Appunti: l'alba di un nuovo giornalismo
Perugia, 22 aprile 2010
L'alba di un nuovo giornalismo
Luca De Biase
Il problema
"Il vecchio George Orwell aveva capito tutto, ma al rovescio.
Il Grande Fratello non ci osserva. Il Grande Fratello canta e balla. Tira fuori conigli dal cappello. Il Grande Fratello si dà da fare per tenere viva la tua attenzione in ogni singolo istante di veglia. Fa in modo che tu possa sempre distrarti. Che sia completamente assorbito. Fa in modo che la tua immaginazione lentamente avvizzisca.
(...)
Se tutti quanti ci ritroviamo con l'immaginazione
atrofizzata, nessuno mai costituirà una minaccia per il mondo."
Chuck Palahniuk, Ninna nanna, Mondadori 2003 (edizione
originale Lullaby, 2002)
Ogni riferimento a persone realmente esistite è
puramente casuale.
Ma l'intuizione di Palahniuk non lo è. Lo
sviluppo umano dipende dall'immaginazione, dalla conoscenza basata sui fatti,
dall'azione consapevole, dunque dalla libertà di espressione e di circolazione
dell'informazione: ma questa libertà è minacciata, da una parte, dal controllo
autoritario che seppellsce i fatti nel segreto e, dall'altra parte, dalla
moltiplicazione di messaggi che copre i fatti con la disattenzione o
l'indistinzione.
C'è a questo proposito una vera e propria "strategia della disattenzione". E, come scrive
Luca Chittaro, docente di interfaccia uomo-macchina all'università di Udine, si
può proporre una semplice equazione della disattenzione: un eccesso di
informazione unito a una razionalità limitata genera comportamenti automatici,
cioè non liberi e non consapevoli.
La qualità dell'informazione è importante quanto
la quantità di informazione. Anzi, la rete ha dimostrato che quantità e qualità
dell'informazione sono fenomeni collegati. Perché con l'aumento della quantità,
aumentano anche le probabilità che emergano informazioni migliori. Ma quando la
quantità cresce ancora diventando eccessiva rispetto alla capacità di filtrarla,
selezionarla, criticarla, controllarla, contestualizzarla, allora aumentano
anche le probabilità che l'informazione nel suo complesso peggiori.
Quando la quantità di informazione raggiunge una
soglia tanto elevata che ne appare difficile la gestione, emerge il problema dei
modi con i quali si può rinnovare il sistema dei filtri selettivi e critici, per
via tecnologica o culturale, con lo scopo di rivalutare la qualità non solo del
sistema dell'informazione nel suo complesso ma anche delle sue componenti e
persino di ogni singolo elemento informativo.
E da questo punto di vista, la qualità
dell'informazione dipende dal metodo con il quale è prodotta, distribuita e
interpretata la conoscenza dei fatti: dipende dall'epistemologia che governa la
scrittura del testo, dalla condivisione delle caratteristiche del contesto,
dalla trasparenza di ciò che sta nel sottotesto (come scriveva Marc Soriano). L'internet è una grande
liberazione dal controllo, una fucina di alternative ai sistemi
dell'informazione tradizionale, un motivo di crisi per i filtri tradizionali che
controllavano la quantità di informazione disponibile (la crisi dei filtri
editoriali in particolare, come dice Clay
Shirky, è connessa all'information overload), un territorio straordinario di
sperimentazione, una piattaforma per realizzare innovazioni impensabili: il che
è un vantaggio epocale. Ma ovviamente non è una macchina per la liberazione
dalla confusione tra fatti e messaggi, non è un generatore automatico di
consenso intorno al contesto necessario all'interpretazione delle informazioni,
non è un rivelatore di retrotesti. In questo senso, come spesso si osserva, il
tema supera quello tecnologico e diventa socio-culturale.
C'è l'argomento della metodologia di raccolta e
narrazione dei fatti. E c'è l'argomento dell'interpretazione dei fatti. Context is king, si dice. Ogni semplificazione
contiene un problema. E la soluzione può essere razionale, consapevole,
epistemologicamente coerente, oppure imprecisa e banalizzante. E i fratellini
incantatori di Palahniuk sanno come far prevalere la seconda soluzione. Nelle
società che governano con la strategia della disattenzione, i fratellini di
Palahniuk si fatica a distinguere la narrazione dei fatti dalla fiction, si
fatica a capire se esiste una narrazione della società o se la società si adatta
alla narrazione: nelle società dei fratellini di Palahniuk lo sviluppo umano è
minacciato dalla manipolazione dell'informazione, dall'eccesso di comunicazione,
dall'abilità di alcuni di tenere accesa l'attenzione su alcune storie, di
distrarre da altre, di raccontare la vita sociale con le tecniche della fiction,
dell'ideologia, della paura.
In una società senza conoscenza dei fatti e
della realtà non si sviluppa l'immaginazione e l'innovazione. Non si costruisce
il futuro. Lo si subisce, come se fosse uno spettacolo da seguire standosene
comodamente sdraiati sul divano.
Sono questi i problemi che rendono urgente la
riflessione sul sistema dei media, sul pubblico attivo, sull'informazione, sul
lavoro dei giornalisti. E persino sull'editoria.
Purtroppo, il compito di elaborare intorno a
tutto questo è molto arduo. Come quello di trovare la strada per uscire da un
labirinto di specchi. Perché quello che vogliamo imparare a conoscere è il modo
in cui conosciamo e impariamo.
