etc etc.Yaga Bialski
The happiness is not to be pursued. It is byproduct of fulfillment and fulfillment is byproduct of living purposeful, meaningful, clear-minded life.We don't pursue laughter (although they are laughing clubs), we do not seek funny, unless you are comedian, but when we look at life with a joyous heart we suddenly have great sense of humor! And then things are funny and then we laugh. Not the other way around.
The words to boggle your mind and send you on the path of destruction (like chase of happiness) are found in religious texts, political declarations, laws and constitutions.
Stay away from it.
Find what you love, work on it, become good at it, do it every day and one day you will know your purpose, you will be fulfilled... and voila! YOU WILL BE HAPPY!!!
Daniel Eagle
I believe happiness is entirely internalized. We have many different definitions of happiness, yet I find that "true" happiness - the form which encompasses all definition - is most independent of religion/politics, social behavior and especially wealth/class stature. This happiness is a state of mind, a feeling. It can be explained biologically, yet it's psychological complexities are vast. This mind structure can increase around others or in isolation. It is heavily personal and it can obtained by anyone. Some ancient Greeks gave pain and sorrow equal emphasis as happiness. Just a thought.Edit: I'd like to add an excerpt from Alexander Pope's "Essay on Man." He's one of my favorite poets:
All Nature is but Art, unknown to thee;
All chance, direction, which thou canst not see
All discord, harmony not understood,
All partial evil, universal good:
And, spite of pride, in erring reason's spite,
One truth is clear, whatever is, is right.
Jordan Miller
In order to achieve many things in life it's often but not always a good idea to use a principal called the "indirect effect"If you want people to listen to you about a topic don't tell people to listen to you, become an authority on that topic and they'll listen to you without your prodding. Sometimes when you try directly to get something it is very difficult to get it. Try going about the problem indirectly, that philosophy of action always requires some faith that it will work.
If you want more happiness don't buy more toys, instead spend time with loved ones. if you want more joy don't think about how you're going to get it. think about how you can help others feel more joy.
I know you think about Happiness often, but don't bother with it because the "secret" to happiness has been enunciated over and over by the wise of history. Selfishness will never work. The trick is to get ourselves and to help others believe that by looking outside ourselves we stand the greatest chance of being truly happy. And the hard thing to do is to live by that truth - its hard because to truly be outside ourselves we cannot be doing it for any external motivation, including our selfish desire for happiness - it must be a part of who we are, we must be sincere.
This reminds me of a poem I heard years ago. I don't know who write it though.
I tried to find myself
myself I couldn't see.
I tried to find my god
but he eluded me.
I tried to find my brother
and then I found all three.
a good book which touches on these topics (but not on the pursuit of happiness directly) is "Bonds that make us Free" I think very highly of it.
Paul Van der Werf
Great question Nic.Can it be more about less unhappiness and less about more happiness. I feel happiness is a transitional feeling that changes from moment to moment throughout the day. For example, I can have happiness driving home (thinking about spending time with the family), arrive happy and check the mail and find a bill to pay. At that point I am less happy than the moment before but no unhappy.
If we were to have less unhappiness, would the moments of happiness last longer, resulting in "more" happiness? Or is it about the levels of happiness?
Alexandra Innes
Of course we can become happier! What on Earth would be the point of living if that were not so?Others "make us" relatively happy. I say "make us" because actually outside stimuli activate whatever we already have inside us. You already have it inside you as a potential.
Absolute happiness, on the other hand, is self-created. It's the simple clear joy of being alive. We sometimes call it happy for no reason.
We're victims of circumstance if we see it that way. But we can move from victim to victor. A section from my e-book, As You THINK So You Are, says:
"Circumstances will batter you as long as you believe yourself to be a victim created by outside conditions. But when you realize that you are a creator, and you have creative power, you can redirect the "thought-seeds" of your mind -- out of which circumstances grow. "
Finally, happiness is a by-product. It comes from challenging yourself and growing, from strengthening and deepening your character, from caring about other people, and from comunity building.
Mrityunjay Awasthy
Happiness, though always desired and almost by anyone who can think about it (to whatever extent) is property of mind and it is relative. I will rather say it is report card of performance of a species, while being the question paper too, and for a mind, so contended and bread upon knowledge of not only stuff that affects it but also itself, happiness is final resolution through which the whole species shall benefit. Is not romanticism an essential property of human life? Beside how it works, has not us benefited from it? Selective pairing, learning of virtues and abstractions through art love and wars, sensing beyond knowledge we have attained, understanding how love works, how religion works etc.Yes, happiness does imply "others". Nothing can proceed and prosper in isolation. People make people everything they can be. People reflect on people, somewhat like Hegel's hypothesis and anti-hypothesis. It is through exchange, we know about belonging, what is us and what is other. Reflecting on us (for our mind to know and understand) is primary advantage of interaction at all levels. Society, for an individual is WYSIWYG, the most unfit shall challenge and change or parish. This way, society is next level of organism human have attained, just like human with its mind is next level of life all organs involved have attained.
Luca De Biase
Can one be happy if other people are not happy? I don't think so, at least if one is connected to those other unhappy people. If one cannot really be the only happy person in the place, that means that happiness is a social feeling. It is not a state of the individual: it is a state of the social network. If what I've just written were right, then it wouldn't make much sense to ask whether it can be under one's control. What makes a lot of sense is asking what can I do to help other people that are not happy, in order to feel free to search for my own happiness. It makes sense to contribute to the happiness of my social network, in order erase a cause of my own impossibility to be happy.Propone di alimentare la consapevolezza della necessità di operare costantemente questa attività critica. E offre alcune indicazioni operative. Sostenendo che l'autodifesa dei cittadini che usano internet è molto più efficace di qualunque ipotesi di controllo dall'alto. Per chi non l'abbia già visto, questo è il primo video di una serie dedicata all'argomento.
Di sicuro, ci vorrebbe una bella "crap detection" non solo per internet... L'Italia potrebbe essere un grande laboratorio di sviluppo per questa attività.
L'interfaccia e l'ambiente che si trova nelle Ted Conversations non invita a perdere tempo: piuttosto invita ad approfondire e solidarizzare intellettualmente con gli altri.
Grande esordio. Fin dalla partenza della piattaforma ci sono grandissimi interventi, da Morozov a Zuckerman a O'Reilly.
Un'idea interessante: le discussioni hanno una data di scadenza. Ci sono amministratori volontari. Le regole sono molto semplici.
Qualche esempio?
Zeid Abdul-Hadi propone questa domanda:
To what extent has social media contributed to the spreading of the People's revolutions and call for Freedom in Tunisia & Egypt?
The past month has seen unprecedented events in history in the Middle East that hasn't been possible to achieve in 30 years, and this is partly due to the rise of the internet and the new means of communication at the disposal of people, and in particular social media, such as Twitter & Facebook, which has allowed people to rally for a common cause in large numbers in a way that would've been impossible before. In addition, the rise of the use of the internet and social media has enabled people to see everything clearly and to know about everything from different media sources, so no government can fool its people anymore.
Evgeny Morozov risponde:2 days ago: The governments of Tunisia and Egypt were overthrown in part because they did not pay enough attention to the power of the Internet. How else to explain the fact that the Egyptian government took little effort to crack down on the Facebook groups opposing it in the several months preceding the protests?
Social media are good for publicizing protests - but, as they are social by definition, they are also easy to track and monitor, subjecting protesters to risks they may not even be aware of. What we are going to see in the months to come is more governments learning the tricks of open-source intelligence gathering to avoid being caught off guard like Ben Ali or Hosni Mubarak.
Ethan Zuckerman risponde:
2 days ago: I've heard at least three ideas for why social media could be important in the Egyptian/Tunisian context, and I think there's a fourth idea that's not been widely discussed yet.
Idea 1 - the secret information theory
A number of commentators have suggested that information released by Wikileaks and circulated via social media helped foment frustration in Tunisia and mobilize the demonstrations. While it's true that Tunisia worked very hard to suppress the Wikileaks information, the information revealed wasn't especially secret. I think that, while the idea of the Internet as a platform for unblockable secrets is very appealing, I think there may be fewer secrets than we imagine in our mediated age, and more channels than the internet.
Idea 2 - command and coordination
The New York Times has run several stories looking at how groups like the April 6 Youth Movement and Kefaya used the internet to coordinate protests in Egypt. While there's some truth to these stories, it's worth noting that the protests continued during an internet shutdown. Yes, the internet is a great tool for organizing protest, but it's also an open, public channel, not always the best place to plan a revolution.
Idea 3 - amplifying voices
Protests in Sidi Bouzid would have received little media attention without two technologies - Facebook and Al Jazeera. AlJ used videos posted on Facebook to report on the protests to the rest of Tunisia and the rest of the world. As protests spread through Tunisia, they inspired the world as a whole.
the one I've heard little about
Idea 4 - participatory governance
Now that leaders have been overthrown in Egypt and Tunisia, what's next? There needs to be a channel for youth - the folks who led protests - to influence the new process of governance. What will be really exciting is if figures like Wael Ghonim can use Facebook to get ideas from the youth he now represents in conversations with the new Egyptian government.
E così via...
Qui ci sono i link alle persone che si sono interessate all'argomento e sotto i commenti al post precedente. La consapevolezza del fenomeno è un risultato importante. Ma ora si tratta, come suggerisce Dario di andare oltre. Che cosa si può fare, in rete, per includere le persone che si trovano in una condizione di analfabetismo funzionale? Oppure la rete si deve mettere al servizio di qualcosa che stia fuori dalla rete e vada a includere le persone che faticano a leggere?
Orpolina, 3n0m15, Roberta, Ladri di marmellate, Angelo, Massimo.
Albafetizzante mi procura un'idea deviata del problema ma credo che De Mauro abbia proprio ragione. ll vero problema è che questo accesso agli strumenti di lettura ha diminuito notevolmente il livello di qualità della rete. E' un dazio da pagare. Fortunatamente la rete è (quasi) abbastanza grande per tutti.
L'esistenza di ognuno è legata più che mai al modo in cui le informazioni passano. Per molti italiani un tentativo di imitazione e di trasmissione di valori non definiti, un costante tentativo di imitazione della pseudo-realtà mediatica "iniettata" giorno su giorno. Più riesco a tenerti ancorato ad aspetti legati al breve -con una visione contingente e limitata alla sopravvivenza del tuo vivere- più si perde l'esigenza di appartenere a un sistema di relazioni che accrescono e nutrono la consapevolezza del vivere e quindi ricercare stimoli e crescere come individuo. Facile andare alla deriva sociale se non in grado di percepire il sitema come ambiguo e chiudente.
Dunque la funzione educativa è passata dalla tv ad internet. Non sappiamo se sia un bene o un male ma da tempo discutiamo di analfabetismo dul tuo blog Luca. E cosa ne è uscito fuori se non dati allarmanti? Dare una NGN a questo Paese ci tirerà fuori dalla segregazione culturale?
Mi piacerebbe ci fosse una discussione unitamente all'analfabetismo sui dati raccolti dall'ISTAT che ho segnalato qui. Mi pare che nessuno ne abbia parlato. http://www.dariosalvelli.com/2011/01/se-togliamo-internet-risparmiamo-9-euro-al-mese
Questo argomento mi sta particolarmente a cuore.
