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Mercoledì, 28 dicembre 2005
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Conversando sul papa teologo ma non tecnologo...
Come molti, ho reagito con sorpresa e diffidenza all'accenno del papa sull'era tecnologica. E ho scritto che, secondo me, non è la tecnologia ad essere sbagliata ma la cultura economicista che fa della tecnologia un feticcio per continuare a dominare il mondo.
Hanno risposto con un parere sostanzialmente favorevole alcuni amici come Carla e Gparker. Che ha detto:
E' chiaro che hai ragione, e non è difficile. Più complesso mi sembra è trovare per la chiesa una strada possibile. Non sono un cattolico ma più volte mi sono chiesto come possa (qualora lo volesse) la chiesa uscire da questa situazione. Una revisione di molti suoi principi (come sarebbe auspicabile) e un adeguamento alla sensibilità moderna porterebbe sicuramente molti più fedeli (tutti quelli che pur dicendosi cristiani guardano alle spiritualità orientali per dare un senso al loro mondo) ma significherebbe in qualche modo la perdita di tutto il sistema "parrocchiale" su cui si è fondata per secoli. Inoltre almeno un'altra metà dei fedeli, i bigotti in sostanza, sarebbero persi. O forse no?
Il sempre attento Pier Luigi Tolardo, invece, precisa:
Diciamo che un breve passaggio in un discorso non dà conto di quello che afferma in genere il magistero della Chiesa. Ad esempio nell'Enciclica "Redemtor Hominis" di Giovanni Paolo II, la prima di quel pontificato, è del 1982, si rielabora lo stesso concetto marxiano di alienazione, allargandolo ai frutti della scienza e della tecnologia, che possono essere usati contro l'uomo stesso e siamo ancora in piena guerra fredda e pericolo atomico(anche civile, scoppia in quei mesi la Centrale nucleare negli Usa). Mentre nella successiva Enciclica del 1984, la "Laborem Exercens", capitalismo e collettivismo sono criticati proprio per la loro comune radici economicista che non prende in considerazione la persona umana anche nella sua concretezza, immanenza, attualità, sacrificandola ad un futuro "radioso" capitalistico o comunista.
Il papa aveva detto, secondo quanto riportato sui giornali: «Nel corso del millennio da poco concluso e specialmente negli ultimi secoli, tanti sono stati i progressi compiuti in campo tecnico e scientifico; vaste sono le risorse materiali di cui oggi possiamo disporre. L'uomo dell'era tecnologica rischia però di essere vittima degli stessi successi della sua intelligenza e dei risultati delle sue capacità operative, se va incontro a un'atrofia spirituale, a un vuoto del cuore».
La mia impressione è che la chiesa in questo settore abbia un atteggiamento conservatore e una missione innovatrice. Ne deriva una singolare difficoltà. Come dice Gparker, non può mettere a repentaglio un sistema di potere e di consenso consolidato. Ma come dice Pier Luigi non cessa comunque annunciare qualcosa di rivoluzionario: che sintetizziamo, per semplicità, nella critica dell'economicismo.
Il mio problema è che non capisco perché per criticare l'economicismo si debba criticare la tecnologia. Se questa è dominata dall'economicismo appare giustamente pericolosa per la qualità della vita umana, ma il pericolo è nel dominio della logica economica, non nella tecnologia in se e per se. Anzi: se possiamo pensare di andare in un mondo popolato da nove miliardi di persone, tutte da sfamare, di difenderci dall'inquinamento e dalla limitatezza delle risorse, se pensiamo di tornare a valorizzare le relazioni tra le persone in un mondo parcellizzato dall'organizzazione sociale della logica industriale e della comunicazione di massa, non possiamo che sperare di trovare qualche soluzione con la tecnologia. Una tecnologia ben diversa, perché condotta da finalità, incentivi e logiche diverse.
Insomma: l'idea di progresso tecnologico ha ancora molto senso. Ma deve essere condotta da una logica che abbia più senso...
5:56:22 PM
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Gli italiani senza internet? Non per soldi ma per disinteresse...
Il rapporto dell'Istat sulla disponibilità nelle famiglie italiane delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione registra, tra l'altro, che i due terzi degli italiani non hanno accesso a internet da casa.
Ma quello che importa sono le motivazioni.
Solo l'8,7 per cento dice di non avere internet per l'alto costo del collegamento e il 9,9 per cento per l'alto costo degli strumenti necessari per connettersi.
In realtà, il digital divide italiano è culturale.
Il 40,4 per cento dice che non si collega perché "internet non è utile, non interessa". E il 31,2 per cento dice che non si collega perché non è capace.
Il rapporto si trova qui.
12:52:54 PM
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