Se il solo modo per trovare una mappa è
recuperare il metodo empirico, l'analisi razionale, l'epistemologia condivisa
della ricerca, alimentando l'immaginazione con la conoscenza della realtà e non
con l'ipertrofia della fiction, allora la strada è difficile. Perché chiunque
sceglie e pensa in modo irrazionale molto più spesso di quanto non scelga e
pensi in modo razionale, come dimostra Daniel Kahneman, psicologo e Nobel per
l'economia.
Occorre una mappa. Sappiamo che il vecchio
regime è sotto pressione e forse è persino destinato a saltare. E sappiamo che
come sempre, prima o poi, ce ne sarà un altro. Siamo nel pieno della
transizione: il che significa che alcune soluzioni tradizionali sono destinate a
terminare, alcune riusciranno ad adattarsi e superare la crisi, altre del tutto
nuove nasceranno. Nella fase di transizione non c'è ancora la verifica delle
idee che si propongono ma solo la loro complessa contesa. E poiché la mediasfera
coinvolge tutti, tutti pensano che la mappa giusta sia la loro, come nella
Biblioteca di Babele.
Per arrivare a un contesto comune, in passato si
faceva riferimento al concetto di opinione pubblica, che a sua volta dipendeva
dall'esistenza di un ceto medio relativamente colto e influente la cui
informazione dipendeva da un sistema di giornali relativamente colto e
influente. Ma in una fase di transizione che mette in discussione sia
l'influenza del ceto medio sia la solidità dei giornali, l'opinione pubblica
sembra frammentarsi in un mosaico nel quale si fanno notare spesso alcune forme
di populismo televisivo e di aggregazione per gruppi culturalmente omogenei,
anche, non solo, basate sul passaparola internettiano. Chi ritenga che valga la
pena riflettere sulla transizione dedicando una certa attenzione ai giornali, ai
giornalisti, agli editori, non può dunque che partire riflettendo sulle
trasformazioni che riguardano l'arbitro assoluto e inappellabile del destino dei
giornali: il pubblico.
Il
pubblico
L'arbitro di tutto è il pubblico. Non solo in
teoria, ma sempre più anche in pratica: perché la singola più importante
conseguenza di internet è che, rispetto ai media tradizionali, abilita il
pubblico a compiere azioni molto influenti. Può scegliere tra molte più
alternative, può contribuire, può generare valore oppure disperderlo adottando,
respingendo o di fatto utilizzando in modo imprevisto e modificando i servizi e
i contenuti delle piattaforme che si propongono alla sua attenzione. I media
dell'epoca industriale - la radio e la televisione - avevano separato nettamente
la fruizione dalla produzione, come scriveva Hans Magnus Enzensberger, nel 1970,
in Constituents of a Theory of the Media: il pubblico da una parte dello
schermo, la produzione dall'altra. Una macchina gigantesca per il controllo
totale del palinsesto e dell'agenda collettiva in cambio di qualche telefonata
in diretta. Ma come ogni altro elemento della vecchia società dei consumi di
massa, anche questo è in via di trasformazione: i media dell'epoca della
conoscenza valgono se generano valore e sono percepiti come capaci di generare
valore, dunque non vivono senza una ridefinizione dell'equilibrio dei ruoli di
autori e pubblico.
La prima decade del nuovo millennio è stata una
grandissima esplosione di infodiversità nella mediasfera globale e italiana.
Negli ultimi cinque anni si è strutturata in forme chiare e forti. E nel 2009
c'è stata un'accelerazione straordinaria. Con un aumento forte dei media
sociali, un'erosione della televisione generalista, un calo dei giornali di
carta. Come saranno i prossimi cinque-dieci anni? È ovviamente una domanda che
con un po' di understatement si potrebbe definire... difficile. Ma abbiamo una
piccola certezza: i prossimi cinque-dieci anni dipendono pienamente da quello
che viene costruito ora.
Da chi? Da tutti, naturalmente. I cittadini. Il
pubblico. Il pubblico attivo, soprattutto. E poi i giornalisti, gli editori, i
pubblicitari. Che sono a loro volta pubblico, oltre a occuparsi
professionalmente della loro parte di mediasfera.
Il pubblico non professionale non ha alcun
dovere di contribuire. Di solito si fa i fatti suoi. Spesso sta nella dimensione
della comunicazione tra conoscenti. Qualche volta accede allo spazio
dell'informazione pubblica. E sempre più spesso partecipa attivamente alla
produzione, alla trasmissione, alla critica di quello che circola nel sistema
dei media. Attraverso il grande medium delle persone che condividono emozioni,
link, notizie, foto, video, opinioni, sui media sociali come i blog, Twitter,
Facebook, YouTUbe, Flickr ecc ecc... Un medium che collega la comunicazione tra
le persone al sistema dell'informazione pubblica.
Il successo di internet e delle piattaforme di
condivisione delle informazioni che continuano ad alimentare l'ebollizione
innovativa della rete deriva dall'entusiastica adozione di queste tecnologie da
parte del pubblico attivo, quello che in ogni caso già fruisce in modo ampio e
variegato delle opportunità offerte dai vari media.
Il solo arbitro del successo di un giornalista,
di un giornale, di un editore, di una formula editoriale, di una piattaforma,
persino della pubblicità, è il pubblico. E che cosa pensa il pubblico di questa
crisi dei giornali?