A mio avviso il problema è molto più radicale, non necessariamente collegato a internet o alla cultura digitale (lo dico da appassionata della materia). Qui stiamo parlando di un livello di cultura diffusa che permetta al normale cittadino di conoscere ed esercitare i propri diritti, sapere quali siano i propri doveri, comprendere i contenuti di un atto amministrativo che lo riguardi, firmare o no un documento che lo impegni a fare qualcosa, oppure semplicemente aprire una pratica perché interpretare la cartellonistica non è un problema (vi sembra incredibile? Provate a girare per uffici pubblici: al di là della disponibilità di fare una cosa da solo/a, per alcune persone l'indipendenza è un problema per oggettiva mancanza di strumenti, e sto parlando di italiani anche GIOVANI).
Il livello base è questo, su questo si costruisce: dallo studio del sanscrito alla ricerca scientifica più innovativa.
In altre parole: a mio parere internet può servire, e ai più ricettivi serve già senz'altro, ma per raggiungere e CONSOLIDARE i grandi numeri - ovvero ciò di cui un paese moderno ha bisogno - serve una qualità sempre più elevata del sistema di istruzione.
Poi leggi notizie come questa e ti cascano le braccia
http://www.oua.it/NotizieOUA/scheda_notizia.asp?ID=4073
Aldilà di possibili riferimenti politici (non mi pare la sede opportuna), penso che l'azione costante della televisione abbia operato in 30 anni un cambiamento evidente. Dall'impegno degli anni '70 - un impegno in generale ideologico e quindi riferito a modelli culturali, di qualsiasi colore - si è passati a modelli di disimpegno. Il che sarebbe anche naturale, non fosse però che l'azione disgregante della televisione, sempre più povera e sempre più banalizzata, ha allargato il gap e distanziato ancora di più la popolazione dalla cultura/lettura. Insieme, il ruolo impoverito della scuola, la crescita di modelli sociali vincenti impostati su valori differenti e denigranti rispetto alla cultura tradizionale, oltre all'incapacità italiana di capire il cambiamento, hanno determinato la situazione attuale. Che dire? E' desolante. Che non se ne parli, sopratutto.
Scusate se torno sull'argomento.
Secondo me le osservazioni di De Mauro hanno molto (tutto) a che vedere con questa frase pronunciata ieri da Obama durante il suo discorso sullo stato dell'Unione:
"Nei prossimi dieci anni, la metà dei nuovi posti di lavoro
richiederà un'istruzione che va oltre un diploma di scuola superiore. E
intanto oltre un quarto dei nostri studenti non finisce nemmeno quella."
http://www.ilpost.it/2011/01/26/obama-discorso-stato-unione/
Venendo a noi, Internet ormai è il combustibile che tiene acceso il fuoco, ma l'istruzione è la scintilla che lo accende.
Il problema è: che cosa si può fare per migliorare la situazione? Oppure dobbiamo dare per persa la partita? L'informazione iperlocale potrebbe ricominciare da qui? Qualcuno ha un'esperienza?
Di certo, una raccolta di pareri su Facebook, avviata un po' per sfogo e un po' per curiosità, ha portato a risultati chiarissimi. La domanda era supergenerica: ""
Ecco le risposte...
Massimo Romano chi è che non ne ha? faresti prima...
Gigi Beltrame io
Paola Bacchiddu Tutti
Alessandro Calderoni bisognerebbe capire se intendi 1) gli abitanti 2) l'amministrazione 3) edificio e servizi. Di solito sono problemi che convivono benissimo :-))
Andrew Cooper In che senso Luca? Se riesci a darci qualche info più specifica forse possiamo esserti di maggiore aiuto?:D Se intendi problemi in generale, da piccoli litigi a esposti e/o problemi con l'amministratore...
Cristina Ruscito e con l'amministratore no?
Zeno Tomiolo Presente. ci pensavo proprio ieri: o è una situazione endemica a tutti i condomìni oppure all'ambiente italico. Secondo te? Ciao, Zeno
Simonetta Di Zanutto ah voglia!
Isabella Bressan mi associo!
Angela Lippolis Maflin io... di ogni genere, dal parcheggio selvaggio senza rispetto, all'amministratore che si inventa le rate delle spese... e mi fermo qui :(
Stefano Troilo e chi non li ha? a cominciare dall'amministratore :-)
Giampiero Di Carlo ho problemi con due condomini(i)
Andrew Cooper Cmq si confermo e sottoscrivo anche io, ho problemi con il condominio ^_^
Massimo Canducci Mi piaccerebbe fare la riunione di condominio su apposito gruppo chiuso di fb, massima trasparenza e meno sbattimenti. Resta solo da convincere un po' di scettici :-)
Jacopo Paoletti Eh, con due (purtroppo).
Claudia Neri need you ask.... il 99% delle persone
Edoardo Belli ma credo chiunque abbia problemi di ogni genere col condominio. e se, per una rarissima combinazione celeste non ci sono problemi tra i condòmini, c'è comunque l'amministratore che per così dire "arrotonda"... (esempio, nel condominio di Milano da quest'anno siamo allacciati alla rete di teleriscaldamento: casualmente il preventivo per le spese di riscaldamento è inferiore del 30% rispetto all'anno scorso!!!)
Stefano Troilo magari si arrotondasse soltanto... c'è chi arriva a guadagnare il 100% gonfiando le fatture dei lavori dati in appalto.
Andrew Cooper E.. vogliamo parlare degli screzi subiti da "presunti" condomini alle macchine parcheggiate in strada? direi no comment...:D
Flavia Marzano eh vabbe' Luca, ti piace vincere facile eh? :D
Sonia Sala anche io problemi con condominio
Gennaro Carotenuto Mi hanno rovinato l'ultimo anno di vita e aumentato le spese di ristrutturazione di 30.000 euro. E il brutto è che l'amministratore sarei io...
Antonio Larizza Oggi nel mio palazzo non funziona il riscaldamento... Fuori nevica, condomini infuriati: fioccano minacce per l'amministratore...
Carlo Viola Luca, da quando in qua ti piace fare domande retoriche?
Valentina Cerreto ...che sia che la gente prende le riunioni di condominio come valvola di sfogo?!?...
Stefano Troilo nevica, amministratore ladro :-)
Luca De Biase un mio amico progettava - trent'anni fa - un libro intitolato "Società e Potere. Analisi di un condominio". Evidentemente, sarebbe ancora attuale... Eppure, per gli studiosi della società tradizionale, il vicinato era il primo capitolo della socialità, della solidarietà, della convivenza. Oggi è il primo capitolo del conflitto quotidiano...
Patrizia Ravagli l'amministratore di condominio, questo sconosciuto!
Fulvio Sarzana Di S.ippolito per vedere fino in fondo la "miseria" umana basta andare ad una riunione condominiale o, meglio, assistere ad una causa condominiale, ove i condomini preferiscono accoltellarsi o spendere migliaia di euro in cause piuttosto che permettere al gatto del vicino di attraversare le scale, peggio del condominio ci sono solo le liti familiari in tribunale, tipo separazioni e divorzi e/o eredità tra familiari, che non finiscono a coltellate solo perchè ci sono giudici, cancellieri o avvocati che tentano di fermare i litiganti...
Giorgio Meletti io, tanti.
Giorgio Gianotto Ballard aveva come al solito capito tutto: rileggere "Condominio" per sapere come va a finire...
Paola Bonini il mio condominio nel 2006 si è fatto causa da solo. e ha perso.
Francesco Monico
Elisabetta Luise tutti noi
Stefano Hesse chi non ne ha?
Francesco Monico un vecchio letterato mi diceva che il condomio una storia di gente che defeca in testa ad altre persone e l'ultimo piano a quello dei piccioni...
Antonio Savarese anche a Napoli il condominio è un casino
Manuela Croatto La questione è così diffusa che c'è una legge (D.lgs. 28/2010) che rende obbligatorio il tentativo di mediazione tra le parti prima di andare a intasare le aule dei tribunali.
Mimma Di Marco tutti abbiamo problemi condominiali. qual e' il tuo?
Maria Grazia Mattei facciamo prima a chiedere chi NON ha problemi :) ciao
Giorgio Antoniacomi Credo che il condominio, vera metafora del vivere aggregato, sia per definizione un concentrato di problemi
Matilde Bonatti Problemi non troppo gravi. E poi sono felice, un problema si è risolto pochi giorni fa. Tempo speso a discutere e valutare, ha portato a risolvere tutto con una sana e felice mediazione fra condomini! Quindi in bocca al lupo!
Tema: l'educazione sentimentale all'epoca di internet. Di questi tempi, verrebbe da commentare parafrasando Gandhi: "Educazione sentimentale? Sarebbe una buona idea...". Insomma: a domani, tutto il giorno in streaming..
Il valore, nell'epoca della conoscenza, è concentrato sull'immateriale. Immagine, informazione, ricerca, progetto: senso. Il senso non esiste se non è condiviso. Il valore non esiste se non è condiviso.
L'impresa sociale da questo punto di vista è impresa culturale. Perché sottolineando l'aspetto collaborativo dell'azione economica consente di porre la produzione di senso al centro della riflessione e di trattare in modo "laico" la questione delle risorse monetarie: la dimensione monetaria e la dimensione di senso sono ormai due condizioni di una sola struttura economica. Dimenticarne una è una perdita di valore.
Ma non tutti gli stati stanno alle regole. E non tutti i cittadini che vivono vicino a una fabbrica pericolosa lo sanno.
In Danimarca, il lavoro che i giornalisti svolgono quando lottano per farsi dare i documenti in nome della legislazione sulla libertà di informazione si chiama wobbing. E Brigitte Alfter, su Wobbing Europe, dà notizia del fatto che i giornalisti d'inchiesta danesi sono riusciti dopo due anni e mezzo di lavoro a farsi dare tutta la documentazione necessaria a fare una mappa delle fabbriche pericolose nel loro paese. Sarebbe un lavoro da generalizzare ad altri paesi.
Il problema? Pare che le polizie temano che la diffusione di questi dati possa aiutare il terrorismo. Ma i terroristi purtroppo possono anche informarsi in altro modo. I cittadini invece non hanno altra fonte se non il sistema dell'informazione pubblica. E per questo l'Europa riconosce loro il diritto di sapere.
La rete aperta e neutrale è un luogo nel quale chi vuole fare qualcosa di innovativo può esprimersi meglio. Ma è un luogo che può aiutare anche le iniziative più conservatrici. E' chiaro che il risultato non si può valutare senza tener conto che al centro della questione c'è il bene comune della rete, che di per se è aperto, mentre il modo di utilizzarlo o sprecarlo dipende da chi prende le iniziative.
In questo contesto, Ahref.eu può essere d'aiuto. Se riuscirà a introdurre nel gioco della rete un sistema di "incentivi" culturali, pratici e teorici, che coinvolga persone con orientamento diverso ma capaci di riconoscere il valore di coltivare un territorio comune che arricchisce tutti dal punto di vista della conoscenza diffusa, metodologicamente consapevole. Questa settimana la nuova fondazione può partire. E anche questo blog servirà a dar conto del suo percorso, con tutta l'umiltà richiesta da un tema enorme, delicato, importante, denso di diversità e punti di vista. Con un'idea in testa: la rete non si comprende bene se la si prende in considerazione solo come se fosse un medium da criticare nella sua interezza ma tenendo presente che è sempre uno strumento da usare per ogni innovazione si ritenga possa servire. Ogni suggerimento è importante.
ps: La trasmissione, attualmente, si può rivedere qui.
pps: Altri commenti da Yurait, Deeario, Byoblu, Scacciamennule, Pollicinor, Vittorio, Keplero, Rangle. (Grazie, grazie molto a Mante, Michele, Dario, Idenditag, Webeconoscenza, Infoservi, Andrea Contino, Catepol, Giorgio Marandola, Alessandro, Gravità Zero, ScienceBackstage, Chez Aza, Garbriele, Riccardo e a tanti tanti tanti amici che ne hanno scritto in mail, twitter, facebook...)
