Braudel
Un mondo con i confini aperti non sopporta le menti chiuse. C'e' un percorso comune che sta cambiando, insieme, economia, tecnologia, cultura e societa'? Sono sicuro che non vi aspettate delle risposte da questo blog...



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Sabato, 4 febbraio 2006
 

Ho intervistato Daniele Luttazzi e...

...ho un sospetto: ha compiuto un gesto satirico, chiudendo il blog. Ve lo racconto con calma. Devo prima raccogliere le idee. Del resto, molte cose erano già venute fuori. Ma nel pezzo che scriverò per Nòva24 voglio dimostrare che è stata satira anche la sua decisione di mettersi il silenziatore online.

Il problema è capire se è stata una satira riuscita!

Ci torno sopra prossimamente...

6:04:40 PM    comment [];

Esiste una cultura europea?

Siamo europei? O no? Siamo con i danesi o no?

Qualche prete islamico dichiara che la Danimarca è colpevole perché lascia alla libertà di stampa il diritto di commettere un gesto antipatico - persino blasmemo - nei confronti delle sensibilità musulmane. Questo è inaccettabile. Non si può tollerare, benché la tolleranza sia una virtù.

Non è obbligatorio pubblicare vignette che i musulmani considerano blasfeme. Ma non può essere vietato in un paese democratico. Può solo essere condannato come un gesto di cattivo gusto. E che i cattolici appoggino gli islamici in questa materia mi pare un fenomeno per lo meno singolare. E' frutto di una mentalità per la quale la legge repubblicana e democratica è inferiore a quella religiosa: questa è la premessa di ogni guerra di religione, di molte intolleranze e di alcune dittature. Non si può che opporre a questo fenomeno una proposta: affermando la dignità della cultura europea come proposta per il resto del mondo.

The Economist dedica un editoriale a criticare l'idea - che definisce "alla moda" - di parlare di una cultura europea. Sostenendo che non ha senso (viste le differenze tra i vari popoli europei). E che può essere dannosa (visto che può chiudere alla Turchia e alla globalizzazione).

Che esistano delle differenze culturali clamorose tra i popoli europei è talmente evidente che non c'è bisogno di dedicare una preziosa pagina dell'Economist a questo argomento. Ma il tema merita molta attenzione, per le inaspettate potenzialità innovative che contiene.

Che cosa è davvero l'Europa: si dice che è un'unione di minoranze. Perché - dicono i critici - parlare in questo contesto di cultura europea? Mediterraneo e Mare del Nord, Castiglia e Catalogna, Sicilia e Veneto, Danimarca e Macedonia... Inghilterra, Francia e Germania... E poi i confini della supposta unitarietà della cultura europea sono tutti da definire: la Turchia, la Palestina, il Marocco, la Russia... Dove arriva la cultura europea? Perché del resto non ricordare che la cultura europea arriva in America, in Australia, in Sudafrica... Infine: l'Europa di Bruxelles in realtà non è altro che un insieme di trattati e di burocrazie che li gestiscono, non importa molto pensarli in termini culturali. Meglio essere pragmatici.

Tutto vero. E tutto vecchio.

Per Fernand Braudel, oltre alle questioni legate alle differenze, ci sono quelle che definiscono l'unità europea. Cita:
- «le radiose forme di unità: l'arte e lo spirito»
- «le concrete forme di unità: l'economia»
- «le unità aleatorie: la politica».

Insomma, proprio quello che sta succedendo all'Europa. Ci pare scarsa come entità politica, buona come soluzione ad alcuni problemi economici, ma è sempre ricca sul piano culturale. Quando la si accusa di non avere un'anima, è perché si pensa essenzialmente a quello che rinosciamo che culturalmente potrebbe essere e, politicamente, non è.

Ma è proprio così che deve essere. Una cultura non è una politica. E una politica che sfrutti una cultura per essere forte, non le rende un servizio. Chi in nome della sola economia, nega la cultura mostrando quanto la politica europea sia scarsa, non spiega la situazione correttamente.

Se abbiamo una possibilità di incidere nel mondo è proprio mostrando la nostra cultura, con tutte le drammatiche - talvolta orribili, talvolta sublimi - esperienze che l'hanno formata.

Questa cultura europea è in grado di parlare alla globalizzazione contribuendo con un minimo di intelligenza alla ricerca delle soluzioni poste dalla convivenza e dalla convenienza. Ma perché questo avvenga occorre che ne prendiamo coscienza. E' un passaggio identitario che nulla ha a che fare con il nazionalismo e il nostro vecchio imperialismo.

Ma non possiamo non vedere che di fronte al neoimperialismo americano, all'espansionismo coloniale cinese, all'interventismo islamico, la cultura europea può dare un segnale di equilibrio che potrebbe rivelarsi decisivo.

3:16:26 PM    comment [];


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