O meglio: il pubblico si interessa della crisi
dei giornali? Indizio numero uno: se la risposta fosse affermativa, se ne
troverebbe traccia nei movimenti di quel mezzo miliardo di persone che usano
Google. Google Trends mostra che la gente chiede sempre meno al motore la parola
"newspapers" e le altre parole simili. Mentre i giornali usano sempre più spesso
questa stessa parola.
Come dire: i giornali parlano sempre di più di se stessi, mentre il pubblico si interessa sempre di meno dei giornali. Ma le spiegazioni di questo grafico possono essere molte e diverse. Ci vuole un secondo indizio.
Indizio numero due: il pubblico riceve
continuamente messaggi sull'importanza dell'informazione giornalistica per la
democrazia e la tenuta della convivenza civile; ma compra sempre meno giornali.
Come se non fosse interessato alla loro sorte. Perché, come riportano Massimo
Gaggi e Marco Bardazzi, crede sempre meno ai giornali. Gaggi e Bardazzi
accennano alla questione riportando i risultati degli studi condotti in materia
all'università di Chicago "che da decenni tasta il polso all'opinione pubblica
per capire quanto si fidi delle varie istituzioni americane. Dagli anni Settanta
fino alla metà degli Ottanta, la stampa in quanto a credibilità era alla pari
con i militari, il Congresso, le fedi religiose. Ma negli anni Novanta ha
cominciato a perdere posizioni. Nel 1990 il 74 per cento degli americani era
ancora pronto a dire di avere fiducia nella libertà di stampa e nei contenuti
dei media. Ma dieci anni dopo la percentuale era già slittata al 58 per cento. E
da allora ha continuato a scendere, bocciando indistintamente organi di stampa
progressisti e conservatori".
Due indizi non sono ancora una prova. Ma un
sospetto lo fanno venire: si direbbe che il tema della crisi dei giornali - al
quale i giornali stessi dedicano crescente attenzione - non appassioni il
pubblico.
Eppure, l'informazione interessa. I siti
gratuiti dei giornali sono sempre più visitati. E sono sempre più utilizzate
anche le applicazioni per smartphone che fanno accedere alle notizie. Comprese
quelle a pagamento: nel primo mese dal lancio, il Guardian ha venduto 70mila
copie dell'applicazione che consente di leggere le notizie del giornale
britannico, a 2,39 sterline ciascuna. Il pubblico compra Kindle e iPad per
leggere, anche a pagamento. Ma ovviamente va dove c'è informazione disponibile.
E dove la rete sociale delle persone in qualche modo collegate attira
l'attenzione. Le persone passano sempre più tempo su Facebook che a sua volta
produce più traffico sui siti di informazione di quanto ne produca Google News.
E certamente non sono fedeli a questa o quella testata per quanto riguarda le
informazioni commerciali: i classified ads, la piccola pubblicità degli annunci
pubblicati sui giornali di carta in America, si sono prosciugati, da 19,6
miliardi nel 2000 a 6 miliardi nel 2009. Meno 70%. (fonte: Poynter). Craiglist ha disintermediato. Il
pubblico attivo ha molte alternative e le usa tutte secondo quanto preferisce. I
media tradizionali non hanno più il controllo della filiera, ma si trovano
costantemente davanti l'alternativa generata da un medium fatto di persone,
potentissimo e incontrollabile, come un gigantesco passaparola.
La crisi dei giornali non interessa il
pubblico. Almeno fino a che viene presentata come una crisi dei grandi poteri
dell'informazione del passato. Talvolta percepiti come fuori sincrono in una
società che attraversa un'accelerata evoluzione. Il destino dei giornali e dei
loro editori diventerà interessante solo se sarà percepito come un'occasione di
trasformazione per creare qualcosa di meglio. Solo se i ceti sociali che li
leggono torneranno a sembrare capaci di leadership culturale. Solo se non
continueranno al lasciarsi spiazzare dalla televisione che presenta come
ammirevole non chi legge i giornali ma chi sa apparire. Solo se dimostreranno di
saper generare e trasportare le informazioni metodologicamente migliori.
E' dunque ora di smettere di parlare di crisi
dei vecchi editori e cominciare a dimostrare l'esistenza di progetti di
innovazione e miglioramento qualitativo dei prodotti e dei servizi.
Da questa domanda dipende la sorte degli
editori. Nel contesto storico in cui, che gli editori intendano partecipare o
meno, stiamo assistendo al tramonto di un mondo ma non alla fine del bisogno di
informazione, che anzi resta enorme. Sì: ha dda passà 'a nuttata. Perché poi ci
sarà l'alba. Di un nuovo giornalismo.
Cronache di
crisi annunciate
Nell'aprile
del 1999, Andy Grove, capo dell'Intel, annunciò ai leader delle grandi aziende
editoriali americane che i giornali di carta avevano ancora tre anni di
vita. Non era la prima
volta che si parlava di questo possibile scenario. Tanto che nel resoconto del
New York Times si legge che forse gli editori avrebbero potuto alzare gli occhi
al cielo per l'ennesima predizione catastrofica sul loro business. Ma non lo
fecero. Perché quello era Andy Grove. E perché raccontava come anche all'Intel
era toccato di affrontare una crisi simile, quando alla fine degli anni Ottanta
aveva perso il mercato delle memorie contro la concorrenza di produttori
imbattibili sul piano dei costi. E per Grove i giornali si trovavano di fronte
alla concorrenza di sistemi a basso costo di distribuzione basati su internet
che li avrebbero spiazzati. E consigliava di prendere le misure necessarie a
trovare un nuovo centro al loro business. Su Salon si trova ancora l'articolo dell'Associated Press
che intervistava molti presenti. Ben pochi volevano fare la figura di chi non è
abbastanza moderno da negare il problema. E molti invece davano sostanzialmente
ragione a Grove, non magari sui tre anni, ma sulla tendenza di
fondo.