Un modo per dire che la ricerca nei media sociali è come al solito basata su osservazioni, teorie, ipotesi e verifiche. Ma dove le verifiche sono basate sulla progettazione operativa e la creazione di progetti pilota. Insomma si pensa e si fa. Solo così si può capire se si è pensato bene...
Ahref, la fondazione per lo studio - fattivo, appunto - della qualità nei media sociali è finalmente a tutti gli effetti in funzione. Anche la burocrazia è stata domata... :-)
Ora cominciano le selezioni per i collaboratori. Una prima richiesta di curricula molto basilare è sul sito di Ahref, in fondo alla pagina.
C'è un'inevitabile grande complessità. Non credo se ne possa uscire. Ma credo che si possa evitare almeno che la complessità sia usata da chi usa la confusione come paradossale strumento retorico.
Penso che si debbano distinguere tre temi:
1. funzionamento del sistema dell'informazione
2. confronto tra vecchi e nuovi poteri
3. temi di principio
1. Nell'informazione ci sono da sempre diversi ruoli. Chi ha documenti, chi fa conoscere documenti, chi fa verifiche, chi scrive e comunica... E molti altri. Un insieme enormemente problematico. Sarebbe bello che ci fossero metodi di ricerca dell'informazione condivisi che consentono a tutti di verificare quello che si scopre per arrivare a conoscenze comuni sulle quali poi costruire le opinioni. C'è anche questo, in un mare magnum molto più composito. Sarebbe bello che questa dimensione delle informazioni verificabili e solide, sostenute da un metodo condiviso, potesse essere sempre più ampia. Il confronto tra chi serve la società portando informazioni solide e verificabili e chi aggiunge informazioni non verificabili c'è e continuerà. La rete in questo aiuta entrambe le attività. Ma il risultato socialmente migliore emergerà dalla simbiosi tra tutti i soggetti che fanno informazione con metodo condiviso, su qualunque mezzo agiscano. Il caso della collaborazione tra Wikileaks e giornali è stato un esempio positivo. Esiste una pratica e una strategia che possano portare avanti l'informazione di qualità e aumentare la dimensione del metodo condiviso?
2. Nei confronti di potere la trasparenza è garanzia di accountability. Ma è chiaro che non c'è solo il potere trasparente. E il confronto tra i poteri si gioca sia nella dimensione della trasparenza che in quella della segretezza. Per Lessig, per esempio, questo è un fatto non necessariamente negativo. In ogni caso, queste dimensioni del potere, occulte e trasparenti, ci sono e ci saranno sempre. Anche nel sistema dell'informazione (chi ha documenti, chi li pubblica, ecc...) ci sono poteri in parte occulti e in parte trasparenti. E' possibile migliorare questa situazione?
3. I principi possono avere la funzione intellettuale dell'utopia, la funzione operativa dell'idelogia, la funzione giuridica dell'interpretazione delle regole, la funzione manipolatoria di chi li usa per uno scopo diverso da quello per cui erano nati. Il confronto tra queste tensioni, nelle questioni di principio c'è sempre stato. E continuerà. Si può fare crescere un sistema di conversazioni che sappiano aiutarci a distinguere tra le diverse forme con le quali appaiono i principi?
Queste domande sono sotto i nostri occhi ogni giorno. E sappiamo che non hanno risposta univoca. E' l'azione, inventiva, creativa, necessariamente limitata, che genera nei fatti la maggior parte delle risposte che la storia ci offre. Ma possiamo imparare a navigare in questo mare di idee, rimandi, link, problemi e azioni... Non è la rete a risolvere il problema: la rete è un luogo dell'esperienza dal quale possiamo trarre capacità di navigazione in questa dimensione...
Proprio così. Frase tronca. E i lettori a domandarsi: "... affanbrodo"? "...a casa"? "...a Lourdes?"
Sembrano emergerne alcuni insegnamenti pratici:
1. copiare senza capire che cosa si copia non è un esercizio molto efficace dal punto di vista educativo;
2. nella nuova epoca di abbondanza di dati online gli esercizi dovrebbero essere rinnovati per sviluppare senso critico, capacità di confronto tra informazioni, consapevolezza della qualità delle fonti, ecc
3. internet è una ricchezza culturale tale che puó diventare ingestibile e, paradossalmente, eccessiva in chi non abbia fatto un percorso educativo orientato ad apprezzarla invece che darla per scontata (la ricchezza è tale se la riconosci per il suo valore e sai usarla nella giusta misura; ma se non sai quanto vale, che fatica sia costata e quanto sia facile disperderla, non è ricchezza ma banale e temporanea abbondanza).. Difendere e contribuire alla conoscenza comune in rete dipende da quanto se ne sa comprendere il valore.. L'ecologia della rete chiede consapevolezza, che è una risorsa scarsa..
7 Comments
si, am come? hanno un sito?
"La comunicazione globale, l'iper-informazione, minacciano tutte le difese umane. Lo spazio simbolico, lo spazio mentale del "giudizio", non è più protetto da niente". Jean Baudrillard
è appena cominciata e certamente il sito verrà fuori tra un po' di tempo... ora c'è solo l'annuncio... http://www.ahref.eu/ (update: con i tempi dettati dalla burocrazia, ora c'è la descrizione delle finalità della fondazione contenuta nello statuto)
doh :-(
Bell'idea :)
ricordo che segnalai a suo tempo, sempre della fondazione kessler, il bando per giovani laureati "Progetto Esplorativo SoNet" http://is.gd/bGGwN
Credo che il contributo della fondazione <ahref in questo settore possa rivelarsi fondamentale.
L'informazione prodotta da aggregazioni spontanee di cittadini può davvero rappresentare il fulcro per un effettivo cambiamento.
"Il cambiamento non arriverà se aspettiamo altre persone o altri tempi...; SIAMO NOI QUELLI CHE STAVAMO ASPETTANDO". [Barack Obama]
Nel nostro piccolo ci stiamo provando in provincia...
Vedi MIRANO Community Network @: http://40xmirano.ning.com
Auguri alla Fondazione ai blocchi di partenza!
Basta guardare la presentazione per aver voglia di leggere e sfogliare:
"This book is made with the wish that words and images be means of expression, rather than objects of control. Creative expression is a release of human energy. Copyright is a law, used to protect and forbid. So we have tried to make this book as free as possible. We invite you to read it, share it... and use it. The photographs in this book were taken over the course of a year, after the 1st quarter of 2007 and before the 3rd quarter of 2008. As Joi tells it, these photographs became possible after a breakthrough in technology. But we believe the cultural movement that Joi has captured here is a breakthrough of the human spirit. The essays in this book are meant to offer a synchronic slice of contemporary free culture theory. In his foreword to the book, Lawrence Lessig has described Joi Ito as a member of a new class of amateurs, enabled by new thinking as well as bleeding-edge technology. In a special interview, Joi Ito answers questions about photography after the death of the darkroom, and his own role in the free culture movement. Howard Rheingold kindly shares some of his reminiscences while enthusing about how to "teach" the future. In his very topical essay, Lawrence Liang cross-examines the moment in legal history when photography became art. Cory Doctorow, very true to form, gets righteous about the false ownership of knowledge. Yochai Benkler expounds on human systems and finds a little bit of heaven in the disaster area of modern life. Isaac Mao tries to incite a mind revolution with the his first full treatment of the theory of Sharism. And Marko Ahtisaari contemplates the future of travel and a life lived at jet speed. We also asked many of the generous people who appear in this book to give us their thoughts about what 'A freesoul is...' This is a work of amateurs. Please share it!"
Perchè i cittadini italiani non possono vedere la rai.it pubblica senza installare il componente proprietario microsoft silverlight?
vero, ma è come i video che sfruttano Flash, che necessitano del plugin di casa Adobe - Luca Zappa @zaps
io ci ho rinunciato - paola caruso
http://acab(punto)servebeer(punto)com/tv-play... E buon divertimento. (almeno per vedere rai.tv) - Assimo
@lucazappa - infatti nemmeno flash andava bene. il punto è che esiste un contratto di servizio (sì, lo so, qui si sbeffeggia la costituzione, figuriamoci il contratto di servizio) che impegna la Rai a offrire la parte "in chiaro" dei propri contenuti sfruttando tutte le tecnologie che via via si rendono disponibili su standard aperti. nè adobe flash nè microsoft silverlight lo sono. VLC sarebbe stata una ottima scelta. - antonio pavolini
@Pavolini quale dovrebbero usare quindi, nel senso: ce ne sono di sufficientemente diffuse,ma open? - Marco Massarotto
La diffusione secondo me conta poco: vlc si scarica e via :) - Massimo MaxKava Cavazzini from iPhone
Beh non so cosa si direbbe se RAI rendesse necessario il download di un software per fruire dei programmi... - Marco Massarotto
HTML5 è la soluzione. - roldano
HTML5 sarà la soluzione tra un po', probabilmente. - Andrea Grassi
Marco, Anche adesso serve un download (silverlight)... La differenza è tra proprietario o open - Massimo MaxKava Cavazzini from iPhone
Html 5 ha un grosso problema, i browser...la maggior parte delle persone usa IE6 (nonostante il funerale), quindi oltre alla definizione del codice bisogna aspettare che una fascia sufficientemente ampia di persone utilizzi un browser adeguato (non sono mica tutti geek come noi ;) ) - Pierotaglia
io HTML5 lo vedo http://vimeo.com/10229038 tranquillamente su Chrome. Ora se la RAI e altri dicessero per vedere questo programma usa questo browser sarebbe fatta no? - roldano
@Assimo ... io lo uso ogni tanto per vedere Rainews24 e funziona http://mediapolis.rai.it/relinke... in effetti ho provato ora e gli altri non vanno - Luca Zappa @zaps
Beh diciamo che il download di Silverlight è un filo diverso da quello di VLC, ma appunto,
quello intendevo, non sarebbe una soluzione cmq. - Marco Massarotto
@Rolando Anche io lo vedo con Safari, ma noi siamo "avanti" ;) ci sono persone che usano ancora un AMD Athlon (bei tempi) - Pierotaglia
Pierotaglia si ma Vimeo non è un servizio pubblico e basterebbe mettere un link scarica qui no? E poi de che stiamo parlando? Ma quanti italiani vanno su rai.tv e quanti invece se ne stanno comodi in salotto con il TV acceso? - roldano
Io, per esempio. Che in camera mia il televisore non ce l'ho proprio... (ma anche quando sono in università torna molto utile) - Assimo
per rispettare il contratto di servizio basterebbe fornire lo stream in tutte le tecnologie più diffuse (tra cui non vi è Silverlight ma facciamo finta che lo sia) e non in una sola arbitraria... - ezekiel
Mi sembra che il quesito di Luca De Biase non sia posto in modo corretto: Silverlight è un componente proprietario come flash e tanti altri e francamente non ho mai visto polemiche così accese verso chi utilizza Flash o penalizza flash 8vedi apple). Vi invito a concentrarvi sul prodotto e sulla qualità dell'offerta di Rai.tv piuttosto che sul plug-in gratutito necessario per la visione dei contenuti. - gianluca stazio
non per difendere nessuno o voler fare il sistemista a tutti i costi ma forse bisognerebbe avere un'idea (almeno un accenno...) della difficoltà/costi di mettere in piedi una piattaforma (con tutti i problemi di robustezza e sicurezza del caso) prima di fare discussioni sul sesso degli angeli. - Alessandro Nasini [ff]
@alessandro tu ne sai senza dubbio molto dell'implementazone e della complessità di una piattaforma del genere ma noi sappiamo che la Rai in base a quel contratto di servizio (quello che include anche i computer) raccoglie da tutti noi una cifra vicina ai 2 miliardi di euro ogni anno. forse lo spazietto per fare una buona piattaforma c'è. - ezekiel
I miei televisori sono sempre stati "proprietari". E francamente anche fossero "open" non mi azzarderei a metterci le mani. Ora la maggior parte di elettrodomestici usa viti che richiedono cacciaviti ad hoc, e questo ammetto sia un eccesso dannoso. Non mi è chiaro però a cosa serva il "open" se non nella misura in cui equivale a "free", il che poi non è neanche sempre vero. HTML5 non è un viewer, è un formato e come quasi sempre accade i migliori viewer (browser) saranno presumibilmente proprietari (anche se WebKit sta avendo una sempre più ampia diffusione, ma pur sempre all'interno di prodotti non open). Le amministrazioni pubbliche paiono puntare sempre più sull'open source che pare appunto a molti avere una qualche affinità, per me inspiegabile, con "gratuito" e con "pubblico". Io, da privato cittadino, preferisco tutto ciò che è proprietario e che con una modica spesa mi garantisce supporto, il tempo che perderei a spulciare codice open vale più di quanto spendo in software proprietario. - Giovanni Sarbia
@roldano AFAIK quelli più diffusi non sono open (basti vedere il caso dei sistemi operativi, abbastanza lampante) e qualunque azienda software che si rispetti adotta standards nei loro software proprietari proprio per garantire maggiore diffusione. @antonio Flash supporta H.264 che, non a caso, è usato da YouTube in modo da fornire video anche per iPhone - Giovanni Sarbia
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De Biase non faccia cosi', spinga i bottoni giusti che Silverlight funzia anche su mac - massimo mantellini
pensa che a me aveva smesso di funzionare IE8 su winzoz! poi ho usato la soluzione dell'informatico (spegni e riaccendi) e il mefitico IE8 è resuscitato! gioie e dolori dell'informatica :) - czap
poi bisognerebbe chiedersi: con tutte le cose che ci sono da fare se uno ha una connessione a Internet, proprio per guardare la Rai deve usarla? - Paola Bonomo
si infatti non funziona per il power e ci ho bestemmiato un ora prima di accorgermene, sempre perché i proogrammi di Bill sono fatti bene... una qualsiasi app. free ti direbbe già durante l'installazione che nn si può fare! - Mark Tamagnini
E su Twitter:
- @lucadebiase quell'odiosa frase del flash "la ragione è a tutti comune la volontà no" ? -
- dsot RT @lucadebiase: perchè gli italiani all'estero non possono vedere la diretta dello streaming rai.it anche avendo installato silver light?
