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Sabato, 4 febbraio 2006
 

Basta speculazione su internet!

Google, eBay, Yahoo! e Amazon.com sono crollate in borsa nella settimana scorsa. Amazon.com ha perso ieri l'11,5 per cento. Google ha perso il 12 per cento in una settimana e il 20 per cento dal massimo. eBay è sotto del 14 per cento. Yahoo! ha perso il 12 per cento: nel giorno in cui ha annunciato che i suoi profitti sono aumentati dell'83 per cento e il fatturato del 39 per cento. Già. Insensato, eh?

Si fa presto a dirlo, quando è successo. Ma che dovesse succedere era solo questione di tempo. Non sono qualificato per suggerire i momenti in cui avvengono le svolte negli andamenti di borsa, ma per capire le tendenze generali non c'è bisogno di titoli: solo di buon senso.

Aziende che fatturano e guadagnano ma hanno dimensioni molto limitate, non possono avere capitalizzazioni superiori a colossi grandi dieci o cento volte di più: quotazioni così non sono credibili lungo termine.

A far scattare il cambio di rotta può essere stato qualunque cosa. La fine del mandato di Greenspan, la voglia di portare a casa i profitti realizzati fin qui, l'attesa per risultati migliori... Ma sono tutte scuse. In realtà, i mercati si muovono nel più assoluto conformismo. Con alcune élite che danno il ritmo alla danza. E che tosano tutti gli altri.

Ma per favore non si dica anche questa volta che è internet ad andare giù in borsa. O che la tecnologia è insicura e aleatoria. Questa è la speculazione nel suo più puro meccanismo primo di rapporto con l'economia reale. Profitti che crescono dell'83 per cento non possono provocare cadute di prezzo del 12 per cento: a meno che il pensiero dei mercati finanziari non sia completamente slegato dall'economia reale.

Siamo a una minibolla. Che non coinvolge il mondo come la precedente.

L'importante è che non induca a un nuovo errore di prospettiva. Internet c'è, serve a un sacco di gente e migliora nel suo piccolo il mondo. La finanza invece deve dimostrare di essere ancora in grado di farlo.    

4:19:26 PM    comment [];

Esiste una cultura europea?

Siamo europei? O no? Siamo con i danesi o no?

Qualche prete islamico dichiara che la Danimarca è colpevole perché lascia alla libertà di stampa il diritto di commettere un gesto antipatico - persino blasmemo - nei confronti delle sensibilità musulmane. Questo è inaccettabile. Non si può tollerare, benché la tolleranza sia una virtù.

Non è obbligatorio pubblicare vignette che i musulmani considerano blasfeme. Ma non può essere vietato in un paese democratico. Può solo essere condannato come un gesto di cattivo gusto. E che i cattolici appoggino gli islamici in questa materia mi pare un fenomeno per lo meno singolare. E' frutto di una mentalità per la quale la legge repubblicana e democratica è inferiore a quella religiosa: questa è la premessa di ogni guerra di religione, di molte intolleranze e di alcune dittature. Non si può che opporre a questo fenomeno una proposta: affermando la dignità della cultura europea come proposta per il resto del mondo.

The Economist dedica un editoriale a criticare l'idea - che definisce "alla moda" - di parlare di una cultura europea. Sostenendo che non ha senso (viste le differenze tra i vari popoli europei). E che può essere dannosa (visto che può chiudere alla Turchia e alla globalizzazione).

Che esistano delle differenze culturali clamorose tra i popoli europei è talmente evidente che non c'è bisogno di dedicare una preziosa pagina dell'Economist a questo argomento. Ma il tema merita molta attenzione, per le inaspettate potenzialità innovative che contiene.

Che cosa è davvero l'Europa: si dice che è un'unione di minoranze. Perché - dicono i critici - parlare in questo contesto di cultura europea? Mediterraneo e Mare del Nord, Castiglia e Catalogna, Sicilia e Veneto, Danimarca e Macedonia... Inghilterra, Francia e Germania... E poi i confini della supposta unitarietà della cultura europea sono tutti da definire: la Turchia, la Palestina, il Marocco, la Russia... Dove arriva la cultura europea? Perché del resto non ricordare che la cultura europea arriva in America, in Australia, in Sudafrica... Infine: l'Europa di Bruxelles in realtà non è altro che un insieme di trattati e di burocrazie che li gestiscono, non importa molto pensarli in termini culturali. Meglio essere pragmatici.

Tutto vero. E tutto vecchio.

Per Fernand Braudel, oltre alle questioni legate alle differenze, ci sono quelle che definiscono l'unità europea. Cita:
- «le radiose forme di unità: l'arte e lo spirito»
- «le concrete forme di unità: l'economia»
- «le unità aleatorie: la politica».

Insomma, proprio quello che sta succedendo all'Europa. Ci pare scarsa come entità politica, buona come soluzione ad alcuni problemi economici, ma è sempre ricca sul piano culturale. Quando la si accusa di non avere un'anima, è perché si pensa essenzialmente a quello che rinosciamo che culturalmente potrebbe essere e, politicamente, non è.

Ma è proprio così che deve essere. Una cultura non è una politica. E una politica che sfrutti una cultura per essere forte, non le rende un servizio. Chi in nome della sola economia, nega la cultura mostrando quanto la politica europea sia scarsa, non spiega la situazione correttamente.

Se abbiamo una possibilità di incidere nel mondo è proprio mostrando la nostra cultura, con tutte le drammatiche - talvolta orribili, talvolta sublimi - esperienze che l'hanno formata.

Questa cultura europea è in grado di parlare alla globalizzazione contribuendo con un minimo di intelligenza alla ricerca delle soluzioni poste dalla convivenza e dalla convenienza. Ma perché questo avvenga occorre che ne prendiamo coscienza. E' un passaggio identitario che nulla ha a che fare con il nazionalismo e il nostro vecchio imperialismo.

Ma non possiamo non vedere che di fronte al neoimperialismo americano, all'espansionismo coloniale cinese, all'interventismo islamico, la cultura europea può dare un segnale di equilibrio che potrebbe rivelarsi decisivo.

3:16:26 PM    comment [];


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