Nel
2002, tre anni dopo appunto, i giornali non avevano chiuso e per la verità ben
pochi parlavano di una loro crisi. Invece, erano state molte aziende
internettiane fiorite tra il 1998 e il 2000 a chiudere o andare in crisi,
insieme alla storia finanziaria che aveva favorito la bolla speculativa di
quella fine millennio: anche l'Intel di Grove aveva perso una bella percentuale
della sua capitalizzazione. Ma un fenomeno continuava a crescere, anche se non
era sotto i riflettori: mentre si erano prosciugati i fiumi di dollari che
andavano a finanziare start-up internettiane, un oceano di persone continuava a
spostare tempo e attenzione verso quello che trovava su internet. Non solo per
consultare. Anche per partecipare. E proprio in quel periodo prendeva il volo un
fenomeno nuovo: i blog di informazione.
In quel 2002, il pioniere dei blog Dave Winer, lanciò una
scommessa sul sito Long Bets immaginando che cosa sarebbe successo nei cinque
anni successivi: «Cercando su Google le cinque parole-chiave o le cinque frasi
capaci di rappresentare le notizie più importanti del 2007, i blog compariranno
più in alto del sito del New York Times». Martin Nisenholtz, ceo del New York
Times Digital, accettò la scommessa: duemila dollari.
Seguirono anni scanditi dall'ascesa travolgente di Google, dalla nascita di Flickr, Facebook, YouTube, le mega-acquisizioni di Skype (eBay) e appunto YouTube (Google). La pubblicità sulla rete raddoppiava di anno in anno. Intanto, decollava il fenomeno iPod-iTunes, prova generale della nuova leadership della Apple. Ed esplodeva la moda di MySpace, che pareva inarrestabile, almeno fino all'acquisizione da parte di News Corp. Si inventò il termine web 2.0 per parlare della nuova internet delle persone. Il pubblico che aveva massicciamente adottato la rete ora si faceva sentire davvero.
Seguirono anni scanditi dall'ascesa travolgente di Google, dalla nascita di Flickr, Facebook, YouTube, le mega-acquisizioni di Skype (eBay) e appunto YouTube (Google). La pubblicità sulla rete raddoppiava di anno in anno. Intanto, decollava il fenomeno iPod-iTunes, prova generale della nuova leadership della Apple. Ed esplodeva la moda di MySpace, che pareva inarrestabile, almeno fino all'acquisizione da parte di News Corp. Si inventò il termine web 2.0 per parlare della nuova internet delle persone. Il pubblico che aveva massicciamente adottato la rete ora si faceva sentire davvero.
Nel
agosto del 2006, l'Economist si era accorto che qualcosa di grosso era accaduto
all'industria dei giornali. Aveva analizzato la situazione, era arrivato alla
conclusione che i giornali di carta erano morti e che qualcuno li aveva
assassinati. La copertina si intitolava infatti Who killed the newspaper?
Nel
2007, Winer vinse alla grande la sua scommessa. I blog, nel 2007, erano
diventati tanto popolari e citati tra gli utenti di internet da superare il
grande giornale newyorkese nel "ranking" di Google.
Con la
crisi finanziaria iniziata nel 2008 e peggiorata nel 2009, la questione investì
in pieno gli editori. La pubblicità se n'era andata. I lettori avevano
continuato a diminuire. I bilanci di una quantità incredibile di giornali
andarono in rosso (non quelli dell'Economist che comunque ci aveva cominciato a
pensare molto prima e non quelli del Financial Times, anche grazie alla quota
detenuta nell'Economist). Ci fu una bizzarra querelle, alimentata dagli editori
più ondivaghi nella loro strategia internettiana, come Rupert
Murdoch, secondo la quale i giornali avevano diritto a un pagamento per i loro
prodotti: nessuno lo negava, il problema era scoprire come potevano
ottenerlo.
Avrebbero dovuto investire per tempo
sull'innovazione, gli editori, ma (e questo Grove lo aveva previsto),
cominciarono a farlo solo quando la crisi li aveva costretti a preoccuparsi
veramente. E per loro fortuna quando erano veramente preoccupati lo stesso mondo
digitale che li aveva messi apparentemente in crisi aveva prodotto
un'alternativa interessante, i cui effetti potevano rivelarsi immediati e
abbastanza rassicuranti.
No,
non il Kindle. Nel 2010 arrivò l'iPad e alcuni sentirono che era la nuova
piattaforma che faceva giustizia del web così difficile da usare per i prodotti
a pagamento. Ma capirono che era una piattaforma che imponeva di fare prodotti
migliori. Insomma, dava un senso all'investimento all'innovazione, non ne
eliminava la necessità.
Si può
raccontare tutto questo al passato perché è la premessa di quello che deve
succedere. E che può essere molto, molto interessante. Potremmo essere alla
vigilia di una storia degna della bellezza che abbiamo vissuto negli ultimi
dieci anni. Perché finora l'ecosistema dell'informazione ha visto una fioritura
di nuove iniziative e un'erosione delle attività tradizionali. In questo
processo, anche grazie alla crisi, è emersa una consapevolezza: non stiamo
parlando di scenari e previsioni azzardate; sta succedendo qualcosa di molto
reale. E questa consapevolezza è la premessa per fare un salto di qualità nelle
risposte da parte di tutti i soggetti implicati: editori, pubblicitari,
giornalisti, designer, tecnologi, pubblico attivo, comunità.