- michelepasutto @lucadebiase ciao prova moonlight versione open io uso ubuntu ma credo c sia per mac
- RoldanoDePersio @lucadebiase microsoft silver light? La soluzione sarebbe HTML5 perché non fate un pezzo su Nova?
- sarabrag @lucadebiase server in ufficio mi impedisce di installare programma x vedere rai.it e mi servirebbe x lavoro
- nicocasa @lucadebiase Per altro per via di questa mancanza non sono riuscito a fare una segnalazione a "Chi l'ha Visto".
- marcomassarotto @anywhere la risposta di Twitter a Facebook Connect? [via @lucadebiase]
- zaps @lucadebiase vero, ma è come i video che sfruttano Flash, che necessitano del plugin di casa Adobe
- millenomi @lucadebiase Tecnico? Intendevo dire di policy.
- millenomi @lucadebiase Il motivo è meramente tecnico: Silverlight ha uno strato pesante di protezione da copia (DRM).
- bongfactory @lucadebiase @nicocasa c'è un workaround http://bit.ly/aKZqYO però tutto ciò fa veramente poco "servizio pubblico"
- lucadebiase RT @nicocasa: @lucadebiase Per altro un utente Mac con processore Power PC non può visualizzare i contenuti offerti. (ah: è il mio caso...)
- nicocasa @lucadebiase Per altro un utente Mac con processore Power PC non può visualizzare i contenuti offerti.
On Clients...
"How you handle lateness can strengthen rather than weaken client relationships." nerdburn
"Don't mention w3c or valid coding during a pitch...talk about ROI and improving business." Satch
"If you manage them right, repeat customers will be more profitable than new ones. Work hard to turn all your new customers into repeat customers." FreelanceMan
"People buy benefits, not features." Mike_Smith
On Money...
"Charge more. And make sure you are worth it." betty
"Don't take on more than you can handle you will end up losing more than you thought you would be earning." black.p
"Don't forget taxes." betty
On the Craft...
"A website is never "done". It is only abandoned." lickynee
"If It's worth doing twice, it's worth creating a system for." Lukevdp
"Don´t be afraid of asking something you dont know to someone who is more experienced than you." Eliffio
"Get up at the same time every morning, shower, get dressed like you're leaving the house, and sit down with a cup of coffee in your office at the same time every day." nerdburn
On Marketing & Growth...
"Make sure you are marketing your business every week, even when you are swamped." Alovhaug
"Don't let the marketing messages you send out by accident get in the way of marketing messages you send out on purpose." FreelanceMan
"Always carry business cards with you and hand them out to everyone you meet, your neighbor's gardener's uncle might be a millionaire who needs your services." Max///AgencyZebra
On Sanity...
"Enjoy what you do, when you stop enjoying it. Stop doing it." AlexHughes
"Never let your freelance life dictate your personal life, or visa versa." AmberTurner
Qualcosa da aggiungere?
By guido romeo on January 28, 2010 10:01 AM
Non potrei essere più d'accordo. Sports illustrated e Wired Usa hanno già cominciato a immaginare cose bellissime... e direi molto interessanti anche dal punto di vista dell'advertising. Mi chiedo però se non dobbiamo immaginare i giornali sempre più come "lock-in platforms", almeno in parte sulla scorta dei modelli di FB, Google e Youtube che sembrano quelli che funzionano meglio in rete.
Questo vorrebbe dire che i giornali devono pensare sì al quotiodiano, ma anche a produrre contenuti che durano nel tempo, che possono essere fruiti più e più volte (la vecchia storia della settimanalizzazione, ma in maniera molto più intelligente).
E magari dovrebbero pensare anche a sviluppare qualche pezzetto di software? Il mercato delle apps sembra vastissimo... come già dimostrato da IPhone.
By Raffaele on January 28, 2010 10:32 AM
Sull'idea di giornali come applicazioni segnalo questo pezzo piuttosto radicale dell'
Huffington Post
http://www.huffingtonpost.com/maya-baratz/in-the-app-economy-newspa_b_436929.html
Nel mondo dei media contemporaneo, dice in sostanza, o sei una piattaforma (come Google, Facebook Apple-itunes-ipad) o sei costretto a diventare applicazione. Quotidiani e riviste, afferma, piattaforme non sono e dunque la loro strada è tracciata.
D'accordo con Guido sul fatto che quello che Apple propone sia finalmente un supporto che consente di restituire sul digitale la ricchezza (anche estetica) della lettura cartacea. Resta da vedere se questo "applicazionizzarsi" di quotidiani e riviste non comporterà alla lunga anche qualche prezzo da pagare dal punto di vista della libertà di espressione visto che il "controllo" finale dei contenuti resta nella mani dei proprietari delle piattaforme. Vedremo
By Sergio Gandrus on January 28, 2010 10:41 AM
Non c'è il rischio che poi non ci sia tanta differenza tra un giornale (letto sul e-reader) e un sito di notizie?
By francesca on January 28, 2010 12:04 PM
@Sergio
spesso ora la differenza tra un giornale e un "sito" di notizie à già poco evidente, quantomeno sul flusso e sulla capacità di analisi (parlo della fruibilità su Internet).
Il giornalismo (e il giornale) deve saper fare la differenza. Per ora ce la siamo cavata con poco.
By alessandro longo on January 28, 2010 4:20 PM
Niente di male che i giornali diventino (anche) applicazioni. Ma se lo diventano sottomessi alle regole di un gatekeeper come Apple, allora no, facciamo un passo indietro sulla strada della democrazia
By Sergio Gandrus on January 28, 2010 4:27 PM
@Francesca
sono un innamorato della carta stampata e, contemporaneamente, della tecnologia.
Trovo che il giornale debba fare la differenza nell'approfondimento dei contenuti e nell'impaginazione.
I lettori elettronici, invece, dovrebbero dare un'informazione più snella e rapida.
Postilla: l'iPad non è un vero e proprio e-reader. E' qualcosa che vorrebbe essere e fare tutto ma...
By Pepe Moder on January 28, 2010 7:28 PM
Forse non ho compreso bene io, ma a me pare che l'edicola ci sia eccome. E', esattamente come l'app. Itunes, una app. a disposizione. Si chiama iBooks. Puoi vendere un abbonamento ad una rivista (come su kindle) o un libro, senza necessariamente dover creare una nuova applicazione.
http://www.apple.com/ipad/features/
L'applicaizone semmai diventa uno strumento abilitante al servizio che un generatore di informazioni può darti. In questo caso la differenza di offerta è insita nell'applicazione sviluppat. Mentre nel primo caso è sulla credibilità dell'interlocutore e sulla qualità dei contenuti.
Arianna Ciccone, massimo mantellini, Federico [Kurai], Apapun, mariocrisco, Tommaso Baldovino, Luca - Nash, Massimiliano Fabrizi, Claudio Vaccaro, Carlo Carrieri, simona, Gaspare Armato, Luca Basili, marina ricciardi, masstrovato, Ciro Pellegrino, Federico Bo, Pietro Izzo, Nicola Greco, salvo mizzi, Clarissa - AIE_82, 1Co and PiccoloImprenditore liked this
Ecco, hai riassunto perfettamente il mio pensiero. - Federico [Kurai]
Assolutamente d'accordo. - PiccoloImprenditore from iPhone
credo che a breve lo saranno anche i libri... non più solo testo ma interattività multimediale - zetaraffix
quanto mi piace... - donata landini
Il fatto che abbia un normale display LCD (e non un OLED per esempio) lo esclude dall'utilizzo intensivo come ebook reader e quindi come rivale diretto del Kindle&Co. Si attendono tecnologie più evolute (meno cool, più tool...) - Federico Bo
sono molto scettico che su iPad, proprio per le prestazioni relative al browsing, si posa far pagare qualcosa in più rispetto a chi naviga da altri dispositivi. Il discorso applicazioni è quello dell'Apple Store, niente di nuovo rispetto a due giorni fa :-) Diverso se ci fosse stato il discorso edicola, che su Kindle c'è e la gente paga infatti. L'applicazione poi implica dover chiudere, in tutto o in parte, il sito gratuito e siamo da capo - Luca Conti
@luca conti coglie un punto importante: se posso accedere gratis alla versione web con tanta facilità e con una buona esperienza di navigazione, difficilmente userò l'app dedicata se non mi costruisce un valore aggiunto "talmente ampio" da giustificarne il costo. Questo ci porta al punto di partenza di Luca de Biase (troppi luca): il device è un canale con accesso a milioni di carte di credito, ma le carte di credito devono essere motivate a fare il passo in modo intelligente e innovativo - g.g.
Aggiungo my 2 cents. Secondo me le app colmano il gap con gli utenti che oggi *non navigano*: l'app nativa può agevolare l'esperienza (vedi per esempio le pagine che si sfogliano dell'iBook). Penso a mio padre over 60 e mentre non riesco a immaginarlo a navigare sul sito della Gazzetta ce lo vedo benissimo a "sfogliarla" sull'app dedicata (con la possibilità di visualizzare i filmati in-place, stile gazzetta di Harry Potter, o altre diavolerie). - PiccoloImprenditore
l'analogia con la Gazzetta di Harry Potter è geniale :) - g.g.
Faccio anch'io due considerazioni. 1) l'edicola è data dalla app delle singole testate, come già ora con l'iPhone 2) la app, una volta scaricata, diventa l'interfaccia per avere il contenuto. Nessuno che io sappia - avendo l'app di Repubblica - usa il browser per andare a recuperare la pagina originale su internet (forse anche perché lo schermo dell'iPhone è piccolo). Se l'app è più ricca di contenuto rispetto al sito - per esempio quella del Corriere ora è più completa del sito - magari qualcuno disposto a pagare si troverà. Non grandi numeri, però. - Paolo Ferrandi
Ma io credo che arriveremo da quelle parti. Cioè, il punto di forza mi pare proprio l'articolo aumentato, che è una cosa che se sei furbo dai solo a pagamento, via applicazione, lasciando gratis la parte solo testo. - Federico [Kurai]
il digitale ha finora disintegrato i contenitori e in campo musicale iTunes ha saputo interpretare economicamente questa tendenza. il problema principale dei giornali è che nascono come contenitori e hanno difficoltà a vedere e costruire se stessi altro che come tali (sia pure fichi, multimediali, ecc. ecc.) - specie gli italiani. iPad et similia potranno "reinventare" il contenitore per quanto riguarda le informazioni giornalistiche? - Mario Tedeschini-Lalli
@mario: ipad fornisce ai giornali accesso a milioni di carte di credito. Inventarsi di nuovo per conquistarle però tocca ai giornali. Niente pappa pronta, temo. - g.g.
@gg certo che no, solo dubbi sulla concreta possibilità - Mario Tedeschini-Lalli
riformulo meglio la domanda finale del mio commento: iPad et similia potranno spingere a "reinventare" il contenitore per quanto riguarda le informazioni giornalistiche? - Mario Tedeschini-Lalli
il problema della app vs web si risolve ovviamente prosciugando (gradualmente) il web e traghettando i contenuti verso il tool dedicato. Piuttosto, faccio presente che se i "giornali sono applicazioni" come dice giustamente De Biase, si ammette di contribuire ad abbattere una barriera in ingresso che gli editori vorrebbero invece preservare. E questo a me pare un problema - massimo mantellini
@mario: io la vedo diffcile, perchè reinventare il contenitore significa prima di tutto reinventare l'organizzazione (e qui diventa una partita difficile tra sindacati, cultura aziendale, ecc.). Se dovessi scommettere, sul medio periodo, direi che è territorio da "new player" - g.g.
@gg sono d'accordo. i miei dubbi sono però anche più profondi, se cioè sia proprio possibile tornare a una cultura e a una economia di "contenitori" vs una cultura e una economia di contenuti "liquidi", per quanto collegati. - Mario Tedeschini-Lalli
@mante perché un problema? - PiccoloImprenditore
@PiccoloImprenditore, perche' l'applicazione la possono fare tutti (e ok magari l'intermediario all'inizio screma l'accesso al suo catalogo, esattamente come Apple fa con l'app store, ma non puo' durare per molto) - massimo mantellini
@mante a me sembra invece un grosso incentivo a migliorare i contenuti, no? - PiccoloImprenditore
(btw se fossi la gazzetta farei carte false per far produrre un iPad rosa con sopra l'app e i contenuti aggiuntivi a pagamento/abbonamento) (Gazzetta se sei in ascolto io sono disponibile per l'app, e ho anche un barattolo di vernice rosa) - PiccoloImprenditore
leggo solo ora, sono giornate di fuoco qs per il sottoscritto. molti spunti di grande interesse tutti - come normale - da approfondire. condivido il senso di quello che e' stato detto da chi mi ha preceduto, credo pero' che il problema sia a monte. penso che fondamentalmente le key issues alle quali giornali e giornalismo f devono saper dare una risposta siano relative a credibilità ed affidabilità, senza qusti elementi la discesa di lettori sara' ulteriore. mi pare che i dati recentemente... more... - PierLuca Santoro from BuddyFeed
il problema grosso, comunque, è che le app che servono per scorrere le news sono abbastanza marginali se diamo un'occhiata alle statistiche dei download dall'app store. Questo significa che la quota di tempo dedicato alla lettura delle notizie è molto piccola nell'economia di fruizione dei nuovi utenti (mi scuso per l'italiano barbaro). Se non si inverte questo trend siamo tutti pre-pensionandi. - Paolo Ferrandi
ad avercela la pensione inpgi - Ciro Pellegrino
Una visione simile a quella di Luca, dal Canada http://feedproxy.google.com/~r... - Luca Conti
un quotidiano inscatolato in una app sarebbe, presumibilmente, non trasferibile ad altri mezzi. In linea con la filosofia iTunes, non sarebbe possibile fare sharing se non con 'cosi' dello stretto giro autorizzato Apple. Altrimenti verrebbe a cadere l'unico motivo che potrebbe spingere la gente a pagare le news. Mi pare un capre e cavoli tra hardware, formati proprietari, e soldi. - J.Held
Qualche punto per riassumere: 1. l'esperienza dell'utilizzatore cambierà e di molto. Questo è un fattore importante (pensiamo a cosa hanno fatto iPhone e poi FB) attirando probabilmente molti nuovi utenti Anche percè la rete in mobilità sarà molto più accessibile; 2) Sarà un ecosistema misto, molto più mescolato di quello del web perché il Pad lo impugneremo per leggere un romanzo, ma anche per scrivere, per informarci con news testuali, ma anche per fruire di contenuti video (molto più e... more... - guido romeo
@Paolo Ferrandi: ulteriore conferma di quanto sostengo, il problema non è nel mezzo. Non credo che ci/vi manchino i dati; in caso chiedete che ne "spammo" alcuni. Non mi interessa parlare di mezzi, mi interessa [ ed interessa agli utentii/lettori] parlare di messaggi. - PierLuca Santoro
l'applicazione, paradossalmente, può diventare un frullatore, vedi: http://blog.us.cision.com/2010... In linea con quanto detto a DLD del resto: Focus in Germania fa più soldi con l'ecommerce che con la pubblicità - Luca Conti
By pier on January 30, 2010 9:45 AM
La cosa non abbastanza sottolineata dell'iPad è che è un sistema chiuso! Lo spiega bene Alex Payne qui: http://al3x.net/2010/01/28/ipad.html
A prescindere dal software, dai contenuti etc. questo è un ottimo motivo per non prenderlo nemmeno in considerazione, almeno per me.
A lungo termine credo che anche agli editori non convenga: in una piattaforma del genere Apple ha troppo troppo potere.
Nel frattemo, Aza osserva che l'iPad è una piattaforma e cita Fuggetta, che avverte di fare attenzione al suo posizionamento, dichiarato nel keynote di Steve Jobs. Webeconoscenza manifesta qualche preoccupazione sul potere crescente della Apple. Giornalisticamente cita una raffica di link interessanti.
L'Economist ha due pezzi importanti sull'iPad.
I numeri di internet affascinano: Gabriele, Lsdi, Destralab, Andrea, Aza, Yoriah.
E, inoltre: i social media rischiano di generare pensieri integralisti, dice Mfisk. L'idea della rete tenuta insieme dalle relazioni tra le persone piace a Matteo.
Il Giornalaio aiuta la raccolta bibliografica sul giornalismo online.
Vittorio Bertola aveva scritto una pagina sul Movimento 5 stelle. Ma Wikipedia non l'ha accettata. La discussione tra i partecipanti si concentrata sul fatto che si tratta di un partito troppo giovane, nato da tre mesi, e dunque le informazioni su di esso sono più da notiziario che da enciclopedia. Quintarelli, tra gli altri, aveva commentato osservando che i volontari wikipediani fanno un lavoro encomiabile, che possono sbagliare e che i meccanismi di controllo sono in funzione. Bertola è stato poi bannato perché non poteva continuare a scrivere avendo in corso un contenzioso con Wikipedia.
Il fatto nuovo è che Alleanza per l'Italia è a sua volta un movimento politico che ha soltanto tre mesi di vita. Ma la sua voce è stata accettata. Con l'avvertenza però che si tratta di una voce affetta da recentismo. (Ultima visita prima di questo post, mercoledì 20 alle 13:00). A voler essere coerenti, sia Alleanza per l'Italia che Movimento 5 stelle, dovrebbero avere una voce su wikinotizie (ma attualmente non c'è).
Ci sono dunque parecchi fenomeni caotici nella vicenda. Voci che dovrebbero essere messe nel notiziario non ci sono, mentre voci che non dovrebbero essere sull'enciclopedia ci sono in un caso e non in un altro. Questo è istruttivo. Come spiega Frieda Brioschi, il lavoro di editing di Wikipedia è svolto da volontari che si occupano di quello che li interessa in modo non coordinato, sapendo che il loro lavoro non finisce mai, seguendo criteri di massima e interpretandoli soggettivamente, anche attraverso lunghe discussioni tra loro. In Italia ci sono circa 500 volontari molto attivi, che fanno almeno 100 edit al mese. E ci sono circa 8000 utenti attivi che hanno fatto almeno 50 edit. Alla discussione su una voce partecipano mediamente una dozzina di persone che non sono le stesse che partecipano alla discussione su altre voci, naturalmente. Quindi l'interpretazione può cambiare di volta in volta.
Un fatto è chiaro. Quando una voce è affetta da recentismo vuol dire che non è stabile, che chi l'ha approvata la considera al limite dell'accettabile, e che non è detto che quella voce rimanga. Da leggere la spiegazione di recentismo su Wikipedia.
Tutto questo significa che il sistema di Wikipedia è incoerente e andrebbe cambiato o che va bene così? Probabilmente va bene così nel senso che può generare decisioni incoerenti ma è programmato per migliorare e migliorerà ancora, sulla base della passione e della dedizione delle persone che se ne occupano. Il motivo per cui queste persone sono indirizzate bene è chiaro: la metafora dell'enciclopedia rende Wikipedia un progetto comune alle persone che partecipano; la scarsa visibilità degli individui che partecipano incentiva poco o nulla la competizione tra le persone; ne emerge un'intelligenza collettiva orientata a un progetto comune che riduce il peso degli interessi di parte. Imho.
Wikipedia è un progetto meraviglioso, le cui conseguenze culturali sono immense considerando la quantità delle persone coinvolte e la qualità dei problemi che pone. Senza esagerazione quello che stiamo vivendo in questi anni è paragonabile alla fase di elaborazione dell'Encyclopédie dell'illuminismo settecentesco: riguarda la scelta degli argomenti, il loro trattamento, lo scopo dell'opera, la diffusione dei risultati, l'organizzazione necessaria alla stesura delle voci e al loro aggiornamento. Comprese le metodologie per affrontare il dibattito intorno a queste questioni. Si tratta di un lavoro che condensa in un progetto concreto e di vastissimo successo un modo di interpretare l'intelligenza collettiva.