Ma supponendo che almeno alcuni editori arrivino davvero a investire nell'innovazione, il loro percorso avrà bisogno di un sistema di ricerca, di un approccio sperimentale, di ipotesi e di teorie. Occorre immaginare una prospettiva che le possa guidare.
I media professionali
in prospettiva
Le domande di chi intende teorizzare sulla
prospettiva dei giornali riguardano: il contesto sociale al quele devono
servire, la struttura mediatica che devono sfruttare, i modelli di business che
possono sviluppare. E il tutto parte da una teoria della scarsità.
Nel sistema dei media tradizionali, la scarsità
dipendeva dalla tecnologia almeno tanto quanto dipendeva dalle persone che la
usavano per produrre e distribuire informazione. E i modelli di business degli
editori si fondavano proprio sulla scarsità generata dai sistemi di trasmissione
e distribuzione dell'informazione. L'ipotesi era che la domanda di informazione
era sostanzialmente abbondante: quello che mancava era l'offerta. E l'offerta
era scarsa perché erano pochi quelli che potevano produrre informazione, erano
limitati i mezzi sui quali quella informazione poteva essere trasmessa e fruita.
Il loro prezzo ne era la conseguenza.
Nel modello tradizionale dei giornali di carta, la
scarsità era nella carta e nella filiera industriale che serviva a riempirla di
informazioni e a distribuirla al pubblico. Il giornale si comprava in edicola e
solo allora si poteva leggere, per poi passarlo, in media ad altre tre-cinque
persone. Nelle informazioni televisive, la scarsità era soprattutto nel modello
produttivo, estremamente costoso, dunque di per se una barriera all'entrata, e
nel modello di business pubblicitario, molto concentrato e difficile da
penetrare per gli outsider. La scarsità e le barriere alla concorrenza erano la
stessa cosa.
Nel mondo digitale, internettiano, la produzione può
costare da "relativamente poco" a "molto" (in ragione delle decisioni dei
produttori) ma la distribuzione e la riproduzione non costa praticamente nulla:
è a carico del destinatario che a sua volta la percepisce non come un costo del
singolo elemento informativo ma come un costo generale di accesso a internet. La
scarsità tradizionale definita dai mezzi di trasmissione è scomparsa.
Lo spazio limitato su cui poter mettere delle
inserzioni pubblicitarie si è ampliato virtualmente all'infinito, come lo spazio
per pubblicare. Il numero di alternative a sua volta si moltiplica. E il
pubblico non è più tanto separato dagli autori. La differenza non è più segnata
da una barriera materiale, ma da una differenza culturale. I professionisti e il
pubblico attivo dell'informazione sono diversi per il loro ruolo non per lo
strumento che usano per scrivere.
Le persone hanno cominciato a scrivere. Si
esprimono, si connettono, si riconoscono, si informano reciprocamente,
solidarizzano, polemizzano, criticano, verificano. Tra loro ci sono veri esperti
e normali cittadini. Tutti condividono. E competono nello stesso tempo. Creando
uno spazio dell'informazione molto più ampio. L'informazione diventa abbondante.
Gli informatori non scarseggiano. Per i giornalisti è un cambiamento
fondamentale. Un tempo i giornalisti erano definiti come la categoria di
professionisti che scrivono sui giornali, mentre i giornali erano quei mezzi di
informazione che sono scritti da giornalisti: quella tautologia non regge più,
in un contesto nel quale i luoghi sui quali fare informazione e i soggetti che
la fanno non scarseggiano più. La nuova definizione dei giornalisti va cercata
in questo nuovo contesto.
In un contesto nel quale l'informazione è tanto
abbondante da far parlare di information overload, il tema centrale è il sistema
dei filtri che consentono a ciascuno di selezionare ciò che è importante sapere
da ciò che è rumore di fondo. La rete ha bisogno di ruoli specializzati per
filtrare i flussi di informazione e connettere reti diverse tra loro (reti
digitali, reti sociali, reti territoriali, per esempio). Sicché, in questo nuovo
contesto, il ruolo professionale non è più definito dalla posizione (in un certo
senso privilegiata) che il professionista occupa nella mediasfera, poiché
detiene i mezzi scarsi con i quali si produce e diffonde l'informazione: in
questo nuovo contesto, il ruolo professionale è definito dal servizio che svolge
a vantaggio della comunità. Vediamo meglio.
La relazione della scarsità e dell'abbondanza si è
rovesciata. Oggi l'informazione e i mezzi per fruirne sono abbondanti, mentre
scarseggia la domanda. O meglio la scarsità che conta è nelle persone che devono
fruire dell'informazione: scarseggiano il tempo da dedicare alle attività
informative, l'attenzione da dedicare all'informazione, gli spazi relazionali
nei quali le informazioni prendono vita e importanza.
In un certo senso, si può dire che una volta i
giornalisti scrivevano sulla carta. Oggi scrivono sul tempo delle persone, se
queste dedicano loro attenzione tanto da riportare le informazioni ricevute nel
discorso che gestiscono con le altre persone con le quali sono in
relazione.