La questione emergente riguarda la qualità dei contributi. Andando avanti con il ragionamento, in effetti, l'Encyclopédie è nata da un dibattito filosofico profondo. Come incentivare la profondità del dibattito? Se il sistema di Wikipedia non incentiva chi persegue interessi di parte, e se come dimostra la pagina di spiegazione del recentismo ha già sviluppato una sua filosofia (la lunga durata dei contenuti è un punto essenziale) è anche vero che non presenta incentivi specifici per selezionare le persone più competenti (il che è ovviamente molto difficile), ma privilegia le più dedicate al progetto (un fatto oggettivamente rilevabile). Su questo punto, si può immaginare uno sviluppo? Se avverrà, sarà pragmatico e teorico: pragmatico, in base alla qualità del dibattito relativo alle varie voci e, teorico, in base alla crescita di criteri che valorizzino il peso dell'opinione di chi ha maggiore esperienza sulle varie materie. Non è facile. Ci vuole tempo. Ma un'enciclopedia richiede il suo tempo.
(Domani su Nòva un pezzo in materia).
La questione www.veri.ta: si è aggiunto Guido Vetere, CronacheSospese, Giornalisticamente, PDObama, e i già segnalati Maremma, Mantellini, Scene digitali, Pd Vedano Olona, BlogNotes, Tre scogli, Omniaficta, LostSpace, Spazio della politica, Ideas Repository, Vittorio Pasteris, Luca Massaro. Gigi, WebNotes. GardaLine, Webeconoscenza, Antonio Larizza. Quinta.
E poi: Firenze, Cluetrain, GianArturoFerrari, CinaGoogle.
- testi di riferimento
- idee guida
- blog di esperti
- siti di centri di ricerca
- analisi
- soluzioni di qualità
- casi esemplari di inchieste partecipate
- dibattiti
Ecco le primissime risposte:
Ciao Luca, qui trovi un compendio di innovatori nel campo:http://www.conversationagent.com/2010/01/5-sources-of-thinking-on-new-journalism.html
Ciao Luca:) Ho provato a dire cosa penso qui http://blinkenmedia.it/2010/01/11/a-favore-di-uninformazione-ecosostenible-alla-ricerca-di-nuovi-equilibri/
Servono nuovi modelli di organizzazzione dell'informazione on-line. Più democratici, più trasparenti, più equi e soprattutto remunerativi! Per questo nascehttp://www.net1news.org
Ciao Luca
"MIRANO Community Network" - Laboratorio per l'informazione iperlocale:http://40xmirano.ning.com
Per quanto possa essere una segnalazione di nicchia, ci provo. Avrei il piacere di suggerire la lettura di alcuni blog in italiano in cui si scrive e si invita a riflettere su quello che accade nella blogosfera e nella società civile cinese.
Ivan Franceschini (da Pechino)
http://appunticinesi.blogspot.com/
http://appunticinesi.blog.unita.it
Tommaso Facchin
http://caracina.wordpress.com/
alcuni casi su bologna:
1) social network di ecologisti bolognesi http://recobo.ning.com
2) quotidiano collettivo online, con assemblee di redazione aperte al pubblico
http://www.zic.it/chi-siamo
qui c'è molta altra roba, anche in regione, volendo si potrebbe pensare a un report su tutta l'emila-romagna. se ti interessa mandami una mai che ne parliamo un attimo
Non è facile per nessuno controllare la rete...
- testi di riferimento
- idee guida
- blog di esperti
- siti di centri di ricerca
- analisi
- soluzioni di qualità
- casi esemplari di inchieste partecipate
- dibattiti
Ci si tornerà in un giorno meno festaiolo, naturalmente. Ma proprio oggi, forse, era necessario fare un piccolo buon proposito...
Naturalmente, se hai già in mente una segnalazione e hai tempo, persino oggi... annotala nei commenti per favore...
Ecco le primissime risposte:
"MIRANO Community Network" - Laboratorio per l'informazione iperlocale: http://40xmirano.ning.com
Per quanto possa essere una segnalazione di nicchia, ci provo. Avrei il piacere di suggerire la lettura di alcuni blog in italiano in cui si scrive e si invita a riflettere su quello che accade nella blogosfera e nella società civile cinese.
Ivan Franceschini (da Pechino)
http://appunticinesi.blogspot.com/
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Tommaso Facchin
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alcuni casi su bologna:
1) social network di ecologisti bolognesi http://recobo.ning.com
2) quotidiano collettivo online, con assemblee di redazione aperte al pubblico
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Ci si tornerà in un giorno meno festaiolo, naturalmente. Ma proprio oggi, forse, era necessario fare un piccolo buon proposito...
Naturalmente, se hai già in mente una segnalazione e hai tempo, persino oggi... annotala nei commenti per favore...
BUON ANNO!!!
Oltre ad alcuni dati positivi, EFF segnala due aspetti importanti:
1. Come si diceva anche qui, la nuova politica sulla privacy incoraggia in molti modi - sottili e meno sottili - a pubblicare spontaneamente e autenticamente i fatti propri, promettendo un altissimo livello di privacy. Questo serve al business di Facebook (che è fondamentalmente basato sulla conoscenza capillare dei comportamenti e dei giudizi degli utenti). Ma abbassare il livello di attenzione su ciò che si vuole pubblicare di se e su ciò che si vuole mantenere riservato può condurre le persone a rischiare troppo.
2. L'introduzione improvvisa di una dimensione delle informazioni personali priva di privacy, "publicly available", riguarda anche la lista degli amici e altre informazioni che prima si potevamo mantenere riservate agli amici. E' una scelta che Facebook difende. Ma che non è priva di rischi.
3. Le applicazioni hanno troppa libertà di entrare nei profili delle persone, anche nei loro scaffali più riservati, secondo EFF.
Insomma, la nuova privacy di Facebook potrebbe rendere le persone meno consapevoli del problema della riservatezza dando l'impressione di maggiore controllo, indurle a pubblicare più spontaneamente e avventatamente, aprire varchi importanti nella privacy stessa.
Si sa: la privacy interessa le persone, ma sono le persone stesse a dimenticarsi di questo interesse molto spesso. Se fosse una scelta consapevole, quella di condividere tutto di sé, potrebbe andar bene. Ma il fatto è che quando si condivide qualcosa di sé che riguarda anche altri, di fatto si intacca la privacy altrui senza che questi ne siano consapevoli. E in ogni caso, a essere interessati ai fatti degli altri possono essere tipi di persone molto diversi e imprevedibili.
Tra gli aforismi di Zoran Popovic, raccolti da James Geary
"The public domain"
di James Boyle, disponibile online in cc
lettura da non perdere
"Twitter is human shaped, not business shaped"
dice Stephen Fry, uhmm
Si continuano a segnalare interventi sull'informazione e lo sviluppo di internet: Nessunodeisuddetti, Bigoutblog, Rigatelli, Lsdi.
Grazie a Dadaismi per la ricerca della coscienza. E ad Alessandro Ronchi per la coscienza ecologica.
http://www.facebook.com/pa
Anna Carola Freschi sull'università e il mercato
Studiare i giovani per capire come stiamo cambiando, secondo Mauro Lupi
Bellissimo pezzo sull'incantesimo di Medusa (col Grande Fratello che canta e balla)
La fine dei giornali è tutt'altro che segnata. I valori sono però fiducia e credibilità
Un bel post sul cambiamento dei supporti per l'informazione
"Internet ha dato forza alla comunità e alle relazioni umane. Ma in un contesto di leggi forti produce più risultati collaborativi che in un contesto di leggi deboli."
Ecco, però ci sono alcune eccezioni che andrebbero studiate (es.:http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1049 ). Forse ne sappiamo ancora troppo poco..
grazie g.g.!!!
Luca, per ragioni che non avevano nulla a che fare poco dopo aver letto questo tuo interessante post sono finito sul sito d'informazioni dell'Unione delle Comunità ebraiche (http://moked.it/unione_informa/091016/091016.htm), che apre con un pensiero di un famoso commentatore biblico medievale offerto dal rabbino Roberto Colombo. Mi sembra adatto:
Dio disse: "Faremo l'uomo" (Gen. 1,26). "Faremo" e non "Farò". Pur potendo agire da solo Dio chiese la collaborazione degli angeli. Questo per insegnare a noi lettori la buona educazione, il garbo e la cortesia. Nessuno deve agire senza prima chiedere il consiglio e la collaborazione anche di coloro che si reputano meno capaci. (Rashì)
La questione è, naturalmente, come "organizzare" e far funzionare "buona educazione, garbo, cortesia" perché generino "consiglio e collaborazione" nel contesto del quale parliamo. Non ho una risposta, ma sono convinto che non può essere affidata - come pure da qualche parte ancora si ritiene - a presunte qualità innate della comunicazione in rete.
La non finitezza della rete rende urgente riconoscere che ci sono problemi che nascono proprio dalla caratteristica "di massa" dell'ambiente. Quand'anche non ci sia un unico "broadcaster", resta la dimensione numerica che rende più complicato "conversare".
Altro elemento da valutare: la "conversazione" è un'immagine insufficiente per comprendere quello che si fa o si dovrebbe fare. Nel suo significato tradizionale la conversazione non è di solito "finalistica", non si propone di per sé uno scopo -- anche se spesso genera delle conseguenze. Esiste invece anche una comunicazione a più voci, una conversazione che definirei "deliberativa", che si effettua cioè al fine di arrivare ad alcune conclusioni, per quanto provvisorie.
Si tratta del tipico atto "politico": discutere per decidere. Può applicarsi a materie ufficialmente ritenute politiche, a materie più vicine alla vita di tutti i giorni(es.: le terribili riunioni di condominio), ad altre più "culturali" (una relazione di un gruppo di studio, un progetto di corso di laurea, ecc.).
E' in particolare per questo tipo di conversazione, per le conversazioni "deliberative", che nasce un diritto oggettivo che le regola sulla base di premesse di valore e di codici comportamentali condivisi.
Da un paio di secoli a questa parte, nella società politica e civile dell'Occidente liberale, queste regole si sono costruite sulla base di un concetto fondamentale: il conflitto degli interessi, delle convinzioni, delle idealità deve essere riconosciuto come ineliminabile e le regole servono per "gestirlo" (manage) non per eliminarlo. Un concetto che non capiscono gli integralisti di ogni genere, compreso il nostro attuale presidente del Consiglio che semplicemente non sa darsi una ragione del perché non tutti lo "amino" come pensa di meritare.
Dovremmo cominciare a discutere del conflitto nella società digitale e delle regole per gestirlo.
Bella la citazione del Genesi, e anche il commento. Il plurale c'è perchè il soggetto sono gli Elohim, ossia, "i Signori". Quel versetto del Genesi è parte della cosiddetta tradizione "elohista", che è affiancata ad un altro mito della creazione dell'uomo, che invece è della tradizione "yahvista" (quello dell'arglla, la costola etc.). Anche l'ebraismo alle origini era un politeismo.... viva il politeismo.
il politeismo è più collaborativo...
Piccola parentesi, per Antonio Roversi. Io lo incontrai a gennaio 2006, per rep, avrei voluto tornarci, ma, forse non lo sai Luca, purtroppo da due anni non è più su questa terra. Era una splendida persona.
Oh non lo sapevo.. Mi dispiace tanto.. L'avevo conosciuto solo in occasione di quell'intervista e avevo pensato spesso alla sua coraggiosa ricerca.
A pelle, non mi piace la distinzione tra conversazione collaborativa e competitiva. La parte più qualificante della conversazione non è il dire, ma è l'ascolto attento, rispettoso ed empatico dell'interlocutore che hai davanti.
Sulla base di questa definizione, ci sono le conversazioni, e poi ci sono (scusa il tecnicismo) gli stronzi. Il bello di internet non è che elimina gli stronzi, è che non ti obbliga a seguirli.
Grazie.. Ci penserò meglio. Ma ho l'impressione che.. it's more complicated than that :)
Credo che tutto debba passare per il rispetto e la fiducia del "codice più importante" da parte di tutti gli attori della conversazione, sia essa collaborativa o competitiva. Se è scontato per chi collabora che debba sviluppare rispetto e fiducia intorno a dei valori e per un progetto comune, non è affatto scontato per chi compete. Sono curioso di sapere come evolverà questa conversazione.
Luca, ci avevo ripensato pure io, da qui la triste scoperta, a Roversi (il cui blog è ancora on line: http://www2.scform.unibo.it/wordpress prendila come una notizia, ci scappasse una commemorazione) dopo L'odio in rete, per recensire il quale mi disse:
Internet oggi «è un po' ancora mitologia, e sempre più vita quotidiana, tanto che quello della rete non si può più considerare uno "spazio virtuale". E neppure un "villaggio globale", uno spazio democratico e cosmopolita: sembra piuttosto, anche se non solo, uno spazio in cui riprodurre e amplificare le differenze, dove far prevalere criteri identitari marcati e non negoziabili. In una parola, assistiamo a una "balcanizzazione" della rete».
E questa va dedicata all'ottimo Gaspar :)
Io francamente questa volta non sono d'accordo con Gaspar.
La conversazione è la modalità di interazione che prevede che ci si alterni nella attività del parlare e dell'ascoltare in modo non strutturato, è l'antitesi della conferenza.
Collaborazione o competizione sono due possibili sfumature della conversazione, in realtà non esistono conversazioni completamente collaborative o completamente competitive, credo che in ogni conversazione ci sia una mix di questi due atteggiamenti.
Il problema non sta nella competizione che non è di per sé un disvalore, ma nelle modalità usate per sostenere una propria tesi.
In realtà la rete non è che uno strumento di comunicazione e le dinamiche della rete altro non sono che le dinamiche del mondo reale, qualche volta amplificate in modo negativo dalla immaterialità e dall'anonimato.
Francamente rispetto a conversazioni molto competitive trovo che quello che uccide la conversazione è l'atteggiamento, molto comune tra le "blog star" che dopo la prima contestazione a una loro affermazione nemmeno rispondono e se chiedi come mai ti rispondono "se non siamo d'accordo a cosa serve rispondere?" trasformando la conversazione in una sterile serie di conferenze.
bob
PS quello che tende ad uccidere la conversazione a mio modo di vedere è il cross posting una volta giustamente considerato negativo, oggi largamente praticato.
Anche a me la visione della conversazione in rete in termini di dualismo collaborazione/competizione non convince molto. Anzi ritengo che il risultato migliore in termini di co-creazione e scambio di conoscenze si abbia spesso quando le persone coinvolte hanno punti di vista diversi sulla medesima tematica. Anche su questo blog credo che i thread più lunghi, più interessanti ed in grado di metter in circolo nuovi flussi di conoscenza (per chi vi partecipa o chi semplicemente li legge) siano quelli che nascono dal disaccordo rispetto alle opinioni di Luca, a quelle dei protagonisti dei suoi post o ancora a quelle espresse nei commenti. Citare in questo caso la metafora economica più concorrenza=maggiore bene pubblico credo sia pericoloso, però temo sia un errore altrettanto grave considerare la competizione in termini esclusivamente negativi.
ascolto con molta attenzione.. spero di fare presto un nuovo post in materia.. come sempre sono più interessanti i commenti dei post. ma vorrei precisare che il mio intervento mirava a distinguere diverse dimensioni della "conversazione", che rischia di diventare una nozione troppo larga per poter essere pienamente significativa.. imho
Per fortuna la lingua italiana è già ricca di termini per indicare una interazione verbale tra due esseri umani. Ad esempio conversazione, discussione (quella di cui parlava Bob), disputa, litigio, alterco, gazzarra, etc.
Abbiamo capito che la parola "conversazione" spiega molto di quello che avviene sui media sociali. Ma è tempo di elaborare una strategia per andare avanti con il ragionamento: la parola è precisa, ma non sufficiente a definire una strategia per le strutture che devono attraversare questa fase di grande trasformazione e ridefinire il loro ruolo. Sto pensando, ovviamente, a giornali, università, uffici marketing... In mancanza di una certa chierezza possiamo entrare in un loop equivoco e pericoloso. Mi spiego.
E' possibile definire come conversazione un talk show? Una conversazione è sempre collaborativa, oppure può essere competitiva? Ci sono tecniche per emergere in una conversazione competitiva?
In una conversazione collaborativa tra amici ci si ascolta e si cerca di informarsi, divertirsi, coltivare una relazione umana.
In una conversazione competitiva si cerca di far prevalere la propria idea su quella degli altri.
Se una conversazione collaborativa avviene online in un contesto adatto, si sviluppa un progetto condiviso e ci si avvicina a realizzarlo con le forze e le competenze di tutti i partecipanti.
Se una conversazione competitiva avviene in un talk show televisivo pensato per mettere a confronto diverse posizioni politiche, l'obiettivo è convincere i telespettatori di un'opinione o almeno impedire ai telespettatori di comprendere le ragioni della parte avversa.
Tra questi due estremi ci sono molte situazioni diverse. E molti equivoci. La prevalenza della nozione di conversazione non è sufficiente a definire un percorso che porti le persone verso un progetto condiviso, verso un avanzamento della conoscenza, o verso un vero confronto di fatti e teorie. La conversazione costruttiva, collaborativa, avviene solo nei contesti adatti. E allora la domanda diventa: internet è sempre il contesto adatto a fare emergere una conversazione collaborativa?
Si può dire che è più probabile che una conversazione collaborativa che faccia contemporaneamente avanzare la conoscenza e la qualità delle relazioni sociali avvenga su internet piuttosto che in televisione. Ma il fatto che avvenga su internet non è sufficiente a definirla collaborativa. Se infatti si applicano anche su internet le tecniche sviluppate per le conversazioni competitive in televisione, ci si parla sopra, non ci si ascolta, si tenta soltanto di far prevalere una posizione. E Arturo di Corinto, su Nòva (4 giugno 2009), ha dimostrato che i partiti italiani hanno pagato ragazzi durante la campagna elettorale per le europee proprio per fare quel lavoro online.
Insomma: la tecnologia internettara consente la conversazione collaborativa; e visto che tante persone ne sentivano tanto bisogno, in effetti su internet è esplosa una vera, grande conversazione. Ma la tecnologia non impedisce la conversazione competitiva: e visto che le strutture che vivono di competizione e non di collaborazione se ne sono accorte, internet è diventata anche il luogo dove ci si scanna come e più che altrove. (Non c'è solo la politica italiana, infatti, per la quale lo scannatoio principale è la tivu e i suoi annessi e connessi; ci sono i siti dell'odio vero, come quelli studiati da Antonio Roversi, docente di Strategie della comunicazione multimediale a Bologna, dall'integralismo islamico, al tifo calcistico, alle organizzazioni di estrema destra e alle forme eversive di ogni colore...).
Qual è dunque il tema? Dov'è che in prospettiva si svilupperà la conversazione collaborativa che tanto ci piace? Direi che questo avverrà in un contesto nel quale ci sarà maggiore consapevolezza non solo dello strumento che utilizziamo, ma anche delle dinamiche e delle regole che guidano la convivenza. Nelle sue diverse dimensioni: società, comunità; mercato, scambio; legge, etica.
Società e comunità
Gustavo Zagrebelsky, con i suoi libri e articoli su Repubblica, ci aiuta a distinguere tra le diverse dimensioni della convivenza, inducendo a riflettere sulla necessità di istituzioni forti che garantiscano che quella convivenza sia pacifica.
Qualunque semplificazione in materia è sempre difficile. E non mi ci voglio certo addentrare. Ma è chiaro che le regole sociali secondo le quali esistono contratti tra le persone, istituzioni cui rivolgersi, leggi accettate da tutti, sono un contesto nel quale molti aspetti potenzialmente violenti della convivenza si sciolgono in una microconflittualità non violenta. La legge non è uno strumento di collaborazione, ma eventualmente di consenso sui comportamenti che vanno bene a tutti. La collaborazione viene dalle logiche della comunità.
Se nella società tutto è regolato per contratto, per diritti e doveri, per carte e moduli, si collabora in base alla presunzione che non ci si può fidare dell'altro. La relazione competitiva è prevalente. Se nella comunità un accordo tra "gentiluomini" si firma con una stretta di mano, se l'onore e la fiducia sono gli strumenti principali in base ai quali ci si mette d'accordo, in questo contesto la relazione collaborativa è più probabile. Nelle dimensioni legalmente codificate valgono gli strumenti della relazione, mentre nelle relazioni di comunità vale il senso e lo scopo delle relazioni.
Un'ipertrofia della codificazione può finire col bloccare l'innovazione, nel senso che spinge a concentrare una quantità di sforzi sulla formalità e a diminuire l'attenzione intorno alla creazione di qualcosa di imprevisto. Un'innovazione, spesso, viene da un pensiero sviluppato da una comunità o da qualcuno che ha visto qualcosa che non era già stato burocraticamente previsto. E poi è chiaro che tutto ciò che è dovere, diritto, modulo, codice, è pesante: mentre tutto ciò che è relazione, creazione, amicizia, fiducia, è leggero e interessante. Noi viviamo nella nostra comunità, non nel codice.
Ma attenzione: il codice serve invece per tutto ciò che deve garantire l'equilibrio tra innovazione e continuità, evitando la prepotenza, l'inganno, la violenza. Perché una comunità non è necessariamente un luogo della parità tra le persone. Anzi: spesso sono proprio le leggi che riequilibrano le relazioni di prepotenza o di ingiustizia.
Se le relazioni che una popolazione vive sono prevalentemente di comunità (occhio che tra queste vanno necessariamente comprese le relazioni feudali, mafiose, oligarchiche...) ma mancano le leggi che impediscano l'inganno, la prepotenza e la violenza, la comunità prevale ma non la collaborazione.
Insomma: un contesto giusto e umano è un contesto nel quale le relazioni di comunità e quelle codificate sono in equilibrio.
Internet ha dato forza alla comunità e alle relazioni umane. Ma in un contesto di leggi forti produce più risultati collaborativi che in un contesto di leggi deboli.
In realtà, l'innovazione nei codici è proprio il lavoro della politica. E la politica, in democrazia, è competitiva. Ma se la competizione si mangia tutto il dibattito, si perde molta ricchezza intellettuale ed esperienziale, si costruisce meno sul progetto e più sulla contrapposizione.
Quindi quello che serve è che l'innovazione nei codici venga attuata nel contesto di un codice più importante - tipicamente la Costituzione - che garantisca un processo per cui prima c'è una conversazione collaborativa che rispetti tutte le posizioni e le esperienze e poi si passi alla competizione.