Tutti i mezzi sono buoni per ottenere questo
risultato, sicché si parla di crossmedialità: le storie da raccontare sono
sempre le stesse ma possono essere proposte attraverso qualunque medium, per
poter servire il pubblico che sceglie i tempi da dedicare all'informazione
professionale durante la sua giornata; vanno proposte con il linguaggio e le
formule adeguate a suscitare l'attenzione del pubblico sui diversi mezzi; vanno
pensate in modo che diventino valore immateriale da immettere nei flussi
relazionali che le persone coltivano per stare in comunità.
I giornali e i giornalisti non vengono dunque più
classificati per mezzo di comunicazione che usano (carta, tv, radio, ecc):
vengono riclassificati per il loro scopo sociale. Intrattenimento e
socializzazione, conoscenze pratiche per la vita quotidiana, ricerca profonda di
conoscenze rare destinate allo sviluppo della società e alle decisioni
collettive che deve operare. E così via.
La questione dei modelli di business è investita in
pieno da questo cambiamento. Quando la scarsità era concentrata sul lato
dell'offerta, il prezzo dell'accesso all'informazione era definito dall'offerta
e questa si poteva strutturare in grandi organizzazioni editoriali, potenti e
ricche. Oggi, la scarsità è dal lato della domanda, e dunque il prezzo è quello
che la domanda è in grado o ha volontà di pagare. Il prezzo del biglietto di
accesso all'informazione può essere pagato solo se il valore cui consente di
accedere si sente ben chiaro e forte. Il prezzo dello spazio pubblicitario può
essere pagato se effettivamente il mezzo che lo offre conquista il tempo,
l'attenzione e le relazioni, con sempre minore imprecisione statistica. La
comunità decide di contribuire all'informazione, con il proprio tempo, le
proprie conoscenze, il proprio sostegno finanziario, se chi offre
professionalmente l'informazione si pone effettivamente e concretamente al
servizio della comunità stessa. L'informazione non è più tanto prodotto, quanto
servizio.
Non per nulla il prezzo dei giornali e della
pubblicità sembrano a malapena bastare a pagare per l'informazione di base,
mentre la ricerca e le inchieste sembrano sempre meno finanziabili. E non per
niente la beneficenza, il sostegno comunitario volontario, la partecipazione del
pubblico attivo, entrano in gioco a finanziare e alimentare la ricerca di
informazioni che l'editoria tradizionale fatica ormai a pagare.
Il caso eccellente di Propublica, con il suo
recentissimo Pulizter per una storia sul servizio ospedaliero
durante la crisi determinata dall'uragano Katrina, è arrivato a dimostrare
quanto ormai sia importante il supporto volontario alla ricerca giornalistica.
(Il Pulitzer per il giornalismo investigativo del 2010 è stato assegnato a Barbara Laker e Wendy Ruderman del Philadelphia Daily News e a Sheri Fink di
ProPublica, in collaborazione con The New York
Times Magazine). Ma i premi non sono mancati anche
alla megainchiesta sostenuta dal Center for Public
Integrity sul contrabbando mondiale di sigarette. E si cominciano a far notare
le inchieste finanziate con il sistema di raccolta di fondi comunitari a favore
della ricerca giornalistica Spot.us. Del resto, queste soluzioni si stanno
rapidamente diffondendo in tutto il mondo occidentale. Sulla base dell'idea che
la ricerca giornalistica, l'inchiesta, sia una necessità per la comunità, che
non possa che essere svolta con il metodo giornalistico, e che la comunità
dunque sia disposta a finanziarla. A Trento, è nata la Fondazione Ahref, proprio
per studiare e favorire questa dinamica in
Italia.
Tutto questo suppone una maggiore conoscenza della
dimensione che appunto definisce le scarsità fondamentali, domanda informazione
e dichiara il successo o l'insuccesso delle proposte informative professionali
offerte.
Il pubblico e la comunità che l'informazione è
chiamata a servire non è più l'insieme indefinito della massa di consumatori
medi cui si faceva riferimento all'epoca dell'industrializzazione accelerata. E
non è più neppure un aggregato di target, di gruppi di consumatori definiti da
interessi o caratteri socio-economici comuni. Chi vorrebbe oggi essere servito
da uno che ti chiama target, bersaglio? In realtà, il contenuto è re, ma
l'informazione è una repubblica, e i vecchi nobili hanno senso solo se sono al
servizio della comunità. Che va dunque conosciuta.
La comunità ha essenzialmente bisogno di esplorare,
conoscere ed essere informata sullo spazio comune nel quale vive perché
collettivamente - come specie e come organizzazione sociale - ottiene risultati
molto migliori che come aggregato di individui. Non per nulla, se è la comunità
che va servita, i mezzi di informazione si adattano alle sue
caratteristiche.
Una società relativamente stabile come quella
contadina aveva sistemi di informazione molto articolati. Un broadcast basato su
messaqgi standard, facilissimi da interpretare, utili e gestiti da centrali di
potere molto rare, era quello dei campanili che scandivano la giornata e
avvertivano dei fatti principali della comunità: le feste, le morti, i pericoli
imminenti. Per il resto, l'informazione viaggiava con il sistema del passaparola
e con l'incontro fortuito con viaggiatori, mercanti, teatranti, che raccontavano
le storie di posti lontani. Il sistema dell'informazione contadino supponeva una
società relativamente stabile e messaggi relativamente ripetitivi.
La società industriale non ha fatto che portare al
largo consumo principi sostanzialmente analoghi: messaggi semplici da
decodificare, buoni per la media dei consumatori, definiti appunto massa,
concetto che definiva anche i mezzi di comunicazione che li servivano. La
società era abbastanza stabile potersi permettere i giornali per l'élite e per
tutte le varie categorie professionali o sociali, in modo tale da garantire una
certa continuità economica e prevedibilità di business.
Ma la frammentazione dei ruoli sociali tradizionali
e l'avvento dell'epoca della conoscenza impongono un cambio di passo clamoroso
nel sistema editoriale. Ed è questa la vera dinamica da servire, per comprendere
eventualmente anche il nuovo ruolo del giornalismo.
Ma un punto resta fermo: la collettività ha bisogno
di uno spazio comune sul quale sviluppare le sue dinamiche di collaborazione,
concorrenza e consapevolezza prospettica. I concetti in voga un tempo di
"opinione pubblica" e "coscienza comune" oggi sembrano rimpiazzati da "commons"
e "intelligenza collettiva". Ma il loro scopo è analogo. Le forme devono
cambiare, il che è precisamente il punto.
L'agenda
comune
Una società si muove in modo diverso da una somma di
individui. Anzi, è probabile che la specie umana abbia trovato nei modi di
coordinamento degli individui una sua forma evolutiva specifica.
L'ipotesi dell'esistenza di un'intelligenza collettiva emerge
dall'osservazione: gruppi di individui che si comportano collettivamente in un
modo che sembra intelligente, nel senso che affrontano in modo coordinato
situazioni e problemi nuovi, imparano a risolverli e applicano la loro
conoscenza comune per adattarsi ai mutamenti del contesto. Del resto, una
dimensione collettiva dell'intelligenza è stata immaginata in passato da
diversi autori: dal World Brain di H.G. Wells, del 1937, alla Intelligence
collective di Pierre Lévy, del 1997. Niente di nuovo, dicono al Center for
collective intelligence (Cci) dell'Mit, salvo per un particolare: il web.
I gruppi di individui della specie umana hanno imparato a coordinarsi sulla base di un sapere e di una capacità di ragionare comune fin dai tempi in cui la sopravvivenza dipendeva dalla caccia. E gli strumenti per condividere la conoscenza non sono mai mancati e sono migliorati nel tempo. Ma il web - con l'enormità delle informazioni che contiene e la velocità di innovazione che lo caratterizza - dà l'impressione di aver aggiunto qualcosa che resta ancora da comprendere. I ricercatori del Cci dell'Mit, guidati da Thomas W. Malone, hanno lanciato diversi progetti: dal web delle previsioni collettive al sistema per la condivisione di conoscenze mediche. L'idea è creare piattaforme che consentano a gruppi di persone connesse a computer di agire più intelligentemente dei gruppi privi di computer e dei computer privi di persone. La sperimentazione è in corso, ma gli esempi cui i ricercatori fanno riferimento sono già sotto gli occhi di tutti: non solo e non tanto Google e Wikipedia, quanto piattaforme tipo InnoCentive. Quest'ultima è una soluzione creata dalla Eli Lilly e usata da aziende come Boeing, DuPont e Procter & Gamble per porre problemi scientifici a una comunità di persone connesse, incentivandole anche con denaro a tentare di risolverli collaborando e mettendo in comune i loro saperi. Si tratta in sostanza di piattaforme complesse capaci di aggregare le persone, facilitarle nell'interazione, concentrarne l'attenzione intorno a un obiettivo, coordinarne le forze e motivarle con sistemi incentivanti espliciti. Le prime conclusioni del Cci sembrano indicare che gli obiettivi comuni sono raggiunti meglio se gli incentivi sono più soddisfacenti e se le persone non partecipano per motivi di carriera o per competere con gli altri.
È chiaro che le piattaforme esistenti sul web hanno
caratteristiche piuttosto diverse. Wikipedia conta su un obiettivo comune
definito dalla metafora dell'enciclopedia, che favorisce un approccio vagamente
oggettivo al prodotto, e dall'assenza di competizione tra individui. Facebook
sembra avere le caratteristiche opposte. Il motore di Google conta sull'attività
di citazione di pagine web svolta da chi, a sua volta, pubblica pagine web: una
sorta di sondaggio continuo sulla rilevanza dei contributi disponibili in rete.
Queste grandi piattaforme, influiscono sul modo in cui il sapere è distribuito e
sui comportamenti di ogni individuo che partecipa alla produzione del sapere.
Se la velocità e la complessità del web sono una
grande sfida per chi voglia comprenderne le conseguenze, ancora più difficile è
intendere pienamente il modo in cui le opportunità creative e culturali
dell'intera internet influiscono sui modi di pensare e agire. Non manca chi le
giudica tanto profonde da ipotizzare un salto evolutivo nella specie umana, che
porterà allo sviluppo di nuove facoltà cerebrali. Ma di certo già assistiamo a
salti antropologici molto significativi: si direbbe, per esempio, che internet
nel suo insieme favorisca l'orientamento alla continua ricerca di innovazioni,
sottolineando con la morfologia stessa che la caratterizza l'enorme insieme di
opportunità che offre.
Se passiamo costituisce il contesto - lo stock di
conoscenza - nel quale si inserisce la continua dinamica dell'informazione
sull'attualità.
Ogni piattaforma è un polo di attrazione
dell'attenzione, del tempo, della conversazione tra le persone. E lo stesso si
può dire per i centri di produzione e organizzazione dell'informazione. Con una
specificità: l'informazione condivisa serve a prendere decisioni collettive
intorno a un'agenda. E non c'è dubbio che questo è il ruolo strategico del
sistema dell'informazione.
Non c'è modo di difenderlo nel mondo dei piccoli
fratelli di Palahniuk, dove la fiction genera fatti di attualità fittizia più
attraenti di quelli dell'attualità reale. Quella fiction serve a generare
un'agenda a sua volta fittizia, che a sua volta serve a controllare le decisioni
collettive. Un sistema dell'informazione critico e indipendente serve a spezzare
la fiction e a mostrare la realtà.
In una società più stabile questo era relativamente
facile. Il broadcast della società contadina era il campanile: dava messaggi
uguali per tutti, molto facilmente decodificabili, che stabilivano l'agenda
quotidiana e avvertivano dei fatti inattesi o fuori dall'ordinario. Le
informazioni più puntuali, i commenti e le discussioni avvenivano a livello di
chiacchiere in piazza o alla fontana. Il passaparola portava quell'informazione
a tutti. E le notizie da lontano arrivavano con i viaggiatori, la posta, i
libri... La società era stabile, i messaggi molto strutturati, i media
relativamente lineari e sostanzialmente gratuiti. Nella società industriale
tutto si è complicato, ma le funzioni sono restate le stesse: e se la
televisione è riuscita per un periodo a governare l'agenda con il suo
palinsesto, come un campanile, questo è stato tanto più efficiente quanto più la
società era leggibile come massa; quando la massa si è frammentata, si è
spezzata anche l'agenda e con essa il palinsesto. Per mantenere la sua funzione
centrale, la televisione ha alzato i toni e semplificato i messaggi, diventando
sofisticatissima nello storytelling. Ma la moltiplicazione delle alternative ha
reso tutto più difficile. E la lotta per l'attenzione - insieme alla strategia
della disattenzione - ha messo in difficoltà i media meno urlati o meno connessi
alle dinamiche sociali. Il passaparola dei media sociali è riuscito a crescere
in questo contesto, mentre il sistema dei giornali cartacei si è dimostrato un
po' più debole in questo contesto.
Ma i giornali giocano un ruolo centrale, portando al
sistema dell'informazione qualità specifiche piuttosto importanti, almeno quando
sono fatti con cura: razionalità di ragionamento, linearità di pensiero,
completezza di analisi e di copertura dei fatti. I valori della trasparenza
metodologica, della qualità narrativa, dell'identità culturale, sono ancora
incarnati meglio che da altri strumenti nei giornali cartacei, che dovranno nel
tempo ammettere che la carta è un mezzo costoso e merita di essere usata
soprattutto per informazioni preziose. Ma in generale le redazioni si staccheranno dalla
carta e diventeranno crossmediali, portando i loro valori di ricerca
giornalistica su tutti i media che possono utilizzare. Tendenzialmente, i
giornali che si lasceranno asservire a flussi informativi più grandi ne saranno
guidati. Quelli che punteranno all'indipendenza culturale (ed economica)
cercheranno di mantenere una funzione specifica: contribuire al sistema
dell'informazione dal lato razionale, fattuale, medotologicamente avvertito. In
questo, dovranno cercare alleati: e probabilmente li troveranno nei piccoli e
grandi blog, aggregatori, distributori di traffico e attenzione che a loro volta
saranno orientati agli stessi valori. Mentre la loro vera competizione sarà
quella dei sistemi alimentatori di fiction, di ideologia, di comunicazione: il
populismo non userà mai la ragione, ma il lato maggioritario e irrazionale dei
singoli; la convivenza pacifica, illuminata e razionale, avrà invece sempre
bisogno di coltivare un'intelligenza collettiva di tipo informato ed empirico.
Che
questo produca grandi potenze editoriali dal punto di vista economico non è
detto. Ma che tutto questo abbia una funzione decisiva è chiaro.
La
soluzione sarà probabilmente un ecosistema nel quale la partecipazione
volontaria di migliaia di persone con i loro blog e social network, le
piattaforme software più adatte, le qualità culturali e metodologiche delle
redazioni giornalistiche professionali, i contributi del non profit, genereranno
un sistema di ricerca, sperimentazione e produzione di informazione complesso e
capace di stare in piedi svolgendo il suo compito sociale e
culturale.
Non
è la crisi. E' l'apertura di una nuova epoca. L'alba di un nuovo
giornalismo.
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Da Perugia un sincero grazie per il tuo contributo, chiaro e ricco di spunti di riflessione. Prezioso, come sempre!
Ne sono uscita più consapevole ma anche più fiduciosa, con la speranza che un giorno il Grande Fratello di Palahniuk si ritrovi a cantare e ballare da solo :) !
Grazie Luca. Meriterebbe di essere pubblicato sul Sole. Il fatto che non sia pubblicato su un giornale, è davvero istruttivo e rafforzativo dei concetti espressi.
La lampada sotto il moggio?
Illuminante per chi dal 1982 ha sempre avuto un rapporto conflittuale e dialettico con la retorica "dell'essere giornalista". Il non mettersi in discussione, il non aprire sentieri di crescita (l'essere arrivati al suo sito e ai suoi contributi è la cosa più importante e formativa) è l'eccezione.
Illuminante per chi dal 1982 ha sempre avuto un rapporto conflittuale e dialettico con la retorica "dell'essere giornalista". Il non mettersi in discussione, il non aprire sentieri di crescita (l'essere arrivati al suo sito e ai suoi contributi è la cosa più importante e formativa) è l'eccezione.