Il rischio di parlare solo di conversazione, senza distinguere le dinamiche diverse della conversazione, può portare a qualche confusione: se ne parla in termini di democrazia plebiscitaria, democrazia padronale, democrazia familiare o democrazia populista. E la conversazione può essere utilizzata anche da queste dinamiche in assenza di un contesto costituzionale solido, chiaro e condiviso.
Credo che queste siano intuizioni sulle quali dovrò fare ancora molta riflessione. Spero possano indurre a qualche contributo, paziente e "collaborativo".
Plumfake @lucadebiase comunicare in modo veloce aggregando interessi comuni
gnomade @lucadebiase: a farti trovare link interessanti, a scrivere un diario di viaggio col cellulare, a imparare notizie, a essere sintetici
fmanclossi @lucadebiase penso che questa immagine postata tempo fa descriva bene Twitter http://bit.ly/2BTo0r
24energia @lucadebiase non ha una funzione specifica.c'è chi scrive che sta andando in bagno,chi segnala link,chi consiglia film,chi segue e basta
24energia @lucadebiase io credo sia utile per la condivisione di informazioni sintetiche.un feed rss più attivo e consapevole
La vecchia home page recitava un messaggio diverso [ cfr. http://www.techcrunch.com/
La privacy su Twitter non è un tema così scottante. Si pubblica e basta, anche se volendo i può rendere il proprio feed privato. Impossibile dire a che serve. E' un canale di comunicazione. Come il telefono può essere usato per chiaccherare, per lavoro, per fare webmarketing...
The Science and Technology in Society (STS) forum, inaugurated in November 2004, holds an annual meeting starting on the first Sunday of October every year, in Kyoto, Japan. The meeting is aimed at creating a global human network based on trust and providing a framework for open discussions regarding the further progress of science and technology for the benefit of humankind, while controlling ethical, safety and environmental issues resulting from their application: "The Lights and Shadows of Science and Technology." In seeking to ensure further progress in science and technology throughout the 21st century, it is necessary to keep possible risks under proper control based on shared values, and to establish a common base for promoting science and technology. Because international efforts as well as concerted efforts between different areas to address these problems are essential, the forum gathers top leaders from different constituencies: policymakers, business executives, scientists and researchers, media - from all over the world.
Nova Talk oppure Talk Nova
:-)
ma credo che renda l'idea
RadioSara' .
Benvenuti sulle frequenze di:
"VoceNòva"; (inglesizzando Nòvavoice)
"ParolaNòva"; (inglesizzando NòvaWord)
"Voce agli InNòvatori"
Escluderei Radionova che è una radio locale delle mie parti :-)
Vano? No! Novà
Ammetto di esser un pubblicitario da strapazzo, per fortuna.
:)
Luca,
non ho letto se per caso è già stato scritto o meno.
Mi è venuto in mente:
inNòva Radio
2000 e Nova
Super Nòva. Codice Nòva. Lost in Nova. Nòva 240. L'Innovàto. In-novà veritas (marò!). Nòvassioni. Nòvassiomi. Vita Nòva (poetico).
Nova in Aria
Che dici di ETERNOVA?
Mi
associo a chi ha proposto Novaonda, perche` suggerisce sia il fatto che
Nova va in onda, che l'essere "on the edge of the wave".
ciao
..e MalaNova? ..troppo di parte? ;P
ancora compliments!
Tato per ..QuelliCheMalanova.it
NòvaArir, la voce che riNòva
NòvaAir, la voce che riNòva
Novaradio non sarebbe male, ma essendo il nome di svariate emittenti, personalmente sceglierei qualcosa di più "identificativo".
Da autore e collaboratore di un'emittente privata mi è già capitato
di battezzare qualche trasmissione. Mi piace il già citato "Nòva On
Air", ma mi sembrerebbe molto adatto proprio il semplicissimo (ma a mio
avviso efficacissimo) "Nòva Alla Radio".
In alternativa, "Nòva da ascoltare".
Le proposte per il nome di Nòva alla radio si moltiplicano. Alle 5:30 pm di oggi sono queste:
da Facebook
update:
Sandra Ceriani
:-)
da FriendFeed
update:
da Facebook
update:
Sandra Ceriani
:-)
da FriendFeed
update:
Di silenzio, si è parlato molto. Anche qui.
Del resto: un bel tacer non fu mai scritto
Non si può che girare estasiati tra gli spazi di questo Salone dei Cinquecento. Le persone che parlano nei quattro angoli attrezzati con tavola e sedie. Gli applausi alla fine di ogni mezz'ora. I cartelli dove i relatori si sono iscritti, riempiti in cinque minuti. Qualche difficoltà per connettersi al wi-fi. Il senso di amicizia spontanea, con chi si conosce e con chi si incontra. Firenze sembra felice di sé stessa. Per aver fatto una cosa che non si era mai vista. E che fa vedere che si farà dell'altro. Con un metodo nuovo. 
Il Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio per il barcamp di Firenze al quale sono attualmente iscritte duecento persone. Nella foto si vedono i quattro raggruppamenti di sedie che ospiteranno le quattro sessioni contemporanee dell'iniziativa. Wifi aperto ovunque. E pensieri secolari vaganti per la sala. In cerca di una prospettiva.
In Italia si può essere laici solo nella misura in cui lo permettono papa e vescovi. E bisogna chiedere permesso. Quindi i problemi dei francesi non ci riguardano.
Non so. Provo a offrire un altro punto di vista. Io penso ci siano diversi livelli d'osservazione, e misure ipocrite per attuarlo: questa idea del Burqa sarà, in qualche misura, mitigata con l'ordine pubblico.
La stessa legge sul velo, nelle scuole francesi, è passata come legge di laicità, e la dismissione di tutti i simboli religiosi, credo fosse un male necessario.
Io credo, però, che lo stato, come chiunque di noi, possa fare una propria obiezione di coscienza, una piccola testimonianza di sé, nel proprio privato. Io posso dire: "no, a casa mia non si entra con la svastica". Lo posso dire in ossequio al disvalore simbolico di quel soggetto.
Ora, senza sopravvalutare il limitato effetto dell'obiezione di coscienza, che è narcisistica connaturatamente narcisistica, penso che lo Stato possa dire lo stesso: nei miei edificî - perché si parlava di edificî pubblici, non di territorio nazionale - scuole, ospedali, io non permetto che la donna sia discriminata. Non permetto che s'indossi un simbolo che vuoldire la discriminazione della donna, anche se la persona in questione è consenziente.
È esattamente come vietare a qualcuno di entrare a scuola con scritto in fronte "le donne sono inferiori", che è il preciso significato del velo, e della copertura del corpo femminile nell'Islam - è antipatico da dire, ma chiunque neghi questo fatto non sa di cosa parla, detto da uno che ha vissuto 6 mesi in Palestina - è la dichiarazione di principio che la sede dell'autocontrollo sessuale maschile, è il corpo della donna. Come nell'odioso teorema della donna in minigonna, che "merita" lo stupro.
Ci sarebbe da parlare del sopravvalutato rispetto religioso, di come le idee che si sono affermate come religioni "di moda", intendo tutte quelle considerate "credibili" - dal Cristianesimo, all'Ebraismo, alle religioni orientali. Il fatto che un simbolo sia espressione di una propria religione non dovrebbe mettere alcuna schermatura, alla critica di tale simbolo. Che io indossi il velo, o il cilicio, per "concezione religiosa" vale quanto portare un velo o un cilicio per mille altre ragioni.
@Giovanni, imporresti l'etica della libertà con l'autorità quindi? Il discorso potrebbe reggere se avessi la sicurezza che tale costume fosse repressivo per "loro". Il paragone delle svastica omologa il punto di vista emico con quello etico. Tra parentesi, non si pensa per il bene degli altri se non sei sicuro che effettivamete lo sia. Derivazione: obbligheresti a togliere il velo per quale scopo? Quello di esacerbare il conflitto nella loro comunità di sicuro. In merito alla critica dei simboli (espressione), non può derivarne la negazione (azione). La morale, anche la migliore che sia dovrebbe esser lontana della leggi di stato. Altrimenti critichi la religione facendone un altra, la tua. L'unico modo per combattere le morali oppressive, se realmente lo sono, è recepirne l'inesigibilità nella realizzazione dei diritti.
@Emanuele, sull'esacerbare il conflitto fra culture diverse hai probabilemnte ragione, anche se mi chiedo se in effetti non sia un palesare una certa immaturità culturale nel non accettare le critiche cercando il conflitto anzichè il confronto. Dall'altra parte, sebbene sia intellettualmente interessante filososfeggiare su questi quesiti bisogna essere concreti perchè sono problemi veri, che spesso sfociano in male e malessere fisico su persone reali, non su idee... e di questo ce se ne dimentica, parlandone, fin troppo spesso. Se vuoi l'opinione di una donna: ha ragione Emanuele, come tutte le cose, non provandolo, non puoi renderti effettivamente conto quanto sia difficile per una donna, anche in italia, uscire da certi dogmi culturali; percui se per far rispettare certi diritti, come la libertà di scelta che è diritto basilare di ogni essere umano, bisogna imporli: che sia.
@Daniela quando parlavo di conflitti alludevo nella propria comunità d'origine. Nel senso che per fare del bene poi ci rimette la pelle chi toglie il velo per decreto. Questo. Ammetto di averla presa da un punto di vista lontano dalla concretezza. E c'è un motivo, che inorridisco quando vedo la confusione tra etica e diritto. Ovviamente il bersaglio non era il multiculturalismo ma problemi di casa cattolica.
Il conflitto ben venga, ma che sia in relazione agli abusi di diritto e non a zeli su cibi, preghiere, abiti. Leggi sulla donna come quelle proposte sulle quote rosa e simili mancano il bersaglio. Rispetto altre questioni, le abominie che abbiamo in casa, sono frutto un pò della paura ma più dall'isolamento culturale che solo l'ipocrisia perpetua. Quindi è una questione che per esser imposta (diritti) bisogna che prima sia riconosciuta come valevole da voi donne. Molte però accettano meglio il vittimismo che la lotta perché rende di più. Altre addirittura cercano deliberatamente la sudditanza perché è più facile. Insomma è un problemi convincervi che i compromessi si pagano quando la strada è al ribasso.
Angelo Centini
Gio. Boccia Artieri
Ernesto Belisario
Donato - markingegno



































Non sono d'accordo, privacy sarà pure "superato" come termine ma va benissimo. Che imparassero meglio l'inglese, ad esser consapevoli non influisce un termine. :-)
Il livello di confidenza (con qualcuno) potrebbe essere utile per capire che genere di informazioni vogliamo comunicare a quel qualcuno.
What about *TRUST* ?
Alla fine la nostra Privacy non è altro che un discorso di Fiducia...
Facebook, si sta già muovendo in quel senso con l'introduzione dei Conoscenti, insieme ben diverso nella mente di tutti rispetto a quello degli amici.
G+ invece molto più semplicemente usa le cerchie, forse un po' meno immediato come sistema ma sicuramente più personalizzabile (praticamente una ammissione di non aver ancora trovato una vera soluzione al problema)
Ma forse sono andato fuori tema...
entimacy (electronic intimacy)
Privacy pubblica. Sembra un ossimoro.
http://www.danah.org/papers/2011/SocialPrivacyPLSC-Draft